FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 225 -  Novembre / Dicembre 2015

California, carcere di San Quentin

SOMMARIO:

1) Noi e i diritti umani: una breve riflessione di Roberto Fantini                         2) Glossip descrive la tortura dell’attesa nella casa della morte

3) Il nostro amico Raphael ucciso il 18 ottobre, come programmato

4) Dalla sista Margherita il giorno dopo l'esecuzione di Raphael

5) Una mozione di rehearing per Larry Swearingen

6) L’attentato di Parigi occasione per rinnovare la voglia di forca

7) Il Pakistan vendica la strage di Peshawar impiccando 4 uomini

8) Esecuzioni in crescendo in Arabia Saudita

9) Tra la prigione e la tomba, sparizioni forzate in Siria

10) In Cina torture e confessioni forzate dilaganti

11) Afghanistan: violenza estrema sulle donne

12) I dirigenti carcerari USA contro la segregazione in isolamento

13) In carcere la Costituzione non vale?

14) Annullata in California la sentenza contro la pena di morte

15) Il 30 novembre “Cities for life” è partita dal Colosseo

16) Fernando ci scrive dal braccio della morte della California                          17) Notiziario: California; Italia, Iran; Italia; Missouri; Nebraska;                              Pennsylvania; USA

 

 

1) NOI E I DIRITTI UMANI: UNA BREVE RIFLESSIONE di Roberto Fantini

Il 10 dicembre, in occasione del Giornata Mondiale dei Diritti Umani, è stato chiesto a Roberto Fantini, insegnante di Filosofia e Storia, di scrivere qualcosa sull'argomento. È nata così una bellissima fresca paginetta con cui ci piace cominciare questo numero.

Lo scorso anno, durante uno dei miei tanti bellissimi incontri con gli studenti (nelle vesti di attivista di Amnesty International), una bimba di scuola media, alla richiesta di fornire una definizione del concetto di “diritti umani”, in maniera immediatissima ha risposto:

“I diritti umani sono la vita!”

La sua risposta mi piacque subito e, ripensandoci, ho deciso che dovrebbe meritare di essere apprezzata almeno quanto quelle, certamente più dotte, donateci dai nostri migliori “addetti ai lavori”.

Perché va subito al cuore del problema. Perché centra il bersaglio e coglie perfettamente la sostanza centrale della questione.

Dire, infatti, che i diritti umani coincidono con la vita stessa vuol dire che, senza di essi, la vita sarebbe una non-vita. Che, senza di essi, la vita che ci resterebbe (anzi: che ci verrebbe lasciata) sarebbe un sacco vuoto, un feticcio senza sorriso.

Che, senza di essi, cioè, non sarebbe possibile vivere una vita vera, una vita che sappia davvero di vita, che possa essere ritenuta meritevole di essere, pertanto, desiderata, difesa, amata …

Che senza di essi, tutte le cose di questo mondo che potremmo avere non riuscirebbero a riempire l’abisso di nulla e di infelicità che si verrebbe ad aprire nella nostra anima …

Perché i diritti umani sono figli dell’universalmente umana esperienza del dolore. Perché i diritti umani sono creature ribelli della nostra vulnerabilità e della nostra paura. Sono il tentativo di portarci per mano oltre i fiumi di sangue e di lacrime sgorgati dai nostri animi vulnerabili e impauriti. Sono il tentativo di portarci oltre i confini ingabbiati da fossi, da trincee, da muraglie e da chilometriche matasse di filo spinato …

Sono il tentativo più luminoso costruito nella storia per ricordarci, come afferma Erasmo da Rotterdam, che le nostre fragili mani sono fatte per donare carezze e non per colpire. Per ricordarci, come insegna Aldo Capitini, che la condizione in cui ci troviamo ad esistere oggi, così straripantemente intossicata da ingiustizie ed orrori, è una realtà che non merita di durare, è una realtà semplicemente “provvisoria”, è una realtà che possiamo aprire ad orizzonti impensabilmente più luminosi, a patto di fare profondamente nostra “la convinzione che non è necessario che il dolore esista”…

 

 

2) GLOSSIP DESCRIVE LA TORTURA DELL’ATTESA NELLA CASA DELLA MORTE

 

Richard Glossip è ancora vivo per miracolo, ma ha sofferto fino in fondo tutte le pene dell’esecuzione

 

“Una tortura al di là di ogni immaginazione”: così Richard Glossip definisce i 50 giorni trascorsi in una cella a pochi metri dal luogo in cui avrebbe dovuto essere ucciso.

Come da protocollo, dopo che lo stato dell’Oklahoma fissa la data di esecuzione, il condannato viene trasferito in una cella vicina alla camera dell’iniziane letale, in un settore carcerario detto ‘casa della morte’. Ciò avviene di norma 35 giorni prima dell’esecuzione.

Il più delle volte il condannato non esce vivo dalla casa della morte. Ma Glossip, che ha ricevuto una sospensione dell’esecuzione all’ultimo momento lo scorso 11 novembre, è tornato indietro ed ha potuto raccontare la sua terribile esperienza.

Per Richard Glossip la tortura era durata 50 giorni anziché 35 perché le corti si sono prese due settimane per esaminare l’ultimo appello presentato dai suoi avvocati.

Glossip spera adesso di provare la sua innocenza, ma di fatto l’esecuzione è stata sospesa perché i funzionari dell’Oklahoma si sono resi conto, solo poche ore prima dell’ora fissata per ucciderlo, che una delle sostanze di cui disponevano per l’iniezione letale non era quella giusta!

Parlando al telefono dal braccio della morte Glossip dice: “E’ una vera tortura: credo che sia concepita per indurti a dire ‘basta, portatemi in quella stanza e facciamola finita.’ È un inferno. Davvero.”

La cella nella casa della morte non ha finestre e una luce molto forte vi rimane accesa costantemente, giorno e notte. Il cibo è pessimo e spesso mancano alimenti importanti, anche l’acqua da bere. Le guardie si alternano fuori dalla cella controllando il condannato ogni istante e redigendo un “diario” di tutto ciò che fa. Glossip dice che spesso rimaneva per ore seduto immobile sulla branda solo per impedire che la guardia registrasse qualcosa.

Dice che cercava di distrarsi e di rimanere ottimista, tenendo la mente occupata. Aveva solo la Bibbia a disposizione, perché altri libri gli furono negati. Quando un condannato viene trasferito nella casa della morte tutti i suoi beni sono confiscati e messi da parte. Il condannato può conservare solo fotografie dei suoi cari, lettere dei familiari, carta e una biro. Glossip dice che fu un gran dispiacere quando gli tolsero il suo lettore mp3, privandolo così della possibilità di ascoltare musica.

La sera prima dell’esecuzione al condannato viene data la possibilità di scegliere un pasto finale che non costi più di 45 dollari. Glossip ordinò una pizza prodotta da una società presso la quale lui aveva lavorato per 11 anni. Chiese alle guardie se volevano dividere con lui la pizza - avrebbe proprio desiderato condividere con qualcuno la sua cena - ma le guardie gli dissero che non potevano mangiare il suo cibo.

La mattina successiva Glossip fu svegliato alle 3 e 30’ del mattino. Fa parte del protocollo dell’esecuzione iniziare la procedura 12 ore prima dell’iniezione letale. Lo condussero a fare una visita medica completa, durante la quale lo perquisirono nudo e gli fecero delle radiografie. Dopo mezz’ora circa fu posto in un’altra cella ancora più vicina alla camera dell’esecuzione. In quella cella si trovano un materasso, un lenzuolo e un cuscino, ma il condannato non può tenere alcun effetto personale. Glossip dice che sembrava il locale di un obitorio e che faceva un freddo terribile.

Solo all’una del pomeriggio di quel giorno il Dipartimento di Correzione chiamò l’ufficio del Procuratore Generale dicendo che non aveva le sostanze giuste per l’esecuzione (disponeva di acetato di potassio anziché di cloruro di potassio). Tre ore dopo la governatrice dell’Oklahoma, Mary Fallin, fermò l’esecuzione e ordinò che venisse sospesa per 27 giorni, al fine di investigare sull’incredibile pasticcio.

Ma a Glossip non fu detto nulla. Poco prima di quando avrebbe dovuto essere portato nella stanza dell’esecuzione, le guardie entrarono e gli confiscarono i vestiti. Se l’esecuzione fosse proseguita lui avrebbe poi dovuto indossare un camicione da ospedale prima di essere messo sul lettino. Invece fu lasciato con indosso solo la biancheria intima, a chiedersi cosa stesse succedendo. Dieci minuti prima delle 15 (ora fissata per l’esecuzione) sentì i suoi compagni del braccio della morte calciare e battere forte contro le porte delle loro celle: prima di un’esecuzione, i condannati colpiscono la porta della cella per far arrivare un messaggio al condannato, una sorta di addio in cui gli comunicano che non l’hanno dimenticato, che non è solo e che gli sono vicini in quel momento.

Alle 17 e 30’ Glossip fu tolto dalla cella-obitorio e rimesso nella cella dove aveva trascorso gli ultimi 50 giorni. Non capì che cosa stesse succedendo finché non vide una scritta scorrere durante il notiziario serale alla tv: “Richard Glossip ha ricevuto una sospensione di 37 giorni dalla Governatrice Fallin”.

Glossip è poi tornato nella sua vecchia cella nel braccio della morte. “Quando mi vidi per la prima volta in uno specchio, fui davvero scioccato: sembravo proprio un redivivo da un campo di concentramento. Ero ridotto pelle e ossa”, dice Glossip. Non gli pareva vero di poter di nuovo accendere, ma soprattutto spegnere, autonomamente la luce. Era così agitato che ripeté l’operazione più volte per accertarsi di poter di nuovo controllare l’illuminazione della sua cella.

L’esecuzione è stata sospesa e i funzionari dell’Oklahoma hanno detto che non fisseranno una nuova data per Glossip per almeno 150 giorni. Questo ha dato nuovo respiro ai suoi avvocati, che sperano di poter dimostrare l’innocenza di Glossip. Egli si augura di non dover più ripetere una simile esperienza e ha anche dichiarato che, se non verrà ucciso dallo stato, trascorrerà la sua vita a battersi contro la pena di morte: “Voglio che le persone capiscano che cosa devono patire i condannati prima che venga loro tolta la vita. Non voglio assolutamente che nessun altro debba sopportare tutto questo – è proprio ingiusto.” (Grazia)

 

 

3) IL NOSTRO AMICO RAPHAEL UCCISO IL 18 OTTOBRE, COME PROGRAMMATO

 

Una brutta storia con tre bimbe uccise da un fuoco impazzito e un uomo ucciso a norma di legge.

 

Il 18 ottobre alle 20 e 11' il Texas ha iniziato la procedura per uccidere il nostro amico Raphael Deon Holiday. 19 minuti dopo Raphael è stato dichiarato morto.

L'esecuzione è cominciata con due ore di ritardo sul momento fissato per la somministrazione delle sostanze letali, in attesa che si concludesse un'ultima schermaglia legale sul suo caso.

Fino all'ultimo Raphael ha sperato erroneamente di scamparla ma ha affrontato la morte con dignità e fede religiosa.

Ricordiamo la vicenda del nero americano Raphael Holiday, prima di spiegare perché nonostante tutto lo chiamiamo 'amico'.

Dunque, il dramma che portò alla fine orribile di tre piccole bambine iniziò nel marzo del 2000 con un acceso diverbio tra il 22-enne Raphael e la sua convivente Tami Lynn Wilkerson: Tami chiese l'allontanamento di Raphael e la protezione della polizia perché Raphael aveva abusato della più grande delle sue bambine, Tierra di 7 anni.

Tami continuò a vivere (in una casetta di legno in una remota zona boschiva nella contea di Madison nel Texas) con Justice, di 1 anno e mezzo, che aveva avuto da Raphael e le due sorellastre di costei, Tierra e Jasmine. Quest'ultima aveva 5 anni.

Nonostante l'ordine di allontanamento, Raphael e Tami si videro diverse volte tra marzo e agosto del 2000.

Alla fine di agosto Raphael piombò nel ristorante dove Tami lavorava. Tami si chiuse nell'ufficio del ristorante e chiamò la polizia. La polizia allontanò Raphael.

Una settimana dopo Raphael telefonò a Tami chiedendole di aiutarlo perché la sua macchina non partiva. Quando Tami arrivò, lui le tolse le chiavi, le disse di avere due pistole e la costrinse a fare sesso.  Poi la fece salire in auto e minacciò di causare uno scontro per far morire entrambi. Alla fine Tami convinse Raphael a desistere. Dopo questo episodio Tami rifiutò tutte le telefonate di Raphael (1).

Intorno alle 11 di sera del l5 settembre 2000, si udì il rumore di un vetro rotto. Tami guardò fuori della finestra e vide un'ombra venire verso casa. Allora chiamò la madre, Beverly Mitchell, che viveva a 3 chilometri di distanza, chiedendole aiuto. Beverly arrivò in auto insieme allo zio Terry Keller. Terry, armato di una pistola, ispezionò la zona intorno alla casa di legno. Beverly mise Jasmine e Tierra nella propria auto, tornò in casa a prendere Justice e fece per telefonare alla polizia.

Raphael entrò in casa, afferrò il telefono e lo scagliò contro la parete. Poi entrò Tami che lo vide e corse fuori a cercare aiuto. Raphael disse a Beverly che intendeva vendicarsi con Tami per avergli tolto la figlia. Terry entrò in casa, al ché Raphael prese Beverly per il collo minacciando di strozzarla per far lasciare a Terry la pistola. Pistola che fu presa da Raphael il quale cominciò a farneticare di uccidere tutti. Raphael gettò benzina sopra e intorno all'auto in cui si trovavano Tierra e Jasmine, ma non fu in grado di appiccare il fuoco.

Raphael ordinò a tutti gli altri di non muoversi e costrinse Beverly a portarlo a casa di lei per procurarsi altra benzina. Ma quando ritornò vide che Terry era fuggito. Raphael ordinò a Beverly di spargere benzina nella casa. Fu appiccato il fuoco. Beverly non poté ritornare dalle bambine e scappò fuori. Raphael fuggì in auto urtando una macchina della polizia.

Tami era riuscita a chiamare la polizia da una casa vicina. Quando ritornò alla propria casa vide che tutto era andato a fuoco uccidendo le tre bambine.

Raphael fu preso dopo un lungo inseguimento in macchina, che terminò con uno schianto.

Raphael Holiday fu condannato a morte a giugno del 2002 per tre omicidi. Inutile la sua difesa basata sull'affermazione (appoggiata dalla perizia di un esperto) che il fuoco si era originato accidentalmente dalla fiammella pilota di una stufa.

Rapheal non è stato solo vittima di se stesso e della pena di morte: lascia basiti la decisione dei suoi due avvocati d'ufficio, James "Wes" Volberding e Seth Kretzer, di gettare la spugna assai prima che venisse fissata la sua data di esecuzione.

Infatti a giugno scorso Volberding, anche a nome di Kretzer, ha scritto a Raphael una lettera annunciandogli che lui e il collega non avrebbero più inoltrato appelli in suo favore, perché tanto sarebbero stati inutili, gli dicevano inoltre che non valeva neanche la pena chiedere la grazia al Governatore del Texas: anche questo sarebbe stato inutile, gli avrebbe procurato solo false speranze!

Raphael Holiday aveva allora cercato affannosamente un legale che potesse aiutarlo. L'avvocatessa Gretchen Sims Sween, mossa a compassione, si mise gratuitamente ad aiutarlo, si mise alla ricerca di un nuovo team di difesa e chiese alle corti federali di sospendere l'esecuzione in attesa dei nuovi legali. Volberding e Kretzer se la sono presa allora con la Sween intimandole di stare alla larga dal 'loro' cliente!

Immediatamente dopo che la Corte Suprema USA ha rifiutato di concedere una sospensione dell'esecuzione il condannato ha ricevuto l'iniezione letale. Lo stesso giorno la giudice della Corte Suprema Sonia Sotomayor ha rilasciato una dichiarazione in cui ha accusato i due avvocati di aver abbandonato Raphael Holiday all'ultimo momento. 

Dopo questo lungo raccontare vogliamo dire perché abbiamo chiamato Raphael 'nostro amico'. Lo abbiamo fatto perché lo conosciamo da tempo: egli è stato seguito per anni da alcune signore afferenti al Comitato Paul Rougeau che avevano creato il gruppo delle 'siste' (sorelle). Si tratta di Alessia, Anna, Cinzia, Elena, Emanuela, Francesca, Laura, Margherita, Rosa, Stefania,... 

Lo chiamiamo 'amico' perché proviamo per lui una sincera compassione. Era nero e povero. Era uscito precocemente dal sistema scolastico. Prima del suo arresto aveva fatto lavori umili. Secondo uno psichiatra soffriva di depressione e scarsa capacità di sopportare stress e frustrazioni.

Ma lo chiamiamo 'amico' forse anche perché ogni persona, nonostante le azioni orribili che possa compiere, condivide pur sempre con noi la condizione umana.

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(1) Il 18 ottobre Tami ha presenziato all'esecuzione di Raphael. Alla fine si è avvicinata al vetro di separazione dalla camera della morte e ha dato un ultimo sguardo al suo corpo senza vita.

 

 

4) DALLA SISTA MARGHERITA IL GIORNO DOPO L'ESECUZIONE DI RAPHAEL

 

Questa notte l'ho passata in bianco e oggi sembravo una zombie L

Raphael aveva non pochi problemi già di suo e una storia di abusi fin dall'infanzia. Non era un tipo facile, testardo anche nelle prese di posizione che poi gli sono costate care. Ma è vero che lui conosceva solo la legge della strada... e poi quella del braccio. La storia dell’investigatrice (1) e quella dei telefonini (2) confermano ...:-\

Abusi ricevuti, abusi dati... non sempre è così ma in questo caso l'epilogo è stato tragico e sono morte tre bambine innocenti e ora anche lui, dopo anni di sofferenze.

Raphael ha attraversato l'esperienza della vita fra infinite sofferenze e questo mi fa urlare perché non si può uccidere uno così, porca miseria!!! Anche se colpevole è innocente. Aveva l'innocenza ignara di un bambino, perché è quello che era. Possibile che non l'abbia capito nessuno? O l'hanno capito e non conta da quelle parti...   

Quella lettera assurda del suo avvocato che è stata pure pubblicata sui media... ma si può ??? !!!

Non c'è molto da dire.

Adesso che ha trovato sicuramente pace, mi sento di dover chiudere io questo capitolo, perché sono sfinita anch'io.

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(1) Nel 2005 durante un viaggio in Texas, con il consenso di Rapahel, contattammo un investigatore privato che era disponibile a fare ulteriori indagini sul caso di Rapahel. Lo scopo era trovare nuove prove per poter ottenere la difesa gratuita da uno studio legale che si occupa della difesa di detenuti indigenti. L’investigatore Richard Reyna era poi venuto in Italia nel 2007 per conoscere il Comitato e per presentarci la sua proposta. Appena rientrato in Texas, Reyna iniziò a lavorare al caso contattando i testimoni e facendoci arrivare i primi report ma improvvisamente Raphael, su insistenza della sua famiglia, rinunciò al lavoro di Reyna a favore di una investigatrice allora molto famosa fra i detenuti. Reyna fu addirittura boicottato e gli fu impedito di procedere. Raphael perse così molti sostenitori.

(2) Nel 2008 alcune guardie contrabbandarono cellulari all’interno della “prigione fortezza” Polunsky Unit dove si trova il braccio della morte del Texas. Fra gli “acquirenti” ci fu Raphael. I media divulgarono la notizia ed i nomi dei detenuti coinvolti. Questo episodio fu la “classica goccia” che allontanò ulteriormente i sostenitori italiani.

 

 

5) UNA MOZIONE DI REHEARING PER LARRY SWEARINGEN

 

Terribile incertezza, tra un ricorso e l’altro, per Larry, amico del Comitato Paul Rougeau.

 

Come abbiamo scritto nel numero scorso, il 28 ottobre la Corte Criminale d'Appello del Texas (TCCA) ha respinto la richiesta di consentire ulteriori esami del DNA che, secondo la difesa, potrebbero scagionare il nostro amico Larry Swearingen dall'accusa di aver violentato ed ucciso una studentessa universitaria, Melissa Trotter, nel 1998 (1).

Si tratta della quinta volta che tale Corte respinge la richiesta di ulteriori test del DNA in favore di Larry.  Ed è la seconda volta che lo fa invalidando un ordine del giudice Kelly Case (2).

Come abbiamo sottolineato nei numeri precedenti, Larry sarebbe già morto se Kelly Case, nuovo Giudice di Contea, non avesse insistito nel consentire l'effettuazione dei test chiesti dalla difesa (ai quali si è ora opposta vittoriosamente l'accusa presso la Corte Criminale d'Appello).

Ha vinto dunque l'accusatore della Contea di Montgomery Brett Ligon. La cosa (che sarebbe comica se non fosse) tragica è che l'accusatore ha ricordato che il suo ufficio avrebbe consentito i test del DNA fin dal 2013 se gli avvocati difensori di Swearingen avessero riconosciuto che i risultati dei test non potevano comunque influire sull'esito del caso!

Larry Swearingen è difeso dagli avvocati James Rytting e Bryce Benjet e sostenuto dall' Innocence Project.

L'avvocato Rytting da noi consultato a metà novembre ci ha detto di aver avanzato una richiesta di "rehearing" alla TCCA (una richiesta di essere riascoltato che raramente viene accordata). Dopo di ciò riteniamo che per Larry rimanga la più concreta possibilità di presentare un ricorso basandosi sulla nuova legge del Texas voluta dal senatore nero Rodney Ellis che dà diritto ai condannati a morte di chiedere l'effettuazione di test del DNA su ogni oggetto della scena del crimine che possa ragionevolmente contenere materiale biologico utile a dimostrare l'innocenza.

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(1) V. ad es. nn. 190, 191, 196, 199, 202, 203, 212

(2) Peraltro i tre giudici della TCCA hanno espresso opinioni in parte contraddittorie, v.ruling denying testing , partial concurrence and partial dissent , dissent

 

 

6) L’ATTENTATO DI PARIGI OCCASIONE PER RINNOVARE LA VOGLIA DI FORCA

 

La violenza irrazionale chiama violenza irrazionale e fa arretrare la civiltà ovunque.

James Woolsey, ex direttore della CIA dal 1993 al 1995, ritiene che l’hacker Edward Snowden dovrebbe essere incriminato di alto tradimento e messo a morte, in conseguenza di quanto è accaduto a Parigi il 13 novembre. Il 20 novembre Woolsey ha dichiarato ad un giornalista della CNN: “Si tratta ancora di un reato capitale, e io lo condannerei a morte, e preferirei vederlo appeso per il collo, piuttosto che limitarmi a metterlo sulla sedia elettrica”. Woolsey afferma che Snowden, rivelando nel 2013 i documenti segreti sullo spionaggio pervasivo effettuato dal governo americano e da governi europei sui cittadini, è in parte responsabile degli attacchi terroristici del 13 novembre in Francia, che hanno causato 120 morti e centinaia di feriti. “Ritengo che il sangue di molti di questi giovani Francesi sia sulle sue mani”, ha detto. (Attualmente Snowden risiede in Russia, dove gli è stato garantito asilo temporaneo).

L’attuale direttore della CIA, John Brennan, ha fatto eco alle parole del suo predecessore Woolsey, dicendo che le rivelazioni di Snowden hanno reso più difficile, per i funzionari dell’intelligence, individuare complotti terroristici.

Ancora più aggressiva e reazionaria è stata la risposta di Jean Marie Le Pen, fondatore del partito francese di estrema destra Front National. Egli ha dichiarato che la Francia dovrebbe subito ripristinare la pena di morte e spedire alla ghigliottina i terroristi arrestati. Ha dichiarato: “Dobbiamo ripristinare la pena di morte per i terroristi, a mezzo di decapitazione”. Ha chiesto anche l’abolizione della doppia cittadinanza per i cittadini stranieri e, anzi, ha detto che questi dovrebbero essere costretti a fare una scelta, e si dovrebbe rendere di nuovo obbligatorio il servizio militare per tutti per periodi di almeno sei mesi.

Le recenti dichiarazioni di Jean Marie rispecchiano quelle rilasciate da sua figlia, Marine Le Pen, dopo l’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo del gennaio 2015. All’epoca lei si era proposta di indire un referendum per il ripristino della pena di morte, nel caso venga eletta presidente nel 2017.

La pena di morte fu abolita in Francia nel 1981 dall’allora presidente Mitterand. L’ultima esecuzione era avvenuta 4 anni prima con la ghigliottina.

Com’è noto, nessun paese può far parte dell’Unione Europea se ha la pena di morte. (Grazia)

 

 

7) IL PAKISTAN VENDICA LA STRAGE DI PESHAWAR IMPICCANDO 4 UOMINI

 

Un anno fa da una strage terroristica si è originata una inarrestabile strage di stato.

 

Il 2 dicembre il Pakistan ha impiccato 4 uomini accusati della strage talebana del 16 dicembre 2014 in una scuola militare di Peshawar in cui morirono 150 giovanissimi (1)

La strage rivendicata dai Talebani del Pakistan non fu condivisa da altre articolazioni del movimento talebano.

I ‘terroristi’ messi a morte il 2 dicembre nella città di Kohat si chiamavano Maulvi Abdus Salam, Hazrat Ali, Mujeebur Rehman e Sabeel detto Yahy. Avevano invano fatto domanda di grazia il 20 novembre.

Il primo Ministro Nawaz Sharif aveva chiesto al Presidente Mamnoon Hussain di negare la grazia ai condannati. L’ordine di esecuzione è stato firmato dal generale Raheel Sharif, massima autorità militare del paese.

Siccome tutti e 7 gli attentatori di Peshawar furono uccisi sul posto, gli attuali giustiziati non sono autori materiali della strage e non sappiamo in che modo vi furono coinvolti. 

Ricordiamo che la strage di Peshawar pose termine ad una moratoria della pena di morte durata 6 anni e dette il via ad una serie impressionante di esecuzioni, di ‘terroristi’ ma anche di delinquenti comuni: l’elenco dei ‘giustiziati’ ha ormai raggiunto quota 300.

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 (1) v. n. 120 e nn. ivi citati

 

 

8) ESECUZIONI IN CRESCENDO IN ARABIA SAUDITA

 

Motivi religiosi e politici alimentano la pena di morte in un paese strategicamente legato agli USA.

 

Una raffica di esecuzioni - più volte preannunciata nelle settimane precedenti - si è avuta in Arabia Saudita il 2 gennaio. Vi sono state 47 esecuzioni a Riyadh e in altre 12 città. Parte dei condannati sono stati decapitati, gli altri fucilati.

Tra coloro che sono stati messi a morte, c'era il famoso clerico sciita Nimr al-Nimr.

Il 56-enne Nimr era stato arrestato nel 2012 in conseguenza dei moti dei sunniti verificatisi nel clima della primavera araba del 2011. La sua esecuzione ha provocato fortissime proteste a cominciare da quelle dell'Iran sunnita, tradizionale nemico della monarchia araba. Proteste vi sono state in Bahrain e in Libano, ed anche nei riguardi degli Stati Uniti, alleati del regime saudita.

Il Ministro degli Esteri iraniano, Hossein Jaber Ansari, ha definito l'esecuzione "il colmo dell'imprudenza e dell'irresponsabilità". "Il governo saudita pagherà un alto prezzo per l'adozione di una simile politica", ha aggiunto.

Le associazioni per i diritti umani denunciano l'altissimo numero di esecuzioni portate a termine dall'Arabia Saudita nel 2015, almeno 158 (quasi il doppio di quelle del 2014), molte delle quali per reati di droga e per 'terrorismo' nei riguardi di sospettati appartenenti ad al-Qaeda, imprigionati nel triennio 2003-2006.

Per trovare un numero di esecuzioni in Arabia Saudita superiore a 158 bisogna risalire al 1995, anno in cui ve ne furono 192.

L'annuncio delle esecuzioni del 2 gennaio è cominciato con la recita di versetti del Corano che giustificano l'uso della pena di morte, mentre la tv di stato mostrava filmati sugli attacchi di al-Qaeda nell'ultimo decennio. Subito dopo il Grand Mufti Sheikh Abdulaziz Al al-Sheikh è apparso in televisione affermando la giustezza delle esecuzioni e pronunciano i nomi di tutti i giustiziati. La tv ha mostrato le foto di tutti i giustiziati, diffondendo musica solenne.

 

 

9) TRA LA PRIGIONE E LA TOMBA, SPARIZIONI FORZATE IN SIRIA

 

Spietatezza e corruzione a danno dei diritti umani in un paese centrale nella guerra al terrorismo.

 

Il 5 novembre Amnesty International ha pubblicato un rapporto di 70 pagine sulle ‘sparizioni forzate’ di almeno 65.000 cittadini siriani tra cui oppositori pacifici, manifestanti, attivisti per i diritti umani, giornalisti, medici e operatori umanitari (1). Le persone fatte sparire dal governo sono detenute in luoghi segreti e inaccessibili e i loro congiunti alla ricerca di notizie vengono sfruttati da mediatori senza scrupoli.

Nel comunicato di Amnesty diffuso lo stesso giorno leggiamo tra l’altro: “Le sparizioni forzate sono diventate una pratica talmente costante in Siria che hanno dato luogo a un mercato nero nel quale "intermediari" o "negoziatori" ricevono tangenti che arrivano fino a decine di migliaia di dollari da parte di famiglie che vogliono disperatamente sapere dove si trovano i loro congiunti o se sono ancora vivi. Secondo un attivista siriano per i diritti umani, queste tangenti sono diventate "una parte notevole dell'economia". Un avvocato di Damasco ha dichiarato che le sparizioni sono diventate "una vacca da mungere, una fonte di finanziamento su cui fare affidamento".

Secondo Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International: "Gli stati che sostengono il governo siriano, come l'Iran e la Russia che ha recentemente avviato operazioni militari in Siria, non possono lavarsi le mani di fronte ai massicci crimini contro l'umanità e ai crimini di guerra commessi col loro appoggio. La Russia, il cui sostegno è vitale per il governo del presidente Bashar al-Assad, è nella migliore posizione per convincerlo a porre fine a questa crudele e codarda campagna di sparizioni.”

 

 

10) IN CINA TORTURE E CONFESSIONI FORZATE DILAGANTI

 

Nel grande paese asiatico tecnologicamente avanzato è veramente troppo lento l’allontanamento dalle pratiche abusive dei diritti umani, soprattutto nei riguardi dei detenuti.

 

Il 12 novembre, alcuni giorni prima che il Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite esaminasse la situazione della Cina, Amnesty International ha reso noto un allarmante rapporto di oltre 50 pagine intitolato “Nessuna Fine in Vista - Torture e Confessioni Forzate In Cina" (1).

Nel Comunicato che segnala l'uscita del Rapporto, ampiamente diffuso da Amnesty lo stesso giorno 12, leggiamo tra l’altro:

“Il sistema di giustizia penale cinese continua a fare grande affidamento sulle confessioni forzate ottenute mediante torture e maltrattamenti, mentre gli avvocati che insistono a denunciare quanto accaduto ai loro clienti vengono spesso minacciati, intimiditi o persino arrestati e torturati a loro volta.

[...] “Amnesty International documenta che le riforme del sistema di giustizia penale, presentate dal governo di Pechino come un passo avanti nel campo dei diritti umani, hanno fatto poco o nulla per cambiare la prassi, profondamente radicata, di torturare le persone sospettate di aver commesso un reato per costringerle a confessare. I tentativi degli avvocati difensori di chiedere indagini sulle denunce di tortura dei loro clienti vengono sistematicamente ostacolati dalla polizia, dagli inquirenti e dai giudici.”   “In un sistema nel quale persino gli avvocati possono finire per essere torturati dalla polizia, che speranza possono avere gli imputati comuni?” – ha chiesto Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International sulla Cina.”

[...] “Se il governo vuole davvero migliorare la situazione dei diritti umani, deve iniziare col chiamare a rispondere le forze di polizia quando commettono violazioni” – ha aggiunto Poon.”  

[...] Esperti di legge cinesi stimano che meno del 20 per cento degli imputati in procedimenti penali abbia un avvocato difensore".

[...] Nel suo rapporto, Amnesty International documenta le torture e i maltrattamenti che si verificano durante la fase di detenzione preventiva, tra cui pestaggi ad opera di agenti di polizia o di altri detenuti su ordine o con l’acquiescenza dei primi. Gli altri metodi di tortura denunciati comprendono sedie di contenzione di metallo, lunghi periodi di privazione del sonno, diniego di cibo e acqua a sufficienza e la cosiddetta “asse della tigre”: mentre le gambe del detenuto sono legate strette a un’asse orizzontale, gradualmente vengono aggiunti dei mattoni sotto i suoi piedi, col risultato che le gambe si sollevano sempre più in alto, procurando un intenso dolore alla vittima. [...] Esperti di legge hanno riferito ad Amnesty International che l’estorsione di confessioni con la tortura rimane una pratica diffusa durante la detenzione preventiva, soprattutto nei casi di natura politica in cui sono coinvolti dissidenti, esponenti di minoranze etniche e persone che svolgono attività religiose.

Negli ultimi due anni le autorità hanno aumentato il ricorso a una nuova forma di detenzione non comunicata all’esterno, chiamata “sorveglianza domiciliare in una località prestabilita”, riconosciuta ufficialmente con l’entrata in vigore, nel 2013, del nuovo Codice di procedura penale. Persone sospettate di terrorismo, gravi forme di corruzione e reati contro la sicurezza dello stato possono essere trattenute al di fuori del sistema ufficiale di detenzione in località segrete per un periodo che può arrivare fino a sei mesi, senza contatti col mondo esterno e a grave rischio di essere torturate.
Dodici avvocati e attivisti sono attualmente trattenuti in queste località segrete per accuse relative alla sicurezza dello stato. Amnesty International li considera a forte rischio di tortura e chiede al governo cinese di rilasciarli e proscioglierli da ogni accusa.

[...] I comitati locali, politici e giudiziari, composti da funzionari locali del Partito comunista, mantengono un’influenza considerevole nella determinazione degli esiti giudiziari dei casi politicamente rilevanti. [...] Amnesty International ha esaminato centinaia di atti processuali disponibili nell’archivio elettronico della Corte suprema del popolo.

Su 590 casi in cui gli imputati avevano denunciato di essere stati costretti a confessare sotto tortura, solo in 16 casi le prove così ottenute non sono state ritenute valide: in un caso l’imputato è stato assolto, mentre gli altri sono stati condannati sulla base di altre prove. Questo dato estremamente basso corrobora le affermazioni degli avvocati, secondo i quali le confessioni estorte con la tortura continuano a essere ammesse come prove, anziché essere escluse come illegali dai giudici.

 

11) AFGHANISTAN: VIOLENZA ESTREMA SULLE DONNE

 

Si verificano ancor oggi sadiche lapidazioni delle adultere come avveniva ai tempi di Gesù Cristo.

 

Un video di 30 secondi, divulgato dai media afgani il 3 novembre scorso, mostra una “adultera” in una buca scavata in terra, circondata da uomini col turbante che le scagliano pietre con allucinante freddezza.

L’adultera si chiamava Rokhsahana e aveva circa 20 anni. Nel video si sente gemere la povera ragazza mentre i colpi la raggiungono. Il suo lamento diventa forte e acuto, poi finisce.

La lapidazione è avvenuta in un’area controllata dai Talebani, nella provincia di Ghor.

Sima Joyenda, una delle due donne governatrici nelle 34 provincie dell’Afghanistan, ha dichiarato che la famiglia aveva costretto Rokhsahana a sposarsi contro la sua volontà e che lei fu catturata mentre cercava di fuggire con un coetaneo. Il giovane, dopo essere stato flagellato, è stato liberato. Lei è stata lapidata.

La violenza contro le donne è particolarmente esasperata nelle zone in mano ai Talebani, ma pervade tutta la società afgana, nonostante la ‘liberazione’ dal regime talebano nel 2001 (*).

Nel marzo scorso un’altra donna, Farkhunda, fu picchiata selvaggiamente e le fu dato fuoco nel centro di Kabul, dopo che era stata ingiustamente accusata di aver bruciato a una copia del Corano.

La governatrice Joyenda ha condannato la lapidazione a Ghor e ha chiesto al governo di Kabul di promuovere un’azione militare per liberare le aree controllate dai ribelli. Ha dichiarato: “Le donne hanno problemi in tutto il Paese, ma a Ghor prevalgono gli atteggiamenti più conservatori.”

Un altro video registrato nella provincia di Ghor a settembre, mostra una donna accovacciata, coperta da un velo dalla testa ai piedi, mentre viene frustata da un uomo davanti ad un gruppo di spettatori. La pena, anche in questo caso, è stata inflitta per adulterio. Il partner della donna ha ricevuto una punizione simile.  (Grazia)

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(*) Liberazione avvenuta dopo l’11 settembre, con la partecipazione attiva degli USA di George W. Bush a fianco dell’Alleanza del Nord.

 

 

12) I DIRIGENTI CARCERARI USA CONTRO LA DETENZIONE IN ISOLAMENTO

 

Vi è una progressiva presa di coscienza dei danni psichici e fisici provocati dalla detenzione in isolamento, estesamente praticata negli Usa. Ma sono ancora pochi gli interventi per limitarla.

 

Uno studio reso noto negli USA nello scorso mese di agosto dall’Associazione dei dirigenti carcerari statali (ASCA) e dall’Associazione dei dirigenti carcerari federali (BOP) – associazioni che hanno lavorato insieme all’ “Arthur Liman Public Interest Program” dell’Università di Legge di Yale - ha stigmatizzato l’uso della detenzione in isolamento.

Dallo studio fatto sulla grande maggioranza delle prigioni americane è risultato che oltre 100.000 esseri umani sono detenuti in isolamento, più di quanto si ritenesse in precedenza.

Sia che venga chiamato “segregazione amministrativa”, o “segregazione disciplinare” o “custodia protettiva”, tale trattamento carcerario consiste in almeno 22 ore al giorno di chiusura in piccolissime celle singole della dimensione di un bagno, esclusione praticamente totale dai programmi lavorativi e ricreativi, forte limitazione delle telefonate all’esterno (per esempio non più di una al mese). Molti sono detenuti in tali condizioni indefinitamente, anche per anni ed anni.

La presa di coscienza dei dirigenti carcerari ha trovato recentemente eco nella Corte Suprema USA. Alcuni giudici – pur senza prendere provvedimenti – hanno affermato che la carcerazione in isolamento è fondamentalmente insana.

Il giudice Kennedy ha affermato nella sentenza Davis v. Ayala del 2015 che il danno umano prodotto da lunghi periodi di isolamento” non è stato oggetto di “sufficiente pubblico interesse ed indagine” domandandosi se non vi siano “alternative praticabili al confinamento a lungo termine, e qualora esistano, se si debba chiedere al sistema carcerario di adottarle.” Il giudici Breyer e Ginsburg nella sentenza Glossip v. Gross del 2015 hanno criticato “l’effetto disumanizzante” della segregazione, parlando di “studi che mostrano come l’isolamento può provocare tra l’altro ansietà, panico, rabbia, perdita di controllo, paranoia, allucinazioni, autolesionismo”.

Purtroppo la presa di coscienza sul problema dell’isolamento carcerario ha portato finora a cambiamenti molto limitati.

Per di più i cambiamenti sono spesso ostacolati dalle guardie carcerarie. In merito allo studio dell’ASCA, l’associazione degli agenti carcerari newyorkesi (1) ha osservato risentita: “Le politiche del confinamento carcerario si sono evolute in decadi di esperienza ed è semplicemente errato ed unilaterale togliere strumenti agli agenti che fronteggiano situazioni di pericolo ogni giorno”

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(1) Si tratta della “New York State Correctional Officers& Police Benevolent Association”

 

 

13) IN CARCERE LA COSTITUZIONE NON VALE ?

Un marocchino detenuto in Italia è riuscito a filmare i pestaggi inflittigli dalle guardie carcerarie.

 

Il 15 dicembre del 2015 la procura di Parma ha chiesto l'archiviazione della denuncia per lesioni e intimidazioni ai danni del detenuto Rachid Assarag contro otto agenti di custodia in servizio al penitenziario di Parma presentata dall'associazione "A buon diritto" del senatore Luigi Manconi.

Rachid Assarag, marocchino residente in Italia, condannato a 9 anni per violenza sessuale e in carcere dal 2009, aveva registrato di nascosto, con l'aiuto della moglie che gli ha passato l’apparecchio per farlo, le intimidazioni e gli abusi delle guardie carcerarie nei suoi confronti, spesso con la complicità dei medici carcerari.

Nelle registrazioni rese note dall’Espresso nel settembre del 2014 si ascoltano frasi sconvolgenti.

«Brigadiere — chiede Rachid — perché non hai fermato l’agente che mi picchiava?». «Fermarlo? No, io vengo e ti do altre botte», la risposta. Lo stesso brigadiere afferma che per i detenuti le botte sono «educative» e, accusato da Rachid di non rispettare la Costituzione, risponde: «Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni. Qui tutto è illegale...».

Queste registrazioni testimoniano una volta di più le violenze fisiche e morali nei confronti di detenuti che costituiscono una ‘pena di morte all'italiana’, cioè l'istigazione al suicidio e le violenze psichiche e fisiche sui detenuti che portano alla morte” (*)

Chi vincerà nell’aspro conflitto tra il detenuto e le guardie carcerarie? Rachid Assarag è finito in diversi rapporti della Polizia Penitenziaria per resistenza e oltraggio al pubblico ufficiale. Ha girato già 11 carceri. (**)

Il giornale Pol Pen, voce della Polizia Penitenziaria, presenta Rachid Assarag come un pazzo scatenato, mentre Donato Capece, segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria), del tutto scettico rispetto alle prove degli abusi subiti da Assarag, ha dichiarato che i poliziotti svolgono quotidianamente il loro servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità.

Dopo la sconfitta rappresentata dall’archiviazione della denuncia di Manconi, l'avvocato di Assarag, Fabio Anselmo, vuole portare il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani. Anselmo, che rappresenta anche la famiglia di Stefano Cucchi, è ben deciso ad evitare che l’oblio scenda sulla vicenda del marocchino. (Pupa)

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(*) Il 30 agosto scorso, dopo diversi tentativi di essere ascoltato dal magistrato, Assarag ha querelato gli agenti penitenziari in servizio il giorno del suicidio del giovane Fatten Sofien, avvenuto nel carcere di Sollicciano, accusandoli di non aver fatto abbastanza per impedirne la morte: “Voglio denunciare i responsabili della morte del detenuto Fatten Sofien, che è avvenuta il 3 Giugno 2014 e tutte le persone che hanno fatto le indagini, perché ho chiesto di parlare con qualcuno e non sono mai stato chiamato. Vengo sempre apostrofato con le frasi: Stai zitto o fai la fine di lui. Denuncio anche chi ha testimoniato il falso davanti al giudice. Denuncio quelli che hanno istigato il detenuto Fatten alla morte. Denuncio la mancanza di controllo dell’area trattamento”.

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(**) Il detenuto, in sciopero della fame e dimagrito 18 chili, è ora ricoverato in ospedale a Torino.

 

 

14) ANNULLATA IN CALIFORNIA LA SENTENZA CONTRO LA PENA DI MORTE

 

Il giudice Cormac Carney aveva bloccato il sistema della pena di morte californiano perché la California fa pochissime esecuzioni. Ma ora la Corte d’Appello ha annullato l’iniziativa di Carney

 

Il 12 novembre la Corte Federale d’Appello del Nono circuito ha confermato la regolarità costituzionale del sistema della pena di morte della California annullando la sentenza del Giudice Distrettuale Cormac J. Carney del 2014 che aveva messo in mora la pena capitale affermando che il sistema californiano è “completamente disfunzionale”. (1)

Carney aveva rilevato che su oltre 900 condannanti a morte dopo la reintroduzione della pena capitale nel 1978, soltanto 13 sono stati giustiziati.

“Il sistema della pena di morte della California è talmente infettato da eccessivi e imprevedibili ritardi che la sentenza capitale viene eseguita soltanto nei riguardi di una parte irrilevante dei condannati a morte”, aveva scritto J. Carney nella propria sentenza a luglio del 2014 emessa a favore di Ernest Dewayne Jones condannato a morte nel 1995. Permettere alla California di minacciare di morte Jones due decenni dopo l’emissione della relativa sentenza, secondo lui violava l’Ottavo Emendamento della Costituzione Usa che proibisce le pene crudeli ed inusuali.

Un panel di 3 giudici della Corte del Nono Circuito ha osservato ora che se molti possono essere d’accordo con l’argomento che “l’intervallo di tempo che in California passa tra la sentenza e l’esecuzione è fuori dell’ordinario” Carney non era autorizzato ad inventarsi “nuove teorie costituzionali” nell’esaminare casi come quelli di Ernest Dewayne Jones.

La decisione del 12 novembre costituisce una vittoria per pubblica accusa che aveva chiesto alla corte d’appello federale di annullare la sentenza del Cormac J. Carney “non essendoci le basi” per attaccare un sistema della pena di morte “scrupoloso, prudente e necessario” come quello della California.

Dopo la chiusura della parentesi aperta dal giudice Carney, non è facile prevedere l’andamento della pena di morte in California. Si profila un altro referendum abolizionista dopo quelle fallito di poco nel 2012. In senso contrario vanno le iniziative per rendere funzionate il sistema…

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(1)  V. nn. 215 e 223

 

15) IL 30 NOVEMBRE “CITIES FOR LIFE”  È PARTITA DAL COLOSSEO

 

Uno dei più forti impegni della famosa Comunità di Trastevere è quello contro la pena di morte.

 

Come tutti gli anni, il 30 novembre si è svolta la grande manifestazione contro la pena di morte “Cities for life – Città per la vita” promossa dalla Comunità di Sant’Egidio (1).

La manifestazione ha avuto il suo centro e il suo inizio a Roma con l’illuminazione del Colosseo. Vi hanno partecipato ben 2.031 città - che hanno dato la loro adesione e, in 641, hanno illuminato i loro monumenti simbolo - e si sono svolti circa 400 eventi in tutto il mondo.

Il tema principale scelto per il 2015 è stato il processo abolizionista in Nebraska che si spera si possa concludere nonostante l’opposizione di importanti personaggi di tale stato, a cominciare dal Governatore Peter Ricketts.

Alla manifestazione del Colosseo hanno preso la parola i senatori del Nebraska Colby Coash e Mark Kolterman, promotori dell’abolizione, nonché la famosa e instancabile sister Helen Prejean della Louisiana. Presente anche Miriam Thimm Kelle soerella di una vittima del crimine in Nebraska.  Si è parlato dell’impegno per l’abolizione della pena di morte della Conferenza episcopale dell’Australia, di altre conferenze episcopali e di papa Francesco.

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(1) Cities for Life, che si tiene il 30 novembre anniversario della prima abolizione della pena di morte avvenuta nel 1786 nel Granducato di Toscana, è arrivata alla 14-esima edizione.

 

 

16) FERNANDO CI SCRIVE DAL BRACCIO DELLA MORTE DELLA CALIFORNIA

 

San Quentin, 3 dicembre 2015

Carissima Grazia, cari amici del Comitato, grazie, grazie degli auguri per il mio compleanno! Il biglietto con il riccio è arrivato proprio oggi, il giorno del compleanno! Ottimo tempismo! J

E’ una storia bellissima, quella del salvataggio di tre ricci da parte tua e di tuo marito. Poche persone l’avrebbero fatto. L’unico modo per descrivere realmente un essere umano, consiste nel descrivere il contenuto del suo cuore. C’è un detto: “L’uomo uccise l’uccellino, e con l’uccellino uccise il canto, e con il canto, uccise se stesso”. Tu, invece, hai fatto sopravvivere il canto!!!

Fa molto freddo qui adesso, per fortuna hanno acceso il riscaldamento! Quindi non devo indossare troppi abiti! Ho già iniziato a guardare trasmissioni natalizie alla tv! Inoltre, i detenuti della mia unità hanno già appeso le decorazioni di queste festività. Sì, c’è un’altra calza di carta che pende davanti alla mia cella. E, vicino alla calza, c’è un bastoncino di zucchero (di carta ovviamente)! J dopo Natale te li spedirò, ok? Il vostro regalo non è ancora arrivato, intanto ringrazio moltissimo tutti voi del Comitato!!!  Sicuramente mi comprerò un sacco di cose buone da mangiare. Ovviamente in gennaio dovrò poi smaltirle correndo! J Mamma mia, posso assicurarvi che quando si inizia a invecchiare, dopo si procede molto velocemente! Tu non devi ancora preoccuparti di questo per altri 40 anni! J

Mi piace proprio tanto la fotografia che mi hai mandato di te e di Dale che parlate della pena di morte a così tanti studenti! Prego che siate riusciti a indurre molti a meditare su questo tema orrendo. Un passo alla volta!

C’è stata un’altra strage, qui in California. Prima a Parigi, adesso qui! Il lato molto triste è che ce ne saranno ancora! Fino a quando ci saranno persone disposte a sacrificare la loro vita per queste stragi, questo orrore non finirà!

Dai, è il periodo natalizio, e noi, abbracciandoci, dovremmo poter festeggiare e godere di questi giorni con la famiglia e gli amici! Ho già molti biglietti augurali appesi al muro e la mia famiglia sta crescendo!!! J

Grazie di nuovo! Ciao a tutti. Quest’anno non manderò un augurio personalizzato, ma l’amore per tutti è sempre presente!

Abbraccio caldo

Nendy

 

 

17) NOTIZIARIO

 

California. Ancora una volta impunita la violenza razzista della polizia. Il 9 novembre si è saputo che un poliziotto di San Diego non verrà incriminato per aver sparato ad un senzatetto disarmato e malato di mente: il Procuratore Distrettuale ha stabilito che il poliziotto Neal Browder temeva per la sua vita quando il 30 aprile sparò, uccidendolo, al senzatetto Fridoon Rawshan Nehad. La guardia e due testimoni dissero di aver creduto che Nehad avesse un coltello. In realtà si trattava di una penna. Nel contempo Matt Johnson, presidente della Commissione che vigila sulla polizia di Los Angeles, ha chiesto miglioramenti nel modo in cui la polizia pattuglia la città, citando la crescita, da lui definita “allarmante”, di uccisioni da parte dei poliziotti. Egli ha chiesto di equipaggiare i poliziotti con nuove webcam da indossare per riprendere gli incidenti violenti e di addestrarli all’uso di armi ‘non letali’, come le pistole taser.

 

Italia, Iran. Matteo Renzi si faccia interprete delle preoccupazioni per i diritti umani in Iran. Nell’imminenza di una visita del Presidente dell’Iran Hassan Rouhani al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, Amnesty International Italia, per bocca del Direttore Generale Gianni Rufini, ha chiesto al nostro capo di governo di sollevare “una serie di argomenti relativi alla situazione di mancato rispetto dei diritti umani in Iran.” In un comunicato emesso da Amnesty il 6 novembre leggiamo tra l’altro: “La pena di morte viene usata con allarmante frequenza e l’Iran è il secondo paese al mondo per numero di esecuzioni. Nei primi 10 mesi del 2015 sono state eseguite almeno 873 condanne a morte, soprattutto per reati legati alla droga, nonostante le stesse autorità iraniane abbiano ammesso l’inadeguatezza della pena di morte nel contrastare la diffusione della droga.  Secondo la legge iraniana, la pena di morte è inoltre prevista per reati formulati in maniera vaga e ampia, come "atti ostili verso Dio" e "corruzione sulla terra", nonché per atti che non dovrebbero essere considerati reati, quali, ad esempio, "oltraggio al Profeta" e le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso o extramatrimoniali.  I diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione sono oggetto di restrizioni illegali e arbitrarie. Sono decine i prigionieri di coscienza di cui Amnesty International continua a chiedere la scarcerazione, tra cui avvocati, giornalisti, appartenenti a minoranze etniche e religiose e sindacalisti. Nel mese di ottobre, sono state emesse diverse condanne al carcere e alle frustate nei confronti di attivisti ed esponenti della cultura. Molte prigioni sono estremamente sovraffollate, il cibo è inadeguato e l’igiene scarsa. […] Amnesty International è inoltre preoccupata per la perdurante discriminazione nei confronti delle donne. […] Altrettanto discriminate sono, nella legge e nella prassi, le minoranze etniche come gli arabi, i curdi e i turkmeni, e quelle religiose come i baha’i e i gruppi cristiani”. Speriamo che, oltre alle preoccupazioni per gli affari, i nostri governanti abbiamo anche quelle per i diritti umani.

 

Italia. Torture riconosciute dopo 11 anni. In un comunicato del 1° dicembre leggiamo: “Amnesty International Italia e Antigone hanno accolto con soddisfazione la decisione, assunta il 23 novembre dalla Corte europea dei diritti umani di dichiarare ammissibile il ricorso di due detenuti sottoposti a torture nel carcere di Asti 11 anni fa. Lo stato italiano ha proposto una composizione amichevole di 45.000 euro per ciascuno dei due ricorrenti. Il 10 dicembre 2004 due detenuti vennero denudati, condotti in celle di isolamento prive di vetri nonostante il freddo intenso, senza materassi, lenzuola, coperte, lavandino, sedie, sgabello, razionandogli il cibo, impedendogli di dormire, insultandoli e sottoponendoli nei giorni successivi a percosse quotidiane anche per più volte al giorno con calci, pugni, schiaffi in tutto il corpo e giungendo, nel caso di uno dei due, a schiacciargli la testa con i piedi. La vicenda giudiziaria ebbe inizio a seguito di due intercettazioni del 19 febbraio 2005 nei confronti di alcuni operatori di polizia penitenziaria […].

 

Italia. Torture ad Abu Omar,  il presidente Mattarella ossequioso nei riguardi degli USA. In un comunicato di Amnesty International del 24 dicembre leggiamo: A seguito della decisione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di concedere la grazia parziale a Robert Seldon Lady e a Betnie Medero, due ex agenti della Cia condannati in contumacia per il rapimento di Abu Omar e il suo conseguente trasferimento illegale (rendition) in Egitto, Gauri van Gulik, vicedirettrice per l'Europa e l'Asia centrale di Amnesty International ha rilasciato questo commento: "Questa decisione è un affronto alla giustizia. Robert Seldon Lady aveva ammesso il suo ruolo nel rapimento di Abu Omar a seguito del quale l'uomo era stato trasferito in Egitto e torturato. La tortura e la sparizione forzata sono crimini di diritto internazionale". "La cosa giusta da fare sarebbe stata insistere nel chiedere l'estradizione dei due ex agenti Cia in modo che affrontassero il processo in Italia. [...]". (v. n. 200 e nn. ivi citati)

 

Missouri. Una proposta di legge per accelerare le esecuzioni. Il senatore Mike Kelley ha presentato una proposta di legge (la numero 1647) che dovrebbe riformare il procedimento delle esecuzioni in Missouri, accelerando per i condannati il cammino verso il boia. La legge prevede che la Corte Suprema dello stato esamini, entro 30 giorni dalla sua entrata in vigore, tutti i casi capitali in sospeso. Prevede inoltre che la corte fissi la data di esecuzione di un condannato entro 60 giorni dal completamento della revisione del caso. Kelley ha dichiarato che la sua legge farebbe risparmiare circa 30.000 dollari l’anno per ogni condannato. “Il mio obiettivo non è certo di giustiziare un innocente. Questo non lo vuole nessuno. Quando una persona ha ammesso la sua colpevolezza, una volta che ha esaurito i suoi appelli, la condanna deve essere eseguita”, ha detto Kelley. Al momento in Missouri ci sono 27 condannati a morte.

 

Mongolia. Abolita la pena di morte. Amnesty International ha annunciato il 3 dicembre l’abolizione della pena di morte in Mongolia con l’approvazione del nuovo codice penale che andrà in vigore a settembre p. v. Il passo di civiltà compiuto dal paese asiatico porta a 102 il numero dei paesi abolizionisti. “La storica decisione della Mongolia di abolire la pena di morte costituisce una grande vittoria per i diritti umani. La pena di morte è diventata un fatto del passato nel mondo”, ha dichiarato Roseann Rife, ricercatrice per l’Asia dell’Est di Amnesty International.

 

Nebraska. Spreco di soldi per l’acquisto delle sostanze letali. Lo scorso 5 novembre, Scott Frakes, direttore del Dipartimento delle carceri del Nebraska, ha ricevuto aspre critiche da parte di parlamentari per aver speso oltre 54.000 dollari nel maggio scorso, ordinando all’estero farmaci da usare per le iniezioni letali, farmaci che non sono mai arrivati. I parlamentari hanno interrogato per 4 ore e mezza Frakes, accusandolo di aver approvato il pagamento anticipato dei farmaci senza seguire le procedure usuali e senza essersi garantito un eventuale recupero del denaro. Frakes si è avvalso, durante l’incontro, del privilegio di non rispondere a domande specifiche, ed è parso non ricordare dettagli di conversazioni intercorse tra lui e il governatore del Nebraska, Peter Ricketts. La fornitura era stata ordinata ad un certo Chris Harris, un distributore in India, che nel 2010 aveva già venduto al Nebraska sostanze per le esecuzioni. In seguito la casa farmaceutica che aveva fornito ad Harris i farmaci si era risentita perché non le era stato detto quale uso se ne voleva fare. Frakes ha riconosciuto di aver permesso a Harris di stabilire il prezzo del sodio tiopentale e del bromuro di pancuronio. Scott Frakes ed ha cercato di difendersi dall’accusa di aver violato le leggi federali cercando di importare direttamente queste sostanze. Dopo di ciò, il 4 dicembre, il governatore Ricketts ha fatto sapere di aver desistito dal tentativo di procacciare le sostanze letali. Ricordiamo che la pena di morte abolita dal Parlamento del Nebraska a fine maggio rimarrà in vigore sulla carta fino a novembre quando vi sarà un referendum abrogativo voluto dal governatore (v. n. 224 e nn. ivi citati).

 

Pennsylvania. Legittima la moratoria. Il 2 dicembre la Corte Suprema della Pennsylvania con votazione unanime ha confermato la legittimità della moratoria della pena di morte imposta, nonostante una forte resistenza, dal governatore Tom Wolf a partire dal 13 febbraio u. s. quando egli ordinò la sospensione dell'esecuzione di tale Terrance William. Ricordiamo che la moratoria durerà fino al rilascio di un rapporto sulla pena di morte da parte di una apposita Commissione parlamentare bipartisan (v. nn. 220, 221, 223).

 

USA. Il punto sulla pena di morte. La pena di morte in America permane a livello federale e in 32 dei 50 stati. Gli altri 18 stati e il distretto di Columbia l’hanno invece abolita. Da quando la pena capitale fu reintrodotta negli USA nel gennaio del 1977, ci sono state quasi 1500 esecuzioni, di cui oltre un terzo ha avuto luogo in Texas. Il governo federale ha ‘giustiziato’ 3 persone dal 1977 a oggi. Questi sono gli stati abolizionisti (tra parentesi l’anno dell’abolizione): Michigan (1846), Wisconsin (1853), Maine (1887), Minnesota (1911), Alaska, Hawaii (1957), Vermont (1964), Iowa, West Virginia (1965), North Dakota (1973), District of Columbia (1981), Massachusetts, Rhode Island (1984), New Jersey, New York (2007), New Mexico (2009), Illinois (2011), Connecticut (2012), Maryland (2013). E questi gli stati che hanno stabilito moratorie delle esecuzioni: Oregon (2011), Colorado (2013), Washington (2014), Pennsylvania (2015). Il Parlamento del Nebraska ha abolito la pena di morte nel maggio del 2015, ma l’abolizione è stata sospesa e nel corso del 2016 ci sarà un referendum per decidere se mantenerla (v. n. 224 e articolo qui sopra).

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 2 gennaio 2016