FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  144  -  Novembre 2006

SOMMARIO:

1) Sospesa l’esecuzione di Anthony Nealy

2) Omicidi mirati e violazioni dei diritti umani nella Federazione Russa

3) Occorre fermare il massacro del popolo iracheno!

4) Sentenza Medellin: ultimo strappo al trattato di Vienna

5) Continua in carcere la tormentosa vicenda di Anthony Graves

6) La fine che segnò un nuovo inizio

7) La pena di morte è inumana

8) Celebrato il 30 novembre in 500 città

9) Notiziario: Cina, Kuwait, Iraq, Perù, Russia Texas, Usa

 

 

 

1) SOSPESA L’ESECUZIONE DI ANTHONY NEALY

 

Due giorni prima della data fissata per la somministrazione dell’iniezione letale, la Corte criminale d’Appello del Texas ha sospeso l’esecuzione di Charles Anthony Nealy rimandando il suo caso alla giudice Janice Warder che pronunciò la sentenza di morte contro Nealy nel 1998. Un mese prima il principale testimone a carico di Anthony, suo nipote Memphis, aveva ritrattato. Ora Janice Warner dovrà decidere se la ritrattazione di Memphis è plausibile e se è ragione sufficiente per annullare il processo in cui Anthony fu giudicato colpevole di omicidio e condannato a morte.

 

Nei giorni precedenti il 16 novembre, giorno in cui era prevista l'esecuzione in Texas di Charles Anthony Nealy, Francesca Gemma, amica di Anthony (v. n. 143), e molti degli iscritti alla nostra mailing list si erano fortemente impegnati al fine di ottenere per lui la cosiddetta ‘clemenza esecutiva’ ed evitare così che venisse messo a morte. Una petizione sottoscritta da 275 persone è stata inviata da Francesca via fax il 10 novembre sia al Governatore che alla Commissione per le Grazie del Texas.

Poi, in mancanza di novità, le nostre speranze si erano progressivamente assottigliate fino al giorno 14, quando è finalmente giunta la notizia che l’esecuzione di Anthony era stata sospesa a tempo indeterminato dalla Corte criminale d’Appello del Texas.

Charles Anthony Nealy nel 1998 era stato giudicato colpevole di aver ucciso due persone nel corso di una rapina avvenuta un anno prima in un negozio di Dallas ed era stato condannato a morte. La rapina era stata ripresa da una telecamera di sorveglianza ma il  relativo filmato era tanto confuso da non consentire un chiaro riconoscimento di due rapinatori. Memphis Nealy – opportunamente istruito dall’accusatore George West – aveva testimoniato davanti alla giuria che i due uomini ripresi nel filmato erano suo fratello Claude Nealy e suo zio Charles Anthony Nealy. Lo stesso Memphis testimoniò che lo zio gli aveva confidato il proposito di compiere la rapina.

Approssimandosi l’esecuzione di Anthony, in un’udienza dell’11 ottobre scorso presso la procura distrettuale, Memphis aveva fatto una completa e recisa ritrattazione delle sue accuse, giurando che durante il processo aveva mentito per compiacere l’avvocato accusatore George West che altrimenti avrebbe accusato di  reato capitale lo stesso Memphis.

Nonostante l’opposizione della giudice che presiedette al processo di Anthony, Janice Warder, (la quale, come ha anche scritto in una lettera inviata alla Commissione per le Grazie il 1 novembre, crede fermante nella colpevolezza dell’accusato), la ritrattazione di Memphis Nealy ha avuto in extremis il suo effetto. Il giorno 14 la Corte criminale d’Appello del Texas ha ordinato di sospendere l’esecuzione ed ha rimandato il caso di Nealy alla stessa giudice Warder. Quest’ultima è pertanto costretta a vagliare la ritrattazione del principale testimone a carico e a decidere se in mancanza della testimonianza di Memphis, Anthony potrebbe essere stato ugualmente giudicato colpevole.

Certo, vorremmo che la giudice Janice Warner non fosse così platealmente prevenuta nei riguardi del condannato al momento di cominciare il suo lavoro, ma ora almeno gli avvocati di Anthony hanno il tempo per sollevare una serie di altre questioni – che dicono di avere nel cassetto - contro l’esecuzione del loro assistito.  

Anthony aveva chiesto a Doug Tjapkes, presidente dell’associazione no profit  “Innocent” che ha sede in Michigan, di fungere da suo assistente spirituale e di stargli accanto durante l’esecuzione il giorno 16. Tjapkes, che crede nell’innocenza del condannato e che lavora da due anni in suo favore, ha sempre mantenuto viva la speranza ponendo fiducia nell’effetto della ritrattazione di Memphis Nealy. Sperando e augurandosi fortemente che l’esecuzione venisse sospesa, egli aveva tuttavia prenotato un biglietto d’aereo dal Michigan al Texas per il 15 novembre, dichiarando alla stampa: “Sarebbe una cosa meravigliosa se io volassi là per una visita al mio amico Anthony, piuttosto che per presenziare all’assassinio di un uomo innocente.”

Ora noi, insieme a lui e insieme a Francesca, cui rinnoviamo affettuosamente tutta la nostra solidarietà, tiriamo un bel sospiro di sollievo!

 

 

2) OMICIDI MIRATI E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI NELLA FEDERAZIONE RUSSA

 

L’assassinio dell’ex colonnello del KGB Alexander V. Litvinenko è verosimilmente legato alle indagini che l’ex spia russa stava facendo sull’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya, la quale a sua volta aveva scritto moltissimo sulle violazioni dei diritti umani - commesse, favorite o tollerate dal governo federale russo - che si verificano da anni in Cecenia.

 

Ci sono molti modi nel mondo per eliminare chi ‘disturba’. Noi parliamo per lo più delle esecuzioni dei criminali statunitensi e delle violazioni dei diritti umani che hanno luogo in America perché il sostegno ai condannati a morte degli Stati Uniti è il nostro obiettivo primario. Non possiamo però ignorare le violazioni del diritto alla vita e degli altri diritti umani fondamentali che avvengono altrove, tanto più se queste accadono vicino a noi, in Europa.

Denunciamo pertanto alcuni fatti gravissimi che coinvolgono la Russia di Vladimir Putin.

Il 23 novembre scorso è morto avvelenato a Londra Alexander V. Litvinenko, un russo ex ufficiale del KGB e poi del FSB, il nuovo servizio segreto della Russia ‘democratica’. La sostanza che ha causato la sua fine è il polonio 210, un isotopo radioattivo – difficilmente manipolabile e rigorosamente custodito in un numero limitato di siti esistenti nel mondo - che  uccide se ingerito, inalato o iniettato in quantità microscopiche. La dose somministrata a Litvinenko è stata calcolata con precisione, come solo esperti in sostanze radioattive sanno fare, perché, se assunta in dosi maggiori, avrebbe causato convulsioni e morte immediata, mentre, in dosi minori, avrebbe consentito alla vittima di sopravvivere, seppure con una grande probabilità di ammalarsi di cancro.

“Si è trattato di una piccola bomba atomica,” ha dichiarato il padre di Litvinenko. “Così piccola da non essere visibile. Ma coloro che lo hanno ucciso possiedono grandi bombe nucleari e missili, di quella gente non ci si può fidare.”

Dal letto di morte, dopo un’agonia di tre settimane, Litvinenko ha accusato senza mezzi termini il presidente russo Vladimir Putin di essere il mandante del suo assassinio. In una drammatica dichiarazione finale dettata al suo amico Alexander Goldfarb si legge tra l’altro: “Tu potrai riuscire a ridurmi al silenzio, ma questo silenzio ti costerà caro… Dimostri a te stesso di non avere alcun rispetto per la vita, per la libertà, per ogni valore civile. Possa Dio perdonarti per ciò che hai fatto, non solo a me, ma anche all’amata Russia e al suo popolo.”  

Putin – sia pure con un ritardo sospetto – ha respinto seccamente le accuse, esprimendo il suo cordoglio per la morte dell’ex ufficiale e affermando di essere oggetto di una campagna denigratoria tesa a screditare il suo governo e la sua persona. Ha quindi offerto la collaborazione dei propri esperti per risolvere il caso.

Litvinenko, consumato navigatore nelle paludi viscide e amorali degli intrighi segreti (come il suo ‘portavoce’ Goldfarb), non può essere considerato uno stinco di santo e le sue affermazioni devono essere accolte con prudenza.

Poche persone al mondo sanno come siano andate effettivamente le cose e probabilmente si guardano bene dal dirlo. Se parlassero, potrebbero farlo solo per ‘depistare’ le indagini. Se dicessero la verità sarebbero difficilmente credute.

Non ci aiuta certo a comprendere lo stillicidio di allarmi e di falsi allarmi per radioattività da polonio 210, riguardanti decine di luoghi o persone, diffusi quotidianamente in Gran Bretagna dopo la morte di Alexander Litvinenko.

Forse gli interessi dei potenti della Terra oscureranno a lungo la verità  - ma possiamo almeno domandarci se davvero l’attuale ‘zar’ avesse motivi per far fuori quell’uomo e se la sua etica glielo consentisse.   

Il fatto di eliminare senza tanti complimenti nemici del potere che disturbano, non è certo una novità. Ad esempio il Presidente dell’Ucraina, Viktor A. Yushchenko, che promosse nel 2004 una campagna per sottrarre l’Ucraina dall’influenza della Russia e creare nuovi legami con l’Unione Europea, fu avvelenato con la diossina. Egli sopravvisse ma il caso non fu mai risolto. George Markov, un dissidente bulgaro, fu assassinato a Londra nel 1978 con il puntale di un ombrello cosparso di veleno.

Proprio mentre scriviamo questo articolo, una nota di agenzia riferisce che una misteriosa malattia ha colpito Egor Gaidar, primo ministro russo ai tempi della presidenza di Eltsin. Gaidar si era sentito male, mentre si trovava in Irlanda, il giorno dopo la morte di Litvinenko a Londra. Si sospetta che Gaidar sia stato avvelenato. Ora è ricoverato in ospedale a Mosca.

Litvinenko aveva dichiarato pubblicamente alcuni anni fa che i superiori gli avevano ordinato di assassinare Boris Berezovsky, un facoltoso e potente oppositore russo in esilio. Egli si sarebbe rifiutato di eseguire l’ordine. Di fatto era fuggito a Londra e aveva ottenuto la cittadinanza inglese. Aveva scritto nel 2003 un libro in cui accusava i servizi segreti russi di aver deliberatamente orchestrato nel settembre 1999 sanguinosissimi attentati dinamitardi a Mosca contro civili inermi per giustificare la seconda guerra cecena.

Ma c’è un ulteriore motivo che farebbe pensare a Vladimir Putin come responsabile della morte di Litvinenko. L’ex agente segreto stava indagando, nelle ultime settimane, sull’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaya che scriveva libri e articoli di fuoco contro Putin sulla Novaya Gazeta, un giornale indipendente  non asservito al potere governativo.

Per illustrare la posizione in cui si trovava la giornalista uccisa il 7 ottobre (compleanno di Putin),  riportiamo alcuni passi dell’articolo “La riduzione al silenzio di Anna Politkovskaya” di Mahir Ali, articolo che merita di essere letto per intero. (*)

Quando Anna Politkovskaya è caduta, c’è stata una specie di rispettoso silenzio persino tra i suoi avversari – che certamente non mancano. Il Presidente ceceno filo russo, Alu Alkhanov, si è detto costernato: “Avevamo punti di vista radicalmente diversi su ciò che avviene in Cecenia, ma alla Politkovskaya stava a cuore il popolo ceceno.” Ramzan Kadyrov, primo ministro fantoccio – considerato dalla giornalista nient’altro che un criminale sostenuto dallo stato – ha definito il suo assassinio “un attentato alla libertà di parola”, aggiungendo che seppure i suoi “scritti sulla Cecenia non fossero a volte obiettivi”, era dispiaciuto per lei a livello umano.

Per quanto ipocrite possano essere, queste condoglianze sono state comunque, come diremo, un tantino più gentili della reazione del Cremlino.

La Politkovskaya era molto nota non soltanto in patria e godeva di una reputazione internazionale migliore di qualsiasi altro giornalista russo. Sabato pomeriggio è stata abbattuta da colpi di pistola sparati, probabilmente da un sicario, nell’ascensore del palazzo di Mosca in cui abitava. Sarebbe stato ragionevole aspettarsi quanto meno una immediata presa d’atto della tragedia da parte dell’uomo che controlla orgogliosamente le sorti della Russia. Questo non è avvenuto  prima di lunedì e in occasione, per giunta, di una telefonata di Putin con George W. Bush. Il silenzio iniziale di Vladimir Putin è stato eloquente.

E’ probabile che questo comportamento non avrebbe sorpreso,e tanto meno preoccupato, la Politkovskaya, che non nascondeva certo il disprezzo che nutriva nei confronti del presidente, da lei definito “un prodotto del più tetro servizio segreto del paese”, che “non era riuscito a liberarsi delle sue origini e a smettere di agire come un colonnello del KGB.” […]

La Politkovskaya fu inviata in Cecenia per scrivere dei profughi che il conflitto aveva creato ma divenne presto un’appassionata cronista della brutalità della guerra in tutti i suoi molteplici aspetti, denunciando in modo implacabile ed appassionato, non solo i suoi effetti sulla popolazione cecena, ma anche le conseguenze negative  per la Russia. […]

Gli articoli che la Politkovskaya pubblicava sulla Novaya Gazeta erano pieni di racconti di torture, stupri ed uccisioni extragiudiziali, raccolti tra le vittime e i loro parenti. Anche se il suo interesse prevalente era l’indicibile sofferenza dei civili innocenti - con villaggi ripetutamente saccheggiati soltanto perché l’esercito non aveva una migliore strategia antisommossa – ella trattava ampiamente anche gli effetti disumanizzanti del conflitto sui giovani soldati russi. Le descrizioni della Politkovskaya rievocavano spesso il microcosmo iracheno.

Lei e' stata anche testimone delle lotte interne all'esercito russo, specie quando un elicottero, che trasportava un giovane generale mandato da Mosca a fare indagini sugli abusi dei militari, venne abbattuto su Grozny nel settembre 2001. […] Nell’arco di pochi giorni, le minacce di morte divennero cosi’ gravi che i suoi colleghi, preoccupati per la sua incolumità, la convinsero ad andare all’estero.

Due mesi dopo raccontò ad un giornalista che la intervistava a Vienna: “I miei figli mi hanno chiamata e mi hanno detto che una donna è stata assassinata nell’entrata del suo palazzo: una come me, della stessa mia età e altezza, con i capelli grigi. Gli ho detto: Queste son cose che capitano nella nostra città. Ma loro mi hanno risposto: No, dovevi essere tu!”. Ora sappiamo che avevano ragione.

In Cecenia, la Politkovskaya era stata anche sottoposta ad un’esecuzione simulata e a minacce di stupro da parte del FSB. E mentre era in viaggio per andare a fare un reportage sul famigerato assedio alla scuola di Beslan nel 2004, le venne servita una tazza di tè avvelenato, che quasi la uccise. […]

La domanda “Chi ha ucciso Anna Politkovskaya?” potrebbe risuonare invano ancora per decenni. Ma contemporaneamente risuoneranno anche le sue parole, le sue devastanti accuse di crimini contro l’umanità perpetrati nel nome del popolo russo. Il fatto che nessuno dei suoi libri – “La Russia di Putin”, “Una sporca guerra” e “Un angolo d’inferno” – sia stato pubblicato in patria, avvalora la sua affermazione che “La Russia continua ad essere affetta dallo stalinismo”. […]”.

Certo, anche se non ne è stato il diretto responsabile, Putin deve aver appreso con grande sollievo che era stata tolta di mezzo Anna Politkovskaya, diventata per lui un’implacabile spina nel fianco.

Se qualcuno ritiene che la Politkovskaya esagerasse, dovrebbe ricredersi leggendo le decine di rapporti che in questi anni sono stati redatti dalle organizzazioni per i diritti umani su quanto avviene nella Federazione russa e in particolare in Cecenia.

(v. ad es. http://web.amnesty.org/library/eng-rus/index )

Proprio in questi giorni la Federazione Russa è stata accusata di aver violato la Convenzione contro la Tortura delle Nazioni Unite, seviziando sistematicamente civili ceceni in 10 centri di detenzione segreti, principalmente costituiti dalle residenze private di ufficiali fedeli al primo ministro della Cecenia Ramzan Kadyrov. Il rapporto, inoltrato il 13 novembre da Human Rights Watch (HRW) al Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, accusa il premier ceceno, personaggio sostenuto dal governo centrale russo e dalla polizia federale, di aver torturato un gran numero di persone. HRW è riuscita a documentare ben 115 casi di tortura avvenuti tra il mese di luglio del 2004 e il settembre del 2006. Tra questi, sebbene in maggioranza riguardino giovani uomini, vi sono quelli di donne, anziani, disabili e minorenni, il più giovane dei quali aveva 13 anni.

I metodi di tortura resi noti da HRW includono elettroshock, percosse con cavi e bottiglie di plastica piene d’acqua o di sabbia (per non lasciare tracce esterne) ustioni con accendini e minacce di essere giustiziati o stuprati.

Sulim, per esempio, un giovane di 29 anni, afferma di essere stato tenuto con gli occhi bendati per cinque giorni prima di essere torturato. “Mi hanno fatto indossare una maschera antigas e poi chiudevano l’accesso dell’aria fino a che non iniziavo a soffocare. Mi hanno inferto ripetute scosse elettriche… una scarica mi attraversò la lingua”. Dichiara inoltre di essere stato percosso nella zona inguinale e minacciato di stupro prima che gli venisse chiesto di confessare di aver commesso almeno uno di tre possibili crimini.

Ovviamente, il primo ministro Kadyrov ha ripetutamente negato di essere implicato nelle torture. Afferma anzi che queste accuse sono state costruite per impedirgli di divenire il prossimo presidente della Cecenia.

Non abbiamo la certezza che tutti questi crimini siano direttamente ascrivibili al governo centrale russo, ma certo Putin e i suoi fedelissimi non hanno una statura morale che possa sottrarli ai sospetti. Essi hanno dato prova, nelle occasioni documentate e dimostrabili, di essere pronti ad uccidere e a distruggere anche molti innocenti, senza farsi alcun problema. Basti pensare che i due più spettacolari sequestri effettuati dai separatisti ceceni furono entrambi stroncati nel giro di tre giorni dalle forze speciali russe con un uso assolutamente sproporzionato della violenza letale.  Il 26 ottobre 2002, ponendo fine al sequestro collettivo nel teatro Dubrovka di Mosca, gli agenti di Putin uccisero i 41 guerriglieri, uomini e donne, del commando ceceno; morirono però anche 129 ostaggi, la quasi totalità avvelenati dai gas usati dalla polizia. All’inizio di settembre del 2004, nella scuola di Beslan in Ossezia sotto sequestro, attaccata dalle forze speciali russe, perirono 331 persone tra cui 186 bambini. In entrambe le occasioni Putin ordinò ai suoi uomini di ricorrere alle maniere forti (con l’uso di gas letali in un caso e dei blindati nell’altro) incurante dell’elevatissimo numero di vittime innocenti che tali azioni avrebbero comportato. (Grazia)

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(*) In Znet del 12/10/2006:

www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=31&ItemID=11173

Una traduzione dell’articolo in italiano si può trovare nel sito di Peacelink:

http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_19241.html

 

 

3) OCCORRE FERMARE IL MASSACRO DEL POPOLO IRACHENO!

 

Il numero di morti causati dalla guerra in Iraq è altissimo seppur sconosciuto, senz’altro superiore di due ordini di grandezza al numero delle vittime che fecero gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Se la reazione emotiva all’uccisione dei cittadini di New York e di Washington fu enorme, il prolungarsi e la crescita del massacro in Iraq suscitano scarsa compassione nel mondo. Come persone preoccupate dei diritti umani, dobbiamo denunciare con forza la gravissima e crescente violazione del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali del popolo iracheno.

 

Il dibattito che si svolge in questi giorni nel mondo, a cominciare da ciò che dicono i politici e i media americani, nonché  i fatti di cronaca cha avvengono ogni giorno in Iraq, sanzionano il fallimento dell’operazione bellica anglo-americana e nel contempo confermano che portare la guerra nel paese di Saddam Hussein non è stato, né voleva essere, uno sforzo per diminuire il terrorismo nel mondo o per allargare la democrazia.

Molti analisti ritengono che si sia trattato di una mal calcolata mossa geopolitica di promozione degli interessi americani ed occidentali. Non bisogna però dimenticare che la guerra irachena è stato uno dei modi per continuare a dar sfogo - dopo la guerra in Afghanistan - ai sentimenti ostili che costituiscono la base emotiva della cosiddetta ‘guerra al terrore’, guerra combattuta quale generica, indeterminata e perpetua ‘restituzione’ per gli attentati del settembre del 2001 (e non solo) più che come difesa preventiva da ulteriori attacchi.

La sciagurata opzione irachena – oltre a contribuire a far crescere l’avversione per gli Americani in tutto il mondo – ha cacciato in una trappola gli stessi Statunitensi che non possono ormai ‘né restare né andarsene dall’Iraq’. Tuttavia la situazione degli occupanti americani non è certo il male peggiore, né la maggiore fonte di preoccupazione.  

Quel che ci angoscia maggiormente, e chiede a tutti e a ciascuno nel mondo di FARE subito QUALCOSA, sono le estese violazioni dei diritti umani e il massacro del popolo iracheno che quotidianamente si ripetono a Baghdad e in altre zone dell’Iraq martoriato.

Come attivisti per i diritti umani, davanti alla situazione irachena ricordiamo amaramente che tra i diritti umani detti di ‘terza generazione’ vi sarebbe anche il ‘diritto alla pace’ (*). C’e’ una lontananza astronomica tra un atteggiamento del mondo che voglia assicurare anche agli Iracheni la pace di cui hanno diritto e il disinteresse per i massacri e le violazioni dei diritti umani che continuano in Iraq.

L’inquinamento politico delle fonti ufficiali e la cacciata dei reporter indipendenti rende impossibile ottenere informazioni precise sul numero certamente altissimo delle vittime che si registra quotidianamente nel conflitto iracheno, conflitto che appare scivolare sempre più nel baratro dell’irrazionalità e della violenza fine a se stessa. Una media di 30 morti al giorno? O di 50? O di 100? Alcuni parlano addirittura di 400 vittime al giorno. Non si può dire.

E’ possibile tuttavia classificare, almeno grossolanamente, i morti e i feriti in determinate categorie.

Vi sono i morti negli scontri tra militari americani  e ‘insorti’ non meglio identificati. Vi sono vittime in analoghi scontri tra ‘insorti’ e  militari iracheni regolari. Vi sono poi vittime tra gli Iracheni che aspirano ad un impiego governativo; soprattutto tra coloro che cercano di arruolarsi nelle forze armate o di polizia per sbarcare il lunario.

Ma le vittime più numerose si registrano tra la gente comune, che ha solo la colpa di appartenere a determinati gruppi religiosi o sociali o di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Gli attentati con le auto-bombe, spesso guidate da kamikaze, uccidono, feriscono, storpiano uomini, donne, bambini, vecchi, in modo casuale o in luogo delle vittime designate.

Mille volte e ogni volta, in un lampo, la dignità di decine di figure umane è ridotta in brandelli scuri e sanguinolenti di arti proiettati, di viscere sparse, di stracci. Tronchi bruciati e sfigurati rimangono ancora vivi per atroci lunghissimi minuti. Più in là un numero triplo di persone ferite, estratte da rottami e macerie, vengono portate via freneticamente per essere curate, per consentir loro una sopravvivenza da invalidi, invalidi forse nel fisico e sicuramente nella psiche.

Vi sono poi le gravi violazioni dei diritti umani compiute dai gruppi armati filo governativi iracheni definiti dagli stessi Americani “squadroni della morte” (v. nel n. 142, “Al lavoro gli squadroni della morte nel carnaio iracheno”). E’ questo un modo perfido di violare i diritti delle persone che vengono rapite, torturate ed uccise non solo per eliminare avversari reali, potenziali o immaginari, ma anche per vendicare vittime precedenti o per lanciare alla fazione avversa una sinistra ammonizione, un segnale foriero di ulteriori vendette. 

I rapimenti in Iraq sono all’ordine del giorno, anche a scopo di estorsione. Molti dei rapiti spariscono per sempre e molti vengono ritrovati uccisi e con segni di torture. I rapimenti effettuati dagli squadroni della morte filo governativi sono quelli in cui più raramente le vittime vengono lasciate vive.

Già nel numero 140 parlammo del sequestro di Khamis Ubaidi, uno dei più importanti avvocati difensori di Saddam Hussein, compiuto il 21 giugno. Ubaidi fu rapito, torturato e ucciso, all’inizio del periodo stabilito per le arringhe conclusive a difesa nel primo processo all’ex presidente, da uno squadrone della morte sospetto di appartenere all’area sciita filo governativa.  

Le violazioni compiute dagli squadroni della morte, nonché dalla polizia e dalle guardie carcerarie, del governo ‘democratico’ iracheno, non sono certo la maggiore preoccupazione dei ‘liberatori’ americani, le cui ansie ormai non vanno molto a di là del pensiero di salvarsi la pelle. Citiamo soltanto alcuni degli episodi recenti caratterizzati da una sostanziale impunità.

Il 14 novembre decine di assalitori, vestiti con le uniformi d’assalto della polizia, muniti di AK-47 e di lancia granate americani, hanno isolato un’area nel centro di Baghdad, sono penetrati nel Ministero dell’Educazione Superiore e, tralasciando le donne, hanno malmenato e rapito un numero non ben precisato di uomini (alcuni testimoni parlano di 150 uomini, altri più plausibilmente di 70, mentre le autorità governative, che si sono sforzate di ridimensionare l’episodio, hanno fornito la cifra di 39 ostaggi). Gli attaccanti, dimostrando un elevato grado di addestramento, effettuato il lavoro in pochi minuti, si sono allontanati su una trentina di veicoli, molti dei quali armati con mitragliatrici pesanti.

Sebbene questa volta parecchi degli ostaggi siano stati rilasciati il giorno stesso o nei giorni successivi, dubbi rimangono sia su quanti di loro siano rimasti nelle mani dei rapitori sia sul loro destino.

Un episodio simile si era verificato il 1° ottobre quando commandos della polizia fecero irruzione in un impianto industriale alimentare  sequestrando almeno 22 lavoratori sunniti, molti dei quali sono stati trovati morti il giorno dopo. In quell’occasione, che la responsabilità fosse dei militari iracheni sciiti fu affermato dall’esercito americano e così il governo del’Iraq si sentì in dovere di sospendere temporaneamente un’intera brigata di polizia formata da 1.200 uomini.

Verosimilmente per vendicare l’attacco del 14 novembre contro il Ministero dell’Educazione Superiore tenuto dai Sunniti, a partire dal 19 novembre si sono registrati attentati contro esponenti del Ministero della Salute a conduzione sciita. Uomini armati hanno rapito a casa sua un vice Ministro della Salute. Il giorno dopo un altro vice Ministro della Salute è riuscito per poco a sfuggire ad un rapimento quando uomini armati hanno aperto il fuoco contro il suo convoglio uccidendo due della sue guardie del corpo. Infine il 22 novembre uomini armati hanno assassinato un vice Direttore generale del medesimo Ministero.

Nel pomeriggio del 23 novembre l’esplosione di cinque auto-bombe (tre delle quali guidate da kamikaze) e di un colpo di mortaio nel quartiere sciita di  Sadr City, in un’area a quell’ora gremita di gente, aveva fatto in una sola volta almeno 144 morti e 206 feriti tra la popolazione. Le esplosioni erano avvenute dopo che l’arrivo di elicotteri americani aveva posto termine ad un assedio di due ore del Ministero della Salute da parte di decine di miliziani sunniti.

La vendetta sciita è stata immediata: un bombardamento con mortai del quartiere sunnita di Adhamiya a nord di Baghdad.

Alla fine il governo ha ordinato un rigido coprifuoco a tempo indeterminato in tutta la capitale irachena.

Pur dicendosi preoccupati dalla violenza settaria e dal ruolo che svolgono in essa militari e paramilitari iracheni, gli Stati Uniti non vogliono forzare più di tanto la mano al Primo Ministro Maliki per paura di destabilizzare l’attuale governo. C’è pure chi tra gli Americani sostiene che la violenza che si esercita tra fazioni irachene abbia un effetto positivo: quello di diminuire gli attacchi contro i militari statunitensi.

Se e vero che ogni tanto gli Americani sono intervenuti per porre fine alle più rozze violazioni del diritti umani compiute dal governo iracheno a maggioranza sciita, gli effetti di questi interventi sono stati scarsi e certamente inefficaci per raddrizzare la situazione. Ad esempio sembra che non sia stato ancora condannato nessuno dei circa 55 dipendenti del Ministero degli Interni messi sotto inchiesta dopo che nel maggio scorso un’ispezione compiuta congiuntamente da Americani e Iracheni aveva accertato che il cosiddetto Sito 4 di detenzione a Bagdad – in cui erano stipati 1.400 prigionieri, inclusi 37 minorenni - era sede di trattamenti inumani e di tortura. Un generale della polizia sembra sia stato degradato, ma senza essere perseguito penalmente.

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(*) Il diritto alla pace è stato affermato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1984. Esso viene considerato – insieme al diritto allo sviluppo e ai diritti ambientali – tra i diritti di terza generazione che sono il pre-requisito per il godimento dei diritti di prima generazione (civili e politici) e di seconda generazione

 

 

4) SENTENZA MEDELLIN: ULTIMO STRAPPO AL TRATTATO DI VIENNA

 

La Corte criminale d’Appello del Texas ha respinto l’appello di Jose Ernesto Medellin, messicano che chiedeva la riapertura del suo caso davanti alla corte texana che lo aveva condannato a morte nel 1994. Medellin  contestava di essere stato privato dell’aiuto del consolato del Messico, di cui aveva diritto - in virtù del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari - al momento dell’arresto e nel corso del processo capitale cui fu sottoposto nel 1994. Con ciò è stato rigettato l’ordine impartito dal presidente Bush alle corti statali di riesaminare i casi di 51 condannati a morte messicani, emesso il 20 febbraio 2005 a seguito della condanna degli Stati Uniti del 31 marzo 2004, per violazione del Trattato di Vienna, da parte della Corte Internazionale dell’Aia (cosa che probabilmente lo stesso Bush si augurava.)

 

Con la sentenza emessa il 15 novembre dalla Corte criminale d’Appello del Texas sul ricorso di Jose Ernesto Medellin, messicano condannato a morte in Texas (*), è stata percorsa un’ulteriore tappa del contorto e inglorioso cammino degli Stati Uniti che – dopo una prolungata resistenza alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia – si avviano ad uscire dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, da loro a suo tempo firmato e ratificato (v. ad es. nn. 104, 114, 117, 127, 130, notiziario).

Il ricorso di Jose Medellin è stato respinto nonostante la sentenza della Corte dell’Aia che aveva condannato gli USA per aver violato il Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari, negando a lui e ad altri 50 messicani la facoltà di giovarsi dell’assistenza del proprio consolato al tempo dell’arresto e dei processi capitali in cui furono condannati a morte, e nonostante l’ordine rivolto dal presidente Bush alle corti statali di riesaminare i casi dei 51 messicani per tener conto di tale sentenza.

La massima corte criminale del Texas ha in sostanza sostenuto – in un complicato testo di 64 pagine corredato da 283 note legali a piè di pagina - che il presidente Bush ha superato i limiti del potere esecutivo invadendo il campo del potere giudiziario col suo ordine del 28 febbraio 2005 che rimandava alle corti statali i casi di Medellin e degli altri 50 condannati a morte di origine messicana.

La mossa di Bush era parte di una complessa strategia per evitare di uniformarsi nell’immediato alla sentenza già emanata dalla Corte Internazionale dell’Aia nel momento in cui gli Stati Uniti cominciavano a disimpegnarsi dal Trattato sottraendosi alla giurisdizione della medesima corte con l’uscita dal Protocollo aggiuntivo al medesimo Trattato (v. n. 127)

La Corte Suprema federale il 23 maggio 2005 aveva dismesso i casi di Medellin e degli altri 50 condannati a morte messicani, citando l’ordine presidenziale e rimandandoli tutti alle corti statali. In tal modo il massimo organo giudiziario statunitense era riuscito ad evitare di prendere una spinosa decisione sul fatto che il Trattato di Vienna fosse o meno vincolante per le corti americane.

Il Texas aveva immediatamente annunciato opposizione all’ordine presidenziale e la sentenza del 15 novembre scorso segna la piena riuscita di tale contestazione. Probabilmente va bene che sia andata a finire così anche al presidente Bush, nonostante la sua sconfitta legale. Infatti sia Bush che il suo Ministro della Giustizia Alberto Gonzales fin dall’inizio potevano figurasi ed augurarsi che l’ordine sarebbe finito nel nulla.

Vittime dell’allucinante rimpallo di responsabilità sono innanzitutto Medellin e i suoi 50 compagni di sventura - che si ritrovano con un pugno di mosche in mano e con il rischio di una data di esecuzione nonostante la sentenza favorevole nei loro confronti emessa dalla prestigiosa Corte dell’Aia nel 2004 - nonché lo stato del Messico che si era fortemente schierato ed impegnato per tutelarli.

Tuttavia gli Stati Uniti, se non avessero la solita faccia di bronzo nei riguardi del resto del mondo, dovrebbero vergognarsi della figuraccia che fanno al temine di un lungo periodo di violazioni del Trattato di Vienna cominciato nel 1999 con l’uccisione in Arizona dei fratelli tedeschi LaGrand (v. ad es. nn. 81, 87, 88).

Il caso Medellin è stato infatti osservato e supportato da decine di paesi, gruppi legali e organizzazioni umanitarie, da ex diplomatici americani e dall’Unione Europea.

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(*) Jose Ernesto Medellin a 18 anni partecipò ad un duplice omicidio di ‘branco’, v. n. 141, “Sete di vendetta...”

5) CONTINUA IN CARCERE LA TORMENTOSA VICENDA DI ANTHONY GRAVES

 

Anthony Graves - che fu condannato a morte nel 1994 in un processo invalidato il 3 marzo scorso a causa del comportamento illegale dell’avvocato accusatore Charles Sebasta -  doveva essere liberato su cauzione il 17 novembre in attesa di un nuovo processo. Tuttavia lo stato del Texas ha messo in atto tutti i possibili artifici legali per ottenere il prolungamento della sua carcerazione.

 

Come avviene troppo spesso in Texas, l’accusa era riuscita a far condannare a morte Anthony Graves facendo pressioni su Robert Carter, un criminale coimputato e già condannato a morte, che durante il processo aveva testimoniato contro di lui.

Per di più l’accusatore Charles Sebasta aveva nascosto alla difesa due dichiarazioni che scagionavano l’imputato, rese prima del processo dallo stesso Carter. Per tale ragione – e per merito di un gruppo di studenti di giornalismo dell’università St. Thomas che hanno indagato sul suo caso - Anthony Graves il 3 marzo scorso aveva ottenuto l’invalidazione del processo tenutosi nel 1994 (v. n. 137, notiziario). 

L’accusa, dopo aver ricorso invano contro l’annullamento del processo di Graves, non solo ha deciso di riprocessarlo ma sta cercando ostinatamente di impedire che egli venga rilasciato su cauzione e affronti da persona libera il secondo processo.

Con una serie di ricorsi, gli avvocati di Graves (che, convinti della sua innocenza, lavorano gratuitamente) erano riusciti ad ottenere dal giudice federale distrettuale Samuel Kent la liberazione del loro cliente che doveva avvenire, previo versamento di una cauzione di 50 mila dollari,  il 17 novembre.

L’accusa ha però trovato il modo di prolungare la carcerazione di Graves appellandosi contro la sentenza di Kent e impegnandosi nel frattempo per ottenere che la cauzione venga portata ad un ammontare proibitivo dell’ordine dei milioni di dollari.

Sta di fatto che Anthony Graves – da considerarsi innocente almeno fino alla sentenza del secondo processo - si trova ancora nel carcere della contea di Burleson dal quale doveva uscire il giorno 17.

Michael Ware,  un avvocato del Progetto Innocenza del Texas, ha denunciato l’illogicità di tenere in carcere Graves sfruttando le accuse che sono state annullate dalla corte federale che lo ha prosciolto. “E’ incredibile che gli accusatori per negargli la libertà si basino sul fatto che egli si sia beccato una condanna a morte dal momento che tale sentenza capitale conseguì ad una loro condotta illegale”, ha osservato Ware.

Continua così il calvario di questo malcapitato che è stato accusato di un delitto raccapricciante (la partecipazione alla strage di sei persone tra le quali vi erano quattro bambini) ed ha passato 12 anni nell’orribile braccio della morte del Texas (v. nel n. 98, “L’assassino della porta accanto” di Bianca Cerri; nel n. 100, “Delazione e ritrattazione nel caso di Anthony Graves”; nel n. 122, “Per Graves aiuto provvidenziale dagli studenti di giornalismo”).    

Ciò che sgomenta particolarmente in casi come questo è la pervicacia degli accusatori i quali, al fine di salvaguardare la propria reputazione e il proprio tornaconto politico, si impegnano allo stremo per impedire – o almeno per rimandare sine die – il riconoscimento dell’innocenza di persone di cui hanno peraltro già compromesso l’esistenza.

 

 

6) LA FINE CHE SEGNO’ UN NUOVO INIZIO di Kenneth Foster

 

I condannati a morte vedono uccidere uno ad uno gli amici più cari nel corso degli anni. E’ questo un aspetto non secondario della tortura psicologica costituita dalla pena di morte. Ecco la testimonianza di Kenneth Foster, nostro corrispondente dal braccio della morte del Texas, sull’esecuzione di Derrik Frazier, un suo caro amico, valoroso compagno di lotta. Kenneth che - come spiegheremo nel prossimo numero - è sotto pressione per il drastico peggioramento della propria situazione giudiziaria, scrive nello stile esasperato ed enfatico che caratterizza gli attivisti americani più radicali ma dalle sue parole ‘forzate’ emerge un profondo sincero coinvolgimento.

 

Mi svegliai poco prima delle 7 […] Era il 31 agosto 2006, il giorno fissato per l’esecuzione del mio compagno Hasan Shaker, un giovane appassionato attivista. Conoscevo Hasan da quasi 8 anni, da quando si chiamava semplicemente Derrik Frazier ed era un ragazzo testardo e selvaggio. Questo ci fece diventare amici perché a quell’epoca ero proprio come lui – testardo e selvaggio. Nel corso degli anni avevo visto Hasan deporre il suo guscio folle e coriaceo e indossare l’armatura della consapevolezza rivoluzionaria.

Camminavo nella mia cella preda di un profondo stress. Sentivo un gran peso sulle spalle. Mi resi conto che questo peso era frustrazione, frustrazione di dover sopportare l’omicidio programmato di un altro dei miei amici. Nell’arco di due settimane consecutive avevo già patito l’uccisione di Richard Hinojosa e di Justin Fuller e sentivo che se fosse avvenuto questo terzo assassinio sarei arrivato al limite della sopportazione.

Non posso esprimere che cosa si prova in quei momenti. Trovandomi nel braccio della morte dal 1° luglio 1997, sono stato costretto a sopravvivere ad oltre 300 assassini sanzionati dallo stato. Parecchi degli uccisi erano uomini che conoscevo; uomini con cui avevo camminato e parlato negli anni in cui non eravamo ancora in isolamento individuale; uomini con cui avevo mangiato; uomini che avevo abbracciato e con cui avevo condiviso storie di famiglia. Questa è l’umanità che i politici nascondono col cemento e con l’acciaio e che i giornali riportano alla luce solo con titoli come: “GIUSTIZIATO OGGI UN ASSASSINO!” […]

L’esperienza che vivevo il 31 agosto era più straziante del solito, perché c’era un rapporto più profondo tra me e colui che veniva ucciso. Creiamo legami tra queste mura e i legami si rafforzano se i nostri familiari fanno amicizia tra loro. Quando le nostre famiglie cominciarono a frequentarsi, Hasan ed io già da tempo eravamo profondamente uniti nella Lotta. […]

Era questa nostra unione che aveva fatto sì che i nostri cari si unissero fuori – amici che incontrano altri amici, attivisti che incontrano altri attivisti, mogli che incontrano altre mogli. E con la famiglia arriva un amore più grande. […]

Sapevo che tra poco saremmo stati tutti nella stanza delle visite e così mi preparai mentalmente per questo.

Quando vi entrai alla 8 e 20’, il parlatorio era quasi vuoto. C’erano solo 3 o 4 persone e ciò aggiunse tristezza alla giornata già deprimente. Fui accolto dal luminoso sorriso di mia cognata Claire e dal pugno sollevato in un gesto rivoluzionario dal mio fratello Ray. […]

Entrammo subito in sintonia e saltammo da un argomento all’altro. Adesso riesco a ripensarci e mi rendo conto di quanto fu intenso l’incontro. Mi ricordo ancora di quanto fossi stanco; stanco di dover vivere ancora una tale esperienza drammatica. La gente pensa che la punizione ‘crudele e inusuale’ risieda nell’iniezione letale. Posso garantirvi che non è così. E’ più crudele il dolore prolungato di passare anno dopo anno a guardare uomini che vengono ‘macellati’. Il termine da usare è proprio questo,  indipendentemente da quanto cerchino di rendere pulito il lavoro del boia. Vengono portati al mattatoio. E il mio compagno era qui a subire la macellazione.

In parlatorio, non persi l’occasione di recitare alcune mie poesie a Ray, questo fratello che condivide fuori dal carcere la mia visione di poeta e di attivista. […]  La nostra visita finì quando Ray mi lasciò per andare a trovare il nostro fratello Tony Ford. Si concluse la visita ma non il nostro sodalizio. Pugni congiunti attraverso il vetro, occhi fissi negli occhi con la promessa di tener duro fino all’impossibile! Sapevamo che qualsiasi cosa fosse accaduta più tardi quel giorno, un forza ci avrebbe spinto insieme nella stessa direzione.

Terminai la mia visita con un senso di incompletezza. Avrei voluto andarmene provocando un grande FRAGORE! Mi ritrovai ancora una volta nella mia cella ad aspettare. E quell’attesa sarebbe stata pesante. E quel peso avrebbe alimentato rabbia esplosiva in me. Devo confidarvi una cosa. La cella in cui sono rinchiuso (cella 45 corridoio A) dà sulla strada in cui passa il furgone che porta i prigionieri a Huntsville. Mi trovai in piedi a guardar fuori dalla feritoia. Verso le 12 e 30’ lo vidi andare via. Un furgoncino bianco con i finestrini anneriti, e pensai… ecco il mio compagno che se ne va nel furgone. Pensai a tutti gli altri che andarono nella stessa direzione e desiderai di correre dietro a quel furgone. Volevo rincorrere quel furgone e prendere a calci tutti quelli che c’erano dentro e tirar fuori il mio compagno. Ma avevo anch’io un nodo scorsoio intorno al collo.

All’avvicinarsi della sera accelerai il mio passo convulso nella cella. Quando guardai l’orologio, le 6 di sera incombevano su di me. Sapevo che a quell’ora l’esecuzione, a meno che non venisse sospesa, sarebbe stata effettuata. Alle 7 sintonizzai la radio su 96.1 KDOL per sentire il notiziario. Ricevetti come un pugno nello stomaco la notizia che il mio compagno era stato “giustiziato”.

I miei occhi si riempirono di lacrime. Il mio stomaco si ribellò e probabilmente se mi fossi trovato in mezzo ad una folla mi sarei appoggiato a qualcuno. […] E poi arrivò una fitta – direttamente in gola come una freccia affilata - e tutto il risentimento trovò il suo sbocco in calde lacrime. Queste lacrime superarono una grande resistenza per uscire perché sono così maledettamente stanco di piangere. Sono stanco di perdere le mie lacrime. Fu in quel momento, quando si presero la vita di questo combattente, che dichiarai che erano in debito con me per le lacrime che mi facevano spargere. […]

La verità è che non ti abitui mai a questo processo anche se sai che cosa ti devi aspettare. Pensereste che dovrei sapere cosa aspettarmi dai miei sentimenti. Ma non è così!

E mi sforzo per cercare di dirvi che cosa si prova. Posso dirvi che considero tutto ciò come una guerra e forse mi sento come se stessi combattendo in Iraq. Mi sento come gli uomini che combattevano in Vietnam, annaspando nel fango, ogni giorno terrorizzati di cosa potesse esplodergli in faccia. Nauseati, stanchi, arrabbiati e desiderosi di qualcos’altro. Di qualsiasi cosa – persino di un’altra guerra. Purché non la presente.

E la cosa più spaventosa è il modo in cui dobbiamo andare avanti. Dobbiamo andare avanti con le stesse cose – la ricreazione, scrivere, lottare e sorridere mentre quelli che amiamo se ne vanno. Non è facile. E’ come essere sul campo di battaglia. Siamo tutti fianco a fianco mentre ci spingono avanti. I proiettili fischiano intorno alle nostre teste. Il fumo è così fitto che riusciamo a stento a vederci l’un l’altro, ma sappiamo che ci siamo. Possiamo sentire la reciproca presenza. Sentiamo il reciproco odore. Possiamo captare i battiti cardiaci e gli stessi desideri… di vincere, di essere liberi, di andarcene. E poi sentiamo i corpi cadere – anche se non siamo lì. Sappiamo che stanno cadendo. Ma non possiamo fermarci. Dobbiamo andare avanti. […]

Il mio compagno se n’è andato. E’ andato, ma non è dimenticato e non possiamo dimenticarlo perché ha lasciato tante cose dietro di sé. Ci ha lasciato delle istruzioni, degli ordini e delle richieste. La richiesta di non arrenderci. Ci ha passato la fiaccola. Ce l’ha gettata tra le mani che la volessimo o no. Il non accettarla significa non accettare noi stessi, perché noi siamo l’eredità vivente uno dell’altro. Di fronte a tutti i fratelli, buoni e cattivi, egli ha posto una  scelta. Ha dimostrato che chiunque può sfuggire ad una vita senza senso e spostarsi verso una Lotta ricca di motivazioni. […]

E così sto raccogliendo io quella fiaccola. L’ho afferrata e la sto agitando in aria. La missione non è compiuta. Un altro soldato è caduto per risorgere. Si dice che quando muore un dittatore, il suo regno finisce, ma quando muore un martire il suo regno comincia. Ciò significa che adesso dobbiamo ricevere un nuovo spirito combattente che riempia i nostri corpi.

In questo momento il mio cuore sanguina. Sono arrabbiato e sento di doverlo essere, perché mi trovo in un paese che genera gravi problemi. E sono stanco di combattere da solo e di parlare a gente cerebralmente morta. Quindi il compito è gravoso. La liberazione data dalla morte è preferibile alla vita sotto l’oppressore, perciò io bacerò entrambe queste alternative sulla bocca e le trasformerò in strumenti assoggettati al mio volere. La mia volontà mi dice di non arrendermi! La mia volontà mi dice di contagiare le masse! E la mia volontà mi dice che ce la farò!

Lunga vita allo spirito combattivo di Hasan Shakur!

E la battaglia è solo all’inizio!!!

Restiamo impegnati nella Lotta per la vita!

 

 

7) LA PENA DI MORTE E’ INUMANA di Lisa Gartner

 

Lisa, una studentessa tedesca che frequenta un anno di liceo negli USA, avverte uno stridente contrasto tra la sua cultura e quella del paese che la ospita, perciò l’8 novembre scrive una lettera al quotidiano “Hillsboro Free Press” in cui esprime con semplicità e chiarezza le sua avversione alla pena di morte.

 

Mi chiamo Lisa Gartner, sono una studentessa di un liceo locale che arriva dalla Germania in seguito ad un programma di scambio tra studenti, e ho 17 anni.

In Germania la pena di morte è stata proibita. E’ una delle migliori decisioni che i nostri politici abbiano mai preso. Ci sono ancora molti paesi, però, che hanno la pena di morte, come gli Stati Uniti, perché pensano che sia un deterrente, ma di fatto ciò non è vero.

Molti studi hanno dimostrato che il tasso di criminalità nei paesi o negli stati che non prevedono la pena di morte non è superiore a quello degli stati che invece la applicano.

Nella Costituzione degli Stati Uniti è dichiarato che al governo non è permesso applicare punizioni crudeli o inusuali. Ma chi decide che cosa è crudele e inusuale? E’ la Corte Suprema che interpreta la Costituzione i cui giudici affermano che la pena di morte è costituzionale e può essere messa in atto in ogni stato.

Io credo tuttavia che punire un essere umano con la morte sia più che crudele! Nessuno merita di morire, indipendentemente da ciò che ha fatto.

Penso che la nostra società dovrebbe essere più saggia di quanto non lo fosse nei giorni in cui la gente pensava che “occhio per occhio e dente per dente” fosse la legge più importante che esista.

Inoltre, non c’è alcuna logica nel fatto che il governo americano affermi che uccidere è un crimine e che ogni omicidio deve essere punito – ma poi il governo commetta lo stesso crimine uccidendo gli assassini.

La giustizia inoltre non è cieca come si supporrebbe nei casi capitali. Quasi il 50 per cento dei prigionieri giustiziati dal governo sono afro-americani.  Questa pratica è razzista e deve essere fermata!

Non riesco proprio a capacitarmi del punto di visita del Partito Repubblicano che svolge la sua campagna elettorale sostenendo la pena di morte.

Spero soltanto che i politici del futuro rifiuteranno la pena di morte e ammetteranno che è un tipo di punizione inumano.

 

 

8) CELEBRATO IL 30 NOVEMBRE IN 500 CITTA’

 

E’ stata celebrata in oltre 500 città del mondo la Quinta Giornata Internazionale "Città per la Vita - Città contro la Pena di Morte" in coincidenza con l'anniversario della prima abrogazione della pena di morte dall'ordinamento di uno stato europeo, avvenuta nel Granducato di Toscana il 30 novembre del 1786.

 

L'iniziativa "Città per la Vita - Città contro la Pena di Morte" - promossa dalla Comunità di Sant'Egidio il 30 novembre di ogni anno e sostenuta dalle principali organizzazioni abolizioniste raccolte all'interno della World Coalition Against the Death Penalty (tra cui Amnesty International ed Ensemble contre la Peine de Mort) - fa eco alla Giornata mondiale contro la pena di morte che si celebra  il 10 ottobre.

Giunta alla quinta edizione, quest’anno è stata celebrata con successo a Roma, Napoli, Bruxelles, Madrid, Ottawa, Berlino, Barcellona, Firenze, Ravenna, Reggio Emilia, Venezia, Città del Messico, Buenos Aires, Puerto Rico, Austin, Dallas, Antwerpen, Vienna, Parigi, Copenhagen, Stoccolma, Bogotà, Santiago del Cile, Abidjan, Lomè, Conakry, Maputo, Windhoek, Dakar… oltre 500 città piccole o grandi hanno illuminato i loro monumenti simbolo la sera del 30 novembre e/o nelle sere dei giorni vicini – dal Colosseo a Roma alla Plaza de Santa Ana di Madrid, dall'Obelisco centrale di Buenos Aires al Palazzo della Moneda a Santiago, dall’Atomium di Bruxelles, alla Piazza della Cattedrale di Barcellona - formando un ampio schieramento morale contro le esecuzioni capitali. 

Manifestazioni particolarmente importanti si sono svolta a Roma nei giorni 29 (Università Roma Tre) e 30 (Campidoglio) con la presenza di numerosi ‘testimoni’ fatti venire per l’occasione dagli Stati Uniti (Mario Flores, ex condannato a morte nell'Illinois, Bud Welch, abolizionista, padre di una ragazza vittima dell'attentato di Oklahoma City, Shujaa Graham, ex condannato a morte in California, Bill Pelke e Renny Cushing dell'Associazione familiari delle vittime di omicidi che si oppone alla pena capitale).

 

 

8) NOTIZIARIO

 

Cina. Largo ricorso ai corpi dei condannati a morte per i trapianti d’organo. In un articolo pubblicato il 18 novembre con grande rilievo dal Los Angeles Times, vengono riportate testimonianze indubitabili su quello che si sapeva già da tempo: gli organi trapiantati in Cina (anche a stranieri danarosi venuti per l’occasione) provengono quasi esclusivamente dai condannati a morte. Nel corso di una conferenza di chirurghi nella città meridionale di Guangzhou, il vice ministro della salute Huang Jiefu ha chiesto l’osservanza di un più rigoroso codice etico.  “A parte un piccolo numero di organi provenienti dalle vittime del traffico, la maggior parte degli organi provengono dai prigionieri messi a morte” ha dichiarato Huang davanti al qualificato uditorio, come riportato il 16 novembre dal quotidiano China Daily.

 

Kuwait. Impiccato sopravvive per 5 ore. Secondo fonti giornalistiche locali riportate dall’Agence France-Presse, Sanjaya Rowan Kumara, un cittadino cingalese impiccato in Kuwait il 28 novembre per aver ucciso una donna asiatica nel corso di una rapina, è stato tirato giù dal capestro 8 minuti dopo l’esecuzione della sentenza e dichiarato morto dai medici. Il ‘cadavere’ ha però manifesto deboli segni di vita durante il trasporto all’obitorio e i sanitari kuwaitiani hanno dovuto attendere altre cinque ore per poterlo dichiarare ‘completamente deceduto’. Il Ministero della Giustizia non ha voluto commentare la macabra notizia che è stata poi smentita da Najeeb al-Mulla, responsabile dell’esecuzione, ad un giornalista del quotidiano Al-Watan. Mulla ha definito il rapporto pubblicato dal giornale Al-Qabas ‘privo di fondamento’.

 

Iraq. Nel processo contro Saddam Hussein, arrestato in aula un avvocato difensore. Mohammed al-Oreibi al-Khalifah, presidente della corte che sta processando l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein e sei coimputati per genocidio nel corso della campagna militare”Anfal” del 1988 contro gli insorti curdi (v. n. 142), il 29 novembre ha espulso dall'aula un avvocato della difesa "per offesa alla corte" e ne ha ordinato l'arresto per un giorno. Si tratta dell’avvocato Badie Aref che difende l'imputato Farhan al-Joburi, ex capo dell'intelligence militare nel nord dell'Iraq.

 

Perù. Disegni di legge per introdurre la pena di morte per reati ordinari. L’America del sud è ormai libera dalla pena di morte per lo meno per quanto riguarda i reati ordinari. Purtroppo questa situazione favorevole potrebbe essere compromessa dall’approvazione di disegni di legge proliferati nel clima giustizialista creatosi l’estate scorsa dopo l’elezione del presidente Alan Garcia. L’11 novembre il Governo ha presentato al Congresso un disegno di legge per aumentare le pene per coloro che sono giudicati colpevoli, in base alla legge antiterrorismo del 1992, di crimini previsti nell’articolo 140 della Costituzione del 1993. La norma in gestazione prevede la pena di morte per i leader di movimenti armati, per i membri di organizzazioni che fanno vittime tra la popolazione disarmata e per i recidivi di reati terroristici. Tale norma è sostanzialmente contraria alla Costituzione perché contrasta con una sentenza emessa nel 2003 del Tribunale Costituzionale che ha invalidato alcune parti del pacchetto antiterrorismo del 1992, proibendo l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola che in esso era contemplato. Quello iniziato l’11 novembre è il quarto tentativo di espandere a reati ordinari la pena di morte in Perù (prevista solo per reati eccezionali) da quando è entrato in carica nel luglio scorso il presidente Alan Garcia. Gli altri tentativi riguardano violenze sessuali contro bambini e disabili che avvengano, in determinate fasce di età, con - ma anche senza - spargimento di sangue.

 

Russia. In dirittura di arrivo una proroga di tre anni della moratoria delle esecuzioni capitali. La moratoria delle esecuzioni capitali imposta dal presidente Yelzin in occasione dell’ingresso della Russia nel Consiglio d’Europa regge dal 1997 ed è stata anzi rafforzata da una sentenza della Corte Costituzionale. Fino ad ora però, il forte sostegno della pena capitale da parte dell’opinione pubblica in un periodo di dilagante criminalità e le conseguenti resistenze della Duma, hanno impedito l’abolizione della pena di morte nella Federazione Russa. Tuttavia la camera bassa il 15 novembre ha approvato in prima lettura un disegno di legge che ha l’effetto di prolungare la moratoria delle esecuzioni per tre anni. Con il disegno di legge approvato il 15 novembre, infatti la Duma sposta dal 1° gennaio 2007 al 1° gennaio 2010 il temine per introdurre i processi con le giurie in Cecenia e la sentenza della Corte Costituzionale in materia di pena capitale impone la moratoria delle esecuzioni fintanto che in tutta la Federazione non venga introdotto il processo davanti alle giurie.

 

Texas. Leggi per punire con la morte anche pedofili non assassini. Due delle prime proposte di legge inoltrate in anticipo rispetto alla sessione legislativa che si terrà in gennaio in Texas prevedono che siano puniti con la pena di morte i recidivi nell’aggressione sessuale ai danni di minori di 14 anni: la proposta n. 68, presentata in Senato dal repubblicano Bob Deuell, e la proposta n. 8 presentata alla Camera dei Rappresentanti dalla deputata repubblicana Debbie Riddle. Un portavoce di Deuell ha reso noto che il senatore ha lavorato mesi alla sua proposta di legge che prevede anche altri inasprimenti di pena per i reati contro i bambini. Il vice governatore David Dewhurst, che aveva proposto una legge del genere in campagna elettorale nei mesi scorsi, ha fatto sapere che ritiene tuttora la pena di morte parte di una “campagna per proteggere i bambini del Texas”. Anche il Governatore Rick Perry appoggerà tali proposte di legge. Cinque stati (Louisiana, Florida, Oklahoma, South Carolina e Montana) hanno già approvato leggi similari (v. n. 140). Un uomo accusato di violenza carnale ai danni di una bambina di 8 anni è nel braccio della morte della Louisiana e i suoi appelli sono ancora in corso. Però tutti i 1056 ‘giustiziati’ a partire dal 1977, anno della ripresa delle esecuzioni negli USA, hanno ricevuto la pena capitale per omicidio. Gli esperti legali prevedono che la Corte Suprema difficilmente lascerà giustiziare negli Stati Uniti persone che non abbiano ucciso. Tuttavia, dopo le nomine dei giudici ultra conservatori Roberts e Alito nella Corte Suprema da parte del presidente Bush, si prevede che le eventuali sentenze in materia saranno prese a strettissima maggioranza.

 

Usa. Il Military Commissions Act consentirebbe la detenzione indefinita anche negli Usa. Come era prevedibile, tutte le possibili violazioni dei diritti umani nascosti nelle pieghe del famigerato Military Commissions Act of 2006 (che ha illuso e ingannato i membri più garantisti del Congresso USA al momento della sua approvazione a fine settembre, v. nn. 142 e 143) vengono reclamate in sequenza dall’amministrazione Bush. Il 13 novembre il Ministero della Giustizia ha inoltrato alla Corte federale d’Appello del Quarto circuito un documento in cui afferma che l’Act - finora usato per detenere indefinitamente senza possibilità di accesso alle corti americane i prigionieri di Guantanamo - si applica anche alle molte centinaia di immigrati che vennero arrestati sul territorio degli Stati Uniti subito dopo gli attentati del 11 settembre 2001 e qui ancora detenuti senza accusa e processo. Frattanto, il 9 novembre, si è appreso che l’amministrazione ha ammesso gravi abusi compiuti contro tali detenuti nelle settimane e nei mesi seguenti agli arresti. Secondo le denunce, nell’ultimo dei nove piani del Metropolitan Detention Center a Brooklyn, gli stranieri, in balia di guardie ‘impazzite’, venivano privati di tutto (anche di un materasso, delle scarpe e della carta igienica), sbattuti violentemente contro il muro, spogliati in continuazione, sottoposti a perquisizioni intime ed umiliazioni dolorose (ad esempio con la penetrazione di una torcia elettrica nel retto), privati di diritti legali e servizi religiosi.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 novembre 2006