FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 242  -  Ottobre 2017

Larry Swearingen

SOMMARIO:

 

1) Inviamo tutti l’appello in favore di Tommy Zeigler ad Aramis Ayala 

2) Aramis Ayala serena e attiva    

3) Sospesa l’esecuzione di Larry Swearingen!   

4) Testimone dell’assassinio di un amico     

5) Michael Lambrix si difende in conferenza stampa prima di morire 

6) Una giovane giornalista assiste alla morte di Lambrix  

7) In Ohio il medico prescrive che il condannato resti quasi seduto 

8) Evita la pena di morte perché non l’avrebbe voluta la sua vittima

9) Decessi nel braccio della morte della California  

10) USA: cala il favore per le pena di morte, specie tra i conservatori 

11) La Turchia contro Amensty e i difensori dei diritti umani 

12) Papa Francesco: la pena di morte è contraria al Vangelo 

13) Mobilitazioni in molti paesi nella giornata del 10 ottobre 

14) La pena di morte non ha senso nel 21-esimo secolo  

15) Una pratica funesta, inumana, discriminante nei riguardi dei poveri 

16) Schegge di vita        

17) Notiziario:  Myanmar, Pakistan, Zimbabwe

1)  INVIAMO TUTTI L’APPELLO IN FAVORE DI TOMMY ZEIGLER AD ARAMIS AYALA

 

Cari amici, come abbiamo scritto nei numeri 237 e 238 di questo Foglio di Collegamento, Tommy Zeigler, rinchiuso da 40 anni nel braccio della morte della Florida, ha subìto l’ultima sconfitta giudiziaria e potrebbe essere presto fissata per lui la data di esecuzione. Conosciamo il caso Zeigler dal 2001 e siamo convinti – come il nostro amico floridiano Dale Recinella – che nei suoi riguardi si stia compiendo una gravissima ingiustizia. Su proposta di Dale chiediamo di nuovo ai lettori di inviare un appello in favore di Tommy Zeigler all’accusatrice Aramis Ayala, in grado di intervenire in favore di Tommy nonostante le propria recente sconfitta legale. Ecco l’appello da noi proposto (che può essere anche modificato) da inviare preferibilmente per posta a:  The Hon. Aramis Ayala - State Attorney Ninth Judicial Circuit - 415 N. Orange Ave. - Orlando, FL 32801 - USA. Oppure per email  a questo indirizzo: aayala@sao9.org oppure a questo: aramis@aramisayala.com  Sappiamo che l’appello è stato mandato ad Aramis Ayala da decine di lettori del Foglio di Collegamento ma  ci permettiamo di insistere data l’importanza della posta in gioco. Se avete già scritto ad Aramis Ayala potete anche riscriverle premettendo una frase del tipo: I am contacting you again because this case is too unfair and at present you are the only person who can correct an injustice, so I really wish to beg for your support.   [Le scrivo di nuovo perché questo caso è troppo ingiusto e al momento Lei è l’unica persona che può rimediare a questo torto, per cui desidero proprio supplicare il suo sostegno.]

Dear Hon. Aramis Ayala,

Many persons, like me, admire the courage you displayed by showing your personal opposal to the death penalty in Florida, a clearly unacceptable kind of punishment, at least in the way it is managed at present.

I am writing you in particular on the case of William “Tommy” Zeigler Jr., who is on death row for a shooting that took place in his family store on December 24, 1975 at Winter Garden, Florida. Four persons were killed during the shooting, and Mr. Zeigler was shot in his abdomen and miraculously survived.

Ziegler’s case has been followed in Italy by many persons since 2001. We cannot make sense of the state’s version of the facts and the reasons for which the prosecution obtained a death sentence for Zeigler.

Now, after the Florida Supreme Court decision dated April 21, definitively refusing to order the innovative DNA tests that Tommy Zeigler has requested (so-called touch DNA tests), it is incumbent upon the State to agree to such tests on its own motion to ensure that it is not executing an innocent man.  

I would be extremely grateful to you if you could authorize the touch DNA tests requested by the defense in Tommy Zeigler’s case and pursuit the truth as to what actually happened in the store that horrible night. 

Respectfully

[Nome, cognome, indirizzo postale e/o email]

 

(Traduzione dell’appello per i lettori meno ferrati in inglese:

Cara Onorevole Aramis Ayala, molte persone come me ammirano il coraggio da lei mostrato nel manifestare la sua personale opposizione alla pena di morte in Florida, una punizione chiaramente inaccettabile, almeno per come la si usa attualmente. Le scrivo in particolare riguardo al caso di William “Tommy” Zeigler Jr che si trova nel braccio della morte per una sparatoria avvenuta il 24 dicembre 1975 nel suo negozio a Winter Garden in Florida. Quattro persone vennero uccise nel corso della sparatoria, il sig. Zeigler fu colpito nell’addome e sopravvisse per miracolo. Il caso di Zeigler è stato seguito da molte persone in Italia a partire dal 2001. Noi non riusciamo a dare un senso alla versione dei fatti e alle ragioni con le quali l’accusa ottenne una condanna a morte per Zeigler. Ora, dopo la decisione della Corte Suprema della Florida del 21 aprile u. s. che rifiuta definitivamente di ordinare gli innovativi test del DNA che la difesa di Tommy Zeigler ha richiesto (detti touch DNA tests), è necessario che l’accusa si muova autonomamente dicendo di essere d’accordo con l’esecuzione di tali test per assicurare che un innocente non venga messo a morte. Le sarei estremamente grato se lei potesse autorizzare i test richiesti dalla difesa nel caso di Tommy Zeigler e cercasse di appurare la verità su ciò che avvenne nel negozio quella notte terribile).

2) ARAMIS AYALA SERENA E ATTIVA

 

 

Aramis Ayala, accusatrice della Florida personalmente contraria alla pena di morte, dimostra di aver  superato lo stress della sconfitta subìta nella battaglia legale per farsi riassegnare i 24 casi capitali che il Governatore Rick Scott le tolse. Speriamo che proseguendo nel suo incarico riesca a perseguire la giustizia nel modo migliore possibile entro i limiti imposti dalle leggi della Florida.

 

Aramis Donell Ayala, giovane accusatrice di colore nel Nono Circuito Giudiziario della Florida, a cinque settimane dalla sconfitta subìta nella battaglia legale per farsi riassegnare i casi capitali che il Governatore Rick Scott le tolse (1), sembra essere di nuovo a suo agio. Il 26 ottobre scorso, ad un raduno dell’Associazione Nazionale di Giornalisti Ispanici, Ayala è apparsa serena. “Mi godo il mio incarico. Mi godo la vita. Nel complesso sono una persona felice e non lo dico con leggerezza. Sono felice di fare ciò che è giusto”, ha detto. 

Nel corso del raduno Aramis Ayala si è lasciata interrogare sulle ripercussioni emotive della sconfitta con cui si è conclusa la battaglia di sei mesi contro il Governatore ed ha ha fatto capire che la sua vita e la sua carriera continuano, nonostante tutto. 

La Ayala, eletta l'anno scorso a coprire l’incarico di pubblico ministero, ha detto: “Ho avuto un inizio interessante. Il giorno in cui ricevetti il mandato tutti si occupavano della pena di morte. E sfortunatamente molte persone mi conoscono adesso solo per quello. Ma certamente sono molto più di questo, come persona, come avvocato, come accusatore che ha a che fare con tutto ciò. Ma quando presi l’incarico, i primi colloqui che feci con gli altri accusatori nello stato riguardarono la pena di morte. Avevamo uno statuto [relativo all’applicazione della pena di morte] che è stato dichiarato incostituzionale due volte in meno di due anni, quindi sapevamo che c’era un problema. Poi mi dovetti occupare dell’uccisione di due poliziotti. Ho avuto problemi interni con gli impiegati e infine vi è stato un taglio del mio budget per rappresaglia.”

Ayala ha aggiunto che ritiene la sua serenità attuale dipenda anche dall’essere sopravvissuta ad un tumore. Lei si trovò in fin di vita per un linfoma mentre studiava legge e poi fu colpita da osteonecrosi. Ha dichiarato che rischiare la vita “ti insegna che un giorno tutti noi dovremo rispondere del modo in cui abbiamo vissuto e fatto le cose giuste. Ed io ho deciso di impegnarmi in tal senso”.

Ayala ha dichiarato che adesso si dedicherà alle iniziative in cui credeva già dall’inizio, come la creazione di una squadra di avvocati dell’accusa molto agguerriti per combattere la violenza domestica e il traffico di esseri umani. Questo nonostante i tagli di 1,3 milioni di dollari imposti al suo ufficio. Ha dichiarato: “Vedo il numero di omicidi nella nostra comunità, basati sulla violenza domestica. Mi rendo conto che più le ragazze sono giovani, più sono travolte dalla violenza domestica, che può fare a pezzi un’intera comunità.”

Ayala ha anche aggiunto che il suo ufficio si attiverà per altre riforme, principalmente per l’attuazione di un programma (chiamato “Project No No”) che dovrebbe creare nuove opportunità per i giovani che commettono dei reati, affinché possano svolgere attività di recupero alternative senza che la loro fedina penale venga macchiata. Ha detto che per questo progetto ha assunto molti giovani legali freschi di laurea. 

Questo atteggiamento propositivo e comunque attento a fare le cose con giustizia, ci fa sperare che questa giovane voglia mantenere, sia pure ormai da dietro le quinte, una mente aperta e ricca di umanità anche nei confronti dei condannati a morte. (Grazia)

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(1) V. nn. 237, 238, 239, 240, 241 Notiziario.

3) SOSPESA L’ESECUZIONE DI LARRY SWEARINGEN !

 

I bravissimi avvocati dell'Innocence Project sono riusciti a far annullare l'ordine di esecuzione di Larry Swearingen, il condannato a morte da noi particolarmente seguito, che altrimenti avrebbe subìto l'iniezione

letale il 19 novembre. La sospensione disposta per Larry ha anche regalato 90 giorni di vita ad un altro condannato a morte del Texas, tale Anthony Shore, che avrebbe dovuto morire il 18 ottobre.

 

Alcuni recenti avvenimenti non del tutto chiari, e soprattutto la grande bravura degli avvocati difensori dell’Innocence Project, danno respiro a Larry Swearingen, il condannato a morte da noi particolarmente seguito (1), la cui data di esecuzione era stata fissata in Texas per il 19 novembre p. v (2).

Gli avvocati di Larry hanno chiesto l’annullamento della data per un errore formale nella notifica dell’ordine di esecuzione. Inoltre sulla situazione di Larry ha influito quella di un altro condannato a morte, tale Anthony Shore, la cui esecuzione era stata fissata per il 18 ottobre. 

Shore, non avendo nulla da perdere, aveva fatto in modo di essere sospettato quale autore dell’omicidio della 19-enne Melissa Trotter attribuito a Larry: aveva riposto nella propria cella vari documenti tra cui una piantina, annotata a mano, del luogo del delitto, documenti trovati dalle guardie carcerarie il 21 luglio.

Stando così le cose, la difesa di Larry ha chiesto che Shore potesse deporre prima di morire. 

In conclusione, il quadruplice omicida reo confesso Anthony Shore il 17 ottobre ha avuto un rinvio di 90 giorni della propria esecuzione - spostata al 18 gennaio p. v. - e l’esecuzione di Larry Swearingen è stata sospesa a tempo indeterminato.

Inoltre la difesa di Larry, ripetendo richieste già respinte in passato, è riuscita ad ottenere l’effettuazione degli ulteriori test del DNA che erano stati negati, nonché – addirittura - il dragaggio del lago nei pressi del quale fu trovato il corpo di Melissa Trotter 20 anni fa. Tutto ciò con l’accordo dell’Accusatore Distrettuale della Contea di Montgomery, Brett Ligon.

Inutile dire che la famiglia Trotter, che ha sempre insistito per l’esecuzione di Larry Swearingen, è rimasta delusa dagli ultimi sviluppi della vicenda. “Mi sento frustrata” ha detto Sandy Trotter, madre della ragazza uccisa. “Ma sono convinta che tutto avvenga nei tempi decisi da Dio”.

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(1) V. nn. 165; 166; 168; 169; 174; 177; 183; 199; 191; 195 Notiziario; 196; 199; 202; 203; 204, Notiziario; 209, Notiziario; 212; 214; 215; 224; 225; 231, Notiziario; 232, 235, 240.

(2) Si trattava della quinta data di esecuzione fissata per Larry, v. n. 240.

4) TESTIMONE DELL’ASSASSINIO DI UN AMICO  di Dale Recinella*

 

Dale Recinella, che il 5 ottobre scorso ha assistito all'esecuzione di Michael Lambrix in Florida, ha scritto per noi questo drammatico articolo.

 

Giovedì 5 ottobre alle 22:10 Michael Lambrix è morto sotto i miei occhi, non per cause naturali, ma per un atto deliberato dello stato. I suoi 33 anni nel braccio della morte sono stati più del tempo di detenzione che gli era stato offerto dallo stato oltre 3 decenni fa, se avesse accettato di dichiararsi colpevole di duplice omicidio. Egli non acconsentì ad ammettere la colpevolezza in un crimine che negava di aver commesso. In un certo senso, è stato ‘giustiziato’ per aver avuto il coraggio di sfidare lo stato e per essersi rifiutato di arrendersi. Questa situazione non è insolita in Florida: certamente non tipica, ma fin troppo frequente.

Parecchie persone erano preoccupate del fatto che Michael potesse essere innocente del crimine di cui fu accusato. Il verdetto nel suo primo processo non fu raggiunto perché la giuria non riuscì ad accordarsi sulla sua colpevolezza. Nel secondo processo la giuria lo dichiarò colpevole ma non riuscì ad essere unanime nel decidere la pena di morte come giusta punizione. Le giurie votarono una volta 8 a 4 e un’altra 10 a 2 per la condanna a morte. Una recente sentenza della Corte Suprema USA (la sentenza Hurst) ha affermato che la normativa vigente sulla pena di morte in Florida era incostituzionale (1). La condanna a morte di Michael avrebbe dovuto essere commutata in ergastolo. Ma la politica, non la giustizia, è il vero motore che attiva la pena di morte della Florida. E la politica della Florida ha creato un brutto compromesso. Coloro che sono stati condannati a morte a partire da giugno 2002 possono chiedere un nuovo processo, mentre coloro che sono stati condannati a morte prima di questa data sono legati alla loro condanna e non saranno riprocessati. Perché proprio quella data? Sono state fornite deboli spiegazioni tecniche, troppo deboli per consentire allo stato di uccidere 200 persone. Si è trattato di uno stratagemma utile a dividere la

popolazione dei condannati a morte in due parti, in modo che, quando i politici attuali si candideranno per la rielezione nel 2018, potranno ancora vantarsi che 200 uomini e donne sono in attesa di esecuzione? Questi politici affermano di essere duri con la criminalità, e dichiarano che l’ergastolo non costituisce una vera punizione. Infatti alcuni di loro definiscono l’essere condannati all’ergastolo “farla franca”.

L'affermazione di Michael di aver agito per legittima difesa non fu mai ascoltata da un giudice o da una giuria. Nel 2006 l’Ufficio del Pubblico Ministero della Florida ammise davanti alla Corte Suprema della Florida che la versione di Michael era coerente con le prove a mani dello stato. Ma la dichiarazione non poteva essere ascoltata in tribunale, disse lo stato, perché era soggetta allo sbarramento procedurale (2). L’espediente legale dello sbarramento procedurale è l’ultimo disperato ostacolo che gli accusatori senza coscienza erigono per vincere la partita nei casi capitali. Essi utilizzano lo sbarramento procedurale per impedire che prove come le dichiarazioni a propria discolpa e altre prove scoperte in epoche successive al processo iniziale vengano ascoltate in tribunale.  Lo sbarramento procedurale nei casi capitali fa sì che lo stato possa uccidere le persone senza dare loro la possibilità di presentare le prove di innocenza scoperte in tempi più recenti. Quindi, con un sistema del tutto incapace di rivedere i casi capitali per concedere clemenza (l’unica udienza per concedere clemenza a Michael ebbe luogo 30 anni da), lo sbarramento procedurale permette agli accusatori privi di coscienza di uccidere persone innocenti senza subire alcuna conseguenza.

Fra l’altro, Michael era un veterano dell’Esercito, disabile e congedato con onore. Quindi, grazie, Mike, per il servizio che hai reso alla tua patria!

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* Dale Recinella, Avvocato, Master in Studi Teologici, Cappellano Cattolico dei condannati a morte della Florida, è stato l’assistente spirituale di Michael per quasi 20 anni ed ha presenziato alla sua esecuzione per stargli vicino come amico. 

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Nota teologica di Dale Recinella: L’insegnamento specifico di San Tommaso d’Aquino (citando Esodo 23:7) afferma che l’esecuzione di un innocente è di per sé una malvagità e mette l’uso dello sbarramento procedurale - che consente l’esecuzione di persone innocenti - allo stesso livello dell'omicidio o del procurato aborto. L’autore di questo articolo ritiene che ciò debba comportare che qualsiasi importante personaggio politico o qualsiasi detentore di potere, che sia cattolico e che sostenga l’utilizzo dello sbarramento procedurale nei casi capitali, dovrebbe astenersi dal ricevere l’Eucaristia fino a quando non abbia avuto l’assoluzione in Confessione, non rinunci pubblicamente ad utilizzare questo male e non si impegni per la sua abolizione. (Trad. di Grazia)

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(1) V. n. 231 e nn. 224; 226; 227; 229, Notiziario; 230; 233.

(2) Lo 'sbarramento procedurale' impedisce di presentare prove a discolpa per ragioni procedurali, per esempio se si è in ritardo rispetto ai tempi stabiliti (n. d. t.)

5) MICHAEL LAMBRIX SI DIFENDE IN CONFERENZA STAMPA PRIMA DI MORIRE

 

Due giorni prima della sua esecuzione avvenuta in Florida il 5 ottobre, Michael Lambrix ha intrattenuto per un'ora i giornalisti convocati nel carcere di Starke, protestando la propria innocenza. 

 

Il martedì precedente la sua esecuzione in Florida, avvenuta giovedì 5 ottobre, il 57-enne Michael Lambrix, accusato dell'omicidio di Clarence Moore e di Aleisha Bryant nel 1983, ha parlato per circa un’ora con i giornalisti nel carcere di Starke. Il regolamento carcerario della Florida consente infatti ai condannati di tenere una conferenza stampa, nei giorni immediatamente precedenti la loro esecuzione, anche se in genere costoro non vogliono farlo. Nel corso della conferenza stampa Lambrix ha stigmatizzato il sistema giudiziario che non volle prendere in considerazione prove a sua discolpa. 

“Non si tratterà di un’esecuzione. Sarà un omicidio a sangue freddo,” ha detto Lambrix affermando che uccise Moore per legittima difesa e che in precedenza fu Moore ad uccidere Bryant dopo aver passato una notte ubriacandosi. 

Lambrix fu condannato sulla base della testimonianza di un’amica, tale Frances Smith, che era con lui quella notte del 1983 (1). La coppia prese in prestito la vanga di un vicino e Lambrix seppellì i due cadaveri. Lambrix ha detto di non aver denunciato all’epoca il fatto alla polizia, perché aveva abbandonato un programma di lavoro che gli era stato assegnato dopo un suo precedente rilascio dal carcere e temeva pesanti conseguenze per aver fatto ciò. 

Nel suo primo processo capitale la giuria non raggiunse un verdetto e solo in un successivo processo egli fu ritenuto colpevole di duplice omicidio di primo grado, ma non all'unanimità bensì con una giuria che votò 8-4 e successivamente 10-2. Lambrix è rimasto in carcere per 34 anni. 

Michael Lambrix aveva iniziato uno sciopero della fame in settembre per contestare la sua condanna a morte, e lo interruppe dopo 12 giorni. Il conferenza stampa ha detto ai giornalisti che il suo ultimo pranzo sarebbe stato come quello che si fa nel Giorno del Ringraziamento, con tacchino arrostito. Sua madre aveva promesso di cucinarglielo se fosse stato graziato.

Nei giorni precedenti l’esecuzione, Lambrix e i suoi avvocati hanno chiesto inutilmente alla Corte Suprema degli Stati Uniti di intervenire, allegando un documento di 25 pagine scritto di pugno dal medesimo Lambrix. 

L’esecuzione di Lambrix era già stata fissata dal governatore Rick Scott per il 30 novembre 2015, ma fu sospesa dalla Corte Suprema della Florida in seguito alla famosa sentenza Hurst v. Florida. Successivamente però la medesima Corte decise che la sentenza Hurst non si applicava a coloro che, come Lambrix, erano stati condannati a morte prima del 2002. A questo proposito Lambrix ha dichiarato: “Abbiamo una procedura che dipende più dalla politica che dall’amministrazione della giustizia.” (2)

Nel corso della conferenza stampa, Michael Lambrix ha rimpianto di non aver rilasciato una dichiarazione alla polizia quando fu arrestato nel 1983 e di non aver in seguito accettato il patteggiamento, offerto dall’accusa, di una condanna a 24 anni di reclusione se si fosse dichiarato colpevole di duplice omicidio. Se avesse accettato quell’offerta, egli sarebbe stato scarcerato oltre 10 anni fa.

Lambrix, che sorrideva e chiacchierava con le guardie che lo sorvegliavano, ha concluso la conferenza stampa dicendo: “Non ho alcun dubbio che mi risveglierò in un mondo migliore.” (3) (Grazia)

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(1) La Smith in seguito ha detto che ebbe una relazione con un investigatore che lavorava per l'accusa.

(2) V. articolo di Dale Recinella qui sopra e art. ivi citati. (3) V. Michael Lambrix nel filmato http://www.wjhg.com/video?vid=449523263

6) UNA GIOVANE GIORNALISTA ASSISTE ALLA MORTE DI LAMBRIX

 

La giornalista ventiduenne Rebekkah Anne Mar aveva iniziato un anno e mezzo fa a corrispondere con Michael Lambrix. Era anche andata a fargli visita nel maggio scorso e aveva collaborato con la United Kingdom’s Proper Podcasts per realizzare l’intervista “Rimpianti dei morituri: Mike”. È stata poi inviata ad assistere all'esecuzione di Lambrix portata a termine il 5 ottobre. Di quest’ultima esperienza, che ha segnato la giovane Rebekkah Mar, diamo qui un breve resoconto.

 

Mentre aspettava nella sala dei visitatori della Florida State Prison, Rebekkah seppe da un giornalista che quella era la 47° esecuzione a cui assisteva. Per lei era la prima. I giornalisti presenti le dissero che l’esecuzione non le avrebbe procurato particolari sensazioni, che sarebbe stata una cosa asettica e breve. Rebekkah ha dichiarato che per lei non è stato così. La sua descrizione del locale di morte coincide con quella fatta tante volte dal nostro amico Dale: una sala con una grande finestra rettangolare chiusa da un vetro, attraverso il quale si poteva vedere Lambrix legato al lettino con varie cinghie e con gli aghi da fleboclisi inseriti nelle braccia. Nella sala dei testimoni c’era anche la sorella di una delle presunte vittime di Lambrix. Alle 21:53' quando la tenda posta davanti al vetro fu sollevata, Rebekkah vide che nella stanzetta, oltre a Lambrix, c’erano tre uomini. Il direttore del carcere parlò al telefono collegato con l’ufficio del Governatore. Poi chiese a Lambrix se avesse un’ultima dichiarazione da fare e lui rispose con voce sommessa: “Sì signore, voglio recitare il Padre Nostro”. Quando Michael concluse la preghiera, il direttore diede il via all’esecuzione. Lambrix guardò verso la finestra, poi chiuse gli occhi, il suo torace iniziò a scuotersi, sollevandosi e abbassandosi ogni tanto. Quando smise di muoversi e le labbra assunsero

un colore violaceo, il direttore gli toccò gli occhi e poi lo scrollò con forza per una spalla. Un medico constatò la morte di Lambrix e il direttore dichiarò l'ora del decesso: 22:10'. Rebekkah guardò ancora, poi la tenda fu chiusa. (Grazia)

 

 

7) IN OHIO IL MEDICO PRESCRIVE CHE IL CONDANNATO RESTI QUASI SEDUTO 

 

Alva Campbell, gravemente infermo, dovrà subire l'iniezione letale in Ohio il 15 novembre. Un mese prima si è svolta una prova generale della sua esecuzione, in seguito alla quale, su consiglio del medico carcerario, si è deciso di uccidere il condannato in una posizione inusuale: semi-sdraiato.

 

Il duplice omicida Alva Campbell, gravemente infermo, si è modicamente agitato nel corso di una prova generale della sua esecuzione, svoltasi il 19 ottobre, quando le guardie lo hanno steso sul lettino dell’iniezione letale dell’Ohio.

Alla prova ha partecipato anche il medico carcerario James McWeeney secondo il quale sarebbe ragionevole permettere a Campbell di stare parzialmente seduto durante l’esecuzione prevista per il prossimo 15 novembre.

McWeeney ha scritto che, anche se il condannato non ha avuto un apprezzabile aumento del ritmo cardiaco o respiratorio, durante la simulazione “…in base ai risultati di questa prova e tenendo conto dei suoi problemi polmonari e mentali, è ragionevole trovare per l’esecuzione una sistemazione che gli permetta di rimanere in una posizione semi-sdraiata.”

Il medico ha affermato che Campbell, di 69 anni, ha seri problemi ostruttivi cronici dei polmoni dovuti al fumo di due pacchetti di sigarette al giorno fino a quando ha smesso di fumare 9 anni fa.

Gli avvocati difensori fanno presente che Campbell fa uso di un deambulatore, defeca in una busta dopo aver subito una colostomia, ha bisogno di 4 interventi al giorno per aiutarlo nella respirazione e potrebbe avere un cancro ai polmoni.

I problemi di salute di Campbell “potrebbero creare la scena di un malato terminale, con lacci emostatici intorno a braccia e gambe, infilzato inutilmente”, ha dichiarato il 30 ottobre l’avvocato difensore David Stebbins.

Il Dipartimento di Riabilitazione e Correzione dell’Ohio (così si chiama il Dipartimento carcerario di uno stato che ha la pena di morte) ha affermato di aver “preso in considerazione le condizioni di Campbell nel pianificare la sua esecuzione.”

Fatto sta che l’Ohio nel 2009 tentò di uccidere con l’iniezione letale Romell Broom, senza riuscirci, ed è lo stato in cui si insite per rimettere a morte lo stesso Broom (1) 

È molto probabile che il 15 novembre Campebell venga ucciso. La sua richiesta di grazia è stata respinta dall’apposita commissione all’inizio di ottobre. Il Governatore repubblicano John Kasich, che ha risparmiato qualche condannato mentre ha negato la clemenza per altri, avrà l’ultima parola.

Il pubblico ministero della Contea di Franklin, Ron O’Brian, definisce Alva Campbell il “poster child” (caso emblematico) della pena capitale (Pupa)

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(1) V. n. 241.

 

 

8) EVITA LA PENA DI MORTE PERCHÈ NON L’AVREBBE VOLUTA LA SUA VITTIMA

 

Steven Murray, assassino del sacerdote Rene Robert, sarebbe stato sicuramente condannato a morte in Florida ma le pressioni della Chiesa Cattolica e un documento scritto in passato dal sacerdote gli hanno evitato  la condanna capitale.

 

Steven Murray, assassino di Rene Robert, sacerdote di 71 anni della chiesa Sant’Agostino nel nord est della Florida, il 18 ottobre ha ammesso la sua colpevolezza davanti ad una corte della Georgia e in cambio ha ricevuto una condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola.

L’ufficio del Procuratore aveva deciso di perseguire la condanna a morte di Murray e ora gli avvocati accusatori rifiutano di fare qualsiasi commento dimostrando la loro contrarietà per la ‘mite’ sentenza.

A risparmiare al vita di Steven Murray è servito l’intervento dei vescovi cattolici che hanno fatto presente che il prete assassinato ha lasciato scritto di non volere la pena di morte per i suoi eventuali assassini (1)

Un gruppo di preti insieme al vescovo di Sant’Agostino Felipe J. Estevez avevano pure organizzato una manifestazione in favore di Murray davanti al tribunale della Contea di Richmond in Georgia  presentando una petizione sottoscritta da 7400 persone.

Padre Rene Robert, molto amato nella sua comunità, dedicava il suo tempo ai giovani in difficoltà. Probabilmente è così che ha conosciuto Steven Murray, uomo dalla vita travagliata, maltrattato da un padre violento che lo indusse a delinquere in giovane età.

Il 10 aprile del 2016, Murray aveva convinto l’anziano sacerdote a condurlo a Jacksonville per far visita ai figli nonostante gli fosse stato vietato.

Padre Rene Robert partì con Steven Murray e non fu più visto in vita. Il suo corpo fu trovato in Georgia. 

Dopo una caccia all’uomo Murray fu catturato a Aiken nella Carolina del Sud e indotto ad indicare dove fosse il corpo del sacerdote. 

Padre Robert, dedito al soccorso dei diseredati, consapevole dei rischi che correva, circa vent’anni prima aveva fatto una dichiarazione scritta in cui affermava che nell’eventualità della sua uccisione fosse risparmiata la vita al suo assassino.

Grazie a questa dichiarazione e all’impegno dei sacerdoti della Diocesi di Sant’Agostino e dei suoi parrocchiani è stata evitata a Murray la condanna a morte.

Steven Murray che non aveva voluto riconoscersi formalmente colpevole, ha dovuto farlo per avere la condanna all’ergastolo invece della pena di morte.

“È una pena che si estende su un lunghissimo tempo, ma me la sono meritata. Padre Rene era un brav’uomo”, ha dichiarato Steven Murray all’Associated Press. (Pupa)

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(1) V. n. 234, Notiziario.

9) DECESSI NEL BRACCIO DELLA MORTE DELLA CALIFORNIA

 

Nel grande braccio della morte nel carcere di San Quentin in California muiono molti più condannati alla pena capitale per suicidio o per cause naturali, che per iniezione letale.

 

Nel carcere di San Quentin sono avvenuti due decessi nel giro di un mese, ma non in seguito ad esecuzione.

Il 56-enne Fernando Belmontes, uno dei 16 condannati a morte della California che avevano esaurito i loro appelli, tra i primi candidati all’iniezione letale alla ripresa delle esecuzioni, è morto in ospedale alle 3 di notte del 29 settembre scorso, dopo un malore improvviso. Belmontes era stato condannato a morte all’età di 20 anni per aver ucciso, colpendola ripetutamente con un manubrio da ginnastica, una diciannovenne durante una rapina. In precedenza era stato accusato di favoreggiamento in un omicidio e di aggressione nei riguardi della sua donna incinta. 

Belmontes aveva perso il suo ultimo appello nel 2010, dopo che la sua condanna a morte era stata annullata nel 2003 e poi ripristinata nel 2006.

Alle 17:43' del 1° novembre il 40-enne duplice omicida Emilio Manuel Avalos è stato trovato morto nella sua cella nel carcere di San Quentin. Avalos era arrivato a San Quentin il 5 marzo 2013, due settimane dopo essere stato condannato a morte per gli omicidi del marine 20-enne Henry Lozano, avvenuto nel 2001, e del 17-enne Jahi Collins, avvenuto in 1994. Avalos, un gangster, aveva anche ferito un amico di Collins lasciandolo paralizzato negli arti inferiori. Gli omicidi compiuti da Avalos rimasero insoluti fino al 2006 quando gli investigatori cominciarono a sospettare di lui.

La California ha ‘giustiziato’ 13 condannati dal 1978. L’ultimo di essi, messo a morte nel 2006, era il nostro amico nativo americano Clarence Ray Allen, conosciuto da tutti come Orso che Corre, 76-enne e quasi cieco! (v. articolo  Schegge di vita qui sotto). 

A fronte dei 13 'giustiziati', 25 condannati si sono suicidati e 85, tra cui il nostro corrispondente Fernando Eros Caro, sono morti per per malattia o per cause non ancora chiarite.

Nel braccio della morte di San Quentin rimangono 745 detenuti.

10) USA: CALA IL FAVORE PER LE PENA DI MORTE, SPECIE TRA I CONSERVATORI

 

Siamo convinti che il mondo sia in cammino - sia pur troppo lento - verso l'abolizione universale della pena di morte. I dati dimostrano che tale tendenza è in atto anche negli Stati Uniti d'America e anche tra i conservatori statunitensi tradizionalemente a favore della 'massima sanzione'.

 

Dall’ultima indagine della Gallup in materia – pubblicata il 26 ottobre - apprendiamo che il 55% degli adulti statunitensi sono a favore della pena capitale: il mimino da 45 anni a questa parte (1).

La diminuzione del favore per la pena capitale è stata molto forte tra i Repubblicani tra i quali ha subito un calo del 12% nell’ultimo anno. 

“I settori che si pensava fossero automaticamente a favore della pena capitale non sono più tali” ha osservato Robert Dunham dell’autorevole Death Penalty Information Center (2). “Attualmente circa 1/3 degli sponsor delle leggi abolizioniste sono repubblicani. E gli stati nei quali si verificano più attività abolizioniste sono stati repubblicani.”

Il giorno prima dell’uscita dei dati Gallup, l’associazione CCATDP (Conservatives Concerned About the Death Penalty - Conservatori Preoccupati per la Pena di Morte) ha pubblicato un rapporto da cui risulta il crescente interesse dei Repubblicani per l’abolizione della pena capitale (3).

“L’impegno attuale dei Repubblicani per mettere fine alla pena di morte è reale” ha dichiarato in conferenza stampa il 25 ottobre Mark Hyden, esponente della CCATDP. “È chiaramente una tendenza in aumento e credo che la crescente opposizione dei conservatori significhi che la pena di morte ha, in effetti, i giorni contati.”

Dal rapporto apprendiamo che gli errori giudiziari, gli alti costi della pena di morte e le preoccupazioni manifestate dal ‘movimento per la vita’ (4) sono le cause del cambiamento di posizione dei politici conservatori negli Stati Uniti. 

La CCATDP ha considerato le iniziative parlamentari dal 2000 in poi ed ha trovato più di 210 parlamentari repubblicani promotori di leggi abolizioniste in tale periodo.

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(1) V. http://news.gallup.com/poll/221030/death-penalty-support-lowest-1972.aspx  Ricordiamo che dalle indagini della Gallup emerge che l’approvazione per la pena di morte da parte dei cittadini USA raggiunse un picco del 68% di favorevoli all’inizio degli anni cinquanta quindi cominciò a diminuire fino ad arrivare al 42% di favorevoli nel 1966. Poi vi fu un graduale aumento ma l’impennata del favore per la pena capitale si ebbe negli anni novanta fino a raggiungere il massimo dell’80% di favorevoli nel 1994. Dopo quell’anno iniziò la diminuzione che è in atto tutt’ora.

(2) Tale organizzazione ha un sito molto ampio e accurato in cui si parla della attuale tendenza, v.  https://deathpenaltyinfo.org 

(3) Di cui al sito: https://conservativesconcerned.org

(4) Movimento che si oppone all’aborto.

11) LA TURCHIA CONTRO AMENSTY E I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

 

Sempre più convinti che l’establishment turco, e in particolare il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, compiano impunemente gravissime violazioni dei diritti umani (1), riportiamo ampi stralci di tre comunicati di Amnesty International che stigmatizzano il ‘processo spettacolo’ promosso in Turchia contro 11 difensori dei diritti umani, tra cui i maggiori esponenti di Amnesty International nel paese.

 

In un comunicato emesso da Amnesty International il 23 ottobre u. s. leggiamo: 

 

“All’inizio di due processi separati, che si celebrano a Istanbul e Smirne, Amnesty International ha dichiarato che le accuse di terrorismo fabbricate contro 11 difensori dei diritti umani, tra i quali la direttrice e il presidente della sezione turca dell’organizzazione per i diritti umani, non stanno minimamente in piedi. Per quelle accuse, gli 11 imputati rischiano fino a 15 anni di carcere. 

È stato chiaro sin dal momento dell’arresto che siamo di fronte a procedimenti di natura politica aventi l’obiettivo di ridurre al silenzio le voci critiche della Turchia”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa di Amnesty International. 

Dieci difensori dei diritti umani, tra i quali la direttrice di Amnesty International Turchia Idil Eser, sono stati arrestati il 5 luglio, un mese dopo l'arresto di Taner Kılıç, presidente dell'associazione. L’accusa nei loro confronti è di ‘appartenenza a un’organizzazione terroristica’. 

Le autorità turche hanno cercato di montare un caso contro gli 11 difensori dei diritti umani con accuse prive di sostanza e di fondamento. Tre mesi dopo l’arresto, la pubblica accusa non ha portato alcuna prova. Non ci dovrebbe volere neanche mezz’ora al giudice per archiviare tutto”, ha commentato Dalhuisen. 

Secondo l’accusa, normali attività in favore dei diritti umani - come candidarsi a un bando, chiedere il rilascio di insegnanti in sciopero della fame, o la richiesta di cessare la vendita di gas lacrimogeni - equivarrebbero ad appoggiare gruppi che praticano il terrorismo. 

Idil Eser avrebbe assistito tre organizzazioni terroristiche aventi ideologie diametralmente opposte. Alcune delle accuse rivolte contro Idil Eser si basano su due rapporti di Amnesty International diffusi prima che lei entrasse a far parte dell’associazione. 

Non sorprende che la pubblica accusa non sia riuscita a provare in alcun modo la tesi che il seminario di formazione che si stava svolgendo sull’isola di Büyükada, luogo degli arresti, fosse un “incontro segreto per preparare una rivolta simile a quella di Gezi Park” o che gli imputati stessero prendendo parte ad attività illegali. Amnesty International ha svolto una dettagliata analisi degli atti giudiziari, esaminando una per una le accuse nei confronti degli 11 imputati. 

Mentre 10 imputati compariranno in aula a Istanbul, il presidente di Amnesty International Turchia Taner Kılıç andrà a processo a Smirne con l’accusa di “appartenenza all’Organizzazione terroristica Fethullah Gülen”, per aver scaricato l'app di messaggistica ByLock con la quale gli aderenti del movimento diretto da Gülen erano soliti comunicare. Tuttavia, due perizie indipendenti commissionate da Amnesty International sono giunte alla conclusione che sul telefono di Taner Kılıç quell’app non è neanche mai stata installata. 

I processi iniziano mentre crescono le pressioni internazionali sulla Turchia affinché gli 11 difensori dei diritti umani siano rilasciati. Si sono espressi in questo senso, tra gli altri, il segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani e il presidente della Commissione diritti umani del Parlamento europeo Pier Antonio Panzeri. 

Del lungo elenco di governi, istituzioni e leader politici che hanno chiesto il rilascio degli 11 difensori dei diritti umani fanno parte la Commissione europea, il dipartimento di Stato degli USA, Angela Merkel e tutto il governo tedesco così come quelli di Austria, Belgio e Irlanda. […] ”

 

Nel comunicato pubblicato da Amnesty International tre giorni dopo - il 26 ottobre- leggiamo:

 

“Nella tarda serata del 25 ottobre un tribunale di Istanbul ha disposto il rilascio su cauzione di otto difensori dei diritti umani e il proseguimento del processo nei loro confronti

Finalmente, dopo quasi quattro mesi i nostri amici e colleghi possono tornare dai loro cari e dormire nei loro letti. Ma la gioia è rovinata dal fatto che il nostro presidente Taner Kılıç resta in carcere e affronta oggi a Smirne il suo processo”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. 

Questi procedimenti giudiziari politicamente motivati sono un tentativo di zittire le voci critiche della Turchia ma finora sono solo serviti a mettere in luce l’importanza dei diritti umani e di coloro che dedicano la loro vita a difenderli”, ha proseguito Shetty. 

Dopo il sospiro di sollievo della scorsa notte, oggi proseguiamo la nostra battaglia per assicurare che Taner, Idil e i loro colleghi siano prosciolti da queste accuse prive di fondamento. Non ci fermeremo fino a quando le accuse saranno annullate e tutti torneranno in libertà”, ha concluso Shetty […]”

 

In un successivo comunicato intitolato “Il presidente di Amnesty International Turchia rimane in carcere” -  emesso il nello stesso giorno, 26 ottobre - leggiamo:

 

A seguito della decisione di un tribunale di Smirne di non rimettere in libertà Taner Kılıç, presidente di Amnesty International Turchia, il segretario generale dell’organizzazione per i diritti umani, Salil Shetty, ha rilasciato la seguente dichiarazione: 

Nelle ultime 24 ore abbiamo visto all’opera in due modi opposti il volubile sistema giudiziario turco: a fronte di accuse in entrambi i casi infondate, con una mano ha ridato libertà mentre con l’altra l’ha tolta”. 

Il rilascio dei 10 difensori dei diritti umani di Istanbul della scorsa notte aveva ripristinato un minimo di fiducia nel sistema giudiziario della Turchia. Oggi, quella fiducia è svanita”. 

Le autorità turche hanno ripetutamente e pubblicamente presunto la colpevolezza di Taner Kılıç sulla base di insinuazioni e di accuse prive di sostanza. Continueremo senza sosta a chiedere il rilascio del nostro presidente e l’annullamento delle accuse nei confronti di tutti i difensori dei diritti umani in Turchia”. […]”

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(1) Sulle violazioni dei diritti umani in Turchia, sui comportamanti del presidente Erdogan, sulle richieste di ripristino della pena di morte da parte di costui, v. nn.: 230; 231; 232, Notiziario; 233; 235; 236; 238, 2 art. nel Notiziario.

12) PAPA FRANCESCO: LA PENA DI MORTE È CONTRARIA AL VANGELO

 

Papa Francesco è un vero e proprio attivista contro la pena di morte: non si limita a condannare un'istituzione "inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona"  ma invita ad aggiornare il Catechismo della Chiesa Cattolica  in materia, chiedendo anche scusa per le esecuzioni compiute nello Stato Pontificio.

 

Facendo seguito ai numerosi inequivocabili suoi interventi in materia (1), l’11 ottobre papa Francesco ha affermato con forza che la condanna alla pena capitale è “disumana e umilia la dignità personale” invitando ad aggiornare il Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alla pena di morte.

"Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore". Così ha detto papa Francesco, secondo cui "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". (2) 

Il Papa ha parlato nel corso dell’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione per il 25° anniversario della firma della costituzione apostolica Fidei Depositum da parte di San Giovanni Paolo II, testo che accompagnava l'uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica. Francesco nel suo discorso ha discusso - davanti ad un'ampia assemblea di cardinali, vescovi, preti, suore e ambasciatori di molti paesi - di “un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa cattolica uno spazio più adeguato e coerente. Penso, infatti, alla pena di morte", ha detto, una problematica che "non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana". 

"Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale - ha proseguito. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante".

Secondo Francesco, "mai nessun uomo, ‘neppure l'omicida perde la sua dignità personale’ (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015) (3), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità".

Il Papa ha ricordato che "nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell'applicazione della giustizia a cui doversi attenere".

"Purtroppo - ha riconosciuto – anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo". Tuttavia, ha aggiunto, "rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli".

“Non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell'insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole". 

Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, "richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità cristiana". "È necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona", ha concluso.

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(1) V. ad es. nn. 217, 220, 221, Notiziario, 224 (2) V.:  Il testo del discorso

(3) V. n. 221, Notiziario, con link al discorso papale

13) MOBILITAZIONI IN MOLTI PAESI NELLA GIORNATA DEL 10 OTTOBRE

 

Le iniziative contro la pena capitale assumono ogni anno particolare forza ed evidenza il 10 ottobre, Abolition Day, Giornata Mondiale per l'Abolizione della Pena di morte.

 

Il 10 ottobre di ogni anno a partire dal 2002 in tutto il mondo si celebra l'Abolition Day, Giornata Mondiale per l'Abolizione della Pena di Morte (1). Quest'anno abbiamo avuto notizia di molte iniziative in merito, grandi e piccole, a tutti i livelli e nei più disparati paesi del mondo: 

Il Consiglio d'Europa e l'Unione Europea hanno dichiarato il 10 ottobre "Giornata Europea Contro la Pena di Morte".

Sull'Iran gli abolizionisti hanno rinnovato le pressioni perché sia approvata la legge che esenta dalla pena capitale i colpevoli della maggior parte dei reati di droga, legge che dovrebbe salvare migliaia di condannati.

In Pakistan 15 o 20 attivisti della locale associazione per i diritti umani hanno manifestato presso il Club dei giornalisti a Lahore. 

Negli USA ci sono state mobilitazioni, specie dei Cattolici,  a livello nazionale e in California, Oklahoma, Texas...

Vi sono state mobilitazioni di varia portata in Australia, Bahrain, Indonesia, Italia, Iraq, Marocco, Santa Lucia, Uganda, Zambia, Zimbabwe...

Nei due articoli che seguono riportiamo due prese di posizione particolarmente importanti e significative.

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(1) Un'altra giornata mondiale contro la pena di morte, Città per la vita, si celebra il 30 novembre, anniversario della prima abolizione della pena capitale (Granducato di Toscana, 1786), soprattutto per iniziativa della Comunità di Sant'Egidio

 

 

14) LA PENA DI MORTE NON HA SENSO NEL 21-ESIMO SECOLO

 

Un Comunicato ufficiale delle Nazioni Unite emesso il 10 ottobre, Abolition Day, afferma che "la pena di morte non ha senso nel 21-esimo secolo".

 

Un Comunicato ufficiale delle Nazioni Unite emesso quest'anno nell'Abolition Day comincia con la frase: "La pena di morte non ha senso nel 21-esimo secolo".

Dal Comunicato apprendiamo che il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (1), il 10 ottobre ha affermato che la pena di morte serve poco per scoraggiare i crimini e aiutare le vittime, ed ha invitato tutti i paesi che praticano ancora la pena capitale a sospendere immediatamente le esecuzioni.

“La pena capitale non ha senso nel 21-esimo secolo ” ha sottolineato Guterres parlando a fianco di Andrew Gilmour, Assistente per i Diritti Umani del Segretario Generale, nel corso di un evento organizzato nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Antonio Guterres  ha osservato che fortunatamente all'incirca 170 stati nel mondo hanno  abolito o messo in moratoria la pena capitale – ultimamente il Gambia e il Madagascar – e le esecuzioni nel 2016 sono diminuite del 37%  rispetto al 2015,  e  solo 4 paesi si rendono responsabili dell’87% di tutte le esecuzioni.

Guterres ha detto che i paesi che proseguono con le esecuzioni stanno venendo meno ai loro obblighi internazionali in particolare riguardo alla trasparenza del loro operato e al progressivo adeguamento agli standard internazionali in materia dei diritti umani.

“Alcuni stati nascondono le esecuzioni e organizzano un complicato sistema di segretezza per non far sapere chi è nel braccio della morte e per quali ragioni,” ha aggiunto Guterres, sottolineando che la mancanza di trasparenza evidenzia il mancato rispetto per i diritti umani dei condannati a morte e delle loro famiglie e danneggia l’amministrazione della giustizia più in generale.

Concludendo le sue riflessioni il Segretario Generale ha esortato gli stati che hanno abolito la pena capitale ad appellarsi ai capi dei paesi che ancora ne fanno uso affinché “stabiliscano una moratoria ufficiale con l’intento di giungere quanto prima all'abolizione".

Inoltre il 10 ottobre a Ginevra l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per I Diritti Umani (OHCHR) ha sollecitato tutti i paesi a aumentare gli sforzi per abolire la pena di morte.

“Noi […] sollecitiamo tutti gli stati a ratificare il Secondo Protocollo opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici riguardante l'Abolizione della pena di morte (ICCPR),” ha detto Rupert Colville, portavoce dell'OHCHR, nel corso di un briefing alla stampa.

Il Secondo Protocollo opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici riguardante l’Abolizione della pena di morte, finora ratificato da 85 stati nel mondo, impone ai suoi partecipanti di non usare pena capitale. È il solo strumento legale nternazionale che ha per scopo l’abolizione di questa pratica.

“ [L'OHCHR] continua  a sostenere ogni sforzo in questa direzione,” ha concluso Colville. (Pupa)

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(1) Il portoghese Antonio Guterres  dal 1° gennaio 2017 succede a Ban Ki-moon (preceduto da Kofi Annan).

15) UNA PRATICA FUNESTA, INUMANA, DISCRIMINANTE NEI RIGUARDI DEI POVERI

 

Bill Richardson, già Governatore democratico abolizionista del New Mexico, ha fatto pubblicare una sua chiara e incisiva opinione contro la pena capitale, nella Giornata Mondiale Contro la Pena di morte, intitolata: "Pena di morte, una pratica funesta, inumana, discriminante nei riguardi dei poveri".

 

Celebriamo oggi 10 ottobre la 15-ma Giornata Mondiale Contro la Pena di morte. Al giorno d’oggi 105 paesi hanno abolito la pena capitale per qualsiasi reato. Negli scorsi 25 anni, 60 stati hanno abolito la pena di morte per tutti i reati e il numero di paesi che compiono esecuzioni si è ridotto a metà.  

Ma non è ancora abbastanza: i paesi più popolosi – Cina, India, Stati Uniti d’America e Indonesia – mantengono la pena di morte, come la Corea del Nord, l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Iraq, il Pakistan, la Malaysia e Singapore.

A circa la metà della popolazione mondiale che risiede in questi paesi non è garantito il diritto alla vita, così come prevede l’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Molte centinaia di esecuzioni vengono eseguite ogni anno e migliaia di persone ricevono una sentenza di morte.

Ma è ancora più preoccupante il fatto che la pena di morte è stata inflitta in modo arbitrario e discriminatorio ai poveri e agli emarginati nella società, come gli appartenenti alle minoranze e i lavoratori migranti.

Quando ero Governatore del New Mexico, ho cambiato posizione, all’inizio fui un sostenitore della pena capitale, ma ho cambiato idea quando mi sono reso conto di questo aspetto discriminatorio della pena di morte. Inoltre c’è sempre l’eventualità di giustiziare un innocente. Perciò nel 2009 io ho abolito la pena di morte nel New Mexico [v. n. 168]. Le mie convinzioni si sono ulteriormente rafforzate di fronte al fatto che, a partire dal 1973, 159 persone condannate a morte negli Stati Uniti sono state riconosciute innocenti.

Negli Stati Uniti, anche oggi, la maggior parte dei condannati a morte non può affrontare le spese per avere un avvocato di fiducia al processo e molti avvocati d’ufficio sono sovraccarichi di lavoro, sottopagati e mancano dell’esperienza necessaria per affrontare la difesa nei processi in cui pende una condanna a morte.

Inoltre I pubblici ministeri tendono a chiedere la condanna a morte più spesso quando le vittime sono bianche rispetto a quando le vittime sono Afro-Americane o persone di un’altra razza o gruppo etnico. Questi fattori hanno conferito arbitrarietà all’applicazione della pena di morte. In questo modo la pena capitale viola il diritto a un’uguale dignità e questa discriminazione li spinge verso una ulteriore marginalizzazione.

Questa discriminazione verso i poveri e le minoranze si verifica non solo negli Stati Uniti, ma in tutti i paesi che applicano la pena di morte. A causa delle disponibilità economiche più limitate, a causa della mancata conoscenza dei sistemi giuridici e dei propri diritti, a causa del minor sostegno ricevuto dalla difesa, a causa delle distorsioni nell’applicazione delle leggi da parte delle autorità, questi gruppi presentano un rischio più elevato di essere condannati a morte.

Circa il 75 % delle persone condannate a morte in India e il 90% in Malesia appartengono notoriamente ai gruppi economicamente più vulnerabili. In Arabia Saudita, Iran e Pakistan centinaia di persone vengono giustiziate ogni anno, la maggior parte delle quali povere o appartenenti a minoranze; inoltre preoccupa che in questi tre paesi si mettano a morte persone minorenni all’epoca dei crimini per i quali sono state condannate alla pena capitale.

In Cina il numero di esecuzioni effettuate è segreto di stato e stando a quel che si dice queste esecuzioni, che si teme siano migliaia, riguardano soprattutto coloro che appartengono a settori marginali della società, i lavoratori non specializzati, che hanno pochi mezzi per la difesa legale.

In Indonesia 13 delle 16 persone giustiziate negli ultimi 2 anni erano stranieri e ci sono dubbi sull’equità del processo in parecchi dei loro casi.

In base alla mia esperienza e ai miei convincimenti, condivisi dai miei colleghi appartenenti alla Commissione Internazionale contro la Pena di Morte (ICDP), la pena di morte non è la soluzione per por

fine alla criminalità. Essa è spesso controproducente in quanto acutizza povertà, discriminazioni, disuguaglianze, alimentando il circolo della violenza.

Il diritto alla vita è un diritto umano universale e la pena di morte non ha posto nel 21° secolo. 

Oggi, nella Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, sono incoraggiato dal fatto che oltre la metà dei paesi del mondo ha abolito la pena capitale perché ha riconosciuto che i moderni sistemi giudiziari possono proteggere il pubblico dalla criminalità senza l’irrevocabile e crudele pena di morte con il rischio costante di giustiziare degli innocenti.

Queste nazioni hanno riconosciuto che l’omicidio di stato è sbagliato e non costituisce un deterrente contro il crimine, più efficace di altre forme di punizione. Oggi io mi unisco all’ICDP e agli altri movimenti abolizionisti nell’impegnarmi a raggiungere un mondo libero dalla pena di morte, un mondo libero da questa pratica discriminatoria che è basata sulla vendetta e che aggrava il rischio sempre presente di emettere sentenze sbagliate.

Bill Richardson*

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*Bill Richardson, già Governatore democratico del New Mexico, è stato ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite e Ministro per l’Energia durante l’amministrazione Clinton. È stato anche membro della Camera dei Rappresentanti USA. Come diplomatico e inviato speciale, Richardson ha ricevuto quattro designazioni per il premio Nobel per la Pace e ha ottenuto il rilascio di ostaggi e funzionari americani in Corea del Nord, Cuba, Iraq e Sudan. (Trad. di Pupa)

16) SCHEGGE DI VITA recensione di Antonio Landino

 

Nel libro Racconti Yaqui e Memorie Cherokee, Fernando Eros Caro e Clarence Ray Allen, nativi americani condannati a morte in California, raccontano l’antica cultura degli indiani – un misto di spiritualità, amore per la natura e senso universale di fratellanza – narrando di cose che avvengono nel mondo libero, nella realtà e nella fantasia, allargandosi in grandi spazi, in una natura animata e incontaminata. Il libro, curato da Marco Cinque, è stato pubblicato in Italia dalle Edizioni Pellicano. 

 

Un libro, due storie quasi parallele. Fernando Eros Caro e Ray “Running Bear” Allen, storie di due uomini che non raccontano storie cruente… e ce ne sarebbero da raccontare, dato il posto da dove sono uscite; un luogo non territoriale ma spaziale (nel senso dell’Infinito), infinito come l’Attesa, che piega il Tempo ed allarga il vuoto che li circonda, travalicando il Tempo stesso.

Evasione in senso lato, Libertà come condizione mentale?

Con la coinvolgente introduzione di Red Eagle (al secolo, Marco Cinque) ed integrato da segnali cherokee (lingua autoctona che parla per disegni) e da un esaustivo alfabeto Yaqui, la lettura è scorrevole ed immersiva, coinvolgente e partecipativa, nel compendio che l’Orrore non si isoli e scenda nella coscienza collettiva, promuova relazioni e dibattiti e favorisca un cambiamento radicale… a fronte e di fronte a chi sta dall’altra parte delle sbarre.

Un libro tenue, ovattato, da assimilare e con-dividere, da restituire forse con una parte in meno, perché qualcosa rimane “dentro”… e ci piace pensare che sia il desiderio degli Autori, l’ultimo e per questo il più importante. Il ricordo è leggero, a volte quasi l’afflato di un respiro che diventa sospiro, ed il rimpianto è impalpabile, fresco e sottile come la pioggerellina delle grandi praterie da cui viene quasi evocato, come un rito ancestrale. Racconti Yaqui e memorie Cherokee come schegge di vita, eredità in diretta differita dal Braccio della Morte. Da un Tepee/sudario di cemento, questi Aedo del (nostro) tempo ci regalano il loro - più importante perché sanno quando finirà - e ci ospitano attorno al fuoco dell’Anima, regalandoci momenti di trasporto, tra reminiscenze e irrinunciabile antica fierezza, come quando Il Popolo degli Uomini non era ancora diventato Il Popolo dell’Autunno e non viveva in riserve o in prigionia. Gli autori diventano quindi narratori, cronisti del (proprio) tempo, immersi in un luogo geografico senza genius loci, dove il Rispetto, la saggezza, la profondità di pensiero ri-diventano palpabili in un estremo dono, forse l’unica/ultima fuga verso un Mondo che non è detto sia migliore del nostro, ma forse più giusto e libero; alla fine, sono fuggiti entrambi verso le Celesti Praterie dei loro avi, anche se in un modo diverso da quello

che anelavano, lasciandoci i loro ricordi di un futuro passato. La Libertà come destino, quindi, e forse anche come extrema ( e definitiva) ratio.

 

 

Titolo:   Racconti Yaqui e Memorie Cherokee  

Autori:  Fernando Eros Caro, Ray "Running Bear" Allen

Editore: Pellicano libri   ISBN:  978-88-99615-29-1 Prezzo: 12,00 euro   

Data di pubblicazione: Febbraio 2017

17) NOTIZIARIO

 

 

Myanmar. Crimini contro l'umanità nei riguardi della minoranza Rohingya. In un ampio rapporto diffuso il 17 ottobre (1), Amnesty International ha denunciato che in poche settimane oltre 530.000 uomini, donne e bambini rohingya sono fuggiti terrorizzati dallo stato di Rakhine a causa della campagna di omicidi, stupri e incendi di massa portata avanti dalle forze di sicurezza del Myanmar (ex Birmania) contro la popolazione rohingya in quanto tale a partire dal 25 agosto, quando un gruppo armato della minoranza rohingya attaccò circa 30 postazioni dell’esercito. “Nella loro campagna coordinata, le forze di sicurezza del Myanmar si stanno vendicando brutalmente nei confronti dell’intera popolazione rohingya dello stato di Rakhine, con l’evidente intento di cacciarla dal paese. Queste atrocità continuano ad alimentare la peggiore crisi regionale dei rifugiati da decenni a questa parte”, ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi. “Denunciare questi crimini efferati è il primo passo nella lunga strada verso la giustizia. I responsabili devono essere chiamati a rispondere. Le forze armate di Myanmar non possono semplicemente nascondere le loro gravi violazioni sotto il tappeto annunciando l’ennesima vergognosa indagine interna. Il comandante in capo, il generale Min Aung Hlaing, deve prendere misure immediate per fermare le atrocità delle sue truppe”, ha affermato Hassan. 

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(1) Il rapporto di Amnesty International “My world is finished: rohingya targeted in crimes against humanity in Myanmar” è disponibile online all'indirizzo:  http://www.amnesty.it/myanmar-da-amnesty-international-nuove-prove-sulla-sistematica-campagna-di-crimini-contro-lumanita-per-terrorizzare-e-costringere-alla-fuga-i-rohingya

 

Pakistan. Asia Bibi candidata al Premio Sakharov. Il 2 ottobre scorso il Parlamento Europeo ha presentato la lista dei candidati al Premio Sakharov per la Libertà di Pensiero. Fra questi candidati c’era Asia Bibi condannata a morte in Pakistan nel 2010 in base alla legge locale sulla blasfemia (1). La polacca Anna Fotyga, membro del gruppo conservatore ECR del Parlamento Europeo, parlando a Strasburgo durante l’incontro dei Comitati per gli Affari Esteri, per lo Sviluppo e per i Diritti Umani, ha detto che “il comportamento di Asia Bibi in carcere e la dignità che ha avuto in tutti questi anni sono la miglior prova della sua capacità di conservare la dignità di un difensore dei diritti umani affrontando il peggiore dei destini”. Asia (o Aasia) Bibi è detenuta da quasi 7 anni e il suo appello alla Corte Suprema del Pakistan è stato posposto a tempo indeterminato. Ricordiamo che lei fu condannata all’impiccagione con l’accusa di aver bestemmiato il nome di Maometto durante una lite con una donna musulmana. Molti sostengono che Asia sia del tutto innocente e che la legge sulla blasfemia in Pakistan sia abusata e utilizzata anche per vendette personali. C’erano altri 5 candidati al Premio Sakharov, oltre ad Asia, e il 26 ottobre il Premio è stato poi assegnato all’Opposizione Democratica del Venezuela, un gruppo di politici destituiti nel marzo scorso dalla Corte Suprema venezuelana con conseguenze drammatiche sui diritti umani della popolazione. 

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(1) Siamo tornati molte volte sulle vicende di Asia Bibi anche perché il suo caso si è intrecciato con quelli del Governatore del Punjab, Salman Taseer, che fu ucciso nel 2011 dopo aver preso le sue difese, e dell'assassino di Taseer, Mumtaz Qadri, messo a morte nonostante le proteste popolari il 29 febbraio 2016. Ed anche con quello del

cattolico Shahbaz Bhatti, Ministro per le minoranze, assassinato poco dopo Taseer per essersi espresso contro la condanna di Asia. Vedi n. 239 ed anche nn. 185, 187, 188, 208, 214, 217, 220, 223, 224, 226, 230, 239, 241.

 

Zimbabwe. 50 candidati al posto di boia. La Vice Ministra per la Giustizia dello Zimbabwe, Virginia Mabhiza, ha detto che verranno esaminate le domande pervenute in risposta ad un bando per coprire il posto di boia nel suo stato ma non ha specificato quando verrà coperto il posto vacante dal 2005. "La risposta è stata sovrabbondante sia da parte di uomini che di donne interessate al posto di boia. Abbiamo ricevuto oltre cinquanta domande negli ultimi mesi. La gente è veramente interessata", ha dichiarato il 16 ottobre la Mabhiza.  Il Vice Presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, ax Ministro della Giustizia, che scampò per poco al boia durante la lotta per la liberazione, ha detto che si opporrà con tutte le sue forze al ripristino della forca. Non si sa con esattezza quale sia la posizione del Presidente Robert Mugabe. Vi sono 92 detenuti nel braccio delle morte dello Zimbabwe.

 

 

 

Questo numero è aggiornato con le  informazioni disponibili fino al 3 novembre u. s.