FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 251  -  Luglio / Agosto 2018

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Christopher Young perdonato dai familiari della vittima e giustiziato in Texas

SOMMARIO

 

1) La modifica al Catechismo: «La pena di morte è inammissibile»

2) “Perché la moralità necessita della pena di morte”

3) Ucciso Christopher Young, perdonato dal figlio della sua vittima

4) Raymond Tibbetts è salvo in Ohio!

5) John Kasich ha perso l’occasione di concedere l’ottava grazia

6) Il governatore Pete Ricketts ha finalmente il suo ‘giustiziato’

7) Lo Sri Lanka deciso a riprendere le esecuzioni per reati di droga

8) In Giappone impiccate tredici persone

9) Aumentano le richieste di pena di morte in Turchia

10) Graczyk va in pensione dopo aver assistito a 430 esecuzioni in Texas

11) Notiziario: Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran, Tennessee

1) LA MODIFICA AL CATECHISMO: «LA PENA DI MORTE È INAMMISSIBILE»

 

Per dare una concisa, ma esauriente e precisa notizia del definitivo ed inequivocabile pronunciamento di Papa Francesco contro la pena di morte, riportiamo l'articolo di Gianni Cardinale, vice direttore dell'Osservatore Romano, pubblicato il 2 agosto u. s. nel sito www.avvenire.it

 

Papa Francesco cambia il Catechismo per dichiarare sempre “inammissibile” la pena di morte e per dichiarare che la Chiesa cattolica “si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. Lo fa con un rescritto del cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, datato il 1° agosto e pubblicato oggi 2 agosto a mezzogiorno.

Nel testo si legge che papa Francesco nell'udienza concessa al porporato lo scorso 11 maggio ha approvato una nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, disponendo che venga tradotta nelle diverse lingue e inserita in tutte le edizioni del Catechismo, che venne pubblicato nel 1992 e in editio typica nel 1997.

Nella prima edizione del 1992, redatta in francese, il Catechismo ricordava che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa ha riconosciuto la fondatezza del diritto e del dovere dell’autorità pubblica legittima” di rispondere “con pene proporzionate alla gravità dei delitti, senza escludere nei casi di estrema gravità la pena di morte”.

Nella versione normativa del 1997 si era registrata una riformulazione in senso restrittivo. In essa si affermava che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”. Tuttavia il Catechismo, citando l’enciclica Evangelium vitae del 1995, specificava che “a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo ‘sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti’”.

La nuova versione approvata da papa Francesco fa un ulteriore passo in avanti. Il nuovo paragrafo 2267 infatti ricorda che “per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune”. Oggi però, aggiunge, “è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi”. Inoltre, “si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato”. Senza contare che “sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi”.

“Pertanto – stabilisce quindi la nuova versione del Catechismo citando un discorso di papa Francesco dell’ottobre 2017 [v. n. ] - la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che ‘la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo”. Il rescritto pubblicato oggi è accompagnato da una lettera esplicativa ai vescovi di tutto il mondo firmata dal prefetto Ferrer e dal segretario della Congregazione per la dottrina della fede, l’arcivescovo Giacomo Morandi. Lettera approvata da Papa Francesco che ne ha ordinato la pubblicazione.

Nella Lettera si ricorda innanzitutto che Papa Francesco, nel Discorso tenuto l’11 ottobre 2017 in occasione del venticinquesimo anniversario della pubblicazione della Costituzione Apostolica Fidei depositum, con la quale Giovanni Paolo II promulgava il Catechismo della Chiesa Cattolica, aveva chiesto che fosse riformulato l’insegnamento sulla pena di morte, in modo da raccogliere meglio lo sviluppo della dottrina avvenuto su questo punto negli ultimi tempi.

Sviluppo che “poggia principalmente sulla coscienza sempre più chiara nella Chiesa del rispetto dovuto ad ogni vita umana”. Sviluppo in cui è stato “di grande importanza l’insegnamento della Lettera enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II”, che, come già visto, “è stato raccolto poi nell’editio typica del Catechismo della Chiesa Cattolica”.

La Lettera ai vescovi ricorda anche che Giovanni Paolo II “è intervenuto anche in altre occasioni contro la pena di morte, appellandosi sia al rispetto della dignità della persona sia ai mezzi che possiede la società odierna per difendersi dal criminale”. E che “la spinta ad impegnarsi per l’abolizione della pena di morte è continuata con i Pontefici successivi”, Benedetto XVI e Papa Francesco.

Nella Lettera si spiega quindi che la nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica, approvata da Papa Francesco, “si situa in continuità con il Magistero precedente, portando avanti uno sviluppo coerente della dottrina cattolica”, in quanto “esprime un autentico sviluppo della dottrina, che non è in contraddizione con gli insegnamenti anteriori del Magistero”.

La Lettera sottolinea come nella nuova redazione “si aggiunge che la consapevolezza sulla inammissibilità della pena di morte è cresciuta ‘alla luce del Vangelo’”. Il Vangelo, infatti, “aiuta a comprendere meglio l’ordine creaturale che il Figlio di Dio ha assunto, purificato e portato a pienezza”. E “ci invita anche alla misericordia e alla pazienza del Signore che dà a ciascuno il tempo per convertirsi”.

La Lettera infine rimarca che la nuova formulazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica “vuole costituire una spinta a un deciso impegno, anche attraverso un rispettoso dialogo con le autorità politiche, affinché sia favorita una mentalità che riconosca la dignità di ogni vita umana e vengano create le condizioni che consentono di eliminare oggi l’istituto giuridico della pena di morte laddove è ancora in vigore”.

2) “PERCHÉ LA MORALITÀ NECESSITA DELLA PENA DI MORTE” (*)

Aspre reazioni alla presa di posizione abolizionista del Papa

 

Dopo l'ennesima, ora ufficiale e inequivocabile presa di posizione del Papa contro la pena di morte, sono usciti numerosissimi articoli, specie negli Stati Uniti, che - in modo rozzo o, raramente, intelligente - anche in ambito cattolico, contestano le affermazioni di Francesco. L'articolo di David Weinberger pubblicato il 21 agosto su American Thinker, che riportiamo tradotto e commentato nelle note da Grazia, mostra bene l’asprezza e l’ipocrisia delle contestazioni nei riguardi del Papa.

 

La recente dichiarazione del papa che la pena di morte è “inaccettabile” riflette un punto di vista oggi accettato. Il pensiero convenzionale afferma che la pena capitale non soltanto non è un deterrente alla criminalità, ma mette a morte persone innocenti; infligge una “punizione crudele e inusuale”, e, come ha detto il papa, “attacca la dignità della persona”.

La questione della pena capitale trascende tutto ciò. Prima di esaminarla però consideriamo i punti suddetti.

Innanzi tutto, la pena di morte è un deterrente al crimine? Mentre gli studiosi non concordano sulle prove, il senso comune dovrebbe farci ritenere che lo sia (1). Come ha ipotizzato Ernest van den Haag, immaginate che chi commette un omicidio il lunedì, mercoledì, venerdì e domenica venga condannato all’ergastolo, mentre chi commette un omicidio il martedì, giovedì e sabato venga condannato a morte. In che giorni è più probabile che verranno commessi gli omicidi? […]

Secondo, la pena capitale uccide degli innocenti? Qualsiasi persona onesta deve ammettere che non c’è alcun modo di eliminare completamente il rischio che una persona non colpevole venga giustiziata. È moralmente orribile che ciò succeda. Tuttavia, questo rafforza il motivo per cui la pena di morte dovrebbe essere riservata ai peggiori assassini, e solo quando le prove sono incontrovertibili.

Inoltre abolendo la pena di morte si avrebbero più innocenti uccisi che mantenendola in vigore. È assai frequente che gli assassini continuino a uccidere sia mentre sono in carcere che dopo la liberazione, mentre è assai raro che un innocente venga giustiziato. In tal modo, la triste scelta a cui

siamo sottoposti è se sia meglio uccidere più innocenti abolendo la pena di morte o meno innocenti mantenendola.

Viene anche spesso domandato come si possa essere a favore della vita ma anche a favore della pena di morte. La risposta è che il termine “a favore della vita” significa in realtà “a favore della vita innocente”. Togliendo una vita innocente, l’assassino aliena questo diritto nei confronti di se stesso. Non vi è pertanto alcuna contraddizione nell’essere anti-aborto e pro-pena di morte. (2)

Terzo, la pena di morte infligge “una punizione crudele ed inusuale”? Questo argomento spesso ripiega sulla disparità tra le razze colpite dalla pena di morte. Dal momento che i neri sono giustiziati in modo sproporzionato, questo argomento sostiene che la pena di morte è ipso facto razzista e deve essere abolita. Questo pensiero è però molto dubbio. Innanzi tutto, dal momento che gli uomini sono giustiziati in numero molto maggiore rispetto alle donne, allora bisogna dedurne che la pena capitale è “sessista”? Certamente no. Ciò accade perché gli uomini commettono la stragrande maggioranza dei crimini passibili di pena di morte. Similmente, accade che gli uomini neri commettano un numero molto più grande di crimini gravi rispetto ai bianchi. (3) [...]

Comunque, anche ammesso che i neri vengano puniti più spesso per i loro crimini, ciò significherebbe che i bianchi dovrebbero essere puniti allo stesso modo per i loro, non che la punizione in se stessa dovrebbe essere abolita.

Quarto, molti ritengono, come dice il papa, che la pena capitale sia un ‘attacco alla dignità della persona’. Perché? Perché riduce il valore dell’essere umano. Come affermato in un articolo, ‘fare affidamento sulla pena di morte ci sminuisce ed è un segno di crescente disprezzo della vita umana’.

Al contrario, la pena di morte eleva l’essere umano. Che cosa potrebbe indicare meglio il valore che diamo alla vita umana della punizione che applichiamo per chi la distrugge? È invece proprio la disapprovazione per la pena capitale che riflette un atteggiamento più tenero verso il male e una svalutazione della vita umana. Come afferma A.L. Goodhart, ‘La corrispondenza contenuta nella punizione è l’espressione della disapprovazione del crimine da parte della comunità, e se questa corrispondenza non viene riconosciuta, allora anche la disapprovazione del crimine può scomparire. Una comunità troppo pronta a perdonare il malfattore può finire col perdonare il crimine’. […]

Consideriamo Khalid Sheik Mohammed (KSM), che fu la mente degli attacchi dell’11 settembre e che decapitò il giornalista del Wall Street Journal, Daniel Pearl, facendosi filmare mentre lo uccideva. Egli è stato tenuto in vita per 17 anni dopo aver orchestrato l’assassinio di quasi 3.000 Americani. Mentre i familiari delle vittime soffrono, egli è detenuto a Guantanamo, dove i prigionieri guardano film e notiziari alla tv, spesso mentre si riposano su soffici sedie a sdraio (4). Inoltre gli è stato concesso di parlare in pubblico aggredendo con arroganza le sue vittime e i loro cari. ‘Ho decapitato con la mia mano destra benedetta un Ebreo americano, Daniel Pearl, nella città di Karachi, in Pakistan.’, si è vantato con un giornalista. ‘Per chi desidera averne la conferma, ci sono mie fotografie in Internet mentre tengo in mano la sua testa’. Chiedetevi, KSM si merita di vivere? Che mi dite delle sue vittime? Tenerlo in vita per un malriposto senso di compassione infligge maggiore crudeltà alle sue vittime e ai loro cari. Come afferma la saggezza del Talmud, la gentilezza verso il crudele finisce con l’essere crudeli verso chi è gentile. […]

Ma l’indifferenza nei confronti della giustizia significa apatia nei confronti della bontà. Una società che non vuole giustiziare chi se lo merita mostra di mancare di rispetto verso la bontà e di non tener conto della giustizia. Pertanto, per amore di una società buona e giusta, la pena capitale deve essere mantenuta. (5)

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(1) Numerosissimi studi spesso citati da Amnesty International dimostrano che la pena di morte non è un deterrente speciale. In molti casi chi uccide non è lucido e razionale, agisce sotto forti spinte emotive e non si ferma a riflettere sulle conseguenze dei propri atti. Ci sono casi di criminali che hanno preso in ostaggio persone in stati senza pena di morte, poi hanno attraversato il confine e sono entrati in stati con la pena di morte, e lì hanno ucciso gli ostaggi.

(2) La vita umana è sacra per tutti, innocenti e colpevoli, e a tutti deve essere lasciato il diritto di cambiare e redimersi. La persona che commette un crimine può avere attenuanti e di queste David

Weinberger non tiene minimamente conto. Inoltre, se si è davvero sempre a favore della vita innocente, non ci si deve permettere mai di uccidere innocenti, e si torna quindi al tema degli innocenti che un sistema con la pena capitale mette necessariamente a morte.

(3) I neri (e le altre minoranze etniche) furono e sono vittime della povertà, dell’ignoranza, della segregazione e dell’incuria per la loro salute da parte della società (e ciò è frutto del razzismo che sta a monte di quello relativo all’applicazione della pena di morte). Weinberger dimentica inoltre che la pena di morte dilaga proprio negli stati del sud degli USA, dove prima vigeva la schiavitù…

(4) Questo saggista non deve aver ben presenti le condizioni di vita dei detenuti a Guantanamo… e si è evidentemente scordato delle tecniche di tortura, come il famigerato ‘waterboarding’ o ‘tecnica del sottomarino’ usate proprio a Guantanamo per estorcere confessioni, vere o false… altroché sedie a sdraio e tv! (Sulle torture inflitte a Khalid Sheik Mohammed, v. n. 249 e nn. ivi citati).

(5) Chissà perché David Weinberger non si chiede come mai, allora, gli USA condividono la passione per la pena di morte con le nazioni dittatoriali, tutt'altro che ‘società buone e giuste’, dove la dignità dei singoli esseri umani è largamente calpestata. (*) v. https://www.americanthinker.com/articles/2018/08/why_morality_demands_the_death_penalty.html

3) UCCISO CHRISTOPHER YOUNG, PERDONATO DAL FIGLIO DELLA SUA VITTIMA

 

Christopher Young è stato l’ottavo condannato ad essere messo a morte quest’anno in Texas. Non sono valsi a fermare la sua esecuzione né le richieste di grazia, né il perdono dei familiari della sua vittima, né il cambiamento di vita e il pentimento del condannato. Young è nero e ciò può aver influito negativamente sulla sua sorte.

 

Il 17 giugno 2018 è stata eseguita in Texas la condanna capitale del 34-enne Christopher Young che si trovava da 12 anni nel braccio della morte per aver ucciso nel 2004, in un tentativo di rapina, Hasmukh “Hash” Patel, proprietario di un mini market di San Antonio.

Qualche speranza in una grazia era giustificata dal fatto il 22 febbraio scorso il Governatore Greg Abbott aveva concesso la grazia ad un altro condannato a morte, il bianco Thomas Whitaker (1)

Non sono valsi a fermare l’esecuzione né le richieste di grazia, né il perdono dei familiari della sua vittima, né il cambiamento di vita e il pentimento del condannato. Young è nero e ciò può aver influito negativamente sulla sua sorte.

Christopher Young, appassionato di scacchi e di musica, entrò a far parte di una sanguinosa banda di strada dopo l’uccisione di suo padre durante una rapina. Seguirono anni di sregolatezze e di delinquenza fino alla tragica uccisione di Patel.

Young non ha mai negato la sua colpevolezza, tra l’altro ripresa da una telecamera di sorveglianza, ma ha giustificato il suo comportamento con il suo stato fisico dopo aver bevuto una ventina di birre ed aver assunto cocaina.

Durante gli anni di detenzione il suo comportamento è profondamente cambiato, ha aiutato i compagni in difficoltà, assistendo quelli invalidi e si è soprattutto preoccupato dei ragazzi di strada portando la sua storia come esempio perché potesse essere di incitamento a cambiar vita: “Nessuno parla loro, io non posso riportare in vita Hash ma posso fare qualcosa affinché non vi siano più Hash”.

Il figlio della sua vittima, Mitesh Patel, si è prodigato per la clemenza nei confronti di Young affermando che, sebbene al momento della condanna aveva pensato che giustizia fosse stata fatta, aveva riflettuto che niente avrebbe ridato la vita a suo padre. Al contrario l’esecuzione non avrebbe portato nulla di buono, avrebbe condannato un uomo profondamente cambiato e lasciato le sue giovani figlie senza un padre.

Mitesh Patel è andato a trovare Christopher Young nel braccio della morte il giorno prima dell’esecuzione. Sul lettino dell’esecuzione, prima di ricevere l’iniezione letale, il condannato ha dichiarato: “Voglio essere sicuro che la famiglia Patel sappia che amo loro come loro amano me.”

Christopher Young ha lasciato tre figlie piccole (2).

Young è stato l’ottavo prigioniero giustiziato quest’anno in Texas, il 35° giustiziato da quando Greg Abbott è stato eletto Governatore del Texas e il 553° giustiziato da quando è stata ripristinata nello stato la pena di morte nel dicembre del 1982. (Pupa)

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(1) V. n. 246

(2) Una delle figlie si vede alla fine del filmato: https://abc13.com/texas-killer-tells-victims-family-he-loves-them-before-execution/3778021/

4) RAYMOND TIBBETTS È SALVO IN OHIO!

 

Raymond Tibbetts, il condannato a morte dell’Ohio per il quale anche i nostri lettori hanno invocato clemenza, ha ricevuto la grazia del Governatore John Kasich il 20 luglio scorso.

 

Il precedente Foglio di Collegamento (1) si apriva con due ampi articoli sul caso di Raymond Tibbetts condannato a morte in Ohio. Nel secondo articolo chiedevamo a tutti i lettori di inviare messaggi al Governatore John Kasich, ancora in grado di intervenire per evitare l'iniezione letale a Tibbetts nonostante il fatto che la Commissione per le Grazie gli avesse raccomandato di non intervenire.

Bene, la nostra tenue speranza si è realizzata: il 20 luglio Kasich ha commutato in ergastolo la condanna a morte di Raymond Tibbetts! E lo ha fatto proprio per il motivo sottolineato dai suoi difensori: la mancata descrizione in sede processuale delle sevizie subite nell'infanzia da lui e dai suoi fratellini.

Il Governatore John Kasich ha annunciato la concessione della grazia dichiarando che "la mancata presentazione delle attenuanti da parte della difesa, cui si aggiunse l'erronea descrizione dell'infanzia di Tibbetts da parte dell'accusa, impedì in effetti alla giuria di emettere una decisione informata sul fatto che Tibbetts meritasse o meno la pena di morte".

Ricordiamo che il passo compiuto dal Governatore consegue all'impegno di Ross Geiger, un giurato che partecipò al processo originario a carico di Raymond Tibbetts tenutosi nel 1998, il quale si è battuto contro l'esecuzione della sentenza dopo aver conosciuto i terribili fatti avvenuti durante l'infanzia di costui. Geiger prima ha ottenuto il rinvio dell’esecuzione, originariamente fissata per il 13 febbraio, al 17 ottobre e poi la grazia.

Contro la concessione della grazia si è invano battuto Mark Hicks nipote di una delle due vittime di Tibbetts.

Nel numero scorso abbiamo invitato i lettori a scrivere al Governatore John Kasich per perorare la grazia in favore di Raymond Tibbetts, ora ringraziamo i lettori che hanno scritto congratulandoci con loro.

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(1) V. https://www.comitatopaulrougeau.org/06-2018

5) JOHN KASICH HA PERSO L’OCCASIONE DI CONCEDERE L’OTTAVA GRAZIA

 

Se il gornatore dell’Ohio John Kasich avesse concesso la grazia a Robert Van Hook, responsabile di un folle atroce omicidio commesso 33 anni fa, avrebbe raggiunto un record in fatto di clemenza.

 

Il 18 luglio alle 10:44’ il 58-enne Robert Van Hook è stato dichiarato morto in Ohio dopo aver ricevuto un’iniezione letale quale condanna per un omicidio che egli commise 33 anni fa: preso da un raptus durante un rapporto omosessuale, uccise a coltellate, smembrò e profanò il corpo del 25-enne David Self.

Durante il processo la difesa di Van Hook aveva sostenuto invano che egli non fu responsabile dell’omicidio perché malato mentale.

In maggio la Commissione per le Grazie aveva respinto la sua richiesta di clemenza.

Il governatore John Kasich aveva respinto la domanda di grazia avanzata in extremis perdendo così l’occasione di concedere 8 grazie prima dello scadere del suo mandato (non sono previste altre esecuzioni in Ohio prima di quel momento). Peccato: egli ha concesso 7 grazie (compresa quella data a Raymond Tibbetts) durante i suoi due mandati e 8 grazie sarebbero state un record negli USA.

Prima di morire Robert Van Hook ha detto piangendo al fratello, alla sorella e al cognato della sua vittima di essere veramente addolorato per averli privati del loro congiunto.

Era arrivato il giorno prima al carcere di Lucasville, dove c’è la stanza attrezzata per dare la morte. JoEllen Smith, portavoce del carcere, ha precisato che Van Hook ha passato la giornata guardando la TV, dormendo, sentendo musica e telefonando ai sui familiari. La notte era stato agitato e non aveva praticamente dormito. La mattina aveva ricevuto la Comunione e cantato un canto buddista con un suo amico.

L’associazione abolizionista dell’Ohio aveva invano manifestato nella capitale Columbus e presso il carcere di Lucasville. “Il nostro pensiero va a David Self, alla famiglia di Robert Van Hook e a coloro che devono compiere un’altra esecuzione”, aveva dichiarato Kevin Werner direttore esecutivo dell’associazione.

6) IL GOVERNATORE PETE RICKHETTS HA FINALMENTE IL SUO ‘GIUSTIZIATO’

 

Il governatore del Nebraska Pete Ricketts, che si è dato molto da fare ed ha speso di tasca propria per riristinare la pena di morte abolita nel suo stato nel 2015, il 14 agosto ha avuto la soddisfazione di avere una prima esecuzione quando è stata somministrata l’iniezione letale a Carey Dean Moore.

 

Alle 10:57’ del 14 agosto, Carey Dean Moore condannato alla pena capitale in Nebraska è stato dichiarato morto. Un minuto dopo è cominciata una conferenza stampa in TV in cui la notizia è stata resa di pubblico dominio (1).

Si è trattato della prima esecuzione capitale compiuta in quello stato dopo il 1997.

Ricordiamo che la pena di morte era stata abolita in Nebraska dal Parlamento il 27 maggio 2015 quando il governatore Pete Ricketts aveva invano tentato di opporre il suo veto. Un anno e mezzo dopo però, con un referendum tenutosi nell'infausto election day dell'8 novembre 2016, voluto e in parte finanziato dallo stesso Ricketts, la ‘massima punizione’ era stata ripristinata (2)

L’attaccamento alla pena di morte Pete Ricketts, che si professa cattolico praticante, non è stato scalfito neanche dalla presa di posizione abolizionista di papa Francesco. “Anche se io rispetto la visione del papa, la pena capitale rimane il volere del popolo e la legge dello stato del Nebraska, ha dichiarato Ricketts. “Essa è uno strumento importante per proteggere le nostre guardie carcerarie e la sicurezza pubblica. Lo stato continuerà ad eseguire le sentenze emesse delle corti.”

Le cronache precisano che l’Ordine di esecuzione è stato letto a Carey Dean Moore alle 9:15’. Alle 10 il Ministero della Giustizia ha verificato che non ci fossero questioni legali dell’ultimo minuto che impedissero di procedere. Quindi Carey Dean Moore è stato scortato nella stanza dell’esecuzione, è stato legato al lettino, gli sono stati inseriti degli aghi cannula ed è stato collegato ad un monitor cardiaco.

Dieci testimoni sono stati scortati nella camera della morte.

Attraverso gli aghi è passata una massiccia dose di Valium, poi il direttore della prigione ha controllato se il condannato fosse cosciente. I testimoni hanno assistito alla somministrazione del citrato di fentanyl (un oppioide 100 volte più potente della morfina) e alla successiva infusione di due farmaci destinati a bloccare il respiro e a fermare il cuore.

Da notare che per 14 minuti sono state chiuse le tende che impediscono ai testimoni di vedere quello che succede nella stanza della morte. Ne è seguita una contestazione da parte della senatrice Patty Pansing Brooks, contraria alla pena capitale, che ha accusato le autorità carcerarie di aver voluto nascondere qualcosa che non ha funzionato come previsto durante l’esecuzione e/o espressioni di sofferenza del condannato.

Gli addetti hanno dichiarato che l’esecuzione è stata completata alle 10:57’.

Carey Dean Moore fu condannato alla pena capitale nel 1980 per aver ucciso due tassisti nel 1979. Nel corso degli anni erano state fissate per lui 7 date di esecuzione mediante sedia elettrica. Le corti sono intervenute ogni volta ed hanno sospeso l’esecuzione. Egli è rimasto nel braccio della morte per 38 anni, più di qualsiasi altro condannato a morte degli USA.

Egli era ormai un ‘volontario per l’esecuzione’: aveva espresso ai suoi legali il desiderio di morire pregandoli di sospendere gli appelli.

La casa farmaceutica tedesca produttrice dei farmaci letali si è battuta per evitare l’esecuzione ma, dopo aver perso un appello presso la Corte federale d’Appello dell’Ottavo circuito, ha deciso di non adire la Corte Suprema USA.

Da notare il gesto, simbolico ma di grande valore morale, compiuto dal forte movimento abolizionista del Nebraska che ha raccolto oltre 60 mila firme in calce ad una petizione in favore di Carey Dean Moore e le ha consegnate al governatore Pete Ricketts il 13 agosto.

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(1) Vedi, inframmezzati da spezzoni pubblicitati, i filmati: https://www.wowt.com/content/news/Death-row-inmate-Moore-executed-by-lethal-injection-490829741.html

(2) Sulla pena di morte in Nebraska e su Pete Rickhetts v. n. 248 e nn. ivi citati, su Carey Moore v. n. 249.

7) LO SRI LANKA DECISO A RIPRENDERE LE ESECUZIONI PER REATI DI DROGA

 

La pena di morte è caduta praticamante in disuso nella grande isola dell’Oceana Indiano. Ma l’attuale presidente Maithripala Srisenasta è deciso a rimettere in moto al più presto la macchiana della morte con l’impiccagione di una ventina di persone responsabili di reati di droga.

 

“Lo Sri Lanka [Ceylon] deve ritirarsi da ogni piano di implementazione della pena di morte e conservare il record positivo nell’astenersi da tale pena crudele e irreversibile”, ha dichiarato Amnesty International l’11 luglio.

“Si sa che il presidente Maithripala Srisenasta sta portando aventi un piano per uccidere 19 condannati a morte per reati di droga.

“Riprendendo le esecuzioni dopo più di 40 anni, lo Sri Lanka danneggerà enormemente la propria reputazione. Il governo deve immediatamente bloccare le esecuzioni e commutare tutte le sentenze di morte come primo passo verso la totale abolizione”, ha dichiarato Dinushika Dissanayake vice direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale.

“Lo Sri Lanka è stato un paese leader nella regione con un invidiabile record nell’evitare tale crudele e irreversibile punizione al tempo in cui altri paesi persistevano nell’applicarla. Ora che la maggioranza del mondo ha voltato le spalle alla pena di morte, esso rischia di andare nella direzione sbagliata e di aggiungersi alla minoranza in diminuzione degli stati che persistono in questa orrenda pratica.”

“Amnesty International si oppone in maniera assoluta alla pena di morte in ogni circostanza, indipendentemente da quali siano i crimini e i metodi di esecuzione adottati.”

Dopo vari pronunciamenti delle autorità in tal senso, il 21 luglio il presidente dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, ha chiarito nel suo sito web che la decisione di implementare la pena di morte per gli spacciatori di droga “non sarebbe cambiata per nessuna ragione nonostante le obiezioni avanzate da più parti in proposito”.

Si profila dunque a breve l’interruzione della moratoria in atto nel paese fin dal 1976.

L’aumento della criminalità nel mondo della droga ha favorito la crescita della domanda di pena di morte da parte del pubblico e il governo intende seguire tale tendenza.

Il governo dello Sri Lanka ha chiarito che vuole mettere a morte coloro che hanno approfittato della moratoria in atto dal 1976 per continuare a lucrare dal commercio della droga, anche se detenuti.

Non è stata ancora fissata la data per la prima esecuzione. Il presidente Maithripala Sirisena ha ordinato ai magistrati, ai direttori delle carceri e alla polizia di formare un comitato per decidere chi deve essere messo a morte, tale comitato ha presentato una lista di 18 condannati da uccidere.

La decisione di por termine alla moratoria ha provocato reazioni da parte dell’Unione Europea, di Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Olanda, Romania, Canada e Norvegia che hanno chiesto a Sirisena di mantenere la moratoria e riaffermare la tradizionale opposizione alla pena di morte. Questi paesi hanno precisato che si oppongono alla pena capitale “in tutte le circostanze e in tutti i casi” e che la pena capitale è incompatibile con la dignità umana, non ha nessun potere deterrente provato, e rende gli errori giudiziari fatali e irreversibili.

8) IN GIAPPONE IMPICCATE TREDICI PERSONE

 

Nel giro di 20 giorni sono stati impiccati 13 condannati a morte in varie carceri del Giappone. Si tratta di un triste record nel paese che negli ultimi anni ha usato moderatamente la pena di morte.

 

Il 6 luglio scorso sono stati impiccati sette uomini detenuti in diverse carceri giapponesi. Un tal numero di esecuzioni nello stesso giorno è il più alto nella storia recente della pena di morte in Giappone, da quando il boia riprese la sua attività nel 1993 dopo una moratoria di quattro anni.

E il 26 luglio sono stati impiccati altri 6 uomini!

I tredici ‘giustiziati’ erano tutti appartenenti alla setta AUM Shinrikyo, che il 20 marzo 1995 compì un attentato con gas nervino in tre stazioni della metropolitana di Tokyo. Tra i sette impiccati il 6 luglio c’era il 63-enne Chizuo Matsumoto, conosciuto anche col nome di Shoko Asahara, fondatore della setta, accusato di aver istigato i suoi seguaci a compiere atti terroristici, e di altri svariati capi di imputazione, tra cui l’omicidio dell’avvocato Tsutsumi Sakamoto (che si opponeva alla setta), di sua moglie e di un loro figlioletto di 1 anno (1).

Le condanne a morte di tutti questi uomini erano state confermate in via definitiva tra il 2009 e il 2011. All'inizio di quest’anno sono state risolte diverse questioni ancora pendenti riguardanti la setta, per cui ci si aspettava che le esecuzioni dei condannati avrebbero potuto essere effettuate da un momento all'altro.

La setta AUM Shinrikyo fu costituita nel 1987 e attrasse molti giovani tramite la pratica dello yoga e di corsi di meditazione che, si affermava, avrebbero dato ai partecipanti speciali capacità. Tra gli affiliati, molti erano laureati disgustati dal materialismo che stava diffondendosi negli anni Ottanta a seguito del boom economico in Giappone. Nel 1989 l’organizzazione fu ufficialmente proclamata un ordine religioso. Vi si praticava un miscuglio di Buddismo e Induismo, fino a quando la setta si trasformò in un culto apocalittico paranoico, incentrato sul suo leader, che affermava di essere un messia. In occasione delle elezioni del 1990 Chizuo Matsumoto e altri affiliati si candidarono per il Parlamento, ma non furono eletti, anzi il pubblico iniziò a criticare aspramente quest’organizzazione che pretendeva ricche “offerte” dai suoi membri.

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La Ministra Yoko Kamikawa fa una dichiarazione alla stampa dopo le esecuzioni del 6 luglio

AUM Shinrikyo arrivò ad avere circa 10.000 affiliati in Giappone negli anni ’90, e altre migliaia in Russia e altri paesi. Secondo la polizia, un gruppo con circa 1.500 affiliati è tuttora attivo in Giappone con il nome di Hikari No Wa (Cerchio di Luce dell’Arcobaleno).

Ebbe una grande risonanza l'attentato compiuto la mattina di 20 marzo 1995 quando alcuni affiliati della setta perforarono sacche di plastica contenenti gas nervino in tre linee della metropolitana di Tokyo, uccidendo 13 persone e infliggendo lesioni ad altre 6.000. Già nel 1994 un altro attentato di questo tipo aveva ucciso 7 persone: alcuni membri avevano spruzzato gas nervino in un complesso residenziale dove abitavano dei giudici incaricati di seguire un’inchiesta sulla setta.

Quando il suo processo ebbe inizio nel 1996, Asahara si dichiarò innocente, affermando che erano stati i suoi discepoli a commettere l’attentato. Fu però ugualmente condannato a morte nel 2004 sulla base del fatto che “aveva pianificato di espandere il potere del culto religioso armandolo, e che ambiva ad assumere il controllo del Giappone, nel nome della salvezza, autoproclamandosi re”.

13 membri della setta furono condannati a morte, e sono stati appunto ‘giustiziati’ in parte il 6 luglio e in parte il 26 luglio scorsi (2).

La polizia è stata allertata per eventuali rappresaglie a seguito di queste esecuzioni.

Ricordiamo che i condannati a morte in Giappone non vengono avvisati con anticipo della loro esecuzione e che essa avviene per impiccagione all’interno del carcere, senza testimoni esterni, alla sola presenza delle guardie e di un cappellano. Tre guardie premono contemporaneamente tre bottoni, di cui uno solo spalanca la botola in cui precipita il condannato.

La Ministra della Giustizia, Yoko Kamikawa, ha dichiarato in conferenza stampa di aver ordinato le esecuzioni dopo “attenta considerazione” e ha aggiunto che “la maggior parte dei Giapponesi ritiene la pena di morte necessaria per punire i crimini più brutali e malvagi”. In effetti, un sondaggio effettuato dal governo nel 2014 ha dimostrato che l’80,3% della popolazione è a favore della pena capitale.

L’Unione Europea ha pesantemente criticato queste tredici esecuzioni: la sua delegazione in Giappone e gli ambasciatori delle nazioni europee hanno rilasciato una dichiarazione unificata in cui si afferma che gli errori sono inevitabili in qualsiasi sistema giudiziario e [con la pena di morte] sono irreversibili. Hanno chiesto al governo giapponese di adottare una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione totale della pena di morte.

Anche il presidente della JFBA (Federazione Giapponese degli Ordini degli Avvocati), Yutaro Kikuchi, ha condannato le esecuzioni: “Le punizioni non dovrebbero essere inflitte ai criminali solo per vendetta, ma dovrebbero servire a prevenire il ripetersi dei crimini, e tendere alla riabilitazione e al reinserimento dei criminali nella società.”

Il 26 luglio Amnesty International ha protestato opinando che l'ondata di esecuzioni non renderà il Giappone più sicuro. (Grazia)

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(1) Il 6 luglio oltre ad Asahara sono stati impiccati: Kiyohide Hayakawa, di 68 anni, Yoshihiro Inoue, di 48 anni, Tomomitsu Niimi, di 54 anni, Masami Tsuchiya, 53 anni; Tomomasa Nakagawa, di 55 anni e Seiichi Endo di 58 anni.

(2) Il 26 luglio sono stati messi a morte: Satoru Hashimoto di 51 anni; Toru Toyoda, 50; Kenichi Hirose, 54; Yasuo Hayashi (poi chiamato Yasuo Koike), 60; Masato Yokoyama, 54; nonché Kazuaki Okazaki (poi chiamato Kazuaki Miyamae), 57. N. B. Due detenuti cambiarono i loro nomi mentre erano in prigione.

9) AUMENTANO LE RICHIESTE DI PENA DI MORTE IN TURCHIA

 

Continuano le richieste di ripristinare la pena di morte in Turchia. Il primo a chiedere il ripristno della forca è presidente Recep Tayyip Erdogan che però deve fare i conti con l’Unione Europea nella quale la Turchia aspira ad entrare.

 

Proprio allo scadere dei due anni dello ‘stato di emergenza’ decretato in Turchia a luglio del 2016 dopo il tentato golpe dei militari che cercarono di defenestrare il presidente Recep Tayyip Erdogan, e mentre Amnesty auspica l’avvento di una vera democrazia nel paese, si sono intensificate le voci riguardo al ripristino della pena di morte, abolita per tutti i reati nel 2004 (1) per consentire l’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Negli ultimi anni lo stesso presidente Erdogan ha parlato più volte del ripristino della pena di morte auspicando un cambiamento della Costituzione turca che ora la proibisce. (2)

All’inizio di luglio Recep Tayyip Erdogan ha parlato di castrazione e di pena capitale per i pedofili.

Il 1° agosto lo stesso Erdogan, recandosi al funerale di una 24-enne e del suo figlioletto uccisi in un attentato attribuito ai ribelli kurdi, ha promesso di sterminare “fino all’ultimo” i separatisti kurdi.

In tale clima si riparla di pena capitale per Abdullah Ocalan.

Ricordiamo che Abdullah Ocalan, leader del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) - che ha combattuto per l’indipendenza del Kurdistan ed è stato arrestato in Kenya nel 1999 dai servizi segreti turchi in collaborazione con la CIA - fu condannato a morte e la sua condanna è stata commutata in ergastolo al momento dell’abolizione nel 2004.

Detenuto in condizioni durissime, Ocalan ha assunto via via un atteggiamento pacifista auspicando il raggiungimento dell’indipendenza del Kurdistan attraverso trattative anziché con la lotta armata.

Ora l’esponente dell’estrema destra turca Mustafa Destici chiede la reintroduzione della pena capitale e l’esecuzione di Ocalan affermando che la di lui maturazione pacifista è una finzione.

Al di là delle dichiarazioni speriamo però che il governo turco non passi dalle parole ai fatti ricordando che la reintroduzione della pena capitale impedirebbe l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, con gravi conseguenza economiche (3).

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(1) Peraltro nel paese non si compivano esecuzioni dal 1984.

(2) V. nn. 230; 231; 232 Notiziario.

(3) V. n. 230.

10) GRACZYK VA IN PENSIONE DOPO AVER ASSISTITO A 430 ESECUZIONI IN TEXAS

 

Leggiamo da decenni le cronache delle numerose esecuzioni compiutre in Texas scritte da Michael Graczy, giornalista dell’ Associated Press. Ora Graczy ha raggiunto i 68 anni e va in pensione.

 

Da sempre, o almeno da quando noi ci occupiamo di pena di morte, leggiamo le cronache di Michael Graczy, il giornalista dell’Associated Press presente nella camera della morte del carcere di Huntsville in Texas in occasione di ogni esecuzione capitale portata a termine dal 1986. Anche se Graczy dice di aver perso il conto, sappiamo che si tratta di almeno 429 esecuzioni.

Molto probabilmente egli è la persona che ha assistito al maggior numero di esecuzioni dal 1976, anno in cui la pena di morte è stata ripristinata negli USA. Milioni di lettori, in Texas e negli USA, hanno letto i suoi servizi.

Ora Michael Graczy ha raggiunto i 68 anni va in pensione!

Il suo lavoro accurato e onesto è stato apprezzato da tutti. Dai condannati a morte, dalle loro famiglie, dalle famiglie delle vittime del crimine, dagli avvocati, dal personale del carcere.

Si è imposto di intervistare e fotografare ogni condannato a morte che avesse voluto parlare con lui, e di parlare con i parenti delle vittime del crimine che lo avessero voluto. Da molti è considerato un ‘testimone della storia’.

Anche dopo essere andato in pensione Graczyk intende parlare di esecuzioni, anche se non più pagato dell’Associated Press, come giornalista freelance.

“Il mio lavoro mi ha fatto apprezzare sempre più la vita.” Ha dichiarato. “Mi ha fatto apprezzare il reale senso della vita e di come essa possa essere rapidamente tolta”.

Col tempo la sua presenza nella camera della morte divento una routine, ma egli divenne sempre più accurato. Imparò a capire che cosa doveva guardare e ascoltare e imparò a capire se qualcosa andava storto. Nella maggioranza dei casi presenziare ad un’esecuzione è stato per lui come vedere qualcuno che va a dormire per non svegliarsi più.

Nel 2013 quando assistette alla 500-esima esecuzione compiuta dopo la ripresa della pena di morte, Graczyk raccontò che il condannato lo chiamò e lo salutò quando entrò nella camera della morte. Un altro condannato sputò una chiave di manette dal lettino dell’esecuzione. Un altro ancora, come ultima dichiarazione, cantò il canto natalizio "Silent Night."

È stato domandato più volte a Grazyk se ritiene che la pena di morte sia ammissibile. Egli ha risposto di essere un cattolico praticante e di rispettare gli insegnamenti della chiesa contro la pena di morte ma di non essersi posto personalmente il problema della sua liceità.

Prima di chiudere diciamo che Michael Graczyk non si è occupato solo di esecuzioni, ma anche di molti altri argomenti per spiegare il Texas al mondo, come gli uragani…

11) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Uso politico della pena di morte. Il 21 agosto in Arabia Saudita nella corte speciale anti-terrorismo l’accusa ha chiesto la pena di morte per 5 attivisti sciiti che hanno partecipato a proteste pacifiche. Tra di loro Israa al-Ghomgham prima donna sciita ad andare incontro alla pena di morte in Arabia Saudita per accuse di tal genere. Al-Ghomgham è un’attivista sciita molto conosciuta per la partecipazione in manifestazioni cominciate nel 2011 per ottenere la fine della discriminazione per i cittadini sciiti in un paese a maggioranza sunnita. Al-Ghomgham è stata arrestata insieme al marito in un raid notturno in casa loro il 6 dicembre 2015. Da allora è rinchiusa nella prigione di al-Mabahith. Se sarà condannata nel processo che proseguirà il 28 ottobre, sarà la prima donna condannata alla pena capitale per reati legati al suo impegno per i diritti degli sciiti. Human Rights Watch denuncia che la corte speciale antiterrorismo istituita nel 2008 per giudicare i terroristi è stata sempre più utilizzata per perseguire dissidenti pacifici.

 

Corea del Nord. Incerta in Malaysia la sorte delle due giovani assassine. Le due donne inviate dalla Corea del Nord in Malaysia per uccidere Kim Jong Nam fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong Un caduto in disgrazia - l’indonesiana 25-enne Siti Aisyah, e la vietnamita Doan Thi Huong, ora 29-enne – non sono state ancora processate. Potrebbero essere condannate a morte. Ora un giudice ha respinto una loro richiesta di liberazione. Ricordiamo che il 13 febbraio 2017 le due spruzzarono con gas nervino Kim Jong Nam nell’aeroporto di Kuala Lumpur provocandone la morte (v. nn. 241, 245).

 

Iran. Impiccati 8 membri dell’ISIS condannati a morte all’inizio di maggio. Il 7 luglio l’Iran ha reso noto che sono stati impiccati 8 combattenti dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) correi nell’assalto al Parlamento iraniano e alla tomba dell’ayatollah Khomeini avvenuto lo scorso anno (v. n. 249, Notiziario). L’assalto - durante il quale tutti e 5 gli assalitori furono uccisi – si verificò il 7 giugno 2017 e provocò la morte – oltre che degli assalitori - di almeno 18 persone e il ferimento di almeno altre 50 A quanto pare tale attacco è stato l’unico portato a termine da estremisti sunniti nel cuore dello stato iraniano a maggioranza sciita fortemente coinvolto nelle guerre in Iraq e in Siria. Gli impiccati si chiamavano Soleiman Mozafari, Esmail Sufi, Rahman Behrouz, Majed Mortezai, Sirous Azizi, Ayoub Esmaili, Khosro Ramezani e Osman Behrouz. Una dozzina di combattenti dell’ISIS accusati di collaborazione all’attacco del 7 giugno 2017 sono ancora sotto processo

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Paula Dyer

Tennessee. Prima esecuzione dopo nove anni di moratoria. Il 59-enne Billy Ray Irick è stato dichiarato morto alle 19:48’ del 9 agosto dopo aver ricevuto un’iniezione letale nel carcere di massima sicurezza Riverbend di Nashville in Tennessee. E’ stato così punito lo stupro e l’omicidio di Paula Dyer di 7 anni avvenuto nel 1985. Nelle settimane precedenti l’esecuzione e fino a poche ore prima si sono svolte schermaglie serrate sia a livello legale che etico tra chi voleva salvare il condannato e chi lo voleva uccidere. Argomenti forti avanzati da chi si opponeva all’esecuzione sono stati la conclamata infermità mentale del condannato e l’uso, per le esecuzioni, di una combinazione di farmaci letali in grado di infliggere gravi sofferenze al morituro ancora cosciente. L’ultimo ricorso è stato respinto con una maggioranza di 5 a 1 dalla Corte Suprema federale poche ore prima dell’esecuzione. Nella relativa sentenza la giudice Sonia Sotomayor ha motivato così il suo dissenso: “Rifiutando di concedere un rinvio a Irick, la Corte oggi ha chiuso gli occhi davanti alla reale probabilità che lo stato del Tennessee stia per infliggere parecchi minuti di tormento a un detenuto in sua custodia, nascondendo la sua sofferenza sotto una paralisi. Non posso rimanere con la coscienza tranquilla associandomi a questa ‘corsa all’esecuzione’ … se la legge permette a questa esecuzione di andare avanti nonostante gli orrendi minuti finali che Irick potrebbe passare, allora noi dobbiamo finire di dirci una nazione civile e accettare la barbarie.” Anche la Chiesa cattolica del Tennessee si è opposta invano in tutti i modi all’esecuzione di Irick. Dopo l’esecuzione i vescovi Mark Spalding di Nashville e Richard F. Stika di Knoxvill hanno rilasciato la seguente dichiarazione: “L’esecuzione di stasera di Billy Ray Irick non era necessaria. Non aveva alcuna utilità. In questo periodo di tristezza cominciato molti anni fa con la tragica e brutale morte di Paula Dyer e continuato con un’altra morte stasera, crediamo che solo Gesù Cristo possa portare consolazione e pace. Continuiamo a pregare per Paula e la sua famiglia. E preghiamo anche per Billy Ray Irick, i cui pensieri finali sono stati di rimorso e dolore. […]”

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 5 settembre u. s