FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 250  -  Giugno 2018

L’internauta Hamidreza Amini a rischio di pena di morte in Iran

SOMMARIO:

 

1) Ora solo il governatore potrebbe salvare Raymond Tibbetts

2) Scrivete al governatore dell'Ohio per la grazia a Tibbetts

3) Ancora qualche speranza in Texas per Andre Thomas, pazzo e cieco

4) Danny Bible ucciso senza alcuna complicazione in Texas

5) Impiccato in Iran appartenente a minoranza religiosa

6) Rischia la pena di morte per ‘insulti a Maometto’

7) Annullata in Sudan la condanna a morte della sposa bambina

8) Veto di Sununo: nel New Hampshire la pena di morte resta in vigore

9) Allarme: il giudice della Corte Suprema Kennedy va in pensione

10) Amnesty denuncia: Raqqa in rovina dopo la “guerra di annichilimento”          diretta dagli USA, popolazione locale devastata

11) Amnesty International a Trump: basta separare e imprigionare le                  famiglie richiedenti asilo

12) Alex Zanotelli alla stampa: “Rompiamo il silenzio sull’Africa”

13) Notiziario: Alabama, Arkansas, Oklahoma, Missouri, Myanmar

1) ORA SOLO IL GOVERNATORE POTREBBE SALVARE RAYMOND TIBBETTS

 

Il pentimento di uno dei giurati che fece condannare a morte Raymond Tibbetts non è stato ritenuto sufficiente dalla Commissione per le Grazie dell’Ohio per salvare il condannato. Ora rimane l’esile speranza che il Governatore Kasich gli conceda clemenza nonostante il parere della Commissione.

 

Per il 61-enne Raymond Tibbetts, condannato alla pena capitale nel 1998 in Ohio per duplice omicidio, la data di esecuzione è fissata per il prossimo 17 ottobre (1). Per evitare la sua uccisione occorrerebbe che il Governatore John Kasich gli concedesse clemenza, ciò nonostante il fatto che la Commissione per le Grazie abbia emesso parere contrario il 22 giugno, con una votazione di 8 a 1.

Le speranze di salvare Raymond Tibbetts sono dunque fievoli, anche se era stato proprio il Governatore a disporre una sospensione dell’esecuzione di Tibbetts l'anno scorso, dopo aver ricevuto una lettera da Ross Geiger, un giurato nel processo capitale celebrato contro costui. Geiger, nel suo scritto, dichiarava di essere rimasto molto turbato dopo aver appreso della terribile infanzia di Raymond. Nella lettera e in successive dichiarazioni, Geiger ha affermato che non avrebbe votato per la pena di morte se fosse stato adeguatamente messo al corrente, durante il processo, di questa terribile infanzia.

Per la verità ai giurati era stata data documentazione attestante questi fatti, ma, come giustamente dichiara Geiger, i giurati erano stati inondati da una montagna di carte ed era praticamente impossibile per loro leggere e comprendere tutto. Durante il processo, invece, ai giurati fu fatta solo ascoltare la testimonianza di uno psichiatra che aveva interrogato molto velocemente alcuni familiari di Tibbetts. Non era quindi emerso che Raymond e i suoi fratellini di notte venivano legati tutti insieme su un unico letto, che non ricevevano un’alimentazione adeguata, che venivano gettati giù dalle scale, picchiati sulle dita con una spatola e ustionati su stufe roventi. Geiger ha dichiarato: “Fui scioccato e veramente sconvolto per il fatto che le informazioni disponibili non furono menzionate, salvo che in modo molto vago”. Geiger ha aggiunto di non essere contro la pena di morte in generale neanche adesso, ma che nei processi capitali le giurie dovrebbero essere adeguatamente informate su tutti i possibili fattori mitiganti prima di prendere una decisione così definitiva.

Il crimine di Tibbetts fu terribile: egli, sotto l’effetto di stupefacenti di cui faceva largo uso, uccise a coltellate il 67-enne Fred Hicks e percosse a morte la di lui badante 42-enne, Judith Crawford, che Raymond stesso aveva sposato poche settimane prima. La disperazione, la solitudine morale e la follia distruttiva di quest’uomo, certo anche derivanti dalla sua infanzia atroce, lo avevano pure spinto a tentare di suicidarsi nei mesi precedenti il crimine. Un mese e mezzo prima degli omicidi, Raymond aveva anche cercato di inserirsi in un programma di cura di tossicodipendenti e alcolisti, ma invano.

Proprio come dice il nostro amico floridiano Dale Recinella, la società americana non fa quasi niente per prevenire, con cure e ricoveri adeguati, la criminalità da parte dei malati di mente e degli emarginati, salvo poi arrestarli e incriminarli appena delinquono, come spesso accade. Se poi al processo la difesa non svolge il proprio compito in modo adeguato, la condanna a morte è quasi garantita.

Nel caso di Tibbetts non resta che sperare che il Governatore dimostri lungimiranza e clemenza. Gli avvocati di Raymond chiedono di scrivere o di chiamare il Governatore, dicendogli quanto sia importante graziare Tibbetts, non solo per la dovuta compassione nei suoi confronti, ma anche per ripristinare giustizia nei processi capitali.

L'invito degli avvocati si estende naturalmente anche a voi lettori (v. art. seguente). (Grazia)

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(1) Sul caso di Raymond Tibbetts, vedi n. 246

2) SCRIVETE AL GOVERNATORE DELL'OHIO PER LA GRAZIA A TIBBETTS

 

Invitandovi a scrivere a John Kasich, Governatore dell'Ohio, per chiedere al grazia per Raymond Tibbetts, qui di seguito vi diciamo come indirizzare.

Potete inviare una lettera cartacea - probabilmente si tratta dell'azione più efficace - al seguente indirizzo:

 

Governor John Kasich

Riffe Center, 30th Floor

77 South High Street

Columbus, OH 43215 USA

Basta scrivere alcune righe, come le seguenti di cui potete anche fare copia e incolla:

Dear Governor, please grant Mr. Raymond Tibbetts clemency and commute his death sentence into life in prison. He would have never been condemned to death at his first trial, if the jurors had known of his terrible childhood. Please spare his life! Your clemency would be necessary, not only because of the compassion due to a man with such a sad background, but also to give capital trials their equity back.

Yours truly

(firma/e)

Traduzione ad uso dei lettori:

Caro Governatore, per favore conceda clemenza al Sig. Raymond Tibbetts e commuti la sua condanna a morte in ergastolo. Egli non sarebbe mai stato condannato a morte al suo primo processo, se i giurati avessero saputo della sua infanzia terribile. Per favore, gli risparmi la vita! Il suo gesto di clemenza sarebbe utile, non solo per la compassione dovuta a un uomo con un passato così triste, ma anche per ridare equità ai processi capitali. Ossequi

Ovvero potete usare i seguenti mezzi di comunicazione:

Fax: 001 614 466 9354

Telefono: 001 614 466 3555

Email tramite il sito web: http://www.governor.ohio.gov/Contact/ContacttheGovernor.aspx

Twitter: @JohnKasich

3) ANCORA QUALCHE SPERANZA IN TEXAS PER ANDRE THOMAS, PAZZO E CIECO

 

Viene riesaminato il caso di Andre Thomas che non avrebbe dovuto mai essere condannato a morte.

Il 5 giugno scorso, un panel di tre giudici della Corte Federale d'Appello del Quinto Circuito ha accolto la richiesta di revisione del caso del texano 35-enne Andre Thomas, per le gravi lacune della difesa e i pregiudizi razziali della giuria nel suo processo originario.

Del caso di questo povero giovane afroamericano, decisamente folle, ci siamo occupati nel corso degli anni (1). Ricordiamo che egli, all’età di 20 anni, fu condannato a morte per aver ucciso, in preda ad allucinazioni, la sua figliastra di 13 mesi, sua moglie di 20 anni (la madre della bimba) e il loro figlioletto di 4 anni. A queste tre persone, dopo averle uccise a coltellate, Andre aveva cavato il cuore. Aveva infine tentato di uccidersi infliggendosi tre coltellate al torace.

La sua follia aveva continuato ad evolversi in carcere, perché Andre, in due successive occasioni, si era cavato gli occhi. La prima volta, nel 2004, si tolse il primo occhio e il personale carcerario tentò di farglielo reimpiantare in ospedale, ma non fu possibile. Quando, nel 2009, Andre si cavò l’altro occhio, lo inghiottì subito, forse per timore che cercassero di ripetere il tentativo di reimpianto di 5 anni prima.

Quasi più folli di lui paiono però essere i giudici che, nel 2010, hanno dichiarato che quest’uomo era competente per essere ucciso e che il fatto di essere ormai cieco e inoffensivo non significava nulla, perché all’epoca in cui commise il suo atroce crimine, egli costituiva un pericolo per la società. La legge prevede che la pena di morte non possa essere applicata ai minorati mentali ma non impedisce l’esecuzione dei malati mentali.

Adesso, per fortuna, la decisione del 5 giugno consentirà la revisione del caso di Andre Thomas.

Maurie Levin, una tra gli avvocati di Thomas, ha dichiarato: “Siamo riconoscenti del fatto che ci sia concessa la possibilità di presentare le gravi problematiche del signor Thomas. Egli, che al momento è rinchiuso in un’unità psichiatrica, è un uomo estremamente malato di mente che fu condannato a morte in seguito a un processo altamente lacunoso.”

Secondo i suoi avvocati attuali, la difesa di Thomas all’epoca non investigò sulla sua capacità di sostenere un processo, non controbatté adeguatamente le argomentazioni dell’accusa, secondo cui il comportamento di Thomas dipendeva solo dal suo abuso di droga e alcol, e mancò di utilizzare le prove della sua malattia mentale. La moglie di Thomas era bianca e gli attuali avvocati di Andre contestano inoltre che, al suo processo originario, furono ammessi giurati razzisti non adeguatamente esaminati dagli avvocati difensori durante la loro selezione. (Grazia)

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(1) V. nn.: 117, Notiziario; 153; 166, Notiziario; 168; 180, Notiziario.

4) DANNY BIBLE UCCISO SENZA ALCUNA COMPLICAZIONE IN TEXAS

 

Il Texas ha voluto procedere con l’esecuzione di un condannato a morte in condizioni fisiche pietose.

Si temeva che le sue vene non fossero in grado di ricevere l’iniezione letale, ma la procedura mortale è stata portata termine regolarmente all’ora stabilita in un breve lasso di tempo.

 

Il 27 giugno Danny Bible è stato messo a morte il Texas un’ora dopo il rigetto del suo ultimo appello da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti. Era stato condannato a morte nel 2003.

La sua esecuzione cominciata alle 18 e 32’ è stata portate a temine nel giro di 15 minuti, un lasso di tempo normale per la procedura dell’iniezione letale.

I legali di Bible avevano sostenuto che il condannato era troppo debole e le sue le vene erano troppo compromesse e divenute inaccessibili per l’iniezione letale e che la sua esecuzione sarebbe fallita (1). Essi avevano chiesto che il condannato venisse fucilato o asfissiato con l’azoto o, nel caso in cui il Texas non fosse in grado di utilizzare tali procedure, venisse risparmiato.

In effetti la salute del condannato 66-nne era divenuta a dir poco precaria: aveva una malattia coronaria, il diabete, l’ipertensione, il morbo di Parkinson e si muoveva su una sedia a rotelle da quando nel 2003, dopo la sua condanna, l’auto su cui viaggiava verso il braccio della morte ebbe uno scontro frontale e il poliziotto che guidava perse la vita.

Gli avvocati difensori hanno invano fatto presente che Danny Bible si era pentito, era molto cambiato nel corso degli anni e non poteva far male a nessuno nella sua sedia a rotelle.

Ma certo la sua carriera criminale non è stata di lieve entità. Era stato condannato a morte per lo stupro e l’omicidio e della ventenne Inez Deaton, che nel 1979 era andata a casa sua per usare il telefono ed è stata colpita 11 volte con una piccozza (il suo corpo fu scaricato in una baia paludosa del fiume Houston), ed aveva compiuto altri 3 omicidi e almeno 9 violenze sessuali in vari stati: Texas, Florida, Montana, Louisiana.

Occorre dire che prima della sua condanna a morte, la giustizia criminale si era dimostrata clemente nei sui riguardi. Nel 1984 finì in prigione per aver ucciso sua cognata Tracy Power, il bimbo di lei Justin e la compagna di stanza della Power, Pam Hudgins, lasciando il corpo di quest’ultima appeso ad una staccionata. Per tali omicidi Danny Bible fu condannato a 25 anni di detenzione. Ma dopo aver scontato 8 anni era stato rilasciato sulla parola. Dopo il suo rilascio anticipato, nell'ambito di una

prassi che il Texas ha poi abbandonato, violentò una donna in Louisiana e fu arrestato in Florida. Poco dopo ammise l'omicidio con la piccozza compiuto nel 1979. (Pupa)

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(1) Per tale motivo di recente in Ohio e in Alabama due condannati sono stati torturati senza riuscire ad ucciderli, v. nn. 241, 246.

5) IMPICCATO IN IRAN APPARTENENTE A MINORANZA RELIGIOSA

 

È stato messo a morte in Iran il sufi Mohammad Salas, un contestatore del regime degli ayatollah accusato ingiustamente di aver causato la morte di tre poliziotti nel corso di una manifestazione.

 

All’alba del 18 giugno l’Iran ha messo a morte il sufi 51-enne Mohammad Salas appartenente alla minoranza religiosa dei dervisci Nemattolah Gonabadi, accusato di aver ucciso 3 agenti il 19 febbraio scorso.

I 3 agenti perirono, nel corso di una manifestazione tenuta dalla minoranza religiosa, dopo che la polizia cominciò a picchiare, a sparare, ad usare cannoni ad acqua e gas lacrimogeni per disperdere la folla. Nel parapiglia tre poliziotti furono investiti e uccisi da un autobus.

La sola prova a carico di Mohammad Salas è stata la sua ‘confessione’ estratta sotto tortura e trasmessa in televisione, poi ritrattata. L’avvocatessa, Zeinab Taheri scelta dalla sua famiglia per difenderlo ma tenuta alla larga dalle autorità, afferma che dalle testimonianze di cui è venuta a conoscenza risulta che il fatale investimento avvenne almeno due ore dopo che Mohammad era stato arrestato e non con l’autobus di cui lui era il conducente.

La condanna a morte di Mohammad Salas è stata pronunciata il 19 marzo, solo un mese dopo il suo arresto, ed è stata eseguita il 18 giugno, solo tre mesi dopo essere stata emessa.

Le autorità penitenziarie avevano telefonato ai familiari di Mohammad Salas la sera del 16 giugno dicendo loro di recarsi nel carcere Raja’i Shahr a Karaj presso Tehran il pomeriggio seguente per rendere l’ultima visita al condannato. Ciò significava che la sua impiccagione sarebbe avvenuta entro pochi giorni se non entro poche ore.

Dopo l’esecuzione il corpo di Mohammad Salas è stato traslato e seppellito a Borujerd a centinaia di chilometri di distanza dalla residenza della sua famiglia. Le autorità hanno sotterrato il cadavere in un luogo presidiato dalla polizia ed hanno respinto la richiesta di farlo esaminare da un medico legale per stabilire quali ferite aveva riportato nel corso delle torture cui fu sottoposto.

Amnesty International si è fortemente impegnata per scongiurare l’esecuzione di Salas ed ha protestato vivamente dopo che essa è stata portata a termine.

P. S. Il giorno 20 si è saputo che l’avvocatessa Zeinab Taheri è stata arrestata con l’accusa di aver sostenuto il falso in internet riguardo alla vicenda di Mohammad Salas.

6) RISCHIA LA PENA DI MORTE PER “INSULTI A MAOMETTO”

 

Hamidreza Amini, accusato di aver insultato il profeta Maometto in internet, è detenuto in Iran dal 2 dicembre 2017. È a rischio di essere condannato a morte. Ha attuato un duro sciopero della fame.

 

Hamidreza Amini, un riparatore di telefoni cellulari di 47 anni, è stato arrestato a Tehran dai Guardiani della Rivoluzione il 2 dicembre 2017 con l'accusa di aver insultato il Profeta Maometto tramite la piattaforma Telegram Channel da lui gestita in internet sotto lo pseudonimo "Ariyobarzan".

Da una fonte che è stata costretta a mantenere l'anonimato per paura di ritorsioni, Iran Human Rights ha appreso che dopo il suo arresto, Amini è stato tenuto in isolamento nella prigione 2-A di Evin, dove è stato interrogato senza l'assistenza dei suoi legali. Alla fine di febbraio 2018, è stato trasferito nel Grande Penitenziario di Fashafouyeh, 30 chilometri a sud di Teheran. Tuttavia è stato rimandato nella prigione di Evin il 3 giugno dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione. La fonte anonima ha aggiunto che Amini è stato ricoverato in ospedale per gli effetti dello sciopero della fame (vedi foto in alto), ma portato di nuovo in carcere prima che il trattamento sanitario fosse completato.

Il 5 giugno si è saputo che Hamidreza Amini potrebbe essere condannato a morte per aver "insultato il Profeta" (1). Egli inoltre verrà processato per aver insultato il Presidente dell'Iran, per aver agito contro la sicurezza nazionale e dovrà rispondere di "propaganda contro lo Stato” e di “disturbo della pubblica opinione”.

"Prima di tutto, chiunque è libero di esprimere le proprie opinioni e questo è ciò che Hamidreza e le persone del suo gruppo hanno fatto", ha detto la fonte anonima. "Ma la maggior parte delle cose di cui è stato accusato, tra cui gli "insulti Profeta ", sono state dette da altri. Viene perseguito per ciò che 3.000 persone hanno detto". (Pupa)

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(1) L'articolo 262 del Codice Penale Islamico dell'Iran recita: "Chiunque insulta o commette qazf (calunnia) contro il Grande Profeta, pace su di lui, o uno dei grandi profeti, sarà considerato Sab ul-nabi (una persona che insulta il Profeta) e condannato alla pena di morte. "

7) ANNULLATA IN SUDAN LA CONDANNA A MORTE DELLA SPOSA BAMBINA

 

Una straordinaria mobilitazione in favore della sudanese Noura Hussein ha salvato dalla pena di morte la giovanissima che uccise il marito dopo essere stata brutalmente violentata da costui.

 

Noura Hussein fu condannata a morte in Sudan un anno fa per aver ucciso il coniuge, che tentava di stuprarla per la seconda volta (1). La ragazzina era stata fidanzata da suo padre a 15 anni, costretta a sposarsi quando aveva 16 anni e costretta alla convivenza con il marito nell'aprile scorso. Fu violentata dal marito una prima volta con l’aiuto di tre uomini. Sei giorno dopo, il 3 maggio 2017, quando il marito ritentò lo stupro, Noura si difese con un coltello e gli inferse ferite tali da causarne la morte poco dopo. Fu arrestata quasi subito, perché consegnata alla polizia da suo padre, e rinchiusa in un carcere femminile.

Al processo, nel luglio 2017, il giudice applicò una legge che non riconosce come reato lo stupro da parte del marito e la ragazza fu condannata a morte.

Il 27 giugno scorso, dopo che numerose organizzazioni per i diritti umani (di cui una costituita esplicitamente per salvare Noura) e molti privati contestarono la sentenza e inviarono alle autorità sudanesi oltre 400.000 firme per salvare la ragazza, la Corte d’appello del Sudan ha annullato la condanna a morte, sostituendola con 5 anni di detenzione e il pagamento ai familiari del marito di una “dia” (prezzo del sangue) di 337.500 sterline sudanesi, pari a circa 16.000 euro.

Hamal Habani, una giornalista sudanese e attivista per i diritti umani, ha detto che in Sudan il problema dei matrimoni forzati di spose bambine sussiste e deve essere risolto. “La legge non considera questi matrimoni illegali, come non considera un reato lo stupro da parte del marito”, ha dichiarato la Habani ad Al Jazeera. E ha aggiunto: “Noura ha subito violenza dai suoi familiari per costringerla a sposare un uomo che lei rifiutava fin dall’inizio. Poi fu costretta con la violenza a consumare il matrimonio. È stata una vittima prima di diventare una criminale. Non avrebbe dovuto essere condannata a morte.”

Amnesty International ha salutato con gioia l’annullamento della condanna a morte di Noura, ma ha ribadito che adesso altri provvedimenti devono essere presi in Sudan. Seif Marango, Vice Direttore di Amnesty per l’Africa Orientale, ha dichiarato: “La notizia dell’annullamento di questa condanna a morte è graditissima, ma deve anche portare ad una revisione delle leggi per garantire che Noura Hussein sia stata l’ultima persona a dover subire una vicenda così drammatica. […] Le autorità sudanesi devono cogliere questa occasione per iniziare a riformare le leggi riguardanti i matrimoni di

bambine, i matrimoni forzati e lo stupro da parte del marito, in modo che non siano le vittime ad essere poi penalizzate.” (Grazia)

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(1) V. n. 249

8) VETO DI SUNUNO: NEL NEW HAMPSHIRE LA PENA DI MORTE RESTA IN VIGORE

 

La caparbietà di Chris Sununu, governatore del New Hampshire, fa permanere la pena di morte nonostante l’approvazione di una legge abolizionista da parte del Parlamento nell’aprile scorso.

 

Come promesso nell’aprile scorso, quando il Parlamento del New Hampshire aveva approvato la proposta di legge n. 953 che aboliva la pena di morte nel suo stato, il 22 giugno il governatore Chris Sununu ha posto il suo veto (1).

Sununu, affiancato da esponenti della polizia, apponendo il veto ha dichiarato: “Abolire la pena di morte priverebbe le future vittime del crimine della giustizia che meritano […] Invierebbe il messaggio sbagliato a coloro che commettono i crimini più orrendi entro i confini di questo stato. […] Ho il massimo rispetto delle ragioni avanzate dagli oppositori a tale legge, sto dalla parte delle vittime del crimine, dei membri della polizia e dei difensori della giustizia […]”

Queste roboanti motivazioni pronunciate da Chris Sununu suonano abbastanza ridicole se si pensa che l’ultima esecuzione nel New Hampshire ha avuto luogo nel 1939 e che nel braccio della morte di questo stato vi è un unico condannato, tale Michael Addison, reo dell'omicidio di un poliziotto nel 2006.

Il capo della Polizia, David Goldstein, ha apprezzato la decisione del Governatore: “Abbiamo presentato le nostre argomentazioni davanti ai due rami del Parlamento, e crediamo che questa sia la cosa giusta da fare”.

La presidente della Coalizione per l'Abolizione della Pena di Morte del New Hampshire, Barbara Keshen, non è dello stesso parere. Ha detto che molti familiari delle vittime sono contrari alla pena capitale. “Non vogliono far parte di un sistema che crea una seconda famiglia sofferente, oltre a quella della vittima del crimine. Non è giustizia. L’ergastolo è una punizione sufficiente”.

Quando una proposta di legge abolizionista tornerà in Parlamento, dovrà ottenere più voti di quelli ricevuti nell'aprile scorso dalla proposta 953, per raggiungere i due terzi di maggioranza sia alla Camera che al Senato che impediranno l'apposizione del veto governatoriale.

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(1) V. n. 248

9) ALLARME: IL GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA KENNEDY VA IN PENSIONE

 

L’uscita del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Anthony Kennedy rischia di spostare fortemente a favore della pena di morte il massimo organo giudiziario del paese governato da Trump.

 

Il 27 giugno l’anziano giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Anthony Kennedy ha annunciato le sue dimissioni a far data dal 31 luglio p. v.

La Corte Suprema è composta di 9 membri nominati a vita. Fino ad ora il voto di Kennedy, situandosi tra quello dei 4 giudici più conservatori e quello dei 4 giudici più progressisti, ha consentito un certo equilibrio nelle decisioni più connotate ideologicamente.

Con la nomina del sostituto di Anthony Kennedy da parte del presidente Donald Trump (1) si prevede che la Corte si sposterà ‘a destra’ con conseguenze assai negative per due questioni riguardanti i diritti umani: la detenzione in isolamento e le pena di morte.

Kennedy in questi anni ha fatto chiaramente capire che se la questione dell’isolamento a lungo termine (che riguarda quasi 100.000 detenuti) avesse raggiunto la Corte Suprema egli avrebbe votato contro tale pratica definendola una punizione ‘crudele e inusuale’ proibita dalla Costituzione.

Kennedy si è dimostrato inoltre favorevole ad un cammino che porti gli Stati Uniti tra i paesi abolizionisti della pena di morte.

La sostituzione di Kennedy intralcerà il verificarsi di passi importanti come quello, compiuto dalla Corte Suprema nel 2008 con il suo voto determinante, che escluse la possibilità di imporre le pena di morte ai rei di violenza carnale non omicidi.

Un anno e mezzo fa, nel corso di una conferenza in California fu domandato a Kennedy se egli riteneva la pena di morte compatibile con il rispetto dei diritti umani. Non potendo, ovviamente, rispondere in modo diretto alla domanda disse: “Qui in California impiegate tanto tempo a mettere a morte la gente che potrebbe non essere necessario arrivare a tanto”.

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(1) La nomina dovrà essere ratificata dal Senato degli Stati Uniti: speriamo che il Senato si opponga.

10) AMNESTY DENUNCIA: RAQQA IN ROVINA DOPO LA “GUERRA DI ANNICHILIMENTO” DIRETTA DAGLI USA, POPOLAZIONE LOCALE DEVASTATA

 

Riportiamo qui di seguito integralmente il Comunicato emesso da Amnesty International il 5 giugno u. s. che fa riferimento ad un rapporto di 70 pagine (in inglese) cui si può accedere passando dal link: https://www.amnesty.it/siria-raqqa-in-rovina-dopo-la-guerra-di-annichilimento-diretta-dagli-usa-report

Lo Stato Islamico è stato giustamente definito ‘puro male’, ma non sono da meno i suoi avversari!

Sullo Stato Islamico (ISIS), ora in sfacelo, vedi. ad es. articoli nei nn. 241; 244, Notiziario; 247, N.; 248; 249, N. Ed anche nei nn, 215, N.; 217; 220; 226, N.; 227; 230, N.; 231, N., 233, 4 articoli nel N.

 

Alla vigilia dell’anniversario della “liberazione” di Raqqa dal gruppo armato auto-proclamatosi Stato islamico, dalle macerie gli abitanti si chiedono ancora perché la coalizione militare diretta dagli Usa abbia distrutto la città e ucciso centinaia di civili.

Attraverso visite a 42 siti teatro dei bombardamenti della coalizione e interviste a 112 abitanti sopravvissuti alla carneficina in cui hanno perso i loro cari, Amnesty International ha redatto il rapporto “Guerra di annichilimento: devastanti perdite di vite umane a Raqqa, Siria” nel quale solleva dubbi sulle dichiarazioni della Coalizione secondo cui le sue forze hanno fatto quanto necessario per ridurre al minimo le perdite civili. Il rapporto racconta in dettaglio le storie di quattro famiglie devastate dagli incessanti bombardamenti aerei. Complessivamente, tra vicini e parenti, le quattro famiglie hanno perso 90 persone (una sola famiglia ha avuto 39 vittime), in quasi tutti i casi per responsabilità della coalizione.

Questi quattro fanno parte di un numero assai maggiore di attacchi la cui analisi porta alla conclusione che molti di essi, uccidendo e ferendo civili e distruggendo abitazioni e infrastrutture, abbiano violato il diritto internazionale umanitario.

Quando un così alto numero di civili viene ucciso di attacco in attacco, c’è evidentemente qualcosa che non va. Ciò che rende la tragedia persino peggiore è che molti mesi dopo non ci sono indagini. Le vittime meritano giustizia”, ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi.

L’affermazione della coalizione che la sua campagna di attacchi aerei di precisione abbia permesso di liberare Raqqa causando assai poche vittime civili non sta in piedi. A Raqqa abbiamo visto un livello di distruzione assimilabile a qualsiasi altra situazione vista in decenni di analisi dell’impatto delle guerre”, ha aggiunto Rovera.

I quattro anni di dominio dello Stato islamico su Raqqa sono stati pieni di crimini di guerra. Ma le violazioni commesse dallo Stato islamico, compreso l’uso degli scudi umani, non solleva la coalizione dai suoi obblighi di prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo le perdite civili. A radere al suolo la città e a uccidere e ferire così tanti civili è stato il ripetuto uso di armi esplosive in zone popolate dove era noto che erano intrappolati dei civili. E le armi di precisione sono precise solo quando lo è l’obiettivo scelto da colpire”, ha sottolineato Rovera.

 

Una “guerra di annichilimento”

 

Poco prima dell’inizio della campagna militare, il segretario Usa alla Difesa James Mattis promise una “guerra di annichilimento” contro lo Stato islamico.

Dal 6 giugno al 12 ottobre 2017 le operazioni militari della coalizione per liberare la cosiddetta “capitale” dello Stato islamico uccisero o ferirono migliaia di civili e distrussero buona parte della città. Abitazioni, edifici pubblici e privati e infrastrutture furono rase al suolo o danneggiate in modo da non poter essere più riparate.

Gli abitanti finirono in trappola, nel fuoco incrociato in corso nelle strade di Raqqa tra i militanti dello Stato islamico e i combattenti delle Forze democratiche a guida curda sostenuti dagli incessanti attacchi aerei e di artiglieria della coalizione. Lo Stato islamico minò le strade d’uscita e sparò contro chi cercava la fuga. Centinaia di civili vennero uccisi nelle loro case, nei luoghi in cui avevano cercato rifugio o mentre tentavano di fuggire.

Gli aerei statunitensi, britannici e francesi portarono a termine decine di migliaia di attacchi aerei: le forze Usa hanno ammesso di aver esploso 30.000 colpi di artiglieria e di aver compiuto il 90 per cento degli attacchi aerei.

Un alto ufficiale statunitense ha dichiarato che a Raqqa sono stati esplosi più colpi di artiglieria dalla fine della guerra del Vietnam. Dato che hanno un margine di errore di oltre 100 metri, non ci si deve meravigliare che il risultato sia stato un massacro di civili”, ha commentato Rovera.

 

Una carneficina di civili

 

Le vittime menzionate nel rapporto di Amnesty International appartenevano a ogni strato socio-economico di Raqqa e avevano un’età compresa tra uno e 80 anni. Alcune erano state costrette a rimanere in città non potendo permettersi di pagare un trafficante. Altre, dopo aver lavorato per tutta la vita, temevano di avere troppo da perdere lasciandosi alle spalle le case e i negozi.

Le loro terribili storie e le immense perdite subite contrastano completamente con le ripetute affermazioni della coalizione, secondo le quali sono state utilizzate grandi cautele per ridurre al minimo le perdite civili.

Nel settembre 2017, al culmine del conflitto, il comandante della coalizione generale Stephen Townsend, scrisse che “non c’è[ra] mai stata una campagna aerea più precisa nella storia dei conflitti armati”.

Munira Hashish, sopravvissuta ai bombardamenti, racconta una realtà diversa: “Chi rimaneva moriva, chi cercava di fuggire moriva. Non avevamo i soldi per pagare i trafficanti, eravamo intrappolati a Raqqa”. Alla fine, la donna e i suoi figli sono riusciti a salvarsi passando attraverso un campo minato “camminando sul sangue di coloro che erano saltati in aria prima”.

Le quattro famiglie di cui parla il rapporto hanno sofferto l’indicibile.

Gli Aswad erano una famiglia di commercianti che avevano lavorato duro per potersi costruire una casa. Alcuni di loro erano rimasti lì, rifugiati nella cantina, per proteggere i loro beni dai saccheggi. Ma il 28 giugno un bombardamento della coalizione distrusse l’edificio, uccidendo otto civili, quasi tutti bambini. Un altro parente morì saltando su una mina collocata dallo Stato islamico mentre stava cercando di rientrare in città per recuperare i corpi.

Nonostante ripetuti tentativi di fuga, gli Hashish hanno perso 18 parenti, soprattutto donne e bambini, nel corso di tre settimane dell’agosto 2017. Un attacco aereo ne uccise nove; sette morirono sulle mine dello Stato islamico e altri due a seguito di un colpo di mortaio esploso dalle Forze democratiche siriane.

La storia della famiglia Badran spiega meglio di tutte quanto fosse drammatica la situazione dei civili intrappolati a Raqqa. Nel corso di alcune settimane, 39 parenti restarono uccisi in quattro distinti attacchi aerei della Coalizione, mentre si spostavano da un luogo all’altro cercando disperatamente di stare lontano dalla mutevole linea del fronte.

Pensavamo che le forze che erano venute ad espellere Daesh [lo Stato islamico] avrebbero dovuto sapere cosa fare, prendere di mira Daesh e risparmiare i civili. Ci siamo resi conto di quanto fossimo ingenui. Quando capimmo quanto fosse pericoloso spostarsi da un posto all’altro, era troppo tardi. Eravamo già in trappola”, ha raccontato ad Amnesty International Rasha Badran. Dopo diversi tentativi di fuga, lei e suo marito riuscirono finalmente nell’intento, lasciando alle spalle la loro intera famiglia, compreso il loro unico figlio Tulip, di un anno, che poi dovettero seppellire accanto a un albero.

Durante le ultime ore della battaglia, il 12 ottobre 2017 un raid della coalizione nel quartiere di Harat al-Badu, dove era noto che lo Stato islamico usasse civili come scudi umani, eliminò l’intera famiglia Fayad. La morte di Mohammed “Abu Saif” Fayad e di 15 tra vicini e parenti fu tanto più insensata dato che, solo poche ore dopo, un accordo tra le Forze democratiche siriane e la coalizione con lo Stato islamico consentì ai combattenti dello Stato islamico ancora in città di uscire liberamente da Raqqa.

Se la coalizione e i loro alleati delle Forze democratiche siriane erano pronti a garantire un passaggio sicuro d’uscita e di conseguenza l’impunità ai combattenti dello Stato islamico quale possibile vantaggio militare sarebbe stato ottenuto distruggendo praticamente un’intera città e uccidendo così tanti abitanti?”, si è chiesto Benjamin Walsby, ricercatore di Amnesty International sul Medio Oriente.

 

Potenziali crimini di guerra

 

Quelli descritti nel rapporto sono un esempio di un modello più ampio di attacchi da parte della coalizione. Vi sono prove consistenti che i bombardamenti e gli attacchi con l’artiglieria hanno ucciso e ferito migliaia di civili, anche a seguito di attacchi sproporzionati o indiscriminati in violazione del diritto internazionale umanitario e che dunque devono essere considerati potenziali crimini di guerra.

Amnesty International ha scritto a funzionari della Difesa di Usa, Regno Unito e Francia - gli stati che hanno compiuto attacchi aerei su Raqqa - chiedendo ulteriori informazioni sugli attacchi riportati nel rapporto e su ulteriori attacchi del genere. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto dettagli sulle tattiche della coalizione, sui metodi d’attacco, sulla scelta degli obiettivi, delle precauzioni prese in vista degli attacchi e su eventuali indagini svolte.

Amnesty International sollecita gli stati e le forze della coalizione a indagare in modo imparziale e approfondito sulle denunce di violazioni e di vittime civili e a rendere pubbliche la dimensione e la gravità delle perdite di vite civili e della distruzione di proprietà civili a Raqqa.

Questi soggetti dovrebbero rendere noti i risultati delle loro indagini e ogni informazione-chiave sugli attacchi in modo da poter valutare se sia stato rispettato il diritto internazionale umanitario. Essi dovrebbero inoltre rivedere le procedure sulla base delle quali verificano l’attendibilità delle denunce di vittime civili, assicurare giustizia e riparazione alle vittime delle violazioni e assumersi una maggiore responsabilità nel collaborare all’immane opera di rimozione delle mine e di ricostruzione di Raqqa.

I civili stanno tornando a Raqqa in mezzo alle rovine, ancora intenti a tirare fuori i loro cari dalle macerie e col costante rischio di morire o rimanere feriti a causa delle mine, di ordigni rudimentali e congegni esplosivi. Il rifiuto della coalizione di riconoscere il suo ruolo in questa catastrofica situazione aggiunge beffa al danno”, ha concluso Walsby.

11) AMNESTY INTERNATIONAL A TRUMP: BASTA SEPARARE E IMPRIGIONARE LE FAMIGLIE RICHIEDENTI ASILO!

 

Pubblichiamo un estratto del Comunicato Stampa di Amnesty International del 28 giugno che denuncia con forza i provvedimenti di Donald Trump contro i richiedenti asilo provenienti dal Messico. Occorre dire che la spietata politica del presidente USA si era leggermente ammorbidita una settimana prima anche in seguito alle proteste delle associazioni per i diritti umani.

 

In vista della Giornata mondiale d'azione del 30 giugno, Amnesty International ha chiesto alle autorità statunitensi di porre immediata fine alla separazione e alla detenzione dei bambini e degli adulti che si presentano alla frontiera tra Messico e Usa per chiedere asilo, nonché di riunire immediatamente le famiglie tuttora separate a causa delle dannose e illegali politiche dell’amministrazione Trump.

Nonostante il decreto firmato dal presidente Trump la scorsa settimana, migliaia di bambini terrorizzati sono ancora separati dai loro genitori, sconvolti dal pensiero di non sapere quando li vedranno nuovamente. Chiudendo i bambini in gabbie o trasferendoli in centri d assistenza a migliaia di miglia di distanza, le autorità statunitensi stanno volontariamente infliggendo loro una sofferenza mentale profonda e che durerà a lungo, unicamente per scoraggiare le loro famiglie disperate dal proposito di chiedere asilo, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

Il decreto con cui il presidente Trump ha deciso di imprigionare i figli insieme ai loro genitori, anziché separare gli uni dagli altri, ha sostituito una punizione traumatica con un'altra. Le autorità statunitensi devono immediatamente rilasciare le famiglie di richiedenti asilo e rispettare il loro diritto di chiedere asilo in condizioni eque e umane. Nessun bambino dovrebbe essere sottratto dalle braccia dei suoi genitori o fatto crescere dietro le sbarre. È giunto il momento di porre fine a questa inumana pratica di separare e imprigionare le famiglie una volta per tutte, ha aggiunto Guevara-Rosas. […]

Sebbene l’amministrazione Trump abbia formalmente annunciato la misura deterrente della separazione familiare come parte della politica di tolleranza zero contro gli ingressi illegali solo il 6 aprile 2018, Amnesty International ha scoperto che questa prassi era stata adottata sin dall’inizio dell’amministrazione, anche nei confronti di persone che si erano presentate alla frontiera con l’intenzione di vedersi riconosciuto il diritto di chiedere asilo.

Il 19 giugno il Dipartimento per la Sicurezza interna (Dhs) ha reso noto che, dal 5 maggio al 9 giugno, aveva separato 2342 bambini da 2206 genitori alla frontiera tra Messico e Usa. Dati ufficiali ottenuti dagli organi d’informazione lasciano supporre che altre migliaia di famiglie siano state separate persino prima dell’entrata in vigore della politica di tolleranza zero.

“Le famiglie che cercano asilo sono fuggite da una violenza terribile nei paesi di origine e vogliono semplicemente crescere i loro figli in un ambiente sicuro e umano. L’idea che i bambini possano essere protetti chiudendoli in gabbie o separandoli dai genitori sfida ogni criterio logico e di umanità. Queste incredibili e crudeli prassi sono illegali e lasceranno una macchia indelebile nella storia dei diritti umani degli Usa”, ha commentato Guevara-Rosas.

Amnesty International ha chiesto al Congresso di sollecitare il Dhs a riunire più velocemente possibile le famiglie separate, a porre immediatamente fine alle separazioni forzate dei figli dai loro genitori o tutori e di assicurare che questa prassi non riprenda.

Al Congresso, Amnesty International chiede inoltre di premere sul governo affinché cessi la prassi di imprigionare le famiglie dei richiedenti asilo, siano rilasciati insieme i bambini e i genitori in stato di detenzione e sia respinta ogni richiesta di aumentare il finanziamento delle strutture detentive per i bambini e le famiglie. […]

Molti genitori separati dai loro figli mostravano un’estrema angoscia e scoppiavano a piangere mentre raccontavano le loro storie ai ricercatori di Amnesty International. L’organizzazione per i diritti umani ha documentato casi in cui la separazione forzata delle famiglie, con l’esplicito obiettivo

di scoraggiare e punire coloro che chiedono protezione alla frontiera statunitense, corrisponde alla definizione di tortura sulla base delle leggi nazionali e del diritto internazionale.

12) ALEX ZANOTELLI ALLA STAMPA: “ROMPIAMO IL SILENZIO SULL’AFRICA”

 

Rilanciamo l’appello che il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, socio onorario del Comitato Paul Rougeau, ha rivolto ai giornalisti italiani il 2 luglio per denunciare le violazioni dei diritti umani che si compiono in Africa. “Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo,” scrive il giornalista Alex Zanotelli direttore della rivista “Mosaico di Pace”.

 

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

13) NOTIZIARIO

 

Alabama. Condannato a morte per la quinta volta. Il 5 giugno il nero Jerry Jerome Smith è stato condannato a morte in Alabama per la quinta volta per un triplice omicidio compiuto nel mondo della droga. Egli fu condannato alla pena di morte per la prima volta 20 anni fa ma la sua sentenza capitale è stata annullata quattro volte in appello. Nei futuri appelli contro tale sentenza capitale vi è la possibilità che la sentenza di morte venga ancora annullata.

 

Alabama. Suicidio nel braccio della morte. Il Dipartimento carcerario dell’Alabama (Alabama Department of Corrections) ha reso noto che il 57-enne Jeffrey Lynn Borden è stato trovato impiccato con un lenzuolo nella sua cella alle 2:30 di notte del 3 giugno ed è stato dichiarato morto alle 3. Borden, condannato alla pena capitale per aver ucciso la moglie separata e il padre di costei la vigilia di Natale del 1993, era quasi giunto alla fine dell’iter giudiziario.

 

Arkansas. Esautorato il giudice abolizionista. Tutto cominciò il Venerdì Santo del 2017 quando il giudice Wendell Griffen, che è un pastore battista, si fece legare ad un lettino davanti alla residenza del Governatore dell’Arkansas portando una scritta contro la pena di morte. Poco prima aveva bloccato le esecuzioni nel suo stato contestando uno dei farmaci letali inclusi nel protocollo di esecuzione. “Noi non perdiamo la nostra umanità facendo un giuramento”, dichiarò in un’intervista il giorno seguente. “È un dato di fatto che noi possiamo fare un giuramento perché siamo umani.” Al ché la Corte Suprema dell’Arkansas decise di togliere a Griffen tutti i casi capitali. Sei mesi dopo Griffen annunciò in conferenza stampa di aver presentato un ricorso alla Corte d’Appello dell’Ottavo Circuito degli Stati Uniti contro tale decisione: “Per il Primo Emendamento della Costituzione USA un giudice ha il diritto di vivere la sua fede senza che il governo gli dica come deve viverla”, affermò.

Il 2 luglio un panel di 3 giudici di detta Corte d’Appello ha respinto il ricorso di Wendell Griffen contro la decisione della Corte suprema dell’Arkansas con una votazione di 2 contro 1. Comunque quest’ultimo non si è dato per vinto e ha annunciato, tramite il suo legale Mike Laux, di voler ricorrere presso Corte d’Appello dell’Ottavo Circuito degli Stati Uniti al completo dei suoi 11 giudici.

 

Oklahoma. Suicidio nel braccio della morte. Il 35-enne afro-americano Jeremy Williams è stato trovato morto impiccato nella sua cella il 10 giugno. Inutili i tentativi di rianimarlo. Williams fu condannato a morte 12 anni fa per aver partecipato insieme a tale Alvin "Tony" Jordan ad una fallita rapina in banca in cui fu uccisa un’impiegata. Jordan in seguito ad un patteggiamento fu condannato all’ergastolo. Jeremy Williams era giunto al termine dell’iter giudiziario ma non era stata fissata per lui una data di esecuzione a causa delle accese discussioni in corso da tre anni sul metodo di esecuzione da adottare nello stato.

Missouri. Manifestazione in favore del condannato a morte Marcellus Williams. Come abbiamo scritto nel numero precedente, il governatore del Missouri Eric Greitens ha lasciato il suo incarico il 1° giugno travolto da uno scandalo sessuale (scandalo che a noi, per la verità, non sembra molto grave) lasciando in sospeso la sorte del condannato a morte Marcellus Williams sul caso del quale lavorava una commissione di 5 membri da lui nominata. Scioltasi automaticamente la commissione, la palla ora passa al nuovo governatore Mike Parson. Il 5 giugno si è tenuta una manifestazione in favore di Williams organizzata dalla NAACP (Associazione Nazionale per l'Avanzamento della Gente di Colore) e dall’associazione del Missouri contro la pena di morte cui hanno partecipato una venticinquina di persone (molte per una manifestazione del genere). I manifestanti si sono radunati sulla scalinata della Corte Suprema del Missouri, tra di essi c’erano i principali attivisti contro la pena di morte, il figlio di Marcellus Williams, Marcellus Williams II, e alcuni condannati esonerati dopo aver passato decenni in prigione. Tra i manifestanti c’era anche Rita Linhardt esponente Conferenza Cattolica del Missouri. “La verità sta nelle prove forensi, nessuna delle quali collega Williams al crimine - ha affermato la Linhardt. “Né i capelli della vittima, né impronte digitali, né le impronte di sangue lasciate dalle scarpe dell’omicida.” I test del DNA effettuati sull’arma del delitto non lo incriminano, ha aggiunto la Linhardt. Egli fu condannato a morte solo in base alle deposizioni di due testimoni prezzolati. Rita Linhardt ha detto di voler giustizia non solo per Marcellus Williams ma anche per l’asserita vittima di costui, la reporter 42-enne Felicia Gayle.

 

Myanmar. Crimini contro l’umanità commessi dalla forze armate. In un Rapporto di oltre 180 pagine pubblicato il 27 giugno, Amnesty International denuncia la dirigenza del Myanmar e in particolare il comando delle forze armate di commettere orrendi crimini contro la minoranza etnica dei Rohingya. Amnesty ha raccolto ampie e credibili prove sul coinvolgimento del comandante in capo delle forze armate di Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, e di altri 12 militari in crimini contro l'umanità commessi durante la pulizia etnica della popolazione rohingya nel nord dello stato di Rakhine. "Le violenze - tra cui omicidi, stupri, torture, incendi e affamamenti - commesse dalle forze armate di Myanmar nei villaggi del nord dello stato di Rakhine non sono state il frutto di soldati o unità allo sbando ma, stando alla montagna di prove raccolte, hanno fatto parte di un attacco davvero orchestrato e sistematico contro la popolazione rohingya", ha dichiarato Matthew Wells, alto consulente di Amnesty International sulle crisi. "Coloro che hanno le mani sporche di sangue, fino al vertice della catena di comando rappresentato dal generale Min Aung Hlaing, devono essere chiamati a rispondere del loro ruolo nella supervisione o nel compimento di crimini contro l'umanità e di altre gravi violazioni dei diritti umani previste dal diritto internazionale", ha aggiunto Wells. V. https://www.amnesty.org/download/Documents/ASA1686302018ENGLISH.PDF

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 luglio 2018