FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 174  -  Novembre 2009

Saai maso

SOMMARIO:

   

 

1) Per Da’mon una partita ormai disperata, giocata e persa

2) Così ci ha scritto Da’mon, poco prima di essere ucciso         

3) “Quel giorno sono riuscita a parlare con lui a lungo” di Stefania Silva       

4) La corte federale sbarra la porta a Larry Swearingen         

5) Manda una cartolina a  Larry nel  braccio della morte del Texas   

6) Perry lascia uccidere Thompson ignorando la proposta di grazia   

7) Ucciso a furor di popolo il folle cecchino Muhammad                      

8) Strage in una base militare USA, si parla subito di pena di morte  

9) Rassicurazioni di Obama: Khalid Sheikh Mohammed non la scamperà    

10) In stallo la revisione del caso Willingham                  

11) L’Ohio modifica sostanzialmente il metodo dell’iniezione letale      

12) Razzismo e xenofobia in russia: arresti per l’omicidio Markelov   

13) Processo Abu Omar: inflitte condanne platoniche agli americani  

14) Si è svolta il 30 novembre l’ottava edizione di “Città per la vita”   

15) “Saai maso” vuol dire “fratello cervo”, lo sapevate?                       

16) Notiziario: Cina, Federazione Russa, Texas, Virginia                     

 

 

1) PER DA’MON UNA PARTITA ORMAI DISPERATA, GIOCATA E PERSA

 

Il nostro amico Da’mon Simpson ha deciso di riprendere gli appelli legali per scampare l’esecuzione capitale solo una decina di giorni prima del 18 novembre. Giorno in cui è stato comunque ucciso dallo stato del Texas nonostante il frenetico impegno di due nuovi avvocati. La nostra storia con Da’mon, incompiuta e piena di amarezze, ci lascia grandi interrogativi su chi fu in realtà questo sventurato giovane di colore, intelligente e sensibile, non certo un ritardato mentale, ma un handicappato sociale sì

 

Danielle Simpson, detto Da’mon, ‘giustiziato’ in Texas il 18 novembre, è stato seguito negli scorsi anni dal gruppo delle ‘siste’ (sorelle).

Per chi non lo sapesse, tale gruppo, costituito da una decina di ragazze, è cresciuto in modo informale accanto al Comitato. Le ‘siste’, consigliandosi ed aiutandosi reciprocamente, hanno cercato per un certo periodo di sostenere in modo intelligente e sistematico, non soltanto affettivo, una dozzina di condannati a morte statunitensi.

Stefania, che nel gruppo delle ‘siste’ ha avuto un ruolo forte e costante, ha corrisposto di quando in quando con Da’mon ed è anche andata a visitarlo nel braccio della morte del Texas nel 2007.

Da’mon si è attaccato particolarmente a Stefania. Ha preteso molto da lei, troppo. Come del resto ha fatto con gli altri suoi sostenitori, per la verità poco numerosi.

Per manifestare la propria disperazione e per sollecitare un aiuto dall’esterno del braccio della morte – un aiuto grande, immenso, impossibile da ottenere da esseri umani – Da’mon ha giocato una partita pericolosissima e paradossale: ha minacciato di interrompere gli appelli legali per avere al più presto una data di esecuzione. Infine l’estate scorsa ha messo in atto la sua minaccia. Forse non sarebbe riuscito nel suo intento se non fosse stato aiutato dall’avvocato d’ufficio che – apparentemente tranquillo e rassegnato a perdere il suo cliente -  è stato fin troppo zelante adoperandosi per bloccare un ricorso già inoltrato presso la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito.

Nell’assurda partita di Da’mon, sono stati man mano risucchiati altri membri del Comitato, a cominciare da Andy De Paoli. Un nostro più ampio coinvolgimento data dal 12 agosto quando un breve comunicato dell’Associated Press ha reso noto che la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito aveva consentito a Da’mon di candidarsi per l’esecuzione.

Abbiamo cercato di indurre Da’mon a riflettere e a riprendere gli appelli (v. nn. 172, 173), ma lui è apparso rinsavire soltanto in extremis: a novembre inoltrato. Una decina di giorni prima dell’esecuzione, fissata per il 18 novembre, egli ha incaricato due nuovi valorosi avvocati di aiutarlo a riprendere gli appelli (v. articolo seguente).

Anche se era evidentemente tardi, troppo tardi, gli avvocati David Dow e Katherine Black, del Texas Defender Service, ce l’hanno messa tutta. Hanno ottenuto le carte legali di Simpson conservate alla rinfusa dal precedente avvocato, hanno studiato il suo caso nel giro di tre o quattro giorni ed hanno preparato una mezza dozzina di ricorsi da inoltrare alle corti statali e federali prima del 18 novembre.

I ricorsi sono stati tutti respinti per lo più senza un commento da parte delle corti.

A livello statale gli avvocati hanno inoltrato un appello basato sul fatto che due potenziali giurati di colore (Da’mon era un Nero) erano stati esclusi dalla giuria nei preliminari del processo per una richiesta perentoria dell’accusa. La Corte Criminale d’Appello del Texas (TCCA) ha rigettato tale ricorso – tutt’altro che peregrino, basato sulla famosa sentenza Batson v. Kentucky (*) - senza fornire motivazioni.

Alla Corte federale d’Appello del Quinto Circuito è stato chiesto di ritirare un suo precedente ordine in modo che Simpson potesse riprendere l’appello basato sul ritardo mentale. Questa corte ha rifiutato di farlo e ha motivato in modo lapalissiano il suo rifiuto: il condannato aveva volontariamente rinunciato al suo ricorso!

Alla Corte Suprema degli Stati Uniti gli avvocati hanno avanzato una domanda di writ of certiorari, cioè una richiesta di verificare questioni di rilevanza costituzionale, e precisamente: 1) se una persona con ritardo mentale può rinunciare validamente ad un appello che può salvarla dall’esecuzione e 2) se sussiste il diritto ad avere avvocati difensori liberi da conflitti di interesse (evidentemente avevano ravvisato qualche conflitto di interesse in uno più avvocati precedenti di Da’mon). La Corte Suprema ha rifiutato di esaminare tale ricorso e ha negato una sospensione dell’esecuzione.

Date per scontate le riposte negative delle corti ‘forcaiole’ del Texas, e in particolare della famigerata TCCA, il rifiuto più grave ci sembra essere stato quello sussiegoso della Corte del Quinto Circuito che, a nostro parere, aveva non tanto l’obbligo legale quanto la responsabilità morale di consentire al condannato di cambiare parere riguardo agli appelli.

I motivi che gli avvocati hanno proposto alla Corte Suprema federale appaiono puramente accademici ed inoltre si sa che la Corte Suprema non accetta quasi mai di discutere gli appelli in extremis dei condannati a morte. E’ notevole però il fatto che nella massima corte – come riferisce Katherine Black - ci siano stati ben 3 giudici dissenzienti su 9. Se fossero stati in quattro a chiedere l’esame del ricorso, ci sarebbe stata una sospensione dell’esecuzione!

Da’mon è stato ‘regolarmente’ ucciso la sera del 18 novembre.

Poco prima Stefania era riuscita a parlargli per telefono, i due si erano scambiati pensieri affettuosi ed amari.

Continueremo a domandarci chi era il nostro amico Da’mon.

Sì ‘nostro amico’ anche se fu autore di un delitto spietato e assurdo: giovanissimo, in complicità con giovanissimi familiari, affogò in un fiume un’anziana donna dopo averla rapinata in casa.

Non era un ritardato mentale Da’mon, come sostenne per scampare alla morte, ma un handicappato sociale. Un nero, povero, che aveva molto sofferto nella sua infanzia ed adolescenza, sempre in credito di grandi dosi di affetto da parte della sua famiglia disastrata. A sua volta aveva fatto soffrire molto sua madre, che fino all’ultimo si è rifiutata, ostinatamente, di andarlo a  trovare nel braccio della morte. Brenda Simpson si è decisa a muoversi solo l’ultimo giorno, il 18 novembre, ma ha dovuto rimanere fuori dalla Walls Unit, mentre uccidevano suo figlio.

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(*) Vedi n. 158, “Ci fu discriminazione…”

 

 

2) COSÌ CI HA SCRITTO DA’MON, POCO PRIMA DI ESSERE UCCISO

 

Danielle “Da’mon” Simpson ha spedito ad uno di noi, per tutti, una lunga lettera il 10 novembre, otto giorni prima di essere messo a morte dallo stato del Texas, rispondendo a quanto gli avevamo scritto il 30 ottobre (v. n. 173). L’aspra e drammatica lettera di Da’mon -  vergata con molto impegno, con grande ordine e precisione (neanche una cancellatura) -ci è arrivata il giorno 14, troppo tardi per lasciarci il tempo di rispondergli. Ne rileggiamo alcuni passi salienti, non solo quale amorevole omaggio alla memoria dell’amico ucciso, ma anche perché ci possono insegnare alcune cose da tener presenti nelle nostre complicate relazioni con i disperati del braccio della morte.

 

Domenica, 8 novembre 2009

(N. B. il timbro postale di partenza è quello del giorno 10)

 

[…] Spero sinceramente che questa lettera ti trovi nel massimo benessere anche se so che adesso sia tu, sia gli altri miei amici e sostenitori, siete molto spaventati, preoccupati, e soprattutto in ansia e in preghiera riguardo a ciò che si profila all’avvicinarsi del 18 novembre, giorno in cui è tuttora fissata la mia esecuzione. Ebbene sì, devo essere sincero, ho riconsiderato le mie opinioni precedenti e ho deciso di conseguenza: ho dei nuovi avvocati, che mi rappresentano e che soprattutto stanno cercando di aiutarmi a riprendere gli appelli. […]

[Da’mon dice che non sa se le sue lettere vengano fatte partire dal carcere, ci avvisa che ha ricevuto i nostri messaggi inviati tramite il corriere elettronico J-Pay e ci invita a continuare ad usare tale mezzo per comunicare con lui…]

Per essere sincero e onesto fino in fondo, devo dirti che la mia mente è ora sottoposta ad un enorme stress e a una grande pressione… sicché mi sento del tutto sfinito, depresso, a terra. Devo subire questa incivile e ignorante amministrazione carceraria e, nello stesso tempo, devo affrontare la mia incombente data di esecuzione; entrambe queste cose fanno annegare la mia mente […]

A proposito dei tanti che in Italia mi conoscono o hanno sentito parlare di me, eccetera – per cui non sono solo in quanto c’è un sacco di gente che si preoccupa per me - ebbene sì, tutto quello che posso dire è che ciò accade soltanto adesso dopo tutto il tempo che ho passato nel braccio della morte stendendo la mano per trovare qualche amico di penna, qualche sostenitore, qualche aiuto… mi risulta che io sia stato sempre “ignorato”; ma ora che ho una data di esecuzione... ho incontrato tutti costoro che individualmente e in gruppo si preoccupano per me!

Bene, non ho bisogno della “compassione” di nessuno. Ho bisogno di “AIUTO” (!), non ho bisogno di pensieri, preghiere, non di parole gentili, ho bisogno di “AIUTO”, lealtà, affidabilità, sincera ed onesta amicizia, di qualcuno che voglia realmente venire qui per me, ho bisogno di qualcuno che stia qui con me, che mi “AIUTI” ad attraversare questi difficili momenti. Non mi servono parole su carta, ho bisogno di persone che siano fisicamente qui per me… tutti quelli che dicono di essere miei amici sinceri lo tengano ben presente, prendano in considerazione la mia reale situazione e mi AIUTINO di conseguenza. Solo allora starò meglio. Pertanto riflettete su di voi in primo luogo, come esseri umani, cercate di immaginarvi nei miei panni... che cosa vorreste fare? Che cosa vorreste che facciano gli altri per voi? Riflettete su questo e fatemi sapere le vostre risposte. Nel frattempo abbiate cura di voi, mentre io continuo a battermi per sopravvivere…

Sinceramente,

Danielle Simpson

 

 

 3) “QUEL GIORNO SONO RIUSCITA A PARLARE CON LUI A LUNGO” di Stefania Silva

 

Ecco la drammatica testimonianza di Stefania sulle ultime comunicazioni con Damon. “Damon non ha mai voluto morire, Damon ha giocato con la sua vita; è stato sempre così da quando l’ho conosciuto”

 

La domenica precedente l’esecuzione, avevo ricevuto una telefonata da Damon: ancora una volta mi chiedeva di andarlo a trovare, mi ha detto di sentirsi solo perché nemmeno la sua famiglia era lì a confortarlo; diceva di non aver ricevuto nemmeno un’ultima lettera da loro; poi è arrivata la telefonata del cappellano del carcere.

Anche lui a chiedermi di andare a trovare Damon perché si sentiva solo; ma la sua è stata una telefonata rassicurante: sta bene, è forte e ce la sta mettendo tutta, e poi c’è ancora la possibilità di uno stay, anzi! Se ci sarà uno stay ti telefonerò io stesso, non preoccuparti.

Mi ha spiegato che il giorno dell’esecuzione, avrei potuto telefonare e parlare con Damon per un’intera ora, dalle 16.00 alle 17.00 (ora locale).

Il 18 novembre, eravamo a casa mia, io, Elena e Andy; c’era un’atmosfera un po’ irreale, abbiamo cenato, chiacchierato, bevuto vino, poi man mano che il tempo passava siamo diventati tutti e tre un po’ più silenziosi e nervosi.

Poi sono riuscita a parlare con Damon a lungo, cercando di rassicurarlo sulla possibilità dello stay, dicendo che i suoi nuovi avvocati stavano facendo il possibile con una disponibilità eccezionale anche nei nostri confronti; ho cercato in extremis di fargli capire che non è mai stato solo come invece lui si è sempre sentito, gli ho detto più e più volte di volergli bene; ma poi si è messo a piangere, dicendo “io non voglio morire, perché non sei qui, invece di telefonarmi e basta?!”.

Quando si è calmato, mi ha detto di essere riuscito a salutare il fratello e le figlie; era contento di sapere che la sua famiglia era là fuori, non ci sperava più ormai.

All’improvviso, la guardia gli ha detto di chiudere la telefonata e mi ha dovuto salutare, dicendomi “prenditi cura di te, io devo andare a prepararmi”.

E poi, poco dopo è stato giustiziato.

Probabilmente in questa descrizione non c’è niente di nuovo, chiunque ci sia passato potrebbe dire le stesse cose e aver provato le stesse emozioni che abbiamo provato noi tre quella sera; e allora perché scrivere qualcosa in proposito? Qualche giorno dopo la sua esecuzione, mi è arrivata l’ultima lettera di Damon; è stata scritta il 15 novembre, subito dopo la sua prima telefonata.

È una lettera illuminante, ed è per questo che mi sento di scrivere di lui: Damon non ha mai voluto morire, Damon ha giocato con la sua vita come ha sempre fatto; è sempre stato così, da quando l’ho conosciuto.

Agiva senza una strategia, senza considerare mai l’opportunità dei gesti fatti e delle parole dette; e davvero era solo, perché era incapace di fermarsi un momento a considerare quello che aveva; girava in tondo su se stesso e faceva il vuoto; e le parole d’odio contenute nella lettera, mi hanno dato la misura della sua disperazione e della sua solitudine, dell’incapacità totale di considerare le ragioni dell’altro.

Questa era forse la sua condanna più dolorosa: trovarsi sempre allo stesso punto di partenza, agitarsi senza tregua, guardarsi intorno e trovarsi sempre solo.

 

 

4) LA CORTE FEDERALE SBARRA LA PORTA A LARRY SWEARINGEN

 

Undici mesi dopo la sospensione in extremis dell’esecuzione di Larry Swearingen in Texas, la corte federale competente ha respinto la richiesta del condannato di tenere un’udienza per esaminare alcune prove a discarico. Non sono però esaurite le opzioni per la difesa e si profila una nuova serie di appelli.

 

Il 19 novembre la Corte federale Distrettuale del Sud del Texas, nella persona dalla giudice Melissa Harmon,  ha respinto il ricorso di Larry Ray Swearingen decidendo che la legislazione federale vigente, che limita i ricorsi dei condannati a morte, non le consentiva di tenere un’udienza per esaminare alcune prove di innocenza emerse dopo il processo. 

La Harmon ha scritto che le nuove prove di innocenza – che confermano come la diciannovenne Melissa Trotter fu uccisa mentre Larry Swearingen si trovava già in carcere - devono essere inserite nel contesto del caso ed ha ricordato le ‘prove di colpevolezza’ utilizzate al processo, in realtà soltanto indizi già ampiamente smontati dalla difesa di Larry. Da quanto ci risulta, nel suo dispositivo Melissa Harmon non ha invece ricordato neanche per contestarle le altre prove di innocenza, come ad esempio il fatto che sotto le unghie della ragazza uccisa fu trovato del sangue maschile non appartenente a Larry.

Si è chiusa pertanto la fase dell’iter legale cominciata undici mesi fa con la sospensione dell’esecuzione di Larry Swearingen fissata per il 27 gennaio. La sospensione fu ordinata il giorno 26 dalla superiore Corte federale d’Appello del Quinto Circuito che inviò il caso alla Corte Distrettuale.

Ricordiamo che allora la Corte del Quinto Circuito tracciò un cammino estremamente arduo per la difesa di Larry. La Corte riconobbe il diritto del condannato a (tentare di) chiedere la revisione di due soli punti, tra quelli contenuti in sette gruppi di argomenti avanzati dalla difesa (v. n. 166)

Per fortuna la porta non è stata chiusa del tutto in faccia a Larry dal momento che gli è stato concesso un certificato di appellabilità (COA), in pratica un lasciapassare per un ritorno alla superiore Corte d’Appello del Quinto Circuito che dovrà verificare l’operato della Corte Distrettuale.

Riteniamo che ci sia una buona probabilità che ora  la Corte del Quinto Circuito voglia riesaminare ‘en banc’ cioè al completo di tutti i suoi 17 membri (anziché  in un panel di tre giudici come in gennaio) il caso di Larry.  E crediamo che ci sia una piccola probabilità che venga addirittura affrontata la questione cruciale dell’effettiva innocenza (actual innocence), “l’elefante che vedo nell’angolo di questa stanza”, come scrisse in gennaio il giudice Jacques Wiener (v. n. 166).

Purtroppo la Corte del Quinto Circuito è nota per essere tendenzialmente forcaiola, ma possiamo ancora sperare.

Infine c’è anche una non trascurabile probabilità che voglia intervenire la Corte Suprema federale.

L’avvocato James Rytting dice che, nella peggiore de ipotesi, passerà almeno un anno prima che si concluda l’attuale tornata di appelli e possa essere fissata di nuovo una data di esecuzione per il nostro amico Larry, come si augura il pubblico texano.

Apprendendo della sentenza della giudice Harmon, Sandy Trotter, mamma dalla ragazza uccisa nel 1998, ha dichiarato: “E’ un passo nella giusta direzione. Ha reso il giorno del Ringraziamento assai migliore.”

Che sia un passo nella giusta direzione, non ne siamo proprio sicuri. Tanto più se il nostro amico  Larry Swearingen è in effetti innocente. Noi continueremo ad aiutarlo per quanto ci sarà possibile.

 

 

5) MANDA UNA CARTOLINA A  LARRY NEL  BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS

 

Questa è la testimonianza di Larry Swearingen per i suoi amici, su che cosa vuol dire “pri­gione”. In fondo trovate l’indirizzo postale di Larry: mandategli un semplice messaggio di auguri per Natale e il 2010. Da quanto scrive nelle sue ultime lettere - anche prima di conoscere l’esito negativo del suo appello alla Corte federale distrettuale - Larry ci è sembrato giù di morale. Ha anche problemi familiari. Ci ha chiesto di mandargli foto dei nostri luoghi: “Voglio vedere le cose che vedete voi, mi aiuta a ricordare che c’è un mondo fuori che mi aspetta”. Sua moglie Wicky spera che a Natale Larry sia addirittura sommerso da cartoline di auguri.

 

E’ pesante trascorrere il proprio tempo in prigione. Molti fra quelli che stanno fuori credono di sapere che cosa sia la prigione, ma lo può sapere davvero solo chi la sperimenta. La prigione è una solitudine che affonda i suoi denti nell’anima delle persone. E’ un vuoto che lascia una sensazione malata dentro di noi e soffoca il cuore anche alle persone più solide. E’ ricordi che tornano nella notte, e il pianto ha il suono forte di una tromba.

La prigione è frustrazione, angoscia e indifferenza. E’ quando le persone lottano per trovarsi delle risposte. Nella routine della prigione a volte è pesante semplicemente vivere. Nella prigione sono imprigionati i sogni muti delle persone che pagano il loro debito per mesi e anni infiniti senza sapere se il debito sarà mai pagato del tutto. La prigione è amarezza nei cuori di chi è stato condannato per errore.

La prigione è il luogo dove una quotidiana folla di facce stanche riflette la rassegnazione, o cerca di trovare la prova della propria forza mentre trascina i giorni. La prigione è affollata di persone che non molto tempo prima conoscevano l’amore di madri e padri, di sorelle e fratelli, l’amore di una donna, dei loro bambini, e l’aria fresca in una notte di primavera.

E’ persone che sperano quando la speranza sembra così ridotta. La prigione è incontri nella sala visite per vedere lo sguardo preoccupato della madre che scruta il volto del proprio figlio. Sempre lo stesso figlio amato, che ora indossa un numero. E nella sala visite la prigione è la presenza di un uomo che ricorda un cammino di amore e tenerezza mentre parla con la persona amata. Ora separata da un vetro. L’uomo vede i volti dei suoi figli che cercano di capire perché il loro padre non può tornare a casa con loro.

La prigione è il sentimento che sconvolge un uomo che aspetta una lettera o una visita speciale, ma non arrivano. E’ l’angoscia che ti abita dentro quando i migliori amici ti girano le spalle, e le persone amate ti abbandonano perché l’essere in prigione è qualcosa che non capiscono. 

La prigione è il luogo dove un uomo è obbligato a non piangere, per mantenere il rispetto dei suoi cosiddetti amici. Trattiene le lacrime per tutto il giorno, ma dentro si sente morire. Quando scende il buio, si comincia a vedere il vero aspetto di ogni persona: cadono le maschere.

Allora il mondo intero diventa un temporale e comincia a piovere mentre appaiono alla mente dolci ricordi. Mentre piange, gli incubi fanno emergere dal profondo sensazioni che non riesce a cancellare. Talvolta la tensione diventa spessa come nebbia nel nostro mondo sotterraneo in cui ci troviamo, imprigionati come animali. Se non sai che cosa voglio dire, bene, si chiama prigione.

Grazie perché mi volete bene, perché non ve ne siete andati, perché mi incoraggiate, perché mi aiutate a trasformare una situazione negativa in una positiva.  Larry    (Trad. di Marinella Correggia)

 

Larry Swearingen  #999361

Polunsky Unit

3872 FM 350 South

Livingston, TX 77351 – USA

6) PERRY LASCIA UCCIDERE THOMPSON IGNORANDO LA PROPOSTA DI GRAZIA

 

Il 19 novembre il governatore Rick Perry ha dato il via libera all’esecuzione di Robert Thompson in Texas nonostante la Commissione per le Grazie avesse raccomandato di commutare la sua condanna a morte.  Un complice uccise un impiegato nel corso di una rapina nel 1996 ma venne condannato  a morte il solo Thompson in base alla discussa legge sulla complicità. Rick Perry ha risparmiato una sola vita agendo in modo autonomo dalle decisioni delle corti: quella del nostro amico Kenneth Foster nel 2007.

 

Rick Perry, governatore del Texas, ha da tempo strappato al suo predecessore e maestro George W. Bush, un orribile record: negli USA è il capo dell’esecutivo che ha lasciato uccidere il maggior numero di condannati a morte senza intervenire (v. n. 169). Il 207-esimo condannato a morte a cui Perry ha negato la grazia è stato Robert Lee Thompson, ucciso il 19 novembre.

Perry, riguardo a Thompson ha dichiarato che non vi era ragione di “disconoscere la condanna a morte inflitta da una giuria del Texas e confermata da numerose corti statali e federali”.

In realtà una ragione per intervenire, solidissima ed eccezionale, ci sarebbe stata: la raccomandazione della Commissione per le Grazie del Texas (Texas Board of Pardons and Paroles) che si era espressa con 5 voti contro 2 per la commutazione della sentenza di morte.

Più che di clemenza si trattava di logica e di elementare giustizia; infatti il coimputato di Thompson, Sammy Butler, colui che nel 1996 uccise tale Mansoor Rahim Mohammed nel corso di una rapina in un negozio, processato separatamente da Thompson, non fu condannato a morte ma all’ergastolo, con possibilità di liberazione sulla parola.

Robert Thompson non era un santo – durante la rapina sparò numerosi colpi e solo per caso non fece nessuna vittima – ma non fu l’assassino di Rahim. Fu condannato a morte in base alla discussa legge sulla complicità (law of  parties).

Si è trattato della terza volta in cui la Commissione per le Grazie ha raccomandato clemenza a Rick Perry nell’imminenza di un’esecuzione, ed è la seconda volta in cui Perry ha ignorato la raccomandazione; nel 2004, lasciò uccidere Kelsey Patterson, un detenuto affetto da una gravissima malattia mentale.

L’unico a scamparla fu Kenneth Foster cui Rick Perry concesse la grazia nel 2007. Anche il nostro amico Kenneth era stato condannato alla pena capitale in base alla law of parties. In quella occasione Perry evitò di discutere la law of parties e citò come motivo della commutazione il fatto che Foster fosse stato processato e condannato a morte assieme all’assassino materiale, Mauriceo Brown, anziché separatamente.

Thompson, convertitosi all’Islam in prigione, è morto con dignità. “Sono venuto da Allah e ad Allah ritorno,” ha dichiarato sul lettino dell’esecuzione. Ha chiesto perdono per il crimine anche se nessun parente della vittima assisteva all’esecuzione. Era presente sua madre, che ha pianto sconsolatamente, ha premuto piedi e mani contro il vetro che la separava dalla camera dell’esecuzione e, poco prima che il figlio fosse dichiarato morto, ha chiesto di essere portata via.

Dunque ordinaria amministrazione. Se non fosse stato per il rifiuto della proposta di grazia.

 

 

7) UCCISO A FUROR DI POPOLO IL FOLLE CECCHINO MUHAMMAD

 

Il 10 novembre è stato ucciso in Virginia con un’iniezione letale John Allen Muhammad, il folle cecchino che, insieme ad un complice minorenne, nell’ottobre del 2002, nel contesto della ‘guerra al terrore’, ammazzò 10 persone in tre stati  (Virginia, Maryland e Washington) prendendole di mira con un fucile di precisione. L’uccisione di Muhammad ha assunto l’aspetto di un rito collettivo.

 

Il 10 novembre è stato ‘giustiziato’ in Virginia, come programmato, John Allen Muhammad, il folle cecchino che, insieme al minorenne Lee Boyd Malvo, nell’ottobre del 2002, ammazzò 10 persone in tre stati  (Virginia, Maryland e Washington) prendendole di mira con un fucile di precisione dall’interno di un pulmino dotato di una feritoia (v. n. 172). Lo stillicidio di violenza che si dipanò per tre settimane in un periodo particolarmente esasperato dalla ‘guerra la terrore’, creò una psicosi in crescendo, e dopo l’arresto dei due cecchini, una richiesta generalizzata di vendetta.

A nulla sono serviti gli sforzi degli attuali avvocati difensori di Muhammad, che hanno lavorato sodo per evitare l’iniezione letale al loro cliente, galvanizzati dal fatto di essere coinvolti in un caso di ‘alto profilo’. Eppure avevano argomenti solidi su cui far leva, a cominciare dal fatto che fu consentito a Muhammad, un Nero, traumatizzato dalla partecipazione alla prima guerra del Golfo, di difendersi da solo nella prima parte del processo, nonostante mostrasse segni di squilibrio mentale.

Il coro dei “crucifige” veicolato dai media, ha avuto certamente il suo peso nell’esito infausto della vicenda di Muhammad. Anche il governatore della Virginia, Timothy Kaine, un democratico che si dichiarò contrario alla pena di morte e che – in alcune occasioni – si è dimostrato coerente con tale dichiarazione, si è ben guardato dall’intervenire per concedere una grazia, a nostro parere doverosa, al folle cecchino.

Il destino di John Allen Muhammad è parso segnato fin dal momento in cui l’Attorney General degli Stati Uniti di allora, John Ashcroft, decise di consegnarlo allo stato ‘forcaiolo’ della Virginia, anziché a quello del Maryland in cui peraltro si era verificato il più alto numero di omicidi. Ed ora la sua esecuzione a furor di popolo ha assunto l’aspetto di un rito collettivo (*).

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(*)  Il clima in cui è avvenuta l’esecuzione di John Allen Muhammad ricorda l’atmosfera che si creò nel 2001, quando Timothy McVeigh, autore della strage di Oklahoma City del 1995 con 168 morti, fu ‘giustiziato’ nella giurisdizione federale sotto la presidenza di George W. Bush, sacrificato in una sorta di rito nazionale (v. nn. 86, 87)

 

 

8) STRAGE IN UNA BASE MILITARE USA, SI PARLA SUBITO DI PENA DI MORTE

 

Nidal Hasan, ufficiale medico psichiatra, un adulto che sembrava godere di tutti i crismi dell’affidabilità, ha aperto il fuoco indiscriminatamente in una base militare statunitense il 5 novembre scorso, uccidendo 13 persone e ferendone decine. Si è subito invocata la pena di morte per lo sventurato Hasan, sopravvissuto sia pure paralizzato alla reazione della polizia. Nessuno si interroga sulle cause profonde della violenza che intride la società statunitense e sui mezzi per porvi rimedio.

 

Il 5 novembre è avvenuta negli Stati Uniti l’ennesima strage con armi da fuoco, che fa seguito alla strage di aprile in un centro immigranti nello stato di New York, con 13 morti, ai 10 morti fatti da un folle sparatore in Alabama in marzo, ai 32 morti in un’università della Virginia nel 2007…

Questa volta non è stato un bambino o uno studente a sparare, è stato il maggiore Nidal Malik Hasan, uno psichiatra militare 39-enne. Hasan, dopo aver aperto indiscriminatamente il fuoco nella base texana di Fort Hood, uccidendo 13 persone e ferendone 30, è stato abbattuto da poliziotti civili. Trasportato in gravissime condizioni in un ospedale militare di San Antonio, è sopravvissuto pur rimanendo paralizzato dalla cintola in giù, tormentato da forti dolori alle braccia.

Di fervente religione islamica pur essendo nato negli USA, Nidal Hasan non risulta collegato a gruppi terroristici; sembra che ultimamente fosse stressato dalla prospettiva di essere spedito in una zona di guerra. Da Fort Hood partono infatti i militari diretti in Iraq e in Afghanistan.

In ogni caso, prima ancora di capire i motivi dell’assurdo comportamento di Hasan, se mai potranno essere compresi fino in fondo, i media hanno preannunciato una condanna di morte per lui. Interrogato in ospedale da un giudice il 21 novembre Nidal Hasan è stato incriminato di 13 omicidi e posto agli arresti fino alla celebrazione del processo davanti ad una corte marziale.

Non mancano coloro che si disperano dopo essersi accorti che nel dopoguerra le esecuzioni capitali nella giurisdizione militare sono pochissime e che l’ultima risale al 1961.

Nessuno che si interroghi seriamente sulle profonde cause sociologiche della violenza che intride il popolo americano! Un’unica violenza con molte facce, una delle quali è la pena di morte.

 

 

9) RASSICURAZIONI DI OBAMA: KHALID SHEIKH MOHAMMED NON LA SCAMPERÀ

 

Eric Holder, Attorney General degli Stati Uniti, ha annunciato che Khalid Shaikh Mohammed, sospetto progettista degli attacchi apocalittici contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, sarà giudicato nella giurisdizione federale. Respingendo le critiche degli ultraconservatori che avrebbero optato per un processo davanti ad una Commissione Militare di Guantanamo, il presidente Barack Obama ha detto di ritenere che Mohammed e i suoi complici verranno condannati a morte e giustiziati.

 

L’amministrazione Obama – per bocca dell’Attorney General Eric H. Holder Jr.- ha annunciato venerdì 13 novembre che Khalid Shaikh Mohammed, sospetto progettista degli attacchi apocalittici contro gli Stati Uniti dell’11 settembre 2001, sarà sottoposto a processo capitale davanti ad una corte federale situata a Manhattan, vicinissimo al luogo dove sorgevano le ‘torri gemelle’ distrutte dai piloti suicidi di al-Qaeda. La stessa sorte di Muhammad avranno altri quattro coimputati trasferiti a Guantanamo a settembre del 2006 (*).

“L’annuncio odierno segna un significativo passo in avanti nei nostri sforzi di chiudere Guantanamo e di portare davanti alla giustizia gli individui che all’estero hanno cospirato per attaccare la nostra nazione e i nostri interessi,” ha detto Holder.

L’annuncio, di grande impatto simbolico, segue le dichiarazioni del presidente Obama che aveva preannunciato un processo per Mohammed garantendo che il processo sarà giusto. 

Certamente è un grosso passo in avanti l’intenzione di sottrarre Khalid Shaikh Mohammed alle famigerate Commissioni Militari di Guantanamo, peraltro a procedimento già iniziato (v. n. 160, 162 Notiziario). Tali Commissioni, istituite da George W. Bush nel parossismo della ‘guerra al terrore’ e fortemente criticate per il bassissimo standard di garanzie nei riguardi degli accusati, rimangono tuttavia in vita, sia pure emendate sotto la presidenza Obama. Tolti Mohammed e altri quattro imputati che passano alla corte federale, i restanti sei detenuti ‘di alto profilo’ saranno invece lasciati in mano alle Commissioni Militari.

Durissime critiche hanno accolto la decisione di far giudicare Muhammad in una corte civile, da parte di politici e di esperti legali ultraconservatori che si ispirano strettamente alla filosofia della ‘guerra al terrore’ della precedente amministrazione di George W. Bush. Costoro obiettano che i membri di al-Qaeda non meritano le garanzie del sistema penale americano, che un processo ‘normale’ accresce il rischio di ulteriori attacchi terroristici durante il processo, che le garanzie per la difesa previste in una corte civile obbligheranno il Governo a togliere il segreto su una quantità di atti riservati e che, infine, vi sia il rischio che qualche detenuto venga assolto e liberato ternando ad essere così una minaccia per l’America. Tutte queste eventualità sono state seccamente escluse da Holder.

Un rischio fortemente enfatizzato dagli ultraconservatori – e non solo - è quello che Muhammad e i coimputati possano scampare la pena di morte se giudicati in una corte civile. Tuttavia un sondaggio reso noto il 22 novembre rivela che il 77% dei cittadini di New York condivide la previsione del presidente Obama che gli imputati saranno giudicati colpevoli nella corte federale e il 69% la previsione che saranno condannati a morte (**).

Tale ‘rischio’ a nostro parere per fortuna invece c’è, anche se Obama non lo prende in considerazione.   Certamente in una corte civile gli avvocati difensori avranno buon gioco nel contestare le confessioni estratte sotto tortura e nel sottrarre alla considerazione della giuria le prove a carico per ‘sentito dire’ che sarebbero state invece utilizzabili presso le Commissioni Militari.

Ricordiamo che Khalid Shaikh Mohammed, aveva fatto sotto tortura ampie ammissioni di colpevolezza, che in parte appaiono addirittura esagerate, poco credibili (v. n. 148, “Confessioni di detenuti di’alto valore’ e torture”, ed inoltre nn. 143, “Firmato…”, 157, 169, “100 giorni..”)

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(*) Si tratta di Ali Abdul Aziz Ali, Ramzi Binalshibh, Mustafa Ahmed Hawsawi e Walid bin Attashm (v. n. 157).

(**) Il 18 novembre, in polemica con chi giudica ‘offensivo’ concedere a Muhammad le normali garanzie processuali degli Americani, Obama ha dichiarato: “Credo che non sarà assolutamente offensivo quando lui verrà giudicato colpevole e sarà condannato a morte.”

 

 

10) IN STALLO LA REVISIONE DEL CASO WILLINGHAM

 

La revisione della principale prova a carico di Cameron Todd Willingham, che fu giustiziato nel 2004 e che potrebbe essere innocente dell’omicidio delle sue tre figliolette, è in situazione di stallo presso la Commissione per le Scienze Forensi del Texas. Nel frattempo è in atto una radicale riforma di tale Commissione, dopo le sostituzioni del presidente e di altri suoi tre membri da parte del governatore Perry, effettuate a partire dal 20 settembre scorso, l’antivigilia di un’udienza cruciale che fu annullata.

 

John Bradley, nuovo presidente della Commissione per le Scienze Forensi del Texas, ha annunciato in novembre radicali cambiamenti nel modus operandi della Commissione che ha il compito statutario di “investigare e deliberare in merito ad accuse di negligenze e cattiva condotta nel campo della scienza forense.” Secondo lui la Commissione può aver travalicato i limiti che le sono stati assegnati e bisogna proteggerla dal pericolo di divenire “ostaggio” di persone che la usano per “crociate personali.” (I riferimenti al caso di Cameron Todd Willingham sono espliciti e non casuali).

Ricordiamo che Bradley, un accusatore distrettuale noto per la sua durezza, fu nominato alla presidenza dal governatore Rick Perry il 30 settembre in sostituzione del precedente, nel preciso momento in cui la Commissione stava per avallare la perizia del prof. Craig Beyler, noto esperto di incendi, sul caso di Cameron Todd Willingham. Tale perizia smentisce recisamente che vi siano prove fisiche per sostenere che l’incendio che uccise le tre figliolette di Willingham fu doloso, come sostenuto dall’accusa nel processo capitale contro  di lui (v. nn. 166, 171, 172, 173).

Tra le altre cose, Bradley propone che mentre procedono le investigazioni la Commissione si possa incontrare in privato per discutere la materia da investigare e che i rapporti della Commissione siano mantenuti segreti fino alla conclusione delle deliberazioni. “Non è una buona idea condurre un’investigazione in un forum pubblico”, ha affermato Bradley, secondo il quale quando le investigazioni avvengono in pubblico è difficile metterle al riparo da influenze esterne.

Il 10 novembre Bradley ha riferito al Comitato senatoriale per la giustizia penale presieduta dal senatore  democratico John Whitmire (*).

Secondo Whitmire, il governatore Perry aveva sì l’autorità di cambiare il presidente ed altri tre membri della Commissione ma ha scelto un momento assai poco opportuno per muoversi.

Bradley ha fatto presente che né il governatore Perry, né alcuno dei suoi aiutanti gli hanno dato istruzioni su come condurre il suo lavoro, ed ha aggiunto che lui stesso avrebbe considerato ‘inappropriata’ un’evenienza del genere. Ha assicurato di non aver nessun scopo ‘politico’ da perseguire. 

A questa excusatio non petita, Bradley ha accompagnato l’assicurazione che il lavoro sul caso Willingham continuerà, come sollecitato da Whitmire,  anche se non è possibile prevedere quando potrà essere sentito l’esperto Craig Beyler, la cui udienza già fissata per il  2 ottobre scorso fu da lui annullata all’ultimo momento.

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(*) Conosciamo già il senatore Whitmire, uno dei protagonisti del caso di Richard Tabler, folle detenuto del Texas volontario per l’esecuzione che ha scatenato lo ‘scandalo dei telefonini nel braccio della morte’ (v. n. 172)

11) L’OHIO MODIFICA SOSTANZIALMENTE IL METODO DELL’INIEZIONE LETALE

 

In conseguenza dell’esecuzione fallita di Romell Broom, lo stato dell’Ohio ha messo a punto in novembre un nuovo protocollo per l’iniezione letale. Si tratta di una procedura sperimentale che cambia sostanzialmente il metodo per uccidere utilizzato fino ad ora negli USA. La nuova procedura non risolve il problema evidenziatosi nel caso di Broom. Infatti è inutilizzabile quando non si può accedere ad una vena adatta per l’iniezione letale. In tale evenienza l’Ohio prevede una procedura di ‘emergenza’ - consistente nell’iniezione intramuscolare di due farmaci - che presenta notevoli incognite.

 

Dopo l’esecuzione ‘fallita’ di Romell Broom e la conseguente sospensione del metodo dell’iniezione letale in vigore nello stato dell’Ohio, gli addetti ai lavori si sono impegnati alacremente per mettere a punto un nuovo metodo per uccidere (v. nn. 172, 173).

Pochi si aspettavano che un’alternativa ‘palatable’ (gradevole ed accettabile) potesse essere proposta prima del nuovo anno, in sostituzione del protocollo messo in crisi dai 18 tentativi falliti di uccidere Broom effettuati il 15 settembre. Invece già il 13 novembre lo stato dell’Ohio ha annunciato che il nuovo protocollo era pronto e sarebbe stato operativo dal giorno 30, ottenendo il via libera dalle corti per uccidere il primo condannato, Kenneth Biros, messo in lista per l’8 dicembre.

La facilità con cui l’Ohio ha risolto il problema, un vero e proprio uovo di Colombo, lascia stupefatti se si pensa che tra il 2007 e il 2008, nel corso di una moratoria durata ben sette mesi in tutti gli Stati Uniti, non si arrivò a capo di nulla e le corti dovettero dare di nuovo luce verde all’applicazione del vecchio metodo! Sembrava che altrimenti non potesse esservi che un (inconcepibile) blocco della macchina della morte negli USA.

Tutto bene dunque in Ohio, e tutti contenti? Non proprio. Ovviamente non sono contenti i condannati a morte dell’Ohio che numerosi, esaurito il normale iter degli appelli, sono stati messi in fila per essere uccisi uno ad uno. Non lo sono quegli abolizionisti che speravano di nuovo – forse troppo ottimisticamente – che la discussione sul metodo potesse inceppare la macchina della morte e accelerare sostanzialmente il processo abolizionista negli USA.    

Non lo sono la logica e il raziocinio. Vediamo perché, analizzando il nuovo protocollo che è composto da due diverse procedure, una normale e una di emergenza.

Esaminiamo per prima la procedura ‘normale’. In luogo della somministrazione di una successione di tre sostanze letali (*), in Ohio è ora prevista l’iniezione endovenosa di un’unica dose massiccia di una sola sostanza. Si tratta della prima delle tre sostanze finora adoperate, il tiopental sodico (o pentotal), un barbiturico ad effetto ultrarapido; il pentotal venne usato fin dagli anni Trenta nella normale pratica medico-chirurgica per indurre l’anestesia totale (poi mantenuta con altri farmaci) o per produrre il coma artificiale.

Il pentotal appartiene ad un’ampia gamma di sostanze tossiche che, a cominciare dall’alcool, agiscono in modo simile: a seconda delle dosi il soggetto che le assume attraversa più o meno rapidamente diversi stadi che vanno dall’euforia, al mancato controllo della volontà, al torpore, al coma e infine alla morte per depressione dei centri nervosi che presiedono alle funzioni vitali.

Testato sugli animali ed usato per l’eutanasia in campo veterinario, il pentotal, non è stato mai utilizzato fino ad ora come unico farmaco per le esecuzioni capitali. Presenta diverse incognite.

Si sono avanzati dubbi soprattutto riguardo al tempo necessario per ottenere il decesso del condannato: un tempo assai variabile da individuo a individuo che potrebbe arrivare alla mezz’ora o forse anche ad oltre un’ora. E’ per questo che la somministrazione del solo pentotal è stata esclusa durante la precedente moratoria nazionale. Si disse trattarsi di un metodo scarsamente rispettoso della dignità del condannato, inaccettabile dal punto di vista ‘estetico’ ed ‘organizzativo’…

Occorre osservare che il nuovo metodo non presenta l’evidente pericolo, insito nel precedente metodo, di causare terribili sofferenze al condannato ancora cosciente, nei casi non infrequenti in cui il primo farmaco non venga somministrato o non agisca come previsto.

L’introduzione di un metodo ‘più umano’ di uccidere, se da una parte conforta gli abolizionisti, dall’altro li preoccupa perché rischia di allontanare il momento dell’abolizione della pena capitale. Come non ricordare, a questo proposito, che negli anni Settanta tra gli abolizionisti francesi alcuni si opposero all’introduzione dell’iniezione letale, al posto dell’orribile macello dalla ghigliottina, a motivo che l’utilizzo di un metodo meno ripugnante avrebbe allontanato l’abolizione della pena di morte.

Ma il bello è che questo po’ po’ di novità non risolve il problema posto dalla mancata esecuzione di Romell Broom che ha messo in crisi il vecchio protocollo dell’iniezione letale! Infatti la nuova procedura, comportando come la vecchia l’accesso endovenoso al corpo del condannato, non può funzionare nei casi in cui non si riesce a trovare una vena utilizzabile, come avvenne nei 18 tentativi compiuti sullo sventurato Broom il 15 settembre.

Speriamo vivamente che l’intervento delle corti o un provvedimento di grazia eviti a Romell Broom di essere di nuovo sottoposto alla tortura dell’esecuzione nel prossimo anno (dopotutto fu condannato ad una esecuzione e non a due). Tuttavia se si decidesse di uccidere Broom verrebbe quasi sicuramente adottata la nuova procedura di emergenza, che presenta incognite e rischi assai maggiori dell’alternativa ‘normale’.

La procedura di emergenza prevista consiste infatti nell’iniezione profonda in un muscolo di due sostanze usate largamente in medicina: il midazolam, un ipnotico, e l’idromorfone, un analgesico. Queste sostanze, nelle dosi previste, dovrebbero causare la morte. Ma non si sa bene come e quando. Infatti per l’impiego letale delle stesse manca l’ampia sperimentazione che è stata fatta con il pentotal, almeno in campo veterinario.

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(*) Si tratta del tiopental sodico, un barbiturico ad effetto anestetico ultrarapido, del bromuro di pancuronio, che produce paralisi respiratoria, e del cloruro di potassio che provoca il blocco cardiaco.

  

 

12) RAZZISMO E XENOFOBIA IN RUSSIA: ARRESTI PER L’OMICIDIO MARKELOV

 

L’arresto di due giovani ultranazionalisti in Russia in conseguenza dell’omicidio di Stanislav Markelov, attivista per i diritti umani, sembra essere una reazione contro la dilagante violenza razzista e xenofoba. Alla soddisfazione del presidente russo Dimitri Medvedev per la rapida risoluzione del caso Markelov corrisponde una grande prudenza degli ambienti in cui operava Stanislav Markelov consapevoli del contesto di sostanziale impunità in cui avvengono gli omicidi politici in Russia.

 

Il 5 novembre sono stati condotti in un tribunale di Mosca, con un cappuccio nero in testa, due giovani ultranazionalisti, arrestati dal Servizio di Sicurezza russo in seguito all’uccisione dell’avvocato Stanislav Markelov, noto attivista per i diritti umani.

Gli arrestati sono Nikita Tikhonov, di 29 anni, e  Yevgenia Khasis, una ragazza di 25 anni.

Il capo del Servizio di Sicurezza, Aleksandr Bortnikov, ha precisato che gli arresti conseguono ad un’azione repressiva in ambienti estremisti e che l’assassino ha già confessato.

Stanislav Markelov e la giovanissima giornalista free lance Anastasia Baburova furono uccisi il 19 gennaio in una strada di Mosca subito dopo una conferenza stampa in cui Markelov aveva criticato la sollecita liberazione del colonnello Yuri D. Budanov reo di un odioso omicidio politico in Cecenia (v. n. 166). 

Il gruppo cui appartiene Tikhonov è sospettato di un attacco in un mercato di Mosca con spranghe metalliche che fece tre morti e decine di feriti, avvenuto nel 2001.

I gruppi ultranazionalisti russi, xenofobi e razzisti - esplicitamente neonazisti - godono spesso di coperture e di complicità e si sentono autorizzati all’uso della violenza. Ci si domanda se in questo caso la repressione nei loro riguardi sia sincera ed efficace.

Il 4 novembre, festa dell’unità nazionale, circa duemila ultranazionalisti hanno manifestato impunemente in un sobborgo di Mosca abitato da stranieri, sventolando svastiche e urlando “La Russia ai Russi.”

Secondo un’organizzazione moscovita per i diritti umani, sarebbero una sessantina gli omicidi razzisti di lavoratori stranieri verificatisi nel corso dell’anno.

Il presidente russo Dimitri Medvedev ha dichiarato che gli attacchi degli ultranazionalisti “non sono soltanto gravi crimini, ma crimini che hanno una grande risonanza nella società,” si è congratulato che il caso Markelov sia stato risolto in un tempo brevissimo – circa 10 mesi – ed ha auspicato che notizie del genere arrivino “con regolarità.”

I commenti negli ambienti in cui operava Dimitri Markelov sono assi meno trionfalistici. Aleksandr Cherkasov, dell’associazione Memorial, ha fatto notare che “finché il caso non è chiuso, non è chiuso,” avanzando dubbi su come verrà gestito. Tutti i dubbi sono in verità più che leciti dato il clima di sostanziale impunità in cui avvengono gli assassini politici nella Federazione Russa. Ricordiamo a questo proposito il nulla di fatto, nonostante tre anni di indagini e un processo, nei riguardi degli assassini della giornalista Anna Politkovskaya e dei loro mandanti (v. nn. 153, 167, 172, Notiziario).

 

 

13) PROCESSO ABU OMAR: INFLITTE CONDANNE PLATONICHE AGLI AMERICANI

 

Nonostante i fieri ostacoli frapposti dagli ultimi governi USA e italiani, si  è concluso il 4 novembre con 25 condanne il processo per il rapimento dell’imam Abu Omar compiuto a Milano nel febbraio del 2003. I 23 statunitensi condannati a pene variabili tra 5 e 8 anni di carcere non verranno mai estradati in Italia. Si è trattato dell’unico processo al mondo conseguito alla pratica illegale della extraordinary rendition diffusamente usata dal governo Bush nell’ambito della cosiddetta ‘guerra al terrore’ e confermata dal suo successore Barack Obama.

 

L’unico processo svoltosi al mondo contro persone coinvolte nella diffusa pratica illegale della extraordinary rendition caratteristica della ‘guerra al terrore’ scatenata da George W. Bush (*) - anche se pesantemente ostacolato dai governi statunitense ed italiano - è stato in qualche modo portato a termine a Milano il 4 novembre per la caparbia determinazione degli accusatori Armando Spataro e Ferdinando Pomarici e del giudice presidente Oscar Magi (v. n. 170).

Il processo – apertosi il 14 maggio 2008 - finisce anche con dei risultati, sia pure del tutto platonici nei riguardi degli Americani, ispiratori e principali responsabili del progetto criminoso di rapire l’imam Hassan Mustafa Osama Nasr, detto Abu Omar, e di farlo sparire per 14 mesi. Ricordiamo che Abu Omar, prelevato in strada a Milano nel febbraio del 2003, fu trasferito in segreto in Egitto dove sostiene di essere stato torturato. 

I 23 statunitensi condannati – che fuggirono negli USA alle prime avvisaglie di un’inchiesta - non verranno mai estradati in Italia, per il conclamato rifiuto dei due governi interessati.

Per essere precisi, il governo americano ha fatto sempre finta di ignorare la faccenda, come se non esistesse (dopotutto si tratta di una faccenda segreta). Quindi non esistendo il caso come parlare di estradizioni?

21 agenti della CIA e un militare statunitense hanno avuto una condanna a 5 anni di reclusione. Invece Robert Seldon Lady, capo della CIA a Milano nel 2003, ha avuto una condanna a 8 anni. Non si è proceduto contro altri tre cittadini USA, tra cui l’allora capo della CIA in Italia, Jeffrey Castelli, per i quali è stata invocata l’immunità diplomatica.

Due agenti del Sismi, il servizio segreto militare italiano,  sono stati condannati a tre anni di reclusione. Il capo del Sismi all’epoca dei fatti, il generale Nicolò Pollari, e il vice capo Marco Mancini escono indenni dal processo a causa dell’apposizione del segreto di stato da parte del governo italiano che ha impedito di raccogliere e utilizzare prove a loro carico.

E’ stato riconosciuto un indennizzo di un milione di euro ad Abu Omar e di mezzo milione di euro a sua moglie Nabila Ghali.

In questa sconcertante vicenda, la legalità internazionale violata in maniera disonorevole dai governi americani ed italiani (i governi Bush e Obama, i due ultimi governi Berlusconi e il governo Prodi) è stata almeno difesa dalla magistratura italiana. Da quel che ci risulta - a prescindere da un timido tentativo fatto in Germania - ciò non è avvenuto in nessun altro paese interessato dalla diffusa pratica della extraordinary rendition. Pratica usata da Bush e confermata da Obama.

Ci risparmiamo ogni ulteriore commento. Aggiungiamo che Amnesty International in un comunicato emesso il 5 novembre utopisticamente scrive:

“E’ ora che l’amministrazione Obama ripari a questo torto. Il governo degli Stati Uniti non dovrebbe offrire un rifugio sicuro a persone sospettate di coinvolgimento in una sparizione forzata o nella tortura.”

“Amnesty International ha chiesto agli Stati Uniti di avviare un’indagine imparziale e indipendente sul rapimento, sulla sparizione forzata e sulla tortura ai danni di Abu Omar e di perseguire gli agenti Cia e gli ufficiali militari sospettati di coinvolgimento in questi crimini. Il governo italiano dovrebbe collaborare pienamente con ogni stato che intendesse investigare e perseguire persone accusate di essere coinvolte nel rapimento e nella rendition di Abu Omar.”

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(*) V. nn. 160, 163, Notiziario,166, 170

 

 

14) SI E’ SVOLTA IL 30 NOVEMBRE L’OTTAVA EDIZIONE DI “CITTÀ PER LA VITA”

 

Si è svolta nei giorni intorno al 30 novembre l’ottava edizione della  manifestazione “Città per la vita - Città contro la pena di morte” organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio che quest’anno ha coinvolto 1200 città di tutti i continenti. Questa imponente manifestazione ha il merito di far uscire dalla cerchia degli ‘addetti ai lavori’ le tematiche abolizioniste, sensibilizzando ed educando la popolazione.

 

L’ottava edizione della manifestazione “Città per la vita - Città contro la pena di morte” organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, col sostegno di parecchie organizzazioni afferenti alla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, è arrivata all’ottava edizione. Si è celebrata come di consueto il 30 novembre e nei giorni vicini a tale data, in poco meno di 1200 città piccole e grandi di tutte le parti del mondo, ma soprattutto dell’Africa, dell’Europa e dell’America Latina.

La data scelta dalla comunità di Sant’Egidio per l’iniziativa abolizionista è l’anniversario della prima abolizione della pena di morte in uno stato moderno, infatti il Granducato di Toscana abolì la pena di morte il 30 novembre del 1786.

Fatta di testimonianze, conferenze, e soprattutto presenze davanti ai monumenti simbolo delle città, illuminati in modo speciale per l’occasione, questa originale, unica oltre che imponente manifestazione, ha il pregio di proiettare all’esterno della cerchia degli ‘addetti ai lavori’ la tensione abolizionista rendendola un fenomeno pubblico che sensibilizza ed educa i cittadini.

Particolarmente significativa e partecipata è stata l’inaugurazione della manifestazione avvenuta la sera del 29 novembre a Roma accanto al Colosseo su cui potenti luci disegnavano, come è ormai tradizione, l’immagine di una mano col pollice alzato in segno di clemenza.

Sempre a Roma, il giorno seguente, nel corso di una conferenza tenutasi nei pressi di San Pietro, hanno svolto impegnative relazioni una decina tra autorità politiche ed abolizionisti particolarmente qualificati, per preparazione od esperienze di vita, provenienti da tutte le parti del mondo.

Nella folla convenuta davanti al Colosseo, alcuni membri del Comitato Paul Rougeau hanno potuto incontrare, rinsaldando legami di amicizia e di collaborazione, molti abolizionisti della Comunità di Sant’Egidio, e non solo, ed hanno potuto ascoltare, dopo una serie di interventi introdotta da Mario Marazziti, il toccante discorso di Helen Prejean, la suora della Louisiana, autrice del famoso libro “Dead man walking”, divenuta una instancabile testimone dell’ideale abolizionista.

 

 

15) “SAAI MASO” VUOL DIRE “FRATELLO CERVO”, LO SAPEVATE?

 

Un modo per sostenere Fernando Eros Caro, nostro corrispondente dal braccio della morte di San Quentin in California, è di comprare un suo piccolo libro di racconti e poesie: “Saai Maso” (fratello cervo), appena uscito. Attraverso un linguaggio poetico Fernando parla delle, e con, le innumerevoli creature che popolano la Madre Terra e la costituisco. Il libro di Fernando costa pochissimo, può essere agevolmente utilizzato nelle scuole come base di piccoli lavori teatrali o musicali.

 

Si intitola “Saai Maso” (fratello cervo), un libro appena uscito che vi proponiamo, scritto da Fernando Eros Caro, nostro corrispondente dal braccio della morte di San Quentin in California, e curato da Marco Cinque nella sua edizione italiana.

Nel libro troviamo la riproduzione di numerose pitture - ritratti affascinanti di gente indiana, soggetti tutti di una dignità estrema, ora solari ora enigmatici ed inquietanti – tra cui le parole scorrono quasi a ruota libera lungo sentieri poetici.

Nella poesia di Fernando, parla la Madre Terra, libera dalle strutture e dalle brutture dell’uomo, fatta di deserto, foreste, fiori, animali, vento, notti, albe e tramonti…  percepiti dal poeta come creature dotate di anima pensante. In una armonia globale, gli spiriti di tutte le creature si ricompongono per formare uno spirito universale.

“Saai Maso” contiene racconti e miti della tribù Yaqui, poesie, ricordi, pensieri sparsi, disegni e perfino un glossario che traduce i termini yaqui in Italiano: ania = terra, gusano = verme,  mariposa = farfalla…

Da quello che dipinge e che scrive Fernando, sembra che il loculo senza orizzonte in cui vive abbia fatto su di lui l’effetto che il fango fa ai fiori di loto: li lascia crescere senza contaminarli. Bianchi come le colombe che per un periodo fecero il nido nel cortile del carcere e alle quali è dedicato un racconto.   

Dunque, Fernando ha la capacità di comunicare con Madre Terra. Una capacità che molti a piede libero ma prigionieri di asfalto e cemento hanno perso, incapaci di guardare il cielo o apprezzare un fiore che esce dalla lava o sentire il respiro del deserto o accorgersi che fanno ancora parte della natura. La quale è addolorata e ferita. Verrebbe voglia di curarla, “ma poi si scopre che sono proprio gli umani che hanno bisogno di cure”. Madre Terra ci manda “un messaggio di antica saggezza, insegnandoci che abbiamo lo stesso potenziale di saggezza nascosto dentro noi stessi”.

I racconti dotati di morale, hanno sempre una conclusione a sorpresa, spesso illogica, cruda, mai consolante o edulcorata come quelle delle nostre favole.

Così è il mondo di Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenze Yaqui, una tribù di Sonora, ora Valle Imperiale della California del Sud. Ex lavoratore fra i veleni dell’agricoltura californiana. Adesso soltanto pittore, affrescatore, poeta e scrittore. Già, perché da 26 anni lui si trova nel braccio della morte a San Quentin, in California. I suoi affreschi colorano la sala visite. Tre volte gli è stata fissata la data dell’esecuzione. Nel 2001 è stata annullata la condanna a morte e ora lui è in attesa di un nuovo processo capitale.

“Saai Maso è pubblicato dalla “Wicasa onlus”. Ha 105 pagine di 13cm x 21 cm. Costa 5 euro. Il ricavato della vendita del libro, detratte le spese, viene interamante devoluto a Fernando per la sua difesa legale ed altre sue necessità.

“Saai maso” può essere anche un ottimo strumento scolastico, da usare come base di piccole opere teatrali e musicali.

Potete ordinarci il libro per posta o per e-mail all’indirizzo prougeau@tiscali.it  Lo riceverete insieme ad un bollettino di c. c. postale per il pagamento delle copie ordinate (dovrete aggiungere un contributo di 2 euro per le spese postali, indipendentemente dal numero delle copie).

 

 

16) NOTIZIARIO

  

Cina. Eseguite le due condanne a morte per il latte adulterato. Sono stati ‘giustiziati’ il 24 novembre i due industriali cinesi che furono condannati a morte  senza condizionale in gennaio (v. n. 166) in conseguenza dello scandalo del latte adulterato con l’aggiunta di melamina, sostanza tossica che simulava un maggior contenuto proteico nel prodotto ma che fece diverse vittime soprattutto tra i bambini. Zhang Yujun fu incriminato di attentato alla salute pubblica e Geng Jinping fu accusato di aver prodotto e commercializzato cibo tossico. In tutto, per l’estesissimo scandalo del late adulterato, che produsse grande allarme sociale, furono processate 21 persone, molte delle quali ricevettero condanne alla reclusione non inferiori a 15 anni. Il governo cinese propagandò le condanne inflitte ai produttori lattieri come una risposta ‘esemplare’ ai crimini da loro commessi, con l’intento di contenere l’indignazione popolare e di rimediare al discredito ri­caduto sull’intera produzione cinese del mondo.

 

Federazione Russa. La moratoria sarà mantenuta fino all’abolizione della pena di morte. Il 19 novembre la Corte Costituzionale russa ha sentenziato che, in osservanza agli obblighi internazionali della Federazione Russa, le esecuzioni capitali non possono riprendere dal 1 gennaio 2010 come si era temuto. Tutto lascia prevedere che la moratoria vigente dal 1997 rimarrà in essere fino a che la pena capitale non sarà abolita per legge. “L’introduzione di processi tramite giurie dal 1° gennaio 2010 non apre la porta ad un possibile uso della pena di morte” ha dichiarato il Presidente della massima corte Valery Zorkin che ha precisato: “La decisione è definitiva e non può essere appellata”. Il pronunciamento della Corte Costituzionale consegue ad una richiesta di indirizzo avanzata in ottobre dalla Corte Suprema. Anche se vi è un forte sostegno per la pena capitale nella popolazione (v. n. 173) e se il Parlamento per ora non vuole porre in discussione una legge abolizionista, il Presidente Dimitri Medvedev  e il Governo avevano chiaramente espresso la loro ferma opposizione ad ogni tentativo di ripristinare la pena di morte. Per la verità anche Vladimir Putin, come il suo predecessore Boris Yelsin, si è sempre espresso contro la pena capitale. Ricordiamo che nel febbraio del 1999 la Corte Costituzionale russa aveva imposto una moratoria di fatto stabilendo che la pena di morte non poteva essere utilizzata fino a che non fossero stati introdotti in tutta la Federazione processi con le giurie. La Repubblica della Cecenia, l’unica che non aveva ancora istituito processi con le giurie, lo farà a partire dal 1° gennaio p. v. Di qui le preoccupazioni delle organizzazioni per i diritti umani e la richiesta di chiarificazione alla Corte Costituzionale.

 

Texas. L’accusatore Sam Millsap pentito di aver fatto condannare a morte Ruben Cantu. Il caso di Ruben Montoya Cantu, ‘giustiziato’ in Texas il 24 agosto del 1993 e in seguito risultato con tutta probabilità innocente dell’omicidio che gli fu attribuito, è particolarmente inquietante. Un’azione legale per il riconoscimento dei gravi errori giudiziari compiuti nel suo caso, conseguita ad un’indagine giornalistica del 2005, è stata fieramente contrastata dallo stato del Texas e liquidata due anni dopo (v. n. 133, 134, 141, 153). Ora Sam Millsap, il procuratore che ottenne la condanna a morte di Cantu, si è convinto che costui non avrebbe dovuto essere mandato nel braccio della morte. “Ho fatto un errore,” ha dichiarato Millsap il 14 novembre nel corso di una conferenza a Topeka, promossa dagli abolizionisti del Kansas. “Ruben Cantu non avrebbe dovuto essere perseguito per omicidio capitale. Bisogna essere ben sicuri, quando si fa una cosa del genere, di farlo giustamente. La testimonianza di un singolo testimone non è abbastanza.” Millsap non aveva prove fisiche della colpevolezza dell’imputato, nessuna confessione, si basò unicamente sulla testimonianza di tale Juan Moreno. Ricordiamo che Moreno fu fatto segno di numerosi colpi di fucile nel corso di una rapina insieme a tale Pietro Gomez nel 1984. Gomez morì e Moreno si salvò. Nel 2005 Juan Moreno affermò in una dichiarazione giurata di aver accusato falsamente Cantu al processo per le pressioni della polizia. Anche un certo Raul Garza, che partecipò all’aggressione e fu coimputato con Cantu, nel 2005 sostenne che lo sparatore non fu Cantu ma un altro giovane.

 

Virginia. Esecuzione con la sedia elettrica. Il 17 novembre Larry Bill Elliott è stato ucciso sulla sedia elettrica della Virginia, dopo aver scelto di essere ucciso in tal modo in luogo di subire l’iniezione letale. Arrivato a 60 anni era il più anziano del braccio della morte. Le cronache dicono che per uccidere Elliot -  che si è dichiarato fino all’ultimo, con forza, innocente - sono state usate quattro scariche di elettricità. La prima scarica a 1800 volt per 30 secondi, la seconda a 240 volt per 60 secondi, la terza a 1800 volt per 30 secondi, la quarta a 240 volt per 60 secondi. Ad ogni scarica Elliot si è proteso spasmodicamente in avanti. Dopo 5 minuti, necessari per far raffreddare un po’ il corpo del condannato, un dottore è entrato nella camera della morte per constatare il decesso. Ormai sono molto rare le elettrocuzioni negli Stati Uniti. Solo in 7 stati del Sud è ancora possibile scegliere la sedia elettrica. In Virginia, dopo l’avvento dell’iniezione letale nel 1995, solo 4, su 80 detenuti uccisi, hanno scelto la sedia elettrica.  Prima di quella di Elliot, l’ultima esecuzione con la sedia elettrica in Virginia risale al 20 luglio del 2006. L’ultima elettrocuzione negli Stati Uniti era avvenuta il 17 giugno 2008 in South Carolina.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 novembre 2009