FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 224  -  Settembre / Ottobre 2015

Detenuto in isolamento in California

SOMMARIO:

 

1) Il tour di Dale Recinella in Piemonte                                                                 2) Tema della Giornata Mondiale: Pena di morte per reati di droga          

3) Al Congresso Usa, inequivocabile il Papa contro la pena di morte                4) Anche Obama inizia ad avere dubbi sulla pena di morte                                5) Qualche crepa nel sostegno degli Evangelici alla pena di morte                  6) Suona di nuovo l’allarme per Larry Swearingen                                     

7) Quest’anno in Texas solo tre o quattro condanne capitali                              8) La maggioranza negli USA sostiene la pena di morte… in declino                9) Opinioni sulla pena di morte dei candidati alla presidenza USA      

10) Abolire - o far funzionare - la pena di morte in California?                          11) La pena di morte 'abolita' in Nebraska in vigore fino al referendum          12) In Florida le giurie dovranno condannare a morte all’unanimità?              13) La Governatrice dribbla il Papa ma un pasticcio salva per ora Glossip      14) Cronaca dell’esecuzione di una donna: Kelly Gissendaner                           15) Note sull’esecuzione di Alfredo Prieto                                                            16) Cintura elettrica, se questo non è sadismo…                                                 17) Confermata la condanna a morte di Qadri in Pakistan                                18) Asia Bibi, sotto protezione dopo la condanna di Qadri, sta bene              19) Soheil Arabi: pena di morte commutata in 2 anni di studi teologici            20) Rifugiati: catastrofico fallimento morale dei paesi ricchi                             21) Tre lettere da Nendy, tra una stagione e l’altra                                            22) Notiziario: Arabia Saudita, California, Cina, Italia, Missouri, Paesi                    Occidentali, Pakistan

 

 

1) IL TOUR DI DALE RECINELLA IN PIEMONTE

dal 16 ottobre al 1° novembre 2015

diario di Grazia Guaschino

 

Mercoledì 14 ottobre

Dale deve arrivare in Italia dopodomani mattina, ma già da oggi iniziamo a lavorare insieme a lui. Il Dott. Carpinetti, presidente dell’UCID (Unione Cattolica Imprenditori e Dirigenti), mi manda verso le undici di sera una lista di domande per Dale, per preparare un articolo da pubblicare su Vatican Insider (pagina online de “La Stampa”). Dale risponde mentre viaggia spostandosi da Tallahassee a Jacksonville dove prenderà l’aereo per New York e successivamente per Milano. L’articolo risultante, rielaborato dal suo autore, apparirà sul sito di Vatican Insider qualche giorno dopo.

 

Venerdì 16 ottobre

Andiamo a prendere Dale alla Malpensa, partendo prestissimo. Per mesi Guido ed io abbiamo lavo­rato sodo, abbiamo lottato con persone cocciute e abbiamo incontrato persone splendide, ci siamo arrabbiati e abbiamo gioito, per organizzare nei particolari il soggiorno di Dale da noi.

E’ una gioia riabbracciare il carissimo amico che ogni volta affronta un viaggio faticoso e scomodo per portare agli Italiani il suo appello contro la pena di morte.

 

Sabato 17 ottobre

Mary Brayda, efficiente e simpatica segretaria dell’UCID – nella cui sede è prevista una conferenza di Dale lunedì sera – ha organizzato per noi numerose interviste; la prima sarà oggi nello storico caffè Platti di Torino, con una giovane giornalista che lavora free lance per “La Stampa”: la ragazza fa molte domande a Dale, rimane affascinata dalle risposte e ci dice che cercherà di far pubblicare l’ar­ticolo. L’articolo uscirà a distanza di qualche settimana su Vatican Insider. Intanto abbiamo cono­sciuto Mary. Nei giorni successivi avremo ancora occasioni di apprezzarne la brillante capacità orga­nizzativa, la sua cordialità e il suo coinvolgimento.

 

Domenica 18 ottobre

La mattina alle 10:30' nella chiesa di San Giulio d’Orta arrivano molte persone, tra cui tante che, avendo saputo che Dale farà l’omelia, sono venute appositamente per ascoltarlo (una addirittura da Milano). Una bimba viene al nostro banco e dona a Dale un suo disegno con una scritta “Peace and Life”. Una signora, molto attiva in parrocchia, legge una preghiera per Dale e per tutti coloro che si battono per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

Il Vangelo di oggi parla di Giacomo e Giovanni, i due apostoli che chiedono a Gesù di sedere alla sua destra e alla sua sinistra quando saranno in paradiso. Dale parla del capovolgimento dei valori operato dal messaggio evangelico: il posto da scegliere se si vuole seguire davvero Cristo è quello situato più in basso e racconta di Tommy, che da quarant’anni si trova ingiustamente nel braccio della morte per essere stato incastrato da un giudice corrotto. Quando Dale chiede a quest’uomo come si sente, se è arrabbiato o amareggiato, lui gli risponde: “Sto bene e sono sereno. So che Dio mi ama e ho fiducia in lui. Dio sa la verità e sarà lui a occuparsi di chi mi ha tradito e ingannato. Non ho nessun motivo per essere arrabbiato. Dio sa molto meglio di me come trattare le persone che mi hanno fatto tanto male. Non sta a me giudicarle.”

Tutti sono commossi dalle parole di Dale e alla fine della Messa vengono a salutare l'amico che da anni definisce San Giulio d’Orta “la sua parrocchia lontano da casa”.

 

Lunedì 19 ottobre

 

Stamattina incontriamo Mary Brayda davanti alla sede di Primaradio e di Rete Sette Piemonte: qui Dale farà un’intervista per Rete Sette (verrà mandata in onda, molto ben montata, nel notiziario delle 20 il giorno successivo) e una intervista “live” per Primaradio.

 

 

Per quasi un’ora, un brillante radio­cronista intervista Dale, e io traduco. Il racconto dell’esperienza del nostro amico americano e la sua testimonianza dell’orrore della pena di morte vista da vicino, raggiungono via etere moltissimi ascol­tatori. Il radiocronista ci informa che arrivano, quasi su­bito dopo, alla sede della radio molte telefonate di com­menti.

La sera Dale parla a una cinquantina di dirigenti e im­prenditori della sua conversione, delle sue competenze e della sua carriera come avvocato finanziario: è stato uno di loro.

I membri dell’UCID gli donano il libro di Andrea Tornielli e Giacomo Galeazzi (tradotto in in­glese) “Papa Francesco: questa economia uccide”. Dale lo leggerà con interesse nei giorni succes­sivi e scriverà agli autori, con­gratulandosi con loro per la brillante e caustica esposi­zione dei fatti.

 

Martedì 20 ottobre

Ieri abbiamo incontrato persone che vivono ai vertici della società, oggi incontriamo quelle che si trovano all’estremità opposta: i detenuti. Ci rechiamo alla Casa Circondariale di Torino.

I locali dell’ala che ci ospita sono ariosi e ornanti da bei murales, dipinti dai detenuti stessi. Ci sono circa cinquanta detenuti. C'è anche qualche condannato all’ergastolo. In prima fila una decina di donne provenienti da un’altra ala del carcere. Ci sono inoltre alcune guardie carcerarie. Tutti ascol­tano con grande interesse ed emozione le parole di Dale, che, come sempre, io traduco passo passo. Moltissime domande al termine del discorso. Viene affrontato anche il problema dell’ergastolo, lo si paragona alla pena di morte. Lasciamo al direttore una copia del libro di Dale per la biblioteca del carcere.

 

Mercoledì 21 ottobre

Al mattino telefona una giornalista chiedendoci un’intervista per il giornale online “La nuova Bus­sola”. Mettiamo il cellulare sul vivavoce e Dale parla, io traduco e la giornalista prende nota. Alla fine ci dice che ne ricaverà un ottimo articolo. Poco dopo ci avvisa dell’avvenuta pubblicazione.

Di sera ci rechiamo nel “quadrilatero”, centro storico di Torino, alla Chiesa sede della Misericordia dell’Arciconfraternita della Misericordia, un’organizzazione fondata nel 1500 per aiutare i detenuti e i condannati a morte, che ancor oggi offre alloggio e possibilità di lavoro ai detenuti in libertà vigilata e agli ex detenuti. Vi faceva parte anche S. Giuseppe Cafasso, il santo degli impiccati. Nella chiesa sono contenute tante reliquie di quei tempi oscuri; oltre che, nei sotterranei,… un migliaio di scheletri di condannati. Dale si commuove vedendo il Crocifisso e altri oggetti appartenuti a Cafasso.

 

Giovedì 22 ottobre

Nel pomeriggio ci rechiamo al Sermig, l’Arsenale della Pace, dove già nel 2005 Dale aveva tenuto una importante conferenza. Troviamo ad accoglierci e ad ascoltarci un centinaio di persone, molte invitate dalla Caritas Diocesana di Torino. Al termine della conferenza arriva Ernesto Olivero, il fon­datore del Sermig, che è appena rientrato da un viaggio: desidera stare un po’ con Dale prima che questi rientri in America. Gli telefonerò per combinare un incontro.

 

Venerdì 23 ottobre

Negli ariosi e nuovi locali del Campus Einaudi, Dale, presentato dal Prof. Sarzotti, tiene una lezione di due ore e mezza ad un centinaio di studenti di Giurisprudenza, dedicando una parte del discorso al coinvolgimento emotivo legato all’abominio della pena di morte, e una parte alla descrizione delle incredibili norme che regolano la pena ca­pitale negli USA. Al termine molti ragazzi restano oltre l’orario e una studentessa in particolare ci esprime tutto il suo entusia­smo per la nostra causa e dalle sue parole immaginiamo che probabilmente diventerà un’attivista dei diritti umani.

 

Sabato 24 ottobre

A pranzo incontriamo una giornalista del settimanale della diocesi “La voce del popolo” che intervista Dale e scriverà un ot­timo articolo. Poi ci rechiamo di nuovo alla mia parrocchia, San Giu­lio d’Orta, dove Dale tiene l’omelia della Messa prefestiva delle 18. Questa volta parla del Giubileo della Misericordia, cita le parole del Papa riferite ai detenuti e dice che dobbiamo aiutare anche quelli che non ci sono simpatici, perché “ogni essere umano è migliore della sua peggiore azione”. Aggiunge che delle centinaia di persone che sono morte tra le sue braccia, di cancro o di AIDS, nessuna ha mai chiesto di pregare per ricevere ciò che si meritava, tutte hanno chiesto di pregare per ricevere misericordia.

 

Domenica 25 ottobre

È l’unico giorno di riposo e andiamo in gita. Visitiamo la Certosa di Pesio, in mezzo alle montagne vicino a Cuneo. I colori dell’autunno sono sfolgoranti, nelle mille tonalità di giallo dorato, di rosso, di viola, di ruggine. L’antichissima certosa, che risale al 1100, è immersa nel silenzio e nella bellezza della natura.

 

Lunedì 26 ottobre

Andiamo a Vercelli. Stefania Gaddo, insegnante di inglese all’Istituto Salesiano CIOFS, ci ha prepa­rato un’accoglienza singolare e molto sentita: alle pareti del salone dove Dale parlerà a oltre 100 ragazzi sono state appese scritte in inglese tratte dal suo libro. Tra gli invitati all’evento ci sono un ufficiale dei Carabinieri e uno della Polizia, nonché un gruppo di volontari che operano presso il carcere locale. I ragazzi hanno già lavorato sulla versione inglese del libro di Dale e così alcuni di loro ne leggono dei brani mentre su uno schermo vediamo proiettata la traduzione in italiano. Dale, prendendo spunto da questi brani, descrive la sua vita, la sua esperienza con i malati di AIDS e con i condannati a morte, la sua conversione. É profondamente toccato da questo calore, dalla gioia che i ragazzi provano stringendosi intorno a lui al termine della conferenza, mentre gli chiedono una dedica su qualsiasi pezzetto di carta riescano a trovare.

Nel pomeriggio ci rechiamo a Novara, accolti calorosamente da Anna Maria e Gianni che ci ospi­tano per la notte in casa loro. Hanno curato con attenzione l’ospitalità di noi tre e in particolare di Dale, cercando cibi che lui può mangiare.

 

Martedì 27 ottobre

Torniamo a parlare all’istituto tecnico Fauser di Novara, dove già l’anno scorso avevamo tenuto una conferenza. Nell’aula magna altamente tecnologica trovano posto quasi 300 studenti. Dale parla ai ragazzi e tutti, insegnanti inclusi, sono colpiti dalla sua storia e dal suo messaggio abolizionista. Rac­cogliamo decine di indirizzi email di persone interessate a proseguire il discorso e a ricevere infor­mazioni sulla pena di morte attraverso il nostro bollettino mensile.

Al Fauser incontriamo Marco Calgaro, amico da anni di Dale, che dopo la confe­renza Anna Maria e Gianni invitano a casa per un ottimo pranzo con noi. Dopo pranzo andiamo alla parrocchia dei nostri cari amici novaresi, dove incontriamo alcuni esponenti di un progetto nazionale di “Giustizia Ripa­rativa”. Ci raccontano quello che fanno con i detenuti, special­mente i minorenni: in pratica si tratta di tentativi di riconciliazione e incontro tra i criminali e le loro vittime e/o i rispettivi familiari.

 

 

Mercoledì 28 ottobre

Giornata mooolto intensa!

Di mattina un incontro privato con l’arcivescovo di Torino, Monsignor Cesare Nosiglia, e con il Vescovo ausiliario, Monsignor Guido Fiandino. Dale racconta del suo volontariato, descrive il brac­cio della morte, parla dell’assistenza ai condannati e alle loro famiglie, e anche alle famiglie delle vittime dei crimini. Parla della 'cintura della Bibbia' e della connessione tra la pena di morte e le errate interpretazioni delle Sacre Scritture che si riscontra negli stati del sud degli USA. Entrambi i vescovi sono molto interessati e attenti.

Nel pomeriggio ci rechiamo al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino, dove Dale tiene due conferenze a due gruppi di giovani detenuti: prima ai più giovani (una quindicina), di età compresa tra i 15 e i 18 anni e dopo ai più grandi, una ventina, che arrivano fino a 25 anni di età e sono rinchiusi nel carcere minorile perché vi sono entrati quando erano ancora minorenni.

Entrambi i gruppi sono molto attenti e dopo le parole di Dale pongono tante domande: fanno tene­rezza, sono giovani che hanno avuto enormi problemi, molti di loro sono immigrati arrivati da soli sui barconi e subito reclutati da qualche organizzazione criminale. Anche qui doniamo per la biblio­teca una copia del libro di Dale. Gli educatori ci ringraziano calorosamente.

Ernesto Olivero ha accettato di incontrare Dale al ristorante dove abitualmente mangiamo. Così passiamo a prenderlo al Sermig e ceniamo insieme a lui. Ernesto racconta la nascita del Sermig, i suoi inizi, il grande cammino in tutto il mondo. All’alba partirà per Roma dove incontrerà il Presidente della Repubblica. Il giorno dopo lo vedremo alla televisione seduto al Quirinale. Prima di lasciarci, Ernesto chiede a Dale di farsi portavoce in America di messaggi di pace. Vorrebbe incontrare Obama e chiedergli di poter costruire un Arsenale della Pace nel punto in cui sorgevano le torri gemelle distrutte l’11 settembre 2001.

 

Giovedì 29 ottobre

Ci rechiamo la sera nella parrocchia dei Santi Apostoli di Piossasco, dove don Giacomo Garbero è ora parroco. Don Giacomo aveva conosciuto Dale nel 2001. La chiesa è bella e moderna, arrivano tanti adulti, ma metà della chiesa si riempie quasi all'improvviso di giovani: sono animatori dell’ora­torio e ragazzini della parrocchia. Parliamo per oltre un’ora e mezza ad un centinaio di persone e, al termine, prima di ascoltare le varie domande, don Giacomo legge la “Preghiera per un’esecuzione” che Dale scrisse nel 2006, dopo aver assistito all’esecuzione di un uomo della cui innocenza era con­vinto ed essere intervenuto attivamente al momento dell'addio straziante alle sue tre figlie poco più che ventenni. Le domande sono molte. Alla fine Dale e don Giacomo si abbracciano con affetto.

 

Venerdì 30 ottobre

Saliamo a Superga al mattino. Scattiamo foto del superbo panorama della città in basso e dell’arco di montagne già coperte di neve sullo sfondo poi scendiamo a prepararci: nel pomeriggio torniamo al Campus Einaudi per parlare ad un altro gruppo di studenti di Legge. È l’ultima conferenza di Dale. Visto il programma che stanno svolgendo gli studenti, Dale parla anche delle condizioni delle carceri americane in generale, non solo del braccio della morte, e racconta delle terribili condizioni dell’iso­lamento, in cui migliaia di persone sono rinchiuse. L'isolamento in pratica è diventato la soluzione americana al problema dei malati di mente.

 

Sabato 31 ottobre

Dale saluta per telefono e di persona diversi amici italiani e fa le valigie.

 

Domenica 1 novembre

Ci alziamo alle 4:30' e alle 5:30' partiamo per la Malpensa, dove, alle 8, abbracciamo con grande commozione il nostro valoroso Dale e gli diciamo arrivederci.

Siamo tutti assai stanchi, ma molto felici del grande successo di queste due settimane: di sicuro, oltre alle centinaia di persone che hanno avuto l’opportunità di ascoltare Dale direttamente, migliaia hanno sentito le sue parole attraverso le interviste radiofoniche e televisive, e migliaia hanno letto la sua testimonianza sui giornali che hanno pubblicato gli articoli a lui dedicati.  Inoltre moltissimi di coloro che hanno conosciuto Dale in questi giorni sono certamente intenzionati a propagandare e ritrasmettere il suo messaggio. Abbiamo raccolto 132 indirizzi email di persone che vogliono rima­nere in costante contatto con il Comitato Paul Rougeau, abbiamo venduto numerosi libri con l’auto­biografia di Dale e, certo, tra tutte le persone che si sono dimostrate colpite e commosse, ci sono nuovi attivisti che porteranno avanti la battaglia contro la pena capitale.

 

Ringraziamenti: Ringrazio tutti quelli che hanno reso possibile questa serie di eventi: il Comitato Paul Rougeau, mio marito Guido che ha lavorato sodo con me prima e durante la tournée per orga­nizzarne ogni minimo dettaglio, Anna Maria e Gianni di Novara che ci hanno calorosamente ospitato in casa loro per due giorni e hanno organizzato la conferenza di Novara, tutti i sacerdoti, i professori, i presidenti e i direttori delle varie associazioni, delle carceri, della Caritas diocesana, delle scuole e del Sermig. Ognuna di queste persone è stata indispensabile per il successo del tour di Dale Recinella.

Ovviamente, Dale è da ringraziare più di chiunque altro, perché suo è il massimo onere di questi viaggi e lo stress emotivo che prova rivivendo, ogni volta che ne parla, le esperienze terribili che ha vissuto nel braccio e nella casa della morte. Ma sappiamo che è contento di dare questo prezioso contributo alla causa abolizionista anche qui in Europa, dove, come dice lui, la pena di morte non dovrà mai più fare ritorno, e dove l’impatto e la pressione contro la pena di morte sugli StatiUniti sono importantissimi.

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Alcuni link per chi è interessato ad ascoltare o leggere le testimonianze di Dale:

Vatican Insider: http://vaticaninsider.lastampa.it/index.php?id=6&tx_ttnews%5Btt_news%5D=44063&cHash=5c15fbaf26

http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/recinella-44754/

La nuova bussola quotidiana: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lascia-wall-street-per-assistere-i-condannati-a-morte-14216.htm

Primaradio: http://www.primaradio.it/mattino/19.10.15%20-%20Dale%20Recinella%20-%20Nel%20braccio%20della%20morte.mp3

Sermig: http://www.sermig.org/arsenali-live/120-torino/15726-dale-recinella-al-sermig

Rete7: https://www.youtube.com/watch?v=3_2t51JRjew&feature=youtu.be&a (dal minuto 8:03" al minuto 11:09")

Arciconfraternita della Misericordia Torino:

https://www.youtube.com/watch?v=eyd086sFdKA

https://www.youtube.com/watch?v=OvTyjYNhdNA

https://www.youtube.com/watch?v=p9_bBapONCE

https://www.youtube.com/watch?v=hlJwVBWoM4E

https://www.youtube.com/watch?v=0d_zOdOSvxU

https://www.youtube.com/watch?v=efYHhaf4FKo

La voce del tempo: www.lavocedeltempo.it/Mondo2/America/Dale-Racinelle-da-Wall-Strett-al-braccio-della-morte

 

 

2) TEMA DELLA GIORNATA MONDIALE: PENA DI MORTE PER REATI DI DROGA

 

Come ogni anno, il 10 ottobre, Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte - e nei giorni adiacenti - si sono svolte manifestazioni abolizioniste sia nei paesi che conservano la pena di morte sia nei paesi che l’hanno abolita. Quest’anno la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte (WCADP) di cui il Comitato Paul Rougeau fa parte, ha suggerito come tema principale intorno a cui mobilitarsi la pena di morte inflitta per reati di droga. Come sapete, Il Comitato si è impegnato al massimo in ottobre organizzando il tour in Italia di Dale Recinella, valoroso abolizionista della Florida. Le conferenze di Dale sono state segnalate nel sito dalla WCADP e di esse diamo resoconto in questo numero. Ci sembra importante però illustrare, tramite un’ampia sintesi del comunicato emesso il 10 ottobre da Amnesty International, il tema principale proposto quest’anno:

“Giornata mondiale contro la pena di morte 2015: un allarmante numero di paesi viola il diritto internazionale con esecuzioni per reati legati alla droga."

“La pena di morte continua a essere utilizzata come strumento della cosiddetta "guerra alla droga", con un allarmante numero di stati in tutto il mondo che mette a morte persone condannate per impu­tazioni legate alla droga, in palese violazione del diritto internazionale, ha dichiarato Amnesty International in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte il 10 ottobre.

“Almeno 11 paesi in tutto il mondo - tra cui Cina, Indonesia, Iran, Malesia e Arabia Saudita - hanno emesso condanne capitali o messo a morte persone per reati legati alla droga nel corso degli ultimi due anni, mentre decine di stati mantengono la pena di morte per questi reati.

"È sconfortante che tanti paesi siano ancora attaccati all'idea sbagliata che uccidere le persone possa in un modo o nell'altro porre fine alla tossicodipendenza o ridurre la criminalità. La pena di morte non fa nulla per affrontare il crimine o permettere alle persone che hanno bisogno di aiuto di accedere ai trattamenti per la disintossicazione" ha dichiarato Chiara Sangiorgio, esperta di Amnesty sulla pena di morte.

“Il diritto internazionale limita l'uso della pena di morte ai "reati più gravi", definizione che gene­ralmente include solo l'omicidio volontario. I reati di droga non rientrano in questa categoria. Il diritto internazionale inoltre stabilisce per gli stati l'obiettivo di muoversi verso l'abolizione della pena di morte.

“Eppure molti stati giustificano l'uso della pena di morte come un modo per affrontare il traffico di droga o l'uso problematico delle droghe. Questi stati stanno ignorando il fatto che una risposta basata sui diritti umani e sulla salute pubblica, compresa la prevenzione dell'abuso di sostanze e l'accesso al trattamento, risulta efficace per porre fine ai decessi per droga e prevenire la trasmissione di malattie infettive. Anche in relazione a crimini violenti, non c'è uno straccio di prova che la minaccia dell'e­secuzione costituisca un deterrente maggiore rispetto a qualsiasi altra forma di punizione […].

“Nell'aprile 2016 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il principale organo deliberativo delle Nazioni Unite, si riunirà in una sessione speciale sulle droghe per discutere le priorità di controllo della droga nel mondo, incluso l'uso della pena di morte per reati legati alla droga. L'ultima volta che una sessione speciale sulla droga si è svolta è stata nel 1998. […]

 

Esempi in alcuni paesi

 

  • […]  La Cina ha compiuto timidi passi avanti per ridurre il ricorso alla pena di morte negli anni recenti, anche riducendo i reati punibili con la morte. I reati legati alla droga, tuttavia, continuano a causare condanne ed esecuzioni.

  • L'Indonesia ha messo a morte 14 persone quest'anno, tutte accusate di traffico di droga. […]

  • L'Iran è al secondo posto per numero di esecuzioni al mondo, dietro la Cina. Negli ultimi decenni ha messo a morte migliaia di persone per reati di droga. Le leggi sulla droga sono estremamente dure: una persona può essere condannata a morte per il possesso di 30 grammi di eroina o cocaina. […]

  • Il traffico di droga in Malesia comporta la condanna a morte obbligatoria […]

  • In Arabia Saudita le esecuzioni per reati legati alla droga sono salite alle stelle. Nel 2014, quasi la metà delle 92 persone messe a morte erano state condannate per reati legati alla droga. Il sistema giudiziario manca delle garanzie più elementari per garantire il diritto a un processo equo. […]

(V. l’ampio documento: https://www.amnesty.org/en/documents/act50/2634/2015/en/ )

 

 

3) AL CONGRESSO USA, INEQUIVOCABILE IL PAPA CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Papa Francesco ha parlato al Congresso degli Stati Uniti il 24 settembre. In un lungo discorso, applauditissimo, ha ricordato i meriti degli Americani ma anche i demeriti ed ha deplorato l'uso da parte loro della pena capitale (*). Riportiamo qui di seguito il passo del discorso papale che ci inte­ressa di più, tradotto in italiano. Se chiarissimo ed esplicito è il riferimento al pena di morte, nelle parole del Papa vediamo anche una condanna dell'ergastolo irrevocabile, lì dove dice che "una giu­sta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione.":

 

" [...]

Ricordiamo la Regola d’Oro: «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te» (Mt 7, 12).

La Regola d’Oro ci mette anche di fronte alla nostra responsabilità di proteggere e difendere la vita umana in ogni fase del suo svi­luppo.

Questa convinzione mi ha por­tato, fin dall’inizio del mio mini­stero, a sostenere a vari livelli l’abo­lizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo bene­ficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini. Recentemente i miei fratelli Vescovi qui negli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e ne­cessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilita­zione. [...] "

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(*)  v. http://www.nytimes.com/2015/09/25/us/pope-francis-congress-speech.html?emc=edit_th_20150925&nl=todaysheadlines&nlid=36941804&_r=0

 

 

4) ANCHE OBAMA INIZIA AD AVERE DUBBI SULLA PENA DI MORTE

Il 23 ottobre Barack Obama ha rilasciato un’intervista a Bill Keller, ex direttore del New York Times, attualmente impegnato nel The Marshall Project, un’organizzazione che si occupa di giustizia penale.

In tale intervista il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di essere turbato dalle conseguenze pratiche della pena di morte.

Ha affermato di non essere con­trario “in teoria” ad uccidere i cri­minali condannati per orrendi de­litti, ma ha aggiunto che le evi­denti prove di razzismo e di con­danne ingiuste lo hanno spronato a chiedersi se la pena di morte con­tinui ad essere uno strumento le­gittimo.

Dicendo di aver riflettuto a lungo sull’argomento, Obama ha dichiarato che le recenti esecu­zioni fallite lo hanno indotto a du­bitare della legalità della pena ca­pitale. Ha detto: “Sappiamo che, nell’ap­plicazione della pena di morte, ci sono stati casi recenti durante i quali essa non è stata veloce e indolore, ma piuttosto, secondo qualsiasi standard, raccapricciante e mal eseguita.”

Dopo l’esecuzione orribile avvenuta pochi mesi fa in Oklahoma (durante la quale il condannato si era dibattuto e aveva avuto convulsioni per decine di minuti) il presidente degli Stati Uniti aveva chiesto al Dipartimento di Giusti­zia di condurre un’indagine sulle procedure della pena di morte.

Da quel momento diversi stati hanno sospeso le esecuzioni, o per ragioni legali o perché le società farmaceutiche hanno interrotto la fornitura delle sostanze letali.

Nella stessa settimana di fine ot­tobre, persino Anthony Scalia, giudice ultraconservatore della Corte Suprema degli Stati Uniti, ha dichiarato in un’intervista a CBS News: “… non mi stupirei…” se la Corte Suprema abolisse la pena di morte negli Stati Uniti.

Le parole di papa Francesco, pronunciate con tanta decisione durante il suo intervento al Congresso degli Stati Uniti, hanno certamente influito sul presidente e contribuito a incrementare lo scetticismo nei confronti di una pratica che, anche per i più forcaioli, sta rivelando tutta la sua inutilità e il suo grandissimo costo. (Grazia)

 

 

5) QUALCHE CREPA NEL SOSTEGNO DEGLI EVANGELICI ALLA PENA DI MORTE

Il nostro amico Dale Recinella durante le sue conferenze ricorda sempre che una forte componente del sostegno americano alla pena di morte deriva da una errata interpretazione delle Sacre Scritture da parte dei Battisti del Sud, che costituiscono buona parte dei credenti nella cosiddetta “Bible belt”, la cintura della Bibbia, formata dagli stati del sud degli USA, quelli che un tempo avevano la schia­vitù.

Ma forse in questo pilastro della pena capitale USA, qualcosa sta incrinandosi.

Lo scorso 15 ottobre, il Consiglio Direttivo dell’Associazione Nazionale degli Evangelici (NAE) ha assunto in merito una posizione articolata, diversa dal tradizionale cieco e incondizionato sostegno alla pena di morte: “I cristiani evangelici hanno differenti vedute riguardo alla pena di morte, citando forti motivazioni bibliche e teologiche sia a favore della giustizia fatta dalla pena di morte in casi estremi, sia a favore della sacralità della vita di chiunque, anche di coloro che hanno commesso gravi crimini, ma che ancora possono pentirsi e redimersi. Noi riconosciamo il coscienzioso impegno di entrambe queste correnti di pensiero etico cristiano.”

La NAE rappresenta oltre 10 milioni di Americani, 45.000 congregazioni e quasi 40 diverse deno­minazioni cristiane.

Ovviamente non si tratta di un balzo radicale nella direzione abolizionista, ma è comunque passo significativo. Finora la NAE non si limitava a esprimersi a favore della punizione capitale lì dove era in vigore, ma cercava anche di esercitare pressioni sui legislatori perché ripristinassero la pena di morte dove era stata abolita.

Nel corso degli anni nuove generazioni di cristiani hanno iniziato a considerare razionalmente i problemi di giustizia sociale e a prendere lentamente le distanze dalle posizioni fondamentaliste dei loro genitori.

Alcuni studiosi evangelici hanno recentemente concluso che il Nuovo Testamento non è favorevole alla pena di morte. Anche Dale Recinella, come sappiamo, ha scritto un trattato che dimostra l’incon­gruenza della pena di morte americana con i precetti delle Sacre Scritture.

Un gruppo di Evangelici latino-americani nel marzo scorso ha addirittura chiesto l’abolizione della pena di morte!

Il presidente della NAE, Leith Anderson, ha dichiarato: “Adesso possiamo rappresentare uno spac­cato completo dei punti di vista evangelici. Quando i problemi si presenteranno, alzeremo la nostra voce e dichiareremo le ingiustizie in termini di razza e classe sociale…”

La risoluzione sottolinea le grosse differenze tra gli Evangelici, ma anche le loro affinità, come ha rilevato Anderson. “Gli Evangelici che sostengono la pena di morte danno valore alla vita – in parti­colare alla vita delle vittime o delle vittime potenziali. Quelli che vorrebbero abolirla sono anch’essi sostenitori della vita, e riconoscono che tutti sono fatti a immagine di Dio. Anche se vi sono diffe­renze, la teologia e i presupposti sono i medesimi.”

Se, dopo 40 anni di sostegno incondizionato alla pena di morte, la chiesa evangelica si schiererà tra gli abolizionisti, aumenterà significativamente la probabilità che questa pratica orrenda sia conse­gnata alla storia passata degli Stati Uniti. (Grazia)

 

 

6) SUONA DI NUOVO L’ALLARME PER LARRY SWEARINGEN

 

La famigerata Corte Criminale d’Appello del Texas il 28 ottobre ha rovesciato per la seconda volta la sentenza del giudice distrettuale Kelly Case che aveva consentito l’esecuzione di nuovi test del DNA che potrebbe scagionare il nostro amico Larry Swearingen (v. n. 212).

Ricordiamo che Larry è stato accusato di aver rapito e ucciso la 19-enne Melissa Trotter nel 1998. Fu condannato a morte nel 2000. Il principale argomento a favore di Larry è il fatto che egli si trovava in carcere per una violazione del codice stradale nel periodo in cui, secondo gli esperti della difesa, la ragazza venne uccisa e abbandonata in un bosco.

L’esecuzione di Larry Swearingen è stata fissata e sospesa già molte volte. In questi anni il Comitato Paul Rougeau ha aiutato finanziariamente Larry per la sua difesa legale.

 

 

7) QUEST’ANNO IN TEXAS SOLO TRE O QUATTRO CONDANNE CAPITALI

 

Il 7 ottobre vi è stata la prima condanna a morte in Texas del 2015. A 10 mesi dall’ultima sentenza capitale, è stata inflitta la ‘massima sanzione’ al 22-enne Gabriel Hall reo dell’omicidio di un 68-enne e del ferimento della di lui consorte. Lo ha deciso una giuria nella contea di Brazos dopo aver discusso per 7 ore.

Tre casi capitali che potevano concludersi con la pena di morte, in precedenza erano sfociati in una condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione.

A quella di Hall sono seguite alte due condanne a morte. Nel 2015 le condanne capitali in Texas potranno essere al massimo 4. Questo dato è da confrontare con le decine di condanne a morte annuali che venivano pronunciate in passato (v. n. 223). Le esecuzioni continuano però con un ritmo abba­stanza elevato (si prevede che saranno 13 nel 2015, inclusa quella del nostro amico Raphael Holiday programmata per il 18 novembre). Di conseguenza la popolazione del braccio della morte del Texas sta subendo un nettissimo calo (v. n. 223).

 

 

8) LA MAGGIORANZA NEGLI USA SOSTIENE LA PENA DI MORTE… IN DECLINO

 

Dall’indagine annuale della Gallup - compiuta quest’anno tra il 7 e l’11 ottobre telefonando a 1015 adulti residenti in tutti gli Stati Uniti - emerge che circa 6 americani su 10 sono favorevoli alla pena di morte per una persona condannata per omicidio (come nel 2014). Si oppone alla pena capitale il 37%, una percentuale leggermente superiore a quella degli anni passati.

Il favore per la pena di morte, diminuito progressivamente dalla metà degli anni Novanta (quando era all’80%), negli ultimi anni si è sostanzialmente stabilizzato intorno al 60%.

Altri dati mostrano però un continuo declino della pena capitale: nel 2014 il numero delle condanne a morte è stato il più basso mai riscontrato (e probabilmente nel 2015 sarà ancora più basso). Anche il numero di esecuzioni è vicino al minimo riscontrato di recente.

Dunque, mentre la pena di morte è in perdita nelle sedi governative e legislative e nelle Corti di giustizia, la popolazione continua ad esserle fedele.

Altri risultati interessanti del sondaggio:

- La popolazione nera è contraria alla pena di morte nel 55% dei casi e favorevole nel 39%. 

- Riguardo all’appartenenza politica, i Democratici sono assai meno favorevoli (49%) alla pena capitale dei Repubblicani (82%)

- Il 53% degli americani ritiene che oggi la pena capitale è applicata correttamente, il 41% ė di opinione contraria.

- Il 27% dice che la pena di morte è applicata eccessivamente, un altro 27% che è applicata suffi­cientemente, mentre il 40% sostiene che la pena di morte non è applicata abbastanza. Da notare: nel 2005 - quando le sentenze e le esecuzioni capitali erano molte di più - era il 53% a dire che la pena di morte non era applicata abbastanza. (Pupa)

 

 

9) OPINIONI SULLA PENA DI MORTE DEI CANDIDATI ALLA PRESIDENZA USA

 

Tra un anno ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e i concorrenti alla massima carica stanno già esprimendo le loro idee di governo, includendo, nelle dichiarazioni pubbliche, il proprio punto di vista sulla pena di morte.

E’ confortante constatare che, mentre fino a pochi anni fa nessun Americano che avesse seriamente ambito alla presidenza si sarebbe azzardato ad esprimersi contro la pena capitale, adesso la situazione è cambiata.

Vediamo alcune delle posizioni dei possibili futuri presidenti su questo tema così scottante.

Il candidato democratico Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, promotore dell’abolizione della pena di morte nel proprio stato, ha dichiarato il 28 ottobre scorso che Hillary Clinton è “indietro con i tempi” perché è a favore della pena di morte, aggiungendo che il motivo è… la sua non più giovane età.

La Clinton aveva appena dichiarato ad una folla di ascoltatori nel New Hampshire che la pena di morte “è stata usata in modo discriminatorio” ma aveva subito aggiunto di non essere favorevole alla sua abolizione.

La Clinton ha sempre sostenuto fortemente la pena di morte, sia nel 2000 quando cercò di candidarsi al Senato, sia nel 2008 quando per la prima volta mirò alla presidenza. Adesso  ha ammorbidito la sua posizione  affermando di essere convinta che “ora molte prove dimostrano che la pena di morte è stata applicata spesso in modo disgraziatamente discriminante”, aggiungendo che gli USA devono applicarla in modo molto più attento e intelligente, ma concludendo che la pena capitale continua a essere necessaria in alcuni casi “egregi”, sia pure rari e limitati.

Anche Bernie Sanders, senatore del Vermont e aspirante alla presidenza tra le file dei Democratici, ha affermato il 28 ottobre la sua opposizione alla pena di morte. Ha dichiarato di capire che le persone sono traumatizzate e disgustate dai crimini orrendi, ma che il governo “non dovrebbe essere coinvolto nell’assassinio di altri Americani”. Il suo atteggiamento è parte del più vasto tentativo di prendere le distanze dalla sua avversaria Hillary Clinton. Nelle ultime settimane di campagna elettorale, Sanders ha cercato di dimostrarsi più progressista su vari punti (egli ha ad esempio sostenuto la liberalizza­zione della marjuana). Sanders ha anche dichiarato: “Quando le persone commettono crimini orrendi, e ne vediamo commettere davvero troppi, dovremmo rinchiuderle in carcere e buttare via la chiave”. Ed ha aggiunto: “È il momento per gli Stati Uniti di porre fine alla pena di morte. Preferisco vedere che il mio Paese è citato accanto alle altre democrazie europee piuttosto che accanto a Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita e altri che hanno la pena di morte. […] In un tempo di violenza e omicidi in crescita in tutto il mondo, il governo degli Stati Uniti dovrebbe dire forte e chiaro che non vuole essere parte di questa tendenza”.

Prudente la linea di un terzo aspirante alla massima carica USA, Jeb Bush, ex governatore della Florida e fratello del famigerato ex presidente George W. Bush. Jeb il 1° novembre ha dichiarato durante un’intervista di essere “combattuto” sul tema della pena di morte. Ha affermato: “[La pena di morte] era la legge del mio paese quando ero governatore e mi ci sono attenuto scrupolosamente. Per essere onesti, essa non è più un deterrente perché viene applicata di rado. Intasa i tribunali e costa un sacco di soldi.” Jeb Bush - che lasciò compiere 21 esecuzioni durante i suoi otto anni di governo in Florida - ha aggiunto di ritenere ancora che la pena capitale possa dare sollievo ai familiari delle vittime, ma che la sua applicazione debba comunque essere riformata. “Se deve essere usata come deterrente, deve essere riformata. Non possono trascorrere 25 anni prima dell’esecuzione. Questo non serve a nessuno. Né le vittime né lo stato possono risolvere il problema con l’attuale groviglio di procedure giudiziarie”, ha detto Bush. (Grazia)

 

 

10) ABOLIRE - O FAR FUNZIONARE - LA PENA DI MORTE IN CALIFORNIA?

 

La California non compie più esecuzioni dal 2006 e, da quando fu ripristinata la pena capitale negli Stati Uniti, ha messo a morte ‘solo’ 13 dei 900 condannati rinchiusi nel carcere di San Quentin. In compenso tale stato spende 150 milioni di dollari l’anno per tenere in essere la terribile istituzione.

Una nuova proposta di referendum è stata presentata il 16 settembre: se raggiungerà il numero di sottoscrizioni prescritto, nel 2016 i cittadini californiani avranno di nuovo la possibilità di decidere se abolire questa costosissima pratica e sostituire le condanne a morte con l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola.

La proposta è partita dall’attore Mike Farrell che, dal momento in cui la sua richiesta verrà accettata, avrà 180 giorni di tempo per raccogliere 365.880 firme.

Nella sua proposta Farrell scrive: “Lo stato spende milioni di dollari dei contribuenti per fornire avvocati ai condannati a morte, solo per vedere poi gli assassini, che ha condannato a morire a mezzo di esecuzione, morire di vecchiaia in carcere.” Farrell definisce la pena di morte “una promessa vana”. La proposta evidenzia anche del rischio di giustiziare gli innocenti.

Nel 2012 gli elettori californiani avevano respinto a strettissima maggioranza (52%) la proposta di abolire la pena di morte (era la “Proposition 34”) (1).

Anche chi si oppone a questa nuova proposta di referendum ammette che la situazione attuale della pena di morte sia estremamente difettosa, ma ovviamente suggerisce alternative diverse dall’aboli­zione. Anne-Marie Shubert, procuratore distrettuale della contea di Sacramento, nonché membro dell’associazione “Californiani per la Riforma e il Risparmio sulla Pena di Morte”, ha dichiarato che il suo intento è di opporsi all’abolizione, ma di snellire le procedure. Il suo scopo sarebbe di accelerare gli appelli e facilitare la somministrazione delle iniezioni letali. “Ci sono quelli tra noi che si battono da anni, se non da decenni, in trincea, che sono consapevoli del fatto che, pur essendo [la pena di morte] molto difettosa, può essere sistemata e deve essere sistemata”, ha detto la Schubert. (Grazia)

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(1) V. nn. 200, 201

 

 

11) LA PENA DI MORTE 'ABOLITA' IN NEBRASKA IN VIGORE FINO AL REFERENDUM

 

Il 27 maggio scorso il parlamento del Nebraska aveva votato l'abolizione della pena di morte (1). Subito dopo coloro che registrano i dati sulla pena di morte negli USA avevano considerato questo stato come abolizionista scrivendo che dei 50 stati USA, 31 mantengono la pena di morte e 19 l'hanno abolita.

Ma avrebbero fatto meglio ad aspettare, infatti il governatore del Nebraska, Pete Ricketts, che aveva tentato invano di annullare con il proprio veto tale passo di civiltà, è tornato alla carica.    

Supportato da alcuni facoltosi conservatori, e spendendo di tasca propria, Ricketts è riuscito a rac­cogliere un gran numero di firme per l'indizione di un referendum in materia che si terrà tra un anno, a novembre del 2016.

Il 16 ottobre il Segretario di Stato del Nebraska, John A. Gale, ha attestato il raggiungimento del quorum per indire il referendum per abolire la legge abolizionista. Non solo: il numero di firme cer­tificate ha raggiunto anche il quorum per sospendere l'entrata in vigore della nuova legge: in pratica la pena di morte in Nebraska c'è ancora e potrebbero esservi compiute delle esecuzioni. Tant’è vero che il governo dello stato si sta dando molto da fare per reperire i farmaci letali per un'ipotetica ese­cuzione (2).

Ricketts ha ribadito che la pena di morte è importante per la sicurezza pubblica e per i tutori della legge che devono avere a che fare quotidianamente con persone pericolose. Ha affermato che occorre proteggere loro per proteggere tutti. "Certo, siamo impegnati per trovare il modo di portare a termine le sentenze di morte - ha dichiarato alla stampa il giorno 16 - ed è una delle cose su cui la mia ammi­nistrazione si vuole concentrare. Nessuno vorrebbe mettere a morte nessuno ma abbiamo nella società pericolosi criminali e noi dobbiamo proteggere i tutori della legge”.

Il governatore ha affermato che andando in giro per lo stato ha visto che la popolazione è largamente a favore della pena capitale.

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(1) v. nn. 222 e 223

(2) Ciò anche se il Nebraska ha solo 11 condannati a morte e non ha 'giustiziato' nessuno dopo il 1977.

 

 

12) IN FLORIDA LE GIURIE DOVRANNO CONDANNARE A MORTE ALL’UNANIMITÀ?

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha tenuto un’udienza di un’ora il 13 ottobre in merito al ricorso di Timothy Lee Hurst che fu condannato a morte nel 2000 e, dopo l’annullamento della primitiva condanna, di nuovo nel 2012, per un omicidio commesso nel 1998.

Hurst contesta la legge della pena di morte della Florida perché in questo stato le giurie possono infliggere condanne capitali a maggioranza semplice, cosa che non avviene negli altri stati. Inoltre il condannato contesta i ruoli del giudice e della giuria nell’affermazione delle aggravanti che devono essere presenti per emettere una sentenza capitale (1).

Gli avvocati della difesa e quelli dell’accusa si sono scontrati sull’interpretazione della famosa sen­tenza Ring v. Arizona del 2002 che richiede che sia la giuria a trovare le aggravanti capitali e non il giudice.

Ci vorranno mesi perché la Corte Suprema si pronunci in merito, ma qualora la massima corte degli Stati Uniti desse ragione a Timothy Hurst potrebbero esserci notevoli conseguenze. Se la sentenza in favore di Hurst fosse retroattiva parecchie condanne capitali della Florida verrebbero annullate.

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(1) In Florida la giuria vota a maggioranza (anche con soli 7 voti contro 5) la presenza di una aggravante capitale, ma senza esplicitarla. Ogni giurato pensa alla sua aggravante che potrebbe essere diversa per ognuno dei dodici giurati.

 

 

13) LA GOVERNATRICE DRIBBLA IL PAPA MA UN PASTICCIO SALVA PER ORA GLOSSIP

 

Richard Glossip si proclama innocente, ha il supporto di numerose personalità, tra cui Susan Sarandon, suor Helen Prejean e papa Francesco. Il papa è intervenuto presso la governatrice dell’Oklahoma Mary Fallin chiedendo la commutazione della sentenza.

Eppure egli è arrivato quattro volte sulla soglia dell’esecuzione. L’ultima volta - il 30 settembre - la governatrice ha dichiarato di non avere la facoltà di intervenire e tutto sembrava procedure ineso­rabilmente.

Però, due ore prima dell’inizio dell’iniezione letale, la macchina della morte si è fermata, per lui e per gli altri condannati a morte dell’Oklahoma. Se ne riparlerà il prossimo anno.

Che cosa è successo? E’ successo che l’accusa e la difesa nonché la governatrice si sono accorti che i boia si preparavano ad iniettare nelle vene di Glossip acetato di potassio invece che cloruro di po­tassio! (1)

Ma non basta: poco dopo il giornale The Oklahoman ha scoperto che anche la precedete esecuzione, portata a termine in gennaio ai danni di Charles Warner, era stata effettuata usando acetato di potassio!

“L’acetato di potassio è un conservante alimentare, ma oggi ha conservato Richard Glossip”, ha commentato suor Helen Prejean, assistente spirituale del condannato.

Dopo la sospensione dell’esecuzione i familiari di Glossip si sono uniti in cerchio ed hanno pregato e fatto volare nel cielo palloncini.

Dale Baich, uno degli avvocati di Richard Glossip, ha stigmatizzato la segretezza della procedura di morte adottata dall’Okahoma, eseguita da personale non qualificato ad difuori del controllo del pubblico.

Il Dipartimento di Correzione dell’Oklahoma ha fatto sapere di essere ancora in cerca del pentobar­bitale, il farmaco letale ora preferito in vari stati.

Richard Glossip - colpevole o innocente che sia – ha sofferto più volte le pene dell’esecuzione, sia pure essendo stato risparmiato in extremis. Risparmiato per quanto tempo? Solo per alcuni mesi?

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(1) Il cloruro di potassio è usato come terzo farmaco, alla conclusione del procedimento, per bloccare il cuore.

 

 

14) CRONACA DELL’ESECUZIONE DI UNA DONNA: KELLY GISSENDANER

Il giornalista Jeff Hullinger, della trasmissione 11Alive, lo scorso 30 settembre era tra i testimoni all’esecuzione in Georgia di Kelly Gissendaner, condannata a morte per l’omicidio del marito, con­cordato con l’amante. Si trattava della prima donna messa a morte in quello stato dopo 70 anni. Dopo aver raccontato passo passo, in una serie di “tweet”, le sue emozioni durante il lugubre pro­cedimento, Jeff ha assemblato i suoi messaggi e li ha consegnati a Peachpundit. Riportiamo fedel­mente il suo racconto che parla della pena di morte da vicino e delle emozioni che si provano ad assistervi. È un racconto assi diverso dai soliti resoconti delle esecuzioni fatte dai media. Questo giornalista non sembra essere un attivo abolizionista, per cui la sua immersione nel dramma di Kelly Gissendaner è particolarmente notevole.

 

“Ci accompagnano all’interno del carcere con grandi misure di sicurezza. Non ero mai stato in un carcere di massima sicurezza. Trascorrervi 6 ore per l’esecuzione mi ha fatto ripensare all’enormità della morte e della disperazione. Niente I-phone, niente denaro, niente medicine, niente anelli, niente orologi, niente libertà.

Chiedo ad una guardia calva e massiccia, che evita di guardarci negli occhi, il permesso di usare il bagno. Solo uno alla volta e sotto la sua supervisione. Siamo seduti in una stanza d’attesa con altri 3 giornalisti esperti. Loro tre messi insieme hanno assistito complessivamente a 23 esecuzioni. Strana­mente questo mi dà un po’ di sicurezza. In qualche modo mi sembra che in carcere una cosa del genere possa essere accettabile.

Restiamo seduti insieme, sotto sorveglianza, con carta e matita e bottigliette d’acqua per ore ed ore. Questa attesa inizia alle 18:20’ e termina quando la guardia entra e ci chiama, dicendo laconica: “prendete la vostra roba”.

Usciamo, attraverso un lungo tunnel, fino ad un furgoncino che ci aspetta. C’è la nebbia, visibilità zero. Lungo il percorso ci sono uomini grandi e grossi che imbracciano grandi armi automatiche e indossano giubbotti antiproiettile neri. Attraversiamo in silenzio posti di controllo, circondati da filo spinato.

Entriamo per ultimi in un piccolo edificio che sembra lo spogliatoio di un campo di calcio per liceali. Vediamo tre panche simili ai banchi di una chiesa, stipate di uomini. Poi, proprio davanti a noi, Kelly Gissendaner. Sul lettino, le braccia distese con gli aghi e i tubicini. Ci guarda negli occhi mentre entriamo nella stanza. Inizia a singhiozzare, io distolgo lo sguardo e cerco di ricompormi. Sembra agitata o forse nervosa.

La porta della camera si chiude dietro a noi con uno scatto. Nessuno potrà uscire.

Ci viene detto: “Se ne avrete bisogno, ci sarà per voi assistenza medica”.

Il direttore del carcere fa la sua apparizione quasi come un ospite d’onore. Viene recitata una pre­ghiera; Gissendaner sta piangendo, singhiozzando, gemendo. Si mette a cantare “Amazing Grace” con la voce rotta dal panico. E’ un’immagine atroce. Questo inno sacro non sarà mai più lo stesso per me.

“Mi dispiace”, dice, come rivolgendosi al marito ucciso, che definisce “un uomo meraviglioso che non se lo meritava”. Vorrebbe riportarlo in vita. Vuole che i suoi figli sappiano che è morta cantando Amazing Grace.

Il viso dei testimoni è vuoto, triste; la maggioranza sono uomini, e la maggioranza di loro guarda da un’altra parte. Una donna singhiozza e canta. La compassione è presente, ma solo nei pensieri.

Ascoltare una preghiera durante un’esecuzione – in questo posto orribile – sembra una cosa neces­saria ma alla quale nessun dio dà retta. Non dimenticherò mai un’immagine: il viso di Kelly Gissendaner passa dal rosso al grigio nell’arco di pochi minuti. Lei passa dai singhiozzi al silenzio.

La morte è arrivata prima che il medico la dichiari. Le mani hanno smesso di contrarsi e sono immobili. Trascorrono minuti di silenzio da entrambi i lati del vetro. Più di 10 minuti.

Appena tutto finisce, vorrei che il furgoncino del carcere si precipiti fuori dal filo spinato. Vorrei che qualcuno mi porti in un qualsiasi altro posto per raccogliermi in preghiera.

Arrivo a casa alle 3:30’ del mattino e non posso chiudere occhio.

Alle 6:45’ preparo il pranzo del mio bambino e accompagno il bimbo a scuola. Ringrazio Dio di questo.

Non ripeterò mai più una simile esperienza.”

 

 

15) NOTE SULL’ESECUZIONE DI ALFREDO PRIETO

 

Riportiamo una sintesi della fredda testimonianza resa dal giornalista Tom Jackman del Washington Post sull’esecuzione di Alfredo Prieto da parte dello stato della Virginia, avvenuta il 1° ottobre (1).

 

“Il serial killer Alfredo Pareto ha vissuto gli ultimi momenti della sua vita secondo la sua personale versione di professionalità - mantenendo lo stesso sguardo passivo che mostrò durante I suoi 3 lunghi processi a Fairfax - rifiutando con fare sprezzante di mostrare rimorso o dispiacere mentre rilasciava una ben preparata dichiarazione finale simile a quella di un atleta professionista intervistato dopo una partita: “Non pensateci più”. È entrato nella camera della morte alle 8:52 di sera di giovedì ed era morto alle 9:17.

Alle 3 del pomeriggio, a Richmond, i legali di Prieto discutono con un giudice e con l’accusa se la prima sostanza dell’iniezione letale causerà ingiusto dolore a Prieto.

Al centro correzionale di Greensville nella Virginia del sud, Prieto riceve la visita di sua madre, Teodora Alvarado, di sua sorella Yolanda Loucel, di suo fratello Guillermo Prieto, tutti di Pomona in California; e di un cappellano della prigione, il rev. Richard Mooney di Petersburg. Mooney non dice se Prieto gli ha chiesto di essere assolto dai peccati.

6 p.m.: Il giudice Hudson respinge la richiesta di rinvio, decretando che i legali di Prieto non hanno dimostrato che il pentobarbitale può causare un’indebita sofferenza.

7 p.m.: vari gruppi arrivano alla prigione di Jarratt, per assistere all’esecuzione: poliziotti, avvocati, giudici e 4 giornalisti. Nessuno dei parenti delle 5 persone trucidate da Prieto in California è presente. Questi seguono le notizie online.

8:45 p.m.: Veniamo condotti alla stanza dei testimoni, larga circa 4 metri e mezzo. La camera della morte, ha un lettino vuoto con supporti sporgenti da entrambi i lati per le braccia del condannato. Ci dicono che Prieto è in una cella adiacente.

8:50 p.m.: Un pesante silenzio carico di ansia riempie la stanza. Tutti abbiamo lo sguardo incollato al lettino vuoto. La sedia elettrica è lì vicino, ma Prieto ha scelto l’iniezione letale.

8:53 p.m.: Prieto esce dalla sua cella, ammanettato e con i ceppi ai piedi, circondato da 6 guardie. Porta occhiali, camicia e pantaloni da lavoro blu, sandali senza calze. Gli tolgono le manette e lo legano sul petto con due cinghie di cuoio, altre due fissano le gambe, altre ciascuna caviglia e anche ciascuna mano.

8:55 p.m.: Una tenda scherma il vetro che separa la stanza dei testimoni da quella dell’esecuzione, in modo da impedire la vista del personale che inserisce i tubicini endovena in ciascun braccio e piazza un monitor per il cuore sul suo petto.

9:03 p.m.: Si apprende che la Corte Federale d’Appello del Quarto Circuito ha rigettato un ultimo ricorso.

9:08 p.m.: La tenda si apre. Le braccia di Prieto sono distese sui supporti. Tubicini inseriti in en­trambe le braccia. Un ufficiale della prigione gli chiede se vuole dire le sue ultime parole e gli tende un microfono. Lui è tutto bloccato dalle stringhe, ma alza leggermente il capo e dice a voce bassa: “Desidero ringraziare tutti i miei avvocati, sostenitori e familiari. Non pensateci più”.

9:09 p.m.: Prieto è disteso sulla schiena e non si sente più nulla. La sua faccia non rivela alcuna emozione, né paura, né rabbia. L’unico movimento è quello del suo petto che ansima. Probabilmente sta ricevendo la dose di pentobarbitale. Ora è completamente calmo.

9:12 p.m.: Una guardia sta vicino alla testa di Prieto. Nessuno parla. Gli occhi di tutti sono fissi a percepire un qualsiasi segno di vita. O di morte.

9:13 p.m.: Una guardia gli pizzica i piedi per controllare che il primo farmaco lo abbia veramente sedato. Prieto non si muove. Il pentobarbitale lo ha reso incosciente senza incidenti.

9:15 p.m.: Prieto sembra non respirare più. Deve aver ricevuto un secondo farmaco per arrestare i polmoni e quindi un terzo per fermare il cuore.

9:17 p.m.: Il Direttore del carcere Eddie L. Pearson esce da dietro una tenda alle spalle di Prieto e annuncia, "L’ordine del tribunale della contea di Fairfax è stato eseguito alle 9:17 p.m." Prieto è morto.

9:50 p.m.: Il corpo di Prieto viene portato in ambulanza all’ufficio del medico legale di Richmond.

Ray Morrogh, pubblico accusatore, dice: "Ho pensato che Prieto è morto di una morte molto più dolce di quella di tutte le sue vittime. Se ne è andato molto serenamente. Ho visto il modo in cui gli è stata fatta l’iniezione letale e si è addormentato. In passato ho visto miei familiari ed amici soffrire terribilmente fino all’ultimo battito di cuore. La sua morte è stata molto più facile di quella delle donne sue vittime che imploravano di aver salva la vita”.

Morrogh e molti altri sono nel giusto quando dicono che il tranquillo processo dell’iniezione letale non è proporzionato alla violenza e all’orrore che ci ha portati qui. La professionalità da ospedale dell’esecuzione è il compromesso imposto dal governo tra quanti vorrebbero una pubblica impicca­gione e quanti vorrebbero abolire la pena di morte. Alla fine, come accade sempre nel caso di com­promessi, nessuno è soddisfatto.”

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(1) V. https://www.washingtonpost.com/news/local/wp/2015/10/02/the-execution-of-alfredo-prieto-witnessing-a-serial-killers-final-moments/

 

 

16) CINTURA ELETTRICA, SE QUESTO NON È  SADISMO…

 

Il processo a James Calvert accusato di omicidio è ricominciato in Texas il 28 settembre dopo una sospensione di due settimane a causa dello shock provocato da una scarica elettrica inflitta all'impu­tato.

James Calvert di 45 anni è accusato di aver ucciso la sua ex moglie e di aver rapito il loro figlio. Nel processo Calvert si difendeva da sé dopo aver ricusato i suoi avvocati difensori.

Cathryn Kase, direttore esecutivo del Texas Defender Service, ha dichiarato alla NBC News che Calvert appariva mentalmente disturbato e non gli dovrebbe essere stato consentito di difendersi da solo.

Calvert è stato obbligato a indossare durante il processo una stun belt, una cintura che produce scariche elettriche dell’ordine di decine di migliaia di volt, simili a quelle emesse da una pistola TASER.

Calvert ha ricevuto la scarica dopo essersi rifiutato di alzarsi in piedi come richiesto dal giudice Jack Skeen. Skeen ha giustificato la decisione di far indossare all’imputato la cintura elettrica soste­nendo che Calvert si comportava in modo imprevedibile. 

Secondo la Reuters. il giudice Skeen, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni, avrebbe impartito l’ordine con clausola di riservatezza.

Dopo lo shock della cintura elettrica, il giudice ha incaricato dei legali d’ufficio di difendere Calvert e ha ordinato la dilazione di solo due settimane nella conduzione del processo, un tempo insufficiente perché il nuovo avvocato possa prepararsi adeguatamente per affrontare il caso (1). (Pupa)

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(1) In California Jonathan Keith Jackson fu condannato a morte in un processo in cui indossò una stun belt, la sua condanna è stata confermata in appello (v. n. 213, Notiziario).

 

 

17) CONFERMATA LA CONDANNA A MORTE DI QADRI IN PAKISTAN

 

La condanna a morte di Mumtaz Qadri, l’attentatore di Salmaan Taseer, è stata confermata il 7 ottobre dalla Corte Suprema del Pakistan.

Giovane guardia del corpo di Taseer, il 4 gennaio 2011 Qadri non aveva esitato a sparare una raffica di 27 colpi contro il Governatore del Punjab, reo di aver preso le difese di Asia Bibi (v. art. seguente) e di essersi espresso contro la legge che punisce la blasfemia. Nessuna delle altre guardie del corpo aveva cercato di evitare l’uccisione del governatore.  

Taseer, un uomo d’affari di aperte vedute, era andato a visitare Asia Bibi in prigione e aveva lan­ciato una campagna per ottenere per lei la grazia presidenziale. I suoi parenti faticarono per trovare un mullah disposto a celebrate le sue esequie.

Qadri, che agì ben consapevole di rischiare una condanna capitale, si mostra tuttora convinto ed orgoglioso del suo gesto, ed è considerato un eroe dai conservatori del Pakistan.

Negli ambienti più laici ed avanzati del paese, la condanna a morte di Mumtaz Qadri, è stata salutata come una vittoria della civiltà contro la barbarie. L’avvocato Saroop Ijaz, capo di Human Rights Watch in Pakistan, ha definito la conferma della condanna a morte di Qadri una “decisione corag­giosa” e “il primo passo per avviare un discorso ragionevole sulla blasfemia.”

Sanam, figlia di Salman Taseer, ha detto di essere contraria alla pena di morte ma di giustificarla per Qadri, diventato oggetto di culto per i conservatori: “È trattato come un re in prigione. La donne gli portano i loro figli affinché imparino da lui.”

Al contrario, Zahid ur Rashidi un importante esponente religioso sostenitore di Qadri, chiede al governo di rilasciare immediatamente “il nostro eroe nazionale”. “Dal momento che il sistema legale è anti islamico, giovani disperati prendono la legge nelle loro mani,” afferma.

Ora, a separare Qadri dal cappio, c’è solo la possibilità di una grazia presidenziale. Sarà difficilis­simo per il presidente prendere una decisione in merito.

Quanto a noi: non dimentichiamoci di essere contrari alla pena di morte per tutti, anche per coloro che fanno di tutto per subirla.

 

 

 

18) ASIA BIBI, SOTTO PROTEZIONE DOPO LA CONDANNA DI QADRI, STA BENE

Il 16 settembre si è diffusa la notizia che Asia Bibi (1) è stata posta sotto stretta sorveglianza per timore di attentati alla sua vita conseguenti alla condanna a morte di Mumtaz Qadri (v. art. prece­dente). L’Agence France-Presse (AFP) riporta il parere di un ufficiale del carcere femminile di Multan in cui è detenuta: “Lei potrebbe essere uccisa da qualsiasi detenuto o anche dalle guardie carcerarie perciò dobbiamo stare in guardia”.

Il 21 ottobre l’avvocato difensore Saif-ul-Malook è andato a trovare Asia Bibi in carcere insieme al marito di costei, Ashiq Masih. I due hanno potuto constatare che la prigioniera è in buona salute ed hanno smentito le voci pessimistiche diffuse negli ultimi tempi soprattutto dall’AFP (2).

Dopo le notizie allarmistiche, provenienti anche dal Vaticano, “ho deciso di andare in prigione e incontrare Asia di persona per accertarmi se tali notizie fossero veritiere”, ha dichiarato l’avvocato.   

“Solo i familiari e l’avvocato difensore possono entrare nella cella di detenzione. Il marito Ashiq ed io siamo andati insieme a visitarla. Le condannate a morte sono detenute separatamente e chiuse in locali di 2 metri e mezzo per 3, chiamati celle della morte. Ci sono tre celle della morte in quella prigione. Essendo Asia l’unica condannata, due celle sono vuote. Una poliziotta staziona permanen­temente davanti alla sua cella per ogni necessità”, ha dichiarato Malook. “Asia è probabilmente l’unico carcerato in Pakistan al quale è stata data una TV in cella. Appare in buona salute e del tutto normale, io le ho tuttavia domandato se soffrisse di qualche malattia seria.” Asia ha negato recisa­mente di aver sofferto di malattie serie in prigione da quando vi entrò nel 2009. Si è riempita di gioia quando la ho detto che sarà presto liberata.”

Il marito di Asia ha confermato di aver visitato la detenuta insieme all’avvocato e di aver potuto scorgere “un barlume di speranza” sulla sua faccia.

Ricordiamo che l’ultimo ricorso di Asia Bibi è pendente dal mese di luglio presso la Corte Suprema del Pakistan. In precedenza l’Alta Corte di Lahore aveva respinto il suo appello contro la condanna a morte pronunciata nei suoi riguardi nel 2010 in seguito alla denuncia di alcune donne che l’accusa­rono di blasfemia nel 2009 (3).

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(1) Asia Bibi, detta anche Aasia, si chiama in realtà Aasiya Noreen

(2) V. n. 223.

(3)  Sulla tragica e alterna vicenda di Asia Bibi v. nn. 220, 223, e nn. ivi citati.

 

 

19) SOHEIL ARABI: PENA DI MORTE COMMUTATA IN 2 ANNI DI STUDI TEOLOGICI

 

A fine settembre si è appreso che la condanna a morte inflitta in Iran a Soheil Arabi accusato di aver insultato il Profeta Maometto su Facebook, è stata commutata in due anni di studi teologici, più la lettura di 13 libri religiosi, più 90 giorni di prigione.

Arabi che fu arrestato dalle guardie rivoluzionarie due anni fa (1), non verrà liberato dopo aver scontato tali pene perché gravato di un altro capo di imputazione che gli ha fruttato una condanna a 7 anni e mezzo di carcere: aveva insultato anche il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei.

A Soheil Arabi, il cui caso ha avuto una certa risonanza internazionale, è andata abbastanza bene: nel 2014 un uomo fu messo a morte per insulto al profeta Giona. Il meschino era stato accusato di aver portato “innovazioni nella religione” e di aver “sparso corruzione sulla terra” in quanto aveva interpretato la storia di Giona riportata dal Corano come un racconto simbolico.

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(1)  V. n. 219, “Insulta il Profeta su Facebook…”

 

 

20) RIFUGIATI: CATASTROFICO FALLIMENTO MORALE DEI PAESI RICCHI

 

Il 12 ottobre Amnesty International ha denunciato la paurosa crisi dei rifugiati nel mondo (*). Riportiamo una sintesi del relativo comunicato stampa in cui si dice che solo il 10% del totale di 1.150.000 rifugiati più vulnerabili (tra 20 milioni di rifugiati) è stato reinsediato e che l'86% dei rifugiati è attualmente ospitato in paesi poveri.

 

"Il catastrofico fallimento morale dei leader del mondo, che perdono tempo a litigare tra di loro men­tre lasciano vergognosamente milioni di persone a soffrire in disastrose condizioni umanitarie, sarà ricordato per generazioni a venire [...]

Livelli di violenza spaventosi in Siria, Iraq e Afghanistan e i vari conflitti in corso nell'Africa sub­sahariana e altrove hanno portato la popolazione globale dei rifugiati a un picco storico. [...]

La risposta a queste crisi globali dei rifugiati è vergognosa, soprattutto da parte dei paesi più ricchi, che hanno sin qui ignorato gli appelli umanitari e le richieste di reinsediamento dei rifugiati più vul­nerabili, mettendo a disposizione solo un decimo dei posti, rispetto a 1,15 milioni di persone che ne hanno bisogno. Nel frattempo, i paesi in via di sviluppo stanno ospitando milioni di rifugiati senza quasi alcun sostegno. [...]

"Il sistema internazionale di protezione dei rifugiati, istituito come garanzia fondamentale dopo la Seconda guerra mondiale, rischia di essere fatto a pezzi se i leader del mondo continueranno a non proteggere persone vulnerabili in fuga dalla guerra e dalla persecuzione. I rifugiati hanno il diritto internazionale di chiedere e ottenere asilo" - ha dichiarato [il Segretario Generale di Amnesty] Salil Shetty.

Nel frattempo, mentre negli ultimi mesi ha fatto notizia l'aumento del numero dei rifugiati che rag­giungono i paesi dell'Unione europea, i paesi più poveri sono costretti a sostenere l'onere della mol­teplice crisi dei rifugiati. Soprattutto in Medio Oriente, Africa e Asia, i paesi in via di sviluppo stanno ospitando l'86 per cento della popolazione mondiale dei rifugiati, arrivata a 19,5 milioni.

I paesi più ricchi non stanno facendo abbastanza per condividere quell'onere. Gli appelli umanitari sulle crisi dei rifugiati sono costantemente, e spesso gravemente, sotto-finanziati. [...]  

"Quando s'incontreranno il mese prossimo in Turchia, i leader del G20 non dovranno lasciare la riunione senza aver adottato un piano concreto e dai tempi certi per garantire il finanziamento com­pleto e sostenibile degli appelli umanitari sulla molteplice crisi dei rifugiati. Qualsiasi cosa di meno rappresenterà un profondo fallimento di leadership" - ha ammonito Shetty.

"Invece d'impegnarsi a risolvere questa crisi senza precedenti, molti governi hanno impiegato il loro tempo a escogitare modi per tenere le persone fuori dalle loro frontiere. Nel frattempo, migliaia sono già morti in mare o si trovano in condizioni squallide all'ombra dei reticolati di filo spinato. Questa è una bancarotta morale delle più acute" - ha concluso Shetty. [...]

Tuttavia, vi sono cose che i paesi più ricchi del mondo possono fare sin da ora, per mitigare l'impatto devastante della crisi globale dei rifugiati. [...] 

Dev'essere dato un significativo sostegno economico ai paesi che ospitano grandi popolazioni di rifugiati, al fine di fornire servizi fondamentali ai rifugiati e alle comunità che li ospitano. [...]

Le persone non dovrebbero più intraprendere viaggi pericolosi per far valere il loro diritto a essere riconosciute come rifugiati. Gli stati devono facilitare le riunificazioni familiari, introdurre visti uma­nitari per consentire ai rifugiati che non rientrano tra coloro da reinsediare di potervi entrare legal­mente e chiedere asilo, mettere a disposizione dei rifugiati parti dei loro programmi di concessione di visti per motivi di lavoro o di studio. [...]  

Gli stati devono dare priorità al salvataggio delle persone in difficoltà. In situazioni in cui le persone rischiano la morte, tra cui (ma non solo) durante le traversate in mare, gli stati devono investire nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare e soccorrere immediatamente le persone in pericolo. [...]

Gli stati devono intraprendere azioni efficaci per indagare e punire i gruppi criminali responsabili del traffico di esseri umani. Gli stati devono inoltre offrire protezione e assistenza alle vittime del traffico e assicurare che abbiano accesso alla procedura d'asilo e/o alla possibilità di essere reinse­diate. Tutti gli sforzi destinati a combattere il traffico di esseri umani e il trasporto illegale di persone devono porre la salvezza delle persone al primo posto. [...]

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(*) Vedi: www.amnesty.it/Catastrofico-fallimento-morale-i-paesi-ricchi-hanno-lasciato-milioni-di-rifugiati-di-fronte-a-un-destino-crudele-e-incerto   ;   www.amnesty.it/Crisi-globale-dei-rifugiati-numeri

www.amnesty.org/en/latest/news/2015/10/catastrophic-moral-failure-as-millions-of-refugees-left-to-cruel-and-uncertain-fates/

 

 

21) TRE LETTERE DA NENDY, TRA UNA STAGIONE E L’ALTRA

 

Fernando Eros Caro, nostro corrispondente dal braccio della morte della California, ci scrive di cose piccole e grandi, belle e brutte, che accadono nella sua cella, nella sua prigione, nel suo stato. L’arrivo della prima copia del suo libro “Non smettete mai di sognare”, appena stampato, lo ha reso felice.

San Quentin, 11 settembre 2015

Cara Grazia, cari amici del Comitato,

[…]  Per ora sto bene, nonostante faccia ancora molto caldo qui. La notte scorsa ho dormito senza lenzuolo e credo che anche stanotte ne farò a meno. Sono in arrivo grandi tempeste perché l’oceano Pacifico è caldo. Questa è la stagione detta de el niño, ma anche se saremo colpiti da grossi temporali e inondazioni, questo non sarà sufficiente a ridurre la siccità. […]

Sto ricevendo decine e decine di cartoline da nuovi amici italiani! J     Alcune hanno l’indirizzo indicato e a quelle risponderò. Mi fa sentire davvero molto bene constatare tanto affetto e sostegno! Grazie a tutti voi!! Mi fa sempre un immenso piacere conoscere nuovi amici! J

Qui a San Quentin abbiamo appena superato un’altra grossa epidemia! Questa volta si è trattato della Legionella. Io non sono stato contagiato, ma molti altri sì. Nei primi giorni di epidemia ci fu tolta completamente l’acqua corrente e ci fu data acqua imbottigliata. Dal momento però che ovvia­mente dovevamo poter tirare l’acqua dei nostri gabinetti, riaprirono il collegamento con l’acqua cor­rente, ma ci fu vietato di usare l’acqua del rubinetto per bere o cuocere cibi.  Per dieci giorni non ci lasciarono fare la doccia, e quando potemmo riprendere non c’era l’acqua calda! Ho già fatto docce fredde nella mia vita, così non fu un problema per me. Fino a quando non ci lasciarono riprendere l’uso delle docce, ci dovevamo lavare nei nostri lavandini usando un guanto di spugna. Adesso tutto è ritornato alla routine normale, tranne il fatto che continuiamo ad usare acqua imbottigliata. Le docce hanno di nuovo l’acqua calda e ci danno di nuovo pasti normali. Durante i primi dieci giorni di epi­demia, ricevevamo solo cibo inscatolato, per colazione, pranzo e cena. Nelle scatole c’erano solo confezioni di burro di arachidi e di marmellata. Ero arrivato a un punto in cui non potevo più vedere il burro di arachidi e la marmellata e mi limitavo a gettarli via! Ecco, questa è la vita a San Quentin!!!

Concludo per adesso, vi farò sapere quando arriverà il libro.

Uno abbraccio affettuoso a tutti     

Nendy

 

San Quentin, 16 settembre 2015

Carissima Grazia, J

Oggi ho ricevuto “IL” libro!!! J E’ bellissimo! J Il quadro riprodotto in copertina sembra vero! Naturalmente la foto sul retro della copertina è “orrenda”! Ha, ha, ha! J

Ho riletto ancora molte delle lettere e, ancora, sono molto sorpreso di ciò che ho scritto! Non tanto per la quantità degli scritti, quanto per il loro contenuto!

Il libro è molto ben realizzato! Spero che riusciate a venderne tante copie, e credo proprio che ci riuscirete. Mi piace il modo in cui avete inserito i brevi commenti tra le lettere e le risposte. Dà al lettore un’ulteriore analisi, aiutandolo a comprendere non solo la mia situazione, ma anche il rapporto che si è sviluppato tra te e me, e tra me e tutto il Comitato!

Mi ricordo ciò che ti scrissi quando mi informasti della morte della tua mamma! Capisco benissimo che abbiate omesso quella lettera. Era molto personale!

Spero che questa nostra impresa porti nuovi soci e sostegno economico al Comitato, due cose che il Comitato merita moltissimo!

Di’ “ciao” a tutti da parte mia, alla mia familia! Uno abbraccio grande e caldo per tutti, e affetto!    

Nendy  [In italiano la parte in corsivo]

  

San Quentin, 29 settembre 2015

In un Paese civile, come deve essere una bella morte? Mi chiedo se esista una “bella” morte! La natura umana ci instilla la volontà di vivere il più a lungo possibile. Arriva però il momento in cui molti di noi devono affrontare la sfida finale, devono affrontare la morte.

Qui dentro, come accettiamo la morte? Non si sa bene cosa avvenga dal punto di vista mentale, perché tutti noi evitiamo questo pensiero.  Una morte, imposta ad un uomo contro la sua volontà, preceduta da una lunga attesa! Il cuore crea uno scudo per difendersi da questo ambiente anormale, accettando come “normale” la vita nel braccio della morte! Si continua a sognare e a sperare, durante tutto il tempo che ci resta.

Ci sono ancora nuove condanne a morte in California. Alcuni ricevono condanne minori perché non ci sono quasi più esecuzioni. Eppure, il ritardo delle esecuzioni non inganna nessuno qui dentro, non ci illude che non avverranno mai più. Occorre evitare di fantasticare, anche se può sembrare piace­vole! Ci si limiterebbe a illudersi di vivere una vita normale in modo finto. Noi ci limitiamo a dire e a fare cose strane per evitare la paura.

Un condannato a morte rimane invisibile, fino a quando non gli viene fissata la data dell’esecuzione. Solo allora i media lo tirano fuori dall’oscurità. E, di nuovo, lo ritraggono come un mostro, che si è meritata soltanto una morte dolorosa! Il nostro sistema legale ci consiglia di non cercare pubblicità per timore di una ripercussione negativa al processo. Eppure le rappresaglie legali non sono parago­nabili ai molti anni perduti!

Quando la sensazione di solitudine si installa in noi, tendiamo a rifugiarci nell’anonimato, e a creare barriere contro il mondo. Vogliamo restare chiusi dentro una cella e non sfiorare la membrana delicata tra la sanità mentale e la follia. Cercare di dare un senso ad un mondo capovolto è come cercare di nuotare controcorrente. Per non parlare dei danni che ricadono sulla vita dei nostri familiari e degli amici! Già solo quest’ultimo problema ci procura più sensi di colpa di tutto il resto.

Molte volte ci dicono quanto siamo stoici ed eroici, a riuscire a far fronte ad una brutta situazione così prolungata. In realtà, chi ci parla così non ha alcuna idea di come noi gestiamo la sofferenza e l’ansia dentro di noi. La migliore difesa che io finora abbia sperimentato, è di ignorare la possibilità di essere giustiziato. Questa mossa ci difende dal ritrovarci in una cella invasi dall’ansia. In realtà, è solo quando focalizziamo l’attenzione su queste pareti della cella e sulle sbarre d’acciaio, che “il teschio della morte” si para davanti a noi!

C’è qualcosa in questo luogo che lo rende più simile a un purgatorio che a una sala d’attesa. È come un processo di morte al rallentatore. Non ci sono molte alternative: bisogna vivere solo il pre­sente. Pensare alla morte tira fuori l’onestà di una persona o il suo opposto! Noi mettiamo in mostra l’una e nascondiamo l’altro. Si può combattere ogni giorno la presenza della morte, oppure far acco­modare la morte dentro la cella con noi, e poi ignorarla! Un giorno alla volta.

Lo spirito umano riesce ad affrontare molte privazioni nel corso della vita. La forza viene da dentro di noi, quando decidiamo di uscire dall’oscurità!

Un abbraccio     

Nendy

 

 

 

22) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Già 138 esecuzioni quest’anno. Nell’ultimo decennio l’Arabia Saudita è sempre rimasta nel novero dei 5 paesi con più esecuzioni. Dall’inizio dell’anno a tutto ottobre, come riporta l’organizzazione Reprieve, vi sono state compiute 138 esecuzioni, con un forte incremento rispetto al 2014, anno in cui vi furono 90 esecuzioni. Secondo l’ultimo rapporto di Reprieve il 72% dei condan­nati a morte ha compiuto reati non violenti, come reati di droga o partecipazione a proteste politiche.

 

California. Presto finirà la pratica dell’isolamento carcerario. Nelle carceri californiane, a se­guito di una sanguinosa rivolta, fu istituita la terribile pratica dell’isolamento detentivo a lungo ter­mine. Agli inizi di settembre, dopo anni di querele, scioperi della fame e discussioni, lo stato della California ha concordato con un gruppo di detenuti ricorrenti il trasferimento di circa 2000 prigionieri dalle celle d’isolamento, in cui sono rinchiusi da anni, alcuni da un trentennio, in carceri di massima sicurezza e relativamente piccole per numero di detenuti. Questo cambiamento procurerà grande sol­lievo non solo ai prigionieri, ma anche alle guardie che devono gestirli. L’Associazione dei Direttori delle Carceri dello stato afferma che la pratica di tenere i detenuti in isolamento deve essere limitata o addirittura abolita.

 

Cina. Rimangono ‘solo’ 48 fattispecie di reati capitali. Il nuovo Codice Penale cinese, in vigore dal 1° novembre, elimina la pena di morte per 9 specie di crimini non violenti, tra cui: spaccio di armi e munizioni, contrabbando di materiale nucleare, falsificazione di banconote, raccolta fraudolenta di fondi, induzione alla prostituzione, ostacolo all’azione della polizia, diffusione di informazioni false o fuorvianti in tempo di guerra. È la seconda volta che la Cina riduce il numero dei reati capitali negli ultimi 5 anni. Nel 2011 la pena di morte fu eliminata per 13 fattispecie di reati riducendo i crimini passibili di pena capitale da 68 a 55. La pena di morte rimane in vigore per un amplissimo ventaglio di crimini, inclusi reati non violenti come la corruzione e i reati di droga.

 

Italia. Asfittico l’attivismo abolizionista nel nostro paese? Claudio Giustisi impegna parecchio, con i suoi messaggi sferzanti, per essere antipatico a molti. Dobbiamo però riconoscere che è attual­mente è il primo tra gli esperti sulla pena di morte in Italia. Ecco quello che ha scritto il nostro Claudio, in occasione della Giornata Mondiale Contro la pena di morte, in un articolino intitolato 'In memoria del movimento abolizionista italiano': “Il dieci ottobre, il trenta novembre e in occasione della conta dei fagioli alle Nazioni Unite il cadavere del movimento abolizionista italiano viene riesumato allo scopo di celebrare vetusti rituali. Gli abolizionisti italiani in attività sono cinquanta, a esagerare cento persone in gran parte donne dedite a rapporti epistolari con condannati a morte solitamente americani. Al contrario di quanto accade nel resto del mondo non abbiamo istituti che si dedichino alla pena capitale: non se ne occupano le università, non esistono biblioteche specializzate e nemmeno siti internet di un qualche valore scientifico. Da quando è morto Bobbio nessuno ha più scritto qualcosa di interessante sulla pena capitale e quando ci hanno provato avrebbero dovuto bruciare le bozze. Per fortuna nel mondo ci sono attivisti, giuristi, avvocati e professori che fanno il nostro lavoro”. Chi se la sente di contrattaccare, lo faccia.

 

Missouri. Triste record per l’avvocatessa. Il Missouri negli ultimi 3 anni ha aumentato il ritmo delle esecuzioni: ne ha compiute 2 nel 2013, 10 nel 2014 e 6 nel 2015. Dei 18 ‘giustiziati’, 8 erano clienti dell’avvocatessa Jennifer Herndon.

 

Paesi Occidentali. Ultime esecuzioni capitali. L’ultima esecuzione capitale in Italia è avvenuta nel 1947, prima dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. Nella Germania Ovest l’ultima esecuzione risale al 1949; nella Germania Est al 1981; in Austria al 1950; nel Regno Unito al 1964; in Francia al 1977. Negli Stati Uniti d’America l’ultima esecuzione (prima della chiusura di questo numero del Foglio di Collegamento) è avvenuta il 29 ottobre 2015 con la somministrazione dell’inie­zione letale a Jerry Correll da parte dello stato della Florida.

 

Pakistan. Al terzo posto per numero di esecuzioni. Con l’impiccagione di tale Zaman, assassino di un politico del Punjab, avvenuta il 13 ottobre, il Pakistan ha totalizzato almeno 260 esecuzioni dopo la fine della moratoria nel dicembre scorso (v. n. 221 e nn. ivi citati). Tale numero supera am­piamente il dato di 179 esecuzioni portate a termine nel decennio 2004 - 2014. Solo la Cina e l’Iran hanno totalizzato un numero più altro di esecuzioni nell’ultimo anno. Il Pakistan ha superato perfino l’Arabia Saudita.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino 1° Novembre 2015