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FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 92 - Dicembre 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO:

 

 

1) Pena di morte, ‘terrorismo’ e diritti umani nel 2001

2) Continua il dibattito sulle estradizioni

3) Si procede contro Moussaoui

4) Il caso di John Walker Lindh

5) Verso nuove forme di abolizionismo

6) Andrea Yates deve essere curata, non uccisa

7) Riti satanici, conversione e perdono

8) Il governo centrale nigeriano offre un’incerta difesa a Safiya

9) Voglio condividere con voi le emozioni del il mio viaggio in Texas

10) Inserire gli abolizionisti in un pubblico registro

11) Spostamento del processo alle guardie del braccio della morte

 

 

 

1) PENA DI MORTE, "TERRORISMO" E DIRITTI UMANI NEL 2001

 

 

 

Gli effetti perversi del circolo della violenza

 

 

 

Come abbiamo affermato più volte (v. ad es. n. 89) il motivo principale dell’abolizione della pena di morte è quello di interrompere il circolo della violenza che chiama violenza. La pena di morte è l’anello più debole nella catena della violenza. Abolire la pena di morte è un obiettivo raggiungibile, è un primo passo, un piccolo ma significativo passo verso la rinuncia all’uso della violenza nei rapporti tra gli uomini.

 

Nell’anno che si sta concludendo la pena capitale ha avuto alcuni successi che possono rallentare il processo abolizionista. Tra questi ricordiamo l’emblematica esecuzione di Timothy Mc Veigh, prima esecuzione federale negli USA dopo quarant’anni. L’uccisione di Mc Veigh da parte del Governo federale, avvenuta l’11 giugno scorso, si è inscritta in una serie di orribili episodi di violenza compiuti dal ‘terrorista’ ad Oklahoma City ma anche dal Governo federale a Waco nel Texas e non solo (v. nn. 85-86-87). Ci sembra che con quella esecuzione non ‘ha vinto il bene sul male’, come ha dichiarato George Bush, bensì la logica stessa di Mc Veigh e di tutti coloro che scatenano la violenza contro la violenza di ciò che vedono come il Male assoluto.

 

Ora si grida che Osama Bin Laden deve essere preso ‘vivo o morto’ ma preferibilmente ucciso sul posto. Lo dicono anche ‘comunicatori’ italiani ritenuti persone intellettualmente evolute. Ed è un gran vociare negli Stati Uniti per chiedere la pena di morte per i ‘terroristi’. Sembra che le pena di morte – più ancora dei massacri compiuti dai bombardieri - sia la panacea per guarire le terribili ferite inflitte nella carne e nell’orgoglio degli Americani dagli attacchi dell’11 settembre. Le forze responsabili degli attentati di New York e Washington – i cui intenti solo in parte possiamo conoscere e valutare - hanno raggiunto lo scopo (voluto o non voluto) di riportare ad una primitiva barbarie componenti dell’umanità che avevano raggiunto elevati livelli di maturazione sul piano del rispetto dei diritti umani e della solidarietà tra gli uomini.

 

 

 

C’è un terrore “buono”: quello che provano gli altri

 

 

 

Ci sono coloro che giustificano sul piano etico il modo in cui gli Stati Uniti posero fine alla seconda guerra mondiale nell’agosto del 1945 e coloro che condannano recisamente la decisione del Presidente Truman di accendere il fuoco nucleare sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Nella rinnovata discussione su quello snodo critico della storia degli Stati Uniti nessuno usa la parola ‘terrorismo’.

 

Se per terrorismo si intende lo spargimento del terrore in una determinata popolazione, usando violenza nei riguardi delle persone e dei beni al fine di raggiungere un obiettivo politico, questa definizione si dovrebbe applicare non solo alla guerra, così come modernamente pianificata ed attuata, ma a molte delle ‘operazioni’ effettuate dai governi per ‘combattere il terrorismo’.

 

Essendosi costruito nell’immaginario collettivo, con l’ausilio essenziale dei media, un significato totalmente negativo per la parola ‘terrorismo’, essa non verrà mai applicata per definire le azioni dei governi e degli stati più forti. Nei cittadini dei paesi ricchi è stato invece inculcato il concetto di una ‘violenza buona’ esercitata giustamente per difendere i loro interessi nei confronti dei malvagi.

 

Coloro che amano la pace e i diritti umani dovrebbero grandemente diffidare della mistificazione prodotta dal termine ‘terrorismo’, un termine potente, con un enorme impatto emotivo e una estrema forza ‘aggregante’ dell’opinione pubblica.

 

Dato che il concetto di ‘terrorismo’ ha contorni incerti ed è emotivamente connotato, la parola ‘terrorismo’ non dovrebbe essere utilizzata in linguaggi specialistici, come quello giuridico, in cui ogni parola deve essere rigorosamente definita. Oggi purtroppo la parola ‘terrorismo’ entra invece nella formulazione di un gran numero di leggi e introduce nei codici indeterminatezza e soggettività, mettendo sempre più a repentaglio il rispetto dei diritti umani.

 

 

 

Gli aspetti indeterminati della ‘guerra al terrorismo’

 

 

 

La ‘guerra al terrorismo’ seguita agli attentati dell’11 settembre scorso si svolge in tre dimensioni indeterminate che la rendono eccezionalmente pericolosa. E’ indeterminata riguardo al tempo (si è usato il termine ‘infinita’), riguardo allo spazio (nessuna nazione è al sicuro), riguardo ai modi (si è parlato di opzioni senza limiti di intensità e al di fuori dei vincoli giuridici). A ciò si aggiunge la dichiarata volontà di nascondere al controllo democratico lo stesso accadimento dei fatti (grande enfasi data alla riservatezza sulle decisioni e sui risultati ottenuti nonché sulla conduzione di operazioni ‘coperte’). Sappiamo bene come l’arbitrarietà dell’agire dei governi sia alla radice delle violazioni dei diritti umani.

 

 

 

Stati Uniti: Dimenticato l’antrace si discute sui ‘tribunali canguro’

 

 

 

L’allarme ‘antrace’ è stato rapidamente archiviato dopo che si è scoperto che le spore inviate per posta (agli opinion leader e alle autorità che potevano nutrire fastidiosi dubbi ed eventualmente opporsi alla ‘guerra la terrorismo’) provenivano da depositi federali USA, è rimasto tuttavia forte il sostegno alla politica ‘anti-terrorismo’ del presidente Bush.

 

Il 6 dicembre nel corso dell’audizione presso la Commissione Giustizia del Senato federale, a cui è stato pressoché costretto, il Ministro della Giustizia Ashcroft ha difeso contrattaccando le decisioni ‘antiterrorismo’ del Presidente: “Nei riguardi di coloro che fomentano i contrasti tra Americani e immigranti, tra cittadini e non-cittadini, di coloro che spaventano la gente amante della pace con i fantasmi della perdita della libertà, il mio messaggio è questo: le vostre tattiche servono solo ad aiutare i terroristi a erodere l’unità nazionale e a diminuire la nostra risolutezza (…) esse forniscono munizioni ai nemici dell’America e sconcertano gli amici degli Stati Uniti. Esse inducono la persone di buona volontà a rimanere in silenzio di fronte al male. I nostri sforzi sono stati accuratamente soppesati per evitare di infrangere i diritti costituzionali, mentre salviamo le vite degli Americani.”

 

“Le accuse di istituire ‘tribunali canguro’ e di stracciare la Costituzione rinnovano quello che si chiama ‘polverone di guerra’ – ha aggiunto Ashcroft. George W. Bush ha proclamato la settimana iniziata domenica 9 dicembre “Settimana nazionale dei Diritti umani” affermando che la ‘guerra al terrorismo’ è un atto di difesa internazionale dei diritti individuali. In tale occasione anche il Vice Presidente Dick Cheney ha denunciato le critiche mosse nei riguardi delle decisioni di Bush definendole ‘isteriche’.

 

Per quanto se ne sa, fino ad ora nessun ‘sospetto terrorista’ è stato sottoposto alle speciali commissioni militari istituite da George Bush per giudicare i non cittadini USA. Anzi le critiche – di parlamentari, giuristi e avvocati – all’Ordine emesso dal Capo supremo delle forze armate degli Stati Uniti hanno forse indotto l’Esecutivo ad apportare alcune modifiche a tali commissioni. Si tratta di modifiche - tese anche a tranquillizzare i paesi alleati per ora inclini a rifiutare le estradizioni negli USA - che con tutta probabilità non assicurano una effettiva maggiore giustizia e regolarità per tali organismi, ma almeno attenuano lo sprezzante rigetto delle forme dello stato di diritto che caratterizza l’Ordine originale.

 

Se teniamo conto che il sistema giudiziario ordinario della pena capitale, in vigore negli USA dal 1976 e sempre ritenuto infallibile, ha mostrato solo da due o tre anni a questa parte di essere gravemente fallace, comprendiamo come le “commissioni militari” semi-clandestine direttamente orchestrate dall’Esecutivo potrebbero seminare gravissime ingiustizie per anni ed anni prima che se ne abbia pubblica consapevolezza.

 

Le “commissioni militari”, spacciate per qualcosa di simile alle normali corti marziali, avevano provocato le proteste di esponenti delle forze armate, anche e soprattutto tra i più conservatori. La contromossa dell’Esecutivo è stata quella di prefigurare alcune caratteristiche delle “commissioni” analoghe a quelle delle corti marziali. Da voci fatte trapelare sembra che gli esperti suggeriscano al Ministro della Difesa Rumsfeld di:
1) adottare la ‘presunzione di innocenza’ per gli accusati fino alla condanna, > BR>2) prescrivere ai giurati (almeno 5 ufficiali in uniforme) di raggiungere la certezza della colpa ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’ prima di votare per la condanna (anche se tra le ‘prove’ potranno esserci testimonianze anonime e per sentito dire, intercettazioni clandestine e documenti di incerta provenienza come i ‘video di Bin Laden’),
3) consentire all’imputato di giovarsi – in luogo dell’avvocato militare designato dalla corte – di un avvocato civile a pagamento,
4) di richiedere l’unanimità della giuria per l’inflizione delle condanne a morte (la maggioranza dei 2/3 sarebbe sufficiente per le altre condanne),
5) istituire una commissione d’appello di tre membri che riveda le sentenze emesse dalla giuria (il cui eventuale annullamento rimarrebbe in ogni caso facoltà esclusiva del Presidente degli Stati Uniti).

 

Il Pentagono ha comunque smentito queste voci affermando che qualsiasi illazione è prematura e che ogni decisione in merito dovrà prenderla personalmente Rumsfeld.

Si parla di sottoporre alle commissioni militari una cinquantina di combattenti fatti prigionieri in Afghanistan ora detenuti sotto interrogatorio per lo più a Kandahar e si presume che un primo tribunale speciale possa essere costituto nella base di Guantanamo a Cuba dove verrebbero deportati i prigionieri. Non si esclude l’uso di qualche altra base all’estero o di una nave da guerra. Tuttavia mancano avvocati militari esperti di casi capitali. Ce ne erano alcuni ma sono andati quasi tutti in pensione (l’ultima condanna a morte nella giurisdizione militare risale al 1961).

 

 

 

Inghilterra: Approvata la legislazione anti-terrorismo che diviene subito operativa

 

 

 

A metà dicembre il Ministro degli Interni inglese David Blunkett è riuscito a far approvare dal Palamento britannico quasi senza modifiche il pacchetto denominato “Legge Anti-terrorismo, sul Crimine e la Sicurezza” che era stato presentato il 13 novembre. Tale legge è una delle più lesive dei diritti individuali tra quelle che sono state prodotte dopo l’11 settembre (v. n. 91) e si basa su una vaga definizione di ‘terrorismo’ che già compare in una legge del febbraio scorso riguardante l’Irlanda del Nord. Blunkett ha rintuzzato le proteste delle organizzazioni per i diritti umani affermando che: “La legge contro il terrorismo è stata introdotta in una situazione di assoluta emergenza e verrà revocata una volta che le acque saranno più calme.” Ma ha aggiunto: “In un tempo che ora è impossibile prevedere.”

 

Il 19 dicembre in base a questa legge sono stati fermati e incarcerati senza accuse, su segnalazione dei servizi segreti, 12 nordafricani che altrimenti non si sarebbero potuti arrestare. E’ ora il Ministro dell’Interno a decidere chi sono gli stranieri da arrestare quali ‘sospetti terroristi’ in base alla nuova legge che consente l’imprigionamento a tempo indeterminato senza accuse e senza processo (e quindi senza la possibilità di difendersi).

 

 

 

Italia: Convertito in legge con qualche emendamento il decreto anti-terrorismo

 

 

 

L’opposizione è riuscita a introdurre alcuni emendamenti che migliorano apprezzabilmente il Decreto anti-terrorismo definitivamente approvato il 12 dicembre, che rimane tuttavia gravemente lesivo dei diritti civili dei cittadini. L’articolo 270 bis del nostro Codice penale prevede d’ora in poi reato di “associazione con finalità di terrorismo internazionale.” Sono ora applicabili in funzione anti-terrorismo diverse norme che attribuiscono alla polizia giudiziaria la facoltà di perquisire interi edifici, di infiltrarsi in ogni situazione, di effettuare intercettazioni preventive quando “vi siano elementi investigativi” che lo giustifichino, il tutto senza autorizzazione della magistratura. L’opposizione è riuscita a far passare un importante emendamento che impedisce l’estensione delle precedenti facoltà investigative ai casi in cui si voglia prevenire “l’eversione dell’ordine democratico”. Il concetto di eversione dell’ordine democratico è estremamente vago e avrebbe consentito al governo di invadere, senza autorizzazione della magistratura, la privacy di chiunque si occupi di politica.

 

Più ancora del pacchetto anti-terrorismo costituisce una minaccia ai diritti civili la temuta legge di riforma dei Servizi segreti delineata dal Ministro Frattini (v. n. 91). Si prevede una forte opposizione a questa riforma, che forse non piace neanche allo stesso Berlusconi. Nel frattempo nel pacchetto anti- terrorismo è passata la norma che assicura agli agenti segreti e alla polizia l’impunità per un primo insieme di gravi reati commessi mentre siano impegnati in attività di contrasto al terrorismo: acquisto, sostituzione o occultamento di denaro, armi, documenti o stupefacenti. Come dire, libertà di falsificare o nascondere prove ed elementi necessari all’accertamento della verità.

 

 

 

Afghanistan: Migliaia le vittime dei bombardamenti americani e dei regolamenti di conti

 

 

 

La scarsezza delle informazioni riguardanti l’andamento della guerra in Afghanistan rende assai difficile determinare i danni arrecati alle persone ed al paese dalla ‘guerra anti-terrorismo’ in corso. Il prof. Marc Herold dell’Università del New Hampshire ha cercato di stimare nel modo più accurato possibile il numero delle ‘vittime collaterali’ dei bombardamenti americani incrociando i dati provenienti dalle agenzie umanitarie, dall’ONU, dai testimoni oculari e dai media. Herold arriva alla conclusione che nel periodo che va dal 7 ottobre al 10 dicembre del 2001 almeno 3767 civili siano stati uccisi dalle bombe (dato superiore a quello delle 3234 vittime che si ritiene abbiano fatto gli attentati dell’11 settembre). Altri analisti hanno valutato in più di 10 mila il numero dei militari uccisi dai bombardamenti (tra questi vi sono migliaia di uomini e di adolescenti che i Talebani hanno costretto con la forza ad arruolarsi).

 

La guerra fatta dagli Americani tende a colpire indiscriminatamente i luoghi e le persone quando vi siano segnalazioni di una probabile presenza dei ‘nemici’. Ne ha fatto le spese il 21 dicembre anche un gruppo di dignitari che si recavano a Kabul per partecipare alla cerimonia di insediamento del nuovo governo: il gruppo è stato sterminato insieme a decine di abitanti del villaggio attraverso il quale stavano transitando.

Osserviamo che tra gli Americani fino ad ora c’è stata una sola vittima: l’agente della CIA che il 25 novembre stava interrogando i prigionieri nel carcere di Qala-i-Jhangi. L’immane sproporzione dimostra lo scarso valore attribuito alla vita e ai diritti umani dei poveri Afgani.

 

Alle vittime fatte dagli Americani vanno aggiunte le centinaia (o forse migliaia) di combattenti passati per le armi dopo la resa dai vincitori dell’Alleanza del nord e molte decine di prigionieri asfissiati nei container sigillati con cui venivano trasferiti da Kunduz a Shibarghan in un viaggio durato quasi tre giorni nella prima settimana di dicembre.

 

 

 

Afghanistan: Disastro umanitario nell’indifferenza internazionale

 

 

 

Mentre proseguono bombardamenti americani di inaudita potenza nonostante la caduta del regime talebano, le sofferenze inenarrabili della popolazione stremata dell’Afghanistan non suscitano neanche la pietà dell’ultima beghina. Come è possibile credere alla sincerità degli Americani e dei loro alleati che avevano affermato che la guerra del 7 ottobre era stata scatenata anche nell’interesse della popolazione afgana? Sarebbe bastato anche un millesimo delle risorse e dell’organizzazione prodotte per lo sforzo bellico, per un aiuto sostanziale alle popolazioni decimate dagli stenti e da una lunghissima e sempre più terribile guerra.

Di fronte alle drammatiche cifre fornite dalla Nazioni Unite (v. n. 91) poco o nulla è stato fatto e siamo ora in pieno inverno! Nell’anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani (celebrato anche da Bush, vedi sopra). Amnesty International ha emesso un comunicato in cui si chiede di “agire immediatamente per assicurare adeguata e costante assistenza ai rifugiati in fuga dalla guerra in Afghanistan.” La Segretaria Generale di A. I. Irene Khan afferma che “gli aiuti internazionali dall’inizio del conflitto non hanno soddisfatto le esigenze e migliaia di persone versano tuttora in condizioni disperate, senza riparo né cibo.”

 

 

 

Autorizzate dalla guerra al terrorismo estese violazioni dei diritti umani in molti paesi

 

 

 

In Cina la guerra al terrorismo ha generato una “guerra interna al terrorismo” che consente al Governo e al Partito di proseguire ed intensificare le violazioni dei diritti umani che fino ad ora suscitavano almeno una certa riprovazione internazionale.

 

La repressione dei movimenti indipendentisti nello Xinjiang, in Mongolia Esterna e in Tibet si è fatta più dura e per essa le autorità hanno addirittura chiesto la solidarietà internazionale nella ‘comune’ lotta al terrorismo. La campagna anticrimine “Colpire duro!” tristemente famosa per le migliaia di processi sommari ed esecuzioni capitali viene ora estesa alle attività di terrorismo e cioè al dissenso indipendentista, ideologico e religioso.

 

In Cecenia, le violazioni dei diritti umani operate dalle forze armate russe contro la popolazione sono diventate parte della ‘guerra al terrorismo’. Così le terribili repressioni del governo turco. Così le rappresaglie in Israele.

 

In Pakistan la ferrea dittatura del Presidente Pervez Musharraf dopo l’11 settembre ha preso a pretesto la ‘guerra al terrorismo’ per assestare un durissimo colpo ai gruppi islamici che negli ultimi anni hanno provocato sanguinosi disordini scontrandosi anche con il governo e tentando infine di opporsi alla guerra all’Afghanistan. “Dopo gli attacchi terroristici agli Stati Uniti dell’11 settembre vi è stato un forte supporto internazionale al Pakistan nei suoi sforzi di combattere l’estremismo e la violenza” ha dichiarato all’inizio di dicembre il Ministro della Giustizia Shahida Jamil. Il Governo ha effettuato arresti di oppositori e lanciato investigazioni contro religiosi e militanti e, secondo Jamil, molti responsabili di violenze saranno processati da ‘veloci corti anti-terrorismo.’

 

In America latina, in particolare in Argentina, Brasile, Repubblica Dominicana, Messico, Paraguay, Perù e Uruguay, vengono ricercati e trattenuti ‘sospetti terroristi’ e vi sono fondate preoccupazioni di detenzioni illegali e maltrattamenti.

Nelle carceri degli Stati Uniti, contro centinaia di stranieri detenuti arbitrariamente e persino contro i detenuti comuni e in particolare contro i condannati a morte, si moltiplicano gli atti di maltrattamento e di sadica persecuzione. Dopo l’approvazione di ‘leggi antiterrorismo’ negli stati di New York, dell’Illinois e della North Carolina che espandono l’applicazione della pena di morte, si registrano tentativi di ripristinare la pena capitale nello Iowa e in Wisconsin, mentre gli stati della Virginia e del New Jersey nel mese di dicembre si sono mossi per estendere a ‘reati di terrorismo’ la pena di morte.

 

 

 

2) CONTINUA IL DIBATTITO SULLE ESTRADIZIONI

 

 

 

Le contrastate trattative sull’estradizione di persone ‘sospette di terrorismo’ detenute in Europa, passibili di pena di morte o di giudizio da parte delle “commissioni militari” negli USA, proseguono in segreto e, a quanto sembra, nella massima confusione. Fino ad ora l’Europa si è sempre scrupolosamente attenuta alle proprie regole in materia di estradizione. E’ abbastanza chiaro che vi sia ora in alcuni governanti del Vecchio continente la tentazione di cedere alle richieste pressanti del potente alleato violando così gli obblighi derivanti dal garantismo giuridico e dal rigetto della pena di morte da parte dei paesi europei e dell’Unione Europea nel suo complesso.

 

All’inizio di dicembre l’Amministrazione americana aveva fatto trapelare l’intenzione di fare qualche concessione agli europei pur di ottenere la consegna di tutti i ‘sospetti terroristi’ detenuti in Inghilterra, Italia, Germania e Spagna. Le concessioni ventilate sarebbero state la promessa di non chiedere la pena capitale per i terroristi non direttamente implicati negli attacchi dell’11 settembre e l’introduzione nelle “commissioni militari” di alcuni elementi di tutela giuridica degli imputati, come la possibilità di scegliere un avvocato di fiducia.

 

Il Ministro della difesa britannico Geoff Hoon sabato 8 dicembre ha dichiarato alla stampa che se le truppe inglesi cattureranno Osama Bin Laden questi verrà estradato negli USA solo dietro garanzia che non sarà soggetto alla pena di morte.

 

La dichiarazione di Hoon ha prodotto vivaci discussioni, non soltanto nel Regno Unito, e l’Ufficio del Primo Ministro il lunedì seguente ha precisato che se Bin Laden venisse catturato dalle truppe britanniche in Afghanistan egli verrebbe semplicemente passato ai militari americani evitando così ogni discussione riguardante l’estradizione. Infatti, secondo il singolare punto di vista espresso dall’ufficio di Blair, una persona sarebbe soggetta alla legge britannica soltanto in quanto si trovi sul suolo britannico e le truppe inglesi si guarderebbero bene dal portare Osama Bin Laden in patria. (Da noi cervelloni della portata di Gad Lerner e di Giuliano Ferrara hanno trovato una soluzione ancora più semplice: giustiziare immediatamente sul posto il fantomatico sceicco del terrore).

 

Due giorni dopo il Ministro delle difesa statunitense Ashcroft in visita in Inghilterra ha tentato a modo suo di smorzare ogni polemica sulle estradizioni tirando fuori ancora una volta la sua frase sibillina: “Gli individui e i paesi con i quali abbiamo trattato riguardo alle estradizioni hanno trattato sulla base di una logica caso per caso. E’ questa la migliore via da seguire.” Lo stesso giorno il Ministro della giustizia francese signora Marylise Lebranchu ha riattizzato la discussione affermando che la Francia non accetta che venga imposta la pena di morte a Zacarias Moussaoui cittadino francese in carcere negli Stati Uniti sospetto di far parte dell’organizzazione di Osama Bin Laden.

 

 

 

3) SI PROCEDE CONTRO MOUSSAOUI

 

 

 

“Oggi, tre mesi dopo l’assalto alla nostra patria, gli Stati Uniti d’America hanno scagliato il terribile peso della giustizia contro i terroristi che hanno brutalmente assassinato innocenti Americani” ha dichiarato John Ashcroft, Ministro della Giustizia USA, l’11 dicembre.

 

Zacarias Moussaoui, un francese di 33 anni di origine marocchina era stato arrestato il 17 agosto con l’accusa di violazione delle norme sull’immigrazione e poi detenuto in qualità di ‘testimone’ riguardo agli attacchi dell’11 settembre. Aveva destato dei sospetti negli agenti in servizio presso una scuola di pilotaggio che frequentava in Minnesota. L’11 dicembre Moussaoui è stato formalmente accusato da un grand juri federale di aver cospirato per preparare gli attacchi dell’11 settembre contro le città americane. Un giudice di Manhattan lo aveva assegnato alla Corte federale di Alexandria in Virginia che si trova vicino al Pentagono dove si è schiantato uno degli aerei bomba, Corte nota per essere tra le più severe e conservatrici e tra le più inclini a comminare la pena di morte.

 

Nonostante Zacarias Moussaoui sia stato arrestato tre settimane prima dell’11 settembre, il Ministro della Giustizia John Ashcroft lo ha definito “un attivo partecipante agli attacchi.” Ashcroft ha celebrato l’inizio del procedimento contro il sospetto terrorista francese e la messa a punto di una lista di 23 co-cospiratori, tra i quali Bin Laden e i 19 piloti suicidi dell’11 settembre, dichiarando fra l’altro: “Al-Qaida incontra ora la giustizia che aborrisce e il giudizio che teme.”

 

Il 19 dicembre si è tenuta una prima udienza. A Moussaoui sono stati contestati sei capi d’imputazione, quattro dei quali contemplano la pena di morte. All’accusa è stato dato tempo fino al 29 marzo per decidere se richiedere effettivamente la pena capitale. L’imputato non ha collaborato e si è rifiutato di alzarsi in piedi davanti alla Corte. Non ha ammesso alcuna responsabilità. Ha tre avvocati d’ufficio uno dei quali è l’ex cancelliere del Giudice che lo processa. Per la verità le prove finora note di un suo collegamento diretto con gli attentati dell’11 settembre sono molto labili anche se è probabile che conoscesse un compagno di stanza di Mohamed Atta, colui che fu immediatamente identificato e indicato come capo del gruppo dei piloti suicidi.

 

Un sito in Internet e un ‘numero verde’ presso il Ministero della Giustizia permetteranno alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di seguire passo passo il procedimento contro Moussaoui. Il 22 dicembre, approvando un’apposita legge, il Congresso ha consentito la trasmissione del processo tramite TV a circuito chiuso in una decina di città per soddisfare le esigenze delle vittime degli attentati (anche l’esecuzione di Timothy Mc Veigh fu oggetto di una trasmissione straordinaria in TV a circuito chiuso a beneficio delle vittime dell’attentato di Oklahoma City).

 

 

 

4) IL CASO DI JOHN WALKER LINDH

 

 

 

Le immagini video mostrano il giovanissimo soldato talebano-americano John Walker Lindh per lo più inginocchiato e legato. Una volta mentre viene interrogato dall’agente della CIA Johnny “Mike” Spann (che lo minaccia di morte) nel carcere di Qala-i-Jhangi in Afghanistan, subito prima della rivolta che costerà la vita a Spann e alla maggior parte dei prigionieri. Un’altra volta mentre viene mostrato alla stampa ferito: una mano pesante gli toglie irrispettosamente più volte la folta capigliatura dal viso.

 

Si sa che Lindh è detenuto sotto interrogatorio su una nave da guerra. Non gli sono stati riconosciuti i diritti di un cittadino americano a cominciare da quello di disporre di un avvocato difensore. Bush ha dichiarato di non aver ancora deciso che cosa fare di lui. Molti, tra cui il sindaco di New York Giuliani, chiedono la pena di morte per Walker. Si ritiene che verrà fatto atterrare in Virginia in modo che possa essere processato dalla stessa Corte che giudica Zacarias Moussaoui. Essendo un cittadino americano non può essere affidato alle “commissioni militari” speciali.

 

In realtà John Walker Lindh non dovrebbe essere trattato come un criminale ma come un prigioniero di guerra e dovrebbe essere rilasciato al termine delle ostilità. Non si sa su quali basi Bush ha dichiarato che egli appartiene ad Al-Qaida. Gli si imputa quanto detto in un’intervista televisiva rilasciata alla CNN mentre era in uno stato deplorevole, accasciato per le ferite, sfinito dalla battaglia e sotto l’effetto euforizzante della morfina: in essa ha spiegato il significato e la base etica della Jihad, direttamente conseguente dal dettato coranico, dicendo di approvarla incondizionatamente. Per ora sappiamo che non ha partecipato ad alcun attentato e non stava neanche combattendo contro gli Stati Uniti ma solo contro l’esercito dell’Alleanza del Nord che attaccava un altro esercito, quello in cui era arruolato. L’accusa di ‘tradimento’ che vuol essere mossa contro di lui per poterlo condannare a morte non ha, per quanto ne sappiamo, basi concrete.

 

Lindh abbracciò l’Islam a 16 anni e partì per arruolarsi in Afghanistan sei mesi fa. Al di là dello schematismo forcaiolo che scarica su di lui un odio e una responsabilità sproporzionate, si dovrebbe fare lo sforzo di capire come un ragazzo americano di 20 anni sia approdato nelle file dei Talebani finendo per combattere una battaglia disperata in una terra straniera quando avrebbe potuto vivere normalmente e comodamente a casa sua.

 

 

 

5) VERSO NUOVE FORME DI ABOLIZIONISMO

 

 

 

Austin Sarat, docente di Giurisprudenza e di Scienze Politiche all'Amherst College, ha scritto un libro intitolato"When the state kills: Capital Punishment and the American Condition" (Quando lo stato uccide: la pena capitale e la situazione americana). In questo libro, attraverso l’analisi di casi capitali e di film sulla pena di morte, Sarat studia l'impatto della pena capitale sul popolo degli Stati Uniti. <>P

Sarat scopre una prospettiva in un certo senso inversa a quella tradizionale degli abolizionisti: una prospettiva che non parte da considerazioni generali sulla pena di morte per scendere ai singoli casi di esecuzioni ingiuste o discriminanti ma che, dall'esame di situazioni particolari, arriva alla società americana.

 

Nella maggior parte dei casi, fino ad ora gli oppositori alla pena capitale hanno chiesto a gran voce la sua abolizione utilizzando argomentazioni generali, che hanno come oggetto finale la protezione dei condannati a morte: di solito le argomentazioni sono basate o sull'affermazione della santità della vita umana, indipendentemente da quanto malvagi alcuni uomini possano essere, o sulla denuncia della pena di morte come punizione crudele e degradante, o sulla proclamazione dell'orrore morale e del male contenuti nella volontà di uccidere da parte dello stato.

 

Tutti questi atteggiamenti, pure giustissimi e validi, agli occhi della popolazione comune, di solito scarsamente interessata ai diritti umani dei condannati, fanno passare gli abolizionisti per "amici dei criminali" insensibili nei confronti dei familiari delle vittime del crimine. Secondo Sarat una nuova possibilità di lotta contro la pena di morte consiste nel proclamare le drammatiche conseguenze che la pena di morte stessa ha, non sui criminali, bensì sulla popolazione.

 

Dice Sarat:…"Osservando la pena di morte, i volti che dovremmo guardare sono i nostri. La domanda da porsi riguardo alle uccisioni di stato, non è ciò che esse fanno PER noi, ma ciò che esse fanno A noi. […] Questa domanda va oltre la logica del vittimismo e delle narrazioni sentimentali da cui esso dipende, per andare verso un esame del prezzo che le uccisioni di stato fanno pagare alla nostra legge, alla nostra politica e alla nostra cultura. A mio parere questo prezzo è enorme.

 

"L'omicidio di stato ci sminuisce danneggiando la nostra democrazia, legittimando la vendetta, intensificando le divisioni razziali, distraendoci dalle sfide che il nuovo secolo pone all'America. Promette soluzioni facili a problemi intricati e offre semplicismo morale in un mondo moralmente complesso.

"Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di abolizionismo che lasci indietro i casi di McVeigh, Brooks, e Connors [presentati nel libro], come pure il catalogo della Benetton [con le foto inquietanti - scattate da Oliviero Toscani - di una trentina di condannati a morte negli USA] e che affermi il male che la pena di morte fa a coloro che amano l'America e le sue istituzioni legali e politiche, che permetta e incoraggi visuali più articolate della responsabilità morale e dell'azione politica e che offra nuove prospettive nella discussione sull'omicidio di stato."

 

In sostanza Sarat nel suo libro dimostra che l'uccisone di stato è una risposta ingannevole o, peggio, un'istituzione che non rende la società americana né più sicura né più sana. Al più, sostiene Sarat, la pena di morte può dare temporanea soddisfazione alla legittima rabbia di coloro che hanno perso una persona amata in atti criminosi. Ma la pena di morte è soprattutto parte di una strategia di governo che rende i cittadini timorosi e dipendenti dall'illusione di una protezione che arriva dallo stato, una strategia che divide piuttosto che unire. (Grazia)

6) ANDREA YATES DEVE ESSERE CURATA, NON UCCISA

 

 

 

Andrea Yates è una donna gravemente depressa che ‘per punirsi di non essere stata una buona madre’ ha affogato uno per uno i suoi cinque pargoletti il 20 giugno scorso. Dopo il delitto ha chiesto di essere uccisa “da George Bush” in modo che insieme a lei venga annientato anche il diavolo.

 

L’agente David Knapp chiamato col numero di emergenza 911 da Andrea Yates trovò una donna attonita che respirando affannosamente gli diceva: “Ho ucciso i miei bimbi.” “Che cosa?” rispose Knapp. La donna ripeté attonita: “Ho ucciso i miei bimbi” poi condusse la guardia in camera da letto dove i corpicini bagnati dei quattro figli più piccoli erano stati composti sotto una coperta. Un’altra guardia scoprì poi il cadavere di un quinto figlio, il più grande che aveva sette anni, ancora immerso nella vasca da bagno.

 

Russell Yates, ingegnere informatico, era uscito di casa alle nove per recarsi nel suo ufficio presso la NASA ad Houston, sapeva che di lì ad un’ora sua madre sarebbe andata ad aiutare sua moglie Andrea ad accudire i bambini. Non era tranquillo nel lasciarla sola, aveva timore che Andrea potesse suicidarsi ma non immaginava che avrebbe potuto fare del male ai figli. Verso le dieci e mezza si sentì chiamare al telefono dalla moglie che con una strana voce gli chiedeva di tornare subito a casa. Preoccupato chiese se era accaduto qualcosa ai bambini. La moglie rispose di sì. “A quale dei bambini ?” incalzò. “A tutti” rispose Andrea. Si precipitò a casa ma la polizia non lo fece entrare e lo mise al corrente dell’accaduto. Sedendosi in giardino si mise a ripetere per ore: “Come hai potuto far questo?”

 

Il sig. Yates inizialmente ha avuto una forte repulsione ad avvicinare sua moglie ma, nonostante ciò, è diventato uno dei più convinti oppositori alla richiesta della pena di morte per lei. Egli, conoscendo bene le sofferenze di Andrea alla nascita del quarto figlio nel 1999, i suoi tentativi di suicidio, il ripetersi della depressione post partum dopo la messa al mondo di Mary, la quintogenita, alla fine del 2000, si rende ben conto dell’assurdità di ucciderla per quello che ha fatto. Russell Yates ha partecipato ad una trasmissione televisiva il 9 dicembre per difendere la moglie davanti all’opinione pubblica. Lo ha fatto rischiando il carcere perché ha così violato un ordine perentorio del tribunale che gli aveva intimato di non parlare del caso per un periodo di 5 mesi.

 

Chuk Rosenthal, procuratore distrettuale della famigerata Contea di Harris, non ha esitato a chiedere la pena di morte per due distinte accuse formulate contro Andrea Yates: il caso è eclatante ed ha avuto un grosso impatto nei media.

 

Associazioni femministe e organizzazioni per i diritti umani hanno preso le difese della madre omicida riuscendo anche a mettere insieme in un primo momento delle risorse finanziarie. Gli avvocati difensori sono partiti lancia in resta nella fase preliminare del processo presentando ben 34 eccezioni e la richiesta di non incriminazione per la loro assistita. Le prime schermaglie legali si sono però concluse a sfavore dell’imputata alla quale è stata riconosciuta la capacità di sostenere il processo e l’imputabilità per reato capitatale.

 

Una delle eccezioni respinte affermava che l’accusa aveva chiesto la pena di morte ‘in mala fede’ esagerando pur di ottenere una condanna per l’imputata. La pena capitale in Texas non dovrebbe essere infatti comminata quando si presume che vi sia una scarsa pericolosità futura dell’accusato. A questa obiezione il procuratore distrettuale ha risposto che solo lui conosce le prove che lo hanno indotto a chiedere la pena di morte e che non è obbligato a rivelarle in questa fase. Il processo ad Andrea Yates comincerà il 7 gennaio con la selezione della giuria.

 

Molte delle lettere inviate ai giornali chiedono veementemente la pena capitale per la ‘madre snaturata’. Un sondaggio ha rivelato che circa il 20% dei Texani è favorevole alla condanna a morte di Andrea Yates mentre il 57% opta per l’ergastolo. Possibile che tra coloro che chiedono la pena di morte per Andrea non ci sia nessuno che abbia sofferto di una forma di depressione? Se c’è qualcuno che ha provato o solo potuto intuire la sofferenza senza fondo della condizione depressiva e, nonostante ciò, vuole ancora infierire contro questa sventurata, costui è veramente un mostro prodotto dalla mentalità forcaiola della società texana.

 

 

 

7) RITI SATANICI, CONVERSIONE E PERDONO

 

 

 

Opponendosi alla richiesta della pena capitale per l’assassino della figlia, Jeannette Pop in una conferenza stampa tenutasi il 13 dicembre nel Campidoglio del Texas ha dichiarato: “Gli perdono per ciò che ha fatto nella sua vita così come Cristo mi perdonerà per le cose che ho fatto io.”

 

Nel 1988 in una pizzeria di Austin la ventenne Nancy DePriest fu stuprata ed uccisa durante un rito satanico. La polizia riuscì a far confessare il delitto a tale Christopher Ochoa. Il trattamento brutale inflitto da un poliziotto ad Ochoa indusse quest’ultimo a confessare il delitto aggiungendo particolari aberranti completamente inventati e a chiamare in correità un altro giovane, Richard Danzinger. I due furono condannati all’ergastolo pur essendo innocenti. Passarono dodici anni in carcere durante i quali Danzinger subì un pestaggio che gli procurò danni cerebrali e una grave invalidità permanente.

Nel 1995 Achim Josef Marino, il vero assassino, convertitosi al cristianesimo in prigione mentre scontava tre ergastoli per rapina, cominciò a scrivere delle lettere accusandosi del delitto. Nel 1998 una di queste lettere giunse a George W. Bush. Marino scriveva al Governatore che voleva essere “lavato dall’orrendo crimine, un crimine aggravato ed enfatizzato dall’arresto di due persone innocenti.” Nel 2000 un test del DNA scagionò Ochoa e Danzinger e confermò la colpevolezza di Marino.

 

Achim Marino fu formalmente accusato di reato capitale nel giugno dell’anno 2000, egli chiese alla madre della vittima se doveva dichiararsi colpevole ed accettare una condanna a morte. La madre di Nancy, Jeannette Pop, che si oppone fermamente alla pena di morte per motivi religiosi, gli rispose che voleva che egli vivesse.

 

Nella conferenza stampa tenuta subito dopo aver incontrato Marino al quale ha offerto il suo perdono, la signora Pop ha detto: “Salvare la sua vita è la cosa più importante per me in questo momento.” Ed ha aggiunto: “Non voglio disonorare mia figlia recidendo un’altra vita nel suo nome.”

Jeannette Pop ha invitato i cittadini del Texas a scrivere al Procuratore distrettuale Ronnie Earle per pregarlo di non chiedere la pena di morte per Achim Marino. Il Procuratore ha dichiarato che tra i vari elementi da valutare per decidere in merito ad una richiesta di condanna capitale vi è il volere della famiglia della vittima.

 

 

 

8) IL GOVERNO CENTRALE NIGERIANO OFFRE UN’INCERTA DIFESA A SAFIYA

 

 

 

Torniamo sul caso di Safiya Hussaini, destinato ad entrare nella storia della pena di morte di questi anni. In esso si intrecciano strettamente motivi etici e religiosi, culturali e sociali ma soprattutto politici.

 

Safiya Hussaini (vi sono altre trascrizioni del nome come: Safiyatu Huseini) ha 34 anni, abita con la famiglia paterna nel villaggio di Tungar Tudu poco lontano da Sokoto, capitale dell’omonimo stato del nord islamico della federazione nigeriana, è divorziata ed ha cinque figli. L’ultima nata, Adama, arrivata dopo il divorzio di Safiya, per la Corte islamica di Gwadabawa è la prova dell’adulterio della madre e la causa della sua condanna a morte. La condanna alla lapidazione di Safiya è giunta a metà ottobre del 2001 dopo una vertenza intentata dalla sua famiglia contro Yakubu Abubakar, l’uomo che avrebbe generato Adama.

 

Il padre cieco di Safiya aveva convocato Yakubu, già due volte divorziato, per chiedergli di regolarizzare la sua posizione con la figlia o quanto meno corrispondere un sostegno economico per la piccola Adama. Quest’ultimo si è rivolto alla polizia e ha portato Safiya davanti alla Corte islamica con l’accusa di adulterio. Accusato a sua volta di adulterio presso la stessa Corte ha negato perfino di aver mai incontrato Safiya. E’ stato prosciolto per insufficienza di prove nonostante egli avesse in precedenza dichiarato alla famiglia di Safiya, in presenza di due poliziotti, di aver avuto rapporti con lei.

 

Safiya sostiene che i rapporti con Yakubo non furono consensuali ed anzi di essere stata violentata tre volte da lui.

Contro la sentenza di morte, Safiya Husseini – che non è stata mia imprigionata - ha fatto ricorso alla Corte islamica d’Appello della Stato. Dopo un rinvio dell’esecuzione, il 3 dicembre la sentenza è stata sospesa a tempo indeterminato fino al giudizio definitivo della Corte Suprema del Sokoto, anch’essa una corte islamica.

 

L’avvocato che difende Safiya, Abdulkadar Imam Ibrahim, non dà molto affidamento. Si dice sicuro di ottenere il proscioglimento della sua assistita ma non si capisce da quali elementi tragga questa sicurezza. Non si è voluto recare nel villaggio di Safiya e non ha chiamato a testimoniare Yakubu Abubakar, osservando: “E’ stato prosciolto, perché procurargli altre sofferenze?”. Dice di essere stato invitato da persone influenti a lasciare la difesa della sua assistita perché prolungare il giudizio con un processo di appello non è ritenuto conforme alla legge islamica.

 

Tra i pochi avvocati del Sokoto ce n’è uno che è stato compagno di studi di Ibrahim, il Procuratore generale (alias: Ministro della Giustizia) Aliyu Abubakar Sanyinna (o Saina). Quest’ultimo ha dichiarato alla stampa: “E’ la legge di Allah. Giustiziando chi sia stato condannato secondo la legge islamica, si adempie la legge divina e in tal modo non c’è nulla da temere.” Poi ha descritto alcuni particolari del procedimento di lapidazione.

 

In favore di Safiya c’è stata una grande mobilitazione che ha fatto piovere sul Presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo una grande quantità di appelli da tutto il mondo. Hanno scritto semplici cittadini, autorità parlamentari e di governo ed esponenti della cultura. Manifestazioni si sono tenute a Lagos.

 

In realtà il Presidente Obasanjo è già dalla nostra parte. Egli infatti nel 2000 aveva annullato o commutato tutte le condanne capitali, liberando alcuni detenuti che languivano da venti anni nel braccio della morte. In favore di Safiya, oltre al Presidente del Senato federale, si è schierato il Ministro della Giustizia della Nigeria Bola Ige il quale ha qualificato come “spietata e crudele” la sentenza pronunciata contro di lei e ha dichiarato che un’esecuzione di tal genere non avverrà in Nigeria. Anche le Ambasciate nigeriane nel mondo rassicurano i sostenitori di Safiya.

 

Come abbiamo osservato nel numero precedente, la situazione di Safiya Husseini non è semplice, anzi si può affermare che intorno al suo caso si stiano catalizzando enormi pressioni. L’islamizzazione degli stati del Nord della Nigeria non è infatti un processo indolore: si stimano in circa 3000 le vittime della collisione tra gruppi islamici e cristiani negli ultimi due anni.

Il Governo centrale, impegnato in un difficilissimo lavoro di mediazione, ha dovuto sorvolare su delicate questioni costituzionali lasciando operare le corti islamiche nei riguardi dei cittadini di fede mussulmana. Le amputazioni e le fustigazioni sono cominciate dall’anno 2000 ed ora compaiono le prime condanne alla lapidazione. Tutto ciò è contrario alle leggi ufficiali e alla costituzione nigeriana e nessuna lapidazione è stata fino ad ora eseguita ma non è da escludere che per pusillanimità delle autorità centrali, per loro oggettiva debolezza o per ragion di stato le lapidazioni vengano ben presto portate a termine.

 

Safiya Husseini, nel caso in cui venga confermata la sua condanna a livello statale, potrebbe presentare ricorso alla Corte Suprema della Nigeria e, in ultima istanza, chiedere la grazia al Presidente Obasanjo. Le autorità islamiche del Sokoto hanno già dichiarato che non lo consentiranno.

 

Il 16 dicembre in occasione delle solenni preghiere della fine del Ramadan, il dott. Lateef Adegbite, Segretario generale del Consiglio per gli Affari islamici della Nigeria, ha drasticamente difeso l’applicazione del codice della Sharia qualificando gli oppositori come ignoranti. Ha affermato che la Sharia è la legge di Allah, della quale non si può dire che sia barbara e incivile, e i singoli individui e i gruppi che difendono i diritti umani non possono passare davanti ad Allah e alla Sua legge. Adegbite ha invitato la stampa e gli attivisti per i diritti umani a unirsi per combattere il crimine e ogni atto illecito in modo da rendere la società un luogo sicuro per viverci. “Il delitto di Safiya è contro la legge di Allah – ha detto Adegbite – e lei è stata processata coerentemente con essa. Perciò il giusto giudizio deve essere adempiuto.” Secondo lui Safiya Husseini potrebbe scampare alla morte soltanto se si dimostrasse che è stata violentata.

 

Un ultimo drammatico aggiornamento: il Ministro della Giustizia della Nigeria Bola Ige è stato assaltato in casa sua ed ucciso l’antivigilia di Natale. Egli era il più forte e deciso alleato di Safiya.

 

Riportiamo alla pagina seguente il recapito del Presidente della Nigeria per chi volesse inviare ulteriori appelli in favore di Safiya. Scrivete tenendo conto che il Presidente ha soprattutto bisogno di essere incoraggiato ad agire in conformità alle sue convinzioni e alla Costituzione della Nigeria.

 

 

Potete copiare la petizione suggerita. Potete inoltrare la petizione tramite l’Ambasciata della Nigeria
Via Orazio, 18 – 00193 Roma
embassy@nigerian.it

 

 

 

Testo italiano della petizione:

 


Signor Presidente, ci appelliamo a lei pregandola di intervenire per impedire che Safiya Husseini, madre di una neonata che sta tuttora allattando, sia messa a morte. La signora Husseini, accusata di adulterio, è stata condannata alla lapidazione dal Tribunale islamico della città di Gwadabawa nello stato del Sokoto. Le Autorità centrali del suo paese hanno il potere e il dovere di annullare una simile sentenza. Come estrema istanza, ricorrendo ai suoi poteri costituzionali, lei, Signor Presidente, potrebbe concedere la grazia.

Come dimostra la rapida crescita del numero dei paesi abolizionisti, la pena di morte risulta essere in netto contrasto con la maturità etica raggiunta dall'Umanità. Essa impedisce inoltre lo sviluppo dei Diritti umani, che solo può portare pace e giustizia tra gli uomini in un mondo tormentato. Pur essendo in ogni caso contrari alla pena di morte, le sottoponiamo con particolare preoccupazione il caso della Signora Safiya Husseini in cui il delitto contestato, il tipo di processo celebrato e il metodo di esecuzione scelto aggiungono terribili fattori aggravanti alla condanna capitale. Con viva speranza nel suo autorevole intervento, la salutiamo rispettosamente.

 

 

His Excellency
Chief Olusegun Obasanjo
President of the Federal Republic Of Nigeria
Shehu Shagari Way
ABUJA (Nigeria)

 

 

Dear President Olusegun Obasanjo

 

We appeal to you begging you to intervene to avoid that Safiya Hussaini, mother of a still suckling baby, is put to death.

Ms. Hussaini, convicted for adultery, has been condemned to be stoned to death by the Islamic Court of Gwadabawa, in the state of Sokoto. Your nation central authorities have the power and the duty of cancelling such a sentence. By the use of your own constitutional powers, also you could, dear President, through extreme instance, grant mercy.

As shown by the fast growth of the number of abolitionist countries, death penalty harshly contrasts with the ethic maturity reached by Mankind. Capital punishment bars the way to the development of Human rights, the only mean to reach peace and justice among human beings in a tormented world.

We oppose death penalty in all cases, but we submit to your attention Ms. Safiya Hussaini's case with particular concern, because the crime for which she has been condemned, the kind of trial she has undergone, and the method chosen to put her to death add terrible aggravating factors to the capital punishment itself.

In the confident hope of your authoritative intervention, we remain respectfully yours --------------------------------------------------------------------------------

 

 

 

9) VOGLIO CONDIVIDERE CON VOI LE EMOZIONI DEL IL MIO VIAGGIO IN TEXAS

 

 

 

Il miracolo dell’amicizia può migliorare il mondo. Ogni volta che accade, in un modo nuovo ed irripetibile, ci stupisce e riaccende la nostra speranza. Ringraziamo Francesca di averci comunicato i suoi sentimenti dopo aver affrontato da sola la difficile prova di un viaggio in Texas per incontrare il suo amico Anthony. (Ricordatevi di partecipare e far partecipare alla petizione in favore di Anthony Nealy all’indirizzo:www.petitiononline.com/cnealy )

 

 

Salve, sono Francesca, una ragazza di Roma di 21 anni. Scrivo perché voglio condividere con voi le emozioni che ho provato più di una settimana fa durante il mio primo viaggio in Texas.

Circa due anni fa avevo letto un articolo su "Famiglia Cristiana" nel quale il Comitato Paul Rougeau si offriva di mettere in contatto con un condannato a morte chi lo avesse desiderato, creando un rapporto epistolare. Da sempre contraria alla pena capitale, ho scritto e dopo pochi giorni ho ricevuto un fascicolo del Comitato con un foglio pieno di nomi, numeri e indirizzi di condannati a morte. Ne ho scelto uno, Anthony, e da allora non ho potuto più fare a meno di lui.

 

Ci siamo scritti con costanza e affetto e dopo 20 lettere piene di rispetto e comprensione reciproci, ho deciso che era giunto il momento di conoscerlo. Le difficoltà per organizzare un viaggio del genere sono state innumerevoli e quelle per trovare qualcuno che venisse con me ancora di più, tanto che alla fine sono partita da sola.

 

Grazie ai consigli di persone disponibili e generose ho potuto realizzare il mio grande incontro con Anthony.

La paura dell'aereo, dell'inglese, di guidare una macchina col cambio automatico, di viaggiare da sola, degli attentati terroristici... è bastato solo un incrocio di sguardi attraverso quel vetro e ho capito che ne era valsa la pena!

 

Ho conosciuto un uomo speciale che nonostante la sua condizione si è definito fortunato per avermi conosciuta e che mi ha trasmesso una forza incredibile per lottare attivamente contro una delle ingiustizie più grandi che affliggono l'uomo moderno: LA PENA DI MORTE.

E' lì dentro da tre anni; per 23 ore al giorno deve stare nella sua cella, senza poter vedere il cielo, senza poter parlare con qualcuno. E' stata un'esperienza incredibile! Ho provato emozioni davvero forti, e anche se non mi è stato possibile potergli stringere una mano o abbracciarlo, il legame che si è creato tra noi nel giro di pochi minuti è davvero solido. Abbiamo potuto farci un foto e guardandola non posso fare a meno di pensare che lo stato del Texas deciderà di uccidere il mio Anthony, un giorno o l'altro.

 

La sua carnagione è scura e...il razzismo non è affatto un problema superato; almeno da quelle parti. Rischia molto, rischia la sua vita, ma sta lavorando da solo al suo processo per poter provare la sua innocenza. Se volete potete aiutarlo a trovare un buon avvocato sottoscrivendo la sua petizione sul sito:www.petitiononline.com/cnealy ; ve ne sarei grata.

 

Vorrei poter pensare al futuro immaginando di incontrarlo senza il pensiero di un ago mortale puntato sul suo braccio; è difficile, ma l'amore può fare grandi cose.

Colpevole o innocente? Non mi interessa; i miei pensieri sono rivolti alla sua vita, alle sue speranze, alla sua dignità.

Tornerò da lui; tra meno di un anno. Vorrei portargli delle buone notizie, per godere ancora del suo splendido sorriso. Aiutatemi a farlo. NE VALE LA PENA! Grazie.

 

 

 

10) INSERIRE GLI ABOLIZIONISTI IN UN PUBBLICO REGISTRO

 

 

 

Warren E. Barry, senatore della Virginia, il 26 dicembre ha avanzato una proposta di legge che prevede l’inserimento degli abolizionisti in un pubblico registro. Nel caso di assassinio di un abolizionista registrato, all’omicida non verrebbe imposta la pena di morte mentre agli eredi dell’ammazzato verrebbe richiesto un contributo finanziario per mantenere l’omicida in carcere. Non si tratta di uno scherzo: il Sen. Barry – il quale, tra l’altro, dimostra di ignorare che una condanna capitale costa allo stato più del mantenimento in carcere dell’assassino - avanzerà la sua proposta durante la prossima sessione legislativa del 2002. Nella remota eventualità che venga approvata dal Parlamento diverrà operante dal 1 gennaio 2003.

 

“La mia proposta – ha dichiarato Barry - dà a chiunque sia sinceramente contrario alla pena di morte la facoltà di dire: ‘voglio mettere il mio denaro lì dov’è la mia bocca.”

 

Quale convinto sostenitore della pena di morte, il Sen. Barry, un ex marine, vuole contrastare con la sua proposta la campagna per la moratoria della pena capitale nel suo stato.

 

 

 

11) SPOSTAMENTO DEL PROCESSO ALLE GUARDIE DEL BRACCIO DELLA MORTE

 

 

 

Normalmente è la difesa a chiedere lo spostamento di un processo nel caso in cui ritenga che un ambiente ostile possa nuocere all’accusato. Il 17 dicembre il pubblico accusatore Gregg McMahon ha chiesto di spostare in altro luogo il processo contro quattro delle guardie che il 17 luglio 1999 pestarono a morte Frank Valdes detenuto nel braccio della morte della Florida.

La richiesta è motivata dal fatto che nella Contea di Badford - dove il 7 gennaio dovrebbe riprendere il lavoro di scelta di una giuria idonea – tutta la popolazione è in qualche modo legata alle attività del carcere. Come abbiamo scritto nel numero precedente, in due mesi di lavoro, dopo aver intervistato quasi duemila persone, non si è potuta mettere insieme una giuria composta da sei giurati (più sei giurati supplenti).

 

Alla richiesta dell’accusa si è opposta fermamente la difesa degli imputati che preferisce ovviamente ‘giocare in casa’

 

 

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Questo numero è stato chiuso il 31 dicembre 2001

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