JOSÉ VOLEVA CHE RIMANESSIMO AMICI PER MOLTI ANNI ANCORA

di Elena Gaita

Un’intensa testimonianza scritta da Elena Gaita, cara amica di José Medellín, dopo l’esecuzione di José, avvenuta in Texas il 5 agosto 2008

 

Il 5 maggio è stata fissata per José la data di esecuzione per il 5 agosto, esattamente 90 giorni dopo.

Da questo momento è iniziata una battaglia che mi ha dato continue speranze di ribaltare la situazione di José.

Non avrei mai pensato che sarebbe andato tutto così in fretta. Pensavo che in un modo o nell’altro le possibilità di evitare che José finisse nella macchina della morte texana ci fossero. E anche lui era ottimista. Diceva sempre che si fidava ciecamente dei suoi avvocati, che si riteneva fortunato ad avere loro, che erano considerati tra i più prestigiosi degli Stati Uniti e che lui neanche con 100 anni di lavoro sarebbe riuscito a pagarli. Lui pensava che il suo caso avrebbe mosso mari e monti, che non sarebbe passato inosservato. In effetti come poteva? Era stata commessa un’ingiustizia palese nei confronti di un gran numero di persone.

Quel 5 maggio quando i suoi avvocati hanno cercato di parlare, sono stati messi a tacere dalla giudice Caprice Cosper: “Non siamo qui per un’udienza, ma per fissare una data di esecuzione.” Questa frase avrebbe già dovuto far capire tutto e in effetti ora appare molto più chiara. Il Texas già da molto tempo aveva deciso cosa fare del caso di José.

Da quel momento in poi tutta la mia attenzione si è rivolta verso di lui, la pena di morte è diventata lui, non c’erano più altre date che mi interessassero.

Lui da tempo mi aveva detto che se mai fosse stato “giustiziato”, avrebbe voluto come suoi testimoni all’esecuzione 5 giornalisti di diversi paesi per poter testimoniare al mondo l’ingiustizia che si stava compiendo e mi chiese di aiutarlo a trovare un giornalista italiano, visto che l’Italia è un paese particolarmente sensibile alla tematica della pena di morte. 

Sono riuscita a trovare un giornalista de la Repubblica disposto a farlo. Speravo che avrebbe potuto iniziare a scrivere di José già da prima per far conoscere il suo caso. Purtroppo mi disse che questo non era possibile: sul giornale l’esecuzione di un uomo fa più notizia della sua storia.

Anche tutti gli altri tentativi che sono stati fatti erano rivolti a portare il caso di fronte all’attenzione del pubblico, quindi insieme a Stefania, Giuseppe, Carlo e Alessandra, ho iniziato a scrivere a tutti i quotidiani, le televisioni e le radio italiane chiedendo il loro aiuto.

Siamo riusciti a ottenere un breve speciale del TG La7 su di lui e una puntata di una trasmissione su Radio Due. Infine anche il TG3 avrebbe voluto occuparsi del caso di José, ma aveva intenzione di intervistare lui direttamente. Quando mi è giunta la notizia che l’intervista era stata rifiutata da José sono rimasta stupita. Aveva dovuto farlo perché i suoi avvocati avevano deciso di non fargli rilasciare più interviste, in quanto queste a loro parere avrebbero potuto nuocergli.

Un’altra strada che abbiamo tentato di seguire è stata quella di comunicare con il Presidente del Messico Calderòn, al quale abbiamo mandato molti appelli tramite il suo sito Internet, chiedendogli di occuparsi del caso di José e di fare pressioni sugli Stati Uniti per la questione dei Messicani rinchiusi nei bracci della morte americani. Calderòn ha risposto a tutti singolarmente.

Il tempo cominciava a stringere, il 5 agosto si avvicinava rapidamente ed io non sapevo più cosa fare. Da un lato avevo José che mi continuava a ripetere di stare tranquilla, che in qualche modo tutto si sarebbe risolto, anche se lui cominciava ad avere meno ottimismo di prima,  dall’altro avevo la mia ansia e quella sensazione di impotenza, che così tante volte ho provato da quando mi sono avvicinata al mondo della pena di morte: la sensazione di essere solo un puntino inutile.

Prima di tutto questo, quando José era ancora pieno di fiducia mi parlava spesso di come immaginava la sua vita futura se per caso avesse avuto un nuovo processo e se gli fosse stata annullata la sentenza di morte. Mi diceva che avrebbe impiegato tutta la sua vita nella lotta contro la pena di morte e che avrebbe fatto di tutto per cercare di salvare anche il suo (e mio) amico Peter, perché, diceva, sarebbe stato devastato se lo avessero ucciso. Voleva che rimanessimo amici per molti anni ancora.

Nelle settimane immediatamente precedenti al 5 agosto ancora nulla si era mosso e così abbiamo optato per l’ultima carta da giocare, e cioè quella di preparare un appello a favore di José da inviare al Governatore del Texas Rick Perry e al Board of Pardons and Paroles, la Commissione delle Grazie. Molte persone lo hanno firmato. Poi potevamo solo aspettare.

Nel frattempo mi è arrivata l’ultima lettera di José, nella quale lui mi diceva che doveva prepararsi al peggio, che non voleva rischiare di arrivare al 5 agosto senza aver salutato i suoi amici e che quindi mi doveva salutare. Anche in quest’occasione ha cercato di rimanere sereno e di dirmi che lo avrei dovuto ricordare come una persona allegra e senza tristezza perché lui era in pace con se stesso e fiero della persona che era diventato, nonostante gli errori del passato.

Il 4 agosto il Board of Pardons and Paroles ha votato 7 a 0 contro la grazia per José. A questo punto le mie speranze si erano esaurite.

Il fatidico 5 agosto è stata una giornata lunghissima e straziante. Dal primo pomeriggio sono stata a casa di Stefania con Carlo perché non sarei riuscita a rimanere da sola ad aspettare una qualsiasi notizia. Siamo state incollate al computer e al telefono tutto il pomeriggio, ma niente. Il governatore Perry non rispondeva, ho provato a chiamare il suo ufficio per sollecitarlo a fermare l’esecuzione, ma tutto ha continuato a tacere. Quando ormai era l’una di notte, cioè le 6 di pomeriggio in Texas, ora per la quale era prevista l’esecuzione di José, mi sono messa l’anima in pace, abbiamo acceso una candela e ho cominciato a provare a inviargli dei pensieri positivi. Mezz’ora dopo, quando ormai già credevo che lui non ci fosse più, è arrivata la notizia che l’esecuzione era stata temporaneamente fermata. Gli avvocati di José avevano presentato un appello alla Corte Suprema, chiedendo di sospendere l’esecuzione almeno fino a quando il Congresso non avesse discusso la proposta di legge sul riesame dei casi dei Messicani. Ovviamente le nostre speranze si sono riaccese, nel frattempo al Texas erano arrivate pressioni per fermare l’esecuzione da tutto il mondo: dall’Unione Europea, dal Messico, dalle Nazioni Unite…

Esausta mi sono addormentata per un paio d’ore, ma sono stata svegliata da una telefonata poco dopo le 4. Era Alessandra che ci diceva che la Corte Suprema si era espressa 5 a 4 contro José e che quindi l’esecuzione poteva procedere. Un solo voto in più a suo favore e lui starebbe ancora su questa terra. Ormai non c’era più nulla da sperare. Non riuscivo più a pensare a niente, non riuscivo neanche a disperarmi o a piangere, mi sentivo completamente svuotata da qualsiasi sensazione. Anche quando ho letto meno di un’ora dopo che José era stato ucciso.

Sono riuscita a dormire qualche ora e solo al mio risveglio ho realizzato quello che era successo; avrei preferito che lo avessero ucciso immediatamente senza farlo aspettare tutto quel tempo. Ho pensato ai suoi genitori, che non avevano potuto vederlo per 7 anni per un divieto del carcere e hanno potuto farlo solo il giorno prima della sua morte. Ho pensato a quei giudici illuminati, che avevano il potere di decidere sulla vita delle persone con il gesto del pollice. Ho pensato alla strafottenza e all’arroganza del Texas, che non ha accettato il consiglio di nessuno. E mi sono arrabbiata tantissimo. Al dispiacere è subentrata la rabbia per aver perso inutilmente un amico, perché anch’io mi sono sentita una vittima in quel momento, come le vittime a cui ‘loro’ vogliono tanto rendere “giustizia”, perché continuo a non capire come si possa dire a un ragazzino di 18 anni che la sua vita è finita prima ancora di essere iniziata e come si possa pensare che a 18 anni una persona possa già essere irrecuperabile. La tristezza è passata, anche perché, parlando con altre amiche di José, abbiamo capito che lui ora sta bene e che il volerlo tenere in vita a tutti i costi era un nostro egoismo. E’ passata anche perché le sue ultime parole rivolte ai genitori delle sue vittime hanno dato un’ulteriore prova del suo cambiamento e della sua maturazione, cose che in Texas evidentemente non sono previste.

La tristezza è passata, si è trasformata in rabbia, che è ancora viva a un mese dalla sua morte; ma adesso è un bene che ci sia perché è grazie a lei che riesco a non abbandonare il mondo della pena di morte. Per il ricordo di José, che non c’è più, e per Peter, che è ancora vivo, ma è rimasto solo.