FOGLIO DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  209 – Ottobre 2013

Sadegh Larijani capo del Potere giudiziario

SOMMARIO:

 

1) La salvezza per Warren Hill è ‘proceduralmente sbarrata’

2) La Florida uccide anche Marshall Lee Gore

3) Alireza, l’iraniano che sopravvisse alla sua impiccagione lenta

4) Datagate, gli Americani fanno le cose in grande

5) Privacy, una questione di democrazia planetaria

6) Obama è diverso da Bush in quanto a violazioni dei diritti?

7) I volontari che assistono i condannati a morte danno fastidio?

8) Amnesty nel giorno del naufragio di 500 migranti

9) Amnesty sul problema dell’emigrazione verso l’Europa

10) A Torino, insieme ad Amnesty, per la giornata mondiale

11) Giornata Mondiale: in Giappone una mostra su Norio Nagayama

12) Il Commissario Montalbano piace a Fernando

13) Notiziario

 

 

1) LA SALVEZZA PER WARREN HILL È ‘PROCEDURALMENTE SBARRATA’

 

Warren Hill, condannato a morte in Georgia, sarà ‘giustiziato’ anche se tutti e 7 i periti psichiatri che lo hanno esaminato sono concordi nel testimoniare che egli è un ritardato mentale.

 

Abbiamo seguito nei numeri precedenti la vicenda di Warren Hill, ritardato mentale condannato a morte in Georgia, il quale ha vissuto un terribile calvario attraverso numerose date di esecuzione (v. nn. 207, 208 e nn. ivi citati).

Ricordiamo che tre periti psichiatri nominati dall’accusa, i quali avevano testimoniato nel 2000 che Hill non era un ritardato mentale, quest’anno hanno corretto la loro diagnosi affermando che Hill è in effetti un ritardato mentale (1). 

Il 7 ottobre la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il direct appeal della difesa di Hill contro la decisione della Corte federale dell’Undicesimo circuito la quale, a maggioranza, aveva sentenziato che l’aggiornamento del caso di Hill è ‘proceduralmente sbarrato’, cioè che la normativa vigente non consente di prendere in considerazione le nuove testimonianze dei tre periti psichiatri.

“La Corte Suprema ha perso un’importante occasione di rafforzare la sua proibizione di giustiziare i disabili mentali ed ha rafforzato l’impressione che la Corte voglia consentire agli stati di scardinare una delle sue più importanti decisioni [quella 2002 che proibisce l’esecuzione di ritardati mentali,]” ha scritto Brian Evans di Amnesty International USA. “L’omissione di intervenire in questo e in altri casi è emblematica del suo fallimento nell’assicurare correttezza all’assurda pena di morte degli USA. Gli sbarramenti procedurali decisi dal Congresso e accettati dalle Corti hanno fatto sì che non possa essere fermata neanche un’esecuzione che viola chiaramente la Costituzione.”

Rosemary Barkett, giudice della Corte dell’Undicesimo Circuito, aveva scritto una vibrata opinione di dissenso dalla decisione della maggioranza: “L’idea che non sia permesso a questa corte di riconoscere che è stato commesso un errore è pressoché incredibile in un paese che si vanta di avere la quintessenza dei sistemi di giustizia e vorrebbe esportare nel mondo tale sistema di giustizia come modello di equità”.

Per Warren Hill non verrà  fissata a breve la data dell’esecuzione solo perché è pendente una sua contestazione della segretezza del protocollo per l’iniezione letale introdotto recentemente in Georgia (v. n. 207).

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(1) Affermazione che avevano già fatto i quattro periti nominati dalla difesa. 

 

 

2) LA FLORIDA UCCIDE ANCHE MARSHALL LEE GORE

 

In Florida prosegue la serie delle esecuzioni capitali, in un clima che è in perfetta sintonia con l’approvazione legge forcaiola denominata “Atto per la Giustizia Tempestiva” avvenuta quest’estate

 

Alle ore 18 del 1° ottobre scorso, il 50-enne Marshall Lee Gore è stato ucciso dallo stato della Florida.

La mattina di quel giorno Gore ha rifiutato di consumare l’ultimo pasto da lui stesso ordinato (una  pizza) ed ha soltanto bevuto una Coca Cola. Nel pomeriggio ha incontrato il suo avvocato e il suo assistente spirituale (nessun familiare è andato a trovarlo) dopo di che è stato scortato nella camera della morte.

Gore, maniaco sessuale e delinquente cronico, era stato condannato a morte per duplice omicidio 25 anni fa. Molti ricorsi basati sull’infermità mentale sono stati respinti ed è stato fissato ripetutamente per lui l’appuntamento con il boia. 

L’esecuzione per Marshall Gore era stata già ordinata dal governatore Rick Scott per il 24 giugno, ma, un’ora prima del momento fatidico, una corte federale aveva sospeso la procedura. La stessa corte ci ha ripensato dopo solo 3 giorni, consentendo di fissare un’altra data per il 10 luglio. Un giudice aveva di nuovo annullato l’ordine di esecuzione, facendo poi marcia indietro e permettendo infine al governatore di firmarne un altro per il 1° ottobre.

Al termine di un vero e proprio “tunnel della tortura psicologica”, Marshall Lee Gore, strettamente legato al lettino della sua morte, tremante di paura, con gli occhi serrati, non ha rilasciato alcuna dichiarazione finale.

Poco prima la portavoce dell’amministrazione carceraria, Jessica Cary, aveva assicurato: “Il suo comportamento è calmo e cordiale”.

Gli avvocati di Gore hanno sempre sostenuto che Marshall era malato di mente e che la sua esecuzione avrebbe violato il divieto costituzionale di eseguire punizioni crudeli e inusuali. In alcuni documenti processuali da lui stesso redatti, Gore dichiarò che sarebbe stato giustiziato per effettuare un “sacrificio umano” e perché un senatore (di cui non fece il nome) potesse così espiantargli gli occhi. L’accusa ha sostenuto che il condannato fingeva di essere un malato di mente per evitare il boia.

D’altra parte il caso di Gore era meno ‘forte’ di quello di John Errol Ferguson, diagnosticato ripetutamente nel corso degli anni come schizofrenico (riteneva di essere il “principe di Dio”), e pure ‘giustiziato’ in Florida il 5 agosto (v. n. 207).

La vicenda di Marshall Lee Gore conferma, se ce ne fosse bisogno, l’intenzione del Governatore della Florida Rick Scott e del suo assistente legale Peter Antonacci di ottenere al più presto l’esecuzione del maggior numero possibile di condannati a morte (v. nn. 205, 206).

L’esecuzione successiva a quella di Gore si è verificata in Florida il 15 ottobre, quando è stato messo a morte William Frederick Happ. La sua uccisione è servita anche per sperimentare un nuovo farmaco, il Midazolam. Tale sostanza, un anestetico più facilmente reperibile del pentobarbitale, è stata seguita dalle altre due sostanze destinate a fermare la respirazione e a bloccare il cuore. A detta dell’amministrazione carceraria, Happ è morto ‘regolarmente’. Ma ci ha messo ben 16 minuti a morire. (Grazia)

 

 

3) ALIREZA, L’IRANIANO CHE SOPRAVVISSE ALLA SUA IMPICCAGIONE LENTA

 

Alireza M. il 9 ottobre è rimasto impiccato ad una gru in un carcere dell’Iran senza poter respirare per 12 minuti. È stato dichiarato morto ma è ancora vivo. Lo volevano impiccare una seconda volta.

 

Il 22 ottobre una dichiarazione del Ministro della Giustizia Mostafa Pour-Mohammadi ha posto fine ad un serrato dibattito tra giuristi e chierici iraniani in merito alla necessità di impiccare di nuovo un uomo di 37 anni, identificato come Alireza M., che il 9 ottobre, pur dichiarato morto, sopravvisse alla sua esecuzione.

È stato Pour-Mohammadi ad annunciare che il condannato non sarebbe stato impiccato di nuovo. “Non sarebbe conveniente [all’immagine del paese],” ha detto. Ma sappiamo che la decisione in merito è stata presa dal capo del Potere giudiziario Ayatollah Sadeq Larijani cui erano pervenuti numerosi appelli in favore di Alizera M., sia dall’interno che dall’estero.

In un primo tempo i giudici avevano precisato che Alireza, sarebbe salito di nuovo sulla forca  “una volta che l’equipe medica avrà confermato che le sue condizioni di salute siano sufficientemente buone”.

“L’orrenda prospettiva che quest’uomo affronti una seconda impiccagione, dopo essere passato già una volta per tutto il suo supplizio, sottolinea la crudeltà e l’inumanità della pena di morte,” aveva dichiarato Philip Luther, di Amnesty International.

Alizera M., condannato a morte per spaccio di droga, era stato sottoposto ad impiccagione lenta mediante sospensione per 12 minuti ad una gru nel carcere di Bojnourd nel nord-est dell’Iran. La sua ‘salma’ chiusa in un sacco di plastica era stata trasportata in una camera refrigerata. Il rapporto sulla sua esecuzione era stato redatto e firmato.

Il giorno dopo, poco prima di restituire Alireza alla due giovanissime figlie, un addetto alla morgue si è accorto che il sacco in cui era rinchiuso risultava appannato e che il condannato respirava.

Portato all’ospedale, Alireza M. è stato sottoposto alle cure del caso.

Alcuni giorni dopo si è diffusa la voce che egli si stava rapidamente riprendendo, seguita da una voce di segno opposto: il condannato era in coma in condizioni quasi disperate. Probabilmente è vera la seconda evenienza ma – fino al momento di chiudere il presente articolo a fine ottobre – non è arrivata la notizia del suo decesso.

Per quanto riguarda la situazione iraniana, dobbiamo purtroppo dire che l’Iran procede con velocità impressionante con le esecuzioni: ne sono state contate da Human Rights Watch ben 508 nel corso di quest’anno.

Le speranze che il nuovo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, il moderato Hassan Rowhani, potesse intervenire per porre un freno a questo enorme orrendo massacro (v. n. 206, Notiziario) sono state, almeno fino ad ora, del tutto deluse.

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(1) In merito alle esecuzioni ‘mal riuscite’ vedi ad es. il primo articolo del n. 172. L’articolo parla anche del nero Willie Francis, minorenne all’epoca del delitto a lui contestato, che il 9 maggio 1947 subì per la seconda volta a distanza di un anno il supplizio della sedia elettrica.

 

 

4) DATAGATE, GLI AMERICANI FANNO LE COSE IN GRANDE

 

I grandi mezzi di informazione si sono accorti della spropositata attività di spionaggio delle comunicazioni mondiali effettuata dal governo americano. Obama, contestato dai leader dei paesi alleati degli Usa, ha promesso un revisione del sistema di raccolta dei dati da parte dell’intelligence

 

Infine i grandi mezzi di informazione si sono accorti delle reali dimensioni del fenomeno dello spionaggio delle comunicazioni mondiali effettuato dal governo americano. 

Gli osservatori più attenti si erano man mano resi conto di questo fenomeno in seguito alle rivelazioni fatte da Edgard J. Snowden, il giovane ex analista della N. S. A. (Agenzia statunitense per la Sicurezza Nazionale) rifugiatosi in Russia (v. n. 207). Snowden nel corso dell’anno ha progressivamente fatto filtrare attraverso il quotidiano inglese Guardian l’esistenza di uno smisurato, quasi inimmaginabile, programma di spionaggio (a puro titolo di esempio: furono raccolti dagli Americani 70 milioni di dati sulle comunicazioni telefoniche francesi in 30 giorni a partire dalla fine dell’anno scorso).

Nella seconda parte del mese di ottobre lo scandalo del “Datagate” (così è stato battezzato lo spionaggio Usa delle comunicazioni) ha raggiunto l’acme e conquistato le prime pagine dei giornali e i titoli di testa dei telegiornali in Europa e negli Stati Uniti.

Ormai queste cose ci sono state dette e ripetute dai media tante volte, che qui non vogliamo dilungarci su tale gravissima violazione del diritto fondamentale alla riservatezza.

A quanto abbiamo riferito nei numeri precedenti, aggiungiamo solo che si è saputo dell’ascolto delle comunicazioni private di 35 tra i maggiori leader politici e militari mondiali. E che gli Americani temono che Snowden possa rivelare le attività di spionaggio compiute dagli Usa in collaborazione con paesi ‘alleati’ nei riguardi di paesi ‘avversari’ tipo Iran, Russia e Cina.

Perfino il leggendario telefonino personale di Angela Merkel, che la Prima signora tedesca utilizza in continuazione, per SMS e comunicazioni a voce, in pubblico e in privato, è stato attentamente sorvegliato. Angela Merkel si è molto arrabbiata come aveva fatto la Prima signora brasiliana Dilma Rousseff (v. n. 208, Notiziario).

Arrivando alla riunione dei leader dell’Unione Europea tenutasi a Bruxelles il 24 ottobre, Angela Merkel ha reso noto di aver “ripetutamente chiarito al Presidente americano che lo spionaggio tra amici non va assolutamente bene. Gliel’ho detto in giugno quando lui venne a Berlino, e anche in luglio, e anche ieri con una telefonata.” La Merkel ha aggiunto: “Abbiamo bisogno di fiducia tra alleati e partner. Ora tale fiducia deve essere ricostruita daccapo”.

In quella occasione aveva protestato anche il nostro capo di governo, Enrico Letta: “Non è affatto concepibile che si possa accettare un’attività di questo tipo.”

Fortemente irritato, il parlamentare europeo tedesco Martin Schulz ha definito i servizi segreti statunitensi ‘fuori controllo’. Schulz ha interpellato in merito l’ambasciatore americano presso l’Unione Europea senza avere alcuna risposta. Dopo di ciò Martin Schulz ha ventilato la possibilità di ritorsioni, come la sospensione dei negoziati per il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP).

In tutto ciò, sembra che al presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, principale responsabile del deprecabile fenomeno, sia stato consigliato di tenere un basso, anzi un bassissimo, profilo. Jay Carney, portavoce della Casa Bianca, ha semplicemente riferito che “il presidente Obama comprende le preoccupazioni sollevate” sul Datagate e per questo ha iniziato “una revisione del sistema di raccolta dei dati da parte dell’intelligence. Una revisione che è in corso”.

 

 

5) PRIVACY, UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA PLANETARIA

 

Invece di un nostro commento, riportiamo un ampio stralcio del magistrale articolo in merito allo spionaggio delle comunicazioni, scritto da Stefano Rodotà e apparso su la Repubblica del 26 u. s.

 

Chi aveva decretato la fine dell’età dei diritti, oggi dovrebbe riflettere sul fatto che la prima, vera crisi tra Stati Uniti e Unione europea si è aperta proprio intorno alle violazioni di un diritto fondamentale - quello alla privacy.

Ed è una crisi che mostra con chiarezza che cosa significhi in concreto la globalizzazione, quali siano i limiti della sovranità nazionale, di quale portata siano ormai le sfide rivolte alla democrazia attraverso diverse negazioni di diritti.

L’Europa reagisce, ma non è innocente. Non si può dire che questa sia una sorpresa, una vicenda imprevedibile, se non per la dimensione del fenomeno. Fin dai giorni successivi all’11 settembre, era chiaro che la strada imboccata dall’amministrazione americana andava verso l’estensione delle raccolte di informazioni personali, la cancellazione delle garanzie per i cittadini di paesi diversi dagli Stati Uniti, l’accesso alle banche dati private. Vi è stata una colpevole sottovalutazione di queste dinamiche e sono rimaste inascoltate le sollecitazioni di chi riteneva indispensabile un cambio di passo nelle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti, per impedire che sul mondo si abbattesse il ‘digital tsunami’ poi […] provvidenzialmente rivelato da Edward Snowden.

[…] La gigantesca caccia alle informazioni non aveva come fine la sola lotta al terrorismo. Altrimenti non si sarebbero intercettate le comunicazioni di capi di Stato o di governo. […] I dati raccolti servivano per conoscere strategie politiche ed economiche, per dare alle imprese americane un di più di informazioni per renderle più competitive rispetto a quelle europee.

[…] Siamo dunque di fronte ad una vera questione di democrazia planetaria, che nessuno Stato può pensare di affrontare da solo, sulla spinta di risentimenti nazionali o personali. Angela Merkel usa parole dure, Enrico Letta invoca verità, François Hollande protesta. Ma loro sono governanti della regione del mondo dove la tutela dei dati personali ha trovato la tutela più intensa, considerata come diritto fondamentale dall’articolo 8 della Carta dei diritti dell’Unione europea. Essi hanno l’obbligo e l’occasione per aprire una fase in cui la tutela dei diritti fondamentali sia adeguata alle nuove sfide tecnologhe, che si traducono in una offerta crescente di strumenti utilizzabili proprio per violare quei diritti.

Di fronte al Datagate non bastano fiere dichiarazioni di buone intenzioni, e quindi non ci si può appagare delle parole di chi, dagli Stati Uniti, promette misure in grado di “bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle della privacy”. [..]

Alcuni punti fermi […] vanno stabiliti subito. Accelerare le nuove normative europee sulla privacy con un rifiuto netto delle pressioni americane. Rendere effettiva la linea indicata dalla risoluzione del Parlamento europeo che ha chiesto di sospendere l’accordo che prevede la trasmissione agli Stati Uniti di dati bancari di cittadini europei per la lotta al terrorismo, già per sé inadeguato per la debolezza con la quale l’Unione concluse quell’accordo. […] bisogna cominciare ad opporre una politica dei diritti altrettanto globale. Questa strategia più larga può incontrare l’opinione pubblica americana, dove già le associazioni per i diritti civili avevano avviato azioni giudiziarie e ora vi sono esplicite e diffuse manifestazioni di dissenso. Lì è vivo il ‘paradosso Snowden’, con l’evidente contraddizione legata alla volontà di perseguire proprio la persona che ha svelato le pratiche oggi ufficialmente ritenute illegittime. […]

Bisogna ricordare che la morte della privacy, troppe volte certificata, è una costruzione sociale che serve alle agenzie per la sicurezza ad affermare il loro diritto di violare la sfera privata, visto che ad essa non corrisponde più alcun diritto. […] Bisogna seguire la tecnologia e mettere a punto regole nuove per la tutela della privacy, com’è accaduto in passato, e con una nuova determinazione, dettata proprio dalla gravità  degli ultimi fatti. Ma bisogna pure chiedersi se gli Stati, che oggi virtuosamente protestano contro gli Stati Uniti, hanno le carte in regola per quanto riguarda la tutela dei dati dei loro cittadini.”

Se la posta in gioco è la democrazia, né cedimenti, né convenienze sono ammissibili.

 

 

6) OBAMA È DIVERSO DA BUSH IN QUANTO A VIOLAZIONI DEI DIRITTI?

 

Due azioni di commandos statunitensi ci fanno riflettere sul fatto che il premio Nobel per la pace Barack Obama, se non ha sulla coscienza l’immane bagno di sangue della guerra in Iraq, in quanto al rispetto dei diritti individuali e nazionali forse non differisce molto dal suo predecessore.

 

I media americani hanno riportato con grande rilievo, ma in maniera lacunosa, due operazioni ‘antiterrorismo’ eseguite da commandos statunitensi in Libia e in  Somalia all’alba del 5 ottobre.

Sembra che soltanto l’operazione libica abbia avuto un risultato ben definito. Il raid effettuato da forze speciali della Marina in Somalia, nella cittadina costiera di Baraawe vicina a Mogadiscio, è durato oltre un’ora con sparatorie e l’intervento di elicotteri. Ma sembra che la personalità del gruppo armato Shabab (di cui non è stata rivelata l’identità) che si voleva catturare o uccidere non fosse presente, o comunque, non sia stata presa.

Il raid compiuto in Libia da militari (assistiti da agenti dell’FBI e della CIA) scesi da tre veicoli terrestri ha invece portato al rapimento in strada a Tripoli dell’esponente di al-Qaeda Nazih Abdul-Hamed al-Ruqai, che assunse il nome di battaglia “Abu Anas al-Libi” (Abu Anas, il libico). Al-Libi è stato preso mentre parcheggiava la propria auto sotto casa dopo aver partecipato alla preghiera musulmana dell’alba. Su di lui dal 2000 pende l’accusa di aver collaborato agli attacchi del 1998 contro le ambasciate americane in Tanzania e in Kenya in cui morirono 224 persone, tra cui 12 Americani. Al-Libi ha ora 49 anni e sembra non fosse granché attivo come militante né implicato in attacchi recenti.

In coincidenza con la cattura di al-Libi si è svolto un misterioso conflitto ad un checkpoint a Sud-est di Tripoli. Il colonnello Ali Sheikhi, portavoce dell’esercito libico, ha dichiarato che cinque veicoli carichi di uomini mascherati si sono avvicinati al checkpoint. Gli uomini a bordo hanno tirato fuori all’improvviso le armi e  aperto il fuoco contro il posto di blocco uccidendo 15 militari libici. Si sospetta che l’episodio sia collegato alla cattura di Abu Anas al-Libi o al suo trasferimento al di fuori della Libia.

Gli Americani hanno fatto sapere che Abu Anas al-Libi è stato subito portato fuori dalla Libia e viene interrogato in una località segreta senza godere di alcuna garanzia giudiziaria, tipo le protezioni Miranda e l’assistenza di legali.

Il Parlamento e il Governo della Libia hanno protestato vibratamente nei riguardi degli Stati Uniti per l’operazione militare portata a termine in territorio libico senza alcuna autorizzazione.

Sembra che le operazioni del 5 ottobre siano state programmate dopo il terribile attacco terroristico contro il centro commerciale Westgate Mall a Nairobi in Kenia che due settimane prima, nel corso di un assedio durato oltre tre giorni a partire dal 21 settembre, aveva causato più di 70 vittime.

Secondo una procedura elaborata dall’amministrazione Obama, gli interrogatori dei detenuti di “alto valore” vengono ora effettuati da un Gruppo ad hoc formato, tra gli altri, da agenti del Pentagono, dell’FBI e della CIA. Tale gruppo starebbe attualmente estraendo da al-Libi le informazioni ritenute importanti riguardo alla sua eventuale connessione con la rete terroristica facente capo ad Ayman al-Zawahiri, considerato successore di Osama bin Laden.

In un futuro processo, nessuna sua confessione fatta in tali condizioni potrà essere usata contro di lui o portata a conoscenza degli accusatori, dal momento che gli sono state negate le garanzie Miranda contro l’autoincriminazione. Si prevede che ad un certo momento al-Libi verrà consegnato al Dipartimento di Giustizia degli USA, gli verranno letti i suoi diritti e verrà daccapo interrogato da agenti dell’FBI diversi da quelli che lo avranno interrogato senza garanzie. Il “gruppo pulito” potrà ottenere le informazioni da usare al processo contro di lui.

“Sappiamo che al-Libi ha programmato e aiutato ad eseguire complotti che hanno ucciso centinaia di persone”, ha dichiarato il Presidente Barack Obama in conferenza stampa l’8 ottobre. “Abbiamo forti prove di ciò ed egli verrà assicurato alla giustizia”.

Il capo dei pubblici difensori federali di Manhattan, David E. Patton, aveva chiesto al competente giudice federale di ordinare l’immediata consegna alla corte di al-Libi. “Non mi risulta che ci sia alcuna base legale per il rinvio della sua comparizione e della nomina di un avvocato difensore”, aveva scritto al giudice distrettuale federale Lewis Kaplan.

Alcuni parlamentari repubblicani hanno criticato Obama per il trasferimento di al-Libi in un luogo segreto, chiedendo che egli venisse portato nella prigione militare di Guantanamo Bay e lì interrogato. “Ritengo che la cosa più responsabile da fare sia di detenere al-Libi come ‘nemico combattente’ a Guantanamo allo scopo di raccogliere intelligence da lui”, ha proposto in un tweet il Senatore Lindsey O. Graham.

 


7) I VOLONTARI CHE ASSISTONO I CONDANNATI A MORTE DANNO FASTIDIO?

 

Per come vengono trattati, sembra che i volontari che assistono i condannati a morte siano mal sopportati dal personale carcerario. Sintomatico è un fatto accaduto quest’estate in Texas.

 

Dale Recinella, il nostro amico cappellano laico nel braccio della morte della Florida, ha narrato nel suo libro “Nel braccio della morte” come, con un pretesto assurdo, l’amministrazione carceraria abbia cercato di vietargli l’accesso alla prigione e l’assistenza ai condannati. Dopo quella brutta esperienza, egli si attiene rigorosamente alle regole imposte ai cappellani (come quella di non aver alcun contatto con gli amici o i familiari dei condannati), per timore di essere bandito definitivamente dal suo ministero di volontariato.

Ad alcune persone i timori di Dale sono sembrati esagerati. In realtà non lo sono poi tanto… Ce lo conferma la vicenda di Michael Denson, cappellano laico nel braccio della morte del Texas, al quale è stato vietato in via definitiva di far visita ai condannati della Polunsky Unit. Il motivo? Ha protestato perché sua figlia sedicenne, in visita insieme a lui il 20 luglio u. s., ha dovuto spogliarsi ed essere perquisita senza reggiseno, mentre altre ragazze, in coda per la visita ai detenuti, sono state fatte passare senza subire alcuna perquisizione personale nonostante il metal detector avesse suonato quando l’hanno attraversato.   

Michael Denson ha scritto al professor Rick Halperin (il leggendario abolizionista texano che diffonde nel mondo via Internet un’enorme mole di notizie riguardanti la pena di morte) raccontando ciò che gli è successo per mettere in guardia, attraverso di lui,  altri volontari. Michael dichiara di aver fatto visita ai condannati per oltre 20 anni e di non aver mai alzato la voce, e di non essersi mai lamentato per qualsiasi motivo. La vicenda di Denson, quindi, confermerebbe che alle amministrazioni carcerarie statunitensi dà veramente molto fastidio la presenza di assistenti spirituali che siano contrari alla pena di morte. (Grazia)

 

 

8) AMNESTY NEL GIORNO DEL NAUFRAGIO DI 500 MIGRANTI

 

Riprendiamo parte di un comunicato di Amnesty International emesso il 3 ottobre, il giorno in cui una piccola imbarcazione di migranti con circa 500 persone a bordo si è incendiata ed è affondata nei pressi dell’isola di Lampedusa, facendo 366 vittime, tra uomini, donne e bambini. Amnesty sostiene giustamente che - invece di contrastare l’immigrazione che avviene attraverso il Mediterraneo - l’Italia e l’Europa dovrebbero rafforzare la loro capacità di soccorso in mare.

 

La barca, che secondo quanto riferito proveniva dalla Libia, apparentemente trasportava più di 500 migranti originari per lo più da Eritrea e Somalia, quando ha preso fuoco ed è affondata al largo dell’isola italiana di Lampedusa. Circa 120 persone sono state tratte in salvo e più di 100 corpi sono stati finora portati a riva. Molti altri risultano ancora dispersi.

‘Le acque intorno alla piccola isola di Lampedusa si sono ancora una volta trasformate in un cimitero per migranti. Questi eventi tristi continuano a ripetersi mentre migliaia di persone intraprendono il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo per cercare protezione o una vita migliore’ - ha detto Jezerca Tigani, vicedirettrice del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.

È ora che le autorità italiane e l’Unione europea intensifichino la loro capacità di ricerca e soccorso e la cooperazione nel Mediterraneo, piuttosto che concentrare le risorse sulla chiusura delle frontiere. Occorre fare di più per prevenire ulteriori perdite di vite in futuro’.

I sopravvissuti hanno descritto il calvario orribile che hanno sopportato in quest’ultima tragedia: cadaveri galleggianti in acqua, mentre gli equipaggi delle navi da pesca cercavano freneticamente di salvare vite.

Un’altra imbarcazione con oltre 460 migranti è giunta a Lampedusa poco prima del naufragio di oggi. Le persone a bordo sono ora alloggiate presso il centro per migranti dell’isola, che attualmente ospita circa 700 persone.

Questo è il secondo naufragio di un’imbarcazione di migranti al largo delle coste italiane questa settimana. […]”

 

 

9) AMNESTY SUL PROBLEMA DELL’EMIGRAZIONE VERSO L’EUROPA

 

In vista della riunione del Consiglio Giustizia e Affari Interni e della visita del Presidente della Commissione Europea Barroso a Lampedusa, Amnesty International ha chiesto all’Unione europea (Ue) e ai governi degli stati membri di agire in modo determinato per prevenire ulteriori perdite di vite umane nel Mediterraneo e proteggere i diritti umani di migranti e rifugiati. L’8 ottobre, giorno precedente alla visita, Amnesty International ha reso note le seguenti richieste.

 

Gli stati devono rapidamente approvare […] nuove regole, in modo da porre in essere modalità di soccorso efficaci e coordinate a livello dell’Ue e garantire che tali operazioni siano condotte pienamente in linea con le norme e gli standard del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, così come degli obblighi di diritto marittimo.

[…] L’Ue e i paesi europei stanno cooperando con paesi terzi in materia di controllo dell’immigrazione, chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani subite in quei paesi da migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Nonostante le prove disponibili a riguardo, l’Ue e stati membri come l’Italia stanno cooperando con la Libia per contrastare i flussi migratori verso l’Europa. Amnesty International ha ripetutamente sollecitato l’Ue e gli stati membri a non cooperare con la Libia in materia d’immigrazione fino a quando questo paese non avrà dimostrato di rispettare i diritti umani di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, istituendo anche un sistema adeguato per esaminare le richieste d’asilo.

[…] Occorre creare vie sicure d’accesso all’Europa, attraverso programmi significativi di reinsediamento, di ammissione umanitaria e di abolizione delle restrizioni ai visti per i rifugiati. L’Ue non sta assumendo la sua giusta parte di responsabilità verso i rifugiati nel mondo. […]

 

 

10) A TORINO, INSIEME AD AMNESTY, PER LA GIORNATA MONDIALE

 

In occasione dell’Undicesima Giornata Mondiale contro la Pena di Morte (*), presso l’Hub Multiculturale Cecchi Point di Torino (**), il 12 ottobre si è svolta una manifestazione abolizionista con l’intervento di diversi relatori. Maria Grazia Guaschino, la nostra vice presidente, vi ha partecipato e ora ci racconta come è andata.

 

La conferenza è andata ottimamente anche se eravamo meno del previsto a causa di una manifestazione in centro (una marcia di protesta contro l’immigrazione da parte dei leghisti, osteggiata, anche con scontri, da due manifestazioni di segno opposto...) che ha bloccato il traffico per ore.

Ha parlato benissimo Roberto Decio del Coordinamento Pena di Morte di Amnesty, venuto da Milano. Ha esposto dati e cifre, ha raccontato la storia di Amnesty International e illustrato il problema della pena di morte e i motivi per cui è da abolire.

Poi è stato proiettato il filmato “Non vale la pena”, davvero ben fatto e impressionante.

Dopo il film, Silvia Cantoni, docente di Diritto Internazionale, ha spiegato perché la questione della pena di morte supera il diritto nazionale e non è lecito per un governo fare quel che vuole di un essere umano all’interno del proprio paese.

Infine ha parlato io per il Comitato Paul Rougeau impostando il discorso principalmente sul piano umano, etico e di immedesimazione. Ho letto (traducendole) alcune parti di un protocollo per l’esecuzione vigente negli Stati Uniti, inorridendo le persone presenti.

Il tutto si è concluso con un’apricena con cibo ottimo e abbondante preparato dai detenuti delle Vallette.

Ho raccolto 5 nuovi indirizzi e-mail di persone simpatizzanti del Comitato che vogliono ricevere il nostro Foglio di Collegamento.

Sono soddisfatta, anche per il consolidamento del rapporto molto positivo che si è  instaurato con i giovani di Amnesty International qui a Torino.

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(*) Dal 2003 ogni anno la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte invita le organizzazioni non governative, gli attivisti e le organizzazioni abolizioniste di tutto il mondo a mobilitarsi concordemente nei giorni intorno al 10 ottobre, denominata Giornata Mondiale contro la pena di Morte. Quest’anno il tema affrontato con particolare impegno è stato quello dell’abolizione della pena di morte nei paesi caraibici.  È stato scelto questo tema perché lo sforzo della comunità internazionale per ottenere l’abolizione nei Caraibi è diminuito negli ultimi anni in quanto in quest’area non si compiono più esecuzioni: gli USA sono ormai rimasti l’unico paese a eseguire sentenze capitali nella regione delle Americhe, con l’eccezione di un’esecuzione avvenuta a Saint Kitts e Nevis nel 2008.

(**) Vedi:  Volantino PdM - Non vale la pena.jpg

 

 

11) GIORNATA MONDIALE: IN GIAPPONE UNA MOSTRA SU NORIO NAGAYAMA

 

Norio Nagayama era diventato uno scrittore di fama mondiale, in cui non si riconosceva il 19-enne omicida che fu condannato a morte trent’anni prima, ciononostante fu impiccato a Tokio nel 1997.

 

Una delegazione dell’Unione Europea ha allestito, nella sua sede di Tokio, una mostra di documenti riguardanti lo scrittore giapponese Norio Nagayama,  condannato a morte e impiccato oltre 15 anni fa.

La mostra è rimasta aperta per 8 giorni, a partire dal 10 ottobre, Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, stimolando il dibattito e la riflessione sul problema della pena capitale.

Nagayama, maltrattato e trascurato nell’infanzia, uccise 4 persone nel 1968 all’età di 19 anni. Successivamente, in carcere e condannato a morte, dopo lunghi appassionati studi, divenne un celebre scrittore e ricevette alcuni premi letterari. Ciò non gli ha evitato l’impiccagione. Vano è stato anche l’intervento dell’Alta Corte di Tokio che commutò la sentenza originaria, a motivo della mancata assistenza da lui ricevuta nell’infanzia e nell’adolescenza. La Corte Suprema del Giappone riconfermò infatti nel 1990 la condanna alla pena capitale, che fu eseguita nel 1997.

La mostra ha esibito tra l’altro alcuni suoi oggetti e alcuni manoscritti dei suoi libri. L’ambasciatore dell’Unione Europea, Hans Dietmar Schweisgut, ha dichiarato: “Il suo caso continua ancora oggi a sollevare obiezioni sull’uso della pena di morte in Giappone, sulle condizioni di detenzione, sulle modalità della sua attuazione (segretezza, prolungata permanenza nel braccio della morte) e sulle possibilità limitate di ottenere la grazia o una commutazione della condanna”. Ha poi aggiunto: “Il caso Nagayama illustra quanto possa essere arduo e doloroso affrontare il problema della pena di morte da una prospettiva umana oltre che legale. Dal momento che egli stesso era un criminale molto giovane, e sperimentò una tale trasformazione maturando, così speriamo che questa mostra possa avere un particolare impatto sui giovani.”

L’Alta Rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, aveva chiesto un mese prima alle autorità giapponesi “di prendere in seria considerazione una moratoria sulle esecuzioni e di promuovere un attento dibattito pubblico sulla possibilità di abbandonare la pena capitale, in linea con la tendenza mondiale.” (Grazia)

 

 

12) IL COMMISSARIO MONTALBANO PIACE A FERNANDO

 

Ci è pervenuto dal nostro corrispondete dal braccio della morte della California, Fernando Eros Caro, questo messaggio datato 14 ottobre. Tra le altre cose, Fernando ci dice che guarda molto volentieri i film di cui è protagonista il ‘Commissario Montalbano’, tratti dai romanzi di Andrea Camilleri, abolizionista convinto e socio onorario del Comitato Paul Rougeau.

 

Oggi è un altro lunedì! E’ anche un giorno di festa nazionale, il Columbus Day! Io però non l’ho mai festeggiato. Lo considero come un qualsiasi altro giorno allo zoo. Da qui dove vedo tutti, dall’altro lato delle sbarre, come se fossero loro in gabbia! Si affannano per guadagnare uno stipendio, il loro sostentamento!

Non c’è mai da annoiarsi quando arrivano guardie nuove che iniziano a lavorare nel braccio della morte. Non si può mai sapere come si comporteranno quando vedranno prigionieri che aspettano di essere ammazzati.

La mia cella? E’ piccolissima! Non basterebbe per due persone. Non è neppure grande abbastanza per parcheggiarci un SUV. Tuttavia, c’è un gabinetto, un lavandino, delle mensole, e una grossa branda di cemento. E’ la mia casa, ci abito da oltre 31 anni. Una delle principali capacità derivate dall’evoluzione umana è la quella di adattamento! Qualsiasi cosa può essere trasformata in “casa”.   

Noi condannati a morte cerchiamo di rendere una cella il più decente possibile. Sarebbe d’aiuto una nuova mano di vernice alle pareti! J

L’altra sera ho visto un nuovo episodio de “Il Commissario Montalbano”. Mi diverte un sacco quel donnaiolo di Mimì! J Mi piace molto guardare programmi televisivi realizzati in altre nazioni. Sono diversi dai nostri e mi fanno intravvedere le diverse culture europee. Le donne sono splendide!!! J

Ci sono stati altri suicidi qui nel braccio della morte. E’ venuto uno psichiatra e si è presentato davanti a ciascuna delle nostre celle chiedendoci se avevamo bisogno di aiuto riguardo alla possibile idea di suicidarci. Divento un po’ nervoso quando sento parlare di suicidio e così ho detto al dottore: “Vattene via!”

Ricordi i due uomini di cui ti ho parlato? Quelli che avevano litigato? Beh, continuano a non rivolgersi la parola. Io credo che essere confinati nel braccio della morte per un tempo lunghissimo costituisca un tremendo impatto sulla psiche umana! Un’atmosfera così estranea che la mente deve lottare per continuare a funzionare nel modo giusto, per evitare di non fare nulla o di ritirarsi e rinchiudersi in se stessi! Il braccio della morte fornisce certo agli psichiatri ampio materiale su cui scrivere!

L’anelito di libertà non è mai così intenso come nelle prigioni dei condannati a morte! Ci mettiamo a fantasticare che ci spuntino le ali in modo da poter volare via? Credo dipenda dalla vista degli uccelli che volano alti sopra di noi.

Una persona felice vola sulle ali della gentilezza!     Fernando

 

 

13) NOTIZIARIO

 

California. Le armi sono di casa, e uccidono. Aveva 13 anni Andy Lopez, e il 24 ottobre stava giocando, a Santa Rosa in California, con un Kalashnikov per bambini (probabilmente uno di quei fucili giocattolo che possono sparare proiettili veri di piccolo calibro, v. n. 206, Notiziario). Qualche vicino si è allarmato e ha chiamato la polizia. I poliziotti arrivati sul posto hanno subito chiesto l’intervento di altri colleghi e hanno intimato al ragazzino di deporre l’arma. Non sappiamo esattamente che cosa sia accaduto all’arrivo degli agenti. Forse il bambino non ha deposto il fucile abbastanza in fretta, forse ha creduto che i poliziotti scherzassero e quindi ha finto di puntargli l’arma contro, forse al contrario era paralizzato dalla paura e non è riuscito a obbedire subito all’intimazione, forse qualche poliziotto era particolarmente nervoso e inesperto. Fatto sta che la polizia ha aperto il fuoco, dopo di ché ha intimato ad Andy di allontanarsi dall’arma. Cosa che questi non ha potuto fare perché moribondo. Il padre del ragazzino morto ha dichiarato che il fucile giocattolo era stato prestato ad Andy da un amico. É vero che gli agenti coinvolti nel caso sono stati sospesi ed è stata avviata un’indagine sull’accaduto, ma una quantità di disgrazie del genere potrà essere evitata solo con un cambiamento culturale riguardo alle armi. Se tutti gli adulti possono detenere liberamente armi vere, diventa difficile distinguerle dalle armi ‘quasi vere’ date ai giovanissimi. Ciò in un paese in cui i bambini vengono considerati criminali alla stregua degli adulti e in cui troppo spesso la polizia spara prima di pensare.

 

Florida. 132 condannati da uccidere subito? No, sono molti meno. Thomas Hall, top clerk (segretario generale) della Corte Suprema della Florida, ha reso nota il 4 ottobre, per la prima volta, una lista di 132 condannati a morte che hanno esaurito gli appelli e per i quali - secondo la nuova legge “Atto per la Giustizia Tempestiva” approvata in giugno - dovrebbe essere fissata l’esecuzione (v. n. 206). Il principale promotore di detta legge, Peter (“Pete”) Antonacci, consigliere generale del governatore Rick Scott, ha però subito precisato che solo per una piccola parte dei 132 condannati può essere in effetti disposta l’esecuzione, dal momento che per molti di loro deve essere portata a termine la prevista accurata indagine in ordine alla concessione di un eventuale provvedimento di clemenza. Da notate: in Florida l’ultimo caso di clemenza nei riguardi di un condannato a morte si è verificato trent’anni fa.

 

Iran. Messi a morte per rappresaglia 16, anzi 17, detenuti. Il 26 ottobre 16 detenuti sono stati impiccati nella prigione di Zahedan nel sud-est dell’Iran. Mohammad Marzieh, accusatore generale di Zahedan, ha dichiarato che le esecuzioni - di prigionieri tutti regolarmente processati da tempo e condannati a  morte - sono da considerarsi una rappresaglia per l’uccisione di almeno14 guardie confinarie a Saravan da parte di  gruppi ‘terroristici’ antigovernativi, avvenuta il giorno prima. Gli assassini delle guardie hanno poi passato il confine con il Pakistan. Mohammad Marzieh, dipendente dal capo del Potere giudiziario Ayatollah Sadegh Larijani (a sua volta nominato dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei), ha dichiarato che l’esecuzione segue “gli avvertimenti che ogni azione che comporti lesioni per persone innocenti o per la polizia o per le forze di sicurezza avrebbe avuto una risposta di questo genere.” Il giorno 27 sono stati resi noti i nomi dei 16 impiccati: 8 erano membri del ‘gruppo terroristico Jundullah’, gli altri 8 erano stati condannati alla pena capitale per traffico di droga. Da notare: le autorità iraniane hanno ritenuto opportuno mettere a morte un 17-esimo detenuto il 27 ottobre, per gli stessi motivi.

 

Iraq. Centinaia di migliaia le morti ‘in eccesso’ nel paese ‘liberato’. Da un attendibile studio pubblicato il 15 ottobre nella rivista scientifica PLOS Medicine, apprendiamo che sono state almeno 461 mila le morti ‘in eccesso’ in Iraq dopo l’invasione statunitense (seguita ad un casus belli inventato dalla presidenza Bush). Queste morti sono considerate come perdite che non sarebbero avvenute in assenza dell’invasione e dell’occupazione americana cominciata nel 2003 e durata fino al 2011. 

 

Italia. Allenamenti periodici per la guerra nucleare. Ad Aviano e a Ghedi l’ultima decade di ottobre è stata dedicata alle esercitazioni: potrebbe trattarsi di routine, visto che stiamo parlando di basi militari. L’eccezionalità dell’evento deriva dal genere di esercitazioni che si svolgono in casa nostra. Come rileva Toni De Marchi in un articolo del 22 ottobre pubblicato dal Fatto quotidiano, piloti e tecnici italiani e di alcuni altri paesi Nato stanno infatti addestrandosi alla guerra nucleare. L’operazione è denominata Steadfast Noon (letteralmente: “Mezzogiorno risoluto”). Pare che ad Aviano ci siano una cinquantina di bombe nucleari in caverne blindate sotterranee nei pressi degli hangar degli aerei americani che le dovrebbero usare. Altri ordigni del genere si potrebbero trovare a Ghedi non lontano da Brescia, per l’uso da parte dei Tornado (ed anche degli F-35) italiani. L’operazione Steadfast Noon si effettua a rotazione nei Paesi europei che ospitano armi nucleari. L’anno scorso si svolse in Germania, l’anno prima in Olanda. Quest’anno tocca di nuovo all’Italia, come nel 2010. Assieme  alla Steadfast Noon si è svolta un’altra esercitazione parallela, denominata Cold Igloo (“Freddo Iglù”). Probabilmente più importante della prima perché viene utilizzata dalla Nato per “dare i voti” ai reparti coinvolti, per accertarsi se siano o meno idonei a svolgere la missione loro affidata, cioè accendere i fuochi nucleari. L’esercitazione Cold Igloo serve per confermare o revocare ai reparti l’abilitazione all’uso delle bombe nucleari. Nel frattempo si è saputo dell’arrivo di nuove bombe nucleari, in versione migliorata e potenziata, nel quadro di un programma del valore di oltre 10 miliardi di dollari autorizzato dal presidente Barack Obama, premio Nobel per la Pace.

 

Italia. In merito ai diritti umani, sottolineate le differenze con l’Arabia Saudita. Il nostro Ministro degli Esteri, Emma Bonino, prima di incontrare la sua controparte, il principe saudita Saud Al Faisal bin Abdulaziz, nel corso del forum italo-arabo svoltosi al Senato il 3 ottobre, ha sottolineato che Italia e Arabia Saudita differiscono per quanto attiene la loro posizione nei confronti dei diritti della donna e della pena di morte. Ha peraltro auspicato che il divario possa presto attenuarsi, e ha dato atto al governo saudita di aver già avviato qualche riforma in merito. Tre settimane dopo, un’ennesima forte mobilitazione delle signore saudite contro il divieto di guidare automobili è stata contrastata frontalmente dal governo di Riad.

 

Mississippi. Addio a Cabana uno dei protagonisti di “14 giorni a maggio”. È morto il 7 ottobre dopo una lunga malattia, a 67 anni di età, Donald A. Cabana, ex direttore del penitenziario di Parchman nel quale è situato il braccio della morte del Mississippi. Cabana 25 anni fa era diventato un convinto abolizionista. Nel libro: “Morte a mezzanotte: Le confessioni di un boia”, Donald Cabana ha raccontato la sua partecipazione alle esecuzioni di Edward Earl Johnson e di Connie Ray Evans, avvenute negli anni Ottanta, e il suo cambiamento. Un famoso documentario delle BBC del 1987, intitolato “14 giorni a maggio”, mostra in dettaglio le ultime due settimane di vita di Edward Earl Johnson, ‘giustiziato’ il 20 maggio di quell’anno, ed anche il ruolo di Donald Cabana. Fu l’esecuzione di Johnson che indusse Cabana a riflettere profondamente sulla pena di morte. Fu poi quella di Connie Ray Evans, avvenuta meno di 2 mesi dopo, a segnare per lui il momento della conversione, da persona che accettava la pena di morte, in un attivissimo abolizionista. Egli scrisse anche una “Storia della pena capitale nel Mississippi”.

 

Nevada. Dodicenne spara, uccide e si uccide. Il 21 ottobre nella scuola media di Spark in Nevada, Omar Lopez, un alunno dodicenne che appariva del tutto normale, si è presentato con una pistola semiautomatica Ruger, ha  terrorizzato i compagni sparando a destra e a manca e proferendo minacce con voce rotta. Quasi piangendo ha detto tra l’altro: “Avete rovinato la mia vita, adesso rovinerò la vostra”. Fatto sta che la pistola di Omar Lopez ha ammazzato due persone: un insegnate di matematica che coraggiosamente lo invitava a desistere, e Omar stesso, che si è suicidato. Prima di ciò altri due ragazzi sono stati feriti. Secondo alcuni studenti Omar si sentiva oggetto di un’azione di stalking.

 

Texas. Si discute sull’utilità di test del DNA chiesti da Larry Swearingen. L’accusa si oppone all’effettuazione di test del DNA sul collant con cui fu strangolata Melissa Trotter, l’asserita vittima di Larry Swearingen (v. ad es. nn. 202, 203). In un documento inviato alla Corte Criminale d’Appello del Texas l’accusa afferma che il condannato 1) non può provare a priori che sul collant si trovino tracce biologiche pertinenti al caso e 2) che, comunque, Swearingen non potrebbe essere esonerato anche se dal collant potesse essere estratto DNA di una persona diversa da lui (e dalla vittima) perché l’indumento potrebbe essere stato toccato ‘da qualcun altro’. La riposta alle affermazioni dell’accusa sarà presentata dagli avvocati della difesa nel giro di alcune settimane.

 

Usa. Repentini cambiamenti nella catena di comando per l’impiego delle armi nucleari. Da una nota ANSA dell’11 ottobre apprendiamo che in quello stesso giorno è stato rimosso dal suo incarico il generale Michael Carey, l’ufficiale a capo dell’Air Force 20, l’unità responsabile della gestione dei 450 missili nucleari intercontinentali dislocati in tre luoghi nel territorio nazionale. Il provvedimento “consegue ad una perdita di fiducia nella sua leadership e nel suo giudizio”. Il 9 ottobre era stato esautorato il vice ammiraglio della Marina militare Tim Giardina, numero due del Comando strategico degli Stati Uniti (Us StratCom), che supervisiona tra l’altro l’arsenale nucleare statunitense.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 ottobre 2013