FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 124  -  Dicembre 2004

SOMMARIO:

1) Il dolore più grande: morire senza lasciare qualcosa di sé

2) Tentiamo di salvare Leyla in Iran     

3) Orrori della pena di morte in Iran, ma c’è qualche speranza 

4) L’onda lunga della violenza      

5) Esecuzioni, una misura dell’odio

6) Enormi ostacoli per un giusto processo a Saddam

7) In mora la pena di morte nello stato di New York e in Kansas

8) Condannato a morte Peterson in un processo spettacolare 

9) Rick Perry sospende l’esecuzione di Frances Newton in Texas

10) Udienza sulle prove del DNA in favore di Tommy Zeigler     

11) Anche Todd innocente?  Peccato che sia stato già ucciso!   

12) Detenzioni senza processo dichiarate illegali in Inghilterra  

13) Il Cile ammette le proprie colpe, quando lo faranno gli Usa?         

14) 30 novembre: Giornata delle città per la vita    

15) Notiziario: Nigeria, Usa

 

 

1) IL DOLORE PIU’ GRANDE: MORIRE SENZA LASCIARE QUALCOSA DI SE’

 

Cari amici, è di nuovo Natale e come certamente tutti voi sapete questo periodo dell’anno è il più difficile per noi qui dentro. L’ambiente nel braccio della morte rende le cose ancora più dure per due ragioni – innanzitutto perché siamo chiusi da soli per 23 ore al giorno, a differenza dagli altri detenuti che hanno più libertà di movimento e possono radunarsi e incontrarsi fra loro; la seconda ragione è che persino durante le festività le esecuzioni non cessano. Trascorrerò queste feste in profonda meditazione, con la mente rivolta alla contemplazione e all’introspezione. I mesi di ottobre e novembre sono stati molto difficili per me perché ho perso due dei miei fratelli più intimi. Non ci sono molti individui qui dentro che io posso chiamare fratelli. La fratellanza nasce da fedeltà provata e dimostrata nella lotta. Spesso si tratta di opinioni in comune, di credenze e di lotte condivise che uniscono gli uomini tra loro o che possono se non condivise allo stesso modo separarli.    

L’ambiente nel braccio della morte raduna in un piccolo edificio centinaia di uomini provenienti da luoghi diversi. Quindi trovare un fratello in una situazione di questo tipo è una cosa molto speciale.

Il 26 ottobre 2004 hanno “giustiziato” Dominique Green. Conoscevo Dominique da circa 7 anni. E’ stato uno dei primi che mi abbia fatto capire l’importanza di coltivare la mia cultura nel campo politico. Mi ha dimostrato l’importanza di ciò e come la politica abbia un ruolo importantissimo in  ciascun giorno della nostra vita. Anche Dominique era molto noto in Italia. Come Tony Ford e me, anche lui aveva avuto delle mostre organizzate lì con suoi lavori. Dominique trascorreva le giornate cercando di migliorare se stesso e aiutando gli altri. Era una persona serena. Viviamo alle dipendenze di un sistema vigliacco che afferma l’impossibilità da parte nostra di redimerci, ma noi dimostriamo costantemente quanto ciò sia falso. Persino i familiari della vittima di Dominique erano d’accordo su questo punto e incontrarono il prigioniero poco prima della sua esecuzione. Avevano visto il suo cambiamento e supplicarono che gli venisse risparmiata la vita. Quanto ha contato tutto questo? Ciò dimostra che la pena di morte è una forma falsa di giustizia, perché nel tempo le persone possono redimersi e anche l’odio può cessare. Chi può negare che lo scopo finale della pena di morte sia la vendetta? Ma quando un familiare della vittima è contrario all’esecuzione, si può proclamare che è stata fatta giustizia? Non c’è chiusura per il familiare, non c’è guarigione. Dio afferma che la vendetta è Sua, quindi in un paese “cristiano” che cosa si dovrebbe dire di quelli che sostengono la pena di morte?

Il 10 novembre 2004 è stato “giustiziato” Frederick McWilliams. Avevo un rapporto molto stretto con Frederick. Parlavamo a lungo dei nostri figli. Frederick aveva una figlia e un figlio, anche se non era il suo figlio biologico, ma lui lo considerava come suo. Frederick era un tipo gioviale. Raramente era di cattivo umore. Era sempre rispettoso e gentile con gli altri. Aveva compiuto un profondo cambiamento nella sua vita. Circa un mese prima della sua esecuzione ci facemmo una visita tra detenuti. Non parlammo molto della sua esecuzione, ma questo pensiero pesava forte nei nostri cuori. Passammo i tempo parlando della famiglia, delle tradizioni e ci leggemmo reciprocamente alcune poesie.  Non potei tuttavia trattenermi dal fargli sapere il mio dolore. Lui poté solo rispondermi: “Ripeteremo questa visita”. Mi ricorderò sempre i suoi sorrisi gioiosi e le volte in cui ci recitavamo poesie. Quelli erano i giorni in cui scoprimmo reciprocamente la maggior parte del nostro animo. Nella sua ultima dichiarazione, Frederick ha detto: “Ci sono persone che si arrabbieranno pensando che io cerchi di trovare libertà da tutto questo, ma finché avrò gli occhi aperti, la libertà mi apparterrà e io continuerò a tenere duro. Le catene che possono trattenere il mio corpo non possono trattenere la mia mente, ma mi uccideranno lo stesso”.

Dominique prima di morire invece ha detto: “Vi amo tutti. Per favore continuate a lottare. Mi dispiace soltanto di non essere forte come credevo di poter essere, ma penso che soffrirò solo per pochi minuti. Voi siete la mia famiglia. Per favore tenete vivo il ricordo”. La vedova della sua vittima, signora Lastrapes-Luckett ha detto: “Il Texas sta per uccidere un uomo giusto come fosse un animale, mettendolo su di un tavolo, legandolo, mettendogli degli aghi nelle braccia, uccidendolo. Non siamo cani, siamo esseri umani. Egli è un essere umano, proprio come me e voi”.  Mentre queste parole hanno commosso le persone in Texas e in tutto il mondo, non hanno commosso i governanti del Texas.

Dopo l’esecuzione di Frederick ho scritto un biglietto di condoglianze a sua madre. C’erano parole di amore e di incoraggiamento da alcuni fratelli qui che conoscevano Frederick. E’ stato un gesto gentile e non ci fu altro modo in cui potessimo rendere omaggio alla vita di Frederick. Avremmo fatto la stessa cosa per Dominique, ma lui non aveva relazioni con sua madre o con altri membri della famiglia.

Spesso la preoccupazione più grande degli uomini è di affrontare la morte. Molte persone hanno paura della morte, sono troppo attaccate a questo mondo, ma siamo destinati a lasciarlo. Molti di noi se ne rendono conto e si mettono il cuore in pace, altri no. La preoccupazione più grande non è morire, ma lasciare questo mondo senza aver fatto nulla di importante, senza lasciare qualcosa di sé. Alcuni lasciano una traccia della loro vita ma non se ne rendono conto. Possono non venire mai a sapere che hanno commosso qualcuno con una loro poesia o con uno scritto o che la loro vita ha influenzato le scelte di un altro. Noi qui sentiamo profondamente queste cose e ci rendiamo conto che è importante farle sapere alle persone che ci hanno amati. Ho fatto sapere alla madre dei molti modi in cui Frederick ha aiutato me e altri e le ho detto che il suo spirito sarebbe sopravvissuto in noi. L’abbiamo ringraziata per avere assistito Frederick, perché molti vengono invece abbandonati dai loro cari. Speriamo che le nostre parole le diano forza e conforto. Il minimo che potessimo fare.

Mentre i nostri fratelli vengono assassinati uno dopo l’altro un pezzo di noi ci viene tolto ogni volta. Siamo solo riconoscenti che attraverso l’amore e la donazione questi fratelli ci lasciano qualcosa di sé. Può essere un ricordo, un consiglio filosofico che possiamo applicare alle nostre vite, ma è qualcosa di reale. Abbiamo ricevuto molte lezioni dalla vita e dalla morte di questi due fratelli. Se i nostri governanti fossero persone giuste e seguissero questi esempi avremmo una società in cui si cerca l’amore reciproco e non la reciproca distruzione.

Mentre queste festività arrivano e se ne vanno, rifletto profondamente sull’amore familiare e su come generare continuamente nuovo amore. Mente sentirò la mancanza di questi fratelli sarà difficile fermarmi a lamentarmi perché la guerra in cui ci troviamo continua. Prego che venga un giorno in cui potrò rilassarmi, in libertà, respirare, e poi dare alla loro vita il giusto riconoscimento. Per il momento combatto per il progresso, per il cambiamento, per il miglioramento, per la giustizia – per mostrare loro che ciò che mi hanno insegnato non andrà sprecato per dimostrare loro che la loro vita è stata piena di valore. Nella loro memoria, andiamo avanti! (Kenneth)

 

 

2) TENTIAMO DI SALVARE LEYLA IN IRAN

 

Leyla M (il cognome non è stato reso noto), una ragazza iraniana di 19 anni, ha il quoziente d’intelligenza di una bimba di 8, e la storia della sua vita, pur così breve, è costellata di atrocità.

Quando aveva otto anni, Leyla fu costretta a prostituirsi dalla madre, e fu ripetutamente violentata. A nove anni partorì il suo primo figlio e fu condannata a 100 frustate per prostituzione. A dodici anni la sua famiglia la vendette ad un uomo afgano in qualità di “moglie temporanea” (secondo la legge iraniana un uomo può avere un certo numero di mogli definitive e molte mogli temporanee. Il “matrimonio” con queste ultime può durare anche solo 24 ore). A quattordici anni Leyla era di nuovo incinta e ricevette altre 100 frustate, poi partorì due gemelli. Dopo questo matrimonio temporaneo la famiglia la vendette nuovamente, ad un uomo di 55 anni, sposato con figli, che invitava i “clienti” di Leyla in casa sua. Una ragazza così sfortunata dovrebbe ricevere un’adeguata assistenza sociale per salvarsi da un destino e da una vita tanto crudeli. Leyla sta di fatto ricevendo l’attenzione della collettività, ma non esattamente quella ce ci aspetteremmo.

Adesso Leyla ha 19 anni e la sua vita, intrisa di violenza e barbarici maltrattamenti, sta probabilmente  per concludersi con altrettanta ignobile crudeltà: un tribunale iraniano l’ha infatti condannata ad essere lapidata, dopo un’ulteriore dose di frustate, per “reati contro la moralità” compiuti quando era ancora minorenne.

Paradossale è che nessun membro della famiglia di Leyla e nessuno degli uomini coinvolti nelle sue vicissitudini di prostituzione, sia stato perseguito.

L’Iran si è impegnato a non giustiziare minorenni all’epoca del crimine, in qualità di stato aderente alla Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici. Di fatto nel 2004 sono stati invece messi a morte almeno 3 minorenni.

Amnesty International ha lanciato un’azione urgente per cercare di salvare la vita di Leyla e il Comitato Paul Rougeau ha deciso di aderire senza indugio a questa iniziativa.

Vi invitiamo pertanto a copiare, stampare e spedire (per posta prioritaria con affrancatura di 0,80 euro, o anche tentando pazientemente di mandare un messaggio via fax o via e-mail) alle seguenti autorità iraniane il breve appello che vi proponiamo. Ancora meglio se riuscite a comporre un vostro (rispettoso) appello personale.

Ci rendiamo conto che si tratta di fare un lavoro che richiede un po’ di pazienza e di impegno, ma riteniamo che la vita di Leyla meriti questo sacrificio da parte di ognuno di noi e, se mai riusciremo a salvarla, ci darà grande gioia l’idea di esserci adoperati per ottenere un così importante risultato.

 

Indirizzare l’appello all’Ayatollah Khamenei:

 

His Excellency Ayatollah Sayed 'Ali Khamenei

The Presidency

Palestine Avenue

Azerbaijan Intersection

Tehran, Islamic Republic of Iran

 

Fax: 0098 21 649 5880  (indicando: For the attention of the Office of His Excellency, Ayatollah al Udhma Khamenei, Qom)

 

Email: info@wilayah.org (nell’oggetto: For the attention of the Office of His Excellency, Ayatollah al Udhma Khamenei, Qom)

 

Inviare copia a:

 

His Excellency Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi

Ministry of Justice

Park-e Shahr

Tehran, Islamic Republic of Iran

 

Email:    irjpr@iranjudiciary.org (indicando 'Please forward to H. E. Ayatollah Shahroudi')

 

Se possibile, inviate copia anche a:

 

Article 90 Commission

Chairperson, Article 90 Commission (Komisyon-e Asl-e Navad)

Majles-e Shura-ye Eslami

Imam Khomeini Avenue

Tehran, Islamic Republic of Iran

Fax 0098 21 646 1746

Email: mellat@majlis.ir

 

(fax e messaggi e-mail possono risultare assai difficili da spedire in Iran)

 

S.E. l'Ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran

Via Nomentana, 361 – 00162  Roma

fax 06 86328492

 

IL TESTO DELL’APPELLO da noi proposto (da fotocopiare o copiare e completare indicando nome, cognome ed indirizzo postale di almeno uno dei sottoscrittori) è solo uno dei possibili. Qui ne diamo una traduzione italiana per comodità dei lettori: Eccellenza, siamo molto preoccupati del fatto che Leyla M sia stata condannata a morte per reati commessi quando era minorenne. Oltre a ciò, si è scoperto che essa ha il quoziente intellettivo di una bimba di otto anni. La preghiamo di ordinare una completa revisione del caso, assicurandosi che gli assistenti sociali e gli psichiatri possano esaminare Leyla M, dimostrando così il suo basso QI, che a Leyla venga assegnato un valido avvocato difensore e che possa ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Giustiziare Leyla M violerebbe inoltre la Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici, di cui l’Iran è stato membro. La preghiamo pertanto di risparmiare la vita di Leyla M e di permetterle di ricevere un trattamento giusto. Rispettosamente.

 

 

His Excellency Ayatollah Sayed 'Ali Khamenei

The Presidency

Palestine Avenue

Azerbaijan Intersection

Tehran, Islamic Republic of Iran

 

Your Excellency,

We are deeply concerned that Leyla M has been condemned to death for offences committed when she was a child. Beyond this, she has been found to have a mental age of eight.

We heartily ask you to order a complete review of her case, making sure that social workers and psychiatrists can examine Leyla M, thus proving her low IQ, that Leyla may have a good defence attorney and that she may receive the medical treatments she needs.

Executing Leyla M would moreover violate the International Convention on Civil and Political Rights to which Iran is a state party.

We therefore beg you to spare Leyla M’s life and to allow her a fair treatment.

Respectfully.

 

 

3) ORRORI DELLA PENA DI MORTE IN IRAN, MA C’E’ QUALCHE SPERANZA

 

Trapelano spesso nella stampa iraniana, sia pure in modo frammentario e con grande ritardo, informazioni riguardanti le condanne a morte e le altre pene corporali inflitte ed eseguite dal regime teocratico islamico. Per riaffermare il proprio potere, gli integralisti non esitano ad emettere sentenze efferate come monito contro la ‘corruzione dei costumi’. Nello stesso tempo l’esigenza di conformare l’Iran agli standard internazionali riguardanti i diritti umani, fa avanzare lentamente una normativa che dovrebbe limitare i peggiori eccessi.

E’ fondamentale l’impegno degli attivisti iraniani, a cominciare da Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace del 2003. Questa valorosa avvocatessa - che non ha avuto remore nel condannare le violazioni dei diritti umani commessi dai governi più potenti del Pianeta (v. n. 113) – nel proprio paese non cessa di schierarsi per la difesa dei diritti dei più deboli e di promuovere l’approvazione dell’importantissima legge che vieta la pena di morte e la fustigazione nei riguardi dei minorenni.

Il 12 novembre nella città di Sanandaj un ragazzo di 14 anni è morto in seguito all’inflizione di 85 frustate per aver ‘mangiato in pubblico’ durante il Ramadan. Il 23 novembre nell’ospedale della città di Salmas il ventenne Payam Erfani-Nejad sarebbe morto due giorni dopo essere stato duramente picchiato dalle Guardie della Rivoluzione per aver ‘parlato in pubblico ad una donna’.

Purtroppo in Iran negli ultimi mesi, dopo l’impiccagione della sedicenne Ateqeh Rajabi avvenuta in agosto (v. n.121),  sembra crescere il ritmo delle condanne capitali minorili e sono almeno undici i minorenni in attesa di esecuzione. Nel corso del 2004 si è appreso dell’esecuzione di almeno tre condannati che avevano meno di 18 anni all’epoca del crimine.

Si teme che alcune esecuzioni, congelate per qualche anno, vengano ora portate a termine. Oltre al caso sconvolgente di cui all’articolo precedente, Amnesty International ha reso noto, con un’azione urgente diffusa in tutto il mondo a metà dicembre, le condanne a morte per adulterio di Hajieh Esmailvand e di un suo anonimo amante che aveva 17 anni all’epoca del reato.

Imprigionata a partire dal gennaio 2000 nella città di Jolfa, Hajieh è ora a rischio di imminente esecuzione per lapidazione. Eppure la pena della lapidazione sembrava essere stata definitivamente sospesa in Iran alla fine del 2002, per ordine del capo del potere giudiziario Ayatollah Shahroudi, in risposta alle pressioni degli attivisti per i diritti umani.

Il ragazzo adultero rischia di essere impiccato.  

 

 

4) L’ONDA LUNGA DELLA VIOLENZA

 

Un articolo del New York Times del 16 dicembre si apre con queste parole: “Il già sovraccarico sistema sanitario nazionale per i veterani è minacciato dal potenziale diluvio di decine di migliaia di soldati di ritorno dall’Iraq con gravi problemi mentali causati dallo stress e dalla carneficina della guerra […]”

La crudelissima ‘guerra al terrore’ promossa dall’amministrazione americana avrà senza dubbio una diretta conseguenza nel drastico aumento delle malattie mentali e molto probabilmente costituirà per decenni un incentivo per la criminalità violenta non solo nei luoghi in cui viene combattuta ma anche all’interno negli Stati Uniti. Parliamo del genere di criminalità, per intenderci, che viene sanzionato con la pena di morte. Negli USA vi è infatti uno stretto legame tra disturbi mentali, tendenza al suicidio, dedizione all’alcool e alle droghe, estraniazione dal tessuto sociale e criminalità. Come sappiamo, una elevata percentuale di coloro che vengono ‘giustiziati’negli USA sono malati mentali.

Uno studio delle forze armate dimostra che uno su sei soldati statunitensi attualmente in Iraq soffre di depressione grave, ansia profonda, o sindrome da stress post traumatico. Una proporzione che secondo gli esperti può evolvere in un malato mentale ogni tre soldati, la stessa proporzione raggiunta negli anni settanta dai veterani del Vietnam. Dal momento che complessivamente sono stati impiegati in Afghanistan e in Iraq un milione di soldati, è prevedibile che ben oltre 100 mila di essi necessiteranno di cure mentali. Oltre 30 mila partecipanti all’Operazione Libertà per l’Iraq hanno già presentato domanda formale di assistenza per invalidità fisica o mentale.

Se teniamo conto che a trent’anni dalla fine del guerra del Vietnam i veterani di allora costituiscono ancora un grave problema sociale, possiamo immaginare l’estensione del danno arrecato alla società americana dalla attuale politica bellicista del presidente Bush.

E’ evidente, anche in mancanza di studi specifici, che analoghe e più vaste conseguenze a lungo termine della guerra sono da aspettarsi nei paesi in cui essa viene combattuta, con l’aggiunta di un gran numero di morti e di invalidi, delle distruzioni dei beni e della cultura e dell’avvelenamento ambientale. Ma l’aspetto probabilmente più grave dell’onda lunga della violenza è la crescita dell’odio. Nel corso della ‘guerra al terrore’ di quanto è aumentato l’odio tra gli Afgani e tra gli Iracheni e di quanto è aumentato l’odio verso gli Americani ? Di dieci, cento o mille volte ?   

Appaiono risibili - in tale contesto - i tentativi del governo iracheno di ripopolare almeno parzialmente la distrutta ed ostile città di Falluja (v. n. 123) in tempo per le elezioni di fine gennaio. Il 24 dicembre, oltre un mese dopo la conclusione dell’offensiva terrestre americana, è stata consentita una visita di poche ore in città a 900 capi famiglia sfollati che avevano espresso il desiderio di studiare la possibilità di un ritorno. Incentivi economici non appaiono sufficienti a convincere i cittadini a rientrare tra le macerie. Ingegneri americani stanno pertanto tentando febbrilmente di riattivare i servizi essenziali (distribuzione di acqua potabile, kerosene per il riscaldamento ed energia elettrica) per 10 mila dei 250 mila abitanti di Falluja.

Intendere la ricostruzione post bellica come una pura questione economica è pura follia. Però la decisione di scendere in campo al fianco degli Americani in Iraq è stata considerata da qualcuno, anche in Italia, una saggia scelta manageriale.

 

 

5) ESECUZIONI, UNA MISURA DELL’ODIO

 

Si può affermare che, in senso lato, in Iraq si combatta una guerra fatta di esecuzioni. Può trattarsi dell’esecuzione di una città come Falluja (v. n. 123), della minacciata esecuzione di 160 combattenti arabi entrati illegalmente nel Paese (v. n. 123, Notiziario). Ma quotidianamente si tratta di esecuzioni di gruppi di individui. Parliamo degli attacchi con mortai e armi leggere e degli attentati dinamitardi portati a termine dalla guerriglia contro militari americani e molto più spesso contro soldati, poliziotti o funzionari iracheni, attacchi che lasciano straziate sul terreno molte vittime ‘collaterali’.

Anche se ‘tecnicamente’ tali azioni non si possono considerare tali, esse hanno tutte le caratteristiche delle esecuzioni extragiudiziali. Vien detto che questo tipo di offensiva è l’unico che possa essere utilizzato dalla resistenza contro l’aggressore dotato di un esercito enormemente più potente in quanto a disponibilità di mezzi e di tecnologie belliche.

Non è vero. Non è assolutamente vero che non vi siano altri mezzi di resistenza. E in ogni caso dobbiamo continuare a dire, dobbiamo continuare a gridare che non ne accettiamo il prezzo.

Quale energia alimenta questa pratica barbara impiegata, con macabro successo, su larga scala, se non l’odio ?

Tentiamo di fare qualche misurazione dell’odio, se mai l’odio può essere misurato.

Prendiamo il numero dei militari americani morti fino ad ora in Iraq: 1.327, un numero che si conosce con precisione e viene aggiornato continuamente. Per ogni Americano morto ci sono molti feriti. 5.229 feriti gravi. Anche questo è un numero certo, l’ultimo dei numeri certi.

Questi numeri precisi e relativamente contenuti ci servono per valutare altri numeri.

In confronto al numero degli Americani uccisi, le cronache quotidiane ci dicono che il numero dei militari iracheni ammazzati ogni giorno è dieci o cento volte più grande. Possiamo così avere un’idea di quante migliaia di soldati e di poliziotti iracheni siano stati fino ad ora massacrati. E possiamo farci anche un’idea della quantità delle vittime civili collaterali (alle quali devono essere aggiunte le vittime collaterali, numerosissime, fatte dagli Americani, su cui nessuno fornisce informazioni).

Quanti sono gli attacchi portati a termine da attentatori suicidi, decine o centinaia?

Questo tra tutti è il numero più incerto ma anche quello più significativo per tentare una valutazione dell’odio. Un odio di intensità infinita che spinge esseri umani ad annientare se stessi con l’obiettivo amarissimo di portare morte e sofferenza ad altri esseri umani.

6) ENORMI OSTACOLI PER UN GIUSTO PROCESSO A SADDAM

 

La brama di sfruttare a fini elettorali un processo capitale a Saddam Hussein (v. ad es. nn. 119, 120, 122) si scontra con l’esigenza della giustizia internazionale di conoscere, ancor prima di giudicare, le violazioni dei diritti umani individuali e collettivi compiute dall’ex Presidente dell’Iraq nel contesto della politica attuata in Medio Oriente dalle Grandi potenze e dai Paesi dell’area negli ultimi venticinque anni.

La leggerezza con cui si parla dei crimini compiuti da Saddam Hussein (e si diffondono ‘informazioni’ campate in aria, con numeri che, a seconda dei casi,  oscillano su due ordini di grandezza) fa emergere una sacrilega mancanza di rispetto, di pietà e di amore per le vittime e un colpevole disprezzo per l’affermazione della verità storica che è alla base di un reale progresso della civiltà.

Ricordiamo che Saddam Hussein, catturato dagli Americani il 13 dicembre del 2003 e  ‘ceduto’ formalmente (in violazione alle Convenzioni di Ginevra) al governo ad interim di Iyad Allawi il 29 giugno, è stato sommariamente incriminato di crimini di guerra e contro l’umanità in un’udienza tenutasi il 1° luglio davanti al Tribunale Speciale iracheno (finanziato dagli Americani con 75 milioni di dollari ma sconfessato dalle Nazioni Unite, v. n. 122 ) insieme a 11 suoi ex collaboratori.    Saddam e gli altri, apparsi per la prima volta in pubblico nel corso dell’udienza, impauriti e in precarie condizioni psico-fisiche, non avevano fino ad allora potuto incontrare avvocati difensori.

La totale privazione di una difesa legale per Saddam è continuata per altri cinque mesi e mezzo.

Il 15 dicembre, a seguito di una schermaglia con gli Americani, il gruppo di avvocati assunti dalla famiglia di Saddam è riuscito per la prima volta ad ottenere che un loro delegato si incontrasse con l’ex presidente dell’Iraq. Dopo la visita, il team di avvocati ha dichiarato ad Amman: “L’incontro è durato più di quattro ore. Il presidente appare in buona salute, sta molto meglio di quando comparve per la prima volta in tribunale.”

(Il trattamento dei prigionieri non deve essere tuttora dei migliori se 8 su 12 di essi sono entrati in sciopero della fame a metà dicembre per ottenere una visita della Croce Rossa.)

Gli avvocati di Saddam avevano appena dichiarato di non riconoscere legalità al Tribunale Speciale in quanto era stato loro impedito di incontrare il proprio cliente e di accedere ai documenti necessari per preparare una difesa. Due giorni prima, annunciando la propria candidatura nelle mitiche elezioni del 30 gennaio p. v., Iyad Allawi aveva per l’ennesima volta sfruttato l’effetto annuncio del processo a Saddam Hussein per fare campagna elettorale. Allawi aveva enfaticamente dato al Consiglio di Governo la seguente informazione immediatamente rimbalzata nei media di tutto il mondo: “Posso dire con chiarezza e precisione che, a Dio piacendo, la prossima settimana partirà il processo contro i simboli del passato regime, uno dopo l’altro,  in tal modo la giustizia avrà il suo corso in Iraq.”

Lo stesso Mouwafak al-Rubaie, consigliere nazionale per la sicurezza iracheno, ha obiettato coraggiosamente: “Il team degli accusatori, la difesa legale, i giudici investigativi, i documenti, non sono pronti. Ci vorrà tempo. Se si vogliono fare le cose bene ci vorrà tempo.”

Si è poi appreso che la ‘partenza del processo’ è consistita unicamente in due interrogatori fatti il 18 dicembre da Raid Juhi, capo dei giudici investigatori, ad Ali Hassan al-Majid, il cugino di Saddam noto come Alì il Chimico, e a Sultan Hashim Ahmed, ultimo Ministro della Difesa del passato regime.

Gli osservatori prevedono che il processo a Saddam Hussein sarà l’ultimo tra quelli tenuti contro i 12 accusati e alcuni dicono che si celebrerà forse solo nel 2006.

In effetti, se lo scopo è di arrivare alla verità, è necessario compiere un lavoro lungo e complesso – comprendente tra l’altro la raccolta e l’analisi di una ponderosa documentazione in tutto il mondo, l’escussione di migliaia di testimoni, gli esami scientifici sui resti umani nelle fosse comuni - per conoscere a fondo i vari aspetti della vicenda di Saddam. E’ un lavoro difficile ma è un compito doveroso per far luce su eventi di portata planetaria che in gran parte certamente esulano dalla stessa memoria individuale dell’ex dittatore.

Le premesse sono pessime e vi sono forti dubbi che possa essere celebrato nei riguardi di Saddam Hussein un ampio e giusto processo di cui gli attuali carcerieri dell’ex dittatore sono debitori al mondo intero.

 

 

7) IN MORA LA PENA DI MORTE NELLO STATO DI NEW YORK E IN KANSAS

 

Il fatto che siano stati dichiarati contrari alla costituzione gli attuali statuti della pena di morte dello stato di New York e del Kansas potrebbe essere l’occasione per il definitivo superamento della pena capitale in questi due stati. Non è detto che i conservatori non riescano a ripristinare sulla carta la pena capitale, attraverso l’emendamento delle leggi preesistenti, ma è almeno sperabile che non ci siano più esecuzioni in questi due stati.

Nello stato di New York non viene ‘giustiziato’ nessuno dal 1963. Il vecchio statuto della pena di morte fu spazzato via della Corte Suprema federale nel 1972. Numerosi tentativi di reintrodurre la pena capitale furono vanificati dai veti del governatore democratico Mario Cuomo finché il governatore repubblicano George Pataki riuscì a far approvare nel 1995 una legge che prevedeva l’iniezione letale per alcuni tipi di omicidi. Sette persone sono state fino ad ora condannate a morte sotto tale statuto ma nessuna di queste è stata ‘giustiziata’. A giugno la Corte d’Appello di New York ha invalidato il nuovo statuto. Tale corte ha sentenziato che la possibilità lasciata al giudice di comminare una pena detentiva con possibilità di liberazione sulla parola ad un imputato per il quale la giuria non riesce a decidere tra pena di morte e carcere senza possibilità di uscita sulla parola, tradisce la volontà della giuria.

Pataki e il Senato a maggioranza repubblicana si sono subito attivati per far approvare una legge che emendasse quella dichiarata incostituzionale e rendesse di nuovo possibili le condanne a morte. Tuttavia la Camera (Assembly) a maggioranza democratica e un forte movimento di opinione optano per lasciare le cose come stanno o quanto meno per una consultazione popolare prima di reintrodurre la pena di morte in uno stato che dimostra una sostanziale consolidata disaffezione verso di essa.

Il presidente della Camera Sheldon Silver ha ottenuto che venissero indette delle audizioni parlamentari sul tema della pena di morte il 15 dicembre e il 25 gennaio. Nell’audizione del 15 dicembre, Robert Morgenthau, Procuratore Distrettuale di Manhattan, ha svolto un netto e argomentato intervento contro la reintroduzione della pena capitale, affermando tra l’altro: “La pena di morte serve solo a rassicurare coloro che la propongono di aver fatto qualcosa per combattere il crimine.  E’ un inganno che distrae la società dal perseguire misure più efficaci ma meno facili da mettere in atto […] Rassomiglia molto ad una lotteria in cui i vincitori sono perdenti. La sola onesta giustificazione per la pena di morte è la vendetta.”

Nel suo discorso di fine anno George Pataki si è detto molto deluso che la Corte d’Appello, composta per lo più da giudici da lui nominati, abbia, sia pure a stretta maggioranza, dichiarato incostituzionale il ‘suo’ statuto della pena di morte del 1995 e si è mostrato irritato dalla resistenza del Parlamento ad emendare subito tale statuto al fine di ripristinarne la validità.

In Kansas il 17 dicembre la Corte Suprema, con la maggioranza di 4 a 3, ha dichiarato incostituzionale lo statuto della pena capitale del 1994 in quanto concede un inammissibile vantaggio all’accusa. Tale statuto infatti consente alle giurie di infliggere la pena di morte azzerando, con le aggravanti, il peso delle attenuanti costitute dal disgraziato background sociale e psicologico dell’accusato. Tutte e sei le condanne capitali pendenti nello stato risultano così nulle. Il Ministero della Giustizia del Kansas ha preannunciato ricorso presso la Corte Suprema federale.

Anche in Kansas, come a New York, nessuno è stato giustiziato dopo il ripristino della pena capitale, qui avvenuto nel 1994.

 

 

8) CONDANNATO A MORTE PETERSON IN UN PROCESSO SPETTACOLARE

 

La personalità di Scott Peterson ha tutte le caratteristiche per non suscitare simpatie. Questo fatto, a detta degli esperti di questioni penali, può aver avuto un peso determinante nelle decisioni della giuria che lo ha dichiarato colpevole ed ha scelto per lui la pena capitale in un processo puramente indiziario in cui non è stata portata nessuna prova determinante a suo carico.

La freddezza mostrata dall’imputato nel corso del processo, durato oltre sei mesi e terminato il 13 dicembre scorso, è stata – a detta dei giurati – una ragione per ritenerlo colpevole dell’assassinio premeditato della moglie Laci e del feto di otto mesi di nome Conner che lei portava in grembo quando scomparve, senza lasciare traccia, la vigilia di Natale del 2002. (Il corpo di Laci Peterson e quello del feto separatosi da lei, furono restituiti, in avanzato stato di decomposizione, dalle acque della Baia di San Francisco a metà aprile dell’anno successivo.)

Ma vi sono stati altri motivi, oltre alla freddezza di Scott, ad influire negativamente sulle emozioni del pubblico californiano – che ha seguito col fiato sospeso il processo morbosamente spettacolarizzato dai media – ed anche anche sui sentimenti della giuria, come ad esempio il fatto che egli tradisse la moglie incinta del suo primogenito con una massaggiatrice, dicendo un sacco di bugie non solo alla moglie ma anche all’amante.

In California l’uccisione di un feto costituisce reato separato dall’uccisione della madre ed è punibile come omicidio di secondo grado con 30 anni di carcere. Il Presidente Bush in campagna elettorale non aveva mancato di usare il caso Peterson per dimostrare quale fosse il suo impegno in difesa della vita umana, impegno realizzatosi il 1° aprile scorso con l’approvazione della legge federale denominata Atto per le Vittime della Violenza Non Nate che punisce separatamente le offese arrecate ad un feto (v. n. 117, “Affermati i diritti del concepito…”). Come suo costume, da incallito colpevolista George W. Bush anticipò di molto il verdetto per Scott, anche se il relativo processo non era ancora cominciato.

L’avvocato Mark Geragos, difensore di Scott Peterson - comprensibilmente sconcertato da una condanna non basata su prove – ha annunciato battaglia nel processo di appello e in ogni successiva fase dell’iter giudiziario. L’impegno e le capacità professionali di Geragos – fermamente convinto dell’innocenza del proprio cliente - e la tendenza del sistema penale della civile California a ritardare oltremodo le esecuzioni capitali (nel più grande stato dell’Unione dal 1977 vi sono state solo 10 esecuzioni in confronto alle 336 del Texas) fanno prevedere che probabilmente Sott Peterson non verrà mai ucciso. Ne è consapevole, con un senso di frustrazione, il pubblico in maggioranza colpevolista, cha ha accolto con compiacimento, ed applausi in tribunale, la condanna a morte dell’imputato.

 

 

9) RICK PERRY SOSPENDE L’ESECUZIONE DI FRANCES NEWTON IN TEXAS

 

Una grande mobilitazione, particolarmente tra le donne, si è creata nelle settimane precedenti il 2 dicembre, data fissata per l’esecuzione di Frances Newton, che sarebbe stata la prima donna di colore ad essere ‘giustiziata’ in Texas dal 1863. Il Governatore Rick Perry, su proposta della Commissione per le Grazie, ha preso la decisione del tutto eccezionale di sospendere in extremis – due ore prima del momento fatidico – l’esecuzione della condannata. La mossa di Perry potrebbe essere stata dettata da opportunità politica in conseguenza della forte opposizione popolare all’uccisione di Frances Newton ed anche della presa di posizione della stampa del Texas. Ciò non significa che la vita della Newton sia salva. Lo stesso governatore ha infatti precisato di non vedere nessuna prova di innocenza nel dossier della giovane donna accusata di aver ucciso nel 1987 il marito e i suoi due bambini per incassare il premio di 100 mila dollari dell’assicurazione sulla vita dei propri familiari. La sospensione di 120 giorni dovrebbe comunque consentire un riesame delle prove che furono utilizzate dall’accusa nel 1988, in un processo tutt’altro che regolare, per ottenere la sua condanna a morte.

 

 

10) UDIENZA SULLE PROVE DEL DNA IN FAVORE DI TOMMY ZEIGLER

 

Il 20 e il 21 dicembre  si è tenuta da parte del giudice Reginald Whitehead della Corte di Orange in Florida un’udienza sui risultati dei test del DNA che confermano la versione dei fatti a suo tempo fornita da William “Tommy” Zeigler, rinchiuso nel braccio della morte da 28 anni (vedi n. 98). In favore di Tommy Zeigler il nostro Comitato e il Coordinamento “Non uccidere” si sono mobilitati intensamente a partire dal 2001 (vedi n. 83). Tommy, che si è sempre dichiarato innocente, è accusato di aver ucciso la moglie, i suoceri e un cliente del suo negozio e di essersi poi sparato nel ventre con una pistola di grosso calibro per simulare una rapina. L’avvocato dello stato Jeff Ashton, che ha tenacemente contestato la validità delle prove illustrate dai difensori di Zeigler nel corso dell’udienza, aveva ottenuto che non venissero discusse anche le altre prove a discarico scoperte dopo il processo del 1976. Non si sa quando il giudice Whitehead farà conoscere la sua decisione riguardo ad un eventuale annullamento del processo di Zeigler.

 

 

11) ANCHE TODD INNOCENTE?  PECCATO CHE SIA STATO GIÀ UCCISO!

 

“E’ grandioso essere liberi. Non posso descrivere le mie emozioni.” ha dichiarato Ernest Willis alla stampa il giorno dopo la sua liberazione. All’inizio di ottobre Ernest Ray Willis è stato rilasciato dopo 17 anni passati nel braccio della morte del Texas e dopo che  una recente investigazione ha concluso che il fuoco che uccise due donne nel 1986 si deve ritenere accidentale (v. n. 122, Notiziario). 

Il caso Willis ha molte somiglianze con quello di Cameron Todd Willingham, ma quest’ultimo non è stato altrettanto fortunato.

Abbiamo pubblicato vari articoli sul caso di Todd, amico del Comitato fin dal 1993, ‘giustiziato’ in Texas il 17 febbraio scorso. In particolare ricordiamo il “Diario dal braccio” scritto da Fabrizio De Rosso. Il vivido e commosso resoconto degli ultimi colloqui di Fabrizio con Todd, avvenuti dal 12 al 14 febbraio, è comparso nel n. 115.

Todd, nella prima parte della sua dichiarazione finale, poi distorta da un vento di rabbiosa follia, è stato molto chiaro e reciso su un punto: “La sola dichiarazione che voglio fare è che sono un uomo innocente condannato per un crimine che non ho commesso. Sono stato accusato per 12 anni di qualcosa che non ho fatto.”

Apprendiamo ora - da un comunicato che circola nella rete delle Azioni urgenti di Amnesty International - che un’inchiesta giornalistica (pubblicata sul Chicago Tribune del 9 dicembre) ha smontato le principali prove a carico di Todd Willingham rendendo del tutto plausibili le sue insistenti dichiarazioni di innocenza. Quattro esperti di incendi assunti dal Chicago Tribune hanno concluso che il fuoco può aver avuto cause accidentali, che le investigazioni fatte a suo tempo furono radicalmente errate e che le analisi sui resti dell’incendio che uccise Amber (30 mesi), Karmen e Kameron Willingham (12 mesi) furono eseguite con tecniche in seguito screditate.

Un degli esperti ha dichiarato: “Non c’è nulla che potesse suggerire ad un investigatore di incendi ragionevole che quello fu un incendio doloso. Fu solo un incendio.” Un altro ha detto: “Mi fa star male il pensiero che quel tipo fu giustiziato sulla base di quell’investigazione… Lo hanno ucciso senza essersi formata un’idea – un’idea con basi scientifiche – che egli appiccò il fuoco, o almeno che il fuoco fu provocato intenzionalmente.” Un terzo ha affermato: Non ci sono prove che supportino la conclusione che il fuoco fu prodotto intenzionalmente.”

Un membro della giuria che condannò a morte Willingham del 1992, appresi i risultati dell’inchiesta, ha detto: “Qualcuno sapeva tutto ciò prima dell’esecuzione? Ora dovrò vivere con questo pensiero tutta la vita. Quell’uomo poteva essere innocente.”

Quanto sopra si commenta da sé. Vogliamo solo ricordare che Todd prima del processo rifiutò un patteggiamento che gli avrebbe consentito di evitare la pena di morte. Egli sosteneva  di essere innocente e credeva che sarebbe stato completamente assolto dall’assurda e orribile accusa di aver appiccato il fuoco alla propria casa per uccidere le sue tre figliolette.

 

 

12) DETENZIONI SENZA PROCESSO DICHIARATE ILLEGALI IN INGHILTERRA

 

La più alta Corte di giustizia britannica, formata da una commissione di nove membri della Camera dei Lord, il 16 dicembre ha dichiarato illegale e lesiva della Convenzione Europea dei Diritti umani la parte della Legge Criminale Antiterrorismo e per la Sicurezza del 2001 che ha consentito fino ad ora al governo di detenere a tempo indeterminato senza accuse e senza processo stranieri sospettati di legami col terrorismo.

La sentenza, adottata con la maggioranza di 8 a 1, costituisce una grave sconfitta per la strategia ‘antiterrorismo’ di Tony Blair. Strategia che in buona parte ricalca quella attivata in America dall’Amministrazione Bush con l’Atto Patriottico e con gli Ordini presidenziali del 2001, anche se il numero degli stranieri detenuti illegalmente dagli Inglesi è inferiore, di uno o due ordini di grandezza, rispetto a quello di coloro che sono stati imprigionati arbitrariamente dagli Americani.

Lord Hoffman ha scritto nella sentenza che il caso è uno dei più importanti tra quelli trattati dalla Camera dei Lord in questi anni, un caso “che mette in questione l’esistenza stessa di una delle più antiche libertà tra quelle di cui fino ad ora è stato veramente fiero il Paese: la libertà dall’arresto e dalla detenzione arbitraria”. Rincarando la dose, Hoffman aggiunge che: “La vera minaccia per la vita della nazione, intesa come vita dei cittadini in accordo con le leggi tradizionali e i valori politici, non viene dal terrorismo ma da leggi come questa”.

La Corte dei Lord ha così sentenziato in accoglimento di un ricorso di nove musulmani stranieri. La maggior parte di costoro sono rinchiusi nel carcere di Belmarsh di Londra che è stato chiamato la ‘Guantanamo inglese’ da organizzazioni per i diritti umani.

La sentenza è arrivata proprio nel momento in cui diventava Ministro degli Interni Charles Clarke in sostituzione di David Blunkett, travolto da alcuni scandali minori dopo essere stato il braccio destro di Blair nella costruzione, in sintonia con l’alleato americano, della durissima strategia ‘antiterrorismo’ adottata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Clarke ha detto di non voler disporre l’immediato rilascio dei prigionieri “che ho ragione di ritenere essere una minaccia per la sicurezza della nostra società,” nell’attesa che il Parlamento legiferi di nuovo in materia. Ma l’avvocatessa Gareth Peirce, uno dei legali che rappresentano i detenuti ricorrenti ha detto che la sentenza impone al governo di rilasciarli immediatamente: “Non ci sono vie di fuga per il governo, nessun tipo di via di fuga.”

 

 

13) IL CILE AMMETTE LE PROPRIE COLPE, QUANDO LO FARANNO GLI USA?

 

Nel Notiziario del Foglio di Collegamento dello scorso mese abbiamo parlato dell’ammissione ufficiale da parte delle forze armate cilene delle violazioni dei diritti umani commesse sotto il regime di Pinochet. Possiamo ora aggiungere che il presidente del Cile, Ricardo Lagos, ha reso nota la decisione di risarcire le migliaia di vittime delle torture e dei soprusi. Verranno fornite alle vittime assistenza sociale e pensioni vitalizie ammontanti a 112.000 pesos mensili (circa 140 euro). E’ pochissimo e neppure cifre astronomiche potrebbero compensare le violazioni dei diritti umani. Tuttavia la piena ammissione di responsabilità a livello governativo ha un enorme valore etico.

Prima di ammettere che le incarcerazioni illegali e le torture compiute durante il regime di Pinochet conseguirono ad una deliberata strategia politica e non agli eccessi di qualche individuo isolato, il presidente Lagos ha studiato una relazione raccapricciante redatta raccogliendo le testimonianze di 35.000 persone. Lagos ha definito l’inchiesta  “un’esperienza senza precedenti nel mondo”.

Le sevizie descritte nella relazione sono le medesime che risultano dalle testimonianze dei sopravvissuti alla tortura in tutte le parti del mondo, fra le altre vi sono: esecuzioni simulate, scariche elettriche, percosse e violenze sessuali anche con l’uso di animali. Violenze od altri abusi di natura sessuale sono stati denunciati da tutte le 3.400 donne intervistate.

Il numero dei torturati (risultante da oltre 28.000 testimonianze ritenute attendibili) è enorme, per non parlare dei 3.200 morti. Per chi vorrebbe un mondo senza ingiustizie, la tortura applicata anche ad una sola persona risulta intollerabile.

Era inverosimile che un regime dittatoriale come quello del generale Pinochet ammettesse le sue colpe mentre deteneva il potere assoluto. Ed è comprensibile che la verità sia rimasta soffocata anche nei lunghi anni in cui Pinochet è stato in grado di condizionare il governo (ancora adesso il generale in pensione Guillermo Garin, portavoce di Pinochet, ha contestato la relazione presentata al presidente Lagos come un’operazione che “riaprirà ferite nella società”).

Purtroppo però dobbiamo constatare che un comportamento simile lo assumono oggi governi che si dichiarano e sono per molti aspetti democratici. Per gli abusi agghiaccianti commessi su prigionieri, anche minorenni, nelle prigioni di Abu Ghraib e Guantanamo e in diverse carceri afgane, abusi che hanno portato in decine di casi alla morte dei prigionieri, gli Stati Uniti (come i paesi alleati) hanno scaricato le responsabilità su singoli individui, peraltro puniti sporadicamente e per lo più in maniera blanda. Invece è chiaro che alla base delle torture ci siano direttive che provengono dai livelli più elevati del potere. Vogliamo sperare che in futuro noi stessi, o i nostri figli o i nostri nipoti, potremo leggere sui quotidiani statunitensi che un nuovo governo americano ha ammesso la responsabilità di un precedente governo in gravissime violazioni dei diritti umani, decidendo di risarcire le tante vittime sparse in tutto il mondo.

Certo gli Stati Uniti sono molto più indietro del Cile: non hanno ancora chiesto perdono per il ruolo determinante che svolsero nel ‘golpe’ di Pinochet attuato a partire dall’11 settembre 1973. A personaggi politici americani che hanno la coscienza particolarmente sporca dei crimini di allora ci risulta che fino ad oggi siano stati tributati soltanto onori. (Grazia)

 

 

14) 30 NOVEMBRE: GIORNATA DELLE CITTA’ PER LA VITA

 

Il 30 novembre, per la terza volta, la Comunità di Sant’Egidio ha promosso la  Giornata Internazionale delle Città Contro la Pena di Morte. Per questa celebrazione annuale si è scelta la data anniversario della prima abolizione, avvenuta nel Granducato di Toscana il 30 novembre 1786.

Partecipavano all’iniziativa di quest’anno circa 300 città grandi e piccole di tutte le parti del mondo che hanno illuminato i loro monumenti simbolo e programmato iniziative abolizioniste negli ultimi giorni di novembre (tra di esse, come negli anni scorsi, Madrid, Bruxelles, Berlino, Parigi, Bogotà, Porto Alegre e Montreal, e  città che hanno aderito per la prima volta alla manifestazione, quali Tirana, Buenos Aires e Tokio).

La manifestazione conclusiva si è tenuta a Roma la sera del 30, dove è stato illuminato il Colosseo, in collegamento audio o video con varie città in diversi continenti. Vi hanno aderito numerose associazioni tra cui il nostro Comitato, presente con il mega striscione con su scritto “No Death Penalty”.

La manifestazione di Roma è stata poderosa per sforzo organizzativo e partecipazione del pubblico, un pubblico commosso per la recente esecuzione di Dominique Green. Notevoli sono state le testimonianze di personalità impegnate in tutto il mondo nel movimento abolizionista (tra cui Lance Lindsey, Tamara Chikunova, Bud Welsh), di ex condannati a morte (tra cui Nicholas Yarris, del quale abbiamo parlato più volte in questo bollettino, v. ad es. nn. 113, 114), di politici e diplomatici.

Vogliamo citare tra gli interventi più significativi e coraggiosi quello del sindaco di Roma Walter Veltroni e quello di Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International.    

Generosa ed impegnata è stata la prestazione professionale di Gigi Proietti che ha recitato in maniera molto espressiva testi famosi sulla pena di morte.

Abbiamo valutato in circa duemila le presenze forti e attentissime, soprattutto di giovani e giovanissimi, alla manifestazione del Colosseo.

 

 

15) NOTIZIARIO

 

Nigeria. Assolta un’altra donna condannata alla lapidazione. Nel Notiziario del numero 122 abbiamo dato notizia della condanna a morte tramite lapidazione di due donne accusate di adulterio nello stato del Bauchi che fa parte alla federazione nigeriana. Nello scorso numero siamo stati lieti di annunciare ai nostri lettori che Hajara Ibrahim, la prima delle due condannate, è stata assolta in appello il 10 novembre. Ora aggiungiamo che l’altra, Daso Adamu, è stata completamente prosciolta dalla Corte islamica Superiore di Ningi in 10 dicembre. I motivi dell’assoluzione – come quelli della condanna – non sono per noi facilmente comprensibili. Primo: Daso ha avuto una figlia entro 2 (due ) anni dal divorzio dal marito, quindi la bambina, secondo la legge islamica, può essere stata concepita all’interno del matrimonio. Secondo: il processo originario è nullo perché la donna fu portata a forza in giudizio e non vi andò spontaneamente. Le due donne devono la vita all’associazione Baobab, attiva per la difesa dei diritti delle donne in Nigeria, che ha finanziato la loro difesa legale.

 

Usa. Si inasprisce il boicottaggio del Tribunale Penale Internazionale. Il 12 dicembre il Congresso Usa ha approvato un emendamento del bilancio federale per il 2005, proposto dal deputato repubblicano George Nethercutt, con il quale si negano aiuti economici ai paesi che non si impegnano a garantire l’immunità dei cittadini americani nei riguardi del Tribunale Penale Internazionale (TPI). Sappiamo che il TPI, creato con lo statuto di Roma del 1998 e diventato operativo nel 2002, è deputato dalle Nazioni Unite a giudicare gli autori di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità. In precedenza il ricatto degli Stati Uniti si limitava alla negazione di assistenza militare (v. n. 99). Il comportamento degli Americani nel corso della ‘guerra al terrore’ rende del tutto chiare le ragioni di questo boicottaggio.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 24 dicembre 2004