FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 91 - Novembre 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO:

 

 

1) Una minaccia globale senza precedenti ai diritti umani

2) Un forte contrasto politico sulla lapidazione di Safiya

3) Emerson Rudd ha opposto un’estrema resistenza

4) Peggiora sempre più la situazione nel braccio della morte del Texas

5) Il braccio della morte del Texas: come viene presentato alla stampa

6) Il giudice Wayne si preoccupa dei malati mentali in isolamento

7) Non dimentichiamoci del grande cammino che e’ stato fatto

8) Quinto incontro del gruppo di Torino

9) Notiziario: Afghanistan, Cina, Florida, New York, Ohio, Usa, Tennessee

 

 

 

1) UNA MINACCIA GLOBALE SENZA PRECEDENTI AI DIRITTI UMANI

 

 

 

L’ avanzamento dei Diritti umani, nelle leggi e nella prassi, dove essere considerato un cammino senza ritorno. La catena di eventi disastrosi cominciata l’11 settembre sembra mettere in dubbio questa regola essenziale per il progresso della civiltà.

La dottrina dei Diritti umani, nella seconda metà del secolo passato ha dato un’impronta al complesso dei rapporti tra le nazioni, quale possibile riferimento comune per gli abitanti della Terra, ed è la premessa necessaria di una speranza di pace e di giustizia.

I Diritti umani nati in Europa ed affermatisi prioritariamente nei paesi sviluppati, hanno ricevuto dall’Occidente il massimo impulso. Le remore dei paesi poveri, ai quali i Diritti umani possono apparire un’opzione praticabile soltanto da coloro che hanno risolto il problema essenziale della sussistenza, sono pericolose ma suscettibili di essere progressivamente superate. Al contrario, un attacco ai Diritti umani che parta dall’Occidente può risultare catastrofico.

Ci eravamo proposti di verificare la fondatezza delle gravi preoccupazioni riguardo al rispetto dei diritti umani sorte dopo l’11 settembre e ci troviamo a farlo alla luce di una serie di eventi di incredibile portata verificatesi nell’ultimo mese. Anche dalla nostra imperfetta ed incompleta rassegna il lettore potrà trarre spunti per una approfondita riflessione.

Esecuzioni extragiudiziarie, processi sommari da parti di ‘tribunali di canguri’, copertura di crimini di guerra, l’aggressione massiccia alla privacy individuale da parte dei servizi segreti, potrebbero verificarsi per un tempo indeterminato e devono preoccuparci da subito così come ci preoccupano gli attacchi terroristici evocati per giustificarli.

 

 

 

Stati Uniti: ‘tribunali di canguri’, detenzioni ed esecuzioni arbitrarie, invasione della privacy

 

 

 

Negli Stati Uniti gli ordini presidenziali segreti riguardanti l’esecuzione extragiudiziale di ‘terroristi’ da parte della CIA non hanno prodotto forti proteste e la discussione in merito è subito scemata. Non se ne parla, ma gli ordini rimangono. Rimane anche il ‘pacchetto antiterrorismo’ (detto “Atto Patriottico”) approvato dal Congresso il 25 ottobre che produrrà nei prossimi mesi e negli anni i suoi effetti. (v. n. 90).

 

Continua la detenzione negli USA di centinaia di stranieri sulla base di incriminazioni pretestuose, con scarse garanzie di assistenza legale e spesso in condizioni di isolamento, a volte in incommunicado (v. n. 90). Secondo la CNN solo una dozzina di detenuti avrebbero dato informazioni utili sull’organizzazione di Osama Bin Laden. Si susseguono denunce di offese, maltrattamenti ed abusi. Rafiq Butt, un pakistano di 42 anni, arrestato il 20 settembre a New York in relazione con i fatti dell’11, secondo un suo parente sarebbe deceduto sotto tortura tre settimane dopo, mentre l’FBI ha dichiarato che è morto per cause naturali. La famiglia, sulla base dei risultati dell’autopsia eseguita a Lahore, vuole intentare un’azione legale contro l’FBI e le autorità americane (questa notizia diffusa in Internet non è stata ancora riscontrata da A. I.).

Il Ministero della Giustizia ha dato ordine di interrogare 5000 cittadini stranieri tra i 18 e i 33 anni, provenienti dal Medio Oriente e da altre regioni e regolarmente immigrati in USA a partire dal 1° gennaio 2000. Gli interrogatori mireranno alla raccolta di informazioni utili alle indagini sugli attacchi dell’11 settembre. Inoltre, il 28 novembre, il Ministro della Giustizia ha offerto a chiunque nel mondo un regolare permesso di immigrazione negli USA, con la prospettiva di diventare cittadini americani, in cambio di informazioni sui terroristi. Queste massicce, inusitate e pervasive inchieste, di per sé non condannabili, se inserite in un sistema non garantista, rischiano di produrre una massa di informazioni di scarsa qualità che può portare ad abusi e alla persecuzione di molti innocenti.

Nella prima settimana di novembre il Ministero della Giustizia Ashcroft ha autorizzato la registrazione delle conversazioni tra alcuni detenuti e i loro avvocati difensori. Il Congresso aveva già consentito intercettazioni telefoniche multiple a campione delle conversazioni telefoniche private da parte dei servizi segreti.

Il 13 novembre il Presidente Bush, in qualità di Capo supremo delle forze armate USA, ha firmato un Ordine che istituisce “commissioni militari” per giudicare in qualsiasi parte del mondo cittadini stranieri arrestati in ogni parte del globo in quanto sospettati di terrorismo. Il Presidente stesso deciderà caso per caso quali degli arrestati dovranno essere giudicati da tali corti che potranno infliggere anche la pena di morte o l’ergastolo. Il Ministro della Difesa Rumsfeld deciderà la formazione delle commissioni e il tipo di prove utili all’accusa. La colpevolezza verrà stabilita con la maggioranza dei 2/3 dei membri delle corti. Non ci saranno appelli, solo il Presidente, o per delega il Ministro della Difesa, potrà rivedere le sentenze. Bush ha dichiarato che, nell’attuale emergenza, non è possibile seguire le regole della giustizia criminale degli Stati Uniti.

Le “corti di canguri” – così sono chiamate da alcuni autorevoli giornali americani - agiranno in segreto e i testimoni non saranno obbligati a rivelare la loro identità. Non sono previste le garanzie prescritte per le regolari corti marziali (ad esempio: scelta di un avvocato difensore, unanimità per l’inflizione delle condanne e morte, appello delle sentenze presso Corti composte da civili approvate dal Senato).

Amnesty International, che si è subito opposta, ritiene che “nei procedimenti adottati in osservanza a questo Ordine, la giustizia non verrà né fatta né considerata un valore da rispettare.”

 

Amnesty International il 27 novembre ha lanciato un’Azione Urgente contro la possibile istituzione di una corte militare speciale per processare un numero imprecisato di prigionieri tra cui il francese di origine marocchina Zacarias Moussaui sospettato di far parte di Al Qaeda, attualmente detenuto senza accuse in qualità di testimone in relazione ai fatti dell’11 settembre.

 

Secondo il Presidente della Commissione Giustizia del Senato, Sen. Patrick Leahy, l’Esecutivo deve spiegare al Paese l’istituzione dei tribunali speciali. Un’audizione in merito del Ministro della Giustizia Ashcroft è prevista per i primi di dicembre. Anche la Camera dei Rappresentanti si ritiene ordinerà delle audizioni. Le critiche venute da numerosi parlamentari della destra e della sinistra non hanno scosso Bush il quale ha qualificato il provvedimento assolutamente necessario nel caso in cui dei terroristi vengano catturati vivi, per proteggere le corti e i testimoni da possibili minacce.

 

 

 

Tentativi di opposizione da parte dei paesi europei

 

 

 

Alcuni Paesi europei hanno subito manifestato preoccupazioni e opposizione all’iniziativa di Bush (pur lasciando presagire possibili cedimenti).

La remora all’estradizione negli USA di detenuti passibili di pena di morte si è infatti aggravata con l’istituzione delle ‘corti canguro’. La Spagna, dopo un meeting all’ambasciata USA tra pubblici accusatori ed agenti dell’FBI, il 23 novembre ha fatto sapere che non estraderà negli USA otto detenuti sospetti di appartenere a Al Qaeda. Bush ha detto di non nutrire neanche il più piccolo sospetto che i suoi alleati vogliano ostacolare l’istituzione dei tribunali speciali: “E’ la giusta decisione da prendere che spiegherò a tutti i leader che lo richiederanno”. E ancora: “Ho il proposito di spiegare al mio amico, il Presidente spagnolo, che ho preso la giusta decisione”. Come dire: dove hanno fallito i funzionari dell’FBI, vincerà il carisma e la potenza di George W. Bush. In effetti il 28 novembre in un incontro con Bush alla Casa Bianca il Presidente dell’esecutivo Aznar ha ammorbidito la posizione presa dal potere giudiziario del suo Paese ed ha assicurato che verrà studiato il problema di un’eventuale estradizione “nel pieno rispetto delle leggi sia degli Stati Uniti che della Spagna”.

 

Come potrà essere risolto il dilemma è veramente difficile da capire. L’accenno di Aznar alla discussione aperta in seno all’Unione Europea per affrontare in maniera non traumatica il problema delle estradizioni negli USA non è sufficiente a tranquillizzarci. Si sa che Ashcroft e il presidente di turno dell’Unione Europea, il belga Mark Verwilghen, si mantengono in stretto contatto per formulare una proposta da sottoporre agli Stati membri nell’incontro del 6-7 dicembre. L’istituzione dei tribunali militari complica tutta la questione, come ha osservato Guy De Vel direttore per gli affari legali al Consiglio d’Europa, tali tribunali infatti violano la Convenzione Europea dei Diritti umani.

Con l’Inghilterra il problema dell’estradizione ha raggiunto un punto critico. Gli Stati Uniti hanno infatti chiesto formalmente la consegna del pilota algerino Lofti Raissi sospettato di aver addestrato alcuni dei piloti suicidi di Al Qaeda. Un’udienza in merito è già stata già fissata: si terrà il 14 dicembre. La possibilità di risolvere caso per caso il problema delle estradizioni (v. n. 90) è stata oggettivamente oscurata dall’istituzione dei tribunali militari.

 

 

 

Legislazione di emergenza in Inghilterra

 

 

 

In Inghilterra, secondo Amnesty International, “la legislazione di emergenza proposta [il 13 novembre dal Governo] che consente la detenzione a tempo indeterminato senza accusa e processo, crea un ‘sistema di giustizia penale oscuro’ privo della salvaguardie del sistema usuale. Chiunque sia sospettato di essere un ‘terrorista internazionale e una minaccia alla sicurezza nazionale’ potrà essere imprigionato sulla base di prove che non potrebbero essere ammesse in un processo e di prove non sufficientemente forti da poter essere utilizzate in un processo penale. C’è il rischio della violazione dei diritti umani di persone innocenti”.

 

Il Governo ha infatti emesso un Ordine che sospende le garanzie previste dall’Art. 5, comma 1, della Convenzione Europea dei diritti umani sulla inviolabilità della libertà personale e si riserva di notificare il provvedimento, già in vigore dal 13 novembre, al Consiglio d’Europa. La sospensione consegue ad un’interpretazione unilaterale delle eccezioni all’Art. 1 previste dalla Convenzione. Sempre il 13 novembre è cominciato l’iter parlamentare di una “Legge antiterrorismo, sul Crimine e sulla Sicurezza” che sarà approvato entro l’anno.

Amnesty International è preoccupata perché alcuni contenuti di questa legge: “contravvengono agli standard in materia di diritti umani internazionalmente riconosciuti – incluso il diritto alla libertà, a processi equi e alla libertà di associazione – e facilitano la violazione dei diritti umani individuali.” La Parte 4 della Legge intitolata: “Immigrazione ed Asilo” prevede che sia il Governo a decidere chi debba essere considerato un sospetto ‘terrorista internazionale che pone a rischio la sicurezza nazionale’, decretando per le persone così qualificate la possibilità di una detenzione indeterminata e l’esclusione dal diritto di asilo politico. Le preoccupazioni di Amnesty conseguono dal fatto che fin dagli anni 80 la legislazione ‘temporanea’ di emergenza in Inghilterra ha facilitato gravi abusi dei diritti umani, inclusi la tortura e i trattamenti crudeli, inumani e degradanti e i processi iniqui.

 

 

 

Italia: potere insindacabile ai servizi segreti

 

 

Dopo l’11 settembre, una regola che sembrava trovare una ferrea base nella Costituzione è stata violata: è stato infatti consentito per decreto alla polizia giudiziaria (ma non ancora agli agenti segreti) di intercettare le comunicazioni senza autorizzazione della magistratura. La riforma dei servizi segreti proposta a fine novembre dal Ministro della Funzione Pubblica Franco Frattini, violerebbe oltre la Costituzione italiana e le direttive dell’Unione Europea, anche una sentenza della Corte europea di Strasburgo. Potrebbe incontrare una più o meno robusta opposizione prima di diventare legge dello stato (ci domandiamo, tra l’altro, che cosa farà Amnesty International).

 

Secondo la bozza Frattini gli agenti segreti italiani godranno di impunità per i reati commessi in missione, anche se non avranno la licenza di uccidere come i colleghi statunitensi. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali, con le tecniche più sofisticate ed invasive, non saranno più limitate alla polizia giudiziaria e non saranno più soggette all’autorizzazione della magistratura: per l’avvio delle operazioni basterà un beneplacito generico della Presidenza del Consiglio. I nuovi servizi segreti dovranno rispondere soltanto al Capo del Governo e al Ministro competente. Il loro operato sarà del tutto autonomo dalla Magistratura. Al Parlamento rimarrà la facoltà di controllare i budget dei servizi, a posteriori dopo la conclusione delle operazioni.

Basta guardare alla storia recente per capire il pericolo derivante dalla liberalizzazione e dal potenziamento dell’operato dei servizi segreti. Se i nostri ‘servizi’ cronicamente inefficaci nel prevenire i reali pericoli per i cittadini e per lo Stato sono riusciti ad ottenere un non invidiabile record di deviazioni e di depistaggi, a detrimento delle istituzioni democratiche, della sovranità nazionale e dei diritti dei cittadini, che cosa succederà quando saranno potenziati e dotati di poteri insindacabili?

 

 

 

Crimini di guerra in Afghanistan

 

 

 

Le stragi di civili, di combattenti e di prigionieri che si stanno verificando in Afghanistan – a volte sotto gli occhi se non con la diretta collaborazione degli agenti e dei militari americani e inglesi - potrebbero rivelarsi altrettanto estese di quelle che hanno portato l’ex presidente iugoslavo Milosevic davanti al Tribunale internazionale per i crimini di guerra. Non ce ne dovremmo meravigliare dato il corposo record di atrocità commesse negli ultimi anni dai combattenti anti talibani (v. ad es. “No surprise at rumours of new atrocities by our ‘foot-soldiers” di Robert Fisk – The Independent, 13/11/2001).

 

Non è dato di sapere quanti civili siano rimasti vittime dei bombardamenti americani in Afghanistan dal 7 ottobre ad oggi, ma sono almeno alcune centinaia. Certo il tipo di bombe usate non era tale da evitare ‘vittime collaterali’. Nell’ordine delle migliaia di morti è sicuramente il bilancio delle vittime dei bombardamenti sui militari e degli scontri tra fazioni afgane provocati e sostenuti dagli occidentali per eliminare il regime dei talibani. Secondo le scarse informazioni disponibili, molte di queste vittime proverrebbero da ‘regolamenti di conti’ tra vincitori e vinti ad ostilità ormai concluse. Sono state già scoperte alcune fosse comuni.

 

Tra i massacri registrati in questa guerra, il più noto è certamente quello verificatosi nel carcere di Qala-i-Jhangi nei pressi di Mazar-i-Sharif, ai danni di centinaia di prigionieri talebani (forse 600) che avevano iniziato una rivolta uccidendo un agente della CIA che li interrogava. La ‘repressione della rivolta’ è durata tre giorni, dal 25 al 27 novembre. I prigionieri circondati da forze preponderanti sono stati pressoché tutti sterminati dagli uomini dell’Alleanza del Nord e dai bombardamenti aerei americani. Amnesty International non ha potuto tacere e, questa volta, ha fatto sentire forte e chiara la sua voce chiedendo un’inchiesta sull’accaduto. Il Governo inglese si è affrettato ad opporre un esplicito rifiuto. Di qui la forte indignazione di Amnesty che ha scritto il 30 novembre: “La reiezione di un’inchiesta da parte del Regno Unito su quello che appare essere il più sanguinoso episodio della guerra, durante il quale possono essere stati commessi gravi abusi dei diritti umani e delle leggi umanitarie, pone interrogativi sulla sua osservanza del dettato delle leggi.”

 

 

 

Diritti civili e diritto alla vita degli afgani

 

 

 

Si è detto che la guerra aveva tra i suoi obiettivi principali anche quello di liberare l’Afghanistan da un regime oppressivo e di aiutarlo a rinascere. Tuttavia vediamo che a Kabul le donne vengono ancora prese a calci sotto gli occhi delle telecamere e il 27 novembre è stato loro negato dal nuovo governo il permesso di manifestare presso la sede delle Nazioni Unite.

 

Nel contempo si profila una spaventosa emergenza umanitaria in una sostanziale indifferenza internazionale. Alcune cifre diffuse dalle Nazioni Unite: 7,5 milioni di profughi afgani abbisognano di aiuti alimentari per sopravvivere, 900 mila di essi rischiano nell’immediato la morte per inedia, il 20% dei quali sono bambini al di sotto dei 5 anni. In dicembre le condizioni climatiche diverranno proibitive non solo per la sopravvivenza di una parte della popolazione ma anche per il trasporto degli aiuti umanitari indispensabili.

 

 

 

Allargamento della guerra

 

 

 

Si discute seriamente di ripetere quello che sta succedendo in Afghanistan in una serie di paesi che ospiterebbero membri di Al Qaeda: Somalia, Sudan, Yemen, Iraq …

 

 

 

2) UN FORTE CONTRASTO POLITICO SULLA LAPIDAZIONE DI SAFIYA

 

 

 

La campagna da noi lanciata a metà ottobre per scongiurare l’esecuzione di Safiya Hussaini Tungar-Tudu, condannata alla lapidazione in Nigeria per adulterio (v. n. 90), ha avuto un grande seguito: non solo molti appelli sono stati inviati alle autorità federali nigeriane in suo favore ma numerosi gruppi ed organizzazioni umanitarie e pacifiste hanno adottato il suo caso. In seguito, intellettuali, parlamentari e uomini di governo del nostro paese si sono uniti alla battaglia per la vita di Safiya.

 

L’Ambasciata nigeriana in Italia assicura un intervento risolutivo del Governo centrale: lo stesso Ambasciatore ha detto ad una delegazione di Nessuno Tocchi Caino il 21 novembre che la donna non verrà uccisa.

In realtà le cose non sono così semplici: è in atto un braccio di ferro tra le autorità dello stato di Gwadabawa, che ha emesso la sentenza di lapidazione secondo la legge islamica, e le autorità federali della capitale Abuja. Queste dovrebbero far rispettare il codice penale ufficiale ma, per opportunità politica, non osano affermare l’incostituzionalità della Sharia.

Al caso Hussaini si è aggiunto quello di Sani Yakubo Rodi, condannato il 16 novembre dal Tribunale islamico di Katsina nel nord del paese ad essere accoltellato con lo stesso coltello con cui egli avrebbe ucciso tre vittime. All’esecuzione del condannato si oppongono le autorità centrali le quali osservano, tra l’altro, che gli unici metodi di esecuzione previsti dal codice penale nigeriano sono la fucilazione e l’impiccagione.

In merito al caso di Safiya Hussaini, il Procuratore generale federale Bola Ige ha dichiarato ad un gruppo di avvocati nigeriani residenti negli USA che il Governo centrale non avrebbe permesso l’esecuzione di una condanna a morte per adulterio ma si è guardato bene dal dire la stessa cosa alle autorità del Gwadabawa.

Reagendo alla dichiarazione di Bola Ige, che gli è stata riportata, il Procuratore generale dello Stato Alhaji Aliyu Abubakar Saina, dopo aver premesso di non aver avuto discussioni sul caso con le autorità di Abuja, ha osservato che il Governo federale non ha la facoltà di cambiare una sentenza regolarmente emessa in base alla legge islamica. Soltanto la Corte di Appello o la Corte Suprema dello stato, alle quali il condannato ha facoltà di ricorrere, possono procedere alla revisione di una sentenza capitale. In effetti i legali di Safiya, che è sostenuta da influenti organizzazioni internazionali per i diritti umani, hanno interposto appello a livello statale cercando di ottenere l’annullamento della sentenza di morte nell’ambito della legge della Sharia. Essi esprimono fiducia di ottenere il proscioglimento di Safiya. In effetti si spera di trovare una onorevole soluzione per il delicato conflitto politico creatosi intorno alla vita di Safiya Hussaini, in favore della quale è sceso in campo lo stesso Presidente del Senato federale nigeriano Anyim Pius Anyim.

 

 

 

3) EMERSON RUDD HA OPPOSTO UN’ESTREMA RESISTENZA

 

 

 

Nessuna pietà o rinvio dell’esecuzione per Emerson Rudd, il ‘prigioniero contro’ ammazzato dallo stato del Texas nel giorno previsto, il 15 novembre. Come aveva preannunciato, il detenuto ha lottato strenuamente per non essere ucciso.

Appena raggiunta la maggiore età, Emerson era stato portato nel braccio della morte dalla maledizione sociale che affligge i giovani di colore. Da allora, per 13 anni, aveva lottato contro la sua condanna capitale che riteneva un’ingiustizia politica (v. n. 90).

In extremis ha inutilmente chiesto una sospensione della sentenza per 30 giorni dicendo che gli mancavano i soldi per pagare dei legali che presentassero per lui una domanda di grazia.

Il condannato, rifiutando di scegliere il suo ‘ultimo pasto’, ha osservato: “Questo è un vero insulto. Non si prende cibo dal proprio nemico. Essi non sono miei amici. Lo stato ha dichiarato guerra contro di me.”

Nella dichiarazione finale Emerson si è rivolto ai parenti della sua vittima e ha detto: “Sono addolorato di aver sparato a vostro figlio durante quella rapina. I politici dicono che ciò che sta avvenendo vi appagherà, ma la mia morte non vi restituisce vostro figlio. E non vi porta appagamento. Vorrei fare di più ma non posso. Spero che ciò vi dia pace.” Poi ha aggiunto: “Chiamate mia madre e ditele che questa vicenda si è conclusa. Dite a tutti i miei ‘fratelli’ di tenere la testa alta, di rivolger gli occhi verso il cielo.” Emerson Rudd ha impiegato un tempo insolitamente lungo per morire: 12 minuti.

In un’intervista rilasciata una settimana prima di essere ucciso, dopo aver riconosciuto che il delitto a lui attribuito era in parte una sua colpa ha affermato che il sistema sociale aveva molto più gravemente fallito. Lo aveva portato in carcere un omicidio commesso a 18 anni appena compiuti, dopo essere stato per sette anni a scuola di violenza. La giuria impiegò solo 12 minuti per condannarlo a morte.

La nota di agenzia che riferisce dell’esecuzione dice freddamente che “nella prima parte della giornata le guardie hanno usato spray urticanti per tirar fuori Emerson Rudd dalla sua cella e trasportarlo dal braccio della morte alla camera di esecuzione che si trova a 60 chilometri di distanza.”

Ad un suo amico, che vuole restare anonimo per paura di rappresaglie, Emerson ha chiesto di dire la verità sul suo ultimo giorno di vita. Questo amico ha scritto: “Per cominciare: quale uomo vorrebbe andare volentieri verso la morte? Rudd ha lottato… pur con le mani e i pedi incatenati sono sicuro che è riuscito a lottare. Sono sicuro che c’è stata una vera lotta. Le guardie alle prime avvisaglie di resistenza lo hanno lasciato e sono tornate con una squadra di 15-20 uomini. Rudd è stato gassato ripetutamente. E’ stato trascinato attraverso il corridoio per le braccia e per i piedi con il viso che strisciava sul pavimento. E’ stato preso a calci e pestato al di là di ogni dire. Tanto che i detenuti che lo hanno visto sono rimasti nauseati. Ciò che i detenuti hanno testimoniato è che un uomo è stato pestato, trascinato, preso a calci, gassato. Pur essendo incatenato.”

 

Gravi provvedimenti disciplinari (perquisizioni, confische e chiusura permanente in cella per molti giorni di seguito) sono stati presi contro tutti i 435 detenuti del braccio della morte a partire dal 15 novembre, in giorno dell’esecuzione di Rudd. Molti detenuti ritengono che si tratti di una rappresaglia per la resistenza opposta dal condannato alla sua uccisione.

 

 

 

4) PEGGIORA SEMPRE PIU’LA SITUAZIONE NEL BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS

 

 

 

Dopo l’11 settembre le invocazioni di aiuto dei detenuti del braccio della morte del Texas sono diventate sempre più cupe e disperate, e sempre più anonime per paura di rappresaglie nei loro confronti.

Dal 1997 in poi e soprattutto dopo il disgraziato tentativo di evasione del novembre 1998 (v. n. 64), le condizioni dei detenuti del braccio della morte del Texas, già durissime, non hanno fatto che peggiorare. Le lamentele riguardano lo spinto isolamento e una scansione temporale esasperante delle procedure giornaliere previste da un regolamento inumano, che salda l’arco delle 24 ore in un unico ciclo di tortura, nel quale perfino il giorno e la notte sbiadiscono e perdono di significato. I detenuti continuano a lanciare fuori dal carcere le loro richieste d’aiuto. Negli ultimi giorni di novembre le suppliche dei detenuti sono uscite all’esterno per iscritto o sotto forma di messaggi orali affidati a qualche visitatore. “Mi ha pregato di dire a tutti che va male e sta andando sempre peggio – racconta un visitatore – Dopo la tragedia dell’11 settembre le esecuzioni hanno avuto un picco e le cose sono cominciate ad andare come non era mai successo prima… Egli mi ha chiesto disperatamente di dire a tutti che non gli era mai accaduto di vedere niente di simile e che tutto sta progressivamente peggiorando. Con le lacrime che gli scendevano sul viso mi scongiurava: ‘Ti prego di dire al mondo esterno che abbiamo bisogno di aiuto’ ”… Ha detto che la gente non potrebbe dormire la notte se sapesse quello che avviene lì. Sono stato amico di quest’uomo per due anni e questa è la prima volta che egli si lamenta seriamente di qualcosa.”

Rick Halperin a fine novembre riferisce di aver ricevuto da molti detenuti informazioni concordi su maltrattamenti, abbandono, deprivazione del sonno, aggressioni, confisca di proprietà ecc.

Nel giorno dell’esecuzione di Emerson Rudd è stato decretato un durissimo “lock down” con la scusa che nella cella di Rudd sarebbe stata trovata della marijuana. Ciò significa la chiusura dei prigionieri in cella 24 ore al giorno senza possibilità di farsi la doccia, di ricevere vestiti puliti e cibo normale (viene fornito cibo ‘freddo’ costituito da un panino con margarina o mortadella, uva passa o prugne, tre volte al giorno). All’inizio del lock down sono state eseguite severe perquisizioni delle celle con la confisca definitiva di proprietà dei detenuti (alcuni oggetti personali, spine multiple e prolunghe - necessarie per riscaldare il cibo - e tutto ciò che non entrava nei due contenitori regolamentari…). Sappiamo che il “lock down” cominciato il 15 novembre era ancora in vigore il giorno 26 e potrebbe essere tuttora in atto.

Il lock down obbliga i musulmani condannati a morte a non osservare il Ramadan, a meno che non vogliano digiunare totalmente, dato che non possono acquistare allo spaccio del carcere il cibo che la loro religione consente di preparare e mangiare dopo il tramonto.

 

 

 

 

5) IL BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS COME VIENE PRESENTATO ALLA STAMPA

 

 

 

Da articoli del 21 novembre possiamo ricavare una sintesi di alcuni aspetti del braccio della morte così come vengono presentati all’occhio indagatore dei media.

Un visitatore che entri dalla porta principale della Polunsky Unit deve passare attraverso almeno 12 posti di controllo, una serie di sbarramenti alti 4 metri formati da reti, da rotoli di filo tagliente, reti elettrificate, prima di giungere alla più famosa delle prigioni: il braccio della morte.

Il direttore del braccio, Lloyd Massey accoglie i giornalisti e spiega loro le caratteristiche sociologiche della popolazione del braccio.

I prigionieri non stati mostrati durante l’ultima visita fatta da un reporter nel carcere, nonostante si sia udito urlare da qualcuno un invito ad ascoltare “la storia dalla parte dei detenuti.” Presso la Polunsky Unit un carcerato sta da solo nella sua cella di 6 metri quadri che è provvista di un giaciglio, un rientro sotto il letto d’acciaio per sistemare le proprie cose, due contenitori, una lampada fluorescente inserita nel muro e un cesso di acciaio inossidabile. C’è una feritoia alta sopra il letto che permette di intravedere un po’ di cielo, una bocchetta di ventilazione, una presa elettrica e un cavo con presa a jack per i detenuti cui è consentito avere una radio. Non esiste TV nel braccio della morte.

Una sezione di un ‘pod’ (baccello) è composta da 14 celle, vi sono 6 sezioni a raggiera in ogni pod che è sorvegliato da guardie che camminano o stazionano nell’area centrale di controllo. Ci sono 6 pod nel braccio della morte, contrassegnati con le lettere che vanno da A ad F. Il pod F ospita i detenuti più turbolenti caratterizzati da comportamento aggressivo, da lanci di liquidi, urine e feci contro le guardie. Pezzi di plastica trasparente sono stati sovrapposti alle griglie che chiudono le due feritoie esistenti nella porta d’acciaio di ciascuna cella, in modo da limitare il pericolo per chi passa davanti alla porta.

La colazione comincia alle 3 di notte, il cibo viene passato attraverso un’apertura orizzontale praticata nella porta della cella. Il pranzo comincia alle 9 di mattina e la cena alle 3 del pomeriggio. La luce viene spenta alle 10 di sera [in realtà viene riaccesa una decina di volte durante la notte per i controlli, spesso fragorosi, per la consegna della posta, per il ritiro dei tagliandi per lo spaccio, per il ritiro dei tagliandi dei reclami, per la somministrazione della colazione, per il ritiro del vassoi, per il ritiro della posta, per la consegna dei tagliandi blu, per il cambio della biancheria, ecc. in modo che il detenuto non può dormire in pace neanche per due ore filate; al prigioniero non è consentito dormire decentemente neanche di giorno dall’incessante prosieguo delle numerose fasi del ‘rituale’]. I detenuti hanno diritto ad un’ora al giorno di ricreazione solitaria fuori cella, in una saletta interna ovvero all’aperto in una gabbia circondata da muri nella quale possono gettare una palla in un cesto da palla-canestro. Quando vengono fatti uscire dalla cella sono perquisiti, ammanettati e poi scortati da almeno due guardie, una della quali munita di manganello.

Al giornalista in visita vengono orgogliosamente illustrati due nuovi ‘dispositivi di sicurezza’. Una rete elettrica circonda l’edificio che ospita il braccio della morte e somministra scariche non letali di un secondo, avvertendo le guardie, se qualcuno la tocca. “Scopre, ritarda, scoraggia. Ti fa schizzar via” dice il Direttore capo del braccio JimZeller (un personaggio che alcuni detenuti chiamano Hitler). Il Vice direttore delle carceri Doug Dretke, riferendosi al sistema fornito a caro prezzo da una ditta dell’Oregon, aggiunge: “L’amministrazione è stata entusiasmata della sperimentazione delle caratteristiche della nuova rete che ci aiuta ad adempiere il nostro compito di proteggere la sicurezza del pubblico”.

Viene poi mostrata la ‘sedia B.O.S.S.’ (Sistema per la Scansione degli Orifizi del Corpo) che è un metal detector specializzato per scoprire corpi metallici all’interno del corpo di un prigioniero, come ad esempio una chiave da manette. Viene ricordato che l’anno scorso ‘l’assassino’ Ponchai Wilkerson sorprese il personale carcerario con il suo ultimo atto, che consistette nello sputare una chiave per manette mentre era legato con cinghie supplementari al lettino dell’esecuzione [anche Wilkerson, un ‘prigioniero contro’, lottò come Rudd con tutte le sue forze per non essere ucciso].

 

 

 

 

6) IL GIUDICE WAYNE SI PREOCCUPA DEI MALATI MENTALI IN ISOLAMENTO

 

 

 

Il giudice federale William Wayne, che ha monitorato le sterminate prigioni del Texas per oltre 20 anni e che è in procinto di terminare l’incarico (v. n. 85, Notiziario), ha posto all’Amministrazione carceraria il limite del 1° dicembre per presentare un rapporto sul trattamento dei prigionieri malati mentali detenuti in isolamento (la segregazione è praticata per tutti i condannati a morte).

Lo stesso giudice ha ordinato di elaborare entro il 15 dicembre un Piano che preveda una diversa sistemazione dei prigionieri ai quali la segregazione causa un peggioramento delle condizioni mentali. In un’ordinanza emessa lo scorso mese, lo stesso giudice ha inoltre espresso preoccupazione per l’uso della forza da parte del personale carcerario e per la vittimizzazione dei prigionieri che diventano oggetto di estorsioni e violenza da parte di altri detenuti.

Temiamo che la scadenza del mandato del Giudice Wayne, che ha consentito un notevole miglioramento (e un grande sviluppo) del sistema carcerario texano a partire dal 1980, farà ulteriormente peggiorare anche la situazione nel braccio della morte, con aumento del tasso di esecuzioni ‘volontarie’ (che attualmente non è troppo elevato in confronto con quello di altri stati).

 

 

 

 

7) NON DIMENTICHIAMOCI DEL GRANDE CAMMINO CHE E’ STATO FATTO

 

 

 

Cominciato nel 1786, quando il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana abolì la pena di morte rifacendosi alle idee di Cesare Beccaria, il processo abolizionista ha avuto un inizio lento ed è poi avanzato in modo sempre più rapido.

Nel 1889 anno dell’abolizione della pena di morte nello stato unitario italiano, troviamo solo tre stati indipendenti nel novero di quelli che hanno cancellato la pena capitale per tutti i reati e in modo definitivo: Costa Rica, San Marino e Venezuela. Il processo abolizionista si è notevolmente accelerato nel secolo scorso dopo la seconda guerra mondiale e la Dichiarazione universale dei Diritti umani: alla fine degli anni settanta, quando si procedeva all’abolizione della pena di morte in Europa occidentale, gli stati abolizionisti per legge o ‘di fatto’ erano 40 e 122 mantenevano la sanzione capitale.

Da allora si è avuta una ulteriore accelerazione. Ormai una media di tre stati all’anno abolisce la pena di morte e siamo arrivati a 109 stati abolizionisti contro gli 86 mantenitori. Questa robusta tendenza, all’inizio del terzo millennio ha fatto ritenere maturi i tempi per una riflessione mondiale sulla pena di morte in seno alle Nazioni Unite in vista di una sua auspicabile abolizione in tutto il mondo. Un tentativo in tal senso è stato fatto con la proposta della Moratoria per l’anno 2000 e, come sappiamo, è fallito per poco.

Degli 86 stati mantenitori della pena di morte (per lo più paesi molto popolosi ed arretrati nello sviluppo socio economico) una minoranza compie un numero significativo di esecuzioni e solo una mezza dozzina di essi è responsabile del 90% delle 2000 esecuzioni che, all’incirca, Amnesty International riesce a documentare ogni anno.

I paesi che ostacolano il completamento del processo abolizionista sono soprattutto la Cina, gli Stati Uniti e alcuni paesi islamici.

Per la verità, in Cina e negli USA, pur rimanendo gravissimo l’uso della pena di morte, si possono scorgere alcuni segni di ripensamento. In Cina sono soltanto alcuni esperti ed intellettuali a porsi degli interrogativi sulla liceità e sull’utilità della pena capitale (v. ad es. n. 89, Notiziario). Negli Stati Uniti invece si sta verificando una vera e propria inversione di tendenza.

Come abbiamo ampiamente riferito nei numeri precedenti, i maggiori quotidiani nazionali sono su posizioni apertamente abolizioniste e i giornali dei singoli stati rapidamente cambiano il loro atteggiamento. La stampa locale è passata da un incondizionato appoggio alla pena di morte ad una serrata critica del ‘modo’ in cui essa viene amministrata (ingiusto, discriminatorio, pieno di errori giudiziari…).

Il successivo passo che si sta profilando è quello di riconoscere l’iniquità intrinseca alla pena capitale. Alla modifica dell’atteggiamento dei media, si è aggiunta l’approvazione di numerose leggi tendenti a correggere e a limitare l’uso della pena capitale. Nel contempo – almeno fino all’11 settembre - anche il favore del pubblico per la pena di morte è costantemente diminuito.

Ora, mentre in Cina e in Nigeria si verificano nuovi ed aggravati episodi di pena capitale, ci preoccupa la sbandierata previsione di sentenze di morte a livello federale negli USA nella ‘lotta al terrorismo’, ci preoccupano proposte di legge che dopo l’11 settembre tendono ad allargare alquanto l’applicazione della pena di morte in Illinois e nello stato di Washington e il tentativo (per la verità con poche probabilità di successo) di ripristinare la pena di morte in Wisconsin, ci preoccupano le conseguenze future dell’indebolimento della salvaguardia dei Diritti umani deciso dall’Occidente.

E’ stato tuttavia percorso un lungo e fruttuoso cammino sulla strada dell’abolizione della pena capitale: non dobbiamo scoraggiarci anche se gli avvenimenti attuali possono compromettere, per un tempo indeterminato, una parte dei risultati raggiunti.

8) QUINTO INCONTRO DEL GRUPPO DI TORINO

 

 

 

Hanno partecipato all’incontro dell’11 novembre, oltre ai soci Irene D’Amico, Anna Maria e Giovanni Esposito, Grazia Guaschino e Secondo Mosso, alcune persone interessate a conoscere le attività del Comitato: Padre Bruno Bordin, Missionario della Consolata, Cristina Curoso, con la figlia Francesca, ed Elena figlia di Grazia.

Grazia Guaschino ha illustrato brevemente, a beneficio dei nuovi ospiti, la storia del Comitato e le sue attività, in particolare il lavoro di preparazione del libro su Gary Graham, dettagliando anche i vari contatti presi con le personalità in America e i risultati ottenuti sinora.

 

Francesca frequenta la terza media ed è interessata, insieme alla sua classe e all’insegnante di lettere, al discorso sui diritti umani e in particolare sulla pena di morte. E’ stata invitata a proporre al preside e agli altri studenti, attraverso assemblee di classe o il Consiglio d’istituto, una visita di alcuni membri del Comitato presso la scuola per organizzare un dibattito sulla pena di morte con i ragazzi, almeno quelli dell’ultimo anno.

Anche Anna Maria Esposito comincerà a proporre il discorso sulla pena di morte nella scuola dove insegna, eventualmente coinvolgendo la Comunità di Sant’Egidio, di cui suo figlio fa parte.

Secondo Mosso si attiverà per un’altra produzione di magliette presso una nuova ditta.

Concluso il discorso relativo alle specifiche attività del Comitato, si è parlato della guerra in Afghanistan. Irene ha descritto la reazione ai fatti dell’11 settembre, a cui lei ha assistito da vicino, in quanto era in America in quei giorni: l’impressione è stata di una reazione di tipo emozionale, a tratti quasi infantile, e di una tendenza da parte dei media e degli esponenti ufficiali a sottolineare solo l’aspetto “strappalacrime” e macabro dell’attentato, escludendo totalmente qualsiasi forma di interrogativo sulle motivazioni profonde che possono aver spinto delle persone a suicidarsi pur di trascinare con sé nella morte migliaia di altri esseri umani. I pochi Americani che ufficialmente, in interviste o dibattiti, hanno cercato di porsi domande sulle cause dell’attentato o hanno espresso commenti anche di critica nei confronti del Governo, sono stati allontanati dalle trasmissioni o convinti a “rimettersi sulla retta via”.

Grazia ha parlato di Emergency, delle sue attività, e ha dato l’indirizzo del sito Web perché tutti potessero visitarlo e leggere in diretta le notizie date da Gino Strada e dai suoi collaboratori, che stanno aiutando con tutte le loro forze le vittime della violenza bellica in Afghanistan.

Si è poi parlato dei fatti di Genova, la cui gravità è stata sottovalutata e messa in secondo piano dalla tragedia della guerra attualmente in corso.

Si è acceso un dibattito che ha portato a scoprire motivi che accomunano i due eventi (avidità economica, abuso di potere, travisamento delle notizie).

Secondo ha detto che ci vorrebbe maggiore tolleranza, in una situazione tanto delicata, da parte di tutti, anche dei “No-global” che difendono invece le loro posizioni in modo a volte troppo prevaricante. Si è obiettato che la ragione dell’irrigidimento sulle proprie posizioni deriva soprattutto dal fatto che le notizie vengono distorte e travisate, presentandole in modo tanto aberrante da far apparire invertiti i ruoli. Basti pensare alle recenti affermazioni di chi ha dichiarato che i partecipanti alla marcia di Assisi erano sostenitori di Bin Laden (o almeno che questa sia stata l’impressione mondiale). Affermazioni come queste inducono gli accusati a non ammettere neppure gli errori effettivamente commessi: è chiaro che, probabilmente, durante le manifestazioni a Genova, qualcuno era dalla parte del torto anche tra le “Tute bianche”.

Ci sono sempre elementi che colgono ogni occasione per creare subbuglio e danni, ma la violenza della reazione da parte della polizia e, soprattutto, le torture inflitte agli arrestati durante la detenzione, sono state di tale gravità da far sbiadire al confronto qualsiasi infrazione da parte dei dimostranti. Per non parlare poi di come la notizia dei fatti di Genova è stata riportata dai giornali e sfruttata adesso in occasione del sostegno alla guerra: i “No-global” sono come i terroristi, secondo quanto affermato dal nostro Premier.

 

 

 

9) NOTIZIARIO

 

 

 

Afghanistan

 

Il regime talibano in disfatta esegue una condanna capitale. Sotto i pesanti bombardamenti americani, a Kandahar c’è stato il modo di eseguire una condanna capitale. Secondo un’agenzia afgana in Pakistan, il 29 novembre nel centro della città è stato impiccato un uomo accusato di essere una spia al soldo degli americani. L’uomo, un afgano di cui non è stata rivelata l’identità, sarebbe stato arrestato mentre comunicava dati utili per i bombardamenti aerei con un telefono satellitare. E’ stato impiccato ad un crocevia detto Incrocio dei Martiri.

 

 

 

Cina

 

Due esecuzioni mediante iniezione letale. Per la prima volta nel nord-est della Cina è stato usato come metodo di esecuzione l’iniezione letale. Due uomini sono stati uccisi il 20 novembre in una camera espressamente ordinata dalla Corte Intermedia del Popolo della provincia di Liaoning. La Corte ha comunicato l’evento in una conferenza stampa senza rivelare l’identità dei condannati rispettando il volere delle loro famiglie. Secondo la Corte il nuovo metodo di esecuzione è economico, più efficiente ed umano della fucilazione alla nuca ed è risultato ben accetto ai condannati e alle loro famiglie. Nella conferenza stampa si è sottolineato che il nuovo metodo adottato in Cina è applicato negli Stati Uniti e in pochissimi altri paesi.

Kumming, nel sud-ovest della Cina, fu la prima città ad applicare nel 1998 il metodo dell’iniezione letale, recepito dal Codice cinese un anno prima. Kumming è stata poi seguita da Wuhan, Shanghai, Chengdu, Hangzhou, Louyang ed altre città. L’adozione del nuovo metodo – che è stato sperimentato scientificamente - è favorito dalle autorità cinesi. Per gli abolizionisti rappresenta un passo verso il superamento della pena capitale (v. n. 89).

 

 

 

Florida

 

Rinviato il processo contro le guardie del braccio della morte. L’azione penale contro le guardie che massacrarono il condannato a morte Frank Valdes il 17 luglio 1999, si è arenata già nella fase preliminare. L’enorme difficoltà di scegliere dei giurati disponibili a svolgere il loro compito e ritenuti idonei sia dalla difesa che dall’accusa ha fatto rinviare l’inizio del processo al nuovo anno. Uno dei possibili giurati, piangendo, ha chiesto di essere esonerato temendo una rappresaglia in caso di un verdetto di condanna.Tra i 1300 potenziali giurati che sono stati convocati a partire dal 12 ottobre, solo quattro sono stati scelti. Ne occorrono altri due più sei supplenti. In precedenza le pressioni in favore delle guardie (a Starke, la città in cui si svolge il processo, quasi tutti lavorano o sono comunque in relazione col sistema carcerario) avevano indotto l’accusa a riformulare gli addebiti in modo da consentire condanne più lievi di quelle previste per l’omicidio di secondo grado (v. n. 90).

 

 

 

Ohio

 

Cancellata la scelta della sedia elettrica. A larga maggioranza e in tutta fretta il Parlamento dell’Ohio ha approvato a metà novembre una legge che lascia come unico metodo di esecuzione capitale l’iniezione di veleno. La richiesta di questa ‘misura di emergenza’ era stata fatta dal Governatore Bob Taft e dal Direttore delle prigioni Reginald Wilkinson per risparmiare agli ‘addetti ai lavori’ l’orrendo spettacolo di un’uccisione con la sedia elettrica. Era stato il condannato John Byrd Jr. a scegliere l’opzione più truculenta per essere ucciso il 12 settembre scorso. Byrd – che si dichiara innocente - in tal modo voleva denunciare l’ipocrisia di chi ritiene che un’esecuzione sia una pratica umana se realizzata in modo ‘pulito’. La sorte di Byrd rimane per ora sospesa dal momento che il suo caso è stato preso in esame dalla Corte federale di Appello del Sesto Circuito e rinviato ad una corte inferiore. La discussione all’interno della Corte del Sesto Circuito, complessivamente poco incline all’applicazione della pena capitale, è stata accesa e contrastata.

 

 

 

New York

 

Il primo caso capitale raggiunge la Corte d’Appello. La pena di morte nello stato di New York è stata ripristinata soltanto 6 anni fa. In precedenza gli sforzi del Parlamento per reintrodurre la ‘massima punizione’ erano stati vanificati dalla strenua opposizione dell’ex Governatore Mario Cuomo. Il sistema giudiziario è però restio ad emettere sentenze capitali, pertanto dal 1995 ad oggi soltanto sei criminali sono stati mandati nel braccio della morte. E’ stato ora annunciato che per la prima volta, il 6 maggio prossimo, un caso capitale verrà esaminato dalla Corte d’Appello, così Darrell Harris sarà il primo condannato a morte a raggiungere l’ultimo stadio dell’iter giudiziario a livello statale.

 

 

 

Usa

 

Il figlio dei coniugi Rosenberg è un attivo abolizionista. Si chiama Meeropol perché fu adottato insieme con il fratello 50 anni fa, subito dopo l’uccisone sulla sedia elettrica dei propri genitori accusati di spionaggio. Robert Meeropol ha tenuto una conferenza contro la pena di morte il 12 novembre a Santa Barbara in California sostenendo che i suoi genitori Julius ed Ethel Rosenberg erano innocenti. In un processo che fece epoca, fortemente condizionato dal clima della guerra fredda, i coniugi Rosenberg furono condannati a morte aver fornito ai sovietici segreti riguardanti la costruzione della bomba atomica. Dichiararono disperatamente e fino all’ultimo di essere innocenti. Meeropol ha affermato che il caso dei suoi genitori può essere istruttivo specialmente dopo gli attacchi dell’11 settembre, perché mostra come l’uso della pena di morte in un clima fortemente dominato dalle emozioni porta ad errori giudiziari irreparabili.

 

 

 

Tennessee

 

Un trattamento psichiatrico che può condurre nella camera della morte. Un giudice il 12 novembre ha nominato un tutore che possa consentire il trattamento psichiatrico forzoso di un ex condannato a morte per consentigli di partecipare ad un nuovo processo in cui potrebbe ricevere una seconda sentenza capitale. L’interessato aveva rifiutato la cura e si era opposto alla nomina di un tutore. Richard Taylor era stato rilasciato dal braccio della morte nel 1997, in quanto malato mentale sia al momento del delitto da lui compiuto le 1981 sia durante il primo processo in cui fu condannato a morte. Gli avvocati difensori e gli psichiatri hanno posizioni contrastanti sulla questione.

“E’ ironico che lo Stato chieda di forzare qualcuno ad essere curato per migliorare il suo stato mentale tanto da poter chiedere successivamente di ammazzarlo”, ha osservato l’avvocato Patrick McNally. Per contro i medici dell’ospedale psichiatrico hanno obiettato che il paziente presenta caratteristiche che prevedono un trattamento psichiatrico obbligatorio indipendentemente da ciò che avverrà in futuro. Un altro psichiatra, il dott. William Kerner, ha osservato che vi sono “problemi etici nei casi capitali, nell’aiutare qualcuno a stare abbastanza bene per essere giustiziato.” Ma “l’alternativa è altrettanto truce, dovendosi abbandonare a se stesso un malato che dovrà soffrire il dolore e l’agonia di una grave malattia mentale”.

 

 

 

 

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Questo numero è stato chiuso il 30 novembre 2001