FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 277  -  Novembre 2020 

Joe Biden parla a Pittsburgh il 2 novembre durante la campagna elettorale

SOMMARIO:

 

1) Biden per la riforma carceraria e l’abolizione della pena capitale

2) La figlia di Joe Biden è un’attivista contro la pena di morte

3) Nel carcere di Terre Haute ucciso Hall, come programmato

4) Il mondo abolizionista piange la morte di Bill Pelke

5) Bonnie: l’ultima donna giustiziata secondo la legge federale

6) Trump punta al record di 13 esecuzioni federali prima di andarsene

7) Donald Trump nomina una giudice reazionaria nella Corte Suprema

8) Giustiziati in Iraq 21 condannati per 'terrorismo'

9) 30 novembre: la Comunità di Sant’Egidio contro la pena di morte

10) ‘Sapevo che papà sarebbe stato ucciso’: ricordando Norimberga

11) Notiziario: Iran, Tennessee, USA

1) BIDEN PER LA RIFORMA CARCERARIA E L’ABOLIZIONE DELLA PENA CAPITALE

 

L’elezione di Joe Biden quale nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America è stata salutata con gioia dai difensori dei diritti umani e dagli oppositori della pena di morte.

 

Nonostante le battaglie legali scatenate dal presidente repubblicano Donald Trump è ormai certo che dalle elezioni presidenziali tenutesi negli Stati Uniti il 3 novembre u. s. è uscito vincitore il suo avversario democratico Joe Biden, e che pertanto quest’ultimo entrerà in carica il 20 gennaio quale 46° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Durante la sua campagna elettorale Joseph Robinette Biden Jr., noto come Joe Biden, ha promesso di porre fine alle prigioni private e alla pena di morte. Ha anche dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero ridurre la popolazione carceraria di oltre la metà.

Ma che cosa potrà fare effettivamente? E quando? Il governo federale si muove lentamente ed ha una grande quantità di problemi da affrontare, a cominciare da quelli posti dalla pandemia. Vediamo comunque quali sono le sue possibilità di intervento nei vari settori della giustizia.

 

Riforma della polizia

 

La polizia USA è principalmente locale e il suo miglioramento nella nazione è difficile da ottenere. Gli Stati Uniti hanno circa 18.000 tipi di forze dell'ordine, ciascuno con i suoi regolamenti. Quindi Joe Biden potrà solo offrire finanziamenti, o minacciare tagli ai finanziamenti in essere, ai vari dipartimenti a seconda che seguano o meno le linee guida del suo Dipartimento di Giustizia. Potrebbe inoltre sollecitare l’approvazione di una proposta di legge che era stata presentata un anno fa ma che era stata poi bloccata dal Senato. Questa proposta di legge, tra le altre cose, fisserebbe uno standard nazionale per l'uso della forza, renderebbe più facile accusare la polizia di crimini a livello federale e istituirebbe un registro nazionale delle cattive condotte messe in atto dalle forze dell'ordine.

 

Giustizia minorile

 

Il sistema di giustizia minorile riceve meno attenzione rispetto a questioni scottanti come l'immigrazione, la polizia e le carceri private. Trump aveva nominato un ex procuratore per dirigere l'agenzia federale che sovrintende alla giustizia giovanile a livello nazionale, il quale ha smantellato una serie di protezioni per i ragazzi di colore nel sistema giudiziario.

L'amministrazione Biden probabilmente cercherà di proibire che i minori vengano incarcerati in strutture per adulti e di porre fine alla pratica di incarcerarli per i cosiddetti "reati di status", ossia per comportamenti che non sono considerati crimini per gli adulti, come il consumo di alcolici.

Prima che Trump entrasse in carica, la divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia era stata attiva nel fare pressioni sui distretti scolastici perché smettessero di chiamare la polizia per comportamenti scorretti da parte di minori e smettessero di sospendere ed espellere studenti di colore, cosa che poteva aumentare il rischio che venissero arrestati. Adesso l’amministrazione Biden potrà riprendere questa iniziativa.

 

Pena di morte

 

Biden non può decidere da solo di abolire la pena di morte, ma può accelerarne la fine. Durante la campagna elettorale, ha detto che avrebbe lavorato per porre fine all'uso della pena di morte, pur sostenendo che alcuni reati gravi dovrebbero ancora portare a condanne all'ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola. Sebbene solo il Congresso possa abolire completamente la pena di morte federale, il presidente può fare molto per accelerare il suo declino.

Come ben sappiamo, il procuratore generale di Trump, William Barr, ha supervisionato la maggior parte delle esecuzioni federali. Il nuovo Accusatore Generale potrebbe fermarle immediatamente e

tornare alla pratica dell'era Obama di non ordinare esecuzioni. Biden potrebbe anche indurre gli Stati a rallentare le esecuzioni, trattenendo le sovvenzioni federali a meno che gli Stati non garantiscano che i prigionieri del braccio della morte abbiano pieno accesso ai test del DNA che possono aiutarli a dimostrare la loro innocenza. Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, ha detto che il presidente potrebbe avviare un progetto per aiutare a difendere i veterani militari che commettono crimini. "C'è un interesse federale nel proteggere le persone che hanno servito il Paese", ha spiegato, notando che molti veterani sviluppano la sindrome da stress post traumatico, o hanno subito traumi cranici durante il servizio militare.

Biden potrebbe persino seguire l'esempio del governatore della California Gavin Newsom - che ha ordinato lo smantellamento della camera di esecuzione lo scorso anno rifiutandosi di firmare gli ordini di esecuzione - e chiudere la camera di esecuzione federale nel carcere di Terre Haute nell'Indiana. Potrebbe anche portare avanti una campagna di clemenza di massa, commutando le condanne delle oltre 50 persone attualmente nel braccio della morte federale, affermando che il sistema della pena di morte è troppo guasto per essere riformato.

 

Pene minime obbligatorie

 

Biden ha detto che vuole eliminare le pene minime obbligatorie. A partire dal 1984, il Congresso ha approvato dozzine di leggi che richiedono pene detentive minime per un'ampia gamma di crimini, tra cui acquistare e vendere droga, detenere armi illegali o scaricare da Internet materiale pedopornografico. Nel corso degli anni le pene minime obbligatorie hanno portato moltissime persone a trascorrere decenni dietro le sbarre, o addirittura all'ergastolo, per il possesso o la vendita di piccole quantità di droga. La piattaforma di giustizia penale di Biden si impegna a eliminare i minimi obbligatori nella giurisdizione federale. Biden non ha specificato quali, ma i sostenitori dicono che probabilmente si concentrerà sui crimini di droga. Basti pensare che ci sono più di 60.000 persone che attualmente stanno scontando pene minime obbligatorie nella prigione federale. L'abrogazione dei minimi obbligatori - o l'approvazione di una legge sulla "valvola di sicurezza" che non li abroga ma dà ai giudici la discrezionalità di aggirarli - richiederebbe però un atto del Congresso.

 

Clemenza

 

Biden come presidente avrà il potere di rinnovare e potenziare il processo di clemenza. La clemenza, che include l'annullamento delle condanne penali (perdono) e l'accorciamento delle pene (commutazioni), è il mezzo più diretto del presidente per ridurre l'incarcerazione. Biden ha promesso di "usare ampiamente il suo potere di clemenza per alcuni crimini non violenti e legati alla droga", come fece Obama alla fine della sua amministrazione.

 

Prigioni private

 

Biden può spostare i 14.000 prigionieri federali detenuti in prigioni gestite da privati senza troppe difficoltà. È inoltre possibile che - basandosi sulle linee guida emesse sotto l'amministrazione Obama nel 2016 e revocate da Trump - incoraggi il direttore del Bureau of Prisons a smettere di rinnovare i contratti con le strutture private quando scadono, tendendo ad eliminarne definitivamente l’utilizzo.

 

Detenzione degli immigrati

 

All’interno del piano di 18 pagine per l'immigrazione, c'è un impegno di Biden a porre fine ai centri di detenzione privati. "Nessuna azienda dovrebbe trarre profitto dalle sofferenze di persone disperate in fuga dalla violenza", afferma, senza specificare come raggiungere questo ambizioso obiettivo. Trump ha rapidamente ampliato la detenzione degli immigrati, soprattutto per i richiedenti asilo. I funzionari hanno ordinato che la maggior parte di loro fosse confinata mentre i loro casi passavano attraverso i tribunali dell'immigrazione, eliminando il rilascio su cauzione. Il piano di Biden richiede di investire in alternative alla detenzione, come programmi di gestione dei casi per garantire che le persone si presentino alle udienze in tribunale, il che si è rivelato efficace nei progetti pilota sotto

l'amministrazione Obama. La vittoria di Biden dovrebbe porre fine alla detenzione dei bambini in gabbie a catena e in altre celle di detenzione della dogana e delle frontiere al confine. Biden ha detto che non permetterà la separazione dei bambini dalle famiglie di migranti.

 

Riduzione della popolazione carceraria

 

Biden non può implementare nuovi programmi o riscrivere leggi sulle condanne obsolete a livello statale. Ma può usare i fondi federali per inviare un messaggio. La prevenzione del crimine è una caratteristica centrale del suo piano di giustizia penale. Si è impegnato a mettere da parte 20 miliardi di dollari di finanziamenti federali agli stati che adottano programmi di prevenzione della criminalità e che optano per alternative all'incarcerazione. In questo progetto Biden potrebbe essere aiutato dal Congresso, perché ha alleati in entrambe le camere, che sostengono il valore dell’iniziativa.

 

Si tratta dunque di una serie di progetti che potrebbero avere impatti molto positivi in tutti i settori della giustizia penale. Ci auguriamo di cuore che Biden tenga fede alle promesse e che sia agevolato nelle riforme dal suo staff e dai politici più lungimiranti. Il tempo ci dirà in che misura potranno essere realizzati tutti questi nobili propositi. (Grazia)

2) LA FIGLIA DI JOE BIDEN È UN’ATTIVISTA CONTRO LA PENA DI MORTE

Ashley Biden, la figlia più piccola di Joe e della sua seconda moglie Jill, si prepara a fare il suo ingresso alla Casa Bianca come First Daughter al posto di Ivanka Trump. Come quest’ultima, è un’imprenditrice ma la sua carriera è orientata al sociale. Ha 39 anni e guida con successo il Delaware Justice Center. Dopo essere stata una studentessa modello, si è laureata in antropologia presso la Tulane University, ha lavorato come assistente sociale al Department of Children, Youth and Family Affairs dello Stato del Delaware. Qui si è occupata per oltre quindici anni di giustizia sociale e oggi è un’attivista e filantropa, proprio come la sua mamma. Tante le battaglie combattute da Ashley Biden (nella foto), prima fra tutte quella contro la pena di morte.

3) NEL CARCERE DI TERRE HAUTE UCCISO HALL, COME PROGRAMMATO

 

Il 19 novembre u. s. è stato messo a morte Orlando Hall, condannato nella giurisdizione federale degli Stati Uniti. Si è trattato dell’ottava esecuzione compiuta sotto l’amministrazione Trump.

 

Il Governo degli Stati Uniti il 19 novembre ha ucciso con un’iniezione letale lo stupratore e omicida Orlando Cordia Hall, come programmato (vedi n. 276). Si è trattato dell’ottava esecuzione sotto l'amministrazione Trump da quando la pena capitale è stata riattivata a livello federale nel mese di luglio.

Il 49-enne Hall è stato dichiarato morto alle 23:47’ dopo la somministrazione di una dose letale del farmaco pentobarbital nella camera di esecuzione del carcere di Terre Haute nell’Indiana.

Hall è stato il secondo afroamericano ad essere giustiziato nel braccio della morte federale negli ultimi mesi. Era stato condannato alla pena capitale, da una giuria composta solo da bianchi, per il suo ruolo nel rapimento, nello stupro, nella tortura prolungata e nell’omicidio di Lisa Rene la sorella sedicenne di due spacciatori texani che Hall sospettava l’avessero imbrogliato nel 1994 (vedi n. 276).

In una dichiarazione scritta resa nota dopo l'esecuzione, la sorella della vittima di Orlando Hall, Pearl Rene, esprime il sollievo della famiglia per aver raggiunto “la fine di un capitolo molto lungo e doloroso della nostra vita”.

“L'esecuzione di Orlando Hall non pone fine alle nostre sofferenze”, ha scritto. “Pregate per la nostra famiglia e per la sua”.

Hall è stato messo a morte con qualche ora di ritardo poco dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva negato una sospensione, respingendo l’ordinanza di una corte inferiore che obiettava che la somministrazione di pentobarbital senza prescrizione medica violava la legge.

Gli avvocati di Hall hanno anche cercato di far sospendere l'esecuzione con una seconda e una terza argomentazione, anch’esse respinte dalla Corte Suprema.

Nella seconda, hanno fatto presente di aver bisogno di più tempo per preparare un’adeguata richiesta di clemenza, essendo stati ostacolati dalla pandemia di Covid-19.

Nella terza, hanno affermato che la discriminazione razziale ha avuto un ruolo importante nella formazione di una giuria tutta bianca per decidere del destino di Hall.

Da una statistica citata dalla difesa risulta che tra il 1988 e il 2010 la pena di morte federale è stata “sproporzionatamente comminata in base alla razza”.

Il NAACP (Associazione Nazionale per l’Avanzamento della Popolazione di Colore) ha presentato una memoria legale a favore di Hall, nella quale ha sostenuto che nel suo caso vi erano prove che l’accusa aveva deliberatamente fatto escludere individui neri dalla giuria.

L'esecuzione di Hall è avvenuta mentre gli Stati Uniti continuano ad affrontare le proteste razziali scatenate dalla morte di George Floyd, un nero disarmato, preso in custodia e ammanettato, morto mentre giaceva ansimante per mancanza di respiro con il collo bloccato a terra sotto il ginocchio di un poliziotto bianco di Minneapolis.

Delle 56 persone rinchiuse nel braccio della morte federale 26, (cioè il 46%) sono neri, e 22 (ovvero il 39%) sono bianchi. I neri rappresentano solo il 13% della popolazione statunitense. (Pupa)

4) IL MONDO ABOLIZIONISTA PIANGE LA MORTE DI BILL PELKE

 

Bill Pelke è morto ad Ankorage in Alaska il 12 novembre scorso. Aveva perdonato e salvato dalla pena di morte la quindicenne nera Paula Cooper che il 14 maggio 1985 a Gary nello stato dell’Indiana uccise Ruth Pelke, sua nonna. Bill Pelke è poi diventato un infaticabile abolizionista impegnandosi in conferenze e dibattiti negli Stati Uniti e in vari paesi del mondo, compresa l’Italia.

Il 12 novembre scorso è morto di infarto, nella sua casa ad Ankorage in Alaska, il nostro amico e fratello nella lotta, Bill Pelke. Aveva 73 anni. Bill (nella foto) aveva fondato nel 1987 l’associazione Journey of Hope (Viaggio della Speranza), un'organizzazione guidata dai membri delle famiglie delle vittime di omicidio.

I membri di Journey of Hope tengono conferenze contro la pena di morte, con un'enfasi sulla compassione e sul perdono. Il loro motto è Don’t kill in our names (Non uccidete in nome nostro). Attraverso il viaggio della speranza, Pelke ha condiviso la sua storia migliaia di volte in oltre 40 stati americani e nel resto del mondo (venne anche in Italia e nel 2000 parlò ai soci del Comitato Paul Rougeau).

Fece anche parte del consiglio direttivo di numerosi gruppi contro la pena di morte, tra cui Death Penalty Action, National Coalition to Abolish the Death Penalty e Murder Victims' Families for Human Rights. Bill, veterano della guerra in Vietnam, aveva visto tanta sofferenza e forse proprio per questo si impegnò anche in altre forme importanti di volontariato, come portare aiuti umanitari ai bambini orfani in Uganda.

Ci uniamo al dolore dei cari e degli amici di Bill Pelke, per la perdita di una persona buona e di una figura emblematica del movimento abolizionista. Ci conforta però la certezza che il suo operato non è stato vano e che il suo retaggio continuerà a produrre frutti.

Bill era il nipote di Ruth Pelke, che fu pugnalata a morte dalla quindicenne nera Paula Cooper il 14 maggio 1985, dopo che aveva fatto entrare in casa la ragazzina e tre sue amiche per impartir loro una lezione di catechismo.

Paula Cooper, l’organizzatrice del turpe omicidio, fu condannata a morte nel 1986, all'età di 16 anni. Pelke raccontava di essere diventato furioso per l'assassinio della sua amata nonna, ma che un anno dopo, mentre pregava nella cabina della sua gru (era operaio per una ditta siderurgica) avvertì nel cuore le parole di perdono di sua nonna. "La vendetta non è mai la risposta", affermava riguardo alla pena capitale "Finché gli esseri umani decidono chi può vivere e morire, faremo degli errori". Da quel momento Bill impiegò ogni sforzo per ottenere che la condanna a morte di Paula Cooper venisse annullata. All’epoca Paula era la più giovane detenuta nel braccio della morte negli USA. La condanna alla pena capitale di una ragazzina così giovane suscitò critiche e richieste di clemenza in tutto il mondo, anche da parte di Papa San Giovanni Paolo II.

Nel 1989, la Corte Suprema dell'Indiana, in seguito alla massiccia mobilitazione mondiale promossa anche da Bill Pelke, stabilì che era incostituzionale condannare a morte una persona di età inferiore ai 16 anni e commutò la condanna di Paula Cooper in 60 anni di carcere. Un notevole passo avanti per quei tempi così oscuri, se si pensa che solo nel 2005 fu abolita la pena di morte per i minorenni negli USA. Paula non scontò tutta la pena e fu rilasciata sulla parola nel 2013, all’età di 43 anni. Pelke si batté anche per il diritto di visitare Paula in prigione e scambiò lettere con lei nel corso degli anni. Fu distrutto dal dolore quando Paula Cooper si suicidò nel 2015, due anni dopo la sua scarcerazione. "Non ci sarebbe il Journey of Hope senza Paula Cooper", disse Pelke all'epoca.

Nonostante le preoccupazioni di familiari e amici per i suoi viaggi durante la pandemia di coronavirus, Bill, che era diventato bisnonno lo scorso anno, ha presenziato per protestare a 7 delle 8 esecuzioni federali che sono state portate a termine nel carcere a Terre Haute da luglio. Si era prefisso di tornare giovedì 19 novembre per protestare contro l’esecuzione di Orlando Hall, e aveva già annunciato di voler essere presente anche alle due esecuzioni fissate in dicembre. La morte lo ha fermato, ma il Journey of Hope è inarrestabile e il suo messaggio risuonerà forte e chiaro finché la pena capitale non sarà definitivamente sconfitta. (Grazia)

5) BONNIE: L’ULTIMA DONNA GIUSTIZIATA SECONDO LA LEGGE FEDERALE

 

Bonnie Heady condannata a morte secondo la legge federale nel 1953 fu uccisa nella camera a gas nel Missouri il 18 dicembre del 1953, dopo meno di tre mesi dal crimine da lei compiuto. Nel caso di Lisa Montgomery, la donna del Missouri che dovrebbe ricevere l’iniezione letale il 12 gennaio p. v., sono passati 13 anni dal momento del crimine.

 

Il crimine per il quale fu giustiziata Bonnie Heady il 18 dicembre del 1953 scandalizzò l'America e fu definito da un giudice come “il più brutale mai visto”.

Sono entrambe donne le assassine del Missouri condannate a morte da giudici federali per i loro crimini.

Nel caso dell'assassina "razziatrice di uteri" Lisa Montgomery, ci sono voluti 13 anni perché la ruota della giustizia compisse il suo corso e le autorità federali sono ora in procinto di giustiziarla. La Montgomery è destinata a diventare la prima donna ad essere giustiziata a livello federale dopo il 1953.

Nel caso dell’ultima donna condannata a morte secondo la legge federale nel ‘53, i giudici non hanno perso tempo giustiziandola insieme al compagno dopo meno di tre mesi.

Bonnie Heady, prostituta, alcolizzata, tossicodipendente e legata a bande criminali, commise insieme al complice Carl Hall un crimine che scandalizzò la nazione 67 anni fa.

La coppia rapì e uccise Bobby Greenlease, un bambino di 6 anni, seppellendolo nel cortile. Riscossero poi un ingente riscatto promettendo ai genitori del bambino di restituirlo illeso.

L'omicidio di Bobby, un bambino fiducioso nato da anziani genitori benestanti e affezionati, fece sì che gli Americani reclamassero a gran voce il sangue di Bonnie.

A poco più di 11 settimane dall'assassinio di Bobby, Carl Hall e la quarantunenne Bonnie Heady furono fatti marciare insieme verso la camera a gas del Missouri con un bizzarro e agghiacciante rituale. (Pupa)

6) TRUMP PUNTA AL RECORD DI 13 ESECUZIONI FEDERALI PRIMA DI ANDARSENE

 

Donald Trump dimostra sempre più chiaramente la sua pervicace volontà di portare a termine il maggior numero possibile di esecuzioni capitali in ambito federale prima del 20 gennaio, giorno in cui sarà sostituito nella presidenza degli Stati Uniti d’America da Joe Biden.

 

Il caso di Lisa Montgomery - la cui esecuzione è stata programmata per l’8 dicembre e poi rinviata al 12 gennaio per consentire ai suoi avvocati affetti da Covid di ristabilirsi e di presentare una domanda di grazia - dimostra chiaramente la volontà del presidente Donald Trump di portare a termine il maggior numero possibile di esecuzioni in ambito federale prima della fine del suo mandato.

La 52-enne Lisa Montgomery, con evidenti segni di demenza, sarà la prima donna in quasi 70 anni a subire la pena di morte federale: l’ultima esecuzione federale di una donna è stata portata a termine nel 1953. L’esecuzione della sua condanna per aver ucciso una conoscente incinta di 8 mesi per prenderle il nascituro, era stata decisa in un tempo insolitamente veloce nel corso della pandemia. (Vedi n. 276).

Il caso di Lisa Montgomery è un sintomo dell'aggressiva volontà del presidente Trump di applicare la pena capitale, anche se il sostegno degli Americani alla pena di morte continua a diminuire. Secondo un sondaggio Gallup del 2019, il 60% degli americani considera l’ergastolo una punizione preferibile alla pena di morte.

Sotto la guida di Trump, il governo ha eseguito il più alto numero di esecuzioni federali in un solo anno”, ha notato Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center.

Dunham ha dichiarato: “Questa di Trump è stata un'amministrazione storicamente fuori fase. Non solo fuori fase rispetto alle opinioni dell'America del 2020, ma anche rispetto alle pratiche federali delle amministrazioni, democratiche o repubblicane, durante questo secolo".

Ufficialmente, il Dipartimento di Giustizia determina quando è prevista l’esecuzione dei prigionieri federali, ma in pratica, ha detto Dunham, la discrezionalità è elevata. "Se il Presidente in carica non vuole eseguire le condanne a morte, esse non verranno eseguite durante il suo mandato".

L'amministrazione Trump si è adoperata con successo per riprendere le esecuzioni federali dopo una pausa di 17 anni e finora ha giustiziato 8 prigionieri nel 2020; altri 5 prigionieri, tra cui la Montgomery, è previsto che siano messi a morte entro la fine del suo mandato.

La preferenza di Trump per le pene estreme è anteriore alla sua entrata in politica. Nel 1989, egli ha fatto pubblicare a sue spese annunci a tutta pagina per chiedere il ritorno della pena di morte dopo l'arresto di 5 minorenni di New York accusati ingiustamente di stupro e tentato omicidio; quando, decenni dopo, gli imputati sono stati scagionati si è rifiutato di scusarsi. Come Presidente, ha elogiato dittatori come il filippino Rodrigo Duterte per l'esecuzione degli spacciatori di droga e ha proposto la pena di morte per chi vende oppioidi.

Biden, nel frattempo, ha fatto dell'eliminazione della pena di morte una parte della sua piattaforma di giustizia penale, una mossa che rompe con il suo passato a sostegno della pena capitale e lo rende il primo candidato presidenziale democratico o Presidente eletto ad assumere una posizione decisamente anti-pena di morte dopo Michael Dukakis nel 1988.

Biden ha recentemente dichiarato di essere favorevole a porre fine alla pena di morte federale nel corso del suo mandato e a incentivare gli Stati che applicano ancora la pena di morte a fare lo stesso.

Biden e il Partito Democratico hanno cambiato la loro posizione rispetto al 2012, quando hanno condannato l'uso "arbitrario" della pena di morte ma senza respingerla in modo definitivo.

Il sostegno pubblico alla pena di morte è ora vicino al minimo in 48 anni, una tendenza che Hannah Cox, rappresentante nazionale del gruppo dei Conservatori Impegnati Contro la Pena di Morte, attribuisce a una maggiore disponibilità di informazioni sulle condanne ingiuste e altri problemi emersi riguardo al sistema della pena capitale.

"La pena di morte è così sbagliata, così fallimentare, presenta così tanti problemi, che c'è di che motivare tutti contro di essa", ha detto la Cox.

I conservatori che si allineano all'obiettivo di Biden di abolire la pena di morte tendono ad essere interessati a limitare il ruolo del governo, a proteggere la vita e a risparmiare il denaro dei contribuenti, ha detto Cox. "I soldi che spendiamo per la pena di morte sono soldi che non spendiamo per provvedimenti che prevengono realmente i crimini".

Sia Cox che Dunham riconoscono che c’è ancora un forte sostegno per la pena capitale, ma lo slancio degli Stati che aboliscono la pena di morte e il crescente consenso bipartisan contro di essa rendono possibile la realizzazione dell'obiettivo di Biden di porre fine alla pena capitale in ambito federale.

Questi sono i 5 condannati la cui esecuzione è prevista prima del 20 gennaio, giorno dell'insediamento di Biden. Se verranno uccisi tutti e 5 salirà a 13 il numero delle esecuzioni federali portate a termine durante la presidenza di Donald Trump:

* Brandon Bernard, un uomo di colore, aveva 18 anni quando con Christopher Vialva e altri fu condannato per l'omicidio di una coppia di ministri della gioventù in Texas nel 1999. Vialva, che aveva 19 anni al momento del delitto, è stato giustiziato a settembre dopo aver esaurito i suoi appelli. L'ultima richiesta di Bernard di sospensione dell'esecuzione alla Corte suprema è stata negata il 19 novembre u. s.. La sua morte è prevista per il 10 dicembre e sarà la persona più giovane che gli Stati Uniti giustizieranno per un crimine commesso da adolescente in quasi 70 anni.

* Alfred Bourgeois, un uomo di colore, è stato condannato a morte da una giuria del Texas per aver abusato, torturato e infine picchiato a morte sua figlia nel 2002. L'avvocato di Bourgeois, Victor Abreu, il 20 novembre ha reso noto che l'esecuzione del suo cliente è prevista per l'11 dicembre. Abreu sta cercando di fare in modo che il caso di Bourgeois venga riesaminato per produrre le prove della sua disabilità mentale.

* Lisa Montgomery è la prima e unica donna per la quale è prevista l'esecuzione federale in quasi 70 anni. Abbiamo scritto molto sul caso paradossale della Montgomery, condannata a morte nel 2004. Per Lisa Montgomery è stata disposta una sospensione dell'esecuzione fino al 31 dicembre a causa della diagnosi di coronavirus dei suoi avvocati. La sua esecuzione è ora fissata per il 12 gennaio. L'amministrazione Trump ha respinto la richiesta di una ulteriore dilazione.

* Corey Johnson, uomo di colore che uccise sette persone nel 1992 nell'ambito di un traffico di droga in Virginia, ha la data di esecuzione fissata per il 14 gennaio. Gli avvocati di Johnson, Ronald J. Tabak e Donald P. Salzman, sostengono che nessuna giuria ha ascoltato prove per decidere sulla sua disabilità intellettuale. Secondo gli avvocati di Johnson, egli ha un QI di soli 69 punti, la sua esecuzione dovrebbe essere considerata “crudele e inusuale” e quindi proibita dalla Costituzione degli Stati Uniti. Al coimputato di Johnson è stata risparmiata una condanna a vita a causa della sua disabilità intellettuale.

* Dustin Higgs ha la data di esecuzione fissata per il 15 gennaio. Si tratta di un uomo di colore condannato a morte "nonostante non abbia ucciso nessuno", ha ricordato il suo avvocato Shawn Nolan il 20 novembre dopo la comunicazione della data di esecuzione. Il coimputato di Higgs - esecutore materiale del delitto - è stato condannato l'ergastolo senza possibilità di liberazione per aver ucciso tre donne nel 1996 nel Maryland. Higgs è stato condannato a morte perché, anche se non aveva premuto il grilletto, aveva ordinato gli omicidi (un coimputato testimoniò che Higgs ordinò gli omicidi).

(Grazia e Pupa)

7) DONALD TRUMP NOMINA UNA GIUDICE REAZIONARIA NELLA CORTE SUPREMA

 

Donald Trump, presidente uscente degli Stati Uniti d’America, si è sbrigato a sostituire la giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Ruth Bader Ginsburg, morta di recente, con una giudice reazionaria destinata a influire negativamente sulle decisioni della massima corte statunitense per decenni.

Amy Coney Barrett presta giuramento alla Casa Bianca

La giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Ruth Bader Ginsburg è morta il 18 settembre scorso all’età di 87 anni augurandosi di non essere sostituita da un giudice nominato da Donald Trump: "La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca.” (v. n. 275).

Invece Trump si è sbrigato a sostituire la giudice progressista Bader Ginsbur con la reazionaria Amy Coney Barrett la quale, avendo solo 48 anni ed essendo nominata a vita, potrà condizionare la massima corte statunitense per vari decenni.

È il terzo giudice scelto dall’attuale presidente americano. La sua nomina sposta decisamente a destra l’orientamento politico della Corte: con la Barrett, oggi ci sono sei giudici che possono essere definiti conservatori e soltanto tre progressisti. Uno spostamento così forte a favore dei Repubblicani non avveniva dagli anni Trenta.

8) GIUSTIZIATI IN IRAQ 21 CONDANNATI PER 'TERRORISMO'

 

L’Iraq è uno dei paesi in cui si eseguono più condanne a morte. Il 16 novembre scorso, nella famigerata prigione di Nasiriyah nel sud dell’Iraq, sono stati impiccati 21 uomini accusati di ‘terrorismo’. Non sono state fornite informazioni sull’identità degli uomini uccisi e sui crimini di cui sono stati accusati.

 

Il 16 novembre l'Iraq ha impiccato 21 uomini condannati a morte in base alla Legge Antiterrorismo del 2005. Non sono stati forniti dettagli sui crimini di cui erano accusati.

I condannati sono stati impiccati nella famigerata prigione di Nasiriyah, nel sud del Paese. L’unica prigione in Iraq in cui si esegue la pena capitale.

Tale prigione è nota per aver ospitato ex funzionari del regime di Saddam Hussein, rovesciato dall'invasione del 2003 guidata dagli Stati Uniti. Saddam stesso vi è stato impiccato nel Dicembre del 2006.

Gli iracheni si riferiscono con terrore alla prigione di Nasiriyah come alla ‘balena’, un vasto complesso carcerario che “inghiottisce le persone”.

Da quando fu sconfitto il Daesh alla fine del 2017, l'Iraq ha condannato a morte centinaia di cittadini per l'appartenenza a tale gruppo estremista. Ma solo una piccola parte delle sentenze capitali sono state eseguite, in quanto le esecuzioni devono essere approvate dal Presidente del Paese, attualmente Barham Saleh.

Fonti della polizia hanno confermato all'AFP che Saleh aveva firmato i 21 ordini di esecuzione.

I tribunali iracheni hanno anche processato decine di cittadini stranieri per presunta adesione al Daesh, condannando a morte 11 cittadini francesi e un cittadino belga. Tali sentenze non sono state eseguite.

L'Iraq si colloca al 5° posto tra i Paesi che eseguono condanne a morte, secondo Amnesty International, che ha documentato 100 esecuzioni in Iraq nel 2019. Il che equivale a 1 esecuzione su 7 portate a termine in tutto il mondo l'anno scorso.

Amnesty e altri gruppi accusano il sistema giudiziario iracheno di corruzione, di svolgere processi affrettati utilizzando prove indiziarie e di non consentire agli imputati una difesa adeguata o l'accesso agli avvocati.

Denunciano anche condizioni di spazio limitate nei centri di detenzione, dove le celle costruite per ospitare 20 detenuti spesso ne contengono 50.

Gli arrestati per piccoli crimini sono spesso detenuti insieme ad estremisti incalliti, il che, in passato, ha facilitato la radicalizzazione.

Il governo iracheno ha rifiutato di fornire cifre sui centri di detenzione e sui prigionieri, compreso il numero di quanti stanno affrontando accuse legate al terrorismo, anche se alcuni studi stimano che vi siano 20.000 detenuti accusati di legami con il Daesh.

Negli ultimi anni sono state chiuse alcune strutture, incluso il Complesso Abu Ghraib di Baghdad, famigerato per gli abusi sui prigionieri durante l'occupazione guidata dagli Stati Uniti.

Altre sono state devastate da disordini ed evasioni che hanno permesso ai detenuti accusati di “terrorismo” di fuggire.

Molte donne i cui mariti, fratelli o figli erano sospettati essere combattenti estremisti, vivono ancora in insediamenti provvisori. Hanno pochissima libertà di movimento, anche per accedere all'assistenza sanitaria o alla scolarizzazione dei loro figli, con le ONG che qualificano gli insediamenti come “campi di prigionia”. (Anna Maria)

9) 30 NOVEMBRE: LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Tutti gli anni la Comunità di Sant’Egidio si è mobilitata contro la pena di morte il 30 novembre. Quest’anno, data l’epidemia di coronavirus, la manifestazione si è svolta in internet senza concentrazioni di folle. Come sempre la manifestazione "Città per la vita, città contro la pena di morte" si è conclusa con l’illuminazione del Colosseo.

 

La prima abolizione della pena di morte avvenne il 30 novembre del 1786 nel Granducato di Toscana. Il 30 novembre di ogni anno la Comunità di Sant’Egidio organizza la manifestazione abolizionista "Città per la vita, città contro la pena di morte".

Quest’anno, a causa dell’epidemia di coronavirus, la manifestazione si è svolta in internet, senza concentrazione di folle, tramite un ‘webinar’ dal titolo #stand4humanity #no death penalty con esperti, attivisti, testimoni ed esponenti della società civile in Africa, Asia, Europa e Nord America.

L'evento si è concluso come ogni anno con l'illuminazione straordinaria del Colosseo, simbolo della campagna globale contro la pena di morte.

Hanno parlato Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio, David Sassoli, Presidente del Parlamento europeo, Navi Pillay, Presidente della International Commission against Death Penalty, Suzana Norlihan Ujen, avvocato e attivista, Krisanne Vaillacourt Murphy, direttrice esecutiva del Catholic Mobilizing Network, Sandra Babcock, fondatrice e direttrice del Cornell Centre on the Death Penalty Worldwide, Joaquin Martinez, ex condannato a morte. I vari interventi si possono vedere nel filmato https://youtu.be/gKdSkRewGeY in cui è contenuto anche un appassionato discorso contro la pena di morte fatto di recente dal compianto Gigi Proietti.

10) 'SAPEVO CHE PAPÀ SAREBBE STATO UCCISO’: RICORDANDO NORIMBERGA

 

La pena di morte fu inflessibilmente usata nel dopoguerra contro i criminali nazisti rei dello sterminio di milioni di ebrei e di polacchi. Riportiamo, in una nostra traduzione e in un nostro adattamento, un articolo in merito scritto dal figlio di un condannato a morte e pubblicato nel web da aljazeera.com

Il 20 novembre 1945, alcuni mesi dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, nella città tedesca di Norimberga, cominciò una serie di processi militari.

Nel primo dei processi furono giudicati 22 nazisti di alto rango, 12 dei quali furono condannati a morte.

Altri dodici processi si tennero a Norimberga tra il 1946 e il 1949.

75 anni dopo l'inizio dei processi di Norimberga, sentiamo il racconto del figlio di un gerarca nazista che fu processato in quella città.

Niklas Frank è figlio di Hans Frank, governatore della Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Conosciuto come il "Macellaio della Polonia", Hans Frank fu condannato a morte per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, per la sua responsabilità nella morte di milioni di ebrei e polacchi, e fu giustiziato.

Hans Frank e altri imputati nell'aula del tribunale di Norimberga

Così Niklas, nato nel 1939, descrive che cosa significava crescere con un padre che era un nazista di alto rango:

Ricordo di aver visitato mio padre nella prigione di Norimberga quando avevo 7 anni. C'era Hermann Goring, un membro del partito nazista anch’egli sotto processo a Norimberga (fu condannato a morte ma si suicidò qualche ora prima di essere giustiziato), che parlava con sua moglie Emmy e la loro bambina Edda.

Io sedevo sulle ginocchia di mia madre, e mio padre era dall'altra parte di un grande vetro con piccoli buchi in fondo, attraverso i quali riuscivamo a sentirci.

“Presto festeggeremo felicemente il Natale nella nostra casa di Schliersee [in Alta Baviera]", mi diceva. Sapevo che stava mentendo. È stata l’ultima visita che ho fatto a mio padre.

Non c'era ancora stata la sentenza, ma il suo avvocato aveva fatto visita a mia madre molte volte durante l'estate del 1946, e l'aveva preparata per ciò che sarebbe successo. Quella fu un'estate piena di avventure per me. I soldati americani erano amichevoli ed io li rincorrevo raccogliendo i resti delle loro sigarette da portare a mia madre.

In precedenza, nell'autunno del 1945, avevo visto per la prima volta sui giornali le foto di cadaveri impilati. Tra loro c'erano bambini della mia età

Sapevo che mio padre era una persona importante; abitavamo in castelli, avevamo della servitù e pensavo alla Polonia come alla nostra proprietà privata. Poi improvvisamente appresi che mio padre era in qualche modo collegato a quelle fotografie.

Ricordo quando mio fratello maggiore Norman, nato nel 1928, andò da nostra madre e disse: "Se queste foto sono vere, nostro padre non avrà alcuna possibilità di sopravvivere."

Non capivo cosa stesse succedendo, ma il fatto che mio padre fosse collegato a quelle fotografie mi turbò profondamente.

Sapevo che noi eravamo privilegiati, che non eravamo persone "normali", ma la guerra non era una cosa reale per me. Ricordo una volta quando, all’età di 4 o 5 anni, mentre ero seduto nella Mercedes nera di mio padre, vidi un carro armato tedesco che era stato bruciato. Il nostro autista disse: "Oh, quello è un Tiger Tank" e rabbrividii. Ma non ho mai provato direttamente cose brutte, cose di guerra. Capitò solo una volta, verso la fine della guerra, quando eravamo presso il lago Schliersee e vedemmo uno stormo di aerei che bombardavano Monaco.

 

Lo “Sconosciuto”

 

Uno dei miei ricordi più significativi di mio padre è di quando avevo circa 3 anni e stavamo nel Palazzo Belvedere.

Correvo intorno a una grande tavola rotonda, cercando di buttarmi tra le braccia di mio padre, ma lui era sempre irraggiungibile. Mio padre mi derideva: "Cosa vuoi Niki [così mi chiamavano i miei familiari]? Tu non appartieni alla nostra famiglia. Tu sei uno sconosciuto”. Insinuava che ero un figlio illegittimo, che non ero suo figlio…

Quando sei rifiutato in questo modo da tuo padre, hai solo 2 opzioni: puoi subire un disastro psichico o puoi mantenere una certa distanza da tuo padre, il che, inconsciamente o per caso, è ciò che ho fatto.

Hans Frank con Adolf Hitler

Secondo voci di famiglia, il mio padre biologico era Karl Lasch, governatore della Galizia, uno dei più intimi amici di mio padre.

Mio padre non piaceva a Heinrich Himmler, il capo delle SS, che voleva sostituirlo. Ma poiché Himmler non riusciva a ottenere il permesso di Adolf Hitler per far questo, cercò di colpire le persone vicine a mio padre.

Il padre di Karl Lasch si accingeva a portare un camion pieno di merce rubata dalla Polonia alla Germania e quando Himmler lo scoprì, arrestò Lasch, sapendo che era amico di mio padre. Himmler fece uccidere Lasch nella prigione di Breslavia.

Quando mio padre seppe di questo, disse a mia madre: "Ora il padre di Niki è morto."

Mia madre fu profondamente turbata e disse a mio padre che non era vero.

"Mia madre ebbe molte relazioni, ma abortiva sempre i bambini che non erano di Frank. Più tardi seppi che aveva abortito due o tre volte. Lei non avrebbe permesso che alcunché le impedisse di diventare la "regina di Polonia”.

Shopping nel ghetto di Cracovia

 

Mia madre soleva andare nel ghetto di Cracovia per comprare pellicce e tessuti costosi che il suo sarto personale avrebbe trasformato in vestiti.

Ricordo di una volta quando avevo circa 4 anni ed ero seduto sul retro della macchina con la mia tata, Hilde, durante una delle uscite per shopping di mia madre nel ghetto. Vicino all'auto c'era un ragazzo tra gli 8 e i 10 anni, che mi guardava in modo molto triste. Gli feci la linguaccia. Non rispose, se ne andò semplicemente. Mi sentivo trionfante nei suoi riguardi, ma Hilde mi tirò indietro. Non capivo dove fossimo.

Mia madre (nella foto) era molto fredda. Come mio padre, non le importava della morte e della miseria degli altri. Godeva solo della sua vita, delle cene con gli ospiti, dello shopping.

Aveva una forte personalità. Tutti noi la temevamo. Mio padre era un debole in confronto a lei. Quando in seguito intervistai padre O’Connor, il prete americano che battezzò mio padre nella Chiesa cattolica durante la sua prigionia a Norimberga, lui mi disse: "Niklas, devo dirti una cosa: persino in prigione tuo padre temeva tua madre. "

Ad un certo punto, durante la guerra, mio padre, che aveva ripreso contatti col grande amore della sua vita fin dalla giovinezza, voleva divorziare da mia madre. Chiese a Hitler il permesso, come, penso, era richiesto ai membri più anziani del partito, ma Hitler glielo proibì fino alla fine della guerra. Mia madre, venuta a conoscenza del desiderio di mio padre, scrisse a Hitler, inviandogli una foto di lei e dei suoi 5 figli, chiedendo perché un marito avrebbe dovuto lasciato una famiglia così bella.

 

‘Povero ragazzo!’

Dopo che mio padre fu arrestato nel maggio 1945, la nostra situazione cambiò radicalmente. Gli Americani ci trasferirono in un appartamento di 2 stanze. Non avevamo servitori né soldi. Fu una lunga caduta in disgrazia. Ma per me fu una grande avventura. Ero libero, potevo pescare e c'erano armi letali con cui giocare, lasciate dai soldati delle SS in fuga.

Mia madre cercava con fatica di procacciarci il cibo. Era sempre in affari, scambiando di tutto - in particolare gioielli rubati - con il pane. Fu il momento più difficile della sua vita, ma non si è mai arresa, lamentandosi solo nelle lettere che scriveva a mio padre in prigione.

L’essere figlio di un assassino di massa mi portò molti vantaggi. "Oh, povero ragazzo!", diceva la gente. "Che fine ha fatto il tuo povero padre innocente? Cosa vuoi mangiare, hai abbastanza soldi?” A quel tempo c'erano solo vantaggi in Germania se tuo padre veniva impiccato come nazista di alto rango.

Sono contrario alla Pena Capitale, ma sono contento che mio padre abbia avuto modo di sperimentare la paura della morte che egli aveva inflitto a tante persone innocenti. (Anna Maria)

11) Notiziario

 

 

Iran. Ignota la sorte di Vahid e Habib Afkari, fratelli di Navid messo a morte il 12 settembre. Sono passati quasi tre mesi dall’esecuzione del campione iraniano di wrestling Navid Afkari (vedi nn. 275 e 276) e non si sa ancora quale sia la sorte riservata ai suoi fratelli Vahid Afkari e Habib Afkari. Il 10 novembre una fonte attendibile ha fatto sapere che ai due, detenuti e torturati nel notorio braccio Ebrat della prigione Adelabad di Shiraz, sono state negate le visite dei familiari e che è stato loro impedito di recarsi sulla tomba di Navid. La famiglia Afkari ha chiesto la liberazione dei due fratelli senza ottenere alcuna risposta. In una lettera spedita dal carcere, Vahid Afkari ha detto di essere innocente ma che il giudice Mehrdad Tahamtan e i torturatori hanno messo in ridicolo le sue proteste di innocenza. Nel braccio Ebrat i carcerati sono tenuti in incommunicado, senza la possibilità di andare all’aria aperta, senza poter telefonare, fruire di TV, libri e giornali. La maggior parte dei detenuti in tale braccio furono arrestati durante le proteste scoppiate a novembre del 2019 a Shiraz.

 

Tennessee, sospesa l’esecuzione di Pervis Payne. Il Governatore del Tennessee Bill Lee ha sospeso l’esecuzione del nero Pervis Payne che era stata fissata per il 3 dicembre (v. n. 276). La sospensione rimarrà in essere fino al 9 aprile 2021. Il Governatore ha rilasciato una dichiarazione scritta in cui si dice che la sospensione è stata disposta “a causa delle sfide e dello sconvolgimento prodotti dalla pandemia di COVID-19”, senza aggiungere altro. Ricordiamo che Pervis Payne si dichiara innocente dell’omicidio della 28-enne Charisse Christopher e della sua figlioletta di 2 anni Lacie Jo, nonché del ferimento di Nicholas, il figlio di 3 anni della donna uccisa, avvenuti nel 1987, e che in Tennessee è in atto una forte mobilitazione in suo favore.

 

Usa. Verrà utilizzata una varietà di metodi per uccidere nella giurisdizione federale? Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti il 27 novembre ha aperto al governo la possibilità di utilizzare un’ampia varietà di metodi per uccidere i condannati a morte nella giurisdizione federale. Oltre all’iniezione letale potrà essere utilizzato “ogni altro metodo prescritto dalla legge nello stato in cui la sentenza capitale fu imposta.” Un certo numero di stati consente l’uso di altri metodi di esecuzione quali la sedia elettrica, la camera a gas, o la fucilazione. La nuova disposizione entrerà in vigore il 24 dicembre e potrà influire sulle ultime esecuzioni portate a termine sotto la presidenza di Donald Trump. Poi, con l’entrata in carica del nuovo presidente Joe Biden il 20 gennaio, ci si augura che le esecuzioni in ambito federale subiscano uno stop e che quindi non ci sia più la necessità di scegliere tra i diversi metodi per uccidere.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 novembre 2020