FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 175  -  Dicembre 2009

Salil  Shetty

SOMMARIO:

 

 

1) Per uccidere Biros in Ohio nove tentativi di trovare una vena

2) Eseguita dopo 29 anni, la pena di morte è una pena crudele?

3) Processo capitale presso le commissioni militari di Guantanamo

4) Barack Obama non chiude Guantanamo, almeno per ora

5) Nobel ad Obama, perché non a Bush o addirittura ad Osama?

6) Ondata di esecuzioni in Iraq, rischia di nuovo Ali il Chimico

7) Ancora esecuzioni di minorenni nell’Iran oscurantista

8) È continuato nel 2009 il declino della pena di morte negli USA

9) Salil Shetty nuovo Segretario Generale di Amnesty International

10) Un osservatorio su razzismo e xenofobia c’è, sulla carta

11) Intermezzo letterario

12) Una lettera da Fernando, scritta nel giorno del suo compleanno

13) Notiziario:  Arabia Saudita, Cina, Texas

 

 

1) PER UCCIDERE BIROS IN OHIO NOVE TENTATIVI DI TROVARE UNA VENA

 

Il nuovo protocollo per l’iniezione letale introdotto in Ohio il 30 novembre non è stato sospeso ed esaminato a fondo dalle corti come speravano gli abolizionisti. Già l’8 dicembre Kenneth Biros è stato ucciso – non senza difficoltà - con il nuovo metodo che pone grossi interrogativi soprattutto per la procedura di riserva in esso contenuta: l’iniezione intramuscolare di due sostanze letali.

 

Il nuovo metodo dell’iniezione letale elaborato in tutta fretta dallo stato dell’Ohio dopo l’esecuzione ‘fallita’ di Romell Broom il 15 settembre, è divenuto operativo il 30 novembre (v. n. 173). E’ stato immediatamente utilizzato per uccidere Kenneth Biros l’8 dicembre.

Sono così svanite le speranze degli abolizionisti che si aspettavano il prolungamento della moratoria vigente in Ohio almeno nella prima parte del 2010. In effetti si poteva pensare che l’introduzione di un metodo di esecuzione completamente nuovo sarebbe stato accolto con molte riserve dalle corti, presumibilmente desiderose di comprendere a fondo le sue caratteristiche e di valutarle sotto il profilo costituzionale, prima di dare il via libera al suo impiego. Ciò a maggior ragione dopo il serrato è inutile contenzioso sull’iniezione letale che si è svolto in ambito nazionale tra il 2007 e il 2008. Contenzioso finito con la sentenza Baze v. Rees della Corte Suprema federale che ha consentito la ripresa del vecchio metodo, senza alcun cambiamento, al termine di una moratoria di sette mesi (v. n. 159).

Così non è stato: non per niente la pena di morte negli Stati Uniti viene definita da oltre mezzo secolo ‘capricciosa ed arbitraria’. Lo stesso giudice federale Gregory L. Frost che ha lasciato mettere a morte Biros con il nuovo metodo, ha chiarito di non essere stato in grado di prendere in considerazione gran parte della materia che avrebbe volute esaminare.

L’Ohio ha il record delle esecuzioni ‘mal riuscite’ negli ultimi tre anni: per uccidere Joseph Clark nel 2006, impiegò circa un’ora e mezza a causa di problemi nell’inserimento del catetere venoso (dovette concedere una pausa al condannato per consentirgli di andare al gabinetto). Nel 2007 anche l’esecuzione di Christopher Newton durò più di un’ora con almeno 10 tentativi di trovare la vena adatta all’iniezione letale.

Il 15 settembre scorso una squadra di almeno 12 persone non riuscì ad uccidere Romell Broom ma solo a torturarlo nell’arco di due ore con 18 tentativi di inserire l’ago in una vena capace di ricevere l’iniezione letale (v. n. 172).

Speriamo vivamente che gli avvocati di Broom riescano ad ottenere la commutazione della sua sentenza capitale sostenendo che sottoporre due volte una persona ad esecuzione capitale costituisce una pena crudele ed inusuale e quindi incostituzionale.

Per contro gli avvocati di Kenneth Biros non sono riusciti – nonostante il loro impegno a tutto campo – ad evitare la morte del proprio cliente. Una morte particolarmente penosa. Eppure il direttore del Dipartimento di Riabilitazione e di Correzione [sic] dell’Ohio, Terry J. Collins, aveva dato ampie assicurazioni di essere in possesso di tutte le informazioni, fornite da medici e da altri soggetti, occorrenti per pianificare un’esecuzione di successo [sic].

Il ritardo con cui la Corte Suprema ha notificato il proprio diniego ad entrare nel merito dell’ultimo ricorso di Biros ha fatto ritardare di un’ora l’inizio dell’esecuzione, fissata per le 10 del mattino. L’esecuzione del malcapitato cominciata alle 11 si è protratta fina alle 11 e 47’ – attraverso nove tentativi di accedere alle vene del condannato in entrambe le braccia. E’ stato riferito che la morte di Kenneth Biros è sopraggiunta dopo 10 minuti dall’inizio dell’iniezione del pentotal, unico farmaco previsto nel nuovo protocollo. I giornalisti presenti erano stati già avvertiti della passibilità che Biros vomitasse colto da spasmi qualora si fosse passati alla procedura di back-up (di riserva) consistente nell’iniezione di due farmaci in un muscolo (v. n. 174).

Gli avvocati di Biros non hanno mancato di rilevare e criticare la disastrosa applicazione della nuova procedura sul proprio cliente. Si erano prodigati per ottenere una sospensione dell’esecuzione basandosi soprattutto sul fatto che l’impiego della nuova procedura avrebbe costituito una sperimentazione su un essere umano.

Dunque l’esecuzione di Biros è andata ‘male’ anche se non si è dovuti ricorrere alla procedura di back-up, quella che nel nuovo protocollo dell’Ohio suscita le maggiori riserve per quanto riguarda le possibili sofferenze inflitte al condannato e il prolungarsi dei tempi di agonia. Tale procedura non potrebbe essere impiegata per l’eutanasia degli animali per due ragioni: per i farmaci utilizzati e per la somministrazione intramuscolare dei farmaci.

Ci auguriamo che la procedura di back-up non venga mai utilizzata prima della definitiva abolizione della pena di morte, nonostante l’Ohio esegua numerose esecuzioni proponendosi come uno degli stati più forcaioli nel momento presente: ha portato a termine 5 esecuzioni nel 2009 e, dopo quella di Biros, ne ha già fissate altre 5 nei primi mesi del 2010.

Vogliamo chiudere questo articolo così come si chiudono le cronache locali dell’esecuzione di Kenneth Biros, con una nota di colore, per noi di una superficialità agghiacciante, normalissima per gli Americani. Riportiamo la descrizione dell’ultimo pasto del condannato fatta da Julie Walburn, portavoce del Dipartimento di Riabilitazione e di Correzione [sic] dell’Ohio: pizza con dose supplementare di formaggio, funghi, cipolle e peperoni verdi, accompagnata da cipolle tagliate ad anelli, funghi fritti, salsa francese alla cipolla, patatine Doritos, gelato al mirtillo, gazzosa Dr Pepper e crostata di ciliegie.

 

 

2) ESEGUITA DOPO 29 ANNI, LA PENA DI MORTE È UNA PENA CRUDELE?

 

Uccidere un prigioniero dopo averlo tenuto nel braccio della morte per 29 anni costituisce una pena crudele ed inusuale a come tale proibita dalla Costituzione americana. Non lo pensano soltanto gli attivisti che aborriscono la pena capitale ma anche John Paul Stevens, un anziano ed evoluto giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Stevens, dopo essere entrato in polemica con il giudice Clarence Thomas, il 2 dicembre non è riuscito a fermare l’esecuzione di Cecil Johnson in Tennessee.

 

Due giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti si sono vivacemente confrontati nella notte del 2 dicembre poco prima dell’esecuzione di Cecil Johnson Jr. in Tennessee.

Il giudice John Paul Stevens, ricevuto in extremis un appello del condannato, avrebbe voluto sospendere l’esecuzione, così come il giudice Stephen Breyer. 

Nell’appello gli avvocati di Johnson avevano argomentato che la pena capitale eseguita dopo 29 anni di detenzione nel braccio della morte costituiva una pena crudele ed inusuale e quindi contraria alla Costituzione.

“Johnson ha una piccola, se non nulla, responsabilità per questo ritardo,” ha dichiarato Stevens attribuendo il ritardo agli ostacoli procedurali che rallentano gli appelli dei condannati a morte. “Il ritardo in sé sottopone i detenuti del braccio della morte a decenni di detenzione particolarmente dura e disumanizzante.”

Questa tesi viene da tempo sottoposta ai colleghi, infruttuosamente, dall’ottantanovenne giudice Stevens, che invecchiando ha palesato vedute sempre più ampie ed evolute.

John Paul Stevens negli anni Settanta aveva votato per reintrodurre la pena capitale negli Stati Uniti, dopo un quadriennio in cui la Corte Suprema l’aveva messa al bando e dopo una moratoria decennale delle esecuzioni. Tuttavia negli ultimi 15 anni ha preso sulla pena di morte in molte occasioni posizioni del tutto simili a quelle di un abolizionista (v. ad es. nn. 159, 160, Notiziario).

Il giudice Clarence Thomas, un Nero ultraconservatore, ha reagito duramente alla proposta di sospensione di Stevens osservando che Cecil Johnson ha contestato la sua condanna per 29 anni ed “ora sostiene che lo stesso procedimento che egli ha utilizzato per contestare la sentenza di morte deve proibire allo stato di eseguirla.”

“Secondo le vedute del giudice Stevens, sembrerebbe che lo stato non possa mai regolare il tempo per bene. La ragione, lo ha detto, è che la pena di morte è sbagliata in sé,” ha insinuato Thomas. “Fintanto che il nostro sistema offrirà ai condannati a morte le salvaguardie procedurali che questa Corte ha approvato per lungo tempo, i condannati che si gioveranno di tali procedure andranno incontro ai ritardi che il giudice Stevens lamenta.”

Thomas è andato oltre dicendo che un rimedio ci sarebbe: eseguire le sentenze di morte il giorno successivo a quello in cui sono state pronunciate, come si faceva in Inghilterra secoli orsono. “Non ho dubbi che un tale sistema ci permetterebbe di evitare di discutere la questione che pone il giudice Stevens, ma sono altrettanto convinto che avrebbe poco sostegno da parte di questa corte.”

Per sospendere l’esecuzione di Johnson, oltre a Stevens e a Breyer, si sarebbero dovuti esprimere almeno altri due dei nove giudici della massima corte. Pertanto il tempo occorrente per la discussione e per la scrittura delle dichiarazioni dei giudici John Paul Stevens e Clarence Thomas ha ritardato soltanto di due ore l’esecuzione di Cecil Johnson, avvenuta regolarmente alle 2:34’ di notte.

 

 

3) PROCESSO CAPITALE PRESSO LE COMMISSIONI MILITARI DI GUANTANAMO

 

Il governo statunitense ha deciso di sottoporre Abd al-Rahim al-Nashiri a processo capitale presso una ‘commissione militare’ di Guantanamo. Al-Nashiri è il sospetto organizzatore dell’attentato suicida contro la nave americana “Cole” nel porto di Aden nel 2000 che causò la morte di 17 marinai.

 

Ha suscitato scalpore ed una accesa discussione all’inizio di dicembre la decisione del governo americano di avviare il primo processo capitale presso una ‘commissione militare’ di Guantanamo.

Secondo il governo USA, Abd al-Rahim al-Nashiri, ospite di al-Qaeda in Afghanistan nel 2001, disse di aver organizzato l’attacco suicida del 12 ottobre 2000 contro la nave da guerra “Cole” nel porto di Aden nello Yemen, attentato in cui persero la vita 17 marinai statunitensi. Lo avrebbe udito Salim Ahmed Hamdan, autista di Osama Bin Laden, che in seguito venne catturato, vuotò il sacco con gli agenti dell’F. B. I., fu processato dagli Americani nel 2008 dopo sei anni di detenzione a Guantanamo e condannato a cinque anni di reclusione (v. n. 162, Notiziario).

Ora Hamdan è libero nello Yemen  e non può essere costretto a testimoniare contro al-Nashiri.

Questa sembra essere la principale ragione che ha indotto il governo di Obama a chiedere per  al-Nashiri un processo capitale in una delle famigerate commissioni militari di Guantanamo invece che in una corte civile, come è invece è stato fatto per Khalid Shaikh Mohammed, sospetto progettista degli attacchi dell’11 settembre 2001 (v. n. 174).

In una corte civile la difesa ha il diritto di contro-interrogare i testimoni e quindi non sarebbe valida la testimonianza ‘per sentito dire’ degli agenti dell’F. B. I. sul racconto di Salim Hamdan.

Un tal genere di testimonianza sarebbe invece ammissibile in una commissione militare.

Annunciando che il processo di al-Nashiri si sarebbe tenuto davanti ad una commissione militare, l’Attorney General Eric H. Holder ha accennato ad “una varietà di motivi” alla base della decisione ma non ha saputo dire altro che: “Si trattò di un attacco contro una nave da guerra degli Stati Uniti, e un tale atto, ritengo, è appropriatamente inquadrato nell’ambito delle Commissioni Militari.”

Abd al-Rahim al-Nashiri - che ‘confessò’ alla C. I. A. sotto tortura e poi ritrattò - si proclama innocente del delitto di cui è stato accusato (*). Secondo quanto ha dichiarato in una udienza a Guantanamo nel marzo del 2007, avrebbe sì ricevuto un finanziamento da Osama Bin Laden per comprare una barca, ma intendeva utilizzare il natante per un’impresa di pesca. Quando seppe che si voleva utilizzare la barca per un attentato, fuggì dallo Yemen e non ebbe più a che fare con gli attentatori.

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(*) Confessioni ottenute sotto coercizione non possono essere utilizzate nelle corti ordinarie e ora neanche nelle commissioni militari riformate in ottobre dal Congresso.

 

 

4) BARACK OBAMA NON CHIUDE GUANTANAMO, ALMENO PER ORA

 

Barack Obama aveva promesso di chiudere il malfamato centro di detenzione di Guantanamo Bay entro il 22 gennaio 2010. Ora sembra che questa operazione sia rimandata al 2011 e subordinata alla disponibilità di un carcere di massima sicurezza in Illinois in cui trasferire i prigionieri. In ogni caso il problema reale non è quello di trovare un luogo in cui collocare i prigionieri ma quello di ripristinare il loro status rispettando i diritti umani e in armonia con la legalità internazionale.

 

La politica del presidente Obama riguardo ai ‘sospetti terroristi’ detenuti nella base di Guantanamo Bay nell’isola di Cuba e, in numero assai maggiore,  in altre parti del mondo, non differisce sostanzialmente da quella del suo predecessore George W. Bush.

Sembra che su questi prigionieri nessuno sia in grado di decidere: rilasciarli, processarli o detenerli indefinitamente senza accuse e senza processo? Eppure il governo ha incaricato un gruppo di 60 esperti, tra avvocati ed analisti, di esaminare i casi di tutti i rimanenti detenuti di Guantanamo (circa 200).

Chiarito di non essere in grado di chiudere il campo di detenzione di Guantanamo Bay entro un anno dal suo insediamento, cioè entro il 22 gennaio 2010, come aveva promesso, il nuovo presidente ha chiesto al Congresso a metà dicembre un finanziamento di 200 milioni di dollari per comprare il Thomson Correctional Center, una prigione di massima sicurezza in Illinois che sembra adatta per trasferirvi i residui prigionieri di Guantanamo.

La richiesta di Obama è stata accantonata almeno per il momento; così già si parla di rimandare la chiusura del “gulag dei nostri tempi” (*) al 2011.

Un segnale in più dell’inclinazione a rinviare sine die il problema della chiusura di Guantanamo è la decisione di utilizzare le ‘commissioni militari’ ivi insediate per processare alcuni detenuti (a cominciare da Abd al-Rahim al-Nashiri, v. articolo più sopra).

Il progetto di Obama di trasferire in Illinois i prigionieri di Guantanamo ha ricevuto critiche da tutte le parti. Le organizzazioni per i diritti civili hanno accusato il presidente di creare una “Guantanamo del Nord” dal momento che con il trasferimento la situazione dei detenuti non cambierebbe. “Chiudere Guantanamo non sarebbe altro che un gesto simbolico se continuerà la politica illegale di prima.” Ha dichiarato Anthony Romero, direttore esecutivo dell’ACLU.

I conservatori dal canto loro dicono che il trasferimento permetterebbe a coloro che ora sono detenuti come prigionieri di guerra di reclamare nuovi diritti sul suolo americano. Essi potrebbero usare le corti “per evitare la condanna e perfino per cause civili di risarcimento contro le autorità americane” avverte il deputato repubblicano Lamar Smith. Alcuni politici conservatori si oppongono al trasferimento dei detenuti sul suolo nazionale adducendo anche ragioni di sicurezza.

Come aveva ben capito perfino l’ultraconservatore McCain, chiudere Guantanamo sarebbe un’ottima operazione di facciata per rabberciare l’immagine degli Stati Uniti, appannata dalle violazioni dei diritti umani commessi nel corso della ‘guerra al terrore’. 

Ma il problema da risolvere non è quello del luogo in cui collocare i prigionieri bensì di ripristinare il loro status rispettando i diritti umani e la legalità internazionale. Tra l’altro di ‘sospetti terroristi’ detenuti (in condizioni miserrime, anche peggiori di quelle di Guantanamo), ce ne sono, molti di più che a Guantanamo, in altri luoghi nel mondo, a cominciare dalla base di Bagram in Afghanistan.

Il presidente George W. Bush aveva resistito alle richieste di chiudere Guantanamo per principio, quasi a denotare l’autonomia e la superiorità morale e politica degli Stati Uniti su tutto il resto del mondo.

Occorre domandarsi come mai Obama fatichi tanto a differenziarsi, almeno un poco, da Bush.

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(*) Così aveva definito il campo di Guantanamo Bay la Segretaria Generale di Amnesty International, Irene Khan nel 2005, v. n. 130, attirandosi sdegnate critiche.

 

 

5) NOBEL AD OBAMA, PERCHÈ NON A BUSH O ADDIRITTURA AD OSAMA?

 

Nel ricevere il premio Nobel per la pace ad Oslo il 10 dicembre, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha fatto una serrata apologia della necessità della guerra, dimostrando di non essere molto diverso dal suo meno simpatico predecessore George W. Bush, teorico della ‘guerra globale al terrore’.

 

In occasione del conferimento del Premio Nobel per la pace ad Oslo il 10 dicembre, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, presentandosi come il comandante in capo di una nazione impegnata in due conflitti, ha utilizzando la cerimonia per proferire davanti a mille persone una brillante, argomentata e stringente difesa della guerra.

Obama ha strappato applausi parlando in uno scenario mozzafiato, di fronte ad una parete di cristallo con vista sul fiordo di Oslo inondato dal massimo splendore invernale concesso dal breve giorno norvegese.

Una settimana dopo aver ordinato un incremento di trentamila unità dei centomila combattenti americani in Afghanistan, Obama ha affermato che “gli strumenti di guerra hanno un ruolo da svolgere nel preservare la pace,” e che “fa parte della nostra sfida riconciliare queste due verità apparentemente inconciliabili – la guerra è talvolta necessaria, la guerra in una certa misura è espressione di sentimenti umanitari.”

“Affronto il mondo per quello che è e non posso nascondermi di fronte alle minacce al popolo americano,” ha chiarito Obama. “Per non fare errori dobbiamo pensare che il Male esiste nel mondo.”

Un tale discorso ha ricevuto il plauso di molti conservatori americani, specialmente nel passaggio in cui Obama ha riconosciuto l’esistenza del Male e affermato l’inutilità di negoziare con interlocutori quali al-Qaeda.

Obama ha reso omaggio a Martin Luther King, suo predecessore nel ricevere il premio Nobel (come evitarlo? Perfino Bush lo aveva fatto!) notando che se non fosse stato per la visuale, la leadership e il sacrificio di Martin Luther King, egli [un nero] non sarebbe mai arrivato davanti a quel leggio di Oslo. Ma ha detto che il solo esempio di King non può essere sufficiente. Obama ha ricordato una frase di King: “la violenza non assicura mai una pace permanente” per lodare le istituzioni sovranazionali deputate al mantenimento della pace senza conflitto. Però ha avvertito che “un movimento non violento non avrebbe fermato gli eserciti di Hitler”.

Obama si è riferito alla teologia della “guerra giusta” secondo la quale la guerra deve essere l’ultima risorsa e deve essere combattuta usando una forza proporzionata, nel rispetto della vita dei civili.

Come rilevano alcuni commentatori, Obama evita però di applicare tale concetto di “guerra giusta” al conflitto in Afghanistan in cui le forze americane sono state accusate di uccisioni non necessarie di civili e stanno progressivamente inasprendo le tecniche e le regole di combattimento.

Nel suo discorso di Oslo, l’attuale presidente americano si è riferito in particolare a due guerre (in Iraq e in Afghanistan) ma la sua filosofia non differisce granché da quella del suo predecessore che si riferiva esplicitamente ad una guerra indeterminata, nei tempi, nei luoghi e nei mezzi.

Dopo il fallito attentato contro il volo della Delta-Northwest in arrivo negli Stati Uniti il giorno di Natale, Barack Obama ha rilanciato il concetto della “guerra globale al terrore” cara a George W. Bush (anche se la nuova amministrazione ha deciso di abbandonare tale enfatica definizione, v. n. 168 ): gli estremisti che complottano contro gli Stati Uniti sappiano che gli Stati Uniti sono pronti a usare ogni loro risorsa, e ovunque, contro di loro. “Chiunque uccide uomini, donne e bambini innocenti deve sapere che gli Stati Uniti non si limitano ad alzare le difese all’interno,” gli Stati Uniti faranno tutto quello che è in loro potere contro i nemici che “in Afghanistan o in Pakistan, in Yemen o in Somalia o ovunque complottano per organizzare attacchi contro il suolo americano.”

Più prudente e privo di riferimenti alla ‘guerra sporca’, questo discorso assomiglia moltissimo a quello fatto da George W. Bush subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 (v. n. 89).

Ci domandiamo se anche Bush sia degno di un premio Nobel per la pace, come Obama.

Non possiamo negarlo per il solo fatto che Barack Obama è un Nero dotato di molto più fascino personale rispetto a Bush, un Nero che sa parlare molto bene. Anche l’oscurantista Ahmadinejad e il terrorista Osama bin Laden parlano bene (una accurata censura evita che i loro discorsi siano conosciuti nel mondo) e dimostrano in maniera stringente l’ineluttabilità e il dovere morale dell’uso della violenza.

6) ONDATA DI ESECUZIONI IN IRAQ, RISCHIA DI NUOVO ALI IL CHIMICO

 

Almeno 120 esecuzioni capitali sono state portate a termine in Iraq nel corso del 2009. Si teme a breve una ondata di centinaia di esecuzioni. Rischia l’impiccagione anche il cugino di Saddam Hussein, Ali Hassan al-Majid, detto ‘Ali il Chimico’, condannato a morte per genocidio nel 2007, fino ad ora salvato dagli Americani che si sono rifiutati di consegnarlo agli Iracheni.

 

In un rapporto del 14 dicembre le Nazioni Unite esprimono gravi preoccupazioni per la ripresa massiccia delle esecuzioni capitali in Iraq nel 2009. Le autorità irachene in maggio avevano addotto ‘ragioni di sicurezza’ nel porre termine ad una moratoria che durava dal mese di agosto del 2007.

“La segretezza delle esecuzioni costituisce un motivo addizionale di preoccupazione,” sottolinea il rapporto che denuncia senza mezzi termini l’irregolarità dei processi capitali in Iraq, nei quali vengono utilizzate confessioni estratte sotto coercizione o tortura.

Il numero delle sentenze capitali è aumentato considerevolmente nel paese con 324 condanne a morte nella prima metà del 2009.

Amnesty denunciò almeno 285 persone condannate a morte in Iraq nel 2008, e 34 esecuzioni. Almeno 199 sentenze capitali e 33 esecuzioni si ebbero nel 2007.

Secondo il computo di Amnesty, nel corso del 2009 in Iraq sono state compiute almeno 120 impiccagioni e rimangono a fine anno nei bracci della morte circa 900 persone.

Si teme che il governo si prepari ad eseguire centinaia di sentenze capitali, tra le quali quelle di 17 donne.

Il 7 dicembre si è appreso che Ali Hassan al-Majid, detto ‘Ali il Chimico’, è stato trasferito da una prigione americana nel sud dell’Iraq nella base di Camp Cropper vicino all’aeroporto di Bagdad presumibilmente in vista della sua esecuzione.

Si ritiene che il premier Nouri al-Maliki – forte sostenitore della pena capitale - intenda sfruttare a fini elettorali l’esecuzione di Ali il Chimico, ricordando che la sua popolarità aumentò marcatamente tre anni fa quando firmò l’ordine di ammazzare Saddam Hussein.

Al-Majid, su cui pendono tre condanne capitali (*),  fu condannato a morte la prima volta nel giugno del 2007, accusato di genocidio nel corso della campagna “Anfal” contro i Curdi del 1988. Già la sua prima sentenza di morte, secondo il regolamento del Tribunale Speciale iracheno, doveva essere eseguita tassativamente nel 2007, entro 30 giorni dalla ratifica da parte di un apposito panel. Fino ad ora però l’impiccagione di al-Majid, richiesta più volte da al-Maliki, non è stata eseguita perché gli Americani si sono sempre rifiutati di consegnare il prigioniero al boia iracheno (v. ad es. n. 170,  Notiziario).

Sarebbe il colmo che il gesto di Pilato - rifiutato da Bush - lo facesse ora Obama.

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(*) La terza condanna capitale è stata comminata ad Ali Hassan al-Majid il 2 marzo 2009

 

 

7) ANCORA ESECUZIONI DI MINORENNI NELL’IRAN OSCURANTISTA

 

L’Iran si distingue per un larghissimo ed ingiusto uso della pena di morte. Detiene il record delle esecuzioni pro capite, superando la Cina, ed insiste con l’uso della pena di morte nei riguardi dei minorenni all’epoca del crimine: almeno cinque di essi sono stati ‘giustiziati’ nel corso del 2009.

 

L’uso della pena di morte in Iran si fa sempre più spaventoso col passare degli anni, per l’enorme numero di esecuzioni, per i metodi di esecuzione particolarmente crudeli, comprendenti la lapidazione, per l’ingiustizia dei processi, per l’assurdità di certe fattispecie di reato capitale, come ad esempio la sodomia, per l’esecuzione di oppositori politici, per la perseveranza nello sfidare gli appelli e la legalità internazionale mettendo a morte minorenni all’epoca del reato.

L’Agence France Press denuncia almeno 270 esecuzioni in Iran nel 2009 (che danno un quoziente pro capite superire a quello della Cina). Tra queste sono state almeno 5 le esecuzioni di persone che erano minorenni all’epoca del crimine loro contestato, con un totale di almeno 46 di tali esecuzioni a partire dal 1990.

In dicembre la Presidenza dell’Unione Europea ha reiterato i suoi appelli in favore di Mohammad-Reza Haddadi è Amir Amrollah in imminente pericolo di esecuzione per delitti commessi rispettivamente a 15 e a 16 ani di età, contribuendo a mantenerli in vita, almeno per un po’.

Dopo l’esecuzione di Mosleh Zamani avvenuta il 17 dicembre, Philip Luther, vice direttore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa, ha dichiarato: “Ancora una volta, nonostante il fatto che la legge interna ed internazionale imponga all’Iran di rispettare gli obblighi internazionali, hanno messo a morte qualcuno che aveva meno di 18 anni al tempo del crimine ascrittogli. Quanti altri dovranno morire prima che l’Iran metta fine a questa pratica terrificante?”

Contro l’esecuzione di Mosleh Zamani, accusato nel 2006, quando aveva 17 anni, di violenza sessuale ai danni di una donna più grande di lui con la quale aveva una relazione, Amnesty si è battuta fin dal 2007. Duecento persone hanno protestato fuori della prigione di Dizel Abad il giorno precedente l’esecuzione di Zamani, impiccato alle 4 del mattino insieme ad altri 4 condannati.

Inutilmente la presunta vittima di Zamani aveva chiesto la grazia per lui, asserendo di aver avuto un rapporto consensuale.

Si stima che vi siano 140 minorenni all’epoca del crimine condannati alla pena capitale in Iran. In molti casi costoro vengono imprigionati fino al compimento del diciottesimo anno di età, prima di fissare al data di esecuzione. In tale periodo alcuni hanno successo negli appelli contro la loro condanna, altri vengono graziati dalle famiglie delle vittime di omicidio in cambio di una compensazione in denaro (diyeh).

 

 

8) È CONTINUATO NEL 2009 IL DECLINO DELLA PENA DI MORTE NEGLI USA

 

L’abolizione della pena capitale, che distingue gli Stati Uniti dal resto del mondo occidentale, è impedito dalla resistenza di un’élite conservatrice ma continua il declino della pena di morte negli USA.

 

Il crollo della lugubre istituzione che connota in maniera singolare gli Stati Uniti nell’ambito dei paesi sviluppati dell’Occidente è impedito dalla forte ed esplicita resistenza di un nucleo minoritario di conservatori. L’èlite conservatrice favorisce e sostiene il consenso dell’opinione pubblica per la pena capitale, a sua volta indispensabile per il mantenimento della struttura legale e penitenziaria che produce ed esegue le sentenze di morte.

Nonostante tale resistenza, prosegue inarrestabile il declino della pena di morte negli USA. Vediamo che cosa è accaduto a questo proposito nel corso del 2009.

Nell’ultimo anno il numero degli stati con la pena di morte è sceso a 35 su 50, con l’abolizione della pena capitale in marzo nel New Mexico (v. n. 168). Si è avuta una nutrita attività legislativa sulla pena di morte per lo più diretta a restringere l’applicazione della pena capitale (v. nn. 169, 170).  È proseguita la drastica diminuzione delle sentenze di morte negli USA.

Nel 2009 si è raggiunto il minimo di 106 sentenze capitali in un anno (*), a partire dalle oltre 300 che si avevano a metà degli anni Novanta. La diminuzione si è evidenziata particolarmente in  Texas, in cui si è toccato il minimo di 9 condanne a morte (un quinto di quelle inflitte annualmente 15 anni fa).

Il fenomeno è da attribuire a varie cause. Intanto vi è una minore propensione degli accusatori a chiedere processi capitali (pur rimanendo il tasso di omicidi grosso modo costante).  Secondo gli esperti ciò è in parte attribuibile ai costi sempre più alti dei processi capitali messi in particolare evidenza dalla crisi economica. Ma vi è probabilmente anche un effetto della sia pur lenta evoluzione della mentalità degli accusatori.

Poi vi è la minore inclinazione delle giurie a scegliere la pena di morte in alternativa alla massima pena detentiva (che ormai è quasi sempre l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola). Ad esempio in Texas le giurie nei processi capitali scelgono ora la pena di morte solo in circa il 50% dei casi (una percentuale molto più bassa che in passato).

Anche alcuni conservatori attribuiscono la moderazione delle giurie alla propaganda degli abolizionisti, che hanno tra l’altro diffuso nel pubblico la consapevolezza che vengano condannati a morte e giustiziati degli innocenti.

Un dato almeno apparentemente in controtendenza è quello del numero di esecuzioni. Quest’anno si è registrato un aumento delle esecuzioni capitali: 52 contro le 37 del 2008 (le 42 del 2007,  le 53 del 2006, le 60 del 2005). L’aumento delle esecuzioni verificatosi nel 2009 è tuttavia inferiore a quello che si poteva temere (v. ad es. n. 167, Notiziario) ed è dovuto soprattutto al ‘recupero’ delle esecuzioni mancate durante la moratoria di 7 mesi tra il 2007 e il 2008. (Ricordiamo che la moratoria conseguì alla discussione sull’ammissibilità costituzionale del metodo dell’iniezione letale.)

In ogni caso, la tendenza alla diminuzione del numero di esecuzioni si conferma dal momento che negli ultimi tre anni si è avuta una media di 44 esecuzioni l’anno contro una media di 57 nei tre anni precedenti, numeri tutti molto inferiori al massimo di 98 esecuzioni del 1999.

Come sempre, circa il 90% delle esecuzioni si sono avute negli stati del Sud.

Sul totale la quota del Texas – che è sempre stata altissima – è in aumento: in questo solo stato si sono avute 24 su 52 esecuzioni.

Molto distanziati dal Texas seguono l’Alabama, con 6 esecuzioni, e l’Ohio, con 5.

Negli ultimi anni le esecuzioni in Texas si attestano intorno al 50% del totale (delle 1.188 esecuzioni verificatesi dal 1976, 447, cioè i 38%, riguardano il Texas).

Un aspetto particolarmente preoccupante della pena di morte negli USA rimane la discriminazione razziale. Ad esempio in Texas, delle 24 esecuzioni del 2009, 14 sono state quelle dei Neri, 7 quelle degli Ispanici, solo 3 quelle dei Bianchi. Sappiamo che questo fenomeno si spiega sia con la ghettizzazione delle minoranze razziali nelle fasce di emarginazione sociale, in cui il tasso di criminalità è molto elevato, sia con la maggior propensione delle giurie ad infliggere la pena i morte a Neri e Ispanici (specie se rei dell’uccisione di Bianchi).

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(*) Dal 1976, anno della ripresa della pena di morte negli USA.

 

 

9) SALIL SHETTY NUOVO SEGRETARIO GENERALE DI AMNESTY INTERNATIONAL

 

La bengalese Irene Khan lascia l’incarico di Segretaria Generale di Amnesty International. Il suo successore, l’indiano Salil Shetty, si insedierà nel prossimo giugno. Sarà la figura remunerata di più alto livello nell’organizzazione, con elevata responsabilità e ampia libertà di iniziativa. Ha una solida esperienza nel campo dell’aiuto allo sviluppo, della lotta alla povertà, alle malattie e all’analfabetismo.

 

Da un comunicato di Amnesty International del 21 dicembre apprendiamo che la Segretaria Generale dell’organizzazione, la bengalese Irene Khan a fine 2009 lascia il suo incarico ricoperto per otto anni. A giugno si insedierà il successore della Khan, l’indiano Salil Shetty. L’interim sarà ricoperto dall’italiano Claudio Cordone.

“Siamo entusiasti che Salil si unisca a noi e guidi Amnesty International nella rinnovata lotta per porre fine all’ingiustizia, agendo per i prigionieri di coscienza, per i detenuti nei bracci della morte, per le vittime di tortura e per coloro i cui diritti sono negati perché  vivono in povertà,” ­ ha dichiarato Peter Pack, presidente del Comitato Esecutivo di Amnesty International (l’organo di governo dell’organizzazione). “Mentre ci avviciniamo al nostro 50° anniversario, abbiamo piani ambiziosi di ampliare il nostro lavoro, soprattutto nel sud del mondo, e Salil ha una consistente esperienza nella mobilitazione di persone, della società civile, di governi e organizzazioni internazionali nella lotta per i diritti umani e la dignità.”

Il Segretario Generale di Amnesty è la figura remunerata di più alto livello facente parte dell’organizzazione, cui viene riconosciuta ampia autonomia e iniziativa nell’attuazione degli indirizzi decisi dal Comitato Esecutivo.

La designazione di Shetty che - con Action Aid e con le Nazioni Unite -  ha maturato un’esperienza specifica nell’aiuto allo sviluppo, nella lotta alla povertà, alle malattie e all’analfabetismo, conferma la tendenza di Amnesty International ad allargare enormemente il proprio mandato su questioni che attengono i diritti cosiddetti di ‘seconda generazione’, cioè i diritti economici e sociali. Ci auguriamo che nel far ciò Amnesty non entri in difficoltà trascinata nei grandi giochi di potere internazionali  e – soprattutto – che non diminuisca le risorse l’impegno per la difesa dei diritti civili e politici essenziali, per la libertà di espressione, contro le detenzioni arbitrarie, le ingiustizie giudiziarie, la pena di morte, la tortura… 

 

 

10) UN OSSERVATORIO SU RAZZISMO E XENOFOBIA C’È, SULLA CARTA

 

L’Osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo istituito presso la Camera dei Deputati il 22 dicembre, per i limiti che gli sono stati assegnati, non può rispondere esaurientemente alla domanda di conoscenza di un fenomeno – frammentato in innumerevoli episodi di diversa gravità - che per sua natura tende a rimanere sommerso e che comporta gravi ed estese violazioni dei diritti umani.

 

Abbiamo da tempo sottolineato la necessità di un ‘osservatorio’ che indaghi e registri obiettivamente gli innumerevoli episodi di xenofobia e razzismo – di diversa gravità - che si verificano nel nostro paese. Il reperimento e la diffusione di dati attendibili su un fenomeno che per sua natura tende a rimanere sommerso, è infatti la premessa di ogni azione di denuncia e di contrasto delle aggressioni nei riguardi di coloro che vengono considerati ‘altri’ da noi (*).

Pur mancando tuttora un organismo con un mandato del genere, che abbia la determinazione e i mezzi per agire efficacemente, prendiamo atto che il 22 dicembre è stato istituito presso la Camera dei Deputati un “Osservatorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo”, presieduto dai vicepresidenti della Camera Rosy Bindi e Maurizio Lupi. Ne fanno parte anche gli onorevoli Souad Sbai, Fiamma Nirenstein, Margherita Boniver, Marco Giovanni Reguzzoni, Jean Touadi, Fabio Evangelisti e Savino Pezzotta.

Tale Osservatorio – a prescindere dalla serietà, dalla preparazione e dall’impegno dei componenti – non presenta le caratteristiche da noi auspicate: i suoi compiti sembrano essere più che altro di ‘facciata’. Infatti si afferma che esso si occuperà di ‘monitorare’ le attività svolte da altri organismi in materia. L’Osservatorio realizzerà in proprio studi e dossier tematici rivolti in particolare al mondo scolastico e organizzerà una Conferenza annuale in materia “per il raccordo tra le Istituzioni e gli organismi della società civile”.

Più incisivi almeno negli intenti sono altri ‘osservatori’ istituiti da piccoli gruppi o da singoli attivisti. Tali osservatori purtroppo soffrono di intrinseca debolezza e precarietà per la mancanza di mezzi e di strutture adeguate. Segnaliamo tra i più interessanti i seguenti:

http://razzismoitalia.blogspot.com/

www.ildialogo.org/osservatori/razzismo.php

www.dirittiglobali.it/news.php?id_cat=37

www.everyonegroup.com/it/EveryOne/MainPage/MainPage.html

Continueremo ad ‘osservare’ sia l’Osservatorio istituzionale che quelli privati, sempre auspicando la nascita di un osservatorio che possa farci conoscere esaurientemente un fenomeno che comporta gravi ed estese violazioni dei diritti umani, a tutt’oggi quasi completamente sommerso.

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(*) V. nel nostro sito http://www.paulrougeau.org/, “Azioni e norme inumane nei riguardi degli ‘altri “

 

 

11) INTERMEZZO LETTERARIO

 

Vorremmo ogni tanto ritagliare nel Foglio di Collegamento uno spazio da dedicare a piccole opere letterarie o di altro tipo, per esempio disegni, direttamente collegate alle questioni affrontate dal Comitato Paul Rougeau.

Proponiamo pertanto ai lettori di inviarci opere di valore letterario e artistico purché siano ‘in tema’ ed occupino al massimo una pagina del bollettino.

Questa volta pubblichiamo una poesia. In essa si manifesta l’angoscia per la persecuzione in atto nel nostro paese contro le fasce emarginate della società, ma emerge anche l’orrore e il senso di impotenza di fronte alla morte, alla morte violenta e alle esecuzioni capitali.

 

 

Compassione   (*)

   

Soffia il vento, si addensano le nuvole.

Qualcuno cerca riparo dalla pioggia

Qui dove non si trova in nessun modo riparo,

Dove le ferite di guerra non danno requie al dolore,

Dove il pianto delle vittime è un suono inascoltato,

Dove è inutile cercare aiuto con lo sguardo.

 

E’ umano girarsi dall’altra parte

Invece di prestare aiuto?

 

Accogliere fuggitivi da terre aride,

Dare ad un bambino una speranza per crescere,

Fermare la mano mortale del boia,

Condividere con i poveri i semi che abbiamo.

 

La vita di una creatura senziente è scritta nella sabbia:

Potremo mai capire la sofferenza altrui?

Negli occhi di un agnello sgozzato

Vedere gli occhi di una figlia o di un figlio.

 

Non riesco a sostenere lo sguardo atterrito

Delle creature che attendono il loro tragico destino,

Non riesco ad asciugare le lacrime

Degli innumerevoli prossimi alla morte,

Consapevoli di essere giunti alla fine

O caduti in preda all’odio omicida.

 

Niente gioverà se non vi spoglierete

Di ogni avidità ed egoismo,

Lasciando entrare nel cuore di ciascuno

Un seme di compassione.

 

Andy De Paoli, Natale 2009

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(*) Della lirica è disponibile la versione originale in Inglese. Potete chiedercela scrivendo a: prougeau@tiscali.it

 

 

12) UNA LETTERA DA FERNANDO, SCRITTA NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO

 

Nel giorno del suo compleanno Fernando Eros caro, nostro corrispondente dal braccio della morte della California, riflette sull’immobilismo del suo caso giudiziario al passare del tempo: da anni egli aspetta un nuovo processo per l’inflizione della pena. Lui sostiene che nel frattempo sono emerse prove che gli consentirebbero di avere un processo completamente nuovo per decidere se è colpevole o innocente.

 

Oggi, 3 dicembre, è il mio compleanno. Esattamente un anno fa mi spostavano in questa unità del braccio della morte, in cui l’ambiente è molto più tranquillo e meno stressante. Fu in questo mese, un anno fa, che iniziai a scrivere a te e al Comitato Paul Rougeau. E’ stato un piacere per me condividere un anno della mia vita con voi.

Al momento attuale, non sono molto soddisfatto per come sta andando il mio caso legale. Nel 2000 ci fu una decisione favorevole dalla Corte federale d’Appello del Nono Circuito, che annullò la mia condanna a morte. Nel 2001, fui spostato nella città di Fresno per subire il processo che avrebbe dovuto decidere di nuovo sulla mia punizione. La Contea di Fresno mi assegnò due nuovi avvocati difensori d’ufficio. I due avvocati sembravano provare simpatia nei miei confronti e nei confronti del mio caso legale, ma mi dissero che ci sarebbero voluti almeno due anni affinché il nuovo processo potesse iniziare. Così fui rimandato a San Quentin dove le condizioni di vita  erano migliori di quelle del carcere di contea. Questo accadde nel 2002 e sono rimasto qui da allora!

Dopo tre anni, un difensore d’ufficio abbandonò il caso e l’altro andò in pensione. Così mi assegnarono altri due difensori d’ufficio. Poi di nuovo uno lasciò l’incarico  e l’altro andò in pensione. Nuovamente, me ne assegnarono altri due. Questi durarono solo tre mesi. Ogni volta che mi assegnavano nuovi avvocati, questi avevano bisogno di studiare il mio caso e di preparare una linea di difesa per il mio nuovo processo. Questa è la ragione per cui mi trovo ancora qui dentro.

Non posso permettermi di assumere un avvocato privato. Al giorno d’oggi, il minimo che occorre sono 250 mila dollari! Quindi, per noi “indigenti” non c’è altra scelta che accettare avvocati d’ufficio che seguono contemporaneamente almeno due o tre dozzine di casi. I difensori d’ufficio non dedicano l’attenzione necessaria a difendere adeguatamente un cliente. Oppure non gliene importa e basta!

Durante questi anni d’attesa, sono emerse nuove prove che potrebbero farmi ottenere un processo completamente nuovo, non solo per decidere la mia pena ma per stabilire se sono colpevole o innocente. Le prove contro di me erano state montate, erano state dette delle bugie al processo, ed il difensore d’ufficio che mi era stato assegnato nel 1980-81, Marc Ament, era incompetente. Io continuavo a dirgli la verità, ma non mi credeva! In questo paese abbiamo diritto ad un processo giusto in base alla costituzione. Ma io non ebbi un giusto processo nel 1981!

Le nuove prove getterebbero luce sul comportamento scorretto dell’accusa, dei dipendenti dello sceriffo e dei testimoni. Questa è la ragione per cui stanno cercando di collegarmi a casi non risolti in cui non ho avuto alcuna parte. E’ una tattica per distogliere l’attenzione da loro stessi. Questo è tipico della giustizia nel nostro paese.

Adesso ho un nuovo difensore d’ufficio assegnatomi, è il settimo dal 2001. Vi fornirei il suo nominativo, ma temo che anche lui non rimarrà a lungo. Ho perso completamente la fiducia nei difensori d’ufficio. Una cosa che ho imparato dei difensori d’ufficio è che non fanno tutto ciò che dicono di fare per te.

Io sono famoso per la mia pazienza, ma adesso la mia pazienza si è ridotta, si è molto ridotta! Il mio processo avrebbe dovuto avere luogo sei anni fa!! Ho bisogno di prendere di persona questo toro sfaticato per le corna. Potrei aver bisogno del vostro aiuto.

Il sistema giudiziario americano dichiara che “si è innocenti fino a prova contraria”. È una presa in giro!  Fernando

 

 

13) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Condanne a morte per stregoneria. In un comunicato dell’11 dicembre la Presidenza dell’Unione Europea ha espresso preoccupazione per la consuetudine di infliggere condanne a morte a persone accusate di ‘stregoneria’. Particolare scalpore ha suscitato la vicenda di Ali Sibat , un astrologo libanese che teneva la sua rubrica in una TV satellitare con sede in Libano. Sibat fu arresto il 7 maggio del 2008 mentre si trovava nella sua camera d’albergo a Medina in Arabia Saudita dalla ‘polizia morale’. Lasciato in prigione per un anno e mezzo è stato condannato a morte in novembre. Gli era stata assicurata la liberazione se avesse confessato di essere reo di stregoneria. 

 

Arabia Saudita. Crocifissione. Il 7 dicembre è stato decapitato nella città di Hail in Arabia Saudita il ventiduenne Muhammad Basheer bin Sa'oud al - Ramaly al - Shammar; in seguito il suo corpo è stato crocifisso in una pubblica piazza in funzione deterrente. Accusato del rapimento e dello stupro di 4 persone era stato condannato a morte nel febbraio scorso. Amnesty International stigmatizza il larghissimo uso della pena di morte in Arabia Saudita, paese in cui i processi si tengono in segreto e senza la presenza di avvocati difensori, spesso con gli imputati sottoposti a tortura.

 

Cina. Nella provincia di Liaoning ammessa solo l’iniezione letale. Il 9 dicembre è stato confermato dall’Alta Corte Popolare della provincia cinese di Liaoning che le condanne capitali verranno da ora in poi eseguite nella provincia solo mediante iniezione letale. La motivazione addotta è che il nuovo metodo è in grado di ridurre lo spavento e la sofferenza dei criminali e inoltre ne preserva l’integrità corporea. La provincia di Liaoning è stata una delle prime a compiere esecuzioni con l’iniezione letale, fin dal 2001. Alcune città della provincia hanno già acquistato i ‘veicoli per le esecuzioni’ (v. n. 105) altre hanno allestito camere della morte. Furgoni attrezzati per le esecuzioni saranno inviati, a richiesta, nelle aree di competenza delle ‘corti intermedie’ nelle quali si verificano meno casi capitali. Altre province e città cinesi hanno in programma di introdurre il metodo dell’iniezione letale nel prossimo futuro. Ricordiamo che la prima sperimentazione dell’iniezione letale in Cina risale al 1997 (v. nn. 89, Notiziario, 91, Notiziario,105, “La morte recapitata...”, 127, Notiziario). Fino ad ora però il nuovo metodo – che sostituisce la fucilazione alla nuca -  si è diffuso lentamente, assai più lentamente del previsto.

 

Texas. Hank Skinner lotta strenuamente per salvarsi la vita. Henry Watkins Skinner, detto “Hank”, uno dei più noti condannati a morte, è impegnato attivamente per denunciare l’uso della pena capitale e le inumane condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas (v. n. 171). Purtroppo il suo altalenante iter giudiziario ha preso una brutta piega il 14 luglio scorso quando la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito ha respinto definitivamente la sua richiesta di writ of habeas corpus che contestava l’inefficace assistenza legale avuta al processo. La data di esecuzione per lui è stata fissata per il 24 febbraio p. v. Assistito da ottimi avvocati, oltre ad appellarsi alla Corte Suprema federale, Skinner ha citato l’accusatrice  Lynn Switzer per costringerla a rilasciare alcuni campioni biologici su cui far eseguire dei test del DNA che potrebbero alleggerire la sua posizione. Richieste di Skinner di ottenere tali test del DNA sono state più volte respinte a partire dal 2001.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 dicembre 2009