FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  184 -  Ottobre 2010

Anthony  Graves

SOMMARIO:

 

           

1) Riconosciuta l’innocenza di Anthony Graves, dopo 18 anni                     

2) Sul diritto ai test del DNA udienza alla Corte Suprema per Skinner

3) L’Arizona uccide Landrigan con Pentotal prodotto in Inghilterra       

4) Stoppata l’inchiesta giudiziaria sul caso Willingham                                     

5) Condannato a morte anche Aziz, ex ministro degli esteri iracheno              6) Perché gli innocenti confessano delitti che non hanno commesso?            7) Ancora una risoluzione per la moratoria alle Nazioni Unite                          8) Carceri, un abisso che i “giusti” non toccherebbero con un dito                  

9) Notiziario: Georgia, Globale, Nevada, Usa,Vaticano                                                

 

 

1) RICONOSCIUTA L’INNOCENZA DI ANTHONY GRAVES, DOPO 18 ANNI

 

Scaraventato nel braccio della morte all’inizio degli anni Novanta e salvatosi per una serie di circostanze fortuite  dall’iniezione letale, Anthony Graves è stato rilasciato perché l’accusa si è accorta che non vi era alcuna prova conto di lui. Il Texas ci ha messo ben 18 anni a liberare una persona che non avrebbe mai dovuto essere privata della propria libertà, ma il governatore Rick Perry ha sentito il bisogno di citare il caso di Graves come esempio del fatto che il sistema della pena di morte funziona.

 

Anthony Graves, arrestato in Texas nel 1992 e condannato a morte nel 1994, è stato rimesso in libertà il  27 ottobre. Si tratta del 139-esimo condannato alla pena capitale esonerato negli USA dopo il ripristino della pena di morte nel 1976.

Graves era stato condannato a morte con l’accusa di aver aiutato tale Robert Earl Carter ad uccidere sei persone: una donna di 45 anni, Bobbie Davis, sua figlia di 16 anni e quattro fanciulli tra cui una bimba di 4 anni figlia dello stesso Carter.

Dopo un tortuoso iter giudiziario costellato da sconfitte, nel 2006 la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito annullò il processo del 1994 per le gravi irregolarità commesse dall’accusatore Charles Sebasta, soprattutto per il fatto che questi usò due false testimonianze contro l’imputato e tenne nascoste dichiarazioni che potevano essergli favorevoli. Per esempio Sebasta non mise al corrente la difesa del fatto che Carter - reo confesso, che lo aveva chiamato in correità - già prima del processo negò la partecipazione di Graves al delitto, ripetutamente e fino alla sera precedente il giorno in cui lo accusò in aula (perché Sebasta lo ricattava minacciando di implicare sua moglie).

Nonostante ciò lo stato del Texas è riuscito a tenere Anthony Graves in carcere per altri 4 anni con ogni genere di espedienti, mentre cercava di preparare contro di lui un nuovo processo, ricorrendo perfino a ‘prove’ pseudo-scientifiche assolutamente risibili (v. n. 173). Ed è riuscito anche a portare al livello esorbitante di un milione di dollari la cauzione per una sua eventuale scarcerazione in attesa del processo.

Alla fine, un anno fa – trovandosi con le mosche in mano -  l’accusa tentò di chiudere il caso offrendo a Graves una condanna a vita in cambio di una sua dichiarazione di colpevolezza. Sostenuto dai propri avvocati, Graves rifiutò dicendo che preferiva andare al processo.

“Come avrei potuto accettare una condanna a vita sapendo che ero innocente?” ha dichiarato Anthony Graves in conferenza stampa il giorno successivo al suo rilascio. “Ho sempre detto ai miei avvocati che non volevo un patteggiamento. Dovevo essere liberato, ovvero ucciso. Non potevo tradire la mia famiglia presentandomi al giudice per dichiararmi colpevole di qualcosa che non ho fatto. Occorre pur battesi per qualche ideale in questo mondo.”

Per fortuna di recente è cambiato il set degli accusatori di Graves ed ora i nuovi accusatori non solo hanno ammesso di non avere nessun appiglio per istruire un secondo processo contro di lui ma si sono convinti della sua innocenza. “Si tratta di una delle rare situazioni in cui gli accusatori - senza l’intervento di test del DNA o di qualsiasi altro  tipo di prova che dissolva la colpevolezza - guardano al caso e dicono: Non ci sono prove. Quest’uomo non è colpevole.” Ha dichiarato il Procuratore Distrettuale Bill Parham rilasciando Anthony Graves.

Kelly Siegler, accusatrice incaricata da Parham di istruire il processo che doveva tenersi a febbraio del prossimo anno, ha definito “orribile” il caso di Graves. “Charles Sebasta ha condotto questo caso in un modo che si può ben definire un incubo del sistema di giustizia criminale”, ha dichiarato la Siegler. “Ciò che avvenne nel processo di Anthony Graves, fu una parodia”.

Subito dopo la liberazione di Graves, il governatore del Texas, Rick Perry, si è affrettato a dichiarare che la sua esonerazione “rappresenta un ottimo esempio di come il sistema funziona.” Invece la vicenda di Graves, che si è salvato per miracolo, per una serie di eventi casuali e per lo straordinario aiuto di tutti coloro che si sono impegnati in suo favore, dimostra esattamente il contrario.

Sebasta, in pensione già da 12 anni, ha risposto al’esonerazione di Anthony Graves negando qualsiasi irregolarità da parte sua e insistendo che costui è colpevole. “Non lo avrei processato se non avessi ritenuto che era colpevole”, ha dichiarato. Nel 2009, per contestare gli articoli che lo criticavano, Sebasta aveva fatto pubblicare annunci a pagamento su due giornali del Texas in cui definiva Graves un “assassino a sangue freddo”

Del resto è nota la pervicacia con cui gli accusatori degli Stati Uniti continuano a sostenere contro ogni evidenza la colpevolezza di coloro che fecero condannare ingiustamente (v. n. 173).

Ora Anthony Graves, che ha 45 anni, pensa ad una nuova vita. “Devo crearmi un mio futuro. Facendo qualcosa di positivo. Credo ci sia l’opportunità di aiutare qualcuno.” Ha dichiarato. “Vorrei battermi per la giustizia”.

“Questo è ancora un momento surreale per me.” Ha detto ai reporter. “Mi sono sforzato di capire che cosa sto provando ma non ci sono ancora riuscito… Ho percorso il mio inferno personale per 18 anni e ne sono uscito fuori da un solo giorno”.

Il braccio della morte secondo lui è semplicemente “inferno”: “Comunque pensate di descrivere l’inferno, così è il braccio della morte. Non c’è da aggiungere nulla.”

Graves ripete di non avere rancore nei riguardi dei responsabili della sua condanna: “Non voglio dar loro un briciolo della mia energia, ho dato loro 18 anni, di energia ne ho solo per darne a Dio. Voglio cominciare a vivere.”

Il redivivo non dimentica di ringraziare la professoressa Nicole Casarez dell’Università St. Thomas e i suoi studenti di giornalismo che hanno contribuito in maniera determinante a ribaltare il suo caso (v. n. 122). Tutto cominciò nel 2002 quando una lettera di Anthony Graves fu letta da David Dow, professore di legge dell’Università di Houston, fondatore del Texas Innocence Network. Dow mobilitò gli studenti di due università per indagare a fondo il caso di Graves e far emergere la sua innocenza.

Graves deve la sua vita agli studenti di giornalismo, agli ottimi avvocati che sono sopravvenuti pro bono in sua difesa e, certamente, alla sua indistruttibile forza morale. “Non ho mai perso la speranza, perché una volta che perdi la speranza, diventi un uomo morto che cammina”, osserva Anthony Graves.

Come abbiamo già detto, la storia quasi incredibile di Anthony Graves, al limite di ciò che potrebbe immaginare un ottimo scrittore di gialli, merita di essere raccontata in un libro affascinante (*)   

Partecipiamo intensamente alla gioia di Anthony e degli abolizionisti texani, anche se non possiamo scacciare il pensiero di altri innocenti, che non hanno avuto né la forza morale né gli aiuti dati ad Anthony Graves, silenziosamente schiacciati dalla macchina della morte degli Stati Uniti.

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(*) Stralci della storia di Anthony Graves si possono trovare in diversi articoli da noi pubblicati a partire dal 2002, tra i quali: “L’assassino della porta accanto” di Bianca Cerri (n. 98), “Delazione e ritrattazione nel caso di Anthony Graves” (n. 100) , “Per Graves aiuto provvidenziale dagli studenti di giornalismo” (n. 122), “Continua in carcere la tormentosa vicenda di Anthony Graves” (n. 144),  “Per Anthony Graves si intravede l’uscita dal tunnel” (n. 173).

 

 

2) SUL DIRITTO AI TEST DEL DNA UDIENZA ALLA CORTE SUPREMA PER SKINNER

 

Per Hank Skinner, condannato morte in Texas giunto ad un’ora dall’iniezione letale, rimane aperta una via strettissima verso la salvezza che passa attraverso l’ottenimento di alcuni test del DNA con una causa civile. Il 13 ottobre si è tenuta, sul filo di uno spinto tecnicismo legale, un’udienza davanti alla Corte Suprema che deve decidere se autorizzare la causa civile di Skinner contro lo stato del Texas.

 

Si è tenuta un’eccezionale udienza davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti per Henry “Hank” Skinner che fu condannato a morte in Texas nel 1995 per l’uccisione della sua convivente e dei due figli di lei (v. nn. 177, 178, 179, Notiziario, 180).   

Ricordiamo che, dopo aver perso in sede penale la battaglia per ottenere, con un ricorso di habeas corpus, che fossero sottoposti a test del DNA alcuni reperti provenienti dalla scena del crimine (1), i legali di Skinner hanno seguito una via alternativa (2). Hanno contestato in sede civile lo stato del Texas perché non concede sempre le prove del DNA ma lo fa, selettivamente, solo in alcuni casi. La Corte Suprema federale ha accettato in maggio (v. n. 180) di prendere in considerazione il ricorso Skinner v. Switzer e il 13 ottobre i giudici hanno ascoltato per un’ora gli argomenti della difesa e dell’accusa esprimendo anche alcuni pareri personali.

Riportiamo in estrema sintesi il contenuto dell’udienza del 13 ottobre, tenutasi sul filo di un esasperato tecnicismo legale, sottolineando che le posizioni favorevoli e contrarie al ricorrente non sono state sempre espresse, come in genere avviene, rispettivamente dai giudici meno conservatori e da quelli ultraconservatori.

Robert Owen, avvocato di Skinner, ha sostenuto il diritto del proprio cliente ad ottenere i test dicendo che non intende contestare la sua condanna a morte, dal momento che tale contestazione si sarebbe dovuta fare tramite un ricorso di habeas corpus. Al che il giudice Samuel A. Alito Jr. ha rilevato l’artificiosità di tale posizione: “Nel mondo reale un prigioniero che vuole accedere alla prova del DNA è interessato a ribaltare la sua condanna.”

Il giudice Anthony M. Kennedy si è domandato se la Corte Suprema non abbia sbagliato in marzo nel concedere la sospensione dell’esecuzione a Skinner (3) se egli non contestava la sua sentenza capitale.

La giudice Sonia Sotomayor ha ribadito che i test potevano essere chiesti prima del processo e che se la difesa fece la scelta strategica di non chiederli allora non può chiederli ora.

L’avvocato accusatore Gregory S. Coleman ha sostenuto che non deve essere consentito a Skinner di biforcare la sua azione legale, chiedendo i test in sede civile per utilizzarne in un secondo momento i risultati in sede penale attraverso ricorsi di habeas corpus. Ciò non sembra preoccupare il giudice Stephen G. Breyer. “Quel che vuole sono i test del DNA.” Ha osservato Breyer. “Egli ritiene che possano scagionarlo. Ma egli non lo sa finché non vengono fatti.” Il giudice Breyer a questo punto ha citato con evidente soddisfazione il parere favorevole, scritto dal collega ultraconservatore Antonin Scalia, ad una sentenza della Corte Suprema del 2005 (4) che consentiva di contestare la procedura del rilascio sulla parola secondo la legge civile invece che tramite l’habeas corpus. A questo punto è intervenuto lo stesso Scalia mostrando di concordare: “Non abbiamo mai avuto un caso come questo ed è plausibile che si possa estendere quanto dicemmo allora.”

E’ pressoché impossibile a questo punto fare qualche previsione su quella che potrà essere la sentenza della Corte Suprema sul ricorso Skinner v. Switzer, sentenza alla quale si legano quasi tutte le residue speranze di Hank Skinner di rimanere in vita.

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(1) Si tratta di sangue su vari oggetti, di frammenti prelevati sotto le unghie e di un capello.

(2) Lo hanno fatto utilizzando una legge conosciuta come Section 1983. La strada diretta per l’habeas corpus sembra essere definitivamente sbarrata dalla sentenza Osborne della Corte Suprema dello scorso anno, che non ha riconosciuto il diritto costituzionale ad ottenere test del DNA, comunque e indipendentemente da ciò che prevedono le leggi dei singoli stati.

(3) Un’ora prima del momento fissato.

(4) Nel caso Wilkinson v. Dotson.

 

 

3) L’ARIZONA UCCIDE LANDRIGAN CON PENTOTAL PRODOTTO IN INGHILTERRA

 

La carenza di Pentotal, uno dei tre farmaci utilizzati per l’iniezione letale, ha comportato alcuni problemi per gli stati USA in procinto di compiere esecuzioni capitali ma non ha messo seriamente in crisi il sistema della pena di morte perché gli stati hanno acquistato Pentotal prodotto all’estero. La situazione si è sbloccata il 26 ottobre, dopo le frenetiche schermaglie legali degli avvocati difensori di Jeffrey Landrigan che hanno ritardato solo di 12 ore l’esecuzione del loro assistito in Arizona: la Corte Suprema federale, a stretta maggioranza, ha dato luce verde all’uso di Pentotal di produzione estera.

 

Come era prevedibile, la crisi della macchina della morte dovuta alla carenza di Pentotal negli Stati Uniti (v. n. 183, Notiziario) ha avuto uno sbocco con l’acquisto di quantitativi del barbiturico prodotti all’estero.

Il 26 ottobre è stato ucciso in Arizona Jeffrey Landrigan con Pentotal prodotto in Inghilterra. Una raffica di ricorsi presentati in extremis dagli avvocati di Landrigan, basati principalmente sulla provenienza del farmaco che lo stato ostinatamente cercava di tenere segreta, ha avuto la conseguenza pratica di ritardare la morte del condannato di sole 12 ore (*).

La situazione si è sbloccata per intervento della Corte Suprema federale che ha dato luce verde all’Arizona, annullando uno stay disposto da una corte federale. La decisione della massima corte è stata presa a stretta maggioranza con i quattro giudici più conservatori - Clarence Thomas, Samuel Alito, Antonin Scalia e John Roberts  - a favore, ai quali si è aggiunto il giudice Anthony Kennedy che funziona molto spesso da ago della bilancia. Hanno votato contro l’annullamento dello stay Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e la nuova giudice Elena Kagan.

Landrigan, un nativo americano di 50 anni, ha affrontato coraggiosamente la morte davanti a 27 testimoni alle 10 di sera invece che alle 10 di mattina. E’ il secondo detenuto ad essere ucciso in Arizona dopo il 2000. La sua esecuzione ha avuto notevole risonanza nei media che hanno ricordato la storia della pena di morte nello stato e i cambi nel metodo di esecuzione avvenuti nel 1934 e nel 1992  dopo esecuzioni ‘mal riuscite’

L’esecuzione di Donald Eugene Harding nel 1992, la prima dopo 29 anni, effettuata con la camera a gas, aveva lascito i testimoni sbigottiti. Il condannato, che voleva morire rapidamente, cominciò a inalare con avidità il gas letale e alzò il dito medio in segno di saluto e di sfida. Ma non morì affatto rapidamente: prese a tremare con violenza, ansimando e soffocando per 10 buoni minuti, mentre diventava rosso paonazzo. E a dire che l’uso della camera a gas era stato scelto, quale metodo più ‘umano’ e ‘gradevole’ dell’impiccagione, dopo che Eva Dugan nel 1930 perse la testa, strappata del cappio.

Il fatto che la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia consentito all’Arizona di usare Pentotal di importazione ha chiarito – se ce ne fosse stato bisogno – che la semplice penuria di Pentotal autarchico non avrebbe potuto far slittare granché le esecuzioni in programma negli USA.

Oltre all’Arizona, anche la California si è premurata di rinnovare le sue scorte di Pentotal. Sembra del tutto plausibile che il farmaco sia arrivato in California per la stessa via di quello giunto in Arizona e usato per l’esecuzione di Landrigan.

A questo punto è lecito domandarsi quanto durerà la moratoria delle esecuzioni in atto in California, una moratoria che si pensava durasse almeno fino al prossimo anno (v. n. 183, “Brown salvo in extremis…”).

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(*) Tra il 25 e il 27 ottobre si è scoperta la casa produttrice del farmaco: la Archimedes Pharma UK. Ciò ha causato  vivaci proteste di Amnesty International nei riguardi dell’Inghilterra che aveva promesso nel 2008 di porsi all’avanguardia negli sforzi per rafforzare i controlli dell’Unione Europea sulla vendita di dispositivi atti a infliggere la pena di morte e la tortura.

 

 

4) STOPPATA L’INCHIESTA GIUDIZIARIA SUL CASO WILLINGHAM

 

Un’inchiesta giudiziaria del giudice Charlie Bird tendente all’accertamento e alla dichiarazione postuma dell’eventuale innocenza di Cameron Todd Willingham messo a morte in Texas nel 2004, è stata sospesa per istanza dell’ufficio che a suo tempo condusse l’accusa nel processo capitale contro Willingham. Potrebbe essere definitivamente annullata. Nel frattempo, nonostante la forte opposizione dell’establishment del Texas, va avanti il lavoro della Commissione per le Scienze Forensi del Texas che potrebbe portare anch’esso, in ultima analisi, all’esonerazione postuma di Todd Willingham.

 

Il 27 settembre, ad Austin, capitale texana, il giudice Charlie Baird della contea di Travis in Texas ha aperto un’inchiesta giudiziaria (in inglese: court of inquiry) per determinare se Cameron Todd Willingham fu erroneamente condannato e ‘giustiziato’  per aver ucciso le sue tre figliolette dando fuoco alla loro casa nel 1991 (1). Baird si è mosso in conseguenza della petizione inoltrata dagli avvocati che rappresentano alcuni parenti di Willingham, dicendo di non aver nessuna posizione preconcetta. “Ovviamente  l’aspetto più inquietante – che pone in second’ordine tutto il resto – è se si deve ritenere o meno che una persona innocente sia stata messa morte in Texas” ha dichiarato in quella occasione il giudice Baird.

Prevedevamo che l’establishment texano si sarebbe impegnato al massimo per evitare l’eventuale esonerazione di Willingham (2), che sarebbe la prima a riguardare un condannato a morte giustiziato,  essendo pressoché impensabile che per lui si ripeta ciò che è avvenuto per Tim Cole, un detenuto non condannato alla pena capitale riconosciuto innocente dopo la morte che ricevette perfino il perdono e le scuse postume dal governatore Rick Perry (3).

Puntualmente alcuni giorni dopo l’apertura dell’inchiesta giudiziaria, l’Accusatore Distrettuale della contea di Navarro, R. Lowell Thompson – il cui ufficio sostenne a suo tempo l’accusa contro Willinghan -  ha chiesto la rimozione di Baird, contestandogli, tra le altre cose, il fatto di aver ricevuto in passato un’onorificenza da parte di un gruppo abolizionista.

Charlie Baird in un primo momento ha sospeso il procedimento e preso in considerazione l’eventualità di auto-ricusarsi ma poi ha deciso che poteva andare avanti e così il 14 ottobre ha tenuto un’udienza caratterizzata soprattutto dalle deposizioni di due autorevoli esperti di incendi, Gerald Hurst e John Lentini.

Gli esperti hanno affermato intanto che la perizia del vigile del fuoco Manuel Vasquez, usata al processo per dimostrare che l’incendio del 1991 fu appiccato da Willingham, si basò su criteri scientifici erronei. Ed infine che le sue conclusioni furono ‘totalmente fuori luogo’. Hurst ha dichiarato che egli stesso inoltrò un suo rapporto che scagionava Cameron Todd Willingham al governatore Rick Perry quattro giorni prima dell’esecuzione di quest’ultimo. E’ risultato che il Governatore può aver dato solo una guardata superficiale al rapporto Hurst: un fax presentato in udienza dimostra che il rapporto fu passato a Perry soltanto un’ora prima della somministrazione delle sostanze letali al condannato.

Naturalmente Perry, sia pure citato, ha rifiutato di presentarsi davanti al giudice Charlie Baird nell’udienza tenutasi ad Austin ed ha contestato alla radice l’inchiesta giudiziaria. La sua portavoce Katherine Cesinger  ha dichiarato per lui: “Nulla nella corte di Austin può cambiare il fatto che Todd Willingham fu giudicato da una corte processuale nell’appropriata giurisdizione, e condannato a morte da una giuria di suoi pari per aver assassinato le sue tre figliolette.” La Cesinger ha aggiunto che il caso è passato attraverso il percorso degli appelli ed ha perfino raggiunto la Corte Suprema USA in un periodo di più di 10 anni.

Alla fine di una giornata di testimonianze propendenti per l’innocenza di Willingham, l’inchiesta giudiziaria ordinata da Baird ha avuto un secondo stop. E questa volta non per decisione dello stesso Baird ma perché R. Lowell Thompson è riuscito ad ottenere dalla superiore Corte d’Appello del Terzo Circuito (4) un’ordinanza di emergenza di sospensione. La stessa Corte si è riservata, viste le controdeduzioni dei ricorrenti da presentarsi entro una settimana, di annullare il procedimento.

Il giorno successivo alla sospensione dell’inchiesta giudiziaria, il Governatore Perry è stato di nuovo posto sulla graticola perché si è riunita la Commissione per le Scienze Forensi del Texas sul caso Willingham, vanificando sia i tentativi dello stesso Perry sia quelli dell’attuale presidente della Commissione John Bradley, di chiudere il caso (v. n. 183). Lo stesso giorno in conferenza stampa l’avvocato Stephen Saloom dell’Innocence Project  di New York ha denunciando la “critica mancanza di obiettività” di Bradley (che tra l’altro ha pubblicamente definito Willingham “un mostro colpevole”). Bradley ha risposto astiosamente definendo la dichiarazione di Saloom quella di “un avvocato newyorkese” che porta “attacchi personali in luogo di avanzare argomenti legali” e tutta la faccenda una macchinazione politica degli abolizionisti.

La questione del riconoscimento postumo dell’innocenza di Cameron Todd Willigham rimane  tremendamente aperta.

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(1) (v. ad. es. nn. 124, 166, 171, 172, 179, 182)

(2) V. n. 183.

(3) Lo stesso giudice Baird si fece carico dell’esonerazione postuma di Timothy Cole, innocente condannato  a 25 anni per violenza carnale e morto in carcere dopo avervi passato 13 anni (v. n.178). 

(4) Le corti d’appello di circuito del Texas si occupano delle cause civili, gli appelli dei condannati a morte vengono giudicati dalla Texas Court of Criminal Appeals.

 

 

5) CONDANNATO A MORTE ANCHE AZIZ, EX MINISTO DEGLI ESTERI IRACHENO

 

Il Tribunale Speciale iracheno, un organismo soggetto alle pressioni politiche che fu apertamente sconfessato del Segretario Generale delle Nazioni Unite al momento della sua costituzione nel 2003, ha condan­nato a morte anche il vecchio e malandato Tareq Aziz il quale, come Ministro degli Esteri iracheno, un cristiano caldeo fu considerato il ‘volto presentabile’ sullo scenario internazionale del regime di Saddam Hussein. Molte ed autorevoli voci si sono levate nel mondo per scongiurare l’impiccagione di Aziz, che seguirebbe le orribili esecuzioni di Saddam Hussein e di tre suoi collaboratori.

 

Il 26 ottobre il Tribunale Speciale iracheno (1) ha condannato a morte Tareq Aziz, ex Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri nel governo di Saddam Hussein, per il ruolo svolto nell’eliminazione di partiti e gruppi sciiti che si opponevano al partito Baath di Saddam, tra cui il partito Dawa dell’attuale primo ministro iracheno Nouri al-Maliki. La sentenza per i fatti svoltisi all’inizio degli anni Ottanta è giunta all’improvviso: nel corso della settimana precedente si erano tenute audizioni di testimoni.

Insieme a Tareq Aziz, sono stati condannati a morte l’ex Ministro degli Interni e capo dei servizi segreti Sadoun Shakir e l’ex segretario particolare di Saddam, Abed Hamoud. Al momento in cui scriviamo non è chiaro se una sentenza capitale sia stata inflitta anche a Sabawi Ibrahim al-Hasan, fratellastro di Saddam, e ad Abdul Ghani Abdul Ghafour, ex dirigente del partito Baath. Sappiamo che quest’ultimo aveva comunque ricevuto una condanna a morte il 2 dicembre del 2008 (v. n. 165, Notiziario).

“Questa corte oggi ha emesso sentenze capitali nei riguardi di Tareq Aziz e altre quattro persone per crimini contro l’umanità. L’accusa di aver eliminato i partiti religiosi è stata classificata come crimine contro l’umanità”  ha dichiarato in un’intervista il giudice Mohammed Abdul-Sahib. “In sostanza i reati commessi sono l’omicidio premeditato, la tortura e la sparizione forzata di persone.”

La condanne a morte o all’ergastolo inflitte dal Tribunale Speciale iracheno sono soggette ad appello automatico ad una apposita commissione. Sappiamo però che da tale commissione – incline ad aumentare le pene inflitte dal Tribunale (v. ad es. n. 145) -  si può sperare ben poco. Secondo il regolamento del Tribunale Speciale, le sentenze capitali, una volta diventate definitive, devono essere eseguite tassativamente entro 30 giorni. E’ probabile che a Tareq Aziz rimanga solo qualche mese di vita.

Zaina Aziz, figlia di Tareq, ha contestato da Amman la sentenza come motivata politicamente  aggiungendo che il padre “è vecchio e fragile ma veramente contento che noi si stia bene. E’ la sua sola consolazione.”

Anche Badi Arif, uno degli avvocati di Aziz, ha definito la sentenza politicamente motivata. “E’ una sentenza politica e illegale. Ma lui se l’aspettava specialmente dopo che [quest’anno] era stato consegnato dagli Americani al governo iracheno.” L’avvocato ha manifestato il sospetto che la sentenza sia stata emessa al momento giusto per distogliere l’attenzione dalle recenti rivelazioni in Internet di Wikileaks, che ha scoperto documenti segreti americani che parlano di torture, uccisioni illegali e altri gravi violazioni dei diritti umani commesse dall’attuale governo iracheno.

Sulla sopravvivenza di Tareq Aziz, cristiano caldeo, consegnatosi spontaneamente agli Americani nell’aprile 2003 poco dopo la caduta del regime di Saddam, in effetti si poteva nutrire qualche speranza. Sottoposto a processo capitale nel 2008 (v. Notiziario nei nn. 159 e 160) nel marzo del 2009 era stato condannato dal Tribunale Speciale a 15 anni di reclusione, e non a morte, per la corresponsabilità nell’eliminazione di 42 commercianti di Bagdad nel 1992. A questa condanna se ne era aggiunta una a 7 anni di reclusione per lo sgombero forzato di popolazioni curde nel Nord dell’Iraq durante la guerra Iraq-Iran.

La condanna a morte di Aziz ha suscitato molto scalpore e una certa sorpresa dal momento che egli è stato sempre considerato la ‘faccia presentabile’ del regime di Saddam.

Molte sono state le voci che si sono alzate nel mondo per stigmatizzare la condanna a morte e per chiedere la grazia per Tareq Aziz. Oltre alle organizzazioni per i diritti umani, si sono subito pronunciati in suo favore il Segretario Generale delle Nazioni Unite, tramite il suo portavoce Martin Nesirky, l’Unione Europea tramite l’incaricata della politica estera Catherine Ashton, il Vaticano e i vescovi iracheni, il governo della Federazione Russa, tramite il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov, e numerosi altri governi. Perfino la resistenza iraniana si è scagliata contro la condanna a morte di Aziz (2) .

Silenzio assoluto invece da parte del governo degli Stati Uniti, evidentemente consenziente. Ricordiamo che a gennaio Barack Obama – dopo alcuni tentennamenti - ha consegnato e lasciato impiccare dagli Iracheni Ali Hassan al-Majid, soprannominato “Ali il Chimico” (3).

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(1) Per la precisione si tratta del Tribunale Penale Supremo dell’Iraq, appositamente creato con la collaborazione determinate degli USA per processare i membri del governo di Saddam Hussein alla fine del 2003. Tale tribunale ad hoc – pesantemente condizionato dal governo iracheno - fu platealmente sconfessato da Kofi Annan, Segretario Generale dell’ONU di allora (v. nn. 119, 120, 122, 124, 127).

(2) Con una dichiarazione del Segretariato del Consiglio Nazionale di Resistenza dell’Iran.

(3) V. n. 176. Dopo Saddam Hussein, messo a morte il 30 dicembre 2006, il 15 gennaio 2007 sono stati impiccati il fratellastro di Saddam, Barzan Ibrahim al-Tikriti, già capo della polizia segreta irachena, e Awad Hamad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario che operò sotto il regime di Saddam. Ali Hassan al-Majid, soprannominato “Ali il Chimico” per l’uso dei gas letali contro i Curdi, è stato impiccato il 25 gennaio di quest’anno.

6) PERCHÉ GLI INNOCENTI CONFESSANO DELITTI CHE NON HANNO COMMESSO?

 

Nel 1992 Frank Sterling ha subito ritrattato la falsa confessione di un omicidio rilasciata alla polizia dello stato di New York.  Ma ha impiegato 18 anni ad uscire dal carcere in cui era stato gettato con una condanna a vita. Ripercorriamo la storia di Sterling, condensando un lungo articolo comparso nel New York Magazine il 2 ottobre (*). E’ un’occasione per continuare il discorso sulle prove false, apparentemente inoppugnabili, che gettano persone innocenti in carcere ed anche nei bracci della morte (v. nel n. 177, “Innocenti che ‘confessano’ e vengono condannati”, e riferimenti ivi citati ).

 

La donna era nuda dalla vita in giù,  le mutandine e la biancheria intima gettati nelle erbacce.

La giacca (rovesciata) era tirata su fino al petto esponendo il seno sinistro al freddo autunnale. La testa e il viso erano stati colpiti, e incastrate nei fori c’erano pallottole di una pistola di tipo  BB (…)

Entro quella sera del 29 novembre 1988 tutto il paese di Hilton parlava di Viola Manville, 74-enne e nonna, uno spirito libero, schietta, ed ora divenuta vittima di omicidio.

L’Ufficio dello sceriffo della contea di Monroe interrogò dozzine di persone: vicini, familiari, un ex  fidanzato, adolescenti con problemi di turbolenza. Si apprese che Manville spesso era stata vista camminare lungo gli stessi binari abbandonati dove il suo corpo era stato trovato, anche dopo essere stata vittima di un tentativo di stupro in quello stesso posto 3 anni prima. L’uomo arrestato per quella violenza, Glen Sterling, era ancora in prigione.

Glen Sterling aveva un fratello di nome Frank.  Frank alto ma ingobbito e penosamente timido (…)

Al tempo dell’omicidio, aveva 25 anni e viveva ancora in casa, lavorando come supervisore su uno scuolabus.

Aveva la fedina penale pulita, ma per la polizia, egli aveva un movente. Se Frank avesse covato rabbia per il fatto che il fratello era in prigione? (…) Invero, quando la polizia interrogò Sterling, trovò  il suo alibi solido, egli era stato visto lavorare sullo scuolabus tutta la mattina, e ricordò a memoria le trame degli episodi di Smurfs e Chipmunks che aveva guardato quel pomeriggio. Non c’era alcuna prova fisica che lo collegava al crimine, e Sterling non fu arrestato. Entro pochi mesi si esaurirono anche altri indizi, e l’omicidio Manville rimase irrisolto.

Circa 3 anni dopo, il 10 Luglio 1991, un’auto civetta della polizia con due investigatori in borghese si fermò davanti alla casa della famiglia Sterling. Era la terza volta in quattro anni che la polizia veniva a vederlo. (…). I detective dissero che erano stati incaricati di reintervistare persone di rilievo nel caso, e che si erano accorti che Sterling non era mai stato sottoposto alla macchina della verità.

Gli chiesero di venire con loro alla stazione di polizia Rochester. Egli acconsentì.

Alle 19.00 Sterling seguì un tecnico della macchina della verità, Mark Sennet, in una piccola stanza al quarto piano, dove si sedette ad un tavolo e aspettò. Prima di collegare Sterling alla macchina della verità, Sennet impiegò più di 2 ore a fargli domande: Sapeva perché era là? Perché la Polizia avrebbe pensato che egli poteva aver ucciso Vi Manville? Poco dopo Sennet gli disse che Glen aveva riferito ai suoi compagni di cella che uno dei suoi fratelli aveva ucciso Manville, una bugia che aveva costruito lì per lì per vedere come il sospettato potesse reagire. Sterling si spaventò; disse (forse un po’ troppo sulla difensiva, Sennet pensò) che in nessun modo suo fratello avrebbe detto quello. Sennet disse a Sterling che sarebbe stato dentro per tutta la notte. Quando l’uomo della macchina della verità lasciò la stanza alle 22.45, Sterling cominciò ad aver paura(…)

Alle 23.20 un’altra persona venne ad interrogare Sterling, Patrick Rough, un giovane, presuntuoso detective (…). Parlava sommessamente accostandosi molto a Sterling, impiegando il suo tempo a spiegare avanti la sua teoria sul caso. Egli parlò dell’amore che Sterling doveva aver provato per suo fratello e della rabbia che doveva aver nutrito per il fatto che il fratello non fosse a casa il giorno del Ringraziamento. Disse a Sterling di ritenere che egli avesse fino a quel momento soffocato la sua rabbia riguardo a Glen in prigione. (…)

Sterling ammise che era abbastanza arrabbiato da “uccidere la puttana” e scagliò il suo accendino attraverso la stanza, dicendo, “Non l’ho uccisa ma sono sicuro che, diavolo, avrei potuto.”  Si avvicinava la mezzanotte e Sterling ancora dichiarava la sua innocenza e chiese persino di essere ipnotizzato per provare che non nascondeva niente. A mezzanotte e tre quarti, Sennett tornò e suggerì quella che lui chiamava “tecnica del rilassamento”. Fece giacere Sterling sul pavimento con i piedi sollevati su una sedia. Gli disse di respirare profondamente quattro volte, poi fece scivolare la sua sedia accanto a Sterling e gli tenne la mano. Chiese a Sterling se riusciva immaginare se stesso su quei binari della ferrovia, mentre si imbatteva nella signora dai capelli bianchi, discuteva con lei, la vedeva giacere nuda nei cespugli. Gli chiese come si sentisse nel vederla in quel modo. “ Felice,” disse Sterling. Alcuni secondi dopo, Sterling saltò in piedi e scattò. “Queste sono fregnacce! Io non ho fatto niente!” “Hai ragione, sono fregnacce,” disse Crough prima di uscire dalla stanza. “Io penso che tu abbia ucciso questa signora, e lo proverò.”

Sterling ora tremava, rasentando l’isteria. Era rimasto nella piccola stanza per 8 ore. Crough entrò di nuovo alle 2 e 40 e cominciò a massaggiare la schiena di Sterling. “Io stavo semplicemente sussurrando,” disse Crough in seguito, “che lui non ci era antipatico. Che eravamo lì per lui, noi capivamo, sentivamo che egli avrebbe detto la verità per togliersi un peso dallo stomaco.  Il socio di Crough, Thomas Vasile, tenne l’altra mano di Sterling e i 2 detective si strinsero intorno a lui per molto tempo, rassicurandolo gentilmente.

Alla fine, secondo il verbale della polizia, Sterling sbottò, “ Sono stato io. Ho bisogno di aiuto.” Allo spuntar dell’alba, alle 5 e 22, Sterling fece una dichiarazione videoregistrata. Sullo schermo, per più di 20 minuti, si può vedere Sterling che parla con lenta, frustrata monotonia, la cenere della sigaretta che brucia oltre il limite. Con Sennet che riprende con la videocamera, Sterling annuisce e concorda su ogni dettaglio che Crough e Vasile chiedono circa la pistola , il corpo nudo, singhiozzando di tanto in tanto mentre i due funzionari lo consolano. (…) .

Senza testimoni o prove fisiche che lo collegassero alla scena del crimine, gli accusatori fecero della confessione videoregistrata il pezzo centrale del loro caso. Il 29 settembre 1992 Frank Sterling fu accusato di omicidio e poi condannato all’ergastolo con possibilità di liberazione sulla parola dopo 25 anni. Fu rinchiuso nella prigione di stato ad Elmira. Un po’ di  giorni dopo il processo, quando molte persone a Hilton si fecero avanti dicendo che un diciannovenne di nome Mark Christie raccontava a tutti che lui l’aveva fatta franca con l’omicidio, la polizia non prestò loro molta attenzione. Il Killer, dopo tutto, aveva confessato.

Nel sistema di giustizia criminale, nulla è più potente di una confessione (…)

Come società noi contiamo sulla integrità della polizia e sulle garanzie esistenti, come i “diritti Miranda”, per prevenire abusi, e ci convinciamo che persone innocenti non confesserebbero mai crimini non commessi.

Ma, naturalmente, lo fanno. Negli ultimi anni, l’uso dei test del DNA ha permesso agli esperti di identificare false confessioni in quantità inaudite ed inquietanti. Nei due decenni passati, i ricercatori hanno documentato circa 250 casi di confessioni false, molte sfocianti in ergastoli e almeno 4 in esecuzioni ingiuste. Dei 259 casi finiti con un proscioglimento conseguito a test del DNA seguiti da un autorevole gruppo che tutela gli accusati, 63, cioè 1 ogni 4, erano caratterizzati da una falsa confessione. Considerando soltanto i casi di omicidio, la percentuale di false confessioni balza al 58% di tutti i proscioglimenti. (…)

I ricercatori che studiano le false confessioni dicono che le radici del problema giacciono nelle stesse tattiche di interrogatorio. Il metodo più influente è la tecnica Reid, una procedura in 9 passaggi vecchia di decenni designata ad isolare e convincere un indiziato a svelare i suoi inganni. (…)

Nel 1940, un corpulento, squadrato poliziotto cattolico irlandese di nome John E. Reid (…) arrivò nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica nel lavoro di polizia. Nel 1931, una giuria presidenziale conosciuta come la Commissione Wichersham aveva denunciato abusi provocati dal “terzo grado”, dall’uso della forza da parte della polizia per estorcere confessioni. (…)

Gli approcci di Reid iniziarono con la macchina della verità. (…)  Ma il lavoro più influente di Reid si concentrava sull’arte dell’interrogatorio. Con un parlare sommesso e schietto, aveva l’abilità di convincere delicatamente gli indiziati a confessare. “Era quasi un approccio sacerdotale”, dice George Lindbeg, che ha lavorato per Reid per 13 anni.

“Teneva la tua mano e diceva: ‘Dovresti davvero toglierti questo peso dallo stomaco!’ .” (…)

Reid fu riconosciuto, a suo tempo, come l’uomo che rese il terzo grado obsoleto. Ma se questo metodo non era fisicamente coercitivo, certamente lo era psicologicamente. Con la sentenza Miranda la Corte Suprema nel 1966 citò il metodo Reid come potenzialmente coercitivo, una ragione per cui gli indiziati avevano bisogno di essere informati del loro diritto di rimanere in silenzio.

A Elmira, Frank Sterling se ne stette appartato, trascorrendo la maggior parte del tempo in quello che era chiamato il  college block, dove i detenuti possono  studiare per laurearsi. (…)

Sterling provò a ritrattare la sua confessione subito dopo averla fatta. Disse al suo avvocato che era così fiaccato nella resistenza dalla polizia da non ricordare neanche cosa fosse successo quella notte. Proprio dopo il processo l’avvocato di Sterling presentò un’istanza per annullare il verdetto, con altri motivi: egli arguì che le voci su Mark Christie, l’uomo che era stato sentito vantarsi dell’omicidio di Vi Manville dopo la condanna di Steling, costituivano una giustificazione sufficiente per indagare se egli fosse il vero assassino. (…)

Nei successivi 8 anni Sterling e l’avvocato d’appello di Sterling, Don Thompson, presentarono un totale di 4 mozioni per annullare la condanna di  Sterling ma fallirono tutte. Poi nel 2004 Thompson si appellò all’ Innocence Project –  il gruppo fondato dall’Istituto di giurisprudenza Benjamin Cardozo e guidato da Berry Scheck e Peter Neufeld – che si è guadagnato ampi riconoscimenti per il suo lavoro nella liberazione di coloro che sono stati condannati ingiustamente.  La prima volta che esaminò la confessione di Sterling, persino Neufeld pensò che fosse colpevole. Ma subito dopo vide che tutto  puntava contro Christie. Nel 2005 il procuratore distrettuale della Contea di Monroe, Michael Green, acconsentì che l’Innocence Project facesse dei test del DNA su alcuni indumenti di Manville trovati sulla scena del crimine. Nell’autunno del 2008, dopo 3 anni di prove del DNA e di schermaglie legali,  giunse la notizia di ciò che sembrava una sfida. I campioni contenevano solo il cosiddetto DNA da contatto - poche cellule epidermiche – e non le quantità del tutto esaurienti che si trovano in campioni di sangue e seme. Tuttavia, come Neufeld ricorda: “Il profilo aveva una struttura genetica molto rara. E Christie aveva quella struttura.” (…)

All’inizio di quest’anno, il 28 Aprile, Frank è stato liberato. Ha pianto al Palazzo di Giustizia, ha abbracciato Don Thompson ed ha espresso incredulità. (…)

“Perché non si picchiano più le persone?” si domanda Don Thompson. “Non è perché adesso siano particolarmente illuminati. E’ perché la coercizione psicologica è molto più efficace.” (…)

Frank Sterling è in piedi sui binari ferroviari di Hilton, dietro la sua vecchia casa (…) Ora è più pesante di quanto lo fosse quando fu arrestato. I suoi denti sono stati trascurati per così lungo tempo che una settimana prima del suo rilascio gliene sono stati estratti nove. Ha scherzato con i suoi avvocati dicendo che li aveva messi sotto il guanciale per la “Fatina del Proscioglimento”. Egli non può guidare  per ragioni di salute, ma spera di trovare un lavoro al computer. (…)

Quando Crough e il suo socio vennero per la prima volta a casa sua nel 1991, Sterling dice, “essi dichiararono che stavano sospettando altri. Ma ho la sensazione che fossero concentrati su un pensiero: ‘Okay, faremo in modo che sembri che stiamo sospettando altri, ma è lui quello che probabilmente lo ha fatto per vendetta’.” Sterling acconsentì alla macchina della verità, dice, ”perché non avevo commesso il delitto. Io ho pensato. Okay, bene, non ho nulla da nascondere, così dovrei cavarmela senza problemi.”

Allora perché ha confessato? “Mi hanno demolito,” dice, scuotendo la testa. “Ero così stanco. Ricordate che non dormivo dalle 2 e 30 del martedì notte.”

Egli cerca di spiegare cosa ha significato discutere con la polizia per 12 ore. (…)

Sa che alcune persone non capiranno mai perché egli abbia ammesso un crimine non commesso. “Dicono, ‘Perché confessare se non lo hai commesso?’ Ma essi non hanno la completa comprensione di ciò che stavo passando in quel momento. E’ che, sì, io volevo superare l’ostacolo, andare a casa e dormire un po’.”

Ride piano. “18 anni e 9 mesi dopo finalmente sono a casa.” 

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(*) La traduzione è di Anna Maria Esposito. L’articolo originale, di 10 pagine, si può scaricare dal link: http://nymag.com/news/crimelaw/68715  ovvero ci può essere richiesto.

 

 

7) ANCORA UNA RISOLUZIONE PER LA MORATORIA ALLE NAZIONI UNITE

 

E’ in programma per la terza volta l’operazione “moratoria della pena di morte” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Per l’iniziativa, che dovrebbe concludersi a dicembre, è scontato un esito pressoché identico a quello ottenuto nel 2007 e nel 2008. Nel frattempo le grandi organizzazioni abolizioniste cominciano a comprendere l’importanza di un lavoro sommesso e paziente, fatto caso per caso, sui paesi che mantengono la pena di morte, per smussare le contrapposizioni politiche e convincere tutti che la battaglia abolizionista non viene fatta da alcuni paesi contro altri paesi bensì a vantaggio di tutta l’umanità in tutti i paesi del mondo.

 

Tra novembre e dicembre è in programma - per la terza volta – l’operazione “moratoria” presso l’Assemblea Generale della Nazioni Unite che ha aperto a settembre la sua 65-esima sessione.

Il testo di una nuova risoluzione che chiederà la moratoria, cioè la sospensione, dell’uso della pena capitale in tutto il mondo in vista della sua abolizione, sarà elaborato ed approvato preliminarmente, come di consueto, in seno al Terzo Comitato dell’Assemblea Generale - quello che si occupa della questioni sociali, umanitarie e culturali. Successivamente, a dicembre, il testo verrà presentato in seduta plenaria per ricevere l’approvazione definitiva con l’espressione del voto di tutti i 192 paesi rappresentati all’ONU.

Ricordiamo che una risoluzione per la moratoria della pena di morte fu approvata per la prima volta in Assemblea Generale il 18 dicembre 2007, al termine di un lungo cammino nel quale l’Italia ha avuto un ruolo preminente (v. nn. 154, 155). L’evento fu salutato con enorme soddisfazione dagli abolizionisti che ne sottolinearono il significato ideale: nel più elevato consesso mondiale la pena di morte veniva  considerata un’istituzione che volge al tramonto, da superare definitivamente, appena possibile, in tutto il mondo.

Purtroppo un risultato secondario meno positivo della risoluzione fu il compattamento dei paesi mantenitori della pena di morte; questi si opposero frontalmente al movimento per la moratoria negandone il collegamento con la problematica dei diritti umani e considerandolo una indebita interferenza negli affari interni dei paesi membri delle Nazioni Unite. Tant’è che, nel febbraio del 2008, 58 paesi mantenitori inviarono un  documento al Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon chiarendo che non accettavano la risoluzione per la moratoria e non riconoscevano all’Assemblea Generale una giurisdizione sulla questione della pena di morte.

Appariva quindi evidente per gli abolizionisti la necessità di abbassare i toni, paghi della risoluzione ottenuta, e di fare una lavoro sommesso e paziente nel riguardi dei paesi mantenitori per convincerli che non si trattava di un’aggressione politica degli uni nei riguardi degli altri ma di un’iniziativa portata avanti nell’interesse di tutti.

Invece le maggiori organizzazioni abolizioniste hanno replicato l’iniziativa in Assemblea Generale l’anno successivo e una nuova risoluzione per la moratoria è stata approvata, sostanzialmente con gli stessi voti a favore ottenuti nel 2007(1), il 18 dicembre 2008. Di nuovo, nel febbraio successivo, un duro documento di presa di distanze – sottoscritto questa volta da 53 paesi mantenitori - fu mandato al Segretario Generale dell’ONU (2).

Diventata un rituale biennale, l’iniziativa per la moratoria, saltato il 2009, si ripresenta quest’anno.

Per fortuna sembra che nel frattempo le grandi organizzazioni abolizioniste – avendo compreso l’opportunità di abbassare i toni e di smussare le contrapposizioni politiche – tendano a valorizzare un’attività di convincimento, adattata caso per caso, sui paesi mantenitori della pena di morte.

Scrive la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte a firma di Aurélie Plaçais: “Per la risoluzione del 2010, la Coalizione Mondiale ha deciso di non lanciare una campagna di mobilitazione pubblica, ma piuttosto di approcciare determinati paesi in modo strategico con discrete azioni di lobbying. La pena di morte rimane una questione altamente politicizzata all’ONU ed è chiaro che l’approccio di lobbying della società civile e delle organizzazioni non governative deve essere il più strategico e coordinato possibile per evitare qualsiasi reazione nefasta da parte degli oppositori della risoluzione.”

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(1) Nel 2008 si sono avuti 106 voti a favore, nel 2007 se ne ebbero 104, v. n. 165, Notiziario.

(2) Il Comitato Paul Rougeau – il 13 giugno 2009, nel corso dell’Assemblea Generale della Coalizione Mondiale Contro la Pena di morte - presentò al Comitato direttivo della Coalizione un documento intitolato: “Basta con le votazioni sulla moratoria” (v. n. 170). 

 

 

8) CARCERI, UN ABISSO CHE I “GIUSTI” NON TOCCHEREBBERO CON UN  DITO

 

Il 22 ottobre la presentazione del Settimo rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia è stata l’occasione per una approfondita presa di coscienza della situazione spaventosa delle carceri del nostro paese nelle quali si è raggiunto il record di 68 mila presenze, a fronte di una capienza di 44 mila detenuti, e si verificano in numero elevatissimo suicidi e tentativi di suicidio.

 

Per merito dell’associazione Antigone e di pochi altri, negli ultimi tre anni emergono dati sempre più spaventosi sulla situazione delle carceri italiane.

I dati vengono riportati nelle cronache con scarso rilievo. Non suscitano l’indignazione e neanche l’attenzione del grande pubblico (forse solo una larvata approvazione della ‘maggioranza silenziosa’).

I raggruppamenti politici di ogni segno – con esigue lodevoli eccezioni (1) – omettono di impegnarsi adeguatamente per cambiare la situazione, perché distratti dalla lotta per il potere e probabilmente timorosi di perdere consenso nel grande pubblico.

Il 22 ottobre, tra le persone accalcate nella saletta della Fondazione Basso a Roma, abbiamo ricevuto un’ampia panoramica della situazione carceraria, in occasione della  presentazione del Settimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia preparato dall’Associazione Antigone (2).

Anche se si tratta di un tema lontano dal nostro scopo associativo, ci sentiamo in dovere di riportare qualche dato per dare un’idea delle gravissime violazioni dei diritti umani che si verificano nel cuore del nostro stato.

Saltando a piè pari la problematica originata dalle gravi carenze quantitative e qualitative del personale penitenziario, e gli episodi di violenza e di tortura (come quelli verificatisi un anno fa ai danni di Stefano Cucchi), accenniamo al sovraffollamento carcerario: in Italia vi sono attualmente 68 mila detenuti – una cifra record -  in carceri con una capienza complessiva di 44 mila detenuti. Alla fine del 2006, dopo l’indulto, ve ne erano 39 mila.

In Italia le stanze da letto per una persona devono avere una superficie minima di 9 metri quadrati. L’Associazione Antigone ha trovato 5 o 6 detenuti nelle celle di 9 metri quadrati destinate ad accogliere i nuovi arrivati nel grande carcere di San Vittore a Milano. A Napoli nel carcere di Poggioreale la situazione non è migliore: anche 12-14 detenuti per cella, stratificati in letti a castello a tre piani (qui a causa del sovraffollamento le ore d’aria concesse sono solo 2 al giorno). Né è migliore nelle altre carceri visitate, per esempio nel carcere di Regina Coeli a Roma, dove in celle di 13 metri quadri] destinate ad ospitare 2 detenuti ne sono stati trovati fino a 6 (3)… Tutto ciò in edifici molto spesso scrostati, umidi, fatiscenti, sudici, con topi e scarafaggi, con servizi igienici carenti e disastrati.

Se dati del genere non vi sembrano terrificanti, concentratevi e provate ad immaginare di essere costretti a passare un solo giorno in simili condizioni.

Quale luogo di smisurata sofferenza siano le carceri italiane lo dimostra il fatto che - mentre in un anno in Italia si suicidano mediamente 3 persone ogni 62 mila abitanti - nel 2009 tra i 62 mila carcerati i suicidi sono stati 72, i tentativi di suicidio 10 volte tanti. E alla fine dell’anno potremmo registrare dati ancora più alti per il 2010.

Antigone non si limita a criticare la situazione attuale ma, nelle more di provvedimenti più complessi e costosi che richiedono comunque tempo – come la costruzione di nuove carceri - avanza una dozzina di proposte operative per ovviare nell’immediato alla criticità del sistema carcerario, tra cui: l’incremento dell’utilizzo delle misure alternative al carcere già previste dalle norme esistenti; l’attivazione di ‘strutture leggere’ esterne al carcere per l’espiazione di brevi pene detentive in regime sostanzialmente autogestito; la modifica della normativa penale per i reati di droga in modo da aumentare la prevenzione dei reati e i trattamenti al di fuori del carcere; la modifica della normativa sulla repressione dell’immigrazione irregolare; la modifica di quella parte della legge “ex Cirielli” che riduce fortemente le possibilità di accesso alle misure alternative in presenza di recidive; l’abrogazione dell’aggravante di clandestinità; la messa alla prova prima dell’esecuzione della condanna per reati minori che comportano una pena fino a quattro anni; una ‘lista di attesa’ per l’entrata in prigione in caso di sovraffollamento carcerario (con permanenza del detenuto in casa o in altro luogo da esso scelto); un ‘patto per il reinserimento e la sicurezza sociale’ che preveda la concessione di misure alternative a tutti i detenuti nell’ultimo periodo di pena.

Comunque sia qualcosa dovrà cambiare, o succedere, a breve.

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(1) Soprattutto fra i Radicali e i Comunisti, v. n. 181, “I Radicali mostrano la sofferenza nelle carceri italiane”

(2) “Da Stefano Cucchi a tutti gli altri. Un anno di vita e morte nelle carceri italiane – Settimo rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia” – Ed. L’Harmattan Italia, 2010.  Il rapporto di 290 pagg. del costo di 22 euro si può richiedere a: segreteria@associazioneantigone.it

(3) È partita con l’appello “Le carceri sono fuorilegge”l’omonima iniziativa promossa da Antigone insieme all’associazione A buon diritto e in collaborazione con il settimanale Carta; si tratta di una verifica del rispetto della legalità negli istituti di pena italiani dal punto di vista socio-sanitario. L’iniziativa ha comportato 15 visite degli attivisti, insieme a parlamentari e consiglieri regionali, in altrettante carceri, tra il 21 giugno al 2 luglio.

9) NOTIZIARIO

 

Georgia. Il giudice Moore rispedisce Troy Davis direttamente alla Corte Suprema. Il giudice federale distrettuale William T. Moore Jr., trattò con molta severità – quasi con astio - il ricorso di Troy Davis, condannato a morte in Georgia, che chiedeva un nuovo processo.  Moore respinse il ricorso  il 24 agosto (v. n. 182) e inviò la sua sentenza di 172 pagine alla Corte Suprema federale.  Il 19 ottobre si è saputo che Moore ha deciso che gli avvocati di Davis devono appellarsi contro il respingimento del ricorso direttamente alla Corte Suprema, e non come da loro richiesto alla corte d’appello immediatamente superiore, la Corte federale d’Appello dell’Undicesimo Circuito. Ciò perché la Corte Suprema usò della propria “giurisdizione originale” nel trasferire il caso alla corte di Moore.

 

Globale. Una giornata mondiale che dura un anno. La Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte indetta come ogni anno per il 10 ottobre, quest’anno è stata dedicata al rafforzamento della tendenza abolizionista negli Stati Uniti d’America (v. n. 183). Sono state notificate alla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte (v. http://www.worldcoalition.org/ ) decine di manifestazioni abolizioniste di una certa rilevanza tenutesi nella settimana 10-16 ottobre negli USA (dal Texas all’Alaska, a New York e a Washington) e un numero maggiore di eventi verificatisi in tutti i continenti. Noi del Comitato Paul Rougeau abbiamo partecipato a tre manifestazioni organizzate da altri soggetti abolizionisti a Roma nella settimana successiva al 10 ottobre. Torneremo ad attivarci il 30 novembre in occasione della manifestazione “Città per la vita” e soprattutto pensiamo ad azioni di più ampio respiro da compiersi nel corso di un anno, fino al 10 ottobre 2011. Nel caso degli Stati Uniti infatti non è tanto importante diffondere informazioni qualitative e quantitative sull’uso della pena di morte, che è ben conosciuto in tutti i particolari, quanto impegnarsi sui casi di singoli condannati alla pena capitale e su questioni specifiche come ad esempio le condizioni di detenzione nei bracci della morte.

 

Nevada. Ergastolo per la pedofila. In 27 ottobre la FAMM, un’associazione del Nevada che si occupa di problemi penali, ha deciso di inoltrare un documento legale alla Corte Suprema dello stato, in favore di Michelle Lyn Taylor, di 34 anni, che in aprile è stata condannata all’ergastolo per essersi fatta toccare il seno da un tredicenne che voleva sedurre. Se la sentenza non verrà modificata con un provvedimento del tutto eccezionale, la donna potrà chiedere la liberazione sulla parola solo dopo 10 anni di detenzione. Anche se uscirà dal carcere, rimarrà iscritta per tutta la vita nella lista dei pedofili, subendo serie limitazioni nella libertà personale.

 

Usa. La nuova giudice Elena Kagan ha cominciato il suo lavoro nella Corte Suprema. La giudice Elena Kagan si è inserita effettivamente nella Corte Suprema federale degli Stati Uniti il 4 ottobre, aggiungendosi agli altri 8 giudici rimasti dopo le dimissioni del giudice John Paul Stevens (v. nn. 179, 180, 181, 182). La Kagan dovrà occuparsi di una varietà di questioni importanti, ad esempio della libertà di espressione, valutando il ricorso della Chiesa Battista di Westboro che manifestò durante il funerale di un militare morto in Iraq nel 2006 recando cartelli che dicevano: “Grazie a Dio per i soldati morti” e “Dio odia i froci.” e fu condannata a indennizzare il padre del caduto con 5 milioni di dollari. La Kagan dovrà inoltre entrare in merito al diritto al risarcimento per la condotta fraudolenta dell’accusa in un caso capitale. Infatti John Thompson fu condannato a morte in Louisiana dopo che gli avvocati dell’accusa deliberatamente nascosero dei test su campioni di sangue favorevoli all’imputato. Il condannato si salvò in extremis: gli avvocati difensori scoprirono tali prove una settimana prima della sua esecuzione fissata per il 20 maggio 1999. Thompson fu infine esonerato ed ottenne in una causa civile un indennizzo di 14 milioni di dollari. Tuttavia lo stato non vuol pagare dicendo che la condotta scorretta non fu del Procuratore Distrettuale bensì degli avvocati accusatori da lui nominati. Infine, in tema di pena di morte, la Kagan si è subito dovuta occupare del diritto del condannati a morte di chiedere test del DNA attraverso un ricorso civile. Ciò in conseguenza del ricorso di Hank Skinner, condannato a morte in Texas (v. art. sopra).

 

Usa. Rincrescimento del giudice Stevens per aver votato a favore della pena di morte. In occasione della ripresa autunnale dei lavori della Corte Suprema degli Stati Uniti, il 4 ottobre, il novantenne giudice John Paul Stevens, per la prima volta assente, perché dimissionario e sostituito da Elena Kagan, ha rilasciato una intervista radiofonica alla NPR. Nel corso dell’intervista Stevens ha dichiarato il suo rincrescimento per aver votato nel lontano 1976 a favore della famosa sentenza Gregg v. Georgia che ripristinò la pena di morte negli USA. Stevens ha detto che a quel tempo riteneva che l’universo degli imputati passibili di pena capitale fosse talmente ristretto da garantire che per essi la pena di morte fosse appropriata. Ma poi, egli ha aggiunto, la corte ha costantemente allargato l’insieme dei reati capitali e si è sbilanciata a favore dell’accusa cosicché “la premessa sottostante al mio voto si è dissolta, in un certo senso.” Egli ha definito la decisione di ripristinare la pena di morte “scorretta” confessando: quello fu “l’unico voto che vorrei cambiare.”

 

Vaticano. Avanzata presa di posizione di Federico Lombardi. Il 2 ottobre il Direttore della Radio Vaticana, padre Federico Lombardi, ha preso posizione con un editoriale contro la pena di morte. Si tratta di una dichiarazione notevole, particolarmente avanzata, che riportiamo integralmente: “Sono contrario al ricorso alla pena di morte. Non la voglio né in Cina, né in Iran, né negli Stati Uniti, né in India, né in Indonesia, né in Arabia Saudita, né in nessuna parte del mondo. Non la voglio per lapidazione, né per fucilazione, né per decapitazione, né per impiccagione, né per scossa elettrica, né per iniezione letale. Non la voglio dolorosa, né indolore. Non la voglio in pubblico, né in segreto. Non la voglio per le donne, né per gli uomini; non per gli handicappati, né per i sani. Non la voglio per i civili, né per i militari; non la voglio né in pace, né in guerra. Non la voglio per chi può essere innocente, ma non la voglio neppure per i rei confessi. Non la voglio per gli omosessuali. Non la voglio per le adultere. Non la voglio per nessuno. Non la voglio neppure per gli assassini, per i mafiosi, per i traditori e per i tiranni. Non la voglio per vendetta, non per liberarci di prigionieri scomodi o costosi, e neppure per presunta misericordia. Perché cerco una giustizia più grande. Ed è bene camminare per questa strada per affermare sempre di più, a vantaggio di tutti, la dignità della persona e della vita umana, di cui non siamo noi a disporre. Come dice il Catechismo della Chiesa cattolica citando Giovanni Paolo II, oggi per gli Stati, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo per renderlo inoffensivo ‘sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti’ (n.2267). Rendiamoli inesistenti. E’ meglio.”

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 ottobre 2010