FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 244  -  Dicembre 2017

Kumi Naidoo, nuovo Segretario Generale di Amnesty International

SOMMARIO:

 

1) Negli USA poche esecuzioni e scarso sostegno per la pena capitale 

2) Il Texas primeggia ancora ma il suo braccio della morte si sgonfia

3) Il governatore della Florida ed Aramis Ayala sempre in lotta 

4) Fece condannare a morte Jeff Wood in Texas: ora lo vuol salvare 

5) In Nevada i condannati a morte vogliono essere uccisi? 

6) La  cintura elettrica falsò il processo di Rodney Young in Georgia? 

7) Trump vuole la pena di morte per i terroristi

8) Esecuzioni di massa di 'terroristi' in Iraq 

9) Residente in Svezia condannato a morte in Iran per spionaggio

10) Violazioni dei diritti umani delle minoranze in  Myanmar

11) Morto l'omicida che innescò l'abolizione in Francia 

12) Kumi Naidoo, nero sudafricano, Segretario Generale di Amnesty 

13) Notiziario: Filippine, Iraq, Giappone

1) NEGLI USA POCHE ESECUZIONI E SCARSO SOSTEGNO PER LA PENA CAPITALE

 

Incoraggiante il bilancio di fine anno riguardo alle condanne a morte e alle esecuzioni negli Stati Uniti. Il sostegno dell’opinione pubblica per la pena capitale sceso al minimo con il 55% di favorevoli.

 

A metà dicembre il Death Penalty Information Center (DPIC) ha pubblicato il suo Rapporto di fine anno: The Death Penalty in 2017: Year End Report (La pena di Morte nel 2017: Rapporto di fine anno) (1).

Nel Rapporto viene sottolineato che negli USA il sostegno del pubblico per la pena di morte è sceso al minimo da 45 anni a questa parte, che altri 4 condannati a morte sono stati esonerati perché riconosciuti innocenti e che nel 2017 - con 23 esecuzioni in 8 stati - si è arrivati molto vicino al minimo di 20 raggiunto nel 2016 (2). Sette anni fa se ne ebbero il doppio. 

Il 2017 è stato il settimo anno consecutivo in cui sono avute meno di 100 condanne a morte.

Non si è avuta nessuna condanna a morte nella famigerata contea di Harris in Texas: "Probabilmente più di quelli avvenuti in ogni altro luogo, i cambiamenti avvenuti nella contea di Harris in Texas mostrano il cambiamento nella pena di morte statunitense. Per la prima volta dal 1974 tale contea, che ha compiuto più esecuzioni di qualsiasi altra, non ha messo a morte nessun prigioniero e non ha condannato nessuno alla pena capitale," ha detto Robert Dunham, Direttore Esecutivo del DPIC.

"All'interno dello spettro politico, un maggior numero di persone comincia a vedere che ci sono modi migliori per garantire la nostra sicurezza del mettere a morte un po' di delinquenti presi a caso nella lotteria della pena di morte. Ci sono periodi in cui i numeri fluttuano - con alti e bassi - ma la tendenza a lungo termine a partire dagli anni Novanta fa vedere che nella maggioranza del paese la pena capitale sta diventando obsoleta," ha detto Dunham, avvertendo che il DPIC fornisce informazioni ed analisi e segue i dati sulla pena di morte, senza prendere posizione pro o contro di essa (3). 

Le sentenze capitali pronunciate nel 2017 mettono in rilievo il crescente isolamento geografico e la natura arbitraria della pena di morte - ha osservato Dunham precisando che solo tre contee - Riverside in California, Clark in Nevada, e Maricopa in Arizona - sono responsabili di più del 30% di tutte le condanne capitali. Gli altri 3.140, tra contee e distretti, hanno tutti imposto meno sentenze capitali che negli anni passati.

Gli stati hanno fissato 81 esecuzioni nel 2017 ma 58 di esse non sono state portate a termine. Circa il 75% delle esecuzioni portate a termine riguarda 4 stati: Texas (7 esecuzioni), Arkansas (4), Florida (3) ed Alabama (3). Le 7 esecuzioni in Texas nel 2017 (come nel 2016) rappresentano il numero minimo dal 1996.

Da un'indagine campionaria condotta dalla Gallup risulta che il sostegno del pubblico statunitense per la pena capitale è diminuito del 5% nel 2017, con i Repubblicani che hanno avuto una discesa del 10% dallo scorso anno (4). Il 55% di favorevoli alla pena capitale  registrato  quest'anno costituisce il dato più basso dal 1972, anno in cui fu ripristinata la pena di morte negli USA.

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(1) L'esauriente Rapporto, di 17 pagine piene di dati, si può trovare qui:     https://deathpenaltyinfo.org/documents/2017YrEnd.pdf

Un precedente rapporto del DPIC è stato pubblicato in giugno (v. n. 239).

(2) Si tratta del minimo dal 1991.

(3) A noi sembra che il DPIC sia in realtà contrario alla pena di morte.

(4) V. nel 242 l'analogo risultato ottenuto dalla Gallup in ottobre.

2) IL TEXAS PRIMEGGIA ANCORA MA IL SUO BRACCIO DELLA MORTE SI SGONFIA

 

Continua a ridursi il numero dei condannati a morte nello stato USA che utilizza di più la pena capitale

 

Nel 2017, come negli anni precedenti, tra gli stati USA il Texas ha effettuato il maggior numero di esecuzioni, ma vi sono state poche nuove condanne capitali e pertanto continua a ridursi il numero degli occupanti del braccio della morte situato nella Polunsky Unit nei pressi della cittadina di  Livingston.

Kristin Houle, esponente della Texas Coalition to Abolish The Death Penalty, ha dichiarato: “Gli accusatori, le giurie, i giudici e il pubblico stanno sottoponendo le procedure della pena di morte nel nostro stato ad una critica senza precedenti. In un numero crescente di casi, essi accettano alternative a questa punizione fallace e irreversibile.”

Secondo Kent Scheidegger, direttore della Criminal Justice Legal Foundation favorevole alla pena di morte, la riduzione di condanne capitali dipende da un cambiamento della mentalità delle giurie e degli accusatori ma anche dal calo del tasso di omicidi. Secondo lui il sostegno alla pena capitale per i crimini peggiori resta forte.

Al momento ci sono 234 condannati a morte in Texas, circa la metà dei 460 che hanno costituito il massimo nel 1999. Il numero è andato calando dal 2003.

Ecco alcuni dati di dettaglio sulla diminuzione degli ospiti del braccio della morte del Texas nel 2017:

- 7 uomini sono stati ‘giustiziati’,  come  nel 2016. La cifra rappresenta il 30% delle 23 esecuzioni negli USA, il che non sorprende visto che il Texas ha ammazzato quasi 5 volte più condannati di qualsiasi altro stato dal 1976.

- Solo 4 imputati sono stati condannati a morte. Il numero delle condanne a morte si è progressivamente ridotto da quando, nel 2005, alle giurie è stata concessa la possibilità di condannare all’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola.

- 2 condannati sono morti per cause naturali.

- A 4 uomini la condanna a morte è stata commutata in ergastolo, di cui 2 per decisione della Corte Suprema USA. In particolare, nel caso di Bobby Moore, i giudici della massima corte hanno invalidato il metodo texano di valutare la disabilità mentale di un condannato a morte, che come tale non può essere ‘giustiziato’ (1) 

- Altri 9 uomini sono scampati all’esecuzione, almeno per il momento. 

In 6 di questi casi l’appuntamento con il boia è stato bloccato dalla Corte d’Appello Criminale del Texas, e in uno dei casi è stato bloccato da una corte federale. 

Gli altri due casi riguardano nostro amico Larry Swearingen la cui esecuzione è stata sospesa a tempo indeterminato. Larry è scampato all’esecuzione nel novembre scorso a causa di un errore formale nella notifica dell'ordine di esecuzione. L'altro condannato scampato al boia è Anthony Shore, che aveva dichiarato in un primo tempo, poi ritrattando, di essere lui l’autore dell’omicidio imputato a Swearingen. Per questo motivo l’accusa ha rinviato la sua ececuzione al 18 gennaio 2018 (2). (Grazia)

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(1) Del caso di Bobby More ci siamo occupati ampiamente nel numero 236.

(2) V. n. 242.

Emerita Mapp

 

 

 

3) IL GOVERNATORE DELLA FLORIDA ED ARAMIS AYALA SEMPRE IN LOTTA

 

 

Non è possibile prevedere come e quando finirà la contesa tra l’accusatrice Aramis Ayala, contraria alla pena di morte, e il Governatore della Florida Rick Scott sostenitore della ‘massima punizione’.

 

Come abbiamo scritto nel numero scorso, Aramis Ayala, l'accusatrice della Florida personalmente contraria alla pena di morte, lasciò scadere ampiamente il termine di 45 giorni dalla messa sotto accusa della rapinatrice omicida Emerita Mapp per presentare la richiesta di pena di morte nei riguardi di costei (1) Infatti la messa sotto accusa avvenne il 23 agosto e lo staff della Ayala presentò la richiesta solo il 31 ottobre. 

Facendo leva sulla scadenza del termine, l'avvocato difensore ha potuto evitare la condanna a morte della propria assistita, la quale l'8 dicembre è stata condannata all'ergastolo.

Inutile dire che il salvataggio della vita della Mapp ha scatenato le ire di tutto l'establishment della Florida e in particolare del Governatore Rick Scott che si è scagliato contro Aramis Ayala. 

Il consulente legale del Governatore, Daniel Nordby, in una lettera di tre pagine inviata alla Ayala l'11 dicembre, ha scritto fra l'altro: "Come lei deve ben sapere, la legge della Florida impone che la notifica dell'intento di perseguire la pena di morte doveva essere inoltrata entro 45 giorni dalla messa sotto accusa della Mapp". "Inspiegabilmente,  la notifica non fu fatta fino al 31 ottobre 2017, molto oltre la scadenza di 45 giorni, e oltre 35 giorni dal riconoscimento da parte sua di avere la responsabilità di osservare la legge."  Nordby ha aggiunto: "Ciò dimostra negligenza – o, peggio, volontaria violazione - dei doveri del suo compito costituzionale".

Altri due casi simili a quello di quello di Emerita Mapp si profilano per gli omicidi Jimmy Gary Merritt e Scott Edward Nelson: per essi il panel di 7 accusatori ha già proposto ad Aramis Ayala la pena di morte! 

Non riusciamo a fare previsioni sul quando e sul come finirà la contesa tra Armis Ayala e Rick Scott iniziata nel marzo scorso (2).

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(1) La pena di morte per Emerita Mapp era stata proposta all'unanimità dal panel di 7 accusatori  cui la Ayala è stata costretta ad affidare la trattazione dei casi capitali  (v. n. 240).

(2) V. nn.: 238; 239, anche Notiziario; 240; 242.

4) FECE CONDANNARE A MORTE JEFF WOOD IN TEXAS: ORA LO VUOL SALVARE

 

Convintasi della profonda ingiustizia di una legge del Texas che prevede la pena capitale per i complici di un delitto, l’accusatrice Lucy Wilke fa di tutto per salvare dall’iniezione letale Jeff Wood per il quale lei chiese ed ottenne la pena di morte nel 1998.

 

L’accusatrice della Contea di Kerr in Texas, Lucy Wilke, fece condannare a morte nel 1998 tale Jeff Wood che aveva preso parte ad una rapina, in una stazione di servizio nel 1996 nella città di Kerrville, durante la quale ci scappò un morto. Wood non uccise nessuno, ma fu condannato a

morte in base alla discussa law of parties (legge sulle complicità): egli sedeva in macchina mentre il suo complice Daniel Reneau uccise il commesso Kriss Keeran nel corso della rapina (1).

Ora la Wilke ha scritto alla Commissione per le Grazie e per  il rilascio sulla Parola del Texas (Texas Board of Pardons and Paroles) e al Governatore del Texas Gregg Abbott chiedendo di commutare la sentenza capitale del 1998: “Anche se le richieste di clemenza nei casi capitali vengono esaminate nell’imminenza delle esecuzioni, vi chiedo rispettosamente di prendere in considerazione questa richiesta di clemenza e di agire in merito ora, in assenza di una data di esecuzione, nell’interesse della giustizia e dell’economia giudiziaria.” (2)

La lettera scritta da Lucy Wilke è stata anche firmata dal Capo della Polizia di Kerrville, David Knight, e dalla Giudice Distrettuale Keith Williams alla quale spetta di deliberare sull’appello di Wood.

Il Governatore Abbott (che non ha mai concesso una grazia) non ha voluto rilasciare commenti riguardo al caso di Wood e non lo hanno neanche voluto fare i membri del Texas Board of Pardons and Paroles.

La vicenda di Jeff Wood ebbe una notevole risonanza nell’agosto del 2016 quando costui giunse a 6 giorni dall’iniezione letale (3). Allora la Corte Criminale d’Appello del Texas sospese l’esecuzione e rimandò il caso alla Corte della Contea di Kerr affinché si esaminasse la contestazione della difesa che Wood fu condannato a morte sulla base della testimonianza del famoso psichiatra forcaiolo James Grigson. Ricordiamo che il dottor Grigson invariabilmente testimoniava che l’accusato di un reato capitale, se non fosse stato ucciso, avrebbe costituito un futuro pericolo per la società (4). 

Nella lettera scritta ora, l’accusatrice Lucy Wilke ha ricordato di essersi giovata a suo tempo della testimonianza di James Grigson contro Jeff Wood. Di Grigson – ha scritto ora -  lei non conosceva l’acritica propensione per la pena di morte né il fatto che era stato espulso dall’Associazione degli Psichiatri Usa e dall’Associazione degli Psichiatri del Texas. 

La Wilke inoltre rileva che Jeff Wood non fu lo sparatore, che la sua scarsa intelligenza è documentata e che sia fuori che dentro il carcere non ha mai commesso violenze. Per di più 3 giurati hanno sottoscritto una dichiarazione in cui affermano che non avrebbero concordato sul fatto che Wood costituiva un futuro pericolo per la società se non fosse stato per James Grigson.

Se la sentenza di Jeff Wood venisse commutata in ergastolo, egli potrebbe conseguire la libertà sulla parola dopo 40 anni di detenzione, nel 2036, all’età di 62 anni.

Quanto a Daniel Reneau: è stato messo a morte nel 2002.

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(1) In Texas si comincia a capire che la law of parties, profondamente ingiusta, dovrebbe essere cancellata; una proposta di legge abrogativa non è però passata nel 2017. Il nostro amico e corrispondente Kenneth Foster si salvò in extremis dall’iniezione letale il 30 agosto 2007 per la grazia concessa dal governatore Rick Perry proprio perchè era stato condannato a morte in base a tale legge (v. n. 152). 

(2) Lucy Wilke ha scritto la lettera in agosto ma solo il 7 dicembre u. s. la lettera è divenuta di dominio pubblico, dopo che il Texas Tribune ne ha ottenuta una copia.

(3) V. n. 230

(4) V. n. 119 e nn. ivi citati.

5) IN NEVADA I CONDANNATI A MORTE VOGLIONO ESSERE UCCISI ?

 

Le 12 iniezioni letali portate a termine in Nevada dopo il ripristino dalla pena capitale, salvo una, hanno riguardato condannati a morte che hanno chiesto e ottenuto di essere messi a morte. Da più di un anno Scott Dozier chiede di ricevere l’iniezione letale, ma non può essere accontentato perché lo stato del Nevada non possiede tutti i farmaci necessari per metterlo a morte.

 

Scott Dozier, condannato a morte in Nevada, ha chiesto più di un anno fa di essere ucciso (1). Per ora invano.

L’esecuzione di Dozier era stata programmata per il 14 novembre ma è stata sospesa con un giorno di anticipo dalla giudice Jennifer Togliatti a motivo che lo stato non è ancora riuscito a procurarsi i farmaci che consentono di uccidere senza provocare sofferenza.

Il 5 dicembre, nel corso di un’udienza, Dozier ha detto alla Togliatti di non aver nessuna obiezione sull’uso del cisatracurium, un farmaco paralizzante che può provocare e nascondere la sofferenza, e gli accusatori hanno chiesto alla giudice di consentire l’esecuzione.

Tuttavia Scott Dozier – reo di due omicidi, uno dei quali commesso nel 2002 ai danni del 22-enne Jeremiah Miller il cui corpo fu sezionato e messo dentro una valigia – dovrà ancora attendere prima che il suo desiderio sia esaudito.

La Giudice Togliatti ritiene che la contestazione del cisatracurium fatta in passato da Dozier rimanga valida e le autorità carcerarie non se la sentano di portare avanti un’esecuzione senza tale farmaco, che rischia di fallire (pur disponendo di una nuova camera della morte del costo di 860.000 dollari).

“Ho avuto con lei non so quanti colloqui in cui le ho detto ‘Pensi bene a quello che vuole’, ha obiettato la Togliatti a Dozier. “Ci sono alcune manipolazioni delle procedure in vigore che non posso consentire. Lei ha chiesto la sospensione, l’ha ottenuta. E ora vuole ricominciare da capo, mi pare.”

Le 12 iniezioni letali portate a termine in Nevada dopo il ripristino dalla pena capitale, salvo una, hanno riguardato condannati a morte che hanno chiesto e ottenuto di essere messi a morte. L’ultima esecuzione, risalente al 2006, fu quella di tale Daryl Mack che ingiunse ai propri legali di interrompere gli appelli.

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(1) Vedi, nel n. 233, “Dozier vuole morire, ma il Nevada non ha i farmaci  letali”.

6) LA CINTURA ELETTRICA FALSÒ IL PROCESSO DI RODNEY YOUNG IN GEORGIA?

 

Negli USA l’imputato può essere costretto ad indossare una cintura, capace di infliggere scariche a 50.000 volt, durante il suo processo capitale.

 

Cinque anni fa, in Georgia, Rodney Young - accusato di aver ucciso nel 2008 il figlio della sua ex fidanzata - fu costretto a indossare una cintura capace di liberare scariche elettriche a 50.000 volt durante il processo in cui fu condannato a morte. Contestando questo fatto e la disabilità mentale di Young, il 6 dicembre scorso i suoi avvocati hanno chiesto l’annullamento del processo tenutosi nel 2012. 

Le cinture elettrificate sono realizzate in Florida dalla NOVA Security. Brian Dillard, istruttore dipendente della società, spiega: “L’intero progetto è essenzialmente per garantire il trasporto di persone ad alto rischio e la sicurezza all’interno di un’aula di tribunale nel caso di detenuti che potrebbero essere violenti, che hanno alle spalle una storia di evasioni o di tentate evasioni.”

Gli avvocati di Rodney Young hanno obiettato però che il loro cliente non presentava queste caratteristiche. A detta dei testimoni era sempre rimasto seduto tranquillo e composto durante le udienze. L’avvocato Brian Stull dell’ACLU (Unione Americana per la Libertà Civili)  ha affermato: “Un giurato riferì alle guardie del tribunale che l’imputato sembrava molto in ansia e che questo rendeva ansioso anche lui. Voleva che gli confermassero che la sicurezza era alta perché non capiva come mai il prigioniero sembrasse così in ansia. Noi invece sappiamo qual era la ragione.” 

La cintura elettrica non solo terrorizzava Young, ma ovviamente gli impediva anche di partecipare in modo normale al processo. 

C’è un precedente analogo: l’uso di una cintura elettrica durante un processo ha indotto una corte d’appello dell’Indiana ad annullare una condanna a morte lo scorso mese di agosto.

Il fabbricante di questi atroci mezzi di coercizione – condannati senza mezzi termini da Amnesty International - ha detto che agli imputati viene spiegato come funziona la cintura, prima di

costringerli ad indossarla, e che essa non costituisce per loro niente di più minaccioso della presenza stessa delle guardie.

Vale la pena guardare il terribile filmato pubblicitario diffuso dalla NOVA Security per reclamizzare le sue cinture, per capire quanto l’affermazione del fabbricante sia falsa. In questa pubblicità si vedono alcuni imputati che aggrediscono le persone presenti nell’aula del tribunale, tranne gli imputati che indossano queste cinture. Essi infatti crollano al suolo contorcendosi per il dolore dopo pochissimi istanti da quando assumono un comportamento aggressivo. (1). (Grazia

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(1)  Vedi: https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=Lt7v0J2HkIs

7) TRUMP VUOLE LA PENA DI MORTE PER I TERRORISTI

 

Il Presidente  degli Stati Uniti, Donald Trump, non perde alcuna occasione per invocare la pena di morte. La chiede soprattutto nei riguardi dei terroristi islamici, notoriamente già votati alla morte.

 

L’11 dicembre scorso il 27-enne Akayed Ullah ha fatto esplodere una bomba in un sottopassaggio pedonale nei pressi di una stazione degli autobus a New York, ferendo tre persone e rimanendo a sua volta ferito. Secondo le autorità, si è trattato di un attacco terroristico. 

La bomba era stata costruita con un tubo, una batteria a 9 volt, fiammiferi e un set di luci per albero di Natale. 

Akayed Ullah, un immigrato dal Bangladesh che abitava a Brooklyn e si manteneva facendo il tassista e l’elettricista, ha affermato di aver compiuto il suo gesto per vendicare gli attacchi aerei americani contro gli affiliati dell’ISIS in Siria e in altri paesi.

Akayed Ullah ha detto agli inquirenti di essere diventato un estremista islamico comunicando via internet.

Il 12 dicembre, giorno successivo all’attacco, il presidente americano Donald Trump non si è lasciato scappare l’occasione per ribadire la sua ferma opinione che le persone incriminate per reati di terrorismo meritino “la punizione massima prevista dalla legge”, inclusa la pena di morte. “L’America dovrebbe sempre imporsi contro il terrorismo e l’estremismo, garantendo che le nostre potenti istituzioni possano affrontare vittoriosamente tutti i malvagi attacchi che diffondono il terrore.”, ha detto Trump. Questa dichiarazione non è certo la prima del genere: il presidente aveva fatto simili affermazioni anche dopo l’attentato del 1° novembre nel quartiere newyorkese di Manhattan, quando un uomo alla guida di un camion aveva fatto irruzione su una pista ciclabile uccidendo 8 persone e ferendone altre 11.   (1)

Come ben sappiamo, la pena di morte per i terroristi islamici, già per loro volontà votati al “martirio”, non ha alcun effetto deterrente, anzi ingenera ulteriore desiderio di vendetta e rappresaglia da parte di altri fanatici. Vale la pena qui ricordare un passo del famoso discorso per l’abolizione della pena di morte fatto nell’Assemblea Nazionale francese da Robert Badinter il 17 settembre 1981: “Ancorché combattere il terrorismo, la pena di morte lo nutre. A questa considerazione dobbiamo aggiungerne un’altra: l’uso della pena di morte contro i terroristi comporta per una democrazia l’adozione dei valori tipici del terrorismo.” (Grazia)

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(1)  V. n. 243

8) ESECUZIONI DI MASSA DI 'TERRORISTI' IN IRAQ

 

L’Iraq è uno dei paesi al mondo in cui vengono eseguite più condanne a morte. Le esecuzioni conseguono a processi iniqui. Decine e decine di impiccagioni sono state portate a termine in settembre e in dicembre. Le Nazioni Unite ed Amnesty International hanno condannato recisamante

le 38 impiccagioni effettuate il 14 dicembre nei riguardi di presunti terroristi dell’ISIS o di al-Qaeda.

 

Il 14 dicembre sono stati impiccati nella città di Nasiriyah (1) in Iraq 38 uomini - 37 iracheni e un individuo avente doppia nazionalità irachena e svedese - accusati di essere  militanti del Daesh (ISIS) o di al-Qaeda. Si è trattato del maggior numero di esecuzioni effettuate in un solo giorno in quel carcere dopo l'impiccagione di 42 persone avvenuta il 25 settembre.

Subito dopo la carneficina, Dakhel Kazem, vice direttore della Commissione di sicurezza presso il Consiglio provinciale della regione di Nasiriyah, ha precisato: "L'amministrazione carceraria ha messo a morte giovedì nella prigione di Nasiriyah, alla presenza del Ministro della Giustizia Haidar al-Zameli, 38 prigionieri del braccio della morte appartenenti ad al-Qaeda o all'ISIS accusati di attività terroristiche."

Il 15 dicembre la portavoce dell'Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Liz Throssell, ha aspramente criticato le esecuzioni effettuate il giorno prima. 

"Siamo profondamente colpiti e sconvolti dalle esecuzioni di massa di giovedì," - ha dichiarato la Throssell – aggiungendo che le impiccagioni "ancora una volta generano gravi preoccupazioni sull'uso della pena di morte nel paese."

L'uccisione dei 38 terroristi, sulla colpevolezza dei quali è lecito conservare forti dubbi, è avvenuta subito dopo che il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi ha dichiarato la vittoria nella guerra contro l'ISIS al termine di tre anni di impegno militare delle forze governative, appoggiate dalla coalizione a giuda statunitense, per riappropriarsi dei territori presi dai combattenti islamici.

Sia le Nazioni Unite che Amnesty International hanno manifestato più volte la loro preoccupazione per l'uso della pena di morte in Iraq, che figura tra i paesi con più esecuzioni dopo la Cina, l'Iran e l'Arabia Saudita.

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(1) Il nome della città viene trascritto in vari modi: al-Nāṣiriyya, Nasiriyah, Nassiriya, Nassiria, al-Nasiriyah o an-Nasiriyah

9) RESIDENTE IN SVEZIA CONDANNATO A MORTE IN IRAN PER SPIONAGGIO

 

Amnesty International ha reso noto che il 9 dicembre la Corte suprema dell'Iran ha confermato la condanna a morte per Ahmadreza Djalali, medico iraniano residente in Svezia specializzato in medicina d’emergenza. Il medico era stato arrestato durante un viaggio di lavoro in Iran nel 2016. Accusato di spionaggio è stato sottoposto ad un processo segreto e precipitoso durante il quale i suoi avvocati non hanno neppure avuto la possibilità di presentare documenti a difesa. Riportiamo qui di seguito buona parte del Comunicato sulla vicenda di Ahmadreza Djalali diffuso da Amnesty International il 13 dicembre u. s. 

 

"[...] I legali di Ahmadreza Djalali hanno appreso sabato 9 dicembre che la Prima sezione della Corte suprema aveva esaminato e confermato la condanna a morte in maniera sommaria e senza garantire loro di presentare istanza e fornire documentazione di difesa [...]

Non siamo solo di fronte a uno scioccante attacco al diritto a un processo equo, ma anche in presenza di un assoluto disprezzo per il diritto alla vita di Ahmadreza Djalali. È spaventoso constatare che le autorità iraniane hanno deliberatamente negato a Djalali il diritto a un esame significativo della sua detenzione e della sua condanna”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vice direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.

Le autorità iraniane devono annullare immediatamente la condanna a morte di Ahmadreza Djalali e garantirgli il diritto di presentare un appello adeguato contro la sua condanna di fronte alla massima corte. Negare questo rappresenterà un’ingiustizia irreparabile.

Dall’inizio di novembre, gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno a più riprese contattato la Corte suprema per capire a quale sezione fosse stata assegnata la richiesta di appello, per poter presentare le richieste della difesa.

La procedura in vigore in Iran prevede che gli avvocati siano informati sulla sezione di competenza per l’appello, per poter presentare la documentazione pertinente e le arringhe. Gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno affermato che il personale del tribunale ha costantemente detto loro che il caso non era ancora stato assegnato per l’esame e che avrebbero dovuto aspettare. Di conseguenza, la notizia improvvisa della decisione della Corte suprema è stata scioccante.

Ahmadreza Djalali è stato arrestato nell’aprile 2016 durante un viaggio di lavoro in Iran. È stato trattenuto nella prigione di Evin da funzionari del ministero dell’Intelligence per sette mesi, tre dei quali passati in isolamento. Ha raccontato che non ha potuto incontrare un avvocato ed è stato sottoposto a tortura e maltrattamenti affinché confessasse di essere una spia.

Non risulta essere stata aperta alcuna indagine per le sue denunce di torture e maltrattamenti.

Nell’ottobre 2017 è stato accusato di “aver diffuso corruzione sulla terra”; o di aver agito come spia, e condannato a morte dopo un processo incredibilmente ingiusto. I suoi avvocati hanno dichiarato che la corte si era basata soprattutto su prove estorte con la forza e non ha portato alcuna prova a sostegno dell’accusa di non essere un accademico nell’esercizio pacifico della sua professione.

In una lettera scritta dalla prigione di Evin a Teheran nell’agosto 2017, Ahmadreza Djalali ha scritto di essere detenuto solamente in rappresaglia per essersi rifiutato di utilizzare i suoi contatti accademici e lavorativi con istituzioni europee accademiche o di altra natura per compiere azioni di spionaggio per conto dell’Iran.

Organismi internazionali per i diritti umani hanno unanimemente affermato che ammettere una condanna a morte dopo procedimenti che violano garanzie per un giusto processo è una violazione del diritto alla vita. Inoltre, secondo il diritto internazionale, l’unica categoria ammessa per la pena di morte è quella dei “reati più gravi”; che sono quelli che coinvolgono un omicidio volontario. [...]

10) VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI DELLE MINORANZE IN  MYANMAR

 

Nel Myanmar, dopo la fine della dittatura militare, ha assunto un notevole potere politico Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Ora lei e il governo del Myanmar vengono giustamente contestati per la loro inazione, se non complicità, nella persecuzione delle minoranze nel paese.

 

In Myanmar, il paese di Aung San Suu Kyi – la premio Nobel per la Pace ritornata progressivamente ai massimi livelli del potere dopo la cessazione della dittatura militare (1) -  continua la persecuzione della minoranza rohingya e di altre minoranze (2). Ce lo ricorda Amnesty International che ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire in merito ed ha messo in rilievo una risoluzione del Consiglio Onu dei diritti umani, approvata il 5 dicembre:

“ […] La risoluzione del Consiglio Onu dei diritti umani, approvata il 5 dicembre con 33 voti a favore, tre contrari (Burundi, Cina e Filippine) e nove astensioni […], condanna le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Myanmar, soprattutto quelle commesse contro i rohingya nello stato di Rakhine. Nel giro di pochi mesi, oltre 620.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh a causa della campagna mirata di violenza lanciata dalle forze di sicurezza di Myanmar e fatta di innumerevoli uccisioni di uomini donne e bambini, di stupri di donne adulte e adolescenti, di incendi di interi villaggi e di impiego delle mine antipersona. I rohingya rimasti in Myanmar sono intrappolati in un sistema disumanizzante di apartheid, in cui praticamente ogni aspetto della loro vita subisce gravi limitazioni. Smantellare questo sistema sarà essenziale per assicurare il ritorno volontario e in condizioni di sicurezza e dignità delle centinaia di migliaia di rohingya che hanno lasciato il paese. Amnesty International ha anche documentato ampie violazioni dei diritti umani che le forze di sicurezza di Myanmar compiono contro altre minoranze etniche, in particolare i

kachin e gli shan: esecuzioni extragiudiziali e altre forme di uccisione illegale, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, torture e lavori forzati.”

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(1) Dal 2016 Aung San Suu Kyi ricopre la carica di Ministro degli Esteri ed è Consigliere di Stato (posizione simile alla Presidenza del Consiglio dei Ministri). Per la sua inazione nei riguardi dei  rohingya, San Suu Kyi nei mesi scorsi è stata giustamante criticata da un’altra donna Premio Nobel per la Pace, la pakistana Malala Yousafzai (di Malala abbiamo parlato molte volte, v. ad es. n. 217) 

(2) Vedi n. 242, Notiziario.

11) MORTO L'OMICIDA CHE INNESCÒ L'ABOLIZIONE IN FRANCIA

 

La pena di morte fu abolita in Francia nel 1981 per merito, se così si può dire, dell’infanticida Patrick Henry e soprattutto dell'avvocato Robert Badinter che difese Henry salvandogli la vita.

 

Il 3 dicembre u. s. é deceduto per cause naturali il 64-enne Patrick Henry, il francese che negli anni settanta uccise un bambino di 7 anni e schivò per poco la ghigliottina. Henry era noto per aver spianato la strada all’abolizione della pena di morte nel suo paese. 

Patrick Henry - arrestato perché sospettato di aver rapito ed ucciso il settenne Philippe Bertrand il 31 gennaio 1976 nella cittadina di Troyes - fu subito rilasciato per carenza d’indizi. Egli si spinse fino al punto di dire in televisione che l’assassino del piccolo meritava la pena di morte.

Due giorni dopo il rilascio, Henry fu arrestato di nuovo e questa volta confessò di aver rapito e ucciso il bambino. Ne mostrò anche il corpo avvolto in una coperta nascosto sotto un letto in una stanza d’albergo. Si seppe che, subito dopo il rapimento, egli aveva chiesto un milione di franchi come riscatto per Philippe nonostante il bimbo fosse già morto.

Molti legali si rifiutarono di assumere la difesa di Patrick Henry. Robert Badinter, un giovane promettente avvocato, decise di difendere l'omicida e... di mettere la parola fine alla pena di morte in Francia. 

Nel 1977 una sua straordinaria arringa difensiva fece sì che la giuria infliggesse ad Henry l'ergastolo in luogo della pena di morte.

Patrick Henry fu liberato sulla parola nel 2001 dopo 25 anni di detenzione. L'anno seguente finì di nuovo in galera per traffico di droga. Questa condanna fu infine sospesa per gravi ragioni di salute nel settembre scorso.

Il caso di Patrick Henry segnò il primo passo verso l’abolizione della pena di morte in Francia: quattro anni più tardi Robert Badinter, diventato Ministro della Giustizia, presentò una legge per l’abolizione della pena capitale che fu appoggiata dal Presidente François Mitterrand e fu approvata dall’Assemblea Nazionale il 18 ottobre 1981. (Pupa)

12) KUMI NAIDOO, NERO SUDAFRICANO, SEGRETARIO GENERALE DI AMNESTY

 

Riportiamo pressoché integralmente il Comunicato Stampa di Amnesty International del 21 dicembre che reca una bella notizia: il sudafricano Kumi Naidoo succede all'indiano Salil Shetty.

 

"Amnesty International ha nominato Kumi Naidoo quale prossimo segretario generale del movimento globale per i diritti umani. Dall'agosto 2018 Naidoo succederà a Salil Shetty, che ha servito due mandati come segretario generale dal 2010. 'Siamo molto lieti di dare il benvenuto a Kumi come nostro nuovo segretario generale. La sua visione e passione per un mondo giusto e pacifico lo rendono un leader eccezionale per il nostro movimento globale, proprio mentre rafforziamo la nostra determinazione per un mondo in cui i diritti umani siano goduti da tutti', ha dichiarato Mwikali Muthiani, presidente del comitato esecutivo internazionale di Amnesty International.

“Il segretario generale è il leader e il principale portavoce di Amnesty International e l'amministratore delegato del suo segretariato internazionale. 

“Amnesty International è il più grande movimento per i diritti umani a livello globale, con una presenza globale che comprende uffici in oltre 70 paesi, 2.600 dipendenti e sette milioni di soci, volontari e sostenitori in tutto il mondo.   

“Kumi Naidoo è un attivista e leader della società civile. I suoi precedenti ruoli dirigenziali includono: direttore esecutivo di Greenpeace International, presidente del Global Call for Climate Action, presidente fondatore di Global Call to Action against Poverty e segretario generale e CEO di CIVICUS, World Alliance for Citizen Participation. 

“Attualmente presiede tre organizzazioni start-up nel suo paese d'origine, il Sudafrica: Africans Rising for Justice, Peace and Dignity; Campaign for a Just Energy Future e Global Climate Finance Campaign. Naidoo ha conseguito una laurea in giurisprudenza e scienze politiche (Università del KwaZulu-Natal) e un dottorato di ricerca in politica (Università di Oxford).  

" 'Sono stato un attivista e un campaigner per tutta la vita, quindi sono entusiasta di unirmi al più grande movimento per i diritti umani del mondo in un momento in cui dobbiamo contrastare attacchi sempre più frequenti alle libertà fondamentali e alla società civile in tutto il mondo. Ciò significa adattarsi a un ambiente globale fluido e in rapida evoluzione con urgenza, passione e coraggio', ha affermato Kumi Naidoo. ‘Le campagne di Amnesty International per la giustizia e l'uguaglianza oggi sono più urgenti che mai e sono onorato di guidare l'organizzazione in questi tempi difficili’.  

" 'Il mondo è in un momento emozionante in cui persone a livello globale si stanno mobilitando in gran numero per combattere l'ingiustizia e chiamare i leader di governi e aziende a rendere conto delle violazioni dei diritti umani. Non riesco a pensare a nessuno migliore di Kumi Naidoo per sviluppare la missione di Amnesty International a diventare un movimento per i diritti umani davvero globale', ha detto [dal canto suo] Salil Shetty.  'Sono lieto di passare le consegne quando, per la prima volta nella storia di Amnesty, abbiamo sia segretario generale che presidente del comitato esecutivo internazionale africani'.

" Il segretario generale è nominato dal comitato esecutivo internazionale di Amnesty International per un periodo iniziale di quattro anni. [...] "

13) NOTIZIARIO

 

Filippine. Amnesty chiede al Tribunale penale internazionale di perseguire Rodrigo Duterte. Amnesty International ha chiesto al Tribunale penale internazionale di aprire urgentemente un'indagine preliminare sui crimini contro l'umanità, comprese le uccisioni di decine di minorenni, commessi durante la sanguinosa "guerra alla droga" del presidente filippino Rodrigo Duterte. Da quando, nel giugno 2016, Duterte ha assunto la presidenza del paese, migliaia di persone sono state uccise dalle forze di polizia ma non un solo agente è stato chiamato a rispondere di tali crimini. "Ora i meccanismi della giustizia internazionale devono attivarsi per porre fine alla carneficina in corso sulle strade delle Filippine e portare i responsabili a processo. Il sistema giudiziario e le forze di polizia del paese, sia per incapacità che per mancanza di volontà, non sono in grado di chiamare gli autori delle uccisioni della 'guerra alla droga' a risponderne", ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l'Asia sudorientale e il Pacifico. "Il Tribunale penale internazionale deve aprire un'indagine preliminare e ad ampio raggio: le responsabilità non ricadono solo su chi preme il grilletto ma anche su chi ordina o incoraggia uccisioni e altri crimini contro l'umanità", ha aggiunto Gomez. "Il presidente Duterte e altri rappresentanti di primo piano del governo hanno apertamente invocato le uccisioni e questo, secondo il diritto internazionale, equivale a una responsabilità penale", ha sottolineato Gomez. [...]" (da un Comunicato di A. I. del 4 dicembe u. s.).  Su Rodrigo Duterte, sulle sue richieste di ripristino della pena di morte e sulle esecuzioni extragiudiziarie nelle Filippine v. anche gli articoli nei nn. 229, 230 236, 237, 239, 240.

 

Iraq. Si parla di 10 mila vittime civili nella battaglia di Mosul contro l'ISIS. In un Comunicato del 21 dicembre di Amnesty International leggiamo: "In relazione alle notizie dell’Associated Press secondo cui a Mosul vi sono state tra le 9000 e le 11000 vittime civili, Lynn Maalouf, responsabile delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente, ha dichiarato:  "Siamo orripilati, ma non sorpresi, da questi nuovi dati. Questi numeri sono assolutamente in linea con le nostre precedenti conclusioni sulle migliaia di civili uccisi durante la battaglia per Mosul [finita la scorsa estate,] e sul fatto che queste morti siano state causate non solo dal cosiddetto Stato islamico, ma anche dalle forze irachene e di coalizione. La stima dell'AP è più di dieci volte superiore alle cifre riportate dalle forze della coalizione, che hanno rivendicato la responsabilità di solo 326 morti”.  "Il fallimento delle forze irachene e della coalizione di riconoscere e indagare sulle morti dei civili a Mosul è una palese abdicazione di responsabilità. Chiediamo trasparenza e un onesto resoconto pubblico del vero costo umano di questa guerra, nonché un'indagine immediata condotta dalla coalizione a guida Usa e dalle forze irachene nelle violazioni e negli attacchi illegali documentati da Amnesty International e da altri gruppi indipendenti durante la battaglia per Mosul”. [...] 

 

Giappone. Quattro esecuzioni capitali nel 2017. Il Ministero della Giustizia nipponico riferisce che in Giappone nel 2017 si sono avute 4 impiccagioni, mentre 4 condannati a morte sono deceduti per cause naturali. Al 31 dicembre rimangono 123 detenuti nei bracci della morte del Sol Levante. Dei quattro condannati messi a morte nell'ultimo anno, 3 avevano ancora appelli in corso. Uno di loro aveva solo 19 anni al momento del crimine. L'esecuzione di condannati con appelli in corso sono le prime dopo il 1999. L'esecuzione di un minore di 20 anni è la prima dopo il 1997. Il favore per la pena di morte tra la popolazione giapponese si mantiene intorno all'80% pur se è in moderata decrescita. Ricordiamo che la Federazione degli avvocati giapponesi si è espressa per l'abolizione della pena capitale entro il 2020 (v. n. 231). Sulla pena di morte in Giappone v. nn.: 196; 199, Notiziario; 200; 205; 231; 332.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 5 gennaio u. s.