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RESTIAMO UMANI

di Federica Massoli

 

«Restiamo umani».

Era il motto di Vittorio Arrigoni, ma dovrebbe esserlo di tutti noi.

***

Ci sono mesi che sembrano non finire mai e Luglio 2026 è stato uno di quelli per me.

Sono arrivata alla fine del mese con la sensazione di aver vissuto un anno intero. E mentre cercavo ancora di sopravvivere al dolore per Bryan, il mio amatissimo Bryan, ucciso dallo stato della Florida il 13 novembre 2025, luglio mi ha portato via altre due persone.

Dennis Sochor, ucciso con un’iniezione letale il 14 luglio.

James Aren Duckett, ucciso nello stesso modo il 28 luglio.

Per il resto del mondo erano due detenuti nel braccio della morte della Florida.

Per me erano solamente Dennis e Jimbo.

Erano uomini che avevano un volto, una voce, delle abitudini. Persone con cui avevo condiviso tempo, parole, silenzi, lettere e email. Persone che avevano occupato uno spazio nella mia vita molto prima di occupare qualche riga in un articolo di giornale.

Conobbi Dennis perché viaggiavo in Florida insieme a una mia carissima amica belga, la visitatrice abituale di Dennis. Io andavo a trovare Bryan, lei andava a trovare lui e nel visiting park le nostre giornate hanno finito inevitabilmente per intrecciarsi.

Dennis aveva settantaquattro anni.

Aveva la dolcezza degli uomini che non sentono più il bisogno di dimostrare nulla e la curiosità di chi trova ancora gioia nelle cose più semplici.

Appena mi vedeva, iniziava subito a parlarmi in italiano.

Era un italiano bizzarro, pieno di accenti improbabili e parole dimenticate, ma per me era meraviglioso.

Mi raccontava sempre della sua giovinezza, di quando aveva prestato servizio militare in Italia e aveva imparato qualche parola della mia lingua. Ogni volta le pronunciava in maniera buffa, guardandomi negli occhi, aspettando quasi una conferma.

«L'ho detto bene?»

E quando gli rispondevo di sì, sorrideva con l'orgoglio di un bambino.

Tra tutti i ricordi che ho di lui, ce n'è uno che custodisco con particolare tenerezza.

Prima ancora di raggiungere il tavolo dove lo aspettava la mia amica, ogni volta che ci incontravamo infilava la mano dentro i calzini e tirava fuori alcune bustine di caffè solubile.

Me le porgeva e diceva, con l'aria soddisfatta di chi aveva organizzato una sorpresa:«Un po' per voi e un po' per noi... così possiamo bere insieme un buon caffè.»

Mi faceva sempre ridere.

Perché in quel gesto c'era tutto Dennis.

Un uomo capace di condividere quel poco che aveva.

Sempre sorridente.

Sempre ironico.

Sempre impegnato, proprio come Bryan, a offrire agli altri la versione migliore di sé, nonostante il luogo terribile in cui era costretto a vivere.

Ho incontrato Dennis, per l'ultima volta, nel mese di maggio del 2026.

Sono tornata nel braccio della morte per fare visita a Dan, un amico che ho conosciuto da poco.

Ancora una volta sono stata in Florida con la mia amica belga e, come se il tempo ci avesse concesso un ultimo frammento di normalità, ci siamo ritrovati tutti insieme nel visiting park. Al termine delle visite, ci siamo salutati come abbiamo sempre fatto: con un sorriso, un abbraccio, sguardi felici e la speranza che ci saremmo rivisti a novembre, per il Thanksgiving.

Il destino, però, ha scritto un finale diverso. Poco più di un mese dopo, sono tornata in Florida per accompagnare la mia amica, perché non affrontasse da sola quei giorni in cui ha dovuto dire addio al suo Dennis. È stato il modo più naturale per restituirle la presenza amorevole che lei aveva donato a me nel novembre precedente, quando è rimasta al mio fianco nel momento del mio addio a Bryan.

Poi c'era Jim.

Anzi, Jimbo.

Non ricordo nemmeno quando ha cominciato a firmarsi così nelle sue email.

Ricordo invece perfettamente i suoi abbracci.

Era un uomo di 68 anni grande e robusto, che quando ti abbracciava, capivi immediatamente che dentro quell'uomo enorme abitava una gentilezza rara.

Anche lui lo avevo conosciuto grazie ad una cara amica europea, una donna francese che era la sua visitatrice abituale. Trovandoci tutti insieme nel visiting park, avevo imparato ad apprezzarne i modi educati, il rispetto con cui si rivolgeva a chiunque, la sua capacità di ascoltare.

Con il tempo, quando la mia amica francese iniziò ad affrontare alcune difficoltà personali, cominciai a corrispondere con lui e, di tanto in tanto, ci davamo notizie reciproche su come le nostre vite stessero andando.

L'ultima email, gliel'ho mandata il 26 luglio 2026.

Due giorni dopo sarebbe stato messo a morte.

La sua storia continua a tormentarmi.

Il primo mandato di esecuzione era stato firmato il 27 febbraio. Poi tutto si era fermato.

I suoi avvocati avevano ottenuto una sospensione dell’esecuzione per nuovi test del DNA sulle prove raccolte al tempo del crimine, perché esistevano dubbi importanti sulla sua colpevolezza.

Per cinque mesi Jim è rimasto rinchiuso nel death watch, la sezione del carcere destinata ai condannati che hanno già una data di esecuzione.

Cinque mesi.

Centocinquanta giorni trascorsi aspettando che qualcuno decidesse se avrebbe avuto ancora diritto di vivere.

Nemmeno la sospensione dell'esecuzione gli ha restituito la libertà di uscire da quella sezione.

Lo Stato lo ha lasciato lì.

Ad aspettare.

Come se la morte non fosse stata annullata, ma semplicemente rinviata.

E infatti è stato così.

Quando i nuovi test del DNA non sono riusciti a fornire una risposta definitiva, non è stata l'incertezza a prevalere.

E’ prevalsa la condanna.

Jim è stato ucciso non perché la sua colpevolezza fosse diventata improvvisamente certa, ma perché lo Stato ha ritenuto sufficiente che non fosse stata pienamente dimostrata la sua innocenza.

Mentre sto ancora cercando di elaborare tutto questo, i giornali hanno continuato a parlare d'altro.

Di record.

Di numeri.

Dennis è stata la decima esecuzione del 2026 in Florida.

Jim è stata l'undicesima.

Nello stesso giorno in cui lui è stato ucciso, un altro uomo è stato messo a morte: la dodicesima esecuzione dell'anno.

Altre due sono già fissate entro il primo settembre.

Un'esecuzione ogni due settimane.

Due nello stesso giorno.

Da quanto ho letto, non accadeva da circa sessant'anni.

Un record.

L'ennesimo.

Anche il 2025 era stato definito un anno da record: diciannove uomini uccisi solo in Florida, tra loro anche il mio Bryan.

E tutto lascia pensare che quel numero verrà superato.

Ogni volta che apro un giornale on line americano ritrovo sempre le stesse parole.

Record.

Statistiche.

Numeri che trasformano vite umane in bilanci da aggiornare e programmi politici da portare avanti.

Sotto gli articoli, scorrono commenti carichi di odio, scherno e disprezzo. C'è chi esulta, chi festeggia, chi invoca ancora più sofferenza, come se il dolore potesse restituire ciò che è stato perduto.

E ogni volta mi chiedo quanta umanità abbiamo perso e siamo disposti a perdere pur di convincerci che la morte di qualcuno possa essere una vittoria, qualcosa da celebrare.

Spesso mi sembra surreale doverlo ripetere: nessuno sta santificando chi ha commesso un crimine.

Eppure è questa l'accusa che puntualmente viene rivolta a chi prova a contrastare la violenza verbale che dilaga sul web: «Voi abolizionisti avete più compassione per i criminali che per le vittime».

Davvero è così difficile comprendere?

Le persone detenute hanno già perso la libertà. È la pena prevista dalla legge, ed è il prezzo che stanno pagando per le loro azioni ed è giusto così. Ma per molti non è sufficiente. Vorrebbero che, insieme alla libertà, fosse cancellata anche la loro dignità. Che la pena si trasformasse in umiliazione, in disprezzo e infine in una morte dolorosa. Come se la giustizia potesse dirsi compiuta solo quando diventa vendetta.

Ma la giustizia non cresce all'aumentare del dolore. Una condanna non diventa più giusta perché infligge più sofferenza. Quando pretendiamo che a una persona venga sottratta anche la sua dignità o umanità, non stiamo difendendo le vittime: stiamo solo impoverendo la nostra. Perché il confine che separa la giustizia dalla crudeltà passa proprio da lì, dalla capacità di riconoscere la dignità umana anche in chi ha sbagliato.

Per me Dennis non era il reato scritto nel fascicolo di un tribunale.

Jimbo non era un numero progressivo nell'elenco delle esecuzioni.

Erano uomini.

Un uomo che parlava un italiano improbabile perché voleva farmi sorridere.

Un uomo che nascondeva bustine di caffè nei calzini per poterle condividere con gli amici.

Un uomo che abbracciava con una delicatezza che nessuno si aspetterebbe da un corpo così grande.

Un uomo il cui respiro è rimasto sospeso per cinque mesi nella speranza che qualcuno ascoltasse il suo grido di innocenza.

È questo che temo si dimentichi troppo facilmente.

La pena di morte non uccide soltanto un detenuto.

Cancella una persona.

E quando la persona scompare, restano solo i numeri.

Io, invece, continuerò a ricordare loro: Dennis. Jim.

E Bryan.

Perché nessun record o articolo di giornale potranno mai raccontare chi erano davvero.

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