FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 186  -  Dicembre 2010

Mauricio Silva nel penitenziario di San Quintino

SOMMARIO:

 

1) Negli USA la pena di morte declina, anche se non crolla                     

2) Manca il Pentotal? L’Oklahoma uccide con il Pentobarbitale 

3) Pena di morte incostituzionale in Texas, forse no, forse sì                   

4) Un funerale per Jones ingiustamente ucciso in Texas nel 2000

5) Un mostro nel braccio della morte                                            

6) Intermezzo artistico                                                                   

7) Un tempo sospeso che uccide la speranza di Fernando E. Caro 

8) Scuse da Tabler, autore delle minacce telefoniche dal braccio

9) Approvazione finale della terza risoluzione per la moratoria             

10) Ennesima ‘confessione’ televisiva di Sakineh                           

11) Cuba svuota il braccio della morte, verso l’abolizione

12) Sotto processo il difensore della Estemirova, non i suoi assassini       

13) Confermate in appello le sentenze per la rendition di Abu Omar       

14) Senza pietà, dalla torre al C. I. E.                                            

15) Notiziario: Egitto, Iraq, Italia, New Mexico                            

 

 

1) NEGLI USA LA PENA DI MORTE DECLINA, ANCHE SE NON CROLLA

 

I dati sulla pena di morte negli Stati Uniti d’America relativi al 2010 confermano la marcata, anche se non catastrofica, tendenza al declino cominciata un decennio fa. Le condanne a morte si sono ridotte di due terzi e le esecuzioni si sono dimezzate. In metà delle giurisdizioni la pena di morte è stata abolita per legge o di fatto dal momento che non si verificano esecuzioni da oltre 10 anni.

 

Nel corso del 2010 si è mantenuta la tendenza al declino della pena di morte negli Stati Uniti, in atto ormai da un decennio.

Nessuno stato ha abolito le pena di morte nel 2010 - come avevano fatto il New Jersey nel 2007 e il New Mexico nel 2009 - e non sono andati in porto provvedimenti legislativi di rilievo tendenti a ridurre l’uso della pena capitale come nel 2009 (1). Tuttavia il numero delle esecuzioni e quello delle sentenze capitali si sono mantenuti particolarmente bassi e vicini ai minimi raggiunti negli ultimi tre anni.

Il numero di esecuzioni nel 2010 (46), inferiore alle 52 del 2009, conferma la tendenza del totale annuo di esecuzioni ad attestarsi al disotto di 50 (la metà del totale del 1999). (2)

Ma a indicare il declino della pena di morte è soprattutto il basso numero di condanne capitali nel corso dell’anno (114). Tale numero si è mantenuto all’incirca uguale al minimo registratosi nel 2009 (112) e deve essere confrontato con le oltre 300 sentenze capitali in un anno che si avevano a metà degli anni Novanta. Il Texas – lo stato che usa più la pena di morte – ha toccato quest’anno il minimo assoluto di 8 condanne a morte (un quinto del massimo reggiunto16 anni fa).

Gli analisti indicano tra le cause immediate del basso numero di sentenze capitali la tendenza delle giurie ad optare sempre più per la condanna a vita senza possibilità di liberazione, opzione ormai disponibile in quasi tutti gli stati. Ciò anche in ragione di una crescente consapevolezza della possibilità di errori giudiziari. Accusatori e giurie propenderebbero inoltre sempre meno per le sentenze di morte dato l’alto costo del sistema della pena capitale (3).

Gli analisti più conservatori, sostenitori della pena di morte, attribuiscono la diminuzione di condanne capitali, almeno in parte, ad una diminuzione degli omicidi, conseguente a sua volta all’alto tasso di incarcerazione (4).

Sta di fatto che la metà delle giurisdizioni USA non irrogano più sentenze capitali da oltre 10 anni e il grosso delle esecuzioni si concentra in pochi stati del Sud. E’ da ritenere che una vera e propria crisi della pena di morte non si verifica solo per la forte ed esplicita resistenza di un nucleo minoritario di conservatori che favorisce e sostiene il consenso dell’opinione pubblica per la pena capi­tale, a sua volta indispensabile per il mantenimento della struttura legale e penitenziaria che produce ed esegue le sentenze di morte.

Contribuisce a frenare un’evoluzione positiva della situazione una sorta di circolo vizioso che si stabilisce tra eletti ed elettori: chi vuol farsi eleggere si dimostra un sostenitore della pena di morte per raccogliere più voti, gli stati guidati da politici e da giudici favorevoli alla pena di morte mantengono un elevato consenso per la pena capitale.

Il sostegno del pubblico statunitense per la pena di morte rimane costante sia pure ai minimi raggiunti intorno al 2003: il 64% dei cittadini è a favore, il 30% contro (si aveva l’80% di favorevoli nel 1994). Di fronte all’alternativa tra pena di morte e condanna a vita senza possibilità di liberazione, le preferenze del pubblico si dividono attualmente a metà (5).

Se le èlite, soprattutto politiche, operassero con coraggio e lungimiranza per il superamento della pena capitale, il declino in atto da 10 anni a questa parte assumerebbe il carattere di un crollo.

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(1) V. http://www.deathpenaltyinfo.org/recent-legislative-activity#2010 ; nn. 169, 170, 175.

(2) Il numero di esecuzioni nel 2010 è stato ridotto di alcune unità a causa della carenza di Pentotal, una delle tre sostanze impiegate nell’iniezione letale (v. art. seguente), ma non c’è da aspettarsi un forte recupero nel 2011.

(3) V. http://www.deathpenaltyinfo.org/documents/2010YearEnd-Final.pdf

(4) V. http://www.crimeandconsequences.com/crimblog/2010/12/death-sentencing-rates.html

(5) V. http://www.gallup.com/poll/1606/death-penalty.aspx

 

 

2) MANCA IL PENTOTAL? L’OKLAHOMA UCCIDE CON IL PENTOBARBITALE

 

Negli USA la scarsezza di Pentotal, il primo dei tre farmaci che vengono usati nell’iniezione letale (1), ha prodotto un certo rallentamento nelle esecuzioni capitali nell’ultima parte del 2010 (v. n. 185).

Esclusa la ripresa a breve della produzione del Pentotal in ambito nazionale, sembra anche esclusa la possibilità per gli stati di acquistare il farmaco in Gran Bretagna o in Italia.

Infatti, in dicembre, l’impegno del Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini a impedire l’esportazione di Pentotal per le iniezioni letali dall’Italia è seguito all’analogo impegno già preso, a fine novembre, dal Ministro per il Commercio britannico Vince Cable (v. n. 185).

Tuttavia la ripresa del funzionamento a pieno ritmo della macchina della morte degli USA, potrebbe essere consentito da un’operazione lapalissiana: la semplice sostituzione del Pentotal con il Pentobarbitale, un farmaco similare di larga produzione ed usato dai veterinari per l’eutanasia degli animali (oltre che, specie nel Nord Europa, per i ‘suicidi assistiti’).

Tra novembre e dicembre mentre incombeva in Oklahoma l’esecuzione mediante Pentobarbitale di John David Duty - cui si aggiungeva quella di Jeffrey Matthews più volte rimandata e infine fissata per gennaio - gli avvocati dei due condannati hanno fallito il tentativo di impedire allo stato di cambiare farmaco letale.

Il 19 novembre il giudice federale distrettuale Stephen P. Friot ha sentenziato che gli avvocati di Matthews non erano stati in grado di provare che il Pentobarbitale pone un “rischio sostanziale di arrecare un grave danno” e costituisce pertanto una punizione ‘crudele ed inumana’ contraria alla Costituzione USA. Friot ha deciso dopo aver ascoltato due anestesisti nominati, quali esperti, uno dalla difesa e uno dall’accusa. I due medici si erano scontrati e contraddetti in tutto ma avevano entrambi ammesso che il Pentobarbitale somministrato in altissime dosi rende l’individuo incosciente e infine lo uccide.

Il noto quotidiano “The Oklahoman”, in un editoriale del 26 novembre, ha commentato:  “ I metodi di esecuzione sono diventati sempre più gentili ma gli oppositori della pena di morte – con in testa coloro che hanno l’esecuzione pendente – continuano ad affermare che nessun metodo passa il vaglio costituzionale. In maggioranza i cittadini dell’Oklahoma, sensibili come sono, dissentono rispettosamente e continuano  a sostenere la pena capitale.”  

Inutili sono stati i tentativi degli avvocati dei condannati di appellarsi ulteriormente contro la decisione del giudice Friot e, alla data prevista del 16 dicembre, è stato ‘regolarmente’ ucciso, con l’uso di Pentobarbitale, John David Duty.

L’iniezione letale è durata circa 6 minuti (meno del previsto e un po’ meno di quanto duri di solito). E’ cominciata alle 18 e 12’. Dopo un minuto la respirazione di Duty è divenuta difficoltosa. Alle 18 e 15’ la respirazione è apparsa cessare. Alle 18 e 18’ il condannato era ufficialmente morto.  

Subito dopo l’esecuzione, Jerry Massie, portavoce del sistema carcerario dell’Oklahoma, ha dichiarato che non sembra vi siano problemi con l’uso del nuovo farmaco.

Il giorno seguente in Ohio, Jo Ellen Smith, portavoce del dipartimento carcerario, ha reso noto che è in corso l’esame, da parte dei legali dello stato, delle decisioni delle corti federali che hanno consentito all’Oklahoma di usare il Pentobarbitale. La Smith si è rifiutata di precisare se l’Ohio possiede abbastanza Pentotal per portare a termine la prossima esecuzione, programmata per febbraio.

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(1) Il Pentotal viene somministrato per primo in modo da rendere il condannato incosciente evitandogli le atroci sofferenze che altrimenti gli procurerebbero il secondo farmaco, destinato a impedire la respirazione, e il terzo che blocca il cuore. In Ohio dal dicembre 2009 viene somministrato il solo Pentotal, in una dose particolarmente elevata che causa la morte in meno di 10 minuti.

 

 

3) PENA DI MORTE INCOSTITUZIONALE IN TEXAS, FORSE NO, FORSE SÌ

 

Il tentativo dell’originale  giudice texano Kevin Fine dimettere in discussione, nelle fasi preliminari di un processo capitale, la liceità costituzionale della pena di morte per come la si applica in Texas, si si è protratto per molti mesi, al di là di ogni previsione, e non si è ancora del tutto esaurito.

 

Nel Texas conservatore, il giudice distrettuale Kevin Fine è un personaggio in controtendenza.

Si è messo in rotta di collisione con i Repubblicani che più contano nel suo stato, a cominciare dal governatore Rick Perry e dall’Attorney General (Ministro della Giustizia) Greg Abbott.

Eletto tra i democratici nel 2008, non nasconde i suoi appariscenti tatuaggi, le sua pregressa dipendenza dalla cocaina e di essere emerso dal tunnel dell’alcolismo.

Ma l’originalità più vistosa esibita da Fine consiste nel fatto di essere riuscito a perseverare fino ad oggi, dalla primavera scorsa, nel tentativo di dichiarare incostituzionale l’uso della pena di morte in Texas. La sua insistenza ha prodotto uno sconquasso nelle menti e nelle coscienze dei “Texani onesti” ed ha infine iniettato un sia pur limitato margine di incertezza in una specie di dogma: l’indiscutibile permanenza della pena capitale.

In marzo Kevin Fine aveva dichiarato incostituzionale la pena di morte così come la si applica in Texas, accogliendo una delle mozioni avanzate ritualmente dalla difesa, com’è di prammatica, nelle fasi preliminari di un processo capitale ‘qualsiasi’. Si trattava del processo intentato contro il 25- enne John Edward Green Jr. accusato di aver ucciso la signora Huong Thien Nguyen, e di aver ferito la sorella di costei, nel corso di una rapina consumatasi a Houston nel giugno del 2008.

Sommerso da una marea di critiche virulente provenienti dall’establishment del Texas, Fine ha poi chiarificato, annullato e rinviato la sua sentenza, decidendo di tenere due settimane di udienze nelle quali difesa ed accusa di Green potessero argomentare pro e contro l’incostituzionalità della pena di morte in modo da permettergli di arrivare ad una decisione ben ponderata (v. n. 178).

Pochi prevedevano che Fine potesse dare il via al procedimento da lui stesso ordinato. Invece l’inizio delle udienze, previsto inizialmente entro aprile, si è verificato in dicembre.

Il 6 dicembre il team di difesa di John Green composto da validi avvocati tra i quali il nostro amico Richard “Dick” Burr, a suo tempo difensore di Gary Graham - e appoggiata dal famoso avvocato newyorchese  Barry Scheck dell’Innocence Project - si preparava a far testimoniare, fra gli altri, l’ex governatore Mark White che tentò di introdurre correttivi al sistema della pena capitale del Texas.

Evitando di impegnarsi nell’impresa impossibile di far dichiarare incostituzionale la pena di morte in sé (1), i difensori di Green contavano di dimostrare che la pena di morte è incostituzionale per come la si applica in Texas.

Per far questo intendevano illustrare il rischio reale di mettere a morte innocenti in conseguenza delle carenze e degli errori di cui è permeato il sistema della pena capitale texano: errate identificazioni da parte di testimoni oculari, false confessioni, uso di informatori non affidabili, uso di prove fasulle spacciate per prove scientifiche, condotta fraudolenta dell’accusa, discriminazione razziale nella selezione delle giurie, tendenza ad infliggere sentenze capitali ad appartenenti a minoranze razziali (il 70% dei 464 giustiziati in Texas in anni recenti appartiene a minoranze razziali).

Sarebbero stati sviscerati i casi di Cameron Todd Willingham (2) e di Claude Jones (3), entrambi ‘giustiziati’ in Texas e con tutta probabilità innocenti. Si sarebbe messo in rilievo che 12 condannati a morte in Texas sono stati liberati dopo il 1976, perché riconosciuti innocenti spesso per pura fortuna e dopo essere arrivati alle soglie dell’esecuzione.

La signora Pat Lykos, procuratrice distrettuale della contea di Harris di cui fa parte la città di Houston, decisa ad opporsi in ogni modo all’iniziativa del giudice Fine, ha allora ordinato agli avvocati accusatori coinvolti nel caso di Green di partecipare alle udienze “rimando muti”. Sperava così di introdurre un’irregolarità che causasse la sospensione del procedimento. Invece Kevin Fine ha consentito che si avviassero le udienze.

Al ché la Lykos ha inoltrato una “mozione di emergenza” alla superiore Corte Criminale d’Appello del Texas chiedendo che venisse immediatamente bloccato il procedimento. La Corte è effettivamente intervenuta il giorno 7 – in modo non perentorio e non definitivo – sospendendo il procedimento avviato da Fine e chiedendo alle parti di fornire ulteriore documentazione.

Vedremo che cosa accadrà. Un fatto impensabile si è già verificato:  lo slittamento a tempo indeterminato di un processo capitale che doveva concludersi entro la primavera scorsa.

Si tratta di un processo capitale contro un imputato che si proclama innocente.

“É a rischio di essere erroneamente giudicato colpevole, erroneamente condannato a morte ed erroneamente ‘giustiziato’,” ha dichiarato l’avvocato Burr che propende per l’innocenza di John Edward Green.

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(1) La Corte Suprema degli Stati Uniti ha ripetutamente sentenziato che la pena di morte non viola la Costituzione.

(2) V. n. 171; ovviamente l’establishment del Texas si oppone in tutti i modi al riconoscimento postumo dell’innocenza di Willingham, v. ad es. nn. 172, 179, 182, 184.

(3) V. art. seguente dedicato a Claude Jones.

 

 

4) UN FUNERALE PER JONES INGIUSTAMENTE UCCISO IN TEXAS NEL 2000

 

Il gruppo di difesa legale newyorchese Innocence Project, ha azzerato l’unica prova materiale utilizzata dall’accusa per far condannare a morte Claude Jones in Texas nel 1990: un test del DNA ha dimostrato che un capello trovato sulla scena del crimine non apparteneva a Jones ma al commerciante che fu ucciso nel corso di una rapina nel 1989. Travis Jones - che ha sempre creduto nelle proteste di innocenza del fratello condannato a morte - ha celebrato il funerale di Claude il 7 dicembre, esattamente 10 anni dopo la sua esecuzione.

 

Il 7 dicembre del 2000 Claude Jones fu ‘giustiziato’ con un’iniezione letale in Texas. Era stato condannato a morte per l’uccisione del proprietario di un negozio di liquori nel corso di una rapina avvenuta il 14 novembre 1989.

Prova di colpevolezza era stato un frammento di capello prelevato dalla scena del crimine che un esperto forense attribuì a Jones.

Claude Jones, un incallito criminale di carriera cui si imputava un altro omicidio, ha sempre proclamato con forza e fino all’ultimo la sua estraneità al delitto che lo aveva portato nel braccio della morte. Aveva chiesto invano una sospensione dell’esecuzione per un test del DNA sul capello incriminante. Lo aveva chiesto due volte in sede giudiziaria e infine – un giorno prima dell’esecuzione - al governatore George W. Bush.

Dieci anni dopo l’esecuzione di Jones, per merito del famoso gruppo newyorchese Innocence Project (v. http://www.innocenceproject.org/ ) è stato effettuato sul capello in questione un test del DNA mitocondriale – non disponibile nel 1990 al momento del processo, bensì nel 2000 al momento dell’esecuzione -  e i risultati sono stati resi noti nel novembre corso: il capello non apparteneva a Jones ma alla vittima delle rapina!

“I risultati del test del DNA provano che la testimonianza riguardo al capello sulla quale si basò interamente il caso fu nient’altro che falsa,” ha dichiarato Barry Scheck, co-fondatore dell’Innocence Project. “Una scienza forense inaffidabile e un sistema di revisioni della condanna completamente inadeguato sono costati la vita a Claude Jones.”

In effetti, se il test fosse stato eseguito in tempo sarebbe caduto il castello accusatorio contro Claude Joenes e questi sarebbe ancora vivo.

Travis, uno dei sette fratelli di Claude Jones, ha sempre creduto a Claude, si è battuto invano per salvarlo dall’iniezione letale, ha speso per la sua difesa legale, ha assistito alla sua esecuzione ed ha onorato le ultime volontà del morituro.

Claude aveva chiesto che il proprio corpo non fosse tumulato nel cimitero del carcere e che le sue ceneri fossero conservate per dieci anni.

Travis Jones ha organizzato un funerale per la sepoltura delle ceneri per il 7 dicembre, decimo anniversario della morte del fratello, ed ha ordinato una lapide su cui si leggerà: “Wrongfully executed by George Bush” (Ingiustamente messo a morte da George Bush).

Travis ammette che Bush può essere stato indotto in errore nel respingere l’ultima domanda di grazia che ricevette in qualità di governatore del Texas. Tuttavia la frase da lui suggerita suonerà come una giusta condanna non solo di Bush ma un intero sistema di giustizia criminale che – nella sua smania di uccidere – rischia di calpestare le medesime regole di garanzia che si è dato.

5) UN MOSTRO NEL BRACCIO DELLA MORTE (*)

 

A prima vista il caso di Mauricio Silva, un gigante condannato a morte in California, può sembrare enorme, atipico, esagerato in tutti i sensi. In realtà presenta, in modo chiaro ed emblema-tico, gli aspetti più ricorrenti della pena di morte negli Stati Uniti, che consegue a crimini insensati commessi da chi è nato, per caso, in un ambiente sociale degradato e in una famiglia disastrata, ed è poi cresciuto, malato nel fisico e più ancora nella psiche, tra violenze ed esperienze di strada.

 

San Quintino, dicembre 2010

“Hai paura?” Mi chiedeMauricio Silva prima che si apra la porta della sua cella.

E’ in prigione da 31 anni per l’assassinio di quattro adolescenti, inclusa la sorella diciassettenne che ha strangolato a mani nude.

Lui sa che la sua  struttura fisica di 2 metri e 13 centimetri, e di quasi 152 chili, e le sue mani enormi, che crescono ancora a causa di uno squilibrio ormonale congenito detto gigantismo, intimoriscono chiunque gli stia vicino. Gli altri detenuti del braccio della morte di San Quintino lo chiamano “Il Mostro.” […]

Sebbene viva a San Quintino da decenni, entra raramente nella stanza dei visitatori.

“Chiedimi qualsiasi cosa, te la dico. […] Mi pento di tutto ciò che ho fatto, ma la mia uccisione non riporterà in vita nessuna delle persone che ho ucciso. So che devo pagare, ma soffro di più vivendo con la vergogna dentro di me,” afferma, indicando con rabbia, quasi con odio, il cuore e la  testa.

I verbali della poliziarivelanoche il 28 Maggio 1984, Silva bussò alla porta dell’ufficio dello sceriffo di Templeton nella contea di San Luis Obispo e confessò all’agente Marie Jones di aver ucciso tre persone. Riferì che in meno di due settimane, aveva pugnalato e strangolato la sua sorellastra, Matha Kitzler, colpito cinque volte Walter P. Sanders, e tolto la vita a Monique Michelle Hilton, una giovane a cui aveva dato un passaggio ad una fermata dell’autobus in boulevard Santa Monica.

“Lei (Monique) era una brava ragazza che aveva lasciato la sua città per venire a Hollywood poiché voleva incontrare Michael Jackson. Durante il processo, la sua famiglia si comportò pacatamente nei miei confronti e ciò mi ferì anche di più. Avrei preferito che mi gridassero che sono il peggior criminale, un mostro come mi definiscono tutti,” disse.

Ma c’è di più. In precedenza Silva era fuori di prigione da meno di un mese quando uccise Troy Novella, un diciottenne a cui sparò 9 volte, un crimine che gli costò sei anni di detenzione a Soledad in California.

Crac. La punta della matita si rompe. Mauricio allunga la mano, prende la matita alla giornalista e comincia a temperarla con le unghie. Ogni unghia ha la grandezza di una noce. […]

“La Bibbia dice che non importa chi tu sia, ogni giorno conta, e il giorno in cui smetterò di lottare per la vita sarà come suicidarmi, e non c’è misericordia per il suicida, giusto? Guarda, qui, che cosa posso fare finché vivo? Fissare le pareti della mia cella ogni giorno. Per il sistema, siamo come i tacchini per il giorno del Ringraziamento. Ci ingrassano per ucciderci. Ma ciò che mi spaventa non è la morte, ma il dopo,” spiega. […]

“Me li hanno rotti quasi tutti. In prigione, se sei proprio grande e grosso, quando ti metti a dormire per la prima volta, ti colpiscono con qualsiasi cosa riescano a trovare” dice dei suoi denti o di ciò che ne rimane.

Sebbene la sua fedina penale indichi 31 anni al fresco, la realtà è che Mauricio ha trascorso quasi l’intera vita in riformatori, istituti, orfanotrofi del Messico e degli Stati Uniti.

Suo padre, David Silva, nativo dello stato messicano del Chihuahua, era un uomo alto, bello e donnaiolo, una colpa che gli tolse la vita quando un compagno di lavoro geloso lo uccise nel 1968 in Alaska.

Come Mauricio,  la madre nicaraguese Myrna Rodriguez soffriva di gigantismo e di problemi mentali. Dopo essersi separata da David, divenne la donna del suo capo, ed ebbero una figlia: Martha Kitzler, una bella ragazza bionda che sognava di fare la modella.

“Lei (mia sorella) morì a causa dei miei problemi. Lei non sapeva nulla della mia vita, rideva di me con i suoi amici, non aveva nessuna colpa, come poteva sapere che mi feriva?” Dice il detenuto.

Mauricio nacque con il labbro leporino ed altri difetti fisici. Fin dall’inizio fu rifiutato dal padre. La madre, nel suo limbo mentale, lo lasciò alle cure di parenti ed amici.

Prima che compisse quattro anni, Mauricio Silva ed il suo fratellino David, ambedue nati a Los Angeles, furono mandati a vivere con la nonna a Città del Messico. […]

Mauricio, fuggito dalla casa della nonna, si unì ad una banda di ragazzi di strada, con i quali sniffava colla e mangiava rifiuti.

L’analisi psicologica presentata alla corte riferisce la difficoltà di Silva di ammettere le violenze sessuali di cui soffrì ad opera di adulti. […]

Ricorda: “Ora ho 51 anni e comprendo che tutto ciò che mi ha ferito da piccolo mi ha fatto diventare un mostro”.

Silva ha vissuto in più di cinque istituti e all’età di 15 anni ancora non sapeva scrivere.

Secondo la sua testimonianza, quando andò al White Memorial Hospital a farsi operare per il labbro leporino, aveva così tanta paura che bagnò i pantaloni. […]

Sono le cinque e le guardie ci dicono che l’intervista è finita. Al “Mostro” viene ordinato di disinfettare la sedia che ha occupato.

Mentre lo fa, dice: “Spero che la mia storia aiuti altre persone a non finire qui,” e se la prende col disinfettante per il fatto che i suoi occhi sono sorprendentemente arrossati.

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(*) Sintesi in Italiano a cura di Piera Di Stefano dell’articolo comparso in lingua spagnola nel quotidiano on-line La Opinión il 13 dicembre 2010 a firma di Claudia Núñez, tradotto in Inglese per newamericamedia.org da Elena Shore  V. http://newamericamedia.org/2010/12/portrait-of-the-monster-on-death-row.php

 

 

6) INTERMEZZO ARTISTICO  by Larry Swearingen

Infinity

Infinity set free

7) UN TEMPO SOSPESO CHE UCCIDE LA SPERANZA di Fernando E. Caro

 

Fernando, nostro corrispondente dal penitenziario di San Quintino, ci parla della speranza, una virtù essenziale per continuare a vivere nel braccio della morte. La speranza però è resa quasi impossibile dal prolungarsi per anni e decenni di una detenzione grigia, senza svolte e senza sbocchi.

 

Una delle realtà del braccio della morte è che il condannato continua a sperare ogni giorno, solo per vedere la speranza crollare quando gli viene fissata la data di esecuzione.

La speranza riesce a rendere sopportabili le giornate, può persino donarci rari momenti di euforia, durante i quali sentiamo di essere in pace con il mondo. Questi rari momenti durano fino a quando mettiamo a fuoco le sbarre di metallo della nostra cella.

Il condannato spera sempre nel perdono, o almeno di essere accettato, o in una qualche sorta di resurrezione.

Il perdono non arriva mai da parte delle persone che ci hanno spedito qui dentro. Esse preferiscono che noi veniamo uccisi, che ci sparino prima, per evitare gli iter processuali, le spese processuali e i lunghi periodi di appello. Di fatto, esecuzioni immediate vengono compiute quotidianamente dalla polizia! Noi condannati, e gli altri prigionieri, ne siamo consapevoli perché abbiamo conosciuto “il sistema” dal suo interno. L’applicazione della legge in modo uguale per tutti è una farsa. Dipende da chi tu sei, dalle conoscenze che hai, e da quanto denaro possiedi.

Quanto a me, nel 2000 ricevetti una sentenza favorevole che annullava la mia condanna a morte. L’accusa decise di riottenere la mia condanna a morte con un nuovo processo. Dieci anni dopo sono ancora qui in attesa di questo nuovo processo perché gli avvocati difensori d’ufficio hanno continuato ad abbandonare il mio caso e ad andare in pensione. Gli avvocati difensori della contea non sono gli stessi difensori degli “appelli”, e non lavorano con la stessa efficacia degli avvocati privati a pagamento.

Nonostante tutto, un condannato cerca, fin che può, di continuare a sperare. Coloro che cessano di sperare, finiscono di vivere!

 

 

8) SCUSE DA TABLER, AUTORE DELLE MINACCE TELEFONICHE DAL BRACCIO

 

Richard Tabler è il principale responsabile dello scandalo dei “cellulari nel braccio della morte”, scoppiato in Texas nel 2008, che produsse una durissima rappresaglia nei riguardi di tutti i detenuti dello stato. Avvicinandosi il momento dell’esecuzione, Tabler ha chiesto perdono, in una lettera ad un quotidiano, per aver minacciato al telefono il senatore John Whitmire. Quest’ultimo si è rifiutato di commentare la lettera, limitandosi a stigmatizzare il sistema carcerario per averla fatta uscire.

 

Il pluriomicida Richard Tabler, malato mentale e volontario per l’esecuzione in Texas, nel 2008 fu il principale responsabile dello scandalo dei “cellulari nel braccio della morte” che scatenò una durissima rappresaglia contro tutti i 155 mila detenuti dello stato.

Tabler si era distinto in particolare per aver infastidito e minacciato al telefono il senatore John Whitmire, presidente della Commissione senatoriale che supervisiona il sistema carcerario. Il 28 settembre 2009 - dopo aver tentato due volte il suicidio – Tabler aveva ricevuto per le sue bravate una condanna a 10 anni di carcere in aggiunta alla pena di morte (v. nn. 164, 166, Notiziario, 172).

Ora, in una lettera autografa di due pagine  arrivata al quotidiano Austin American-Statesman il 9 dicembre, Richard Tabler dichiara di essersi pentito, di essersi convertito alla religione e di sentirsi in dovere di chiedere perdono dal momento che sta per essere fissata per lui la data di esecuzione.

Tabler confessa che ripensare a quello che ha fatto lo fa sentir male e aggiunge: “Ho messo la mia vita sulla giusta strada con Dio. Sto aspettando una data di esecuzione e ritengo fermamente che chiedere perdono sia una cosa che debba fare prima di essere tolto da questa vita. Così, se mi state leggendo, senatore Whitmire, Mike Ward [giornalista dell’Austin American-Statesman] e cittadini tutti del Texas, vi prego di accettare i sensi del mio sincero pentimento. Grazie, Dio vi benedica.”

Al che Whitmire, perfetto supervisore di un ottuso sistema penale esclusivamente repressivo, ha dichiarato di non avere una risposta per la lettera di Richard Tabler. “Piuttosto mi domando come mai questa lettera sia uscita [dal braccio della morte], e quale sia la sicurezza delle nostre prigioni, dal momento che la sua corrispondenza suppongo sia stata bloccata dopo le minacce di allora”, ha aggiunto.

 

 

9) APPROVAZIONE FINALE DELLA TERZA RISOLUZIONE PER LA MORATORIA

 

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 21 dicembre ha approvato in via definitiva, con 109 voti a favore su 192, la risoluzione per la moratoria della pena di morte ‘in vista dell’abolizione’, approvata preliminarmente in seno al Terzo Comitato l’11 novembre. Una risoluzione del genere era stata già approvata nel 2007 e nel 2008. La ripetizione dell’iniziativa è prevista per il 2012.

 

Il 21 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in seduta plenaria ha approvato in via definitiva la Risoluzione per la moratoria della pena di morte già approvata in seno al Terzo Comitato l’11 novembre (v. nn. 184, 185). L’azione di lobbying del fronte abolizionista è riuscita a portare a 109 (su 192) i paesi a favore della risoluzione (1).

Si è trattato della terza votazione per la moratoria in Assemblea Generale, dopo la prima, storica,  del 2007 e quella del 2008.

La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte in un comunicato del giorno 21 nota con soddisfazione che “in Asia, la più grande area ritenzionista del mondo, è avvenuto un avanzamento. La Mongolia e la Tailandia, che in precedenza votarono contro la risoluzione e firmarono una dichiarazione di dissociazione, si sono espresse per la prima volta rispettivamente a favore e per l’astensione. Il Bhutan e le Maldive, che si astennero in passato, hanno votato a favore della risoluzione. Tra i paesi arabi, il trend positivo cominciato nel 2008 è continuato: l’Algeria ha ufficialmente sponsorizzato la risoluzione e sette paesi arabi si sono astenuti per la seconda volta.”

I dati complessivi ci dicono che la ripetizione delle votazioni ha prodotto un apprezzabile aumento dei voti a favore della risoluzione e soprattutto ad una sensibile diminuzione dei voti contrari:

È già in programma per la 67-esima sessione dell’Assemblea Generale che si terrà nel 2012 la quarta votazione della Risoluzione sulla moratoria.

Il testo della risoluzione approvata quest’anno differisce pochissimo da quello delle risoluzioni precedenti. Lo riportiamo qui di seguito insieme all’esito della votazione in seduta plenaria (2).

L'Assemblea Generale,

Guidata dagli obiettivi e dai principi enunciati nella Carta delle Nazioni Unite,

Richiamando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione sui Diritti del Fanciullo,

Riaffermano le sue risoluzioni […del 2007 e del 2008] sulla questione di una moratoria sull’applicazione della pena di morte in cui essa ha impegnato gli Stati che ancora hanno la pena di morte a stabilire una moratoria delle esecuzioni in vista dell’abolizione,

Cosciente che qualunque assenza di equità o errore giudiziario nell'applicazione della pena di morte è irreversibile e irreparabile,

Convinta che una moratoria contribuisca al rispetto della dignità umana così come al rafforzamento e al progressivo sviluppo dei diritti umani, e ritenendo che non esista alcuna prova decisiva che dimostri il valore deterrente della pena di morte,

Notando i dibattiti nazionali in corso, le iniziative regionali sulla pena di morte e il numero crescente degli Stati membri disposto a comunicare le informazioni sull’applicazione della pena di morte,

Notando del pari la cooperazione tecnica che si è instaurata tra gli Stati membri in merito alle moratorie sulla pena di morte,

   1. Accoglie con soddisfazione il rapporto del Segretario Generale                       sull’applicazione della risoluzione […del 2008] e le conclusioni e le                 raccomandazioni in esso contenute;

   2. Si felicita che certi paesi abbiano preso delle misure per ridurre il                 numero di reati che comportano la pena di morte e che un numero               crescente di paesi abbia deciso di applicare una moratoria sulle                   esecuzioni e, in seguito, in numerosi casi, di abolire la pena di morte;

   3. Invita tutti gli Stati a:

a) Osservare le norme internazionali che garantiscono la protezione dei diritti delle persone passibili di pena di morte, in particolare gli standard minimi enunciati nell'annesso alla risoluzione 1984/50 del Consiglio Economico e Sociale del 25 maggio 1984, e a fornire informazioni al Segretario Generale in materia;

b) Divulgare informazioni pertinenti concernenti l’applicazione della pena di morte che possano contribuire a eventuali dibattiti nazionali chiari e trasparenti;

c) Limitare progressivamente l'uso della pena di morte e ridurre il numero dei reati per i quali la pena di  morte può essere comminata;

d) Stabilire una moratoria delle esecuzioni in vista dall'abolizione della pena di morte;

   4. Impegna gli Stati che hanno abolito la pena di morte a non                             reintrodurla ed a condividere le loro esperienze in proposito;

   5. Prega il Segretario Generale di presentarle, nella 67-esima sessione           [dell’Assemblea generale, del 2012], un rapporto sull'applicazione di             questa risoluzione;

   6. Decide di continuare l’esame della questione durante la 67.ma                     sessione [… del 2012]

Hanno votato a favore (109 stati): Albania, Algeria, Andorra, Angola, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaijan, Belgio, Benin, Bhutan, Bolivia, Bosnia, Brasile, Bulgaria, Burkina Faso, Burundi, Cambogia, Canada, Capo Verde, Cile, Cipro, Colombia, Congo, Costa Rica, Croazia, Danimarca, Erzegovina, Repubblica Dominicana, El Salvador, Ecuador, Estonia, Filippine, Finlandia, Francia, Gabon, Georgia, Germania, Grecia, Gambia, Guatemala, Guinea Bissau, Haiti, Honduras, Islanda, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kiribati, Kirghizistan, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, Madagascar, Mali, Maldive, Malta, Isole Marshall, Messico, Micronesia, Moldavia, Monaco, Mongolia, Montenegro, Mozambico, Namibia, Nauru, Nepal, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Usbekistan, Palau, Panama, Paraguay, Perù, Polonia, Portogallo, Romania, Regno Unito, Federazione Russa, Rwanda, Samoa, San Marino, San Tomé e Principe, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Somalia, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Tajikistan, Repubblica Ceca, Timor Est, Togo, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu, Ucraina, Ungheria, Uruguay, Vanuatu, Venezuela.

Contro (41 stati) : Afghanistan, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita, Bahamas, Bangladesh, Barbados, Belize, Botswana, Brunei Darussalam, Cina, Corea del Nord, Egitto, Stati Uniti d’America, Etiopia, Giamaica, Giappone, Grenada, Guyana, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Malaisia, Myanmar, Pakistan, Papua Nuova Guinea, Qatar, San Kitts e Nevis, Santa Lucia, San Vincent e Grenadine, Singapore, Sudan, Swaziland, Siria, Tonga, Trinidad e Tobago, Uganda, Yemen, Zimbabwe.

Astenuti (35 stati) : Bahrain, Bielorussia, Camerun, Repubblica Centrafricana, Comore, Cuba, Repubblica Democratica del Congo, Corea del Sud, Dominica, Emirati Arabi Uniti, Eritrea, Figi, Gana, Gibuti, Giordania, Guinea, Kenya, Lesotho, Laos, Libano, Liberia, Malawi, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Oman, Isole Salomone, Senegal, Sierra Leone, Suriname, Tailandia, Tanzania, Vietnam, Zambia.

Assenti (7 stati) : Benin, Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Maurizius, Seychelle, Tunisia

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(1) L’11 novembre in Comitato i voti a favore erano stati 107. I voti contrari che in Comitato erano stati 38 sono saliti a 41. V. n. 185

(2) Si tratta di una nostra traduzione in Italiano, non ufficiale.

 

 

10) ENNESIMA ‘CONFESSIONE’ TELEVISIVA DI SAKINEH

In Iran Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata a morte per adulterio e a 10 anni di reclusione per omicidio, ha recitato per la TV di stato la scena corrispondente alla sua ‘confessione’ dell’omicidio. Nonostante ciò è ancora lecito augurarsi che l’intricatissima, oltre che tragica, vicenda di Sakineh, possa risolversi positivamente: potrebbe essere un modo, per l’Iran, di dimostrare una superiorità morale nei riguardi degli USA e, in genere, dell’Occidente.

 

Il 10 dicembre immagini di Sakineh in colloquio col figlio Sajjad Ghaderzadeh nella propria casa, diffuse nel Web, avevano immediatamente indotto uno dei gruppi mobilitatisi in Occidente a favore della Ashtiani (peraltro sconfessati dall’interessata) a diffondere la notizia che la condannata a morte iraniana era stata posta in libertà (1).

Il “Comitato Internazionale Contro la Lapidazione" residente in Germania aveva addirittura aggiunto alla liberazione di Sakineh quella del figlio, dell’avvocato difensore e dei due giornalisti tedeschi in detenzione (v. n. 185). Tra i primi a congratularsi per il risultato, definito ‘storico’, delle pressioni internazionali, anche il nostro Ministro degli Esteri Franco Frattini.

E’ però giunta subito la smentita della liberazione. Il sito del canale televisivo iraniano Press TV ha stigmatizzato la notizia come “parte di una campagna pubblicitaria occidentale tendente a destabilizzare la Repubblica islamica.” (2)

L’emittente statale Press TV ha poi diffuso una stupefacente sequenza in cui si vede Sakineh, armata di una comune siringa usa e getta e poi di un filo elettrico bipolare introdotto semplicemente nella presa di casa, ‘mimare’ l’omicidio del marito della donna. (3)

“Press TV si è organizzata in collaborazione con le autorità giudiziarie per seguire la Ahstiani a casa sua onde realizzare un racconto visivo del crimine sulla scena del crimine,” ammetteva candidamente il sito di Press TV.

Si tratta della terza volta in cui si assiste ad una confessione in TV dei crimini e agli inganni ascritti a Sakineh e ai suoi complici (v. ad es. n. 185). Probabilmente  programmi del genere hanno successo di pubblico in Iran…

Giustamente Amnesty International ha condannato l’ennesima operazione mediatica (tra l’altro approssimativa e difforme dalle modalità del crimine così come sono state  contestate dall’accusa a Sakineh).

“Se le autorità cercano di usare questa ‘confessione’ per istruire un nuovo caso contro di lei, riguardo ad un crimine per il quale è stata già processata e condannata [a 10 anni di carcere], lo deprechiamo nel più forte dei modi”, ha dichiarato Philip Luther, vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.

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(1) La donna è tuttora condannata alla lapidazione per adulterio e a 10 anni di carcere per omicidio. Il suo caso è sotto revisione.

(2) V. http://www.presstv.ir/detail/154766.html

(3) V. http://www.youtube.com/watch?v=HMAaQfeF0uQ&feature=related

 

 

11) CUBA SVUOTA IL BRACCIO DELLA MORTE, VERSO L’ABOLIZIONE

 

Lo svuotamento del braccio delle morte di Cuba, con la commutazione in dicembre delle ultime tre condanne capitali pendenti,  inflitte a tre ‘terroristi’, potrebbe preludere all’abolizione della pena di morte ed al passaggio del paese caraibico nel fronte ‘abolizionista’ sullo scenario internazionale.

 

Con la commutazione in dicembre di tre condanne capitali, la Corte Suprema di Cuba ha consentito al paese di cominciare il nuovo decennio senza più condannati a morte.

Nel 2008 il presidente Raul Castro commutò tutte le condanne capitali per crimini ordinari pendenti a Cuba e annunciò che le sentenze di morte per terrorismo sarebbero state riviste.

Il 3 dicembre è stata commutata la sentenza capitale di Ernesto Cruz Leon, salvadoregno reo confesso di aver piazzato ordigni esplosivi in 5 alberghi e in un ristorante nel 1997, causando la morte di un cittadino italiano e il ferimento di altre 11 persone. Cruz Leon e il complice Otto Rene Rodriguez Llerena furono condannati a morte per terrorismo nel 1999.

Mandante degli attentati destinati a danneggiare il turismo cubano sarebbe stato l’ex agente della CIA Luis Posada Carriles, al quale si attribuisce anche l’attacco dinamitardo del 1976 contro un aereo di linea che fece 73 morti e una serie di attentati contro la persona di Fidel Castro.

La commutazione della condanna a morte di Rodriguez Llerena si è appresa il 6 dicembre. Il 28 dicembre è stata infine commutata l’ultima condanna a morte pendente a Cuba, quella contro Humberto Eladio Real che capeggiò uno sbarco armato nel nord di Cuba nel 1994.

Tutte e tre le condanne a morte sono state commutate nella massima pena detentiva, consistente in 30 anni di carcere.

Lo svuotamento del braccio della morte conferma la tendenza di Cuba verso l’abolizione della pena capitale. In ambito internazionale Cuba sta gradatamente abbandonando il fronte ‘ritenzionista’; non ha mai votato contro la risoluzione per la moratoria della pena di morte all’Assemblea Generale della Nazioni Unite e alcuni prevedevano che – invece di astenersi -avrebbe addirittura votato a favore della risoluzione approvata il 21 dicembre scorso (v. art. seguente) .

Le ultime sentenze di morte eseguite a Cuba risalgono al 2003, quando furono fucilati dopo un processo sommario tre Cubani che avevano partecipato ad un fallito dirottamento di un traghetto verso gli Stati Uniti (v. n. 106).

In quella occasione petizioni provenienti da ogni dove non riuscirono a strappare la grazia al presidente Fidel Castro che pure dichiarò: “Ci addolora di ferire molti dei nostri amici e un gran numero di persone nel mondo la cui posizione sulla pena di morte deriva da motivi religiosi, umanistici e filosofici, che ci sono familiari e condividiamo sotto molti aspetti.”

 

 

12) CONFERMATE IN APPELLO LE SENTENZE PER LA RENDITION DI ABU OMAR

L’esito dell’unico procedimento penale celebratosi nel mondo per le violazioni dei diritti umani tipici della ‘guerra al terrore’ scatenata dall’amministrazione Bush è stato ribadito il 15 dicembre dalla Corte d’Appello di Milano. Sono state confermate le pene inflitte a 23 Statunitensi e a  2 agenti italiani del SISMI per il rapimento dell’imam Abu Omar nel 2003. Le pene non verranno scontate dagli Americani per il rifiuto di Italia ed USA di attivare un procedimento di estradizione.

 

Il 15 dicembre la Corte d’Appello di Milano ha confermato, con lievi modifiche, le sentenze di condanna per 23 Statunitensi (22 membri della CIA e un militare) e per due agenti italiani del SISMI che il 17 febbraio 2003 parteciparono al rapimento in strada dell’imam di Milano Usama Mostafa Hassan Nasr conosciuto come “Abu Omar” (v. nn. 160, 163, Notiziario,166, 170, 174).

Abu Omar fu portato dagli Americani al Cairo dove egli sarebbe stato torturato nel corso di una prima detenzione di 14 mesi. Rilasciato, fu di nuovo arrestato in Egitto dopo un mese, appena mise al corrente la moglie di ciò che gli era accaduto. Fu liberto definitivamente solo nel 2007.

Le condanne di Milano sono le uniche in tutto il mondo riguardanti la diffusa pratica illegale della  extraordinary rendition, messa in atto dall’amministrazione Bush nell’ambito della “guerra al terrore” e confermata dall’attuale amministrazione USA (1)

Ai 23 Statunitensi sono state comminate in contumacia pene variabili dai sette ai nove anni di carcere. La pena più severa, nove anni di carcere, è stata inflitta a Bob Seldon Lady, ex capo della CIA a Milano. Si tratta di pene che non verranno mai scontate dato il rifiuto sia dell’Italia che degli Stati Uniti di mettere in atto un procedimento di estradizione.

Ad Abu Omar è stato riconosciuto un risarcimento di 1 milione di euro e alla moglie Nabila Ghali un risarcimento di 500 mila euro. Tali indennizzi non verranno incassati nemmeno in parte dagli interessati dal momento che sono stati posti esclusivamente a carico degli agenti americani e non – come avvenne in primo grado - anche a carico degli agenti del SISMI Pio Pompa e Luciano Seno. Questi ultimi sono stati condannati a 2 anni e 8 mesi di carcere (che non sconteranno perché coperti dall’indulto).

Per cinque agenti segreti italiani, tra cui Niccolò Polari, ex direttore del SISMI, e il suo vice Marco Mancini, è stato confermato il non luogo a procedere avendo il governo italiano (di Berlusconi come anche di Prodi) invocato il segreto di stato. Anche tre Statunitensi a cui è stata riconosciuta l’immunità diplomatica hanno evitato la condanna. E’ ancora pendente l’appello dell’accusa riguardante questi tre personaggi. 

“Il riconoscimento da parte della Corte d’Appello del fatto che Abu Omar abbia subito una grave ingiustizia mentre si trovava nelle mani di agenti statunitensi e italiani di intelligence è un altro passo in avanti verso la ricerca della verità e l’accertamento delle responsabilità in Europa per gli abusi commessi nel contesto del programma CIA di rendition e detenzioni segrete” ha dichiarato Julia Hall, esperta di Amnesty International su antiterrorismo e diritti umani in Europa. “Abu Omar fu rapito in una strada di Milano e fatto scomparire al di fuori di ogni procedura legale. Questo fu il primo passo della sua rendition e di ciò che ne seguì, incluse le denunce di tortura in Egitto. I tribunali italiani hanno riconosciuto che la catena di eventi che ha portato a questi gravi abusi non può restare senza una risposta”.

Amnesty International - secondo cui  il diritto internazionale esige che ognuno sia presente al proprio processo - chiede che i cittadini USA condannati in contumacia, se catturati in futuro, siano sottoposti a un nuovo processo davanti a un diverso tribunale e fruiscano della presunzione di innocenza.

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(1) La CIA rapisce persone 'sospette di terrorismo' in ogni parte del globo e le trasporta in segreto in paesi terzi dove vengono interrogate, v. ad es. nel n. 134, “Prigioni segrete…”.

 

 

13)SOTTO PROCESSO IL DIFENSORE DELLA ESTEMIROVA, NON I SUOI ASSASSINI

 

Gli assassini della coraggiosa attivista cecena per i diritti umani Natalia Estemirova, rapita ed uccisa il 15 luglio 2009 sono tuttora sconosciuti e impuniti. Perseguitato dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov è invece finito sotto processo Oleg P. Orlov, leader della prestigiosa organizzazione per i diritti umani Memorial, amico e sostenitore della Estemirova.

 

Oleg P. Orlov è il presidente di Memorial, la meritoria prestigiosa organizzazione che si batte per i diritti civili e umani nell’area ex sovietica, tra enormi difficoltà e gravissime minacce (1). La sua attuale disgrazia gli deriva dall’essere stato un amico e un sostenitore di Natalia Estemirova, morta tragicamente oltre un anno fa.

Ricordiamo che Natalia K. Estemirova fu rapita a Grozny 15 luglio del 2009 e uccisa, nel giro di poche ore, da assassini fino ad ora sconosciuti ed impuniti.

Ex insegnante di storia, divenuta ricercatrice di Memorial, Natalia aveva denunciato senza mezzi termini le atrocità commesse nella Cecenia finita sotto il tallone del presidente Ramzan Kadyrov (v. n. 171). (2)

Dopo l’omicidio di Natalia, il profondo dolore di Orlov si trasformò in rabbia ed egli ebbe l’imprudenza di dichiarare a caldo in un’intervista: “La gente mi chiede: chi è il colpevole di questo assassinio? Conosco il nome della persona. E conosco il suo titolo. Il nome è Ramzan Kadyrov. Il suo titolo è Presidente della Repubblica Cecena.”

Kadyrov nell’immediato si limitò a smentire, disprezzando la Estemirova: “Volete che Kadyrov uccida una donna di cui nessuno si fila? Ella non ha mai avuto un briciolo di onore, di dignità o una coscienza. Mai.” Poi intentò contro Orlov una causa civile per diffamazione, che vinse facilmente nel giro di tre mesi, ottenendo un indennizzo equivalente a 2.300 dollari e una smentita nel sito di Memorial.

Ma non è finita. Nell’autunno scorso, si è aperto un processo penale contro Oleg Orlov.

A fine dicembre sono stati ascoltate alcune testimonianze a favore dell’imputato. È stato ricordato che Kadyrov cooptò Natalia Estemirova  in un comitato governativo per i diritti umani, sperando di poterla controllare. Così non fu e il presidente ceceno la licenziò infuriato.

“Natasha [Natalia] disse che egli le parlò molto aggressivamente, in modo ostile, e di quando in quando la assaliva urlando,” ha dichiarato in aula Yekaterina Sokiryanskaya, un’amica della Estemirova.

“Egli minacciò Natasha, ed espresse la sua estrema insoddisfazione per il lavoro di Natasha,” ha affermato la Sokiryanskaya. “Egli disse che le sue mani erano coperte di sangue fino al gomito. Egli disse di aver ammazzato della gente e di non vergognarsi di ciò perché aveva combattuto contro i nemici della Cecenia.” Secondo la testimone, Kadyrov chiese alla Estemirova se avesse una figlia, pur sapendo che l’aveva. E le pose un’altra domanda: non aveva mai paura per la sicurezza di sua figlia? 

Dopo il burrascoso licenziamento, Natalia Estemirova fuggì in Russia con sua figlia adolescente. Era la seconda volta che scappava a causa di Kadyrov, ha riferito la testimone. Dopo alcuni mesi però ritornò e riprese a denunciare Kadyrov. Nel luglio 2009 stava raccogliendo informazioni sugli incendi appiccati dalle forze di sicurezza alle abitazioni dei parenti di sospetti militanti antigovernativi. Tramite un collega le fu fatto giungere un ammonimento: così facendo infangava la reputazione della Cecenia. L’ufficiale che fece filtrare l’ammonimento si riferì ad Anna Politkovskaya, la giornalista di opposizione, amica di Natalia, che fu assassinata nel 2006 (v. nn. 153, 167) dicendo esplicitamente che se Natalia voleva rimanere in vita doveva comportarsi con maggiore prudenza. I superiori della Estemirova a Mosca ne furono allarmati. Si attivarono per farla fuggire di nuovo ma non fecero in tempo.

Dopo la testimonianza di Ramzan Kadyrov, prevista in gennaio, il processo penale contro Oleg P. Orlov dovrebbe concludersi rapidamente. Il direttore di Memorial rischia una condanna a tre anni di reclusione: niente in confronto alla ‘pena’ che fu inflitta a Natalia Estemirova.

Ma c’è dell’altro. Andrei Krasnenkov, avvocato di Kadyrov, ha espresso il parere che in caso di condanna di Orlov, il F.S.B. (Servizio Segreto Federale, ex K. G. B.) dovrebbe ordinare la chiusura di Memorial.

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(1) V. http://www.memo.ru/eng/index.htm

(2) Ex militare, trentenne  fu insediato da Vladimir Putin alla presidenza nel 2007, tre anni dopo l’assassinio del presidente Akhmad Kadyrov, suo padre. A Ramzan Kadyrov viene credibilmente attribuito, tra l’altro, un disonorevole record di ‘esecuzioni extragiudiziali’ di oppositori (v. n. 167, “Odissea...”).

 

 

14) SENZA PIETÀ, DALLA TORRE AL C. I. E.

 

I crudeli effetti della deriva xenofoba e razziata si acutizzano, se possibile, nella cattiva stagione. Il 7 dicembre Abder è stato deportato in Marocco, era appena sceso, sfinito, da una torre alta 150 metri dove aveva passato 28 giorni per denunciare l’illusione la dolorosa delusione generate dalla ‘sanatoria colf e badanti’ del 2009, sanatoria che ha permesso di regolarizzare solo una minima parte dei ‘clandestini’ che lavorano e soffrono nel nostro paese, spesso oggetto di grave sfruttamento.

 

Pur con tutte le necessarie riserve sulle azioni intraprese da piccoli gruppi anarchici, marginali ed ‘antagonisti’, dobbiamo dare atto a tale variegata costellazione di avere occhi e cuore per avvenimenti dolorosi che accadono in Italia per effetto della deriva xenofoba e razzista.

Avvenimenti che – nei passaggi più estremi - ottengono qualche fiammata di pubblicità suscitando un minimo di compassione nel grande pubblico ma che si svolgono per lo più nel silenzio e finiscono nel peggiore dei modi.

Da un comunicato della Federazione Anarchica Torinese girato in Internet il 2 dicembre abbiamo appreso la mesta conclusione dell’azione dimostrativa di alcuni immigrati che hanno resistito per settimane a 150 metri di altezza sulla ciminiera della ex “Carlo Erba” di via Imbonati a Milano, per denunciare l’illusione e la dolorosa delusione causate agli immigrati dall’ultima “sanatoria per colf e badanti”. I dimostranti volevano un incontro col Ministro dell’Interno Roberto Maroni per chiedere una sanatoria generalizzata. 

Considerata l’unica reale possibilità di ‘emergere dalla clandestinità’, la sanatoria del 2009 ha infatti lasciato fuori la maggior parte dei lavoratori ‘clandestini’ ed è stata utilizzata in molti casi da persone senza scrupoli che si sono fatte pagare dagli immigrati per regolarizzarli ma non hanno voluto o potuto completare la relativa pratica.

Scrive la Federazione Anarchica Torinese:   

“Milano, 2 dicembre. 28 giorni in cima ad una torre con l’inverno alle calcagna. Alla fine [su cinque dimostranti] erano rimasti solo in due, Marcelo ed Abder. Volevano arrivare almeno a sabato, ma non ce l’hanno fatta: una colica renale ha obbligato Abder a scendere, dopo poco è venuto giù anche Marcelo. Abder aveva in tasca la ricevuta della sanatoria, ma sapeva che la sua domanda era stata respinta: la questura si era premurata di farglielo sapere il giorno prima. Abder è uno dei tanti che aveva sperato nella sanatoria “colf e badanti” per emergere dalla clandestinità: aveva pagato i contributi ma il suo padrone, presi i soldi, non si era mai presentato in questura per la conferma.

“Poteva starsene tranquillo, in silenzio, nel limbo di vita sospesa di tutti i senza carte: con un po’ di fortuna non l’avrebbero preso. Ma in quest’autunno di ghiaccio gli immigrati alzano la testa, lottano per la libertà di muoversi, per la dignità, per una vita fuori dal margine in cui è stretta dalle leggi di questo paese.

“La vendetta dello Stato non si è fatta attendere. Dopo un breve ricovero al Niguarda, Abder è stato preso in fretta e furia e portato di filato al C. I. E. [Centro di Identificazione e di Espulsione] di via Corelli.[…] Marcelo, essendo italo-argentino, ha la doppia nazionalità e può andarsene a casa. […]”

Fin qui il comunicato del 2 dicembre. Noi ci siamo premurati di sapere come è andata a finire per Abder: il giorno 7 egli è passato in stato di detenzione dal C. I. E. di Modena all’aeroporto di Bologna, da qui è stato deportato in Marocco.

Del resto il ministro Maroni, nel momento di massima risonanza della protesta in TV, aveva avvertito: non tentate di ricattarci, la protesta è senza sbocco.

 

 

15) NOTIZIARIO

 

Egitto. Tremenda odissea dei profughi africani nel Sinai. Anche in conseguenza della chiusura dei canali di immigrazione in Italia attraverso la Libia, i profughi provenienti dai paesi dilaniati dell’Africa Orientale si dirigono verso Israele cadendo nelle mani dei predoni nel deserto del Sinai. I predoni violentano, torturano e uccidono gli ostaggi pretendendo un riscatto di migliaia di dollari a testa per rilasciarli. Fonti attendibili parlano di un gruppo di oltre 250 profughi eritrei detenuti in condizioni disumane dai predoni da oltre due mesi.  Il governo egiziano non interviene contro i predoni e mostra anzi un comportamento ostile nei riguardi dei profughi. L’organizzazione umanitaria EveryOne in un comunicato del 30 dicembre denuncia che “27 africani (eritrei, etiopi e sudanesi) rilasciati nei giorni scorsi dai beduini” sono stati arrestati dalla polizia egiziana. “Gli immigrati sono poi stati consegnati alle loro rispettive ambasciate al Cairo. È imminente la loro deportazione nei Paesi d’origine, dai quali questi profughi sono fuggiti per crisi umanitarie, persecuzioni e genocidi. […] Deportarli nei rispettivi Paesi di origine vorrebbe dire ammazzarli, istituzionalizzando una persecuzione e rendendo vano ogni loro sforzo di sopravvivenza in tutto questo tempo”.

 

Iraq. Declinata la richiesta di clemenza per Tareq Aziz avanzata dal ministro Frattini. Il 26 novembre il nostro Ministro degli Esteri Franco Frattini aveva pubblicamente assicurato un intervento dell’Italia tendente a perorare clemenza per Tereq Aziz, ex esponente del governo di Saddam Hussein condannato a morte dal Tribunale Speciale iracheno il 26 ottobre per omicidio volontario e “crimini contro l’umanità”  (v. n. 185).  La richiesta di un “gesto di clemenza” è stata fatta personalmente da Frattini ai governanti iracheni a Baghdad, nel corso degli incontri con il primo ministro Nuri al-Maliki, col Ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari e con il presidente Jalal Talabani cominciati il 4 dicembre (incontri che avevano come temi principali la cooperazione economica bilaterale e la difficilissima situazione della minoranza cristiana in Iraq). Tuttavia nella conferenza stampa congiunta di Frattini e di Zebari, tenutasi alla conclusione degli incontri, Hoshyar Zebari ha fatto sapere di aver fermamente declinato la petizione della controparte italiana. “Loro [gli Italiani] hanno fatto una richiesta, o petizione, di clemenza” ha dichiarato Zebari, notando che simili richieste erano arrivate anche dalla Russia, dal Vaticano e da diversi paesi arabi. “Noi abbiamo confermato la necessità di rispettare la decisione della giustizia irachena. Aziz ha goduto di tutti i suoi diritti; non si è trattato di un processo segreto, ha avuto una difesa. Tutti devono rispettare le decisioni delle corti irachene.”

 

Italia. Per i Somali richiedenti asilo: un lager. Una denuncia inequivocabile dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR ) ha riproposto all’attenzione del grande pubblico e delle istituzioni la situazione disumana di circa 130 Somali, quasi tutti titolari del diritto d’asilo, nell’ex ambasciata della Somalia in via dei Villini a Roma. L’UNHCR scrive di“condizioni igieniche disastrose, senza acqua potabile, senza riscaldamento, senza elettricità, […] uno stato di insalubrità che […] espone a forti vulnerabilità, al rischio di malattie oltre che a problemi di natura psicologica”. È appena il caso di ricordare che l’Italia, ex potenza coloniale, nel secolo scorso si era assunta l’incarico di aiutare la Somalia a compiere un cammino di sviluppo economico, culturale e politico verso una democrazia compiuta. Come minimo abbiamo oggi il dovere morale di non dimenticare un paese sempre più dilaniato e destrutturato, in preda ai gruppi integralisti islamici e ai signori della guerra, e di soccorrere chi fugge da esso.

 

New Mexico. Nonostante l’abolizione, Michael Astorga rischia ancora la pena di morte. La pena di morte fu abolita nel New Mexico il 18 marzo 2009 (v. n. 168), ma per i reati successivi al 1° luglio dello stesso anno. Pertanto Michael Astorga, accusato di aver ucciso un poliziotto durante un controllo del traffico nel 2006, fu giudicato colpevole di reato capitale nel processo conclusosi il 4 giugno di quest’anno.  I suoi avvocati si sono attivati per evitare la successiva fase processuale di inflizione della pena in cui – secondo la lettera della legge - potrebbe essergli comminata una sentenza di morte. Il 2 dicembre il giudice distrettuale Neil Candelaria ha respinto un ricorso che affermava la sostanziale ingiustizia di una sentenza capitale in uno stato abolizionista, dicendo che non stava a lui riscrivere una legge approvata dal Parlamento. Pertanto la fase processuale di inflizione della pena per Astorga è rimasta fissata a partire dal 10 gennaio. Tuttavia il 10 dicembre la Corte Suprema del New Mexico ha sospeso l’inizio di tale fase processuale lasciando la questione nella massima incertezza. Per di più il governatore uscente Bill Richardson fino ad ora si è rifiutato di commutare due sentenze di morte già pendenti nello stato, quelle di Robert Fry e di Timothy Allen. Nella peggiore delle ipotesi, potrebbe spettare alla nuova governatrice del New Mexico, Susana Martinez, di risolvere l’intricatissimo nodo concedendo ad Astorga, dopo la condanna a morte, e agli altri due già condannati, la clemenza esecutiva.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 dicembre 2010