FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 194 -  Novembre / Dicembre 2011

L’ultimo pasto di He Xiuling

SOMMARIO:

1) Anche il nostro amico Lupe è stato ucciso dallo stato del Texas

2) L’esecuzione di Hank Skinner sospesa dopo 103 giorni

3) Finita, con l’ergastolo, la vicenda giudiziaria di Mumia

4) Il detenuto che vuole morire provoca la moratoria in Oregon

5) La dichiarazione del governatore dell’Oregon

6) Rendiamo grazie all’America  di Rick Halperin

7) La pena di morte in California é malata (e potrebbe morire)

8) Pena capitale razzista in North Carolina, verso l’abolizione?

9) Condanne a morte ed esecuzioni in netto declino negli USA

10) E’ concepibile infliggere l’ergastolo ad un dodicenne?

11) In Cina moriture sorridenti

12) Gli Americani lasciano l’Iraq e un numero enorme di morti

13) La Comunità di Sant’Egidio illumina le “Città per la vita”

14) Risposte chiuse al questionario sul Foglio di Collegamento

15) Notiziario: Afghanistan, California, Federazione Russa, Florida, Georgia,         Idaho, Texas

 

 

1) ANCHE IL NOSTRO AMICO LUPE È STATO UCCISO DALLO STATO DEL TEXAS

 

Il Comitato Paul Rougeau era entrato in contatto nel 2008 con Guadalupe Esparza, condannato a morte in Texas. Non siamo riusciti a dare al nostro amico “Lupe” molto di più del nostro affetto, prima della sua esecuzione avvenuta il 16 novembre nella “casa della morte” di Huntsville.

 

Un altro dei condannati a morte che abbiamo seguito in questi anni è stato ucciso dallo stato del Texas: il 16 novembre Guadalupe Esparza, n. di matricola 99385, ha ricevuto l’iniezione letale nella “casa delle morte” di Huntsville, dietro l’antica facciata di mattoni rossi a vista (1).

Abbiamo conosciuto Guadalupe Esparza, “Lupe” per gli amici, a maggio del 2008. Ce lo ha presentato una sua corrispondente del Veneto, Sabrina. “Credo ciecamente nella sua innocenza riguardo al caso che lo ha portato in quest’inferno,” diceva Sabrina. “I suoi diritti sono stati negati.” E aggiungeva: “La mia amicizia, la mia presenza, il mio sostegno sono garantiti.”

Sabrina e poi lo stesso Lupe, chiedevano soldi per assumere un difensore privato dato che avevano perso la fiducia nell’attuale avvocato d’ufficio.

Pur non disponendo della cifra esorbitante necessaria per assumere un avvocato di prim’ordine (un avvocato qualunque non avrebbe dato maggiori garanzie rispetto all’avvocato d’ufficio) abbiamo subito cercato di approfondire il caso di Guadalupe Esparza.

Il nostro esperto “navigatore” Andy De Paoli da una rapida ricerca nel Web ha ricavato notizie sufficienti a delineare una situazione pressoché disperata: le prove a carico di Esparza erano sovrabbondanti, più stringenti di quelle che hanno portato inesorabilmente tanti altri condannati del Texas sul lettino dell’iniezione letale.

La corrispondenza con Sabrina e con Guadalupe Esparza si è poi interrotta: Lupe non aveva intenzione di mandarci i documenti legali che gli avevamo chiesto e noi, ovviamente, non potevamo aggiungere, ad una quantità di buoni consigli e al nostro affetto, grosse cifre da utilizzare (inutilmente) per la sua difesa legale.

Tre anni dopo Guadalupe Esparza si è rifatto vivo all’improvviso, con una drammatica lettera datata 1° settembre 2011. Due pagine scritte a penna in una lingua semplice e stentata: aiutatemi, vi prego, a salvare la mia vita!

Alla lettera era allegato l’ordine di esecuzione firmato dalla giudice Mary Roman: Guadalupe Esparza deve essere ucciso il 16 novembre “in qualsiasi momento dopo le ore 6 di sera.”

Lupe chiedeva urgentemente 7.500 dollari da dare al suo nuovo difensore Michael C. Gross (evidentemente un avvocato privato) che avrebbe chiesto nuovi test del DNA, avrebbe presentato gli ultimi ricorsi e si sarebbe impegnato ad assisterlo fino alla fine il 16 novembre.

Non sapendo che cosa fare – anche perché Sabrina non era più rintracciabile - ci siamo messi in contatto con l’avvocato Gross. Lui ci ha detto che il proprio onorario era già stato pagato da corrispondenti europei di Esparza e che semmai servivano soldi per la ripetizione dei test del DNA su alcuni reperti.

In seguito l’avvocato Gross ci ha fatto sapere che i test erano stati accordati, poi che erano stati eseguiti ed avevano confermato la colpevolezza di Guadalupe Esparza.

Il 16 novembre un articolo dell’Associated Press ha riporto i particolari dell’esecuzione del nostro amico Lupe che ha infine chiesto perdono ai familiari della sua vittima: “Dico alla famiglia di Alyssa Vasquez: spero che troverete la pace del cuore. Partecipo al vostro dolore. Spero che troverete in fondo al cuore la forza di perdonarmi. Non so perché tutto ciò sia avvenuto.”

Il nostro amico Lupe... un uomo che ha malamente violentato ed ucciso una bambina di sette anni.

Ci hanno domandato più volte, astiosamente, come ci si possa dire amici di certa gente.

Per la verità, ci hanno anche rinfacciato di esserci detti amici di assassini e di torturatori di altro genere, come l’ex governatore del Texas ed ex presidente USA George W. Bush.

Ma noi, anche se non è facile, vogliamo andare avanti nello stesso modo sulla nostra strada.

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(1) V. : http://fr.wikipedia.org/wiki/Huntsville_(Texas)#Administration_p.C3.A9nitentiaire

 

 

2) L’ESECUZIONE DI HANK SKINNER SOSPESA DOPO 103 GIORNI

 

Hank Skinner continua a rimanere in vita nel braccio della morte del Texas per una serie di circostanze eccezionali -  in parte fortuite - ma ancora non gli è stato concesso di far eseguire i richiesti test del DNA che potrebbero scagionalo e aprirgli la porta verso la libertà dopo 18 anni.

 

Il 7 novembre, con solo due giorni d’anticipo sulla data fatidica, è stata sospesa in Texas l’esecuzione di Henry “Hank” Skinner fissata 103 giorni prima. Si è trattato di ulteriori 103 giorni di tortura per il più famoso condannato a morte del Texas, che si aggiungono alla tortura subita nelle precedenti occasioni in cui la sua esecuzione è stata sospesa in extremis, l’ultima volta con un’ora di anticipo sul momento stabilito per l’iniezione letale (1).

Ricordiamo che l’accusatrice Lynn Switzer a luglio aveva chiesto di procedere con l’esecuzione di Skinner nonostante non si fosse arrivati ad una decisione definitiva riguardo al suo diritto di ottenere dei test del DNA supplementari. E il giudice statale distrettuale Steven R. Emmert aveva fissato l’esecuzione del condannato per il 9 novembre.

Gli esami del DNA finora eseguiti nel caso di Hank Skinner sono soltanto quelli utilizzati a suo tempo contro di lui e non quelli su numerosi reperti non testati che, implicando un’altra persona, potrebbero scagionarlo dall’accusa di un triplice omicidio avvenuto alla fine del 1993. I test non furono richiesti dall’avvocato difensore nel corso del processo del 1995 e ora l’accusa sostiene che non debbono essere concessi perché Skinner non è stato capace di dimostrare che tali test possono scagionarlo.

Gli avvocati di Skinner hanno presentato all’inizio di settembre al medesimo giudice Emmert una mozione in cui chiedevano l’effettuazione dei test del DNA e, contestualmente, di sospendere l’esecuzione. Nel frattempo rimaneva congelato a livello federale il ricorso in sede civile autorizzato dalla Corte Suprema USA per il condannato che sosteneva di avere il diritto ai test.

La data di esecuzione si avvicinava paurosamente e all’inizio di novembre nessuno di coloro che potevano intervenire per bloccare l’esecuzione di Skinner si era ancora mosso! Né le corti statali, né quelle federali, né il governatore del Texas Rick Perry.

Eppure il senatore progressista Rodney Ellis aveva fatto approvare a settembre una legge per agevolare l’accesso ai test del DNA proprio riferendosi al caso di Skinner. Note personalità e numerosi editoriali apparsi sui giornali statunitensi concordemente chiedevano i test del DNA per Skinner. Ulteriori 129 mila firme in favore del condannato si erano riversate sul governatore Perry e 16 mila sull’accusatrice Lynn Switzer.

Anzi il 3 novembre è arrivata una doccia fredda: si è saputo che il giudice Emmert aveva respinto la mozione di Skinner senza fornire spiegazioni.

Appresa la notizia, l’avvocato difensore Robert C. Owen ha dichiarato alla stampa: “Siamo profondamente delusi che la corte distrettuale abbia respinto la richiesta di Skinner di far eseguire i test del DNA. Sfortunatamente, la corte non ha dato alcuna spiegazione della propria conclusione che i test del DNA non sono dovuti in questo caso. Ora noi ricorreremo alla Corte Criminale d’Appello in modo che si dia al caso di Skinner la considerazione necessaria per consentire un corretto risultato. Siamo fiduciosi che dopo accurata riflessione la Corte stabilirà che i test del DNA sono indispensabili per assicurare la credibilità della sentenza. Ma nell’immediato la Corte Criminale d’Appello deve fermare l’esecuzione fissata per il 9 novembre evitando essere trascinata ad un precipitosa e non ponderata decisione. La posta in questo caso è troppo alta per permettere che Skinner venga giustiziato prima che gli sia data la possibilità di dimostrare che la corte distrettuale ha fatto un grave errore [negando i test del DNA]” (2)

Finalmente, il 7 novembre, la Corte Criminale d’Appello è intervenuta sospendendo l’esecuzione con un breve dispositivo: “Il capitolo 64 del Codice di Procedura Penale del Texas, che riguarda i test del DNA, ha subito diversi cambiamenti dalla sua originale formulazione, ma questi cambiamenti non sono mai stati esaminati nel particolare contesto di questo caso. Dal momento che la normativa sul DNA è cambiata, e poiché alcuni dei cambiamenti sono dovuti a questo caso, riteniamo prudente che la corte prenda tempo per esaminare approfonditamente come i cambiamenti nella normativa si rapportino a questo caso”. (2)

Dunque se Hank Skinner otterrà i test e si salverà il merito finale sarà soprattutto del senatore Rodney Ellis che ha fatto approvare in Texas la legge sui test del DNA. Tuttavia Hank non sarebbe ancora vivo se non fosse particolarmente intelligente e se non si fossero prodigati in suo favore soggetti del tutto eccezionali, a cominciare da Sandrine Ageorges, un’abolizionista francese che ha conosciuto e sposato Hank negli anni Novanta, poi il professore di giornalismo David Protess e i suoi studenti, gli attuali avvocati difensori.

Ma per tenere in vita Skinner, sia pure sull’orlo del baratro, sono state indispensabili anche circostanze del tutto fortuite come ad esempio l’errata scrittura di un ordine di esecuzione.

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(1) Sul caso di Hank Skinner v. nn. 171, 175, 177, 178, 179, Notiziario, 180, 184, 188, 191, Notiziario, 192.

(2) Nostra traduzione libera e semplificata.

 

 

3) FINITA, CON L’ERGASTOLO, LA VICENDA GIUDIZIARIA DI MUMIA

 

E’ finita il 7 dicembre dopo 30 anni la vicenda giudiziaria del più famoso condannato a morte degli ultimi decenni. Il giornalista ed attivista nero Mumia Abu-Jamal non rischia più l’iniezione letale in Pennsylvania ma rimane condannato all’ergastolo senza possibilità di liberazione.

 

L’accusatore distrettuale Seth Williams ha posto fine in Pennsylvania al tentennale iter giudiziario di Mumia Abu-Jamal, il più famoso condannato a morte degli ultimi decenni.

Mumia, un giornalista nero di estrema sinistra guidatore di taxi, era stato condannato a morte nel 1982 per l’uccisione di un poliziotto bianco nel corso di uno scontro a fuoco seguito all’alt imposto all’auto di suo fratello William Cook. La fase del processo in cui fu inflitta la pena a Mumia (quella in cui si decideva tra pena di morte ed ergastolo) era stata poi annullata 19 anni dopo a causa di una irregolarità procedurale (v. n. 158).

In una conferenza stampa convocata il 7 dicembre, Williams ha detto di aver rinunciato a perseguire la pena capitale dopo che ad ottobre la Corte Suprema federale aveva respinto la sua richiesta di ripristinare la pena di morte per Mumia.

Pertanto Mumia rimane condannato all’ergastolo senza possibilità di liberazione e verrà presto trasferito dal braccio della morte in un carcere normale.

Alla conferenza stampa dell’accusatore Seth Williams era presente anche la vedova del poliziotto ucciso nel 1981, Maureen, che ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Vi prometto che lotterò con tutta l’energia che ho per assicurare che Mumia Abu-Jamal non riceva alcun trattamento speciale quando uscirà dal braccio della morte. Non lascerò che venga coccolato come in passato e mi sento rincuorata dal pensiero che egli verrà infine tolto dal luogo protetto in cui ha vissuto in tutti questi anni e messo insieme ai suoi pari – i criminali e i delinquenti comuni che infestano le nostre prigioni.”

Ci domandiamo che fine farà il movimento internazionale Millions for Mumia (milioni di sostenitori per Mumia). Nella migliore delle ipotesi si dedicherà alla lotta per la giustizia e per l’abolizione della pena di morte, dato che il caso giudiziario di Mumia Abu-Jamal – checché se ne possa dire - appare ora veramente sigillato.

4) IL DETENUTO CHE VUOLE MORIRE PROVOCA LA MORATORIA IN OREGON

 

Gary Haugen, volontario per l’esecuzione in Oregon, inducendo il go­vernatore a sospendere a tempo indeterminato la sua esecuzione, ha provocato una moratoria di fatto nel suo stato.

 

Gary Haugen, che ricevette una seconda sentenza capitale in Oregon nel 2007, a maggio ha deciso di sospendere gli appelli per farsi uccidere al più presto. In tal modo il ‘volontario’ Haugen ha risvegliato un sistema che non faceva più esecuzioni capitali dal 1997 e che, dalla reintroduzione del pena di morte nel 1984,  aveva compiuto solo due esecuzioni, tutte e due di ‘volontari’ come Haugen.

Una prima data di esecuzione per Haugen , fissata per il 16 agosto, era stata annullata da un giudice che chiese di valutare lo stato mentale del condannato. La data era stata poi fissata per il 6 dicembre: Haugen era abbastanza sano di mente per rinunciare consapevolmente agli appelli.

In novembre, approssimandosi un avvenimento del tutto eccezionale, i giornali dell’Oregon descrivevano anticipatamente i particolari dell’esecuzione di Haugen.

I cronisti sfogliavano gli annali e riportavano gli alti e bassi della pena di morte in Oregon introdotta per la prima volta nel 1884 e poi abolita e ripristinata più volte.

Era stato preannunciato che l’esecuzione di Gary Haugen sarebbe avvenuta alle 7 di sera e non alla mezzanotte come avveniva in passato. Si era spiegato che il nuovo orario, uniformato a quello della maggioranza degli stati più forcaioli, avrebbe causato meno stress agli altri detenuti e al personale (limitando altresì la corresponsione degli straordinari).

Nonostante la forte e crescente mobilitazione degli abolizionisti dell’Oregon, il 21 novembre sembrava inevitabile l’iniezione letale per Haugen dopo che la Corte Suprema dell’Oregon (votando a stretta maggioranza) si era sentita in dovere di dare il via libera all’esecuzione del condannato ritenendolo abbastanza sano di mente per decidere a ragion veduta di sospendere gli appelli.

Ma nel pomeriggio del giorno successivo il governatore John Kitzhaber ha fatto sapere – diffondendo una intensa ed impegnativa dichiarazione scritta - che avrebbe usato i suoi ampi poteri costituzionali per impedire esecuzione di Haugen.

Il governatore si è ricollegato alla propria tormentosa  esperienza fatta negli anni Novanta quando – nel corso del suo primo mandato - permise di portare a termine le due precedenti esecuzioni. “Sono state le più angosciose e difficili decisioni che ho dovuto prendere come governatore e che ho rivisitato e messo in questione più e più volte nel corso degli ultimi 14 anni,” ha dichiarato Kitzhaber. “Non penso che quelle due esecuzioni ci abbiano resi più sicuri; e certamente non hanno reso più nobile la nostra società. E io dico molto semplicemente che non posso partecipare ancora una volta a qualcosa che ritengo sbagliata.”

Il governatore non ha scelto di commutare la sentenza capitale di Haugen ma semplicemente di tenerla sospesa nel corso del suo mandato stabilendo di fatto una moratoria. Nel contempo ha chiesto al Parlamento di introdurre riforme riguardo alla pena di morte entro la sessione legislativa del 2013 e invitato la popolazione dell’Oregon a “impegnarsi in un dibattito da lungo tempo dovuto su una questione così importante.”

“Mi rifiuto di far parte più a lungo di questo sistema compromesso e iniquo; e non consentirò altre esecuzioni finché sarò governatore,” ha chiarito. “Sono convinto che noi possiamo trovare soluzioni migliori per tenere la società al sicuro, per sostenere le vittime del crimine e le loro famiglie ed esprimere i valori dell’Oregon”.

Forse anche per la particolare sensibilità nei riguardi della vita umana maturata grazie alla sua professione di medico, John Kitzhaber non ha scelto i mezzi toni: si è schierato frontalmente contro la pena di morte, instaurando di fatto una moratoria suscettibile di saldarsi con l’abolizione della pena capitale.

Kitzhaber ha potuto far questo perché dotato di ampi poteri che i governatori di altri stati non hanno più. In questi stati infatti, per il timore che un governatore assalito da problemi di coscienza potesse bloccare la pena di morte, i rispettivi parlamenti hanno approvato leggi che spostano gran parte dei poteri di clemenza su apposite commissioni. Per esempio in Texas il governatore ha soltanto la facoltà di sospendere un’esecuzione una sola volta per ciascun condannato e per un massimo di 30 giorni, qualsiasi decisione più ampia, inclusa la commutazione di una sentenza capitale, deve essere necessariamente proposta al governatore da un’apposita commissione (Texas Board of Pardons and Paroles).

 

 

5) LA DICHIARAZIONE DEL GOVERNATORE DELL’OREGON

 

Il governatore dell’Oregon ha spiegato con la seguente dichiarazione i motivi della sua decisione di sospendere l’esecuzione capitale di Gary Haugen e di imporre una moratoria della pena di morte nel suo stato. Riportiamo le parti salienti di tale nobile dichiarazione, condivisibile in tutto salvo che per l’opzione di sostituire la pena di morte con l’ergastolo irrevocabile (ritenuta un passaggio inevitabile per l’abolizione della pena capitale dalla maggioranza degli attivisti statunitensi).

 

IL GOVERNATORE KITZHABER CONCEDE LA SOSPENSIONE DI UN’ESECUZIONE E CHIEDE DI INTERVENIRE SULLA PENA DI MORTE – Comunicato stampa del 22/11/2011

(Salem, Oregon) il governatore Kitzhaber ha oggi rilasciato la seguente dichiarazione:

“Secondo l’art. V, sezione 14, della Costituzione dell’Oregon, esercito la mia autorità di governatore per ordinare la sospensione temporanea dell’esecuzione  di Gary Haugen, per tutta la durata del mio mandato. Desidero condividere con la popolazione dell’Oregon le motivazioni di questa mia decisione.

L’Oregon ha una storia lunga e travagliata riguardo alla pena di morte. La Costituzione del nostro stato non prevedeva agli inizi la pena capitale. Dopo essere stata introdotta nel 1864, la pena di morte fu respinta dagli elettori nel 1914, ripristinata nel 1920, respinta nuovamente dagli elettori nel 1964, rimessa in vigore nel 1978, considerata incostituzionale dalla Corte Suprema dell’Oregon nel 1981 e nuovamente ripristinata nel 1984.

Sono state effettuate solo due esecuzioni negli ultimi 49 anni in Oregon. Entrambe ebbero luogo durante il mio primo mandato come governatore, una nel 1996 e una nel 1997. Permisi quelle esecuzioni nonostante la mia opposizione personale alla pena di morte. Mi trovai dibattuto tra le mie convinzioni personali sulla moralità della pena capitale e il mio giuramento di fedeltà alla Costituzione dell’Oregon.

Furono le decisioni più sofferte e più difficili che dovetti prendere in qualità di Governatore, le ho riesaminate e mi sono interrogato su di esse infinite volte negli ultimi 14 anni. Non credo che quelle esecuzioni produssero per noi uno stato più sicuro; e certamente non ci trasformarono in una società più nobile. Non posso continuare a far parte di qualcosa che ritengo moralmente sbagliato. […]

La popolazione dell’Oregon crede fermamente nella correttezza e nella certezza della giustizia. La pena di morte, così come viene applicata in Oregon, non è né giusta né onesta e non è certamente infallibile. Non viene applicata allo stesso modo per tutti. E’ uno stravolgimento della giustizia e lo dimostra soprattutto il fatto che la scelta di chi verrà giustiziato e di chi si salverà non ha nulla a che vedere con le circostanze di un crimine o con le decisioni prese da una giuria. L’unico fattore che determina se una persona condannata a morte in Oregon viene poi di fatto giustiziata dipende dal suo offrirsi volontariamente all’esecuzione. La cruda verità è che in 27 anni da quando questo stato ha ripristinato la pena di morte, essa è stata applicata solo a due volontari che avevano rinunciato al loro diritto di appello.

Negli anni trascorsi dopo la loro esecuzione, molti giudici, avvocati distrettuali, legislatori, persone a favore e persone contrarie alla pena di morte, vittime di crimini e loro familiari hanno concordato che il sistema giudiziario dell’Oregon funziona male.

Noi però abbiamo omesso di agire. Abbiamo solo evitato di porci la questione. […]

Oggi nell’Oregon non possiamo più ignorare il problema. Venerdì scorso è stato firmato il mandato di esecuzione per un altro condannato a morte, Gary Haugen. E, ancora una volta, si tratta di una persona che si è offerta volontariamente alla morte. […]

E’ giunto il momento per l’Oregon di considerare un diverso approccio al problema. Mi rifiuto, da adesso in poi, di far parte di questo sistema sbagliato e ingiusto, e non permetterò più che si portino a termine delle esecuzioni fino a quando sarò io il Governatore.

Non prendo questa decisione con leggerezza.

Fu la volontà degli elettori a ripristinare la pena di morte nel 1984 nell’Oregon. Rispetto questo, e di fatto ho eseguito quella volontà in due occasioni. Mi sono pentito di quelle decisioni da allora in poi, sia a causa della mia personale convinzione riguardo alla pena di morte sia perché in pratica l’Oregon ha un sistema costoso e mal funzionante, che non risponde agli standard basilari di giustizia. A 27 anni di distanza dal ripristino della pena di morte, è evidente che il sistema è guasto. […]

Personalmente sono favorevole alla sostituzione della pena capitale con l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola e sosterrò questa idea in qualsiasi futuro dibattito sulla pena di morte in Oregon. Altri punteranno sulla possibilità di accelerare gli appelli o di cambiare i criteri con cui vengono trattati i casi capitali. Comunque non possiamo più ignorare le contraddizioni e le ingiustizie del nostro attuale sistema.

Chiedo al parlamento di presentare le possibili riforme entro la sessione legislativa del 2013 e invito la popolazione dell’Oregon ad impegnarsi nel dibattito, che già da tempo avrebbe dovuto essere avviato, per risolvere questa problematica così importante. Sono convinto che possiamo trovare una soluzione che mantenga sicura la nostra società, assista le vittime dei crimini e i loro familiari e rispecchi i valori dell’Oregon.

Quattordici anni fa soffrii per un conflitto interiore nel consentire un’esecuzione. Nel corso degli anni ho pensato che se avessi dovuto affrontare di nuovo la medesima situazione avrei preso una decisione diversa. Quel momento è giunto.” (1) (Trad. di Grazia Guaschino)

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(1) V. http://governor.oregon.gov/Gov/media_room/press_releases/p2011/press_112211.shtml

 

 

6) RENDIAMO GRAZIE ALL’AMERICA  di Rick Halperin

 

Secondo il prof. Rick Halperin, intrepido difensore dei diritti umani, c’è ancora da sperare e da rallegrarsi con l’America, un grande paese capace di compiere passi in avanti sulla strada della civiltà. Il nostro amico Rick ha scritto la seguente lettera in occasione della moratoria in Oregon.

 

24 Novembre – Giorno del Ringraziamento. C’è ampio motivo di rendere grazie nell’America di oggi. Nonostante i suoi innumerevoli problemi economici, sociali, culturali e politici (e sono davvero tanti), questo è ancora un grande Paese in cui vivere e battersi con mezzi pacifici per la giustizia sociale.

Io rendo grazie di molte cose, incluso il fatto che ogni tanto vediamo un uomo politico eletto da noi ergersi in favore dei principi morali e fare la cosa giusta. Il Governatore dell’Oregon John Kitzhaber ha annunciato di recente che non asseconderà più il sistema della pena capitale in essere nel suo stato. Ha ordinato di fermare l’esecuzione prevista per il 6 dicembre e ha annunciato che non vi saranno più esecuzioni sotto la sua amministrazione (1).

Kitzhaber permise che due esecuzioni avessero luogo agli inizi del suo mandato, ma ora non intende più farlo. Le sue convinzioni morali e il suo coraggio politico sono in vistoso contrasto con l’atteggiamento del Governatore del Texas Perry e il suo orgoglio di aver presieduto a oltre 238 esecuzioni durante i dieci anni del suo mandato.

Il Governatore  Kitzhaber e coloro che lavorano in particolare per un’America liberata dalla pena di morte costituiscono un importante motivo per cui io renda grazie oggi; è un onore e un privilegio lavorare pacificamente per una società migliore, che un giorno arriverà ad ammettere che davvero nessuna persona è inferiore alle altre.

Rick Halperin, Amnesty International - Lettera al Dallas Morning News

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(1) V. http://www.youtube.com/watch?v=OtK6m2H-ds0

 

 

7) LA PENA DI MORTE IN CALIFORNIA É MALATA (E POTREBBE MORIRE)

 

La California, che ha il più grande braccio della morte degli Stati Uniti, non compie più esecuzioni capitali dal 2006. Le critiche ad un sistema che non funziona e che si dimostra molto costoso in un periodo di crisi, provenienti anche da ambienti conservatori, potrebbero portare all’abolizione della pena capitale prima della ripresa delle esecuzioni che potrà verificarsi al più presto nel 2013.

 

La moratoria della pena di morte originatasi dalle discussioni intorno al metodo dell’iniezione letale - sospettato di essere ‘crudele e inusuale’ e quindi incostituzionale - che negli altri stati USA si è protratta per sette mesi tra il 2007 e il 2008, in California regge ancora dal febbraio del 2006.

Allora fu il giudice federale Jeremy Fogel, a sospendere le esecuzioni in seguito ad un ricorso in sede civile di un condannato a morte californiano, tale Michael Morales (v. nn. 136, 145).

Il prolungarsi della moratoria in California è dovuto al fatto che nel 2007 il governatore Arnold Schwarzenegger istituì una commissione per riformare e codificare le procedure dell’iniezione letale. Poiché i lavori della commissione si svolsero in segreto, un giudice californiano definì  illegali le modifiche apportate al protocollo di esecuzione in quanto erano state sot­tratte al controllo dell’opinione pubblica. Di conseguenza le nuove procedure (del tutto simili alle antiche) sono state rese di dominio pubblico e lungamente discusse (con l’apporto di migliaia di osservazioni di cittadini californiani) ma non si è arrivati ancora ad una loro approvazione definitiva.

All’inizio del 2010 si era temuto che la procedura di revisione e le relative discussioni potessero concludersi entro pochi mesi, così da consentire la ripresa delle esecuzioni entro l’anno (v. n. 176).

Non è stato così e siamo arrivati al 2 novembre scorso, giorno in cui gli avvocati dello stato californiano hanno annunciato di essersi accordati per riprendere la loro battaglia legale (contro gli avvocati difensori dei condannati a morte) non prima del prossimo settembre. Pertanto, calcolando i tempi occorrenti per una decisione in merito del giudice Richard Seeborg - che ha sostituito l’estate scorsa Jeremy Fogel promosso ad un incarico superiore - e i prevedibili ricorsi contro tale decisione, le esecuzioni nello stato che ha il più grande braccio della morte degli USA non potranno riprendere prima del 2013. Se mai riprenderanno.

Allo stallo sul piano legale del conflitto sul metodo di esecuzione, si aggiungono le critiche sempre più frequenti al sistema della pena di morte in sé, provenienti anche dagli  ambienti più conservatori. Il 24 dicembre ha fatto sensazione, ad esempio, un’intervista della signora Tani Cantil-Sakauye, Giudice Capo della Corte Suprema della California, secondo la quale la pena di morte non è più un’istituzione efficace e funzionante e occorre promuovere un pubblico dibattito su di essa con un occhio ai suoi costi.

“Io penso che non funzioni” ha dichiarato la giudice Cantil-Sakauye che, provenendo da ambienti ultraconservatori, fu scelta un anno fa dal governatore Schwarzenegger. “Non è efficace. Lo sappiamo”. Secondo lei il sistema della pena di morte richiederebbe un cambiamento strutturale e non ci sono i soldi necessari per apportarlo.

Tra le personalità che ci lasciano ben sperare c’è anche Jerry Brown, il nuovo governatore della California che succede ad Arnold Schwarzenegger (v. n. 185). Brown, oltre ad essere personalmente contrario alla pena di morte, è molto attento alla spesa statale in tempo di crisi, costretto a somministrare amare medicine per far rientrare lo spaventoso deficit lasciato dal duo predecessore.

Le forti pressioni degli abolizionisti californiani, le massicce petizioni che si riversano sulle autorità del più popoloso stato degli USA, potrebbero dare un colpo definitivo al sistema della pena di morte prima che riprendano le esecuzioni. Si tratterebbe di un enorme passo in avanti degli Stati Uniti nel cammino abolizionista.

Il cambiamento potrebbe anche scaturire da un referendum che proponga la sostituzione della pena di morte con l’ergastolo senza possibilità di liberazione, come ha ipotizzato la giudice Cantil-Sakauye (che non ha voluto dire se lei è favorevole o no a una tale consultazione).

 

 

8) PENA CAPITALE RAZZISTA IN NORTH CAROLINA, VERSO L’ABOLIZIONE?

 

Il Racial Justice Act, una legge entrata in vigore nel 2009 nella North Carolina per combattere la connotazione razzista della pena di morte contribuisce a evitare la ripresa delle esecuzioni sospese dal 2006. I sostenitori della pena di morte vogliono abrogarla, la governatrice la difende.

 

La governatrice democratica del North Carolina, Beverly Perdue, il 14 dicembre ha posto il veto ad una nuova proposta di legge che avrebbe annullato gli effetti dell’Atto per la Giustizia Razziale (Racial Justice Act ), un’importante legge di garanzia riguardante la pena di morte.

Dalla sua entrata un vigore nel 2009, l’Atto obbliga infatti i giudici a commutare, in ergastolo senza possibilità di liberazione, una sentenza di morte, se è dimostrato che la discriminazione razziale influì in modo significativo sulla sua imposizione; inoltre crea un tipo di udienza preliminare in cui gli imputati possono presentare statistiche atte a dimostrare che il proprio caso è inquinato da pregiudizi razziali. Un imputato di reato capitale può richiedere l’udienza preliminare se un avvocato dell’accusa preannuncia la richiesta della pena di morte per lui. Al momento solo il North Carolina e il Kentucky hanno una legge del genere nel loro ordinamento.

Nel porre il veto all’entrata in vigore della nuova legge, approvata dal Parlamento a maggioranza repubblicana due settimane prima, la governatrice ha dichiarato: “E’ assolutamente inaccettabile che i pregiudizi razziali abbiano un ruolo determinante nell’imposizione della pena di morte nel North Carolina.” La governatrice ha dichiarato di essere a favore della pena di morte, ma che questa deve essere applicata in modo giusto.

Gli avvocati difensori, l’organizzazione umanitaria “N.C. Advocates for Justice” e l’ACLU (Unione Americana per le Libertà Civili) hanno approvato il gesto della Governatrice, affermando che il Racial Justice Act costituisce una salvaguardia cruciale contro le innegabili pesanti discriminazioni razziali finora verificatisi nell’applicazione della pena di morte in North Carolina.

La Perdue  è stata invece subito accusata dai suoi oppositori di aprire surrettiziamente la porta ad una moratoria delle esecuzioni se non all’abolizione della pena di morte. Il portavoce della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Thom Tillis, ha dichiarato che con la sua decisione la Governatrice ha deluso i familiari delle vittime e gli accusatori “i quali devono disporre di ogni possibile risorsa per schiacciare la criminalità violenta.”

In effetti il Racial Justice Act ha posto nuovi ostacoli ad un sistema che faceva già fatica a funzionare e potrebbe accelerare l’abolizione della pena capitale. L’ultima esecuzione nello stato ebbe luogo nel 2006. Da allora nessuno più è stato messo a morte, a seguito di varie diatribe legali, incluse quelle riguardanti il metodo di esecuzione.

La situazione creatasi in North Carolina dimostra una volta di più che la pena di morte non può funzionare in pratica qualora si prevedano adeguate garanzie di giustizia (al di là di ogni opposizione etica di principio).

Ora i sostenitori della pena di morte si daranno da fare per rovesciare il veto della governatrice Beverly Perdue con una maggioranza di almeno 3/5 dei presenti in ognuno dei due rami del parlamento della North Carolina. Speriamo che non ci riescano! (Grazia)

9) CONDANNE A MORTE ED ESECUZIONI IN NETTO DECLINO NEGLI USA

 

Il declino della pena di morte è proseguito negli USA con particolare nettezza nel corso del 2011

 

Nel corso del 2011 è proseguito il declino della pena di morte in atto da oltre un decennio negli Stati Uniti d’America (v. ad es. nn. 175, 186).

“Nell’anno l’uso della pena di morte ha continuato a declinare praticamente sotto tutti gli aspetti. Il numero delle esecuzioni e delle sentenze capitali, il sostegno del pubblico per la pena di morte, il numero di stati che la applicano sono diminuiti rispetto all’anno precedente,” ha dichiarato Richard Dieter, direttore del Centro di Informazione sulla Pena di Morte (DPIC). “Sia che dipenda dalla preoccupazione riguardo alla regolarità dei processi, alla possibile esecuzione di innocenti, all’alto costo della pena di morte, sia che dipenda dalla sensazione generale che il governo non può amministrare rettamente la pena di morte, è un fatto che gli Americani si sono ulteriormente allontanati dalla pena capitale nel corso del 2011,” ha aggiunto Dieter (1).

In effetti, il numero delle condanne a morte in un anno (78) - mai così basso dopo la reintroduzione della pena capitale nel 1976 - si attesta ora a meno di un terzo del dato che si aveva a metà degli anni Novanta. Il numero di esecuzioni (43) è inferiore a quello dei due anni precedenti e meno della metà del massimo registratosi nel 1999 (98). In Texas, con il minimo assoluto di esecuzioni da 14 anni a questa parte (13), si è probabilmente verificata la diminuzione più marcata in un singolo stato. E si tratta dello stato più ‘forcaiolo’.

Il temuto recupero delle esecuzioni mancate tra il 2007 e il 2008, durante la moratoria di 7 mesi provocata dalla messa in discussione dell’iniezione letale, è stato piuttosto blando e assorbito  completamente tra il 2009 e il 2010, senza effetti tangibili nel 2011. Né vi è stato un recupero rilevabile delle esecuzioni mancate nel 2010 a causa della carenza del Pentotal (una delle sostanze che venivano impiegate nell’iniezione letale ora quasi ovunque sostituita dal Pentobarbitale).

Il numero degli stati che applicano la pena di morte è sceso a 34 su 50 con l’abolizione della pena capitale in Illinois avvenuta il 9 marzo (v. n. 188). Inoltre la moratoria imposta dal governatore John Kitzhaber in Oregon (v. art. qui sopra) dà fondate speranze di poter annoverare presto anche questo stato tra quelli abolizionisti.

Tra 34 stati che conservano la pena di morte, 7 non hanno fatto esecuzioni negli ultimi 10 anni.

Gli ultimi sondaggi effettuati mostrano inoltre che il favore del pubblico per la pena di morte, pur mantenendosi alto, ha raggiunto il minimo da oltre venti anni a questa parte. Oggi il 60% di Statunitensi si dichiara a favore della pena capitale, dato sempre in discesa dal 1988 quando sfiorava l’80% (v. n. 192).

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(1) Il 15 dicembre, in occasione dell’uscita del Rapporto del  DPIC  “The Death Penalty in 2011”,  vedi:

 http://www.deathpenaltyinfo.org/documents/2011__Year__End.pdf

 

 

10) E’ CONCEPIBILE INFLIGGERE L’ERGASTOLO AD UN DODICENNE?

 

MOBILITIAMOCI in favore di Cristian Fernandez, un bambino di colore di 12 anni che rischia di essere processato davanti ad una corte per adulti in Florida per omicidio di primo grado, delitto per cui è prevista la pena dell’ergastolo senza possibilità di liberazione. Scriviamo alla procuratrice dell’accusa Angela B. Corey chiedendole di lasciar cadere le imputazioni nei riguardi del ragazzino.

 

Come sanno coloro che sono iscritti alla nostra mailing list on-line, si sta verificando in Florida un caso giudiziario che ha dell’incredibile: la procuratrice dell’accusa insiste per far processare un bambino di 12 anni da una corte per adulti accusandolo di omicidio di primo grado, delitto che in quello stato comporta l’ergastolo senza possibilità di liberazione (la pena di morte minorile è stata abolita in tutti gli Stati Uniti nel 2005). Il processo di Cristian è programmato per il 27 febbraio (1).

Cristian Fernandez è un ragazzino di colore di 12 anni (compirà 13 anni il 14 gennaio), si trova da oltre 9 mesi in un carcere e, se non interverrà un patteggiamento o l’annullamento delle accuse, verrà processato come un adulto rischiando l’ergastolo. Sembra che abbia scagliato il fratellino di due anni contro una libreria procurandogli un’emorragia cerebrale che ne ha causato al morte nel giro di due giorni. La madre, tornando a casa il 14 marzo scorso, trovò il bimbo più piccolo privo di sensi e attese alcune ore prima di portarlo all’ospedale. Ora anche lei è in prigione e rischia 30 anni di carcere. Cristian e sua madre vivevano in un ambiente sociale degradato e violento. La mamma, Biannela Susana, ha ora 25 anni (Cristian è stato concepito quando lei aveva 12 anni) ed ha avuto già quattro figli, non tutti dalla stesso uomo. Un compagno della madre si è suicidato nell’ottobre del 2010, nella casa in cui viveva Cristian, alla presenza dei bambini.

Persone ragionevoli capirebbero che Cristian Fernandez è solo un povero ragazzino sfortunatissimo, che meriterebbe più che altro affetto e aiuto psicologico, non certo una condanna all’ergastolo.

Le sorti del bambino sono ora nelle mani all’inflessibile e spietata procuratrice dell’accusa Angela B. Corey. Invitiamo tutti coloro che non lo hanno già fatto ad unirsi alla crescente mobilitazione in favore di Cristian scrivendo, anche in italiano, un breve messaggio alla signora Corey, per chiederle di lasciar cadere le accuse contro di lui.

Questo è l’indirizzo postale della Corey:

Ms. Angela B. Corey

State Attorney Duval County

Courthouse Annex

220 East Bay Street

Jacksonville, Florida, 32202  USA

(affrancatura 1,60 euro)

In alternativa si può scrivere direttamente nel sito della Corey all’indirizzo:

http://www.sao4th.com/contact-form.php

In questo caso occorre compilare almeno i campi contrassegnati con l’asterisco rosso (nome, cognome, indirizzo e-mail e testo del messaggio), copiando poi in fondo alla pagina nel campo dove è richiesto “ Type the two words” le due parole indicate per evitare le frodi.

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(1) V. ad es. : http://www.foxnews.com/us/2011/12/05/still-no-plea-deal-for-12-year-old-murder-suspect-in-florida/#ixzz1flWxew3O

 

 

11) IN CINA MORITURE SORRIDENTI

 

Squarciando per un po’ la spessa cortina di segretezza sotto cui la Cina compie migliaia di esecuzioni capitali ogni anno, sono apparse ora nel Web una trentina di foto del 2003 di quattro donne condannate a morte per reati di droga. Le foto mostrano le condannate - incomprensibilmente sorridenti - in un’atmosfera intima ed affettuosa insieme alle guardie di sesso femminile ed altre detenute, a poche ore dall’esecuzione. Il sinistro episodio di otto anni fa è difficile da interpretare.

 

La Cina esegue migliaia di sentenze capitali ogni anno, più di qualsiasi altro paese, sotto una spessa cortina di segretezza. Tuttavia un raro squarcio apertosi sul Web tra novembre e dicembre ha rivelato al mondo uno strano agghiacciante episodio svoltosi otto anni fa in un braccio delle morte cinese (1).

Sorridenti! Una trentina di foto mostrano quattro donne condannate a morte sorridenti (2). Le condannate appaiono immerse in futili attività insieme ad altre detenute poche ore prima di essere ‘giustiziate’ con un colpo alla nuca. In un’atmosfera intima ed affettuosa, le donne, quasi tutte molto giovani, si tingono le unghie, si pettinano, mangiano imboccandosi a vicenda, discutono dei vestiti da indossare per l’esecuzione insieme ad agenti di sesso femminile. La 25-enne He Xiuling si prova un corpetto scuro sperando che possa farla apparire un po’ meno paffutella…

Le foto delle Cinesi, condannate alla pena capitale per reati di droga, vennero scattate tra il 24 e il 25 giugno 2003 dal giornalista Yan Yuhong che fu autorizzato a trascorrere 12 ore insieme alle moriture, le ultime 12 ore di vita delle sventurate. Le immagini dovevano uscire il 26 giugno 2003, in occasione della Giornata mondiale delle Nazioni Unite contro la droga. Sembra però che all’ultimo momento le autorità cinesi cambiarono parere e non le fecero pubblicare. Ora sono finite, non si sa bene perché, in Internet.

Il giornale britannico Daily Mail - nell’articolo intitolato “La verità sulla prigioniera sorridente che voleva apparire al meglio nel momento di essere uccisa” - riporta la storia patetica di He Xiuling così come è stata raccontata da un giornalista, probabilmente lo stesso Yan Yuhong (3).

Conclusa l’istruzione superiore, annoiata dal tran tran del piccolo centro rurale in cui era nata, He Xiuling si trasferì a Zhongshan, una città da cui si aprivano orizzonti di vita più ampi ed eccitanti. Lì divenne la donna di un coetaneo, Wang Qizhi. Quando si accorse che costui era uno spacciatore di droga cercò di lasciarlo. Ma il ragazzo la riconquistò con diversi regali, poi la usò per tre consegne di eroina. Alla terza consegna fu arrestata. Wang Qizhi, dal canto suo, si salvò facendo perdere le proprie tracce.

La polizia disse a He Xiuling che se avesse confessato avrebbe potuto ricevere clemenza. Lei confessò, fu condannata a morte e ‘giustiziata’ nove mesi dopo come documentato dalle vivaci foto a colori.

Le scene hanno dell’incredibile. Nulla segnala la morte incombente. Non sembra neanche di stare in una prigione… se non fosse per un dettaglio inquietante: le donne sorridenti hanno le manette ai polsi.

La testimonianza riportata dal Daily Mail spiega almeno in parte l’arcano: la ragazza che sceglie sorridente le tenuta da esecuzione, fino all’ultimo era convinta che la sua sentenza di morte sarebbe stata revocata. Le compagne le avevano detto che la sua condanna definitiva sarebbe stata di 15 anni di reclusione. E lei aveva cantato gioiosa. Il giornalista che l’ha conosciuta in extremis ritiene che le guardie la incoraggiassero a pensare così, forse per pietà. Soltanto poco prima di essere uccisa, al momento di controfirmare l’ordine di esecuzione, He Xiuling si è resa conto dell’amarissima realtà. Allora ha pianto senza ritegno, come mostrano le ultime foto della serie, ed ha scritto una lettera ai genitori chiedendo scusa per la delusione che aveva dato loro.

Non siamo sicuri che la spiegazione riportata dal Daily Mail sia esaustiva: un’altra prigioniera continua ancora a sorridere all’uscita dal carcere, iniziando, tra due guardie, la sua ultima passeggiata.

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(1) V. ad es. http://thelede.blogs.nytimes.com/2011/12/02/a-glimpse-of-death-row-in-china/

(2) V. ad es. www.ministryoftofu.com/2011/11/photos-the-final-12-hours-of-chinese-women-on-death-row/

(3) V. www.dailymail.co.uk/news/article-2072528/He-Xiuling-execution-Truth-Chinese-prisoner-wanted-look-best-shot.html

 

 

12) GLI AMERICANI LASCIANO L’IRAQ E UN NUMERO ENORME DI MORTI

 

Gli USA si disimpegnano dopo 9 anni dalla guerra in Iraq che non ha portato né pace, né sicurezza bensì un enorme numero di morti e di crimini di guerra che non verranno mai sanzionati.

 

L’attuale presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che fin dalla campagna elettorale del 2008 aveva manifestato l’intenzione di por termine alle operazioni militari in Iraq e concentrare l’impegno e le risorse degli USA nella guerra in Afghanistan, è riuscito nel suo intento sia pure con un notevole ritardo.

Dopo una cerimonia sotto tono tenutasi il 15 dicembre nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, gli ultimi soldati americani hanno abbandonato alla spicciolata l’Iraq. Si è conclusa così il 19 dicembre un guerra di nove anni che non lascia né sicurezza, né pace, né stato di diritto e democrazia, bensì un enorme numero di morti.

La guerra in Iraq fu giustificata dal presidente George W. Bush con la falsa asserzione del possesso di armi di distruzioni di massa da parte del presidente iracheno Saddam Hussein. 

Accesa da USA e Regno Unito con gli spettacolari bombardamenti del 20 marzo del 2003, la guerra causò la rapida dissoluzione del regime in carica; il fuggitivo Saddam Hussein fu catturato dagli Americani il 13 dicembre di quell’anno (per finire impiccato dagli Iracheni alla fine del 2006, v. n. 145). 

Tuttavia gli Americani, che costituivano di per sé un casus belli – malvisti ed invischiati in un complesso conflitto tra i vari gruppi politici e religiosi del paese - se ne sono andati solo ora dall’Iraq dopo avervi speso centinaia di miliardi di dollari e avervi subito gravi perdite umane: 4.483 militari statunitensi uccisi e decine di migliaia gravemente feriti nel corpo o nella psiche.

Il numero assai maggiore di vittime civili tra la popolazione irachena non è stato mai oggetto di particolare interesse né di valutazioni ufficiali. Secondo il sito Iraq Body Count, sarebbero oltre 100 mila i civili uccisi, 12 mila dei quali per mano degli Americani, tra i 30 milioni di Iracheni.

La scarsa considerazione degli Americani per la vita di coloro che dicevano di andare a liberare, è dimostrata fra l’altro dall’attitudine dei comandi USA a non indagare le responsabilità dei soldati che uccidevano civili e – nei pochi casi in cui sono stati costretti a muoversi da inchieste giornalistiche, dall’indignazione internazionale o dalle richieste del governo iracheno – a minimizzare gli eventi, le accuse e le pene richieste (1).

Emblematica è l’inchiesta sulla strage di civili compiuta dai Marines nella città di Haditha nel novembre del 2005, inchiesta che a tutt’oggi non ha portato alla condanna di nessun militare USA, uno solo dei quali rimane indagato e – forse - verrà processato.

E’ accaduto che, con il ritiro degli Americani, documenti riguardanti la strage di Haditha che dovevano rimanere segreti siano finiti in una discarica alla periferia di Baghdad e siano stati poi scoperti da un reporter del New York Times (mentre venivano utilizzati come combustibile da un guardiano della discarica, per cuocersi il pasto a base di pesce affumicato).

I documenti recuperati contengono i verbali delle deposizioni di soldati che parlano di persone sgozzate o decapitate in un attacco contro la popolazione civile scattato per rappresaglia dopo che una bomba piazzata lungo la strada aveva fatto saltare un blindato ferendo mortalmente un soldato americano.

Furono uccisi dai Marines 24 Iracheni, tra uomini, donne e bambini anche piccolissimi. Fu ammazzato perfino un uomo di 76 anni su una sedia a rotelle. Si tentò di far passare il sanguinoso episodio come uno scontro tra militari e insorti armati ma un’inchiesta giornalistica del Time costrinse il comando dei Marines a indagare il comportamento di otto soldati (v. nn. 140, “Addestramento etico...” e 141, “Prospettata la pena di morte…”).

In un articolo scritto per il New York Times datato 14 dicembre (2) Michael S. Schmidt riporta la testimonianza del Maggiore Generale Steve Johnson, comandante delle forze americane nella Provincia di Anbar in cui si trova Haditha, secondo il quale di civili ne venivano uccisi in continuazione e che ciò doveva essere considerato il prezzo necessario dell’impresa.

A parziale scusante dei militari americani, Schmidt ricorda che lo stress da combattimento lasciava alcuni soldati paralizzati. Le truppe traumatizzate dalla violenza, sentendosi sotto assedio, diventavano sempre più reattive, uccidendo più e più civili negli incontri fortuiti. Alcuni militari sentendosi costantemente sotto attacco decidevano di sparare prima e di porre domande poi. Se i Marines venivano presi di mira da un palazzo, spianavano il palazzo. Gli occupanti delle auto che si avvicinavano ai posti di blocco senza fermarsi venivano considerati attentatori suicidi e uccisi. Gli Americani erano meravigliati dal fatto che tanti non si fermassero ai checkpoint e attribuivano il fenomeno all’ignoranza degli Iracheni o al fatto che i guidatori non ci vedessero bene.

D’altra parte, se è vero che le vittime civili fatte dagli Americani in Iraq sono state addirittura 12 mila, come afferma il sito Iraq Body Count, è materialmente impossibile che tutti gli autori di tali uccisioni vengano indagati e perseguiti.

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(1) L’immunità è sempre richiesta quando le forze USA vengono inviate in missione all’estero, pertanto i crimini compiuti dalle truppe, inclusi i crimini di guerra, possono essere perseguiti solo dalla giustizia USA. Gli Stati Uniti si sono perfino rifiutati di aderire al Tribunale Penale Internazionale soprattutto per evitare che militari americani possano essere messi sotto accusa da un’autorità sovranazionale per azioni compiute all’estero. I militari USA, per legge, non possono partecipare a missioni dell’ONU se non hanno una garanzia di immunità.

(2) V. http://www.nytimes.com/2011/12/15/world/middleeast/united-states-marines-haditha-interviews-found-in-iraq-junkyard.html?_r=1&ref=michaelsschmidt

 

13) LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO ILLUMINA LE “CITTÀ PER LA VITA”

 

Quest’anno “Città per la Vita”, la manifestazione abolizionista promossa dalla Comunità di Sant’Egidio per il 30 novembre, ha coinvolto un numero record di città nel mondo: oltre 1400.

 

Il 30 novembre, come ogni anno a partire dal 2002, la Comunità di Sant’Egidio ha promosso la manifestazione abolizionista “Città per la Vita” (Cities for Life) non solo a Roma e in Italia ma in oltre mille città in molte decine di nazioni in varie parti del mondo (v. n. 185).

Tale manifestazione fa il pendant con la Giornata Mondiale del 10 ottobre, giornata mondiale abolizionista indetta dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte (v. n. 193)

La Comunità di Sant’Egidio ha comunicato quest’anno l’adesione di un numero record di città: 1.453 città, tra cui 67 capitali, in 87 paesi.

Il 30 novembre e nei giorni intorno al 30 novembre sono stati lanciati al mondo messaggi abolizionisti tramite pubblici dibattiti, manifestazioni, testimonianze, spettacoli teatrali o semplicemente mediante segnali di luce.  L’illuminazione notturna del momento simbolo di molte delle città partecipanti è cominciata da Roma con la spettacolare illuminazione del Colosseo.

Nei pressi del Colosseo la sera del 30 si è svolta una manifestazione con la presenza di popolari personaggi dello spettacolo e la testimonianza di ospiti illustri del mondo abolizionista fatti arrivare per l’occasione in Italia, tra di essi condannati a morte liberati perché riconosciuti innocenti diventati attivisti contro la pena di morte.

La mattina del 29 novembre si è svolto a Roma il VI Congresso internazionale  dei Ministri della Giustizia No Justice Without Life (Non c’è giustizia senza vita), presenti ministri della giustizia o esponenti politici di oltre venti paesi, soprattutto africani, impegnati per l’abolizione della pena capitale nel proprio paese o nel mondo.

Nel proprio impegnativo intervento, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha affermato tra l’altro che l’abolizione della pena di morte è una via per ridurre il livello di violenza nel mondo e che la sicurezza delle persone deriva in primo luogo dalla certezza del diritto.

Sono state particolarmente notate le presenze di due neo ministri italiani, entrati in carica col governo Monti, oltre a quella del ministro Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, quella del Ministro della Giustizia Paola Severino, docente di Diritto Penale, la quale ha riaffermato la chiara e fermissima posizione abolizionista dell’Italia sullo scenario internazionale.

La Comunità di Sant’Egidio, organizzatrice del Congresso, è riuscita ad ottenete per l’occasione una dichiarazione del Papa contro la pena di morte. Benedetto XVI, rivolgendosi ai partecipanti al congresso, ha auspicato in udienza generale che le loro riflessioni “incoraggino le iniziative legislative e politiche in atto in un crescente enumero di paesi per eliminare la pena di morte”.

14) RISPOSTE CHIUSE AL QUESTIONARIO SUL FOGLIO DI COLLEGAMENTO

 

Riportiamo i primi risultati del sondaggio sul Foglio di Collegamento, per noi molto incoraggianti.

 

Come abbiamo già accennato, le risposte dei lettori al sondaggio sul Foglio di Collegamento svoltosi nel mese di ottobre sono state positive, al di là delle nostre più rosee previsioni, e ci incoraggiano ad andare avanti in un lavoro per altro difficile faticoso.

Hanno partecipato al sondaggio 52 lettori del Foglio di Collegamento, pari al 18 % di coloro che sono iscritti alla mailing list del Comitato Paul Rougeau.

Per cominciare, riportiamo qui appresso una statistica delle riposte “chiuse” (cioè quelle fornite scegliendo tra alcune risposte già formulate). Nel prossimo numero daremo conto del più complesso insieme di informazioni che si ricavano dalle risposte aperte. Dunque:

- L’83% di coloro che hanno partecipato, dicono di leggere il F. d. C. sempre o almeno la metà delle volte che arriva. Una percentuale superiore alle nostre attese (anche se è da ritenere che tra coloro che non hanno partecipato al sondaggio la percentuale sarebbe inferiore).

- Il 23% afferma di leggere sempre tutto o quasi tutto il F. d. C. Data la complessità e l’ampiezza dello stesso, questa a nostro avviso è una percentuale altissima.

- Se il 63% dice che il F. d. C. è della giusta lunghezza, il 27% dice ci trovarlo troppo lungo (a questa seconda percentuale dobbiamo porre attenzione).

- L’85% giudica il F. d. C. adeguatamente approfondito.

- Il 69% giudica il F. d. C. “chiaro”, e il 25% “abbastanza chiaro” (anche a quest’ultima percentuale dobbiamo fare attenzione).

- Addirittura il 94% ritiene che l’informazione fornita dal F. d. C. sia sufficientemente completa.

- L’83% dei lettori dice che il F. d. C. è “sempre” interessante e il 7% lo giudica interessante “a volte”. Forse sono proprio questi ultimi due dati a darci il massimo incoraggiamento.

 

 

15) NOTIZIARIO

 

Afghanistan. Madre e figlia lapidate per condotta immorale. Il 10 novembre una vedova e sua figlia sono state accusate dai Talebani di condotta immorale e adulterio. Le due donne sono state quindi lapidate e finite con colpi di armi da fuoco nella zona di Khawaja Hakim presso la città di Ghazni. La notizia è stata riportata dalla BBC che ha aggiunto che due uomini sarebbero stati fermati dalla polizia in relazione agli omicidi (v. http ://www.bbc.co.uk/news/world-asia-15688354 ). Ricordiamo che al posto della giustizia regolare in vaste regioni dell’Afganistan vige tuttora la giustizia religiosa e tribale (v. ad es. nn. 182, 193).

 

California. Volontario per l’esecuzione si adatterebbe a fare da cavia. Nella discussione sulla pena di morte in California si inseriscono le insistenti richieste di un condannato a morte, Jerry Stanley, che, dopo aver passato 28 anni nel braccio della morte, ha interrotto gli appelli e chiede di essere ucciso (come fa Gary Haugen, volontario per l’esecuzione in Oregon, v. articolo qui sopra). Secondo il giudice della contea di Alameda, Stanley è abbastanza sano di mente per perseguire il suo scopo, che gli esperti ritengono essere in sostanza un ‘suicidio assistito’. Lui dice che per accelerare i tempi si presterebbe volentieri a fare da cavia per ‘testare’ il nuovo protocollo dell’iniezione letale su cui si sta tanto discutendo. E si adatterebbe anche alla vecchia sedia elettrica (ancora utilizzabile in California se scelta dal condannato). “In grande maggioranza coloro che interrompono gli appelli non lo fanno perché ritengono che la pena di morte sia la pena che meritano,” afferma John Blume, professore di  legge alla Cornell University, autore di  uno studio del 2005 sui volontari per l’esecuzione, che propende per la tesi del suicidio assistito.

 

Federazione Russa. Un altro giornalista messo a tacere per sempre. Il 15 dicembre poco prima di mezzanotte il giornalista Khadzhimurad Kamalov è stato massacrato da un killer all’uscita dal suo giornale, il “Chernovik”. Il fatto è avvenuto nella città di Makhachkala, capitale della repubblica del Daghestan adiacente la Cecenia. Il giornalista, raggiunto da un primo colpo di pistola è caduto a terra, ma ha tentato di reagire: coprendosi il capo con le braccia ha cercato di far cadere il killer afferrandolo con i piedi. Raggiunto da parecchi colpi è spirato mentre veniva portato in ospedale. Il “Chernikov”, fondato dallo stesso Kamalov, denunciava sia gli abusi e la corruzione della polizia che l’estremismo islamico. Chi conosceva Kamalov, afferma che la sua morte non sorprende nessuno. Nel 2009 il  suo nome era comparso in una lista di persone accusate anonimamente di compiere attentati sia contro la polizia che contro i ribelli islamici. La lista era stata diffusa da un’agenzia on-line con l’auspicio che “questi sciacalli” venissero distrutti. “Il Chernovik scriveva su tutto e su tutti,” ha dichiarato la nota giornalista investigativa Yulia Latynina alla radio Ekho Moskvy. “In una regione in cui ti ammazzano per una qualsiasi cosa che hai detto, ciò che è avvenuto, purtroppo, non sorprende.” “E’ ovvio che l’ambiente di totale impunità per l’uccisione di giornalisti e di attivisti che regna nel Caucaso del Nord gioca un ruolo tremendo qui,” ha dichiarato Tania Lokshina esperta di Human Rights Watch. “Chiunque fa queste cose sa per certo che non verrà punito.” L’autore e soprattutto i mandanti dell’omicidio di Khadzhimurad Kamalov rimarranno probabilmente impuniti nella Federazione Russa di Medvedev e Putin, così come i responsabili degli assassini di Anna Politkovskaya, di Natalia Estemirova e di molti altri (v. ad es. nn. 191, 193, Notiziario, e nn. ivi citati).

 

Florida. Ergastolo per detenzione di immagini pedopornografiche. I giudici e gli accusatori statunitensi, personaggi elettivi esasperatamente in cerca di pubblicità e di voti, perdono spesso il senso della realtà (e c’è da dubitare che molti tra di loro abbiano mai avuto il senso della giustizia). All’accusatrice Angela Corey della Florida che minaccia l’ergastolo irrevocabile per un 12-enne (v. articolo qui sopra) si aggiungono ora un giudice e un accusatore della Florida, che hanno confezionato l’ergastolo senza possibilità di liberazione per tale Daniel Enrique Guevara Vilca, reo di aver scaricato abbondante materiale pedopornografico da Internet nel proprio computer. Il 26-enne Vilca non ha mai molestato un bambino e non aveva precedenti penali. Egli e il suo avvocato difensore, Lee Hollander, dopo aver rifiutato un patteggiamento per una condanna a 20 anni di carcere, hanno affrontato il giudizio il 3 novembre incassando l’ergastolo senza possibilità di liberazione. Hollander ci è rimasto assai male e ha sottolineato che il proprio cliente non aveva “niente a che fare con la vittimizzazione dei bambini” e che guardare in privato immagini pornografiche, anche se immagini di bambini, non poteva comportare la pena estrema dell’ergastolo irrevocabile. Osserviamo che - se è realistica la stima dell’UNICEF di 16.700 siti Web contenenti immagini pedopornografiche attivi nel 2011 - sono decine di migliaia le persone negli USA, che come Vilca, scaricano materiale pedopornografico. Qualcuno riceve condanne a 10 o 20 anni di carcere, ma nessuno l’ergastolo irrevocabile. Hollander ha preannunciato ricorso ma purtroppo negli Stati Uniti è molto difficile cambiare una sentenza perché le possibilità di appello sono assai ridotte (a meno che non si tratti di casi capitali).

 

Georgia. E’ morta Martina Correia. Il 1° dicembre è deceduta Martina Davis Correia, sorella di Troy Davis. Martina si è battuta con tutte le sue forze, con grande capacità, con incredibile dedizione e determinazione, per salvare il fratello condannato a morte in Georgia, impegnandosi intensamente tutte e quattro le volte in cui è stata fissata la data di esecuzione di Troy. Attivista seria e preparata, Martina ha ricoperto incarichi importanti in seno ad Amnesty International USA ed era coordinatrice per la Georgia del Programma Pena di Morte di Amnesty. Quando si ammalò di cancro nel 2000 i medici le dettero sei mesi di vita, undici anni dopo Martina era ancora viva, estremamente motivata e combattiva. La sera del 21 settembre, si era fatta portare su una sedia a rotelle davanti al carcere in cui stavano per uccidere suo fratello. Negli ultimi momenti di una lunga veglia, trovò la forza di alzarsi in piedi per dare un segno di forza e di resistenza. A chi dalla Francia le scriveva addolorato perché le battaglie fatte in favore di Troy Davis avevano fallito, Martina Correia rispose: “Voglio che la gente sappia che non abbiamo fallito. Fintanto che martelleremo, fintanto che rifiuteremo di rassegnarci, non avremo fallito. Dobbiamo fare ciò che Troy vorrebbe da noi. I nostri sforzi hanno inciso e noi continueremo ad incidere”.

 

Idaho. Prima esecuzione dopo 17 anni. “L’ora della morte: 9:15’ ora locale.” Ha annunciato Jeff Ray, portavoce del dipartimento carcerario dell’Idaho. “La procedure sono state completate.” La mattina del 18 novembre Paul Rhoades è stato ucciso con un’iniezione letale in Idaho nonostante una massiccia mobilitazione degli abolizionisti tesa a scongiurare la sua esecuzione e l’impegno dei suoi legali che hanno tentato ogni genere di appello e chiesto infine, inutilmente, la grazia governatoriale. Per evitare la ripresa delle esecuzioni in uno stato abolizionista di fatto (che aveva compiuto solo due esecuzioni a partire dal 1957, l’ultima delle quali 17 anni fa), si erano espresse pubblicamente anche l’Unione Europea e numerose personalità a cominciare da papa Benedetto XVI.

 

Texas. Chelsea Richardson esce dal braccio della morte. Le donne condannate alla pena capitale in Texas costituiscono meno del 3% del totale dei condannati a morte. Erano solo 10 e il 2 novembre sono diventate 9 perché una di loro, Chelsea Richardson, ha concordato in appello la riduzione della sentenza nel carcere a vita. Dal momento che la condanna della Richardson risale al 2005, quando la massima pena detentiva era l’ergastolo con possibilità di liberazione dopo 40 anni, in teoria lei potrebbe riconquistare la liberà tra 33 anni, quando avrà 60 anni. Chelsea Richardson fu condannata a morte in quanto mandante del feroce omicidio dei genitori del suo boyfriend a scopo di rapina. “E’ così che vanno le cose,” ha commentato mestamente il 2 novembre l’accusatore Chuck Mallin. “Cercando un accordo, abbiamo dovuto scartare la pena di morte”. Mallin si è accontentato di una pena ridotta pur di sanare l’irregolarità compiuta nel corso del processo del 2005 quando l’amica del cuore di Chelsea, Susana Toledano, testimoniò contro di lei dopo aver patteggiato con l’accusa. Allora l’accusa tenne nascosto alla giuria che la testimone aveva ammesso di essere più colpevole dell’imputata nella progettazione del delitto. 

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 dicembre 2011