FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 123  -  Novembre 2004

SOMMARIO:

 

1) Auguri!

2) Kenneth su Bush e Kerry

3) Anthony Fuentes: ucciso anche lui    

4) Falluja, esecuzione di una città

5) Gli Usa pongano fine alla tortura!     

6) Ashcroft non era il peggiore, ecco Gonzales        

7) Inusuale udienza per Johnny Penry  

8) L’attivista George Ryan, ex sostenitore della pena di morte  

9) North Carolina indulgente verso gli accusatori disonesti

10) Condanna capitale ‘made in Afghanistan’

11) Da Luis e Barbara, grandi amici di Dominique

12) Franklin è una persona eccezionale: scrivetegli!

13) Pena di morte in forte calo negli Usa ma non così in Texas 

14) Notiziario: Cile, Florida, Iran, Iraq, Nigeria, Tennessee, Texas, Usa       

 

1) AUGURI!

 

Il mondo sta soffrendo e con lui i suoi abitanti. Per colpa della sete di potere e di ricchezza. A tutti i livelli, le persone avide nuocciono più o meno gravemente, a seconda del potere di cui dispongono, agli altri. Le voci che si levano per opporsi a queste prepotenze, per mettere in luce le ingiustizie, hanno bisogno di molto coraggio e di una grossa dose di ostinazione per continuare a lottare. A tutti questi ostinati, a tutti coloro che sostengono il diritto alla vita di ogni individuo e il dovere di lottare per un mondo migliore, per lasciare ai nostri figli un luogo pulito in cui crescere i loro figli, ai nostri soci, ai nostri sostenitori, ai nostri simpatizzanti e anche a quelli che ci contestano con cuore e mente aperti al dialogo, a tutte queste persone di buona volontà auguriamo che il Natale porti forza e pace interiore e che il 2005 sia ricco di serenità e di piccole e grandi vittorie.

A tutte le vittime delle prepotenze auguriamo di incontrare sul loro cammino, irto di spine e dolore, mani amiche tese ad aiutarle.

A tutti coloro che più o meno consapevolmente hanno messo la coscienza in cassaforte, insieme alle loro ricchezze, e cercano di dimenticarsene, auguriamo che il Natale risvegli i loro cuori e le loro menti e li induca a capire che solo portando felicità agli altri si può essere davvero felici. (Grazia)

 

 

2) KENNETH SU BUSH E KERRY

 

Pur sapendo che non poteva uscire prima delle elezioni, il nostro amico Kenneth ci ha mandato un vivace articolo sui due candidati alla Casa Bianca, che contiene anche un simpatico sondaggio di opinione fatto da lui (tra le guardie del braccio della morte del Texas)

 

Cari amici, come molti di voi sanno, questo mese è uno dei più importanti nella storia americana. E’ il mese delle elezioni presidenziali. Non devo citare la lunga lista che fa di Bush uno dei più ignoranti e malvagi presidenti di tutti i tempi. Ha già fatto mostra abbastanza di queste caratteristiche perché il mondo se ne sia reso conto. Dal momento che Bush è originario del Texas, e in questo stato era ampiamente sostenuto, sono stato curioso di vedere quali dei membri del personale carcerario del Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas lo avrebbero ancora votato. Per questo ho iniziato un sondaggio personale durante questi ultimi mesi.

La prima guardia a cui ho chiesto (un bianco di circa 40 anni), per chi avrebbe votato, si è affrettata a rispondere: “NON per Bush!” Gli ho domandato la ragione e ha risposto: “L’economia in Texas non è mai andata così male. Inoltre, mentre era governatore, non ha concesso gli aumenti che chiedevamo”.   Un’altra guardia (altro bianco di circa 38 anni), noto per vantarsi di essere un attivo militarista, ha espresso la sua opinione: “Chiunque si prenda cura delle truppe in Iraq, otterrà il mio voto. Occupatevi delle truppe e io sono soddisfatto”. Mi sono recato da una guardia alta e snella, un altro bianco di circa 38 anni, che una volta avevo sentito dire che progettava di finire le scuole superiori seguendo i corsi dell’Amministrazione Carceraria, per poter diventare ufficiale. A caUsa di quest’idea l’avevo mentalmente classificato come uno “pro-sistema, pro-Repubblicani”, ma egli mi ha sorpreso. Mi ha detto: “Sono sempre stato un fervente Democratico, ma se Kerry non mostra bene le sue carte, voterò per qualcun altro”. Una volta ho chiesto ad una giovane guardia (un bianco di circa 25 anni) se avrebbe votato e lui mi rispose “No!”. Gli chiesi se si era iscritto per poter votare e mi rispose di sì. Quando gli domandai perché allora non votava, mi rispose: “Che differenza fa chi sta seduto nella Casa Bianca? Sono tutti uguali”. La guardia che era con lui disse qualcosa di analogo (era un bianco di circa 32 anni). “Non mi sono mai iscritto per poter votare e non lo farò mai. Indipendentemente da chi metteremo alla Casa Bianca il carovita resterà alto e il mondo sarà incasinato”. Non mi accontentai della risposta e gli chiesi come mai, se era così sensibile a queste problematiche, non voleva far sentire anche la sua voce e darsi da fare. Mi rispose: “Anche i miei genitori la pensano come te. Chissà, forse quest’anno mi iscriverò e voterò”. Quando chiesi ad un nero di circa 45 anni per chi avrebbe votato, mi rispose con sarcasmo: “Non sono affari tuoi”. Ebbi più fortuna con due giovani neri che mi risposero subito “Non certo per Bush”. Chiesi ad una giovane donna bianca di poco più di vent’anni se avrebbe votato e mi rispose di no. Le chiesi se era iscritta e mi rispose di sì. Le domandai allora perché non avrebbe votato e mi disse semplicemente: “Non ci ho mai pensato”. Dopo qualche tempo, arrivando dalla ricreazione, chiesi a due guardie se avrebbero votato. Il maschio (un bianco di circa 32 anni) disse “Oh certo. E’ necessario cacciare via Bush”. Ma quando mi rivolsi alla guardia femmina (una donna bianca di circa 32 anni) disse che avrebbe votato Bush. Quando le chiesi il perché, rispose: “Ho le mie ragioni”.

Ogni giorno si parla molto di più di politica. Alcune di queste guardie sono molto intelligenti, altre no, e ad altre semplicemente non importa niente. Molte sono sorprese constatando quanto noi (i prigionieri) sappiamo. Non posso affermare che il mio sondaggio rifletta l’opinione della maggioranza delle guardie del TDCJ, ma dimostra che la gente desidera un cambiamento, sia esso perché disprezzano veramente Bush o semplicemente perché non gli è simpatico. Sicuramente di solito i risultati dei sondaggi dimostrano di essere abbastanza simili ai risultati elettorali. Per questo spero che le nostre parole abbiano influenzato alcune guardie. Ogni voto conta. Mentre non sono mai stato molto ottimista circa la maggior parte dei politici americani, Kerry potrebbe dare qualche speranza a questo paese. Per noi abolizionisti potrebbe costituire il presidente di più ampie vedute da quasi 25 anni (Jimmy Carter, presidente dal 1977 al 1981 aveva delle riserve sulla pena di morte). Kerry è contrario alla pena di morte quasi senza eccezioni. Quando gli è stato chiesto che ne pensa dell’omicidio sanzionato dallo stato, ha citato i suoi giorni passati in Vietnam e ha detto: “So cosa vuol dire uccidere. Non mi piace uccidere. Questo è un mio parere personale”. Solo dopo gli attacchi dell’11 settembre ha mutato leggermente il suo punto di vista per dire che adesso è favorevole alla pena di morte per i terroristi.

Kerry è uscito dalla corrente principale e ha ammesso che la pena di morte viene applicata in modo ingiusto dal Sistema Giudiziario americano. Le elezioni presidenziali di quest’anno propongono due rivali estremamente diversi tra loro. Lo stato natale di Bush, il Texas, è in testa nel numero di esecuzioni di tutto il paese, mentre lo stato natale di Kerry, il Massachusetts, è uno dei soli 12 stati che non hanno la pena di morte. Quindi, mentre alle guardie del TDCJ può non importare l’opinione di Kerry, egli è certamente la persona che noi speriamo ardentemente vinca. E’ ora che Bush se ne vada! Spero che questo mese lo vedremo per l’ultima volta e, se anche Kerry non ha tutti i requisiti perfetti per un presidente, rappresenta davvero l’inizio di un cammino nella giusta direzione, e a questo punto penso che tutti siamo d’accordo - CHIUNQUE E’ MEGLIO DI BUSH!

 

 

3) ANTHONY FUENTES: UCCISO ANCHE LUI

 

Ringraziamo i molti soci e simpatizzanti che hanno risposto alla nostra richiesta di mobilitazione in favore di Anthony Guy Fuentes apparsa nel numero scorso. Purtroppo la vita di Anthony è stata recisa dallo stato del Texas, come programmato, il 17 novembre. Pensiamo allo strazio dei suoi parenti adottivi Guy ed Ursula Landrum. Fuentes ha negato fino all’ultimo di aver fatto fuoco uccidendo tale Robert Tate durante una rapina in un market a cui partecipò nel 1994. “Mi addolora di aver trascinato la mia famiglia attraverso tutto questo,” ha dichiarato sul lettino dell’esecuzione. “A tutti gli altri dico: la verità verrà fuori… Non è emersa in tempo per salvare la mia vita… La verità è stata sempre a portata di mano. Spero che ognuno abbia la sua pace. Oggi ho conquistato la mia.”

 

 

4) FALLUJA, ESECUZIONE DI UNA CITTA’

 

Le elezioni presidenziali americane del 2 novembre non hanno influito sul ritmo dei terribili attacchi ed attentati compiuti dalla guerriglia in Iraq ma sul comportamento del governo ad interim di Iyad Allawi e delle forze armate americane schierate in campo. Il 7 novembre, all’indomani della rielezione di Bush, è stato decretato da Allawi lo ‘stato di emergenza’ per due mesi e il giorno dopo è partito l’attacco via terra contro la città di Falluja.

Per lo stretto legame che ha con il tema dei diritti umani, più volte siamo tornati a parlare della guerra.

La giustificazione del consapevole e deliberato ricorso alla violenza letale accomuna la guerra e la pena di morte. Abolire la pena di morte – come osserva Bobbio – è un piccolo passo, di grande significato, verso il superamento della guerra. Ma non dobbiamo aspettare l’abolizione universale della pena di morte per interrogarci sulla guerra.

E’ probabilmente inutile - e sbagliato - continuare a discutere se al giorno d’oggi sia ancora concepibile in teoria una ‘guerra giusta’ e in quali modi essa debba essere condotta. Basta guardare agli orrori di ogni guerra concretamente combattuta e alle apocalittiche potenzialità distruttive degli arsenali esistenti, per capire la necessità di un impegno immediato per sradicare in ogni parte del mondo la violenza bellica che viola inevitabilmente i diritti umani individuali e collettivi e pone in forse la stessa sopravvivenza della nostra specie.

Occorre muoversi per interrompere ogni guerra in atto, evitare lo scatenamento di ogni guerra imminente, eliminare le cause di ogni guerra futura (il che richiede in primo luogo di cambiare l’attuale, intrinsecamente ingiusto, ‘ordine mondiale’).

Certo, se una guerra esiste è doveroso quanto meno contenerne gli eccessi e denunciare – come fa Amnesty International – la violazione delle regole che gli stessi belligeranti di ogni nazione si sono dati a partire dal 1863, anno di fondazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa e dell’avvio dell’elaborazione delle Convenzioni di Ginevra.

Siamo spesso costretti a denunciare le violenze e le violazioni dei diritti umani di cui si rende responsabile la ‘coalizione’ (di cui l’Italia fa parte) che ha scatenato la guerra all’Iraq, spesso ignorate o messe in secondo piano dai media. Non abbiamo bisogno di denunciare lo stillicidio di attentati che quotidianamente insanguinano l’Iraq: lo fanno adeguatamente i mezzi di comunicazione di massa, anche se dobbiamo sempre ribadire che non può esservi alcuna giustificazione per la violenza letale, sia pure usata per opporsi all’ingiusto invasore.     

Stigmatizziamo qui lo scandaloso silenzio delle coscienze in occasione della presa di Falluja da parte delle forze americane, preceduta da settimane di intensi bombardamenti (con bombe tutt’altro che intelligenti), cominciata l’8 novembre e ufficialmente conclusasi il 16. Questa battaglia condotta tra forze del tutto ‘asimmetriche’ è stata giudicata dalla stampa araba un massacro. Secondo le fonti americane i caduti tra i militari USA sarebbero 54 (con 7 morti tra i militari iracheni) e centinaia i feriti, gli insorti uccisi oltre 1.200 (ci domandiamo quale sia la sorte delle migliaia di feriti).

Abbiamo cercato lungamente e con fatica di avere dati almeno approssimativi per quanto riguarda i danni inflitti alla città e le vittime ‘civili’ nel corso di quella che è stata battezzata operazione “Furia del Fantasma”, ma non ci è stato possibile. Direttiva finora sempre osservata dalle forze americane è quella di non rivelate l’entità delle perdite ‘collaterali’ (delle quali si dice che tengano comunque un conteggio segreto). Raccogliendo e confrontando informazioni frammentarie, si ricavano conclusioni allucinanti (che speriamo possano essere smentite o ridimensionate ma che potrebbero essere molto approssimate per difetto). Le abitazioni distrutte e incendiate sarebbero migliaia (buona parte del totale secondo il New York Times) e i morti tra la popolazione non si sa quanti siano (almeno 800 secondo una fonte anonima della Croce Rossa a Baghdad). Al momento in cui chiudiamo questo numero oltre i due terzi dei 300 mila abitanti di Falluja, sarebbero sfollati senza potersi portare appresso alcunché. Costoro, accampati a ridosso di Baghdad e dei villaggi vicini, stentano a sopravvivere nel clima invernale. I più poveri, inermi e rassegnati sono rimasti nelle loro case semidistrutte, senza cibo, acqua ed elettricità e senza cure mediche: i feriti, forse a migliaia, muoiono senza assistenza. I morti sono allineati nelle strade e alcuni di essi vengono seppelliti nei giardini di casa. Gli Americani vietano a chiunque di portare aiuto alla sventurata popolazione. Un ospedale di Falluja era stato preventivamente centrato dalle bombe provocando la morte di decine di persone, l’altro è stato occupato nel primo giorno di battaglia dai militari USA.

Si apprende da Aljazeera che le ‘regole di ingaggio’ consentivano in un primo tempo agli Americani di sparare a qualsiasi abitante di sesso maschile tra i 15 e i 60 anni, anche disarmato; in un secondo tempo gli ordini erano di far fuoco contro qualsiasi cosa si muovesse o non si muovesse. Gli edifici da cui provenivano colpi di fucile potevano essere ‘spianati’ dai carri armati con tutto il loro contenuto.

Il 15 novembre ha fatto scandalo un video della NBC News che mostra l’esecuzione a freddo di un ferito disarmato all’interno della Moschea di Falluja, un ferito che ‘faceva finta di esser morto’ all’arrivo di un gruppo di marine. Il cameraman Kevin Sites ha raccontato che alcuni uomini erano stati colpiti il 12 novembre nella moschea e che l’assassinio da lui ripreso è avvenuto il giorno dopo, quando i soldati hanno attaccato di nuovo e hanno trovato i cinque ancora in vita all’interno dell’edificio sacro. Non si sa se gli altri quattro feriti siano stati anch’essi ammazzati.

Si è trattato della seconda battaglia di Falluja, dopo l’assedio dell’aprile scorso che provocò centinaia di vittime.

Possiamo immaginare quante e quali siano le ferite inguaribili di Falluja in termini di morti ed invalidi, di distruzioni, di disastro ambientale, di malattie mentali, di odio, che dureranno per un tempo incomparabilmente più lungo di quello necessario per il completamento dell’operazione “Furia del Fantasma” 

Il 16 novembre Amnesty International ha emesso un comunicato in cui si dice che: “Le recenti notizie provenienti da Falluja sollevano forti timori che nella città irachena stiano avendo luogo gravi violazioni delle leggi di guerra a protezione dei civili e di persone armate messe 'fuori combattimento'.” Nel sostanziale vergognoso silenzio un cui si è compiuta l’ ‘esecuzione’ di una città ribelle, questa voce, un po' debole, è meglio di niente.

 

 

5) GLI USA PONGANO FINE ALLA TORTURA!

 

In un complesso rapporto di 202 pagine pubblicato a ridosso delle elezioni presidenziali, Amnesty International stigmatizza le torture e i maltrattamenti inflitti dagli Americani ai loro ‘nemici’ nella cosiddetta ‘guerra al terrore’, condanna le giustificazioni di tali misfatti e chiede al presidente degli Stati Uniti di impegnarsi per porre fine a tutto ciò suggerendo anche modalità e criteri molto precisi di intervento. Riportiamo alcuni passi del comunicato del 27 ottobre con cui il rapporto Human dignity denied: torture and accountability in the 'war on terror'  è stato reso noto al mondo.

“Il rapporto di Amnesty International individua uno schema di violazioni dei diritti umani che parte dall'Afghanistan per giungere ad Abu Ghraib attraverso Guantánamo, evidenziando come   nonostante l'amministrazione Usa sostenga che le atrocità dell'11 settembre 2001 abbiano introdotto 'un nuovo paradigma' che richiede 'un nuovo pensiero'   ci si trovi davanti a un sistema storicamente familiare di violazione dei diritti umani in nome della sicurezza nazionale.

“La negazione dell'habeas corpus, l'uso della detenzione senza contatti col mondo esterno, il ricorso alla detenzione segreta (in alcuni casi assimilabile al fenomeno delle 'sparizioni') nonché l'ufficializzazione di tecniche estremamente dure d'interrogatorio sono risposte classiche ma deboli'   si legge nel rapporto di Amnesty. 'Riducendo le garanzie, demonizzando i detenuti e mostrando disprezzo per i propri obblighi internazionali, l'amministrazione Usa nella migliore delle ipotesi ha seminato confusione tra le persone addette agli interrogatori e nella peggiore ha dato luce verde alla tortura e ad altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti'.

“Amnesty International ha apprezzato le indagini ufficiali e la revisione delle procedure avviate quando, a seguito delle fotografie provenienti da Abu Ghraib, le autorità Usa sono state spinte a reagire in modo diverso rispetto a quanto fatto nei due precedenti anni, di fronte ad analoghe denunce. Queste indagini hanno sgonfiato la tesi ufficiale che le torture e i maltrattamenti fossero limitati ad Abu Ghraib e al comportamento aberrante di pochi soldati.” 

“Tuttavia, Amnesty ritiene che vi sia ancora bisogno di una commissione d'inchiesta più ampia […]

“Mentre molte questioni restano senza risposta, le direttive che facilitano la tortura sono ancora in vigore' ha osservato Amnesty. 'Le ripetute affermazioni dell'amministrazione Usa, secondo cui la dignità umana e' un diritto non negoziabile, suonano false di fronte all'assenza di un cambiamento fondamentale d'indirizzo dopo lo scandalo di Abu Ghraib'.”

(vedi: http://web.amnesty.org/library/Index/ENGAMR511452004 )

6) ASHCROFT NON ERA IL PEGGIORE, ECCO GONZALES

 

Abbiamo scritto molti articoli sul comportamento di John Ashcroft, Ministro della Giustizia degli Stati Uniti nel corso dei primi quattro anni di presidenza di George W. Bush. Ashcroft, cultore della pena di morte fin da quando era governatore del Missouri, si è dimostrato infaticabile nel perseguire la ripresa delle esecuzioni in ambito federale, impiegando particolare zelo per far ‘giustiziare’ cittadini di stati che hanno abolito la pena capitale (v. ad es. nn. 99, 104, 108, 111). Egli ha avuto inoltre un ruolo importante nell’elaborazione delle norme gravemente lesive dei diritti civili ed umani - a cominciare dall’Atto Patriottico - approvate negli USA all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Nulla da rimpiangere, dunque, il 2 novembre quando Ashcroft se ne è andato scrivendo in una lettera di addio: “L’obiettivo di provvedere alla sicurezza degli Americani nei riguardi del crimine del terrorismo è stato raggiunto”.

Purtroppo George W. Bush è riuscito a fare il capolavoro di trovare un nuovo Ministro della Giustizia che ha tutte le credenziali per dimostrasi peggiore di chi lo ha preceduto. Nel multietnico drappello che forma il nuovo staff di Bush, entrerà l’avvocato ispanico Alberto R. Gonzales, conservatore pragmatico e senza scrupoli poco portato ad apparire ma tenace lavoratore nell’ombra.  

Ashcroft, cantante di gospel, figlio di un pastore, è un religioso praticante che non beve, né fuma, né danza. Insieme al suo staff recita le preghiere prima di cominciare il lavoro al dipartimento di giustizia. Se per certi versi Ashcroft era un asceta, Gonzales dimostra di essere ben attaccato alla terra e agli interessi economici e di carriera. Chiacchierato per il ruolo avuto nello scandalo Enron e per contributi provenienti dai petrolieri texani, ha saputo man mano sfornare consigli legali che hanno consentito a George W. Bush, fin da quando era governatore del Texas, di perseguire le sue politiche di morte e di violazione dei diritti umani (nonché di evitare le conseguenze di un arresto per guida in stato di ubriachezza che subì nel 1976). Bush, dal canto suo, non ha mai smesso di spingere Gonzales sempre più avanti nella carriera.

Come abbiamo detto nel n. 109, George W. Bush quando era governatore del Texas impiegava 30 minuti per esaminare un caso capitale per poi scrivere la parola DENY e dare così il via libera all’esecuzione del condannato di turno. Bush sprecava così poco del suo prezioso tempo perché si limitava a leggere un pro-memoria di qualche pagina.  A preparare tali pro-memoria dal 1995 al 1997 fu proprio Alberto Gonzales. Gonzales descriveva nei particolari gli aspetti efferati del crimine commesso ma ometteva di informare il governatore sui punti cruciali di ciascun caso: inefficace difesa legale, conflitti di interesse, circostanze attenuanti o anche prove di innocenza.

A Giugno del 1997 Gonzales scrisse una lettera, a nome di Bush, al Segretario di Stato degli Stati Uniti in cui si sosteneva che il Texas non era vincolato dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari. Il motivo addotto da Gonzales era che il Trattato di Vienna, adottato dagli Stati Uniti, non era stato ratificato dal Texas! Due giorni dopo veniva messo a morte il messicano Ireneo Montoya nonostante le proteste del Messico per la violazione dei diritti consolari del prigioniero che non aveva potuto giovarsi dell’assistenza legale del proprio consolato.

Nel 1997 Alberto Gonzales divenne Segretario di Stato del Texas, per essere nominato l’anno dopo da Bush membro della Corte Suprema del Texas.

Gonzales ha seguito poi Bush a Washington e fino ad ora è stato consigliere le­gale della Casa Bianca. In tale veste ha avuto un ruolo di spicco nella preparazione di famosi memorandum che costituiscono la base giuridica delle torture inflitte ai ‘nemici’ detenuti a Guantanamo, ad Abu Ghraib e in Afghanistan. Nel memorandum del febbraio del 2002 (criticato pubblicamente da Colin Powell), Gonzales ha fornito a Bush gli appigli per porsi al disopra sia delle leggi che proibiscono la tortura (“Non sono applicabili alle detenzioni e agli interrogatori dei nemici combattenti ordinati dal Presidente”) sia delle Convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra. “La guerra al terrorismo è un nuovo genere di guerra,” scriveva Gonzales. “Il nuovo paradigma rende obsolete le stringenti limitazioni imposte dalle Convenzioni di Ginevra nell’interrogare i nemici prigionieri e folcloristiche alcune di quelle norme.”

Gonzales ha pubblicamente sostenuto la liceità della detenzione illimitata senza accusa e senza processo nell’ambito della ‘guerra al terrorismo’ ed è un autore non secondario dell’Atto Patriottico.

Gli osservatori ritengono che Bush abbia nominato Gonzales Ministro della Giustizia per rafforzarne il prestigio in vista di una sua successiva nomina a giudice della Corte Suprema federale. In seno alla quale, una volta entrato, questi potrà continuare a fare i peggiori danni vita natural durante.

 

 

7) INUSUALE UDIENZA PER JOHNNY PENRY

 

Il 10 novembre i nove membri della sussiegosa e terribile Corte di Appello criminale del Texas – massimo organo giudiziario dello stato – si sono trasferiti, dalla capitale Austin, a Waco presso l’Università Baylor per tenere una sessione alla presenza degli attentissimi studenti di legge. La corte ha discusso quattro ricorsi, la prima udienza è stata dedicata al caso capitale altamente controverso di John Paul Penry.

Come abbiamo ricordato in numerosi articoli (v. ad es. n. 99), dalla fine degli anni ottanta si sta svolgendo un braccio di ferro tra la Corte Suprema degli Stati Uniti e l’aristocrazia conservatrice del Texas che vuole morto Penry ad ogni costo per aver violentato ed ucciso nel 1979 la ventiduenne Pamela Moseley Carpenter, appartenente ad una famiglia molto in vista della cittadina di Livingston. La Corte Suprema federale, con sentenze storiche, ha annullato due volte la condanna a morte inflitta a Penry da corti texane argomentando che non erano state adeguatamente presentate alle giurie alcune attenuanti che avrebbero potuto evitare all’imputato la massima pena, a cominciare dal suo ritardo mentale.

Purtroppo la pena di morte è stata nuovamente imposta a Johnny Penry nel terzo accesissimo processo svoltosi nel 2002 nel quale si sono confrontati numerosi periti chiamati a testimoniare sia dalla difesa che dall’accusa. Prima della conclusione del processo, è intervenuta la sentenza della Corte Suprema federale del giugno 2002 che ha dichiarato incostituzionale la pena di morte per i ritardati mentali. Pur essendo evidente a chiunque che Johnny Penry abbia l’intelligenza di un bambino, la giudice presidente Elisabeth Coker e l’accusa non si sono scomposti, hanno proseguito con determinazione il processo conseguendo una nuova sentenza capitale. Questa volta la giuria, per emettere una sentenza di morte, ha dovuto implicitamente accettare la tesi che il ritardo mentale dell’imputato sia soltanto – come ha sostenuto l’accusa - ‘un mito palleggiatosi nel corso degli anni, con il concorso della stampa.’

Nell’udienza del 10 novembre scorso davanti alla Corte di Appello criminale del Texas gli avvocati hanno sollevato venti motivi di nullità dell’ultima condanna a morte soffermandosi in particolar modo su due di essi. Il primo argomento illustrato dall’avvocato Michael Charlton è costituito dal fatto che è stato negato a Penry il diritto costituzionale a giovarsi di un avvocato di sua fiducia (l’avvocato d’ufficio John N. Wright, che fino ad allora  - in qualità di difensore principale - aveva difeso con successo l’imputato, era stato sostituito su richiesta dell’accusa da un altro avvocato, per sospetto conflitto di interessi). Il secondo punto discusso durante l’udienza è stato l’insufficiente rilievo con cui è stata inserita nel processo la questione del ritardo mentale, definito semplicemente come ‘un fattore attenuante per legge’. Charlton ha sostenuto che tale frase compresa nelle istruzioni date dalla giudice Coker alla giuria non spiega con chiarezza che cosa si intenda da un punto di vista giuridico per ritardo mentale. Inoltre, per la sopravvenuta sentenza della Corte Suprema federale, la questione del ritardo mentale si sarebbe dovuta porre separatamente dalle attenuanti chiedendo alla giuria di dichiarare esplicitamente se riteneva o meno l’imputato affetto da ritardo mentale.

Ricordiamo che Johnny Penry, dimostratosi nel braccio della morte una persona dolce e mansueta, ben disposta ad accettare il carcere a vita come punizione per il delitto commesso, ha stretto una affettuosa amicizia con la Comunità di Sant’Egidio. La Comunità si era raccolta in veglie di preghiera la sera del 16 novembre 2000, quando fu sospesa la sua esecuzione per la quarta volta, insperatamente e a meno di tre ore dal momento fissato.

Ci auguriamo che la Corte di Appello criminale del Texas, sia pure composta in prevalenza da giudici ultra conservatori inclini a simpatizzare con l’accusa, voglia annullare la terza condanna a morte di Penry. La decisione della Corte verrà probabilmente resa nota tra alcuni mesi.

 

 

8) L’ATTIVISTA GEORGE RYAN, EX SOSTENITORE DELLA PENA DI MORTE

 

Tra le ‘nomination’ per il premio Nobel per la Pace di quest’anno figuravano sia quella del presidente George W. Bush sia quella dell’ex governatore dell’Illinois George H. Ryan. Entrambi appartengono al mondo dei conservatori repubblicani e sono religiosi praticanti in seno alla confessione dei Metodisti Uniti. Ma qui finiscono le somiglianze tra i due.

All’ottuso e pervicace attaccamento alla pena capitale di Bush, si contrappone l’evoluzione morale ed umana di Ryan negli ultimi cinque anni.

George H. Ryan, lasciando il suo incarico governatoriale, a gennaio del 2003 concesse 4 grazie e commutò tutte le restanti 167 condanne a morte pendenti nel suo stato (v. n. 103). Oggi, instancabile conferenziere, continua la battaglia abolizionista iniziata allora, con indomito coraggio e determinazione nonostante l’età matura e la disgrazie personali.

Ryan nel 1999, all’inizio dal suo mandato, condivideva l’atteggiamento dei repubblicani nei confronti della pena di morte: la approvava incondizionatamente e sosteneva la sua utilità. Dopo un mese si era però trovato davanti ad un primo caso che aveva incrinato le sue convinzioni: quello di Anthony Porter, un uomo col quoziente di intelligenza di un bimbo, che fu liberato nel febbraio del 1999 ma era arrivato a soli due giorni dall’iniezione letale nel 1998. Un gruppo di studenti di giornalismo della Northwestern University riuscì a scoprire in extremis prove di innocenza che scagionarono completamente Porter, il quale aveva passato 17 anni nel braccio della morte ed esaurito gli appelli. Questo evento scosse profondamente Ryan, che si rese conto di aver corso il rischio di autorizzare l’uccisione di un innocente.

Successivamente, Ryan rifletté sul fatto che a fronte di 12 esecuzioni portate a termine in Illinois dopo il ripristino della pena di morte vi erano state 13 esonerazioni di condannati alla pena capitale, a volte sopravvenute in extremis e in conseguenza di inchieste estranee all’apparato giudiziario come nel caso di Porter.

Colto da forti scrupoli di coscienza ("Nel mio cuore compresi che non si poteva andare avanti così e che non sarei stato in pace con me stesso se lo avessi consentito") all’inizio del 2000 Ryan decise di sospendere tutte le esecuzioni nel suo stato e di ordinare una approfondita indagine sul sistema della pena capitale. Come era prevedibile, i risultati dell’indagine, arrivati dopo oltre due anni, confermarono che il sistema era gravemente inficiato da errori ed ingiustizie.

La commutazione di tutte le condanne alla fine dell’incarico governatoriale di George Ryan ha sollevato polemiche e veementi proteste da parte di politici conservatori, di avvocati accusatori, di familiari di vittime dei crimini, e si ritiene che abbia provocato anche altre reazioni, meno aperte, ma più pericolose.  

L’ex governatore è stato accusato dal governo federale di frode e di racket nei decenni in cui aveva coperto importanti incarichi nello stato dell’Illinois. Secondo alcuni dei suoi sostenitori, potrebbe trattarsi di una rappresaglia politica dell’amministrazione Bush, risentita delle affermazioni abolizioniste di Ryan e delle sue commutazioni “a tappeto”, che mettono implicitamente in discussione l’onestà e la buona fede dei sostenitori ufficiali della pena capitale.   

Ryan, indebitatosi per migliaia di dollari nel tentativo di difendersi dalle accuse, non si è certo arreso e non si preoccupa più di tanto dei suoi guai personali, perché ha deciso ormai di votare la sua esistenza al tentativo di convertire il mondo alla causa abolizionista. Con la sua figura imponente e la sua voce roboante ed espressiva, egli parla all’America e al mondo per far conoscere le sue idee e le sue motivazioni contro la pena capitale. Vorrebbe che le chiese cristiane, che ufficialmente sono contrarie alla pena di morte, si attivassero con maggiore impegno, educando la gente, per ottenerne l’abolizione. Secondo lui, infatti, mentre i politici, anche quando sono contrari alla pena capitale, raramente prendono posizione in modo netto per paura di essere giudicati non abbastanza duri nei confronti del crimine, le chiese cristiane, di qualsiasi confessione, dovrebbero impegnarsi apertamente in queste attività che si confanno alla loro missione. (Grazia)

 

 

9) NORTH CAROLINA INDULGENTE VERSO GLI ACCUSATORI DISONESTI

 

Nel Foglio di Collegamento dello scorso marzo (n.117) abbiamo parlato dell’esonerazione in North Carolina di Alan Gell, riconosciuto totalmente innocente dopo nove anni dal primo processo, in cui era stato condannato a morte sulla base della falsa testimonianza di due giovanissime presunte complici (in effetti implicate nel delitto, al quale però Alan era completamente estraneo), che avevano patteggiato con l’accusa la loro deposizione in cambio di una riduzione della pena. Oltre a quello di Gell, nel corso di 6 anni, sono stati annullati in North Carolina altri 4 processi capi­tali in cui gli avvocati dell’accusa occultarono delle prove. Questi casi hanno dato origine ad una cam­pagna di stampa che ha chiesto di sottoporre a giudizio i pubblici accusatori per la loro condotta contraria all’etica processuale.

A distanza di alcuni mesi da questa iniziativa, è stato reso noto che l’Ordine degli Avvocati del North Carolina intende nominare una commissione per decidere sul trattamento dei due avvocati dell’accusa del processo di Gell (David Hoke e Debra Graves), incolpati di aver occultato prove di innocenza. In un primo tempo l’Ordine aveva soltanto consegnato a questi due avvocati una lettera di biasimo, la punizione più lieve che potesse essere inflitta. Questo provvedimento così leggero e così sproporzionato rispetto alla gravità delle scorrettezze commesse dai legali, ha suscitato polemiche e proteste da parte di altri avvocati e del pubblico. Hoke e Graves avevano infatti occultato dichiarazioni dei testimoni che avrebbero potuto discolpare Gell, e avevano tenuta nascosta una registrazione in cui una delle due testimoni chiave contro Gell asseriva di aver dovuto “inventare una storia “ per la polizia.

Speriamo che la commissione nominata dall’Ordine degli Avvocati decida di infliggere una pena più severa contro questi legali disonesti, sia per impedire che essi stessi possano continuare impunemente a far condannare, magari anche alla pena capitale, degli innocenti, sia perché la loro punizione diventi un monito per tutti gli altri accusatori senza scrupoli (che a quanto pare sembrano pullulare nelle aule dei tribunali) disposti ad imbrogliare pur di ottenere una condanna. (Grazia)

 

 

10) CONDANNA CAPITALE ‘MADE IN AFGHANISTAN’

 

In Afghanistan, il 29enne Reza Khan è stato condannato a morte per l’omicidio di Maria Grazia Cutuli, la giornalista del Corriere della Sera uccisa insieme a tre colleghi il 19 novembre 2001 subito dopo la presa del paese da parte delle ‘forze della coalizione’.

Un giudice, vestito con una casacca e un copricapo coloratissimi di foggia tradizionale, ha sentenziato che l’imputato è colpevole. Secondo le leggi del “democratico” governo Karzai, egli verrà impiccato, a meno che la sentenza non venga riformata in appello. Reza Khan si è dichiarato innocente dell’omicidio della Cutuli, pur ammettendo di aver sparato al fotografo afgano facente parte del gruppo di esponenti della stampa trucidati. In tre differenti interrogatori a porte chiuse egli ha confessato e poi ritrattato di aver commesso vari crimini, tra cui lo stupro della giornalista del Corriere della Sera. Questo fatto è sicuramente falso in quanto sul corpo della Cutuli non furono rilevate tracce di violenza da parte dei periti italiani. Le dichiarazioni altalenanti dell’imputato mettono in serio dubbio l’accertamento dei fatti e quindi la responsabilità effettiva di Reza Khan nell’uccisione della Cutuli. Al di là della questione sulla colpevolezza (Reza partecipò all’attacco contro i giornalisti e sembra che abbia gravi precedenti penali) resta in ogni caso da condannare la barbara decisione di emettere una condanna a morte.

Agata D’Amore, mamma della Cutuli, a nome della famiglia ha dichiarato subito dopo la sentenza: “Siamo contrari alla pena di morte. Non abbiamo mai pensato che chi ha ucciso Maria Grazia potesse essere con­dannato alla pena capitale: questo non ci avrebbe ridato nostra figlia”. I familiari delle vittime di crimini che riescono a ragionare con un minimo di serenità sulla pena di morte, si rendono infatti conto di quanto sia inutile e altrettanto incivile uccidere un essere umano, per quanto colpevole di un reato gravissimo. Purtroppo questo sentimento è solo raramente condiviso dai familiari delle vittime di crimini in America, perché la cultura della vendetta, che viene astutamente fomentata dai politici, ha un effetto deleterio su questi sventurati sopraffatti dal dolore.

Gli Stati Uniti, oltre a portare in lontani paesi le guerre preventive, le armi all’uranio impoverito, le bombe intelligenti e gli interrogatori sotto tortura, favoriscono nei paesi occupati anche il loro concetto di “giustizia”, basato sul largo uso della pena di morte. Forse per ottenere l’eliminazione fisica degli elementi di disturbo della ‘democrazia’. (Grazia)

 

 

11) DA LUIS E BARBARA, GRANDI AMICI DI DOMINIQUE

 

Come abbiamo scritto nel numero precedente, Dominique Green è stato ucciso nella Casa della Morte del Texas il 26 ottobre 2004. Dopo quella data ci sono giunti due messaggi che contengono parole di gratitudine per la partecipazione alla campagna in favore di Dominique. In uno di essi Ezio Savasta volontario della Comunità di Sant’Egidio ci ringrazia della solidarietà e ci comunica che tramite il sito www.santegidio.org sono passati in totale 14.090 appelli provenienti da tutto il mondo. Il  28 ottobre Luis Moriones, anche a nome di Barbara Bacci ancora in Texas dopo aver assistito all’esecuzione di Dominique, ha scritto:

 

Dieci anni di amicizia epistolare nata per caso, di visite nel Braccio della Morte del Texas, di battaglie legali, sono stati spazzati via dall'orrore asettico di un'iniezione letale nella Camera della Morte di Huntsville, Texas, il 26 ottobre 2004.

Gli ultimi giorni, e in particolare le ultime ore di Dominique Green, hanno visto una serie di attori muoversi freneticamente intorno alla terribile decisione di uccidere o non uccidere un uomo.

Mentre migliaia di persone in tutto il mondo firmavano via Internet gli appelli perché la sua vita fosse risparmiata, e gli avvocati difensori chiedevano la sospensione dell’esecuzione, l’ufficio del procuratore distrettuale sosteneva farisaicamente che tutto era regolare. Regolare la condanna a morte di un uomo contro il quale ci sono solo le testimonianze di tre ragazzi arrestati con lui!!

La Commissione per le Grazie, un sinedrio di 6 elementi creato per impedire al Governatore di fare di testa sua, consentendogli così di lavarsene le mani, votava 6-0 contro la sospensione e 5-1 contro la commutazione.

Una giudice federale dava finalmente uno “stay”, una sospensione, perché ammetteva che ci possono essere degli elementi a discapito in quelle 280 scatole di prove trovate nel Dipartimento di Polizia di Houston non catalogate o con le etichette sbagliate.

A questa sospensione facevano seguito una serie di convulsi ricorsi e controricorsi, fino alla decisione dei sommi sacerdoti della Corte Suprema che alle 2:30 della notte per noi (le 19:30 in Texas), decidevano: è reo di morte, si proceda.

Alle 2:50, davanti a pochi amici che lo trovavano già legato con le cinghie che lo inchiodavano al lettino in forma di croce, Dominique Green, perdonato dai familiari della vittima, ringraziava tutti e confessava la sua paura e la sua debolezza. Le parole si spegnevano in un rantolo e in un ultimo respiro alle 2:59.

Ora tutto è compiuto. Siamo stati testimoni dell’ennesimo omicidio compiuto dallo Stato nei confronti di un uomo inerme. Nel mattatoio di Huntsville, al nostro amico Dominique è stata tolta la vita. Nel suo ultimo disegno, denso di simboli e di drammaticità, domina un calice decorato come un cielo di un blu intenso pieno di pianeti. Non è il cielo di un giorno qualunque, ma un giorno definitivo ed eterno. In alto, al centro, capovolto, un crocifisso incompiuto è tratteggiato a matita. Forse perché avrà il colore e il nome di tanti? La violenza del potere, della giustizia umana, che ha ucciso perfino il Figlio di Dio come un criminale, si accanisce ancora sui poveri cristi.

Pur nel terrore di vedersi uccidere nel fiore degli anni, Dominique, legato, con gli aghi nel braccio, ha ringraziato tutti. Non è scontato. Non è ovvio. La sua vita difficile, segnata dalla violenza, si è spenta con parole di amore e di ringraziamento sulla bocca. In quella camera infernale, disumana, atroce e vergognosa, al di là del vetro, i testimoni, vicini al morente, tendevano la mano nell’ultima carezza.

Quello spirito di amore, di umanità, di ribellione alla cieca vendetta continui a ispirare la lotta ancora lunga che abbiamo davanti.

Grazie a tutti quelli che hanno firmato l’appello e sono stati vicini.

 

 

12) FRANKLIN E’ UNA PERSONA ECCEZIONALE: SCRIVETEGLI!

 

Gennaro Corcella ci inoltra la richiesta di corrispondenza di Franklin  Lynch proveniente dal braccio della morte della California. Ben volentieri pubblichiamo il pezzo preparato da Gennaro

 

Franklin Lynch è condannato a morte per omicidio, ma l'unico indizio contro di lui sono le impronte su di un braccialetto che egli aveva  acquistato al mercato nero e che apparteneva alla donna assassinata.

Tuttavia, se Franklin fosse stato davvero l'omicida, sarebbe stato così sciocco da vendere il bracciale ad un orafo, mostrandogli i documenti e fornendogli le sue stesse impronte, come prassi negli Stati Uniti?

Corrispondo con Franklin Lynch da oltre due anni: si tratta di una persona colta, ottimista, disponibile ad ascoltare le vicende dei suoi amici, solidale con chiunque abbia un problema.

Nel corso degli anni in prigione, egli ha avuto l'opportunità di arricchire notevolmente il suo bagaglio culturale: nella sua cella studia economia, matematica finanziaria, fisica e lingue straniere. Grazie alle competenze acquisite, sta persino coadiuvando i suoi avvocati nel gestire al meglio il prossimo appello per il suo caso. Pur con i limitati mezzi a sua disposizione, Franklin segue con interesse e passione le vicende politiche degli Stati Uniti e del mondo intero. La sua speranza è che, se riuscirà a provare la sua innocenza, i suoi studi gli possano permettere un rapido reinserimento nella società. Il suo sogno è diventare un consulente finanziario.

Ora Franklin vorrebbe allargare la cerchia di persone con le quali corrispondere: posso assicurare che si tratta di un'esperienza unica, non solo dal punto di vista umano, ma anche da quello culturale.

 

 Scrivete a:

 Franklin Lynch

 P.O. Box H-34201

 San Quentin, CA 94964  USA.

 V. anche: www.deathrow.at/franklynch/home.html

 

 

13) PENA DI MORTE IN FORTE CALO NEGLI USA MA NON COSI’ IN TEXAS

 

Il numero di persone condannate a morte negli Stati Uniti è in forte calo dal 1996. Dalle 320 condanne a morte che si ebbero in quell’anno, si è passati gradatamente alle 144 del 2003 (ultimo anno per cui sono state elaborate statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia). Alla fine del 2003 nei bracci della morte erano presenti 3.374 prigionieri, 188 in meno rispetto all’anno precedente. L’Illinois ha contribuito al 91% della diminuzione per merito del Governatore Ryan che, commutando 167 sentenze e concedendo 4 grazie, ha svuotato il braccio della morte (v. articolo qui sopra).

Anche il numero di esecuzioni va leggermente diminuendo negli ultimi anni: dalle 98 del 1999, si è passati alle 85 del 2000, 66 del 2001, 71 del 2002, 65 del 2003, 59 del 2004.

Il Texas non segue la tendenza nazionale: dall’inizio degli anni novanta continua a condannare a morte una media di 34 persone ogni anno e il numero delle esecuzioni (oltre 1/3 di quelle che avvengono in tutti gli USA) non mostra ancora una chiara diminuzione. Come risulta da un sondaggio effettuato alla fine di ottobre dal Scripps Research Center, l’opinione pubblica texana è nettamente orientata a mantenere la pena capitale (75% di favorevoli), molto più di quanto non avvenga in media negli Stati Uniti (66% di favorevoli secondo la Gallup). Stupisce che l’attaccamento alla pena di morte rimanga così alto pur essendo in crescita il numero di cittadini del Texas che ritiene che siano stati messi a morte degli innocenti (dal 57% del 2000 si è passati al 70% di quest’anno). A differenza di quanto avviene nel resto degli USA, in Texas vi è tuttora una maggioranza di favorevoli della pena di morte minorile: 51% a favore, 40% contro (63% a favore nel febbraio 2003).

  

 

14) NOTIZIARIO

 

Cile. Infine i militari ammettono le violazioni dei diritti umani sotto il regime di Pinochet. Il 5 novembre, dopo oltre trent’anni dai fatti, il Generale Juan Emilio Cheyre Espinosa – capo di stato maggiore del Cile – ha riconosciuto che le forze armate cilene devono accettare la piena responsabilità istituzionale per le violazioni dei diritti umani commesse durante il regime di Augusto Pinochet. Prima di allora le violazioni erano state attribuite ad eccessi individuali e non ad una deliberata strategia governativa. Il generale ha affermato: “Mai e per nessuno ci può essere una qualsiasi giustificazione etica per le violazioni dei diritti umani.”

 

Florida. Chiesto un risarcimento per il massacro di Frank Valdes nel braccio della morte. Nei numeri 94 e 97 abbiamo raccontato come tutte le otto guardie che presero parte al vile e feroce massacro di Frank Valdes nel braccio della morte della Florida il 17 luglio del 1999 l’abbiano fatta franca. Prosciolte da ogni carico penale devono però vedersela ora in sede civile, insieme agli esponenti dell’amministrazione carceraria di allora, perché il padre di Frank, Mario Valdes, ha chiesto un risarcimento in denaro. Le guardie dichiararono di aver reagito ad una minaccia di morte di Valdes che aveva già ucciso una guardia carceraria nel 1987. Si è però accertato che il detenuto si era fatto carico di una coraggiosa denuncia dei gravissimi abusi compiuti da diversi agenti ai danni dei prigionieri nel completo disinteresse di James Crosby, direttore della Prigione statale della Florida. Pochi giorni prima del pestaggio, Valdes aveva detto ad un compagno di prigionia che prevedeva di morire non appena il direttore fosse andato in vacanza. Crosby prese le ferie il 16 luglio, il 17 Valdes fu ammazzato.

 

Iran. Forti tensioni intorno alla pena di morte per i minorenni. Dopo l’impiccagione in Iran di una sedicenne accusata di fornicazione avvenuta il 15 agosto (v. n. 121), il 16 novembre si è saputo che nei pressi di Tehran è stato condannato a morte per omicidio un sedicenne di nome Vahid reo di aver accoltellato il suo amico Mehdi. Vahid sostiene di aver reagito ad un tentativo di violenza sessuale. Secondo Amnesty International, a Tehran, oltre a Vahid, sarebbero stati condannati a morte recentemente almeno altri otto minorenni. Il disegno di legge che vieta la pena di morte e la pena della fustigazione per i minori di 18 anni avanza a fatica in parlamento. I ceti più conservatori ed integralisti cercano di ostacolare in tutti i modi il progetto di adeguare il codice iraniano agli standard internazionali promosso, tra gli altri, dall’avvocatessa Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace. Il governatore di Tehran ha vietato una manifestazione contro la pena di morte per i minorenni che si doveva tenere il 9 novembre nella capitale, sottolineando i delicati aspetti religiosi della questione.

 

Iraq. Forte impulso alla pena di morte. Nel martoriato Iraq non vengono uccise solo le persone ma anche la razionalità e i diritti umani. Alla fine di ottobre è stato reso noto dal Ministro della Giustizia ad interim Malik Dohan Al-Hassan che 160 combattenti arabi entrati illegalmente nel paese sono rei di morte in base alla nuova legislazione antiterrorismo. Sarebbero in corso interrogatori di tali persone, di cui è tenuta segreta l’identità, da parte della C.I.A. Violazioni dei diritti umani di svariate migliaia di persone arrestare in tutto l’Iraq, e detenute in condizioni facilmente immaginabili, vengono in parte ammesse anche dal governo Allawi. Il 9 novembre Amnesty International ha lanciato un’azione urgente per scongiurare l’imminente esecuzione in Iraq  di 10 persone di identità sconosciuta accusate di “attività criminali.”

 

Nigeria. Annullata condanna alla lapidazione. La condanna alla lapidazione per adulterio nei confronti di Hajara Ibrahim pronunciata l’8 di ottobre nella stato di Bauchi in Nigeria (v. n. 122, notiziario) è stata annullata il 10 novembre da una corte di appello islamica che ha prosciolto l’imputata. Il giudice presidente Mohammed Mustapha Umar  ha dichiarato: “La corte rileva i seguenti errori nella sentenza della corte inferire. Primo: il giudice ha sbagliato a condannare Hajara a 100 frustate e alla pena di morte, nello stesso tempo. Secondo: Dauda Sani è stato accusato di aver avuto rapporti con Hajara, cosa che ha negato, di conseguenza si sarebbe dovuta respingere la denuncia e al padre di Hajara, il ricorrente, si sarebbe dovuta infliggere la pena di 80 frustate per falsa testimonianza. Terzo: il giudizio è nullo perché l’imputata non aveva un avvocato difensore. L’avvocato attuale di Hajara (che ha 18 e non 29 anni come precedentemente comunicato) ha ricordato che il 2 dicembre si terrà il giudizio di appello per un analogo caso che riguarda una minorenne da lui difesa.

 

Tennessee. Guardie accusate di aver ucciso a botte un prigioniero rischiano la pena di morte. A metà novembre si è appreso che il Ministero della Giustizia degli Stati Uniti si appresterebbe a chiedere la pena di morte contro Patrick Marlowe e Gary Hale, due delle cinque guardie accusate di pestaggi ai danni dei detenuti del carcere della Contea di Wilson in Tennessee. Nel 2003 il detenuto Walter Kuntz andò in coma dopo un pestaggio e morì in un ospedale vicino al carcere. Il processo si terrà in primavera.

 

Texas. Respinta la richiesta di un nuovo processo per Anthony Graves. Il caso allucinante di Anthony Graves è stato da noi ampiamente illustrato  (v. ad es. n. 98, “L’assassino della porta accanto”): Graves fu chiamato in correità nella strage di una famiglia di sei persone da tale Robert Carter. Questi già prima del processo ritrattò le sue accuse e reiterò la sua ritrattazione in seguito, perfino sul lettino dell’esecuzione il 31 maggio 2000. Il fatto che la ritrattazione fatta da Carter prima del processo fu tenuta nascosta sarebbe motivo di nullità. Inoltre, negli ultimi sei anni venute alla luce varie prove che depongono per l’innocenza di Graves. Tuttavia il pervicace accanimento dell’accusa ha ottenuto che la richiesta di un nuovo processo venisse respinta dal giudice federale John Froeschner il 10 novembre. L’avvocato di Anthony, Roy Greenwood, preannunciando nuove battaglie legali, ha commentato: “Sono sbalordito, assolutamente sbalordito!”

 

Texas. Max Soffar ha ottenuto un’udienza davanti al Quinto Circuito. Nel numero 114 abbiamo pubblicato una bella l’intervista a Max Soffar fatta dal ‘nostro inviato’ Kennth Foster. Soffar si trova da 23 anni nel braccio della morte del Texas dopo aver ‘confessato’ di aver ucciso tre uomini. Peccato che la sua confessione fu estorta, con interrogatori che durarono tre giorni, dalla polizia ansiosa di chiudere un caso che aveva fatto molto scalpore sulla stampa. Le proteste di innocenza di Max sono state talmente convincenti che la severa Corte d’Appello federale del Quinto circuito ha deciso di ascoltarlo. Lo stato del Texas, che non vuole mollare la presa, si è opposto all’udienza ma il suo ricorso è stato respinto il 19 novembre. Vivissime congratulazioni a Max!

 

Texas. Suicidio nel braccio della morte. Molti condannati a morte scelgono il ‘suicidio assistito’ da parte dello stato semplicemente rinunciando a presentare appelli contro la sentenza di morte. Altri optano per un suicidio attivo. Il 3 novembre Deon “Spotlight” Tumblin è stato trovato impiccato nel braccio della morte del Texas. Gli sforzi delle guardie per rianimarlo sono falliti. Tumblin arrivato nel febbraio del 2001, a 24 anni di età, alla Polunsky Unit, non aveva ancora ricevuto una data di esecuzione. “Spotlight” era angosciato delle pene arrecate a sua madre, cui era attaccatissimo. Soffriva di non poter ricevere le sue visite per lunghi periodi perché si metteva nei guai entrando in conflitto con le guardie. Ogni volta prometteva alla mamma che non lo avrebbe fatto più.

 

Usa. Continuano a Guantanamo procedimenti giudiziari al di fuori di ogni regola. I procedimenti amministrativi che dovrebbero consentire ai prigionieri di Guantanamo di contestare la loro detenzione (v. n. 120, “Una farsa…”) vanno avanti a gonfie vele. Fino al 7 novembre, all’interno di un rimorchio di 9 metri quadri sono stati esaminati – spesso in absentia - circa 320 detenuti, per 104 dei quali è stata emessa la sentenza: 103 sono stati dichiarati ‘nemici combattenti’ giustamente imprigionati, un detenuto è stato rilasciato. In un’altra parte della base continuano i preliminari del processo che si tiene davanti alle famigerate Commissioni militari per quattro prigionieri accusati di crimini di guerra (v. n. 120, “Iniziano i processi…”). Come era prevedibile, tali procedimenti rimangono distanti anni luce da una qualche garanzia processuale per gli accusati. Joshua Dratel, avvocato dell’australiano David Hicks, ha dichiarato che le Commissioni militari non costituiscono “un’isola rispetto al resto del mondo ma un pianeta differente”.

 

Usa. Inglesi reduci da Guantanamo chiedono un indennizzo per le torture.  Nel numero 116  abbiamo dato notizia della liberazione, avvenuta il 9 marzo, di cinque cittadini inglesi di origine araba dall’inferno di Guantanamo dopo due anni e mezzo di detenzione. Quattro di costoro, Rhuhel Ahmed, Asif Iqbal, Shafiq Rasul, e Jamal al-Harith, alla fine di ottobre hanno intentato una causa civile contro il Pentagono chiedendo un risarcimento complessivo di 40 milioni di sterline per le torture subite. Dalle testimonianze di tre degli ex detenuti è stato ricavato un rapporto di 115 pagine da cui si apprende di umiliazioni sessuali, costrizioni a sodomizzazioni reciproche, tentazioni da parte di guardie di sesso femminile nude cui sarebbero stati sottoposti molti prigionieri. “Per circa 900 giorni … siamo a malapena scampati alla morte, poi abbiamo subito una spietata carcerazione come fossimo animali e abbiamo dovuto sopportare torture, isolamento ed umiliazioni quotidiane… Tutto ciò fu altamente organizzato ed eseguito da personale Usa, civile e militare.” Hanno dichiarato questi tre, uno dei quali fu interrogato per tre ore con una pistola puntata alla testa.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 22 novembre 2004