FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 273  -  Luglio 2020 

Daniel Lewis Lee ucciso il 14 luglio

nella giurisdizione federale USA

dopo 17 anni di moratoria

SOMMARIO:

1) Stati Uniti: tre esecuzioni federali nell’arco di quattro giorni

2) Il Texas torna ad uccidere dopo 5 mesi “giustiziando” Billy Wardlow

3) L’ONU sull’esecuzione segreta di Hedayat Abdollahpour in Iran

4) Uccisioni “legali” nel mondo

5) Sono passati vent’anni dall’esecuzione di Gary Graham

6) Notiziario: California, Iran

1) STATI UNITI: TRE ESECUZIONI FEDERALI NELL’ARCO DI QUATTRO GIORNI

 

Negli Stati Uniti la ripresa delle esecuzioni in ambito federale, che un anno fa sembrava impossibile, è incominciata ad un ritmo sostenutissimo dopo 17 anni di moratoria. A partire dal 14 luglio sono stati uccisi tre condannati nell’arco di quattro giorni e vengono fissate via via altre esecuzioni per il prossimo futuro.

 

Al termine di un anno di battaglie legali, la bramosia di vendetta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto la meglio: le esecuzioni nella giurisdizione federale USA sono riprese a pieno ritmo, dopo diciassette anni di moratoria, con la somministrazione, in rapida sequenza, dell’iniezione letale a tre condannati. (*)

Si è trattato di tre atti di giustizia? Certamente no, perché la pena di morte non è mai un atto di giustizia, ma anche perché in tutti e tre i casi ci sarebbero state forti motivazioni per commutare le condanne.

Consideriamo tali casi uno per uno, ricordando i fatti che hanno portato alle esecuzioni effettuate nel carcere federale di Terre Haute nello stato dell’Indiana.

 

Daniel Lewis Lee di 47 anni.

 

Dopo tutte le battaglie legali inerenti all’ammissibilità del metodo di esecuzione per i condannati a morte federali, quando la via fu spianata per fissare le date, l’esecuzione di Daniel Lewis Lee era stata stabilita per il 13 luglio.

Insieme a un complice, Lee aveva fatto irruzione in una casa e atteso che i proprietari rientrassero. I due assassinarono i tre membri della famiglia: padre, madre e bimba di otto anni. Secondo una testimonianza resa al processo, fu il complice di Lee ad uccidere la bambina, ma, mentre Lee fu condannato a morte, per il complice la giuria decise l’ergastolo.

Nei giorni precedenti la data fissata per l’esecuzione, l’anziana madre e nonna delle due vittime femminili, dichiarò alla stampa di non volere l’esecuzione di Lee, che non doveva essere messo a morte in suo nome. Altri parenti delle vittime avevano presentato alle corti la richiesta di sospendere l’esecuzione: essi non volevano rinunciare ad assistervi, ma avevano anche molto timore di essere infettati dal coronavirus, in quanto alcuni di loro soffrivano disturbi respiratori ed erano dubbiosi sulla possibilità di mantenere un isolamento di sicurezza all’interno della stanza dei testimoni.

Sulla base di queste richieste, il 10 luglio un giudice dell’Indiana aveva concesso una sospensione dell’esecuzione, che fu accolta con gratitudine dai familiari delle vittime, i quali anzi auspicarono che l’accusa non facesse ricorso contro questa decisione. Invece l’accusa ha fatto immediatamente ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti, e questa, in una riunione d’urgenza notturna conclusasi alle 2 del mattino del 14 luglio, ha deciso, con una votazione di 5 contro 4, di annullare la sospensione. La motivazione addotta dalla maggioranza della Corte fu che non c’erano i presupposti per sospendere l’esecuzione in extremis e che comunque l’emergenza coronavirus non ha una data di scadenza, per cui non si poteva rinviare un’esecuzione senza sapere quando sarebbe stato poi possibile portarla a termine. Poche ore dopo questa decisione della massima Corte, Daniel Lee, legato al lettino, ha ricevuto l’iniezione letale. È stato dichiarato morto alle 8:07’ del mattino del 14 luglio. Le sue ultime parole furono: “Non sono stato io. Ho commesso molti errori nella mia vita, ma non sono un assassino. State uccidendo un uomo innocente”.

Quando la sostanza letale gli entrò in circolo, Lee sollevò il capo e si guardò intorno. Il suo respiro divenne faticoso e poco dopo il suo petto smise di sollevarsi, le labbra divennero livide e le dita grigiastre. Il Ministro della Giustizia William Barr, fedelissimo esecutore della volontà di Trump, ha così commentato l’esecuzione: “Oggi Lee ha finalmente affrontato la giustizia che si meritava. Il popolo americano ha fatto la scelta giusta permettendo la pena capitale per i crimini federali più terribili, e giustizia è stata fatta oggi con l’attuazione della sentenza per gli orrendi reati di Lee”. Peccato che invece non sia stata minimamente rispettata la volontà dei familiari delle vittime, salvo poi spesso sbandierare che la pena di morte viene tenuta in vigore proprio per loro!

Wesley Ira Purkey

Wesley Ira Purkey di 68 anni.

 

La sua esecuzione era stata fissata per il 15 luglio. Purkey fu condannato per aver stuprato e ucciso, nel 1998, una ragazzina di 16 anni e per aver anche assassinato un’anziana di 80 anni. Purkey aveva subito violenze e soprusi nell’infanzia e dall’età di 14 anni aveva iniziato a entrare e uscire da ospedali psichiatrici con la diagnosi di schizofrenia acuta, danni al cervello e disturbo bipolare. Aveva allucinazioni di ogni tipo e in carcere la malattia mentale si era acuita. Lo scorso novembre i suoi avvocati avevano presentato una petizione alle corti affermando che Purkey non doveva essere messo a morte in quanto non ne capiva la ragione (pensava che lo avrebbero ucciso perché si era più volte lamentato del comportamento delle guardie nei suoi confronti). Purkey, a causa delle sue allucinazioni, aveva compilato centinaia di lamentele indirizzate alla direzione del carcere, accusando il personale di mettere feci e veleno nei suoi pasti, di orinare sulla sua biancheria lavata e di costringerlo a stare in una cella cosparsa di escrementi. Era anche convinto che dei trafficanti di droga gli avessero impiantato un apparecchio nel torace e stessero cercando di ucciderlo. Purkey nei primi anni di detenzione era molto pentito dei suoi crimini, ma nel tempo aveva completamente dimenticato la ragione per cui era stato condannato a morte. Negli ultimi anni alla sua malattia mentale si era aggiunto l’Alzheimer, che aveva causato ulteriori perdite di memoria e un aggravamento generale delle allucinazioni. In molti stati che hanno la pena capitale, ci sono procedimenti molto accurati per valutare se il condannato davvero non si rende conto del motivo per cui viene messo a morte, ma… ciò non esiste a livello federale!

Accogliendo l’appello dei suoi avvocati, il 6 luglio la Corte d’Appello del 7° Circuito aveva temporaneamente sospeso l’esecuzione di Purkey affermando che due delle problematiche sollevate dalla difesa erano “degne di approfondimento”. Il 15 luglio la sospensione era stata confermata da un giudice distrettuale. Come nel caso di Lee, anche per Purkey l’accusa si è precipitata a chiedere l’annullamento della sospensione e la Corte Suprema si è riunita durante la notte. Poco prima delle 3 del mattino del 16 luglio tale Corte, con una votazione di 5 a 4, ha sentenziato che Purkey poteva essere messo a morte. I giudici che hanno votato a favore dell’esecuzione di Purkey non hanno rilasciato alcuna spiegazione della loro scelta, mentre i 4 giudici dissenzienti hanno espresso con forza le ragioni della loro disapprovazione. Merita citare la dichiarazione di uno di questi quattro giudici, Breyer, che ha scritto, tra le altre osservazioni: “Purkey ha ora 68 anni, è fragile e soffre di Alzheimer e di altre malattie psichiatriche, che, dopo 16 anni di detenzione nel braccio della morte, annullano ogni possibile valore di deterrenza o retributivo alla sua esecuzione.” E ha aggiunto: “Un sistema moderno di giustizia criminale deve essere ragionevolmente accurato, giusto, umano e tempestivo. La nostra recente esperienza con la ripresa delle esecuzioni da parte del governo federale aggiunge ulteriori prove, al già notevole quantitativo esistente, che la pena di morte non può essere conciliabile con questi valori. Rimango convinto dell’importanza di riconsiderare la costituzionalità della pena di morte in toto.”

Comunque, visto che la maggioranza dei giudici aveva votato per far uccidere Purkey, ciò è prontamente avvenuto. E così anche lui, il 16 luglio, è stato legato al lettino. Quando gli è stato domandato se aveva un’ultima dichiarazione, il condannato ha risposto: “Mi dispiace moltissimo del dolore che ho inflitto alla famiglia di Jennifer e a mia figlia… Questo assassinio ‘disinfettato’ davvero non serve a nulla”. Quando il pentobarbital ha cominciato ad entrare nelle sue vene, Purkey ha strizzato ripetutamente gli occhi, mentre il suo torace continuava ad abbassarsi e sollevarsi. Dopo molti minuti il suo respiro si è fatto corto ed egli ha aperto leggermente la bocca. Durante tutto questo tempo, un cappellano del carcere, dotato di protezione sanitaria integrale, pregava tenendo le mani distese al di sopra del viso del condannato. Purkey è stato dichiarato morto alle 8:19' del mattino.

L’avvocatessa di Purkey, Rebecca Woodman, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “L’esecuzione di Wesley Purkey dovrebbe scuotere la coscienza di chiunque abbia a cuore la giustizia e l’amministrazione della legge. Il governo ha usato ogni arma del suo arsenale per impedire a qualsiasi corte di deliberare sui meriti della sua disabilità mentale, anche se persino le prove in suo possesso mostravano già che le capacità intellettive del Sig. Purkey erano profondamente alterate. E precipitandosi a portare avanti esecuzioni durante la pandemia del COVID-19, il governo se ne è infischiato di esporre centinaia di persone ad un rischio serio e non necessario.” Condividiamo in pieno il giudizio di questa avvocatessa!

Dustin Lee Honken

Dustin Lee Honken di 52 anni.

 

L’amministrazione carceraria di Terre Haute deve aver avuto a malapena il tempo di cambiare i rivestimenti del lettino e di sanificare l’ambiente, perché il 17 luglio, giorno successivo a quello dell’esecuzione di Purkin, Dustin Lee Honken è stato legato sullo stesso lettino, iniettato di pentobarbital, e dichiarato morto alle 16:36’. Honken era uno spacciatore di droga che nel 1993, con l’aiuto della sua fidanzata, uccise 5 persone, tra le quali un informatore del governo e due bambine, di 10 e 6 anni. Anche per lui la difesa aveva chiesto clemenza e il rinvio dell’esecuzione, ma tale richiesta è stata respinta da un giudice federale il 15 luglio.

 

Honken era stato indubbiamente un pericoloso criminale, ma nel corso degli anni dimostrò di essersi profondamente redento: si convertì alla fede cattolica e dedicò la sua vita al pentimento. Uno dei suoi avvocati, Shawn Nolan, ha dichiarato: “Il governo non aveva alcun bisogno di ucciderlo, né così di corsa né del tutto. In ogni caso, hanno fallito. Il Dustin Honken che volevano ammazzare non esisteva più da tempo. L’uomo che hanno messo a morte oggi era un essere umano, che avrebbe potuto trascorrere il resto della sua vita aiutando gli altri e redimendosi ulteriormente.”

Le ultime parole di Honken sono state: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per me.” Quando la procedura letale ha avuto inizio, il suo respiro si è fatto faticoso. Il colorito è divenuto grigiastro mentre il sangue abbandonava il viso e le mani e il respiro si faceva debolissimo. Trascorse circa mezz’ora prima che si potesse dichiarare la sua morte.

 

Quindi, tre esecuzioni finora, che in quattro giorni hanno raddoppiato il numero dei condannati messi a morte da quando il Congresso ripristinò la pena capitale a livello federale nel 1988.

Keith Dwayne Nelson

E non è ancora finita: per il 28 agosto è fissata un’ulteriore esecuzione: quella di Keith Dwayne Nelson, un 45-enne che nel 1999 rapì, stuprò e uccise Pamela Butler, una bambina di 10 anni. Anche nel suo caso, però, sarebbe più che giusto rivedere la condanna, perché quest’uomo è malato di mente e fu molto infelice e sfortunato. Poco dopo la sua nascita prematura, Nelson ebbe un’emorragia cerebrale che interruppe l’afflusso di ossigeno al cervello, provocandone danni permanenti ai lobi frontali, quelli che regolano il comportamento e il controllo dell’aggressività. Al suo processo, molti familiari testimoniarono che Keith ebbe un’infanzia difficile, fu spesso lasciato solo in casa dalla madre, insieme ai fratellini, in condizioni igieniche disperate. Si ritiene anche che fu spesso stuprato. Durante l’adolescenza finì più volte in carcere, dove assistette a episodi di violenza e di stupro e ne subì a sua volta. Keith in quel periodo praticò l’autolesionismo e tentò in varie occasioni di suicidarsi. In attesa della sentenza capitale Nelson provò nuovamente a togliersi la vita. Non espresse mai pentimento per il suo crimine, anzi, durante l’udienza in cui fu decisa la condanna, proferì parole ingiuriose e oscenità contro la corte e i familiari di Pamela. Decisamente un uomo molto malato di mente, meritevole quindi di compassione e non di ulteriore violenza!

Come se non bastasse, mentre stiamo scrivendo questo articolo riceviamo la notizia che un’altra data di esecuzione federale è stata decisa in questi giorni: se non arriverà una sospensione, il 26 agosto verrà messo a morte Lezmond Mitchell. Mitchell è un Nativo Americano, appartenente alla Nazione Navajo. Se verrà ucciso, sarà la prima esecuzione federale di un membro di tribù indigena nella storia moderna americana. Secondo la legge federale, il governo USA non può condannare a morte un Nativo Americano per crimini commessi sulla sua terra e senza il consenso della tribù. L’accusa riuscì ad aggirare questo divieto nel 2000 ottenendo la condanna a morte di Mitchell per un reato minore: furto d’auto!

Lezmond Mitchell

Gli avvocati dell’uomo, Jonathan Aminoff e Celeste Bacchi, hanno accusato il Dipartimento di Giustizia di perseguire una scappatoia legale. “L’annuncio dato dal governo federale che adesso progetta di mettere a morte Lezmond Mitchell dimostra l’ennesima mancanza di rispetto dei valori e della sovranità della Nazione Navajo”, hanno dichiarato gli avvocati. Il Dipartimento di Giustizia ha respinto l’accusa affermando che l’incriminazione e la condanna di Mitchell sono state confermate in appello da “tutte le corti che le hanno prese in esame”.

Cassandra Stubbs, direttrice del Progetto contro la Pena Capitale dell’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili), ha definito questo periodo “veramente oscuro per il nostro Paese” e si è unita agli avvocati dei condannati nel criticare le massime corti in ciò che essi hanno definito una corsa per mandare in corto circuito i diritti legali dei detenuti.

Nei giorni immediatamente precedenti la raffica di esecuzioni, oltre 1000 rappresentanti religiosi statunitensi avevano firmato una dichiarazione chiedendo di fermare la strage. “Come leader di fedi di una vasta gamma di tradizioni, chiediamo al Presidente Trump e al Procuratore Generale Barr di fermare le esecuzioni federali programmate”, si legge nella dichiarazione. “Mentre il nostro paese è alle prese con la pandemia da Covid 19, una crisi economica e il razzismo sistematico nel sistema giudiziario penale, dovremmo concentrarci sulla protezione e la conservazione della vita, non sulle esecuzioni capitali”.

Tra i firmatari della dichiarazione vi sono il vescovo metodista Joe Wilson di Georgetown in Texas, l'arcivescovo cattolico Joseph Kurtz di Louisville in Kentucky, Martin Field, vescovo della diocesi episcopale del Missouri occidentale e Shane Claiborne, fondatore di Red Letter Christians e attivista di vecchia data contro la pena di morte.

Purtroppo nulla vale contro la pervicacia dell’amministrazione Trump! Questa precipitosa corsa alle esecuzioni è una vergogna per tutta la comunità umana. (Grazia)

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(*) Sulla ripresa delle esecuzioni in ambito federale vedi nn.: 261; 264; 264, Notiziario; 265; 270; 271; 272.

2) IL TEXAS TORNA AD UCCIDERE DOPO 5 MESI “GIUSTIZIANDO” BILLY              WARDLOW

 

L’8 luglio si è rimessa in moto la macchina della morte del Texas ferma dall’inizio di febbraio a causa dell’epidemia di coronavirus. Quel giorno è stato ucciso Billy Joe Wardlow condannato a morte per un omicidio commesso a 18 anni di età. Il condannato ha concluso la sua vita guardando con affetto i suoi cari seduti nella stanza dei testimoni, sorridendo per consolarli.

 

Nonostante il Texas sia attualmente uno degli stati USA più colpiti dal coronavirus, la macchina della morte non ha resistito a rimanere inattiva in quello stato per più di 5 mesi. La direzione del carcere di Huntsville ha dichiarato che le misure precauzionali adottate sono sufficienti a garantire l’incolumità di tutte le persone coinvolte nelle esecuzioni, e così l’8 luglio è stato messo a morte il 45-enne Billy Joe Wardlow, condannato per l’omicidio, commesso nel 1993, dell’82-enne Carl Cole.

L’esecuzione precedente, quella di Abel Ochoa, risaliva al 6 febbraio.

Wardlow uccise Cole per rubargli un po’ di denaro e un camioncino, con il quale intendeva fuggire insieme alla sua ragazza. All’epoca Wardlow aveva 18 anni. In una lettera allo sceriffo di contea, Wardlow ammise la sua colpevolezza, ma dichiarò di non aver avuto l’intenzione di uccidere Cole.

L’esecuzione di Wardlow era stata fissata per il 29 aprile, poi un giudice l’ha spostata all’8 luglio per il blocco determinato dal coronavirus.

Billy Joe Wardlow

Invano i difensori di Billy Joe Wardlow - tra i quali l’avvocato Richard Burr, noto per il suo grande impegno e per l’abilità professionale - avevano fatto ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti affermando che una delle valutazioni che i giurati devono effettuare per decidere la condanna dell’imputato – se egli costituirà un futuro pericolo per la società – non può essere affrontata con sicurezza per individui di età inferiore ai 21 anni, in quanto la ricerca scientifica ha dimostrato che il loro cervello è ancora in via di sviluppo. Burr ha dichiarato: “La scienza sostiene che la pena di morte per i minori di 21 anni dovrebbe essere vietata, perché il loro sviluppo cerebrale è ancora in atto”.

La Corte Suprema USA ha respinto l’ultimo appello del condannato poco dopo le 18 del giorno dell’esecuzione. In precedenza, il 3 luglio, la Commissione per le Grazie del Texas aveva respinto la richiesta di Burr di rinviare l’esecuzione o di commutare la condanna di Wardlow in ergastolo, considerato che egli era molto cambiato in carcere, e che “gentilezza e compassione erano diventati gli aspetti predominanti del suo carattere”.

Anche un gruppo di docenti e di scienziati esperti in neurologia si erano uniti ai difensori di Wardlow nel chiedere alla Corte Suprema di fermare l’esecuzione, affermando che la previsione di una futura pericolosità “era scientificamente infondata quando fu fatta ed è esclusa dal suo carattere oggi.”

Tutto inutile.

Legato al lettino, Wardlow non ha voluto rilasciare un’ultima dichiarazione, ma ha trascorso gli ultimi minuti di vita, mentre il pentobarbital gli veniva iniettato, guardando con affetto i suoi cari nella stanza dei testimoni, sorridendo per consolarli.

Billy Joe Wardlow è stato dichiarato morto alle 18:52’ dell’8 luglio.

Sei esecuzioni sono state rinviate in Texas durante il periodo di lockdown. Con ogni probabilità, adesso che il boia si è rimesso all’opera, verranno tutte portate a termine entro l’anno. (Grazia)

3) L’ONU SULL’ESECUZIONE SEGRETA DI HEDAYAT ABDOLLAHPOUR IN IRAN

 

L’ONU ha condannato duramente l’Iran per la fucilazione del dissidente curdo Hedayat Abdollahpour, avvenuta in segreto il 10 giugno scorso. Il certificato di morte di Abdollahpour, reso disponibile il 24 giugno, riporta come causa del decesso una "collisione con oggetti duri o taglienti".

 

Il 3 luglio quattordici esperti dell'ONU per i Diritti Umani hanno rilasciato una dichiarazione esprimendo indignazione riguardo all’esecuzione segreta in Iran di Hedayat Abdollahpour (nella foto), un oppositore membro della minoranza curda (*).

L'esecuzione è avvenuta in una base militare a Oshnavieh, nella provincia dell'Azerbaigian occidentale.

"Condanniamo l'esecuzione di Hedayat Abdollahpour con la massima fermezza", hanno dichiarato gli esperti. "Qualsiasi condanna a morte eseguita in violazione degli obblighi di uno stato in base al Diritto Internazionale equivale a un'esecuzione arbitraria ed è quindi illegale. Il fatto che l'esecuzione sia avvenuta in segreto dopo una scomparsa forzata è un'ulteriore aggravante".

Abdollahpour è stato condannato a morte nel 2017 - in un processo definito da Amnesty gravemente ingiusto - per aver "preso le armi contro lo Stato" durante uno scontro armato tra il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) e membri del Partito democratico del Kurdistan iraniano (DPIK), un partito fuori legge, il 14 giugno 2016. Abdollahpour è stato condannato nonostante la sua confessione sia stata estorta con la tortura ed egli si sia rifiutato di dichiararsi membro del DPIK.

Dopo la condanna la Corte suprema iraniana ha ordinato un nuovo processo per carenza di prove, sulla base del fatto che Abdollahpour non era in possesso di armi né si trovava nella zona al momento dello scontro, ma è stato nuovamente condannato a morte il 18 gennaio 2018.

Il 9 maggio 2020 Hedayat Abdollahpour sarebbe stato trasferito dalla sua cella in un luogo segreto. Il 10 giugno, nonostante le assicurazioni fornite da altre autorità sul fatto che egli fosse ancora vivo, il Centro per l’Esecuzione delle Sentenze ha informato che Abdollahpour era stato giustiziato. Il certificato di morte, reso disponibile il 24 giugno, riporta la causa del decesso come "collisione con oggetti duri o taglienti".

Gli esperti hanno affermato che le preoccupazioni da loro presentate alle autorità iraniane il 15 maggio e il 17 giugno in merito alla scomparsa di Abdollahpour e alla sua esecuzione segreta sono sempre rimaste senza risposta. Le autorità non hanno fornito informazioni ufficiali sull'esecuzione e il luogo di sepoltura di Abdollahpour non è stato reso noto.

"Ci rammarichiamo di constatare ancora una volta che non sono stati rispettati nemmeno i requisiti della legge nazionale, ed evidenziamo l'estremo dolore e l'angoscia che il non sapere il destino del loro parente infligge alla famiglia", hanno dichiarato gli esperti. "Chiediamo alle autorità di restituire il corpo alla famiglia e di fornire informazioni ufficiali sull'esecuzione".

Gli esperti hanno espresso la loro preoccupazione per il fatto che l'esecuzione sarebbe avvenuta a seguito delle pressioni dell'IRGC (Corpo delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran) e per il fatto che autorità giudiziarie e un rappresentante dell'unità di intelligence dell'IRGC erano presenti all'esecuzione.

"L'esecuzione del signor Abdollahpour fa purtroppo parte di un sistema più ampio di arresti, sparizioni forzate ed esecuzioni segrete di prigionieri politici, in particolare di membri di gruppi etnici minoritari. Chiediamo alle autorità iraniane di porre fine al ciclo di risposta al dissenso con la violenza", hanno dichiarato gli esperti. (Pupa)

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(*) Vedi: https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=26036

4) UCCISIONI “LEGALI” NEL MONDO (*)

 

Nel mondo un certo numero di paesi ha ancora il potere di imporre la pena di morte come punizione per i crimini ritenuti più gravi. Vediamo quali sono tali paesi e diamo uno sguardo a ciò che avviene in essi.

 

Quali paesi hanno la pena di morte?

 

Nel 2020, 53 paesi hanno ancora la pena di morte e la infliggono utilizzando una varietà di metodi tra cui l’impiccagione, la fucilazione, l’iniezione letale, l’elettrocuzione e la decapitazione.

I paesi che hanno ancora la pena di morte sono: Afghanistan, Antigua e Barbuda, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados. Bielorussia, Belize, Botswana, Ciad, Cina, Comore, Cuba, Repubblica democratica del Congo, Dominica, Egitto, Guinea Equatoriale, Etiopia, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Giappone, Giamaica, Giordania, Kuwait, Lesotho, Libia, Malaisia, Nigeria, Corea del Nord, Oman, Pakistan, Territori Palestinesi, Arabia Saudita, Singapore, Somalia, Sud Sudan, San Kitts e Nevis, Santa Lucia, San Vincent e Grenadine, Sudan, Siria, Taiwan, Tailandia, Trinidad e Tobago, Uganda, Stati Arabi Uniti, Stati Uniti d’America, Vietnam, Yemen, Zimbabwe.

La pena capitale è legale in Pakistan che, in quanto paese islamico, deve seguire in primo luogo le leggi penali islamiche.

Il codice penale pakistano elenca 27 diversi reati punibili con la morte. Tra di essi la blasfemia, lo stupro, i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, l'aggressione alla virtù delle donne e il traffico di droga. Dopo vari emendamenti apportati dai governi pakistani, il Codice Penale Pakistano è ora un misto di legge islamica e inglese. L'impiccagione è l'unico metodo di esecuzione previsto.

Passiamo agli Stati Uniti d’America in cui nel 2019 sono state giustiziate 22 persone in 7 Stati.

Il metodo utilizzato per uccidere è stato principalmente l'iniezione letale, ma in 2 casi si è usata l’elettrocuzione.

La Malesia nell'ottobre del 2018 ha annunciato l'abolizione della pena di morte, il che significa che più di 1.200 persone attualmente nel braccio della morte dovrebbero essere salvate.

In Bielorussia, l'unico Paese europeo a non aver abolito la pena capitale, 2 persone sono state messe a morte nel 2017, e più di 200 dal 1991 (anno dell’indipendenza dalla Russia).

 

 

Quante persone sono state giustiziate nel 2019?

 

Amnesty International ha registrato almeno 657 esecuzioni in 20 Paesi nel 2019, con un calo del 5% rispetto al 2018 (almeno 690). N. B. questi dati non comprendono le numerosissime esecuzioni avvenute in Cina sulle quali il governo cinese mantiene il segreto di stato.

Si tratta del numero più basso di esecuzioni che Amnesty International abbia registrato in un decennio.

Nel 2019 ci sono state almeno 2.307 condanne a morte in 56 Paesi, rispetto al totale di 2.531 condanne segnalate in 54 Paesi nel 2018.

Almeno 26.604 persone risultavano sotto sentenza di morte nel mondo alla fine del 2019.

Quasi il 90% delle esecuzioni note è avvenuto in soli 4 Paesi: Iran, Iraq, Pakistan e Arabia Saudita. In più vi sono le esecuzioni in Cina e in Corea del Nord, paesi nei quali sulla pena di morte è imposto il segreto di Stato.

L'Iraq ha più che triplicato le esecuzioni continuando a combattere contro l’ISIS, mentre l'Egitto e il Bangladesh hanno più che raddoppiato il numero delle persone messe a morte.

Il numero di esecuzioni portate a termine negli Stati Uniti è stato il più basso da 25 anni a questa parte. Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti non sono rientrati nella rosa dei 5 paesi che hanno fatto più esecuzioni. Ciò è dovuto alla crescente pressione degli abolizionisti e anche, in parte, alle difficoltà degli stati di procurarsi per vie legali i farmaci adoperati nelle esecuzioni.

 

Quali Stati USA hanno ancora la pena di morte?

 

Ci sono ancora 28 stati USA che hanno la pena di morte: Alabama, Arizona , Arkansas, California, Florida, Georgia, Idaho, Indiana, Kansas, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, Carolina del Nord, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Carolina del Sud, Sud Dakota, Tennessee, Texas, Utah, Virginia, Wyoming. In tre di tali stati - Pennsylvania, California e Oregon - vige attualmente una moratoria delle esecuzioni imposta dai governatori.

Il Colorado ha abolito la pena di morte nel marzo 2020, dopo il New Hampshire che l’ha abolita nel 2019 e lo Stato di Washington che l’ha abolita nel 2018.

Al 1° gennaio 2020, secondo le ultime statistiche, negli Stati Uniti c'erano 2.620 detenuti nel braccio della morte, con una media di 15 anni di attesa dell’esecuzione. (Pupa)

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(*) Riportiamo, in una nostra traduzione e in un nostro adattamento, un articolo pubblicato il 13 luglio dal giornale irlandese The Irish Sun

5) SONO PASSATI VENT’ANNI DALL’ESECUZIONE DI GARY GRAHAM (*)

 

Vent’anni fa ci fu un’enorme mobilitazione in Texas, nel resto degli Stati Uniti e nel mondo per scongiurare l’esecuzione del giovanissimo afroamericano Gary Graham. A tale mobilitazione partecipò con grande impegno anche il Comitato Paul Rougeau che aveva ‘adottato’ Gary Graham il 25 ottobre 1998.

 

Il 25 ottobre 1998 la nostra associazione ‘adottò’ Gary Graham, un afroamericano condannato a morte in Texas dopo essere stato ingiustamente accusato di un omicidio compiuto quando era ancora minorenne.

L’impegno del Comitato Paul Rougeau in favore di Gary Graham fu rilevante. La nostra associazione promosse una petizione popolare alle autorità texane per chiedere la grazia. Alla petizione aderirono 6000 italiani tra i quali figuravano personalità del mondo sociale, politico e culturale. Il Comitato inoltre sollecitò interventi in favore di Gary Graham da parte dei governi europei e contribuì ad attivare i media americani.

Avvicinandosi la data di esecuzione fissata per il 22 giugno 2000, con la stampa divenuta fortemente critica nei riguardi dell’esecuzione, la scesa in campo in favore del condannato di famosi leader del movimento per i diritti civili dei neri aveva scosso come non mai la fiducia dell’opinione pubblica del Texas nella pena di morte.

Le autorità texane negarono comunque la grazia e Gary Graham - che aveva assunto il nome africano Shaka Sankofa - lottò strenuamente opponendosi fisicamente all’esecuzione.

Alle 20 del 2 giugno 2000, mentre giaceva picchiato e ferito sulla barella e stava per ricevere l’iniezione letale, Gary Graham proclamò: “È un linciaggio ciò che sta avvenendo stasera in America… Questo è un genocidio in America… Potete uccidere un rivoluzionario, ma non potete fermare la rivoluzione… Noi possiamo perdere questa battaglia, ma vinceremo la guerra. Questa morte, questo linciaggio, sarà vendicato.”

Fuori del carcere di in Huntsville in cui Shaka Sankofa veniva ucciso migliaia di persone manifestavano in suo favore, tra di esse personalità come Jesse Jackson, Bianca Jagger e Al Sharpton. Separato da un cordone di polizia da questi manifestanti, un piccolo gruppo di appartenenti al Ku Klux Klan manifestava a favore dell’esecuzione.

L’esecuzione di Gary Graham fu la 222-esima dopo il ripristino della pena capitale in Texas nl 1982. Oggi il numero delle esecuzioni in Texas è arrivato a 569.

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(*) Vedi: https://www.comitatopaulrougeau.org/storia-del-comitato

6) NOTIZIARIO

 

California. Decessi per cause naturali nel grande braccio della morte. Alle 16:08’ del 1° luglio il 76-enne Joseph S. Cordova è stato trovato privo di coscienza nella sua cella singola nel braccio della morte nel carcere di San Quentin. Le guardie hanno chiamato un’ambulanza ed hanno cercato di soccorrerlo. Ma invano, il detenuto è morto poco dopo, alle 16:22’. Joseph S. Cordova, che entrò nel braccio della morte il 22 maggio 2007, non mostrava alcun segno di trauma; il medico legale della Contea di Marin determinerà la causa del decesso e l’eventuale contagio da COVID-19. Nel giro di qualche ora le autorità carcerarie hanno avvisato i familiari di Joseph Cordova e hanno reso noto che costui era stato condannato a morte per lo stupro e l’omicidio di una bambina di 8 anni di San Pablo. Cordova era uno dei 725 condannati a morte della California. Le autorità californiane stanno attualmente indagando anche riguardo al decesso di un altro condannato alla pena capitale avvenuto una settimana prima della morte di Cordova: il 71-enne Richard E. Stitely era stato trovato incosciente nella sua cella singola. Stitely entrò nel braccio della morte di San Quentin dal 1992, condannato per stupro e omicidio. Le morti per cause naturali nel grande braccio della morte della California sono molto più numerose di quelle conseguite ad esecuzioni. Ricordiamo che il governatore Gavin Newsom ha sospeso le esecuzioni in California rifiutandosi di firmare gli ordini di esecuzione: vedi n. 257; n. 259 Notiziario.

 

California. L’accusatore della Contea di Santa Clara non chiederà più la pena di morte. Il 22 luglio u.s. Jeff Rosen – procuratore distrettuale della Contea di Santa Clara in California – ha annunciato un pacchetto di riforme riguardante la giustizia penale. Il tale occasione Rosen ha manifestato l’impegno a non chiedere più la pena di morte. Nelle elezioni del 2016 il 53% dei californiani si espresse contro l’abolizione della pena di morte ma nella Contea di Santa Clara la maggioranza degli elettori votò per l’abolizione. “Dobbiamo perseguire la giustizia in modo attivo, mirato e di proposito per chiedere giustizia, per perseguire giustizia, per ottenere giustizia”, ha dichiarato Rosen. Ellen Kreitzberg, professoressa di legge presso l’Università di Santa Clara ha dato il benvenuto al cambiamento della filosofia dell’accusa: “La decisione di por fine alle richieste della pena di morte è un’importante pietra miliare lungo la strada verso la giustizia. Ci ha messo troppo tempo ad arrivare ma finalmente pone il nostro accusatore distrettuale e la nostra contea sul lato giusto della storia riconoscendo che la pena di morte è moralmente indifendibile. Speriamo che questo sia di esempio per altri accusatori in California.”

 

Iran. Messo a morte per aver bevuto alcool. L’8 luglio u. s. un uomo di 51 anni, identificato solo con le iniziali M.M., è stato impiccato nella città iraniana di Mashhad per aver bevuto alcool per la sesta volta. I media iraniani nel riportare la notizia hanno precisato che il suo pentimento non è stato preso in considerazione. Il codice penale iraniano prevede la punizione di 80 frustate per chi è riconosciuto colpevole di aver consumato alcool. Se il reato viene ripetuto per 4 volte può essere inflitta la pena di morte. È lasciata comunque al giudice la facoltà di perdonare e di mettere in libertà il reo ove ravvisi in lui un sincero pentimento. Diana Eltahawy di Amnesty International ha dichiarato: “Le autorità iraniane hanno mostrato ancora una volta la pura crudeltà e inumanità del loro sistema giudiziario mettendo a morte un uomo semplicemente perché ha bevuto alcool. La vittima è l’ultima persona messa a morte nella prigione di Valkalibad, sito di numerose esecuzioni segrete di massa e un grottesco teatro del disprezzo dell’Iran per la vita umana.”

 

Iran. Se la sua famiglia non potrà pagare il ‘prezzo del sangue’ sarà presto impiccato. Hamid Ahmadi Maldeh ha trascorso 14 anni nella prigione di Lakan a Rasht nell’Iran settentrionale, dopo essere stato condannato a morte per omicidio a soli 16 anni di età. Confessò sotto tortura di aver ucciso una persona per salvare un amico nel corso della rissa. La sua famiglia non è in grado di pagare entro il 21 agosto p. v. alla famiglia dell’ucciso il ‘prezzo del sangue’, un indennizzo fissato in 500 milioni di toman (circa 23.000 euro) e un gruppo caritativo sta cercando di aiutarla a racimolare la somma. Ahmadi Maldeh soffre di problemi psichici a causa delle torture subite all'interno del carcere, tra cui, secondo Amnesty International, l'essere stato condotto al patibolo per tre volte, dovendo ogni volta dire addio alla sua famiglia. La sorella del condannato ha detto: "È stato molto difficile. Versava lacrime e diceva alla mamma: "Hai fatto del tuo meglio per me, non sono stato all'altezza, sicuramente la forca è il mio destino". Ahmadi Maldeh vuole aiutare gli altri se gli sarà permesso di vivere. Ha già iniziato introducendo altri detenuti del braccio della morte ai gruppi contro la pena capitale. Amnesty ha detto che le richieste di Maideh di un nuovo processo sono state rigettate nonostante l'ingiustizia del suo processo originale, che si basava su "confessioni" fatte sotto tortura. "È stato trattenuto in una stazione di polizia senza poter contattare un avvocato o la sua famiglia. Dice che gli agenti di polizia lo hanno tenuto per tre giorni in una cella sporca e fradicia di urina; gli hanno legato mani e piedi insieme e gli hanno spinto la faccia sul pavimento della cella; lo hanno legato a un palo nel cortile; gli hanno preso a calci i genitali; gli hanno negato cibo e acqua. Un ufficiale gli disse che non doveva temere l'esecuzione e che doveva solo "confessare" l'accoltellamento, in modo che le indagini si concludessero il prima possibile".

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 luglio 2020