STORIA DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

L’epoca di Paul Rougeau

Paul Rougeau fu condannato a morte in Texas per omicidio. Era stato arrestato all’indomani di una sparatoria avvenuta nel 1978 in un locale di Houston nel quale lui stesso e la polizia spacciavano droga. Nella sparatoria morì un fratello di Paul ed anche Paul fu ferito. Accusato di aver colpito a morte il guardaspalle del padrone del locale, un poliziotto fuori servizio, Paul Rougeau si è sempre dichiarato innocente.

Il 12 giugno 1992 comparve in prima pagina sul quotidiano "il Manifesto" una lettera-appello di Paul Rougeau, ormai detenuto da 15 anni nel braccio della morte del Texas. Paul chiedeva amicizia ed aiuto. Centinaia di persone gli scrissero. Nacque così una fitta corrispondenza tra il Texas e l'Italia.

Il 21 ottobre 1992 alcuni corrispondenti di Paul Rougeau si incontrarono a Roma e decisero di costituire un’associazione per aiutarlo. Sorse così il Comitato Paul Rougeau a cui giunsero adesioni da tutta Italia (oltre 500 tra personalità, associazioni, gruppi e singole persone) e da tutto il mondo (Svizzera, Francia, Olanda, Inghilterra, Germania, Iran, Australia, Nigeria, Sud Africa...).

Il Comitato assunse un avvocato privato per la difesa di Paul Rougeau e, su richiesta dello stesso Paul, si fece carico anche della difesa legale di Joe Cannon (minorenne al momento dell'arresto e da 16 anni detenuto nel medesimo braccio della morte).

Dal giugno 1992 al febbraio 1994 la speranza di Paul e dei suoi amici in una soluzione positiva della sua vicenda giudiziaria aumentava costantemente mentre veniva preparato un articolato ricorso alla Corte di Appello federale del Quinto Circuito.

La ricusazione del ricorso giunse all'improvviso il 17 febbraio 1994 e un'ultima disperata mobilitazione venne messa in atto per salvare Paul dalla flebo letale programmata per il primo minuto del 3 maggio successivo. Nel giro di due mesi il Comitato raccolse ulteriori fondi, sollecitò passi presso la Corte Suprema Usa e la Commissione delle Grazie del Texas, inviò due persone a controllare la situazione sul posto, commissionò ulteriori investigazioni, pubblicò un libro con alcune lettere di Paul, informò l'opinione pubblica nel modo più largo possibile, coinvolse altissime autorità. Migliaia di fax e di lettere che chiedevano clemenza sommersero la Governatrice del Texas e la Commissione delle Grazie.

La dolce amicizia con Joe Cannon

Dopo la tragica esecuzione di Paul Rougeau avvenuta puntualmente il 3 maggio 1994, per volere dello stesso Paul il Comitato si riorganizzò per proseguire la propria azione in nome della civiltà e nell'interesse di tutte le persone che si trovano nel braccio della morte, a cominciare da Joe Cannon.

Il Comitato aveva appreso la storia di Joe Cannon da una sua corrispondente svizzera, Jacqueline Gsell, che Joe considerava sua madre adottiva. Nel settembre del 1977 Joe si trovava in libertà condizionata avendo subito una condanna per violazione di domicilio. Era stato affidato al proprio avvocato e domiciliato presso la sorella dello stesso, Anne Walsh, anch'essa avvocato. Dopo una settimana di ottima convivenza, Joe, sotto l'effetto di ingenti quantità di farmaci, droghe e superalcolici, sparò numerosi colpi alla Walsh e la uccise. Fu arrestato subito dopo mentre vagava in stato confusionale a bordo dell'auto della vittima. Nato nel 1960, aveva 17 anni. Fu condannato a morte per l'omicidio della Walsh.

Nel corso degli anni era venuta alla luce l'allucinante sequenza di traumi e di violenze sessuali subite da Joe nell'ambito familiare durante l'infanzia e l'adolescenza. Joe nella sua terribile vita familiare non aveva potuto sviluppare le proprie capacità intellettuali ed era soggetto a gravi disturbi mentali. Paradossalmente, nel braccio della morte trovò un ambiente più favorevole di quello domestico.

Il Comitato finanziò la difesa legale di Joe Cannon ricorrendo anche ad un nuovo avvocato. Il rigetto dell’ultimo ricorso alla Corte di Appello federale del Quinto Circuito consentì allo stato del Texas di far fissare la data di esecuzione della sentenza di morte per il 22 aprile ‘98.

Il Comitato, insieme a Jacqueline Gsell, ad Amnesty International e alle organizzazioni abolizioniste americane, fece un enorme sforzo per salvare Joe che negli ultimi anni era divenuto, attraverso le sue dolci e affettuose lettere, un caro amico per tanti italiani. Furono inviate alle autorità del Texas due petizioni popolari firmate complessivamente da circa 10 mila persone, intervennero per chiedere la grazia il Papa, il Governo Italiano (due volte), la Commissione Esteri della Camera, l'Unione Europea (fatto senza precedenti), alcuni premi Nobel.

Manifestazioni e conferenze stampa per la salvezza di Joe si svolsero sia negli Stati Uniti che in Italia. Anche l'avvocato Stanley Schneider si impegnò in modo eccezionale negli ultimi mesi per salvare Joe. La coscienza delle autorità del Texas non venne scossa dalla domanda di grazia che ricordava e documentava con precisione i terribili abusi che erano stati la premessa del folle delitto commesso da Joe Cannon. Il Governatore e la Commissione delle Grazie si rifiutarono di concedere clemenza. Joe morì in modo esemplare il 22 aprile 1998.

L’indomita resistenza di Shaka Sankofa

Dopo l’esecuzione di Joe Cannon l’attività del Comitato proseguì con il sostengo ad un terzo ospite del braccio della morte del Texas: il 25 ottobre 1998 fu ‘adottato’ Gary Graham, uno dei più famosi condannati alla pena capitale degli ultimi anni.

Nel suo caso si concentravano i fattori di particolare ingiustizia della pena di morte: afroamericano, cresciuto in difficili condizioni economiche e sociali nel ghetto di Houston, arrestato quando era ancora minorenne per una serie di reati, Graham fu accusato successivamente in carcere di aver compiuto anche un omicidio per rapina. Di lì a qualche mese, nell’ottobre del 1981 – malamente assistito da un legale d’ufficio malpagato ed ubriacone - fu condannato a morte sulla base di un’unica inconsistente testimonianza oculare.

Durante la sua lunga detenzione Gary Graham aveva acquistato una chiara coscienza socio politica della propria situazione diventando un potenziale leader del movimento abolizionista statunitense. Negli ultimi anni aveva assunto il nome africano di Shaka Sankofa ed era diventato un contestatore durissimo ed inflessibile del sistema politico che si esprime nella pena capitale.

Oltre ad un sostegno morale nei confronti del prigioniero, il Comitato Paul Rougeau ha assicurato contributi finanziari per le attività investigative tendenti a dimostrare la sua innocenza. Rilevante è stato l’apporto del Comitato alla mobilitazione che - per merito di Gary, dei suoi sostenitori e del suo magnifico team di difesa – è esplosa a ridosso del 22 giugno 2000, data fissata per l’esecuzione della sentenza di morte. La nostra associazione ha partecipato alla mobilitazione promuovendo una appello popolare alle autorità texane per chiedere la grazia. Alla petizione hanno aderito circa 6000 italiani tra i quali figuravano personalità del mondo sociale, politico e culturale. Il Comitato ha inoltre sollecitato interventi in favore di Gary Graham da parte dei governi europei ed ha contribuito ad attivare i media americani.

Negli ultimi giorni, con la stampa divenuta fortemente critica nei riguardi dell’esecuzione, la scesa in campo in favore del condannato di famosi leader del movimento per i diritti civili dei neri aveva scosso come non mai la fiducia dell’opinione pubblica del Texas nella pena di morte.

Le autorità texane hanno comunque negato la grazia e Shaka Sankofa ha lottato strenuamente opponendosi fisicamente all’esecuzione. Stremato dal digiuno volontario e dalla lotta, ferito e dolorante, è morto al termine di una lunga ed appassionata dichiarazione finale in cui ha gridato al mondo la necessità di continuare a combattere il sistema della pena capitale senza scoraggiarsi.

Approssimandosi la fine della sua vicenda giudiziaria Shaka Sankofa aveva dichiarato l’intenzione di “appellarsi alla corte della pubblica opinione” e con le sue ultime parole ha chiesto con forza agli amici di continuare la sua battaglia indipendentemente dal fatto che egli venisse ucciso.

Il caso di Gary Graham dopo l’esecuzione di Shaka Sankofa

Il Comitato ha proseguito - in collaborazione con l’avvocato difensore e con l’investigatore privato – il lavoro sul caso di Gary Graham per acclarare la profonda ingiustizia della sua condanna a morte. In questo quadro un passo particolarmente importante è stato l’avvio della stesura di un libro sulla vita e sulle vicende giudiziarie del condannato.

Il libro ha lo scopo di fornire un’informazione rigorosamente controllata per dimostrare al mondo in modo chiaro e inconfutabile l’estraneità dei Gary Graham al delitto per cui fu condannato a morte.

Il riconoscimento dell’innocenza di un condannato a morte dopo l’esecuzione della sentenza capitale darebbe un forte contributo alla causa abolizionista. Un tale evento indurrebbe infatti alla riflessione i cittadini americani molto di più di quanto non avvenga quando l’innocenza viene riconosciuta in tempo, magari in extremis poco prima dell’esecuzione.