FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  143  -  Ottobre 2006

SOMMARIO:

 

1) Pieno successo del tour di Dale e Susan Recinella in Italia    

2) Anche Greg se ne è andato, ecco il racconto della sua uccisione       

3) Un viaggio in Texas che non scorderò mai                   

4) Il cattolico Jeb Bush lascia uccidere anche Rutherford e Rolling       

5) Il suicidio di Michael Johnson scacco per il Texas sanguinario          

6) Firmato il Military Commissions Act      

7) Prima condanna a morte di Saddam alla vigilia delle elezioni Usa

8) 30 novembre, Ravenna città per la vita           

9) Sulle condizioni di detenzione vogliamo una risposta da Dretke       

10) Notiziario: Cina  

 

 

1) PIENO SUCCESSO DEL TOUR DI DALE E SUSAN RECINELLA IN ITALIA

 

Dal 22 ottobre al 2 novembre, come preannunciato, il Comitato Paul Rougeau ha ospitato in Italia Dale e Susan Recinella. Il nostro amico Dale, cappellano laico nel braccio della morte della Florida, e sua moglie, psicologa,  hanno ottenuto uno smagliante successo in tutte e otto le conferenze che abbiamo organizzato per loro. Grazia, con l’aiuto di altri soci del Comitato, ha svolto con entusiasmo il complesso lavoro di preparare il tour e si è poi trasformata in un singolare ‘alter ego’ di Dale e Susan traducendone passo passo gli interventi. Alla fine ci ha mandato il seguente diario della sua ‘avventura’ durata 12 giorni. Lo pubblichiamo molto volentieri  per ‘contagiare’ i nostri lettori con i sentimenti positivi che lei e molti di noi abbiamo provato, e per partecipare a tutti un indubbio successo del Comitato Paul Rougeau nella lotta conto la pena di morte. Per il superamento della pena capitale è infatti molto più produttivo cambiare la mentalità della gente – come fa magistralmente Dale mostrando “La pena di morte da vicino” (*) - che mandare innumerevoli petizioni a politici ottusi, ossessionati soltanto di conservare il potere sfruttando la paura della popolazione.

 

Il 22 ottobre Dale e sua moglie Susan sono atterrati a Milano Malpensa, puntualissimi ma molto provati. Avevano intrapreso il lungo viaggio dalla Florida all’Italia subito dopo aver sostenuto Arthur Rutherford e la sua famiglia nelle settimane precedenti l’esecuzione di Arthur. Dale, quale assistente spirituale, il 18 ottobre aveva seguito il condannato fin nella camera della morte.

Il tempo per riposarsi dopo l’arrivo in Italia è stato davvero poco, perchè lo stesso pomeriggio Dale, Susan ed io siamo dovuti partire per Firenze, dove siamo arrivati di sera tardi. Per fortuna Loredana Giannini ci ha offerto un’ospitalità calda e accogliente, che ha permesso a tutti di essere relativamente in forma e riposati per la prima conferenza, la mattina del giorno successivo.

Il 23 ottobre abbiamo così affrontato il primo di otto incontri, alla Provincia di Firenze. Nonostante l’assiduo impegno di Loredana già dal mese di giugno per ottenere il massimo successo di questo appuntamento, la Provincia ha trascurato di contattare scuole e organizzazioni come aveva promesso. Solo grazie ad un ulteriore sforzo di Loredana negli ultimi giorni si è potuta sbloccare la situazione. Il successo è stato notevole. Si è avuta una risposta più che positiva dei presenti tra cui sessanta studenti di scuola superiore attentissimi e commossi. Rosalba Spini, Vice-presidente del Consiglio provinciale, che ha assistito alla conferenza, ha dichiarato la sua grande ammirazione nei riguardi di Dale e Susan ed ha espresso il desiderio di ripetere l’incontro estendendo l’invito a molte scuole. Speriamo che, avendo conosciuto e ascoltato Dale e Susan “in diretta”, ed essendosi convinta del loro grande impatto sul pubblico, abbia davvero intenzione di impegnarsi in questo senso in futuro.

Il 24 ottobre abbiamo incontrato un gruppo di classi di terza media presso la scuola statale “Mino da Fiesole” nel comune di Fiesole vicino a Firenze. C’erano circa cento ragazzi. Dale e Susan sono stati bravissimi ad adattare la loro presentazione all’età del pubblico. Trattandosi di tredici-quattordicenni, hanno attenuato l’impatto emotivo del loro discorso, senza tuttavia alterare il messaggio di fondo. Messaggio che è stato prontamente recepito dai presenti. Dopo la conferenza e il dibattito, nutritissimo di domande da parte dei ragazzi, un gran numero di loro sono venuti a stringere personalmente la mano a Dale e Susan, ringraziandoli della loro testimonianza e del loro lavoro.

Nonostante il carico di impegni e la stanchezza non ancora smaltita, abbiamo avuto la possibilità, grazie alla disponibilità e all’energia di Loredana, di consentire a Dale e Susan di ammirare un poco gli splendori di Firenze ed anche di fare una veloce puntata a Pisa e a Lucca, per visitare le Suore Oblate dello Spirito Santo, che Dale aveva conosciuto l’anno scorso.

Il 26 ottobre ci siamo spostati a Torino, e il 27 abbiamo parlato all’Istituto Sociale, un liceo Scientifico e Classico dei Gesuiti. Erano presenti oltre 150 ragazzi del triennio, dai sedici ai diciannove anni di età. La conferenza, che doveva durare fino a mezzogiorno, si è protratta ampiamente oltre l’orario stabilito per il fitto dibattito che vi ha fatto seguito. Al termine, numerosi ragazzi e ragazze si sono avvicinati a Dale e a Susan e hanno dimostrato la loro viva commozione per la testimonianza ricevuta. Il preside del Liceo era entusiasta. Ha detto che vorrebbe organizzare negli anni futuri incontri a livello cittadino per le scuole superiori torinesi e possibilmente incontri a livello nazionale per le scuole dei Gesuiti in Italia! Lo stesso preside mi ha poi fatto sapere, nei giorni successivi, di aver ricevuto telefonate di genitori che si sono congratulati con lui e che avrebbero voluto una conferenza anche per gli studenti del biennio.  

Il 28 ottobre sera ci siamo recati in un locale di Torino per la conferenza di Dale e Susan organizzata dal gruppo locale di Amnesty: all’inizio i personaggi che abbiamo incontrato nella saletta a pian terreno ci hanno fatto temere che la serata sarebbe stata un disastro. Al contrario! Nelle sale superiori era stata allestita la mostra di disegni sul tema della pena di morte, realizzati dagli studenti dell’Istituto Europeo di Design. Disegni toccanti, che rappresentavano in modo vivido i sentimenti di paura, ansia e oppressione che un condannato a morte può provare, e che dimostravano come questi studenti (giovani sui vent’anni) avessero saputo immedesimarsi nelle persone che vivono il dramma della pena capitale. A Dale e Susan era stata riservata una saletta per la conferenza. La musica, prima assordante, è stata abbassata e poi addirittura spenta. La testimonianza di questa singolare coppia di nostri amici è stata ascoltata per oltre due ore senza interruzione e con un ampio e vivo dibattito finale. Un successo davvero imprevedibile a giudicare dalle premesse.  

Il 30 ottobre abbiamo preso un treno molto mattiniero, dal quale abbiamo ammirato l’alba sulle Alpi, e abbiamo raggiunto Novara, dove Anna Maria Esposito, ospitale e attivissima come sempre, ci ha accolti e accompagnati al Liceo Scientifico statale “Antonelli”, presso il quale si era in precedenza più volte recata per conferire col preside e organizzare questa conferenza. Erano presenti tutte classi di seconda liceo (ragazzini di quindici-sedici anni) e, trattandosi di una scuola molto grande (comprensiva di una succursale) abbiamo dovuto tenere due conferenze successive di circa due. Ad ogni conferenza hanno partecipato oltre cento allievi. E’ stata una mattinata molto faticosa, ma anche in questo caso ne è valsa la pena: decine di interventi degli studenti, il primo turno costretto a interrompere un fiume di domande per cedere il posto al secondo, mani che venivano strette, lacrime.      

Dopo un incontro molto amichevole con Anna Maria, suo marito Gianni e Marco, un amico di Dale e Susan che fa parte della Comunità di Sant’Egidio, siamo rientrati a Torino.

Il 31 ottobre, per le ultime due conferenze, ci siamo recati all’Istituto Maria Ausiliatrice, che ospita un Liceo Scientifico e un Liceo Linguistico. Anche qui abbiamo effettuato due interventi successivi: il primo con studenti del biennio (oltre cento ragazzi fra di quattordici e i sedici anni), il secondo con una classe quinta del liceo linguistico che non aveva avuto occasione di ascoltare Dale durante una sua precedente visita nella stessa scuola due anni fa. E’ monotono ripetere che anche in questa occasione abbiamo incontrato un grandissimo successo, ma è la verità.

Il 2 novembre, con grande commozione, il commiato all’aeroporto con i nostri due straordinari amici. Loro rientrano in Florida per continuare il volontariato in favore dei carcerati (Dale, mantenuto dal lavoro della consorte e con il pieno consenso dei cinque figli, lo fa a tempo pieno).  

Durante queste conferenze ho avuto modo di ascoltare per la prima volta la testimonianza diretta di Susan, che collabora con il marito assistendo i familiari del condannato a morte nella tragica settimana dell’esecuzione. Le sue parole, ricche di sentimento e a volte spezzate dalla commozione, sono altrettanto forti e incisive di quelle del marito. La drammatica esperienza appena trascorsa con le tre giovani figlie di Rutherford, che hanno subito per la seconda volta (la prima a gennaio quando l’esecuzione del padre fu interrotta mentre era già legato al lettino con gli aghi in vena) il calvario dell’addio all’amatissimo papà, era ancora palpitante nelle parole di Susan, e da lei la commossa testimonianza contagiava inevitabilmente tutti gli ascoltatori.

Dale non si è smentito e anche quest’anno ha saputo toccare le corde più sensibili del cuore dei suoi ascoltatori, facendo loro vivere da vicino la settimana di un’esecuzione, senza scordarsi di sottolineare le principali ingiustizie sociali che caratterizzano la pena di morte:  razzismo, povertà, malattia mentale.

E’ meraviglioso conoscere una coppia come questa, sapere delle loro attività e ascoltare direttamente la loro esperienza. E’ per me un grande onore essergli amica, un privilegio averli ospitati e aver avuto l’opportunità di vivere in me - traducendo ogni volta dall’inglese passo passo - la testimonianza che hanno voluto dare.

I “semi” piantati in questi giorni in oltre ottocento giovani un giorno potranno dare grandi frutti. Certamente molti dei i ragazzi che hanno ascoltato questi discorsi sapranno che cosa obiettare a chi in futuro invocasse la pena di morte come possibile soluzione al problema della criminalità. Alcuni di loro potranno fare anche di più: diventare attivisti e collaborare fattivamente con le organizzazioni umanitarie per accelerare il processo abolizionista. Abbiamo distribuito moltissimi volantini, che forse indurranno alcuni ragazzi a iscriversi al Comitato, o quanto meno alla nostra mailing-list, permettendoci così di continuare a “coltivare” i semi piantati.

L’entusiasmo dimostrato dai presidi delle scuole che abbiamo visitato, nonché quello della Vice presidente della provincia di Firenze, ci fanno a sperare di poter ripetere e allargare questa esperienza. Tutti indistintamente ci hanno chiesto di ritornare e di estendere le conferenze ad altre scuole ed organizzazioni. Vedremo quali proposte sarà possibile tradurre in pratica.

Possiamo affermare con assoluta sicurezza che lo sforzo, anche finanziario, fatto dal Comitato Paul Rougeau per organizzare questa serie di conferenze ha reso il cento per uno!

Desidero esprimere la mia sincera gratitudine a coloro che hanno collaborato al successo di questo nostra importante iniziativa sia come organizzatori che come spettatori. A cominciare naturalmente da Dale e da Susan, che hanno affrontato un lungo viaggio, nonché lo stress fisico ed emotivo delle otto conferenze in cui hanno rivissuto la via crucis dei condannati a morte e delle loro famiglie. Poi un sentito ringraziamento a Loredana, che ci ha ospitati in casa sua per giorni, ci ha “scarrozzati” a Firenze e dintorni e si è impegnata moltissimo prima e durante le conferenze. Un grazie particolare va ad Anna Maria, che ha consentito col suo grande impegno il successo dell’intervento nella scuola di Novara, attivandosi ripetutamente anche a causa dei cambiamenti di programma dovuti alla fissazione della data di esecuzione di Arthur Rutherford che ha fatto ritardare di alcuni giorni l’arrivo di Dale e Susan.

Pur non potendoli nominare individualmente, ricordo gli amici e i soci del Comitato che hanno partecipato agli incontri e hanno fornito in vario modo aiuto, sostegno e suggerimenti. Infine devo proprio ringraziare la mia famiglia che con grande comprensione e disponibilità mi ha permesso di vivere al cento per cento questa splendida ‘avventura’.

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(*) Per avere un’idea degli argomenti toccati da Dale Recinella, cfr. “La conferenza di Dale Recinella al Sermig” nel nostro sito ( www.paulrougeau.org/Conferenza%20Dale.htm )

 

 

2) ANCHE GREG SE NE E’ ANDATO, ECCO IL RACCONTO DELLA SUA UCCISIONE

 

Dopo quella di Paul Rougeau, le storie di molti nostri amici detenuti nel braccio della morte del Texas sono state pubblicate nel libretto di presentazione della nostra associazione insieme all’invito a scrivergli e a sostenerli. Purtroppo la maggior parte di queste storie sono state poi tolte dall’opuscolo per il sopravvenire dell’esecuzione dei nostri amici. Abbiamo visto uccidere uno ad uno Jerry Lee Hogue, Joe Cannon, David Hicks, Gary Graham, Richard Jones, Cameron Todd Willingan, Edward Grenn, Dominique Grenn, Bryan Eric Wolfe… ed infine, il 25 ottobre scorso, Gregory Lynn Summers.  Purtroppo la petizione da noi divulgata nel numero scorso non è riuscita a salvarlo, così come il grande impegno dei suoi avvocati e dei suoi sostenitori per ottenere un nuovo processo. Vogliamo condividere con i lettori l’affettuosa e straziante cronaca della sua esecuzione scritta da Maartje Kok–de Bruijn, una signora olandese che è stata vicina fino all’ultimo a Greg insieme alla nostra amica Caterina Calderoni. Leggete e diffondete questa testimonianza: toccare con mano la pena di morte per quello che veramente è fa maturare l’opinione pubblica e accelera il processo abolizionista.

 

Dal mio diario di mercoledì 25 ottobre 2006

 

E’ morto.

Senza guardare verso di noi, con gli occhi aperti a fissare il soffitto. Dichiarato morto sedici minuti dopo le 21.

Stamattina ho avuto una bella visita con lui, insieme a Caterina, la migliore amica italiana di Greg, capo del suo comitato di difesa in Italia. […]

A metà visita gli oggetti di proprietà di Greg sono stati portati nella sala dei colloqui: quattro grosse borse piene piene. Ieri avevamo preso con noi tre borse con i suoi libri.

Greg ci spiega che cosa c’è dentro le borse. La perdita della radio è ciò che lo addolora di più, essa è stata la cosa più importante e preziosa che abbia posseduto nei sedici anni passati nel braccio della morte. SE avrà una sospensione e verrà riportato a Livingston nella Polunsky Unit, egli perderà tutto perché la sua roba non potrà viaggiare con lui.

Prendiamo delle fotografie e per fortuna riescono bene. E una cosa di cui essere contenti dal momento che non si può mai prevedere che cosa uscirà da una polaroid. La signora Williams, la guardia [con la macchina fotografica], fa del suo meglio e riesce perfino a farci sorridere. Greg è forte. Si mostra moderatamente ottimista a causa della testimonianza di William Spaulding che è stata rilasciata ieri. Spaulding fu un teste chiave dell’accusa nel processo contro Greg. Nella testimonianza rilasciata ieri egli ammette di essere stato pagato dallo stato del Texas e di aver mentito […] Anche l’avvocato di Spaulding ha rilasciato una testimonianza similare […]

E’ circa mezzogiorno e quindi è ora di dirsi addio. Chiedo a Greg di portare il mio amore e mio padre e mia madre quando li incontrerà in cielo. Non vuole sentirmi parlare così, non vuole che ci si dica addio. Per rimanere forti, neghiamo la possibilità che egli venga ucciso. E così ci baciamo appoggiando le labbra al vetro di separazione. Diciamo che gli vogliamo bene e subito due guardie ci portano all’uscita. Passando attraverso la porta, ci voltiamo nella speranza che Greg si sia girato per un saluto finale, ma vediamo solo la sua schiena. […]

Alle quattro meno dieci il telefono squilla. Tramite la telefonista del carcere e il cappellano veniamo messi in contatto con Greg. Metto il “vivavoce” per permettere a noi tre [Caterina, mio fratello Ivo ed io] di parlare con lui e di ascoltarlo. Tutti e quattro ci comportiamo come durante una normale telefonata. Greg chiede ad Ivo di tirar fuori la radio dalla borsa e ci spiega come potremo usarla nel nostro paese, l’Olanda. Poi vuole che io cerchi tutti i francobolli non usati per darli al suo avvocato. Scherziamo e ridiamo. Ridiamo per evitare di piangere. Dio, come è stato difficile mantenerci forti!

Alle quattro e un quarto Greg chiude la telefonata. […]

Siamo felici quando Greg ci richiama alle cinque meno un quarto. […]

Alle cinque e cinque l’addio definitivo. Anche se Greg si mostra ancora moderatamente ottimista e spera in una sospensione. E così io gli do appuntamento per una visita di due ore il prossimo lunedì, prima di prendere il volo verso casa. Caterina dice a Greg che dobbiamo correre [alla Casa della Morte] nella Walls Unit per essere puntuali all’incontro col cappellano. Che situazione incredibile di merda: dirgli che dobbiamo correre per arrivare in tempo alla sua esecuzione! Qualcuno avrà mai sperimentato una situazione più bizzarra?

Rimaniamo forti, anche se si crea un lungo silenzio dalla parte di Greg alla fine della telefonata. Una volta ancora diciamo che ci amiamo l’un l’altro. Bye Greg, sii forte!

Dobbiamo precipitarci verso l’edificio dell’Amministrazione carceraria che è dalla parte opposta della Walls Unit. Il cappellano ci sta già aspettando. […]

Alle sei meno un quarto il cappellano ci dice che deve esserci molta carne al fuoco [in tema di ricorsi] perché ‘normalmente’ questo è il momento in cui le guardie vengono a controllarci prima di condurci dall’altra parte della strada per l’esecuzione.

Tutti e tre siamo così stanchi, così terribilmente stanchi per tutte le emozioni e le tensioni. Camminiamo avanti e indietro, ci è consentito di passeggiare nell’atrio, mi è anche permesso di andare fuori a vedere quanta gente sta dimostrando. Non ce ne è molta. La pioggia viene giù a scrosci.

Di nuovo dentro. Le sei e un quarto. Le sette. [L’esecuzione doveva avvenire alle sei]. Le speranze in una sospensione crescono e allora io comincio a pensare a tutte le cose che dobbiamo fare per salvare Greg. Tanta gente ritiene che sia scandaloso quel che gli è accaduto. Più di mille persone hanno firmato la petizione. Alla fine i media hanno affrontato il caso. ORA noi dobbiamo essere in grado di riunire tutte queste persone per costituire una immensa massa di combattenti […] Jimmy Carter ha offerto il suo aiuto, il presidente Prodi ha chiesto la grazia, Susan Sarandon ha firmato la petizione ed anche  Mike Farrell […]

Gli occhi ci si chiudono, a tratti, per qualche istante. Mi corico parzialmente sul banco, poggio la testa sulla mia giacchetta jeans e mi assopisco…

“MAARTJE!!!”  Sento Ivo chiamarmi da molto lontano. Apro gli occhi e vedo le facce di pietra di due agenti, un uomo e una donna. Sono le otto e mezza. In una frazione di secondo me ne rendo conto: i miei sogni sono andati, i miei piani sono inutili. Gli agenti in questa stanza significano che tutte le mozioni sono state respinte. Significano che l’esecuzione avverrà. Mi sento stringere il petto, il battito del cuore impazzisce. No Dio, ti prego, NOOO! L’agente donna conduce me e Caterina nel bagno. Ci consente di servircene ancora una volta e poi ci perquisisce e ci controlla con un metal detector. Torniamo indietro nella stanza per prendere i passaporti e le giacche. Mi rendo conto che è la fine. La battaglia è conclusa. […]

Ci teniamo per mano mentre prendiamo l’ascensore. Usciamo all’aperto. Personale del carcere davanti a noi, il cappellano e l’uomo della sicurezza dietro di noi. Traversiamo la strada verso la Walls Unit, ondeggiamo nel buio tra la gente che è fuori, che è venuta per noi e per Greg. Saliamo le scale e arriviamo all’edificio. La porta si apre e andiamo in una stanza sulla destra. Ci sono qualcosa come cinque persone […] tra giornalisti ed impiegati. […] Il tipo di fronte a noi col grasso sedere sul bordo del tavolo, un taccuino in mano, tamburella con la penna sul piano del mobile, sbadiglia e guarda l’orologio come a dire: “Ehi! Possiamo sbrigarci un po’ per favore, è circa tre ore che siamo qui, io me ne voglio andare a casa.” Noi stiamo in piedi, rifiutiamo una sedia, stiamo in silenzio. L’attesa è lunga, poi sento il rumore di scarpe coi tacchi nel corridoio, Michelle Lyon, portavoce del carcere, entra e dice: “Sono pronti”.

Noi tre ci teniamo per mano e seguiamo il personale. E’ proprio come se stessimo all’interno di un film. Ma è certamente un film dell’orrore. Il corridoio è lungo, giriamo un angolo ed entriamo nel parlatorio. […] Alla fine un’altra porta. Qualcuno la apre e ci dà la precedenza per entrare. Ad una distanza di solo CINQUE metri c’è Greg. Il mio cuore sobbalza ed ho l’affanno. Sembra che il calmante che ho preso non faccia più effetto. Ci avviciniamo con tre passi alla finestra, premiamo i palmi delle mani contro il vetro. Senza il vetro avremmo potuto toccare Greg. Egli è sdraiato lì, lo vediamo di lato, la testa alla nostra sinistra, i piedi alla nostra destra, le sue braccia stese da una parte e dall’altra, come Gesù in croce, un tubicino che gli esce da ogni mano. Probabilmente prima hanno tentato invano di trovare le vene all’interno di un gomito, perché è fasciato. Povero Greg! Si era sempre lamentato di come fosse difficile fargli un prelievo di sangue. Alla fine devono aver usato le vene delle mani. Queste sono nascoste da guanti pesanti, quasi guantoni da pugilato.  Un lenzuolo ricopre il corpo fino al collo. Guardo il suo petto. Sembra essere proprio calmo. Ma che cosa deve aver provato durante tutta la preparazione a questa uccisione, durante la fissazione delle tante cinghie, durante i tentativi di trovare le vene per il veleno? E’ entrato nel panico o ha provato sollievo mentre finalmente ciò stava accadendo? Non lo saprò mai. Egli fissa il soffitto da dove una potente luce gli illumina la faccia e da dove si allunga un microfono, proprio fino alla sua bocca. Le lacrime sono vicine, oh sì. Ma dobbiamo essere forti, non lasciar vedere a ‘loro’ il nostro dolore. Greg non ci può sentire, ma noi udiamo qualsiasi cosa viene detta lì dentro. Un porta sulla sinistra si è aperta e si è chiusa di nuovo. Sembra il segnale che l’uccisione può aver luogo. Il Direttore, in piedi dietro la testa di Greg, chiede se egli ha da fare una dichiarazione finale. Lo sentiamo dire ‘no’. Il cappellano del carcere tiene la mano sulla spalla destra di Greg. Il Direttore fa un cenno di assenso. Greg sta di fronte alla morte con gli occhi spalancati. Niente sguardo finale verso di noi, niente ‘goodbye’. Noi comprendiamo. Egli è coraggioso per noi, noi siamo coraggiosi per lui. Speriamo proprio che il penthotal compia subito il suo lavoro e faccia scivolare Greg nel coma in modo che non possa percepire il curaro che gli fa collassare i polmoni. Noi vediamo e udiamo quando ciò accade nel ‘respiro - russante’ che si leva dal suo naso e dalla sua bocca. Ci hanno preavvertito, tuttavia ciò ci dà un’impressione violenta. Ora certamente Greg è su una strada senza ritorno. Ivo, Cat ed io facciamo mucchio, ciascuno con un braccio dietro alle spalle degli altri e l’altro braccio proteso in avanti fino a toccare il vetro della finestra. Silenziosamente diciamo addio e, mentre il cloruro di potassio passa attraverso le sue vene e ferma il suo cuore, gli auguriamo un sicuro cammino verso casa. E’ vero, piangiamo, ma molto silenziosamente. Quanta dignità in Greg e quanta in noi!

Arriva il dottore. Guarda dentro gli occhi di Greg, palpa il suo collo, ascolta il suo cuore e dichiara che Greg è morto alle 21 e 16’. Infine alza il lenzuolo fino a ricoprire la testa di Greg. E fatta. Il prigioniero 999010 è morto, numero 22 di quest’anno. Un uomo innocente è stato ‘legalmente’ assassinato.

Ci chiedono di seguire i funzionari. Tenendoci abbracciati lasciamo la stanza; di nuovo la saletta d’attesa, prendiamo la nostra roba, diamo la mano al cappellano e usciamo dall’edificio senza guardare nessuno e senza dire una parola. Sono circa le nove e mezza. Andiamo nell’area riservata alle dimostrazioni per ringraziare ogni manifestante. La troviamo vuota. Se ne sono andati tutti. Giusto, chi avrebbe potuto resistere sotto la pioggia per quattro ore. Anche il tempo del Texas si è messo a piangere con noi. Accidenti come ci sentiamo soli! Nessuno dello studio legale che ha lavorato per Greg, nessuno dei dimostranti. Solo noi tre, in un’isola. Sotto la pioggia. Nessuno a confortarci, nessuno… solo noi tre… due minuti dopo che hanno ucciso Greg.

Alle dieci andiamo all’agenzia di pompe funebri di Huntsville per salutare la salma di Greg. Anche qui ci sembra di stare in un film. Tutto rassomiglia molto a ciò che si vede in “Sei piedi sotto terra”, la serie americana che si svolge in una casa da funerali. Siamo accolti amichevolmente e portati nella stanza dove si trova Greg. Ci aspettiamo di vedere Greg tal quale è uscito dalla camera della morte. Ed infatti è così. Giace su un lettino con le ruote. Il lenzuolo lo copre fino al petto. Le sue mani sono infilate nella cintura per evitare che le braccia cadano dalla lettiga. Grazie a Dio senza i guantoni da boxe. Enormi macchie color porpora sulla sua faccia e sul suo collo, specialmente a destra perché il dottore ha girato il suo capo da quella parte per vedere ‘la Morte’ negli occhi di Greg. Il suo occhio sinistro è un po’ aperto. Un sorriso molto vago attorno alle labbra, come se subito prima di morire egli avesse visto qualcosa che noi non abbiamo potuto vedere. Mi auguro che siano stati i suoi genitori, venuti ad accoglierlo in cielo.

Per la prima volta in tutti questi anni possiamo toccarlo. Per la prima volta un tocco umano diverso dalle mani delle guardie sotto le sue braccia ammanettate. Per 16 anni è stato privato di un tocco amorevole. Ora che è morto, e non se ne può più accorgere, ora noi, i suoi amici, lo possiamo toccare. E’ ancora un po’ caldo. I suoi capelli sono soffici, la sua pelle ruvida. Qui noi possiamo finalmente piangere. Possiamo rimanere quanto vogliamo. […]

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La mattina del 30 ottobre lasciamo Greg. La prossima volta saremo con lui a Cascina, a 15 chilometri da Pisa, dove il sindaco e Maria, corrispondente di Greg, gli hanno offerto un posto per l’ultimo riposo. Un posto in cui lui sarà più che ben accetto, molto lontano dal Texas, lo stato dove non gli hanno mai consentito di avere un processo equo e dove lo hanno ucciso per qualcosa che non ha fatto.

Addio mio carissimo Greg… ci dispiace di non essere riusciti a provare la tua innocenza in un giusto processo. Il ‘sistema’ si è rivelato troppo forte per noi. Ma accidenti quanto ci avevamo sperato.

Amsterdam, 1 novembre 2006

Maartje Kok – de Bruijn

 

 

3) UN VIAGGIO IN TEXAS CHE NON SCORDERO’ MAI

 

La nostra cara socia Francesca Gemma è andata a trovare Charles Anthony Nealy, la cui esecuzione in Texas è fissata per il 16 novembre. Appena tornata a Roma a fine ottobre ha scritto questo pezzo per noi.  Siamo vicini col pensiero e con le preghiere ad Anthony e a Francesca in questo terribile momento.

 

Sono tornata due giorni fa dal mio quinto viaggio in Texas. Le strade e i paesaggi che ho attraversato sono da me ormai conosciuti eppure il viaggio verso il Braccio della Morte di Livingston continua a darmi emozioni forti e non rassicuranti. Percorrendo la strada 350, oltrepassati alberi e casette, dopo una curva a destra si apre la spianata della Polunsky Unit. C’è, sul lato della strada, un’enorme struttura di acciaio, sormontata da una palla bianca e rossa: ecco, quando vedo quella sfera il mio cuore impazzisce perché so di essere arrivata.

Poi il parcheggio, i controlli per entrare. Dico il suo numero e le porte della Polunsky Unit mi si aprono davanti. E’ in quel momento che, sorprendentemente, tutto si fa più tranquillo e riprendo una respirazione normale. Tutto cambia perché mi sento vicina ad Anthony, veramente vicina. Mi siedo nella sala delle visite e lo aspetto. Penso a cosa dirgli, a come sorridergli, a come muovermi, e invece appena mi compare davanti, non faccio altro che guardarlo provando una gioia immensa.

So che sono lì per parlare della sua imminente esecuzione, fissata per il 16 novembre, e mi aspetto di trovarlo triste e spaventato; invece mi accoglie con un sorriso disarmante e mi rimprovera per aver saltato la visita del giorno prima. Ecco, questo è ciò che proprio non riesco a spiegarmi: la sua forza. Ho rimandato questo viaggio perché non sapevo come affrontare la situazione, ho passato tutto il tempo a pensare a un modo carino per parlare del giorno della sua morte programmata, ho cercato di prevedere il suo stato d’animo e di fissare nella mente delle frasi adatte all’occasione e invece lui… mi ha fatto dimenticare ciò che lo aspetta e abbiamo passato 4 ore tranquille e serene.

Non saprei descrive in altro modo ciò che si è creato tra noi e non so realizzare in me l’idea che tra venti giorni lui potrebbe non esserci più. Non riesco a credere che, da un giorno all’altro, non dovrò più aspettare le sue lettere, non dovrò più andare in giro a cercare biglietti carini e divertenti da inviargli, non dovrò più aspettare un periodo buono per andare a trovarlo, non dovrò più controllare la posta elettronica per vedere se ci sono novità sul suo caso giudiziario, non potrò più parlare di lui al presente.   

Ecco, questo è ciò che non sono riuscita a dirgli e questo è ciò che mi terrorizza, perché la pena di morte è ingiusta, è un’atrocità, è un omicidio programmato che non ha senso, è una vendetta a sangue freddo legalizzata e crudele. E Anthony, come tanti, troppi altri, è in questo vortice senza fine; e non riesco a pensare di doverlo perdere così.

Mancano pochi giorni, e sto già cercando di tornare lì, perché mi vorrebbe con lui per le ultime visite prima del fatidico giorno (che spero non arrivi mai) e voglio fare di tutto per essergli accanto.

Anthony è entrato nel Braccio della Morte a 33 anni e da allora di anni ne sono passati ormai otto. Continuo a sperare che qualcosa accada e che la sua vita venga risparmiata. Credo che sia innocente e in sei anni di ininterrotta corrispondenza e di viaggi oltreoceano ho potuto conoscere un uomo buono e forte.  Checché dicano di lui le carte del processo, ho fatto esperienza del suo grande cuore e della sua sensibilità. E’ quest’uomo che vogliono uccidere in Texas il 16 novembre, e se così dovrà essere il mondo sarà più triste e più vuoto senza di lui. Io ancora spero che non accada.

 

 

4) IL CATTOLICO JEB BUSH LASCIA UCCIDERE ANCHE RUTHERFORD E ROLLING

 

Il governatore della Florida Jeb Bush, pur continuando a dichiararsi cattolico, non fa nulla per contrastare la filosofia e la pratica della pena di morte nel suo stato. Egli afferma di non voler agire in base alle proprie convinzioni ma osservando la legge. Sta di fatto che le esecuzioni in Florida sono riprese per sua autonoma decisione. Dopo l’esecuzione di Clarence Hill del 20 settembre, Bush ha firmato l’ordine di uccidere Arthur Rutherford il 18 ottobre e Danny  Rolling il 25 ottobre. Entrambe queste esecuzioni sono state porte termine. Rolling era reo confesso, Rutherford poteva essere innocente

 

Probabilmente a causa del clima politico surriscaldatosi nell’imminenza delle elezioni di medio termine, il governatore della Florida Jeb Bush ha interrotto la moratoria delle esecuzioni da lui stesso istituita. Bush aveva infatti deciso di non firmare più ordini di esecuzione finché non si fosse acclarata l’ammissibilità del metodo dell’iniezione letale (un modo di uccidere che potrebbe causare terribili sofferenze per i condannati). Rimangiandosi il suo proposito, Bush ha ordinato di far uccidere Clarence Hill il 20 settembre (v. n. 142).

Dopo di ciò ha fissato le esecuzioni di due altri condannati a morte, così Arthur Rutherford è stato ucciso il 18 ottobre seguito da Danny Rolling il 25 dello stesso mese.

Nell’imminenza delle esecuzioni i vescovi della Florida avevano chiesto clemenza a Bush sia per Rutherford che per Rolling. Ma Bush aveva declinato la richiesta con queste parole: “Apprezzo la posizione [dei vescovi]. So che essi sono sinceri nella loro opposizione alla pena di morte. Prima di tutto, ho un dovere. Non devo tener conto delle le mie personali vedute e di come siano le mie vedute. E’ la legge del paese. Ho contemperato i miei convincimenti profondi con l’applicazione della pena di morte.”

Danny Rolling era uno psicopatico ‘serial killer’ reo confesso dell’uccisone di sei studenti in un college. Arthur Rutherford si dichiarava invece innocente dell’omicidio per rapina di un’anziana vicina di casa avvenuto nel 1985.

Il nostro amico Dale Recinella, che è rimasto al fianco di Arthur Rutherford fino all’ultimo in qualità di assistente spirituale, dice di aver avuto la terribile sensazione di assistere impotente all’uccisione di un innocente. In effettiil caso giudiziario di Rutherford solleva gravi perplessità. Infatti, come denuncia Dale: 1) Dichiarazioni giurate messe a disposizione del governatore e delle corti affermano che la domestica di Rutherford, testimone chiave dell’accusa, ha confessato di essere stata lei stessa ad uccidere la vittima al personale sanitario di un ospedale per malattie mentali e che la medesima si è vantata con i vicini di aver commesso l’omicidio. 2) Lei sola ha incassato degli assegni dell’uccisa conservando il relativo contante nella sua borsa. 3) La domestica ha condotto la polizia sul luogo in cui degli oggetti di proprietà della vittima erano stati gettati. 4) Sul libretto di assegni della morta c’erano le impronte digitali della domestica e non quelle di Rutherford. 5) Gli altri testimoni a carico di Rutherford erano solo i familiari della domestica.

 

 

5) IL SUICIDIO DI MICHAEL JOHNSON SCACCO PER IL TEXAS SANGUINARIO

 

La colpevolezza di Michael Dewayne Johnson era stata provata, come avviene molto spesso in Texas, facendo testimoniare un coimputato che perciò ebbe salva la vita e riconquistò presto la sua libertà. Johnson, che si è sempre dichiarato innocente dell’uccisione di Jeff Wetterman addetto ad un distributore di benzina, ha riaffermato in maniera drammatica la sua verità tagliandosi la gola il 19 ottobre quindici ore prima dell’appuntamento con l’iniezione letale. Grande è stata la frustrazione del Dipartimento delle carceri. Taglienti le dichiarazioni della famiglia Wetterman che aveva programmato di presenziare all’esecuzione. Si teme qualche tipo di rappresaglia per il suicidio di Johnson nei confronti degli altri condannati a morte; quando accade un ‘imprevisto’ nel braccio della morte del Texas a pagarne le conseguenze sono infatti tutti i detenuti e non solo quelli coinvolti.

 

Michael Dewayne Johnson, che aveva compiuto dei furti d’auto nell’area di Dallas insieme ad altri teenager, fu arrestato nel 1995 all’età di 18 anni e accusato di aver freddato con un colpo di pistola Jeff Wetterman, addetto ad un distributore di benzina, per non pagargli il dovuto. Egli ha sempre sostenuto che ad uccidere Wetterman fu il suo compagno diciassettenne David Noel Vest. Quest’ultimo, dichiaratosi in un primo tempo colpevole, fu utilizzato dallo stato come testimone d’accusa nel processo in cui Johnson ricevette la condanna a morte. Patteggiando in cambio della sua prestazione una lieve pena, Vest è tornato in libertà nel 2003.

Arrivato al giorno dell’esecuzione, il 19 ottobre Michael Johnson ha scelto un modo drammatico di riaffermare per l’ultima volta la sua innocenza. Con un piccolo oggetto tagliente che era riuscito a nascondere si è lacerato il polso destro e con il sangue ha scritto sul muro della cella: “Non gli ho sparato io.” Si è poi tagliato la gola.

Michael Johnson si trovava in osservazione (‘death watch’) da 21 ore e veniva controllato ogni 15 minuti proprio per evitare un eventuale suicidio. Le guardie lo hanno trovato senza conoscenza alle 2 e 45’ di notte; è stato dichiarato morto un’ora dopo nel vicino ospedale.

L’episodio ha destato un certo scalpore. L’amministrazione carceraria ha aperto un’inchiesta e ha rilasciato varie dichiarazioni alla stampa. Michelle Lyon, portavoce del carcere, ha ribadito che tutto era stato fatto bene, che il condannato parlava tranquillamente e si preparava a fare colazione (sic) quindici minuti prima di essere scoperto in una pozza di sangue e che non c’era stato nessun segnale che preannunciasse un suicidio (*).

Si è lasciato intendere che si stanno studiando misure per evitare il ripetersi di suicidi di condannati a morte nell’imminenza dell’esecuzione. Si temono perciò conseguenze negative del gesto di Johnson per gli altri ospiti del braccio della morte, o almeno un inasprimento delle regole per quelli che saranno posti in osservazione nell’imminenza dell’iniezione letale. Ricordiamo che i condannati a morte del Texas sono ancora tutti in isolamento permanente in conseguenza di un tentativo di evasione dal braccio della morte del novembre 1998 che mandò su tutte le furie George Bush, allora governatore (v. n. 83). 

Tuttavia nel braccio della morte del Texas i suicidi (almeno 7 in questi anni) e i tentativi di suicidio non sono rarissimi e non vengono considerati una violazione dell’ordine tanto grave quanto i tentativi di evasione o le aggressioni al personale.

Non è detto che sia così per le famiglie delle vittime dei crimini che si sentono defraudate del ‘diritto’ alla punizione dei colpevoli.  Famiglie che sono vittime a loro volta di una cultura che le persuade che potranno ottenere una ‘chiusura’ del loro dolore soltanto con la messa a morte di chi ha ucciso i loro cari (**).    

Il giorno stesso del suicidio di Michael Johnson due funzionari del carcere sono andati a trovare Trish Wetterman McLean, vedova di Jeff Wetterman, per scusarsi dell’accaduto. 

La signora McLean, in un primo tempo molto arrabbiata, ha poi riflettuto convenendo che poteva anche andar bene così. “Ho pensato al viaggio [per andare ad assistere all’esecuzione di Johnson] per 11 anni,” ha detto ai giornalisti. “Non avrei voluto che interpretasse la nostra presenza all’esecuzione come un segno di perdono. Era ancora un bel problema per noi. Rimanevo comunque determinata a vederlo morire. Ma infine è comunque morto ed è morto in un modo molto più penoso di quello con cui lo stato lo avrebbe ucciso.” La McLean ha anche osservato: “Se voleva gettarsi nella spazzatura in questo maniera, poteva farlo 10 anni fa risparmiando a noi molta angoscia e allo stato molte spese.”

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(*) Si è saputo poi che sono state trovate in cella lettere ai familiari in cui Johnson manifestava il proposito di togliersi la vita.

(**) In Texas gruppi favorevoli alla pena di morte hanno ottenuto il ‘diritto’ per i familiari delle vittime del crimine di presenziare alle esecuzioni  (1996) dopo quello di partecipare attivamente ai processi capitali (1994).

 

 

6) FIRMATO IL MILITARY COMMISSIONS ACT

 

Il ‘Military Commissions Act of 2006’ è diventato operativo il 17 ottobre con la firma del presidente Bush. Questa legge incredibile, aspramente contestata dalle organizzazioni per i diritti umani, ha cominciato ad avere i sui effetti negativi sui prigionieri di Guantanamo. Intanto il vice presidente Dick Cheney lascia intendere che è fuori discussione la liceità dell’applicazione della tortura del ‘sottomarino’ per far parlare i prigionieri di ‘alto valore’.

 

Nel numero 142 abbiamo manifestato il nostro sgomento per l’approvazione in settembre da parte del Congresso Usa dell’Atto sulle Commissioni Militari (‘Military Commissions Act of 2006’). Questo atto infatti introduce norme di un’arroganza pressoché unica nell’era dei diritti umani in quanto, fra l’altro, ammette – e rende non perseguibili dal potere giudiziario - trattamenti crudeli, inumani e degradanti, purché autorizzati dal presidente USA, sterilizza le Convenzioni di Ginevra lasciandone al Presidente la facoltà insindacabile di interpretarle, consente processi ingiusti davanti alle Commissioni militari e priva dello ‘stato di diritto’, in ogni parte del pianeta, persone che vengano definite – ad libitum dell’esecutivo USA - ‘nemici combattenti illegali’.

Il 17 ottobre George W. Bush ha messo, con grande soddisfazione, la sua firma sull’Atto che corona gli sforzi fatti negli ultimi cinque anni dal gruppo neo-conservatore al potere negli Stati Uniti contro le resistenze del Congresso e della Corte Suprema (v. nel n. 142: “Consentite per legge gravi violazioni dei diritti umani”).

Prendendo la penna per firmare, Bush ha detto: “Con la legge che sto per sottoscrivere, gli uomini che i nostri agenti segreti ritengono abbiano orchestrato l’assassinio di circa 3000 innocenti dovranno affrontare la giustizia.” Ed ha aggiunto che la sua è una firma che “protegge l’America.”

Il Dipartimento di Giustizia era già pronto per far applicare una delle più controverse norme contenute nell’Atto: appena due ore dopo la cerimonia della firma gli avvocati dell’amministrazione hanno notificato alla Corte federale d’Appello con sede a Washington che nuova legge spoglia le corti della giurisdizione sulle molte decine di ricorsi avanzati da prigionieri di Guantanamo contro la loro detenzione arbitraria, ricorsi che devono essere quindi abbandonati.

Per capire come l’amministrazione USA intenda applicare l’Atto sulle Commissioni militari può essere illuminate un’intervista rilasciata Dick Cheney il 27 ottobre.

Intervistato dal conduttore radiofonico conservatore Scott Hennen, il vicepresidente americano ha in pratica affermato che immergere nell'acqua un detenuto per farlo parlare ‘è una cosa ovvia’. Il giornalista dopo aver riportato l’affermazione di un ascoltatore che “se si prende a inzuppare un terrorista nell’acqua, siamo tutti d’accordo se ciò serve a salvare vite americane,” aveva domandato a Cheney: “Questo dibattito sembra un po’ stupido data la minaccia che fronteggiamo, non crede?” Al che il vice presidente: “Sono d’accordo. E penso alla minaccia terroristica, per esempio, in relazione alla nostra possibilità di interrogare prigionieri di alto valore come Khalid Shaikh Mohammed [sospetto regista degli attacchi dell’11 settembre 2001], questo è stato uno strumento molto importante nelle nostre mani per rendere sicura la nazione. Dobbiamo avere la possibilità di continuare così.” Allora Hennen ha incalzato: “E’ d’accordo che un’inzuppata nell’acqua è cosa ovvia se può salvare delle vite?” E Cheney: “E’ ovvio per me, ma per alcuni no, sono stato criticato per essere ‘il vice presidente della tortura.’ Noi non torturiamo. Non è una cosa in cui siamo coinvolti.”

E’ appena il caso di notare che, per raggiungere un faticoso accordo con i membri del Congresso più garantisti e far passare l’Atto, l’esecutivo aveva dichiarato esplicitamente che lo stesso Atto avrebbe finalmente proibito la tortura in generale e la ‘tortura del sottomarino’ in particolare (*).

Larry Cox, parlando per Amnesty International USA, ha dichiarato: “Ciò che è veramente ovvio è che un’autorità statunitense, men che meno un vice presidente, non deve sostenere la tortura. La difesa della pratica del ‘sottomarino’ da parte del vice presidente Cheney svilisce ulteriormente i diritti umani in un momento in cui questi stanno veramente raggiungendo il fondo del barile dell’amministrazione Bush.” La denuncia di Amnesty non poteva che provocare una smentita di Cheney il quale ha precisato: ”Non ho parlato di tecniche specifiche e non lo voglio fare. Non ho detto niente riguardo al ‘sottomarino’.”

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(*) L’Atto, ambiguo e ingannevole, proibisce la ‘tortura’ in linea di principio ma la rende possibile sotto forma di ‘tecniche di interrogazione’ non meglio specificate purché autorizzate dall’esecutivo.

7) PRIMA CONDANNA A MORTE DI SADDAM ALLA VIGILIA DELLE ELEZIONI USA

 

La prevista condanna a morte per impiccagione di Saddam per crimini contro l’umanità, pronunciata il 5 novembre, è stata salutata con grande soddisfazione da George W. Bush. Con Saddam Hussein hanno ricevuto una sentenza capitale Awad Hamed Bandar, ex capo della Corte rivoluzionaria irachena, e Barzan Ibrahim Hasan, ex capo dei servizi segreti. Uno solo degli otto imputati per la repressione nel villaggio di Dujail cominciata nel 1982 è stato assolto per insufficienza di prove. Le organizzazioni sovranazionali, le associazioni per i diritti umani e – in parte - le autorità dei paesi più evoluti hanno deplorato le sentenze. In effetti le gravi insufficienze nell’impianto del Tribunale Speciale iracheno, la previsione della pena di morte, la gestione politica del processo, le farsesche irregolarità che ne hanno costellato i lavori, vanificano un’occasione storica di fare chiarezza e giustizia e di onorare le vittime del penultimo regime iracheno. Sotto i peggiori auspici, il 6 novembre è immediatamente cominciato l’appello contro le sentenze del giorno 5 e il 7 è ripreso il secondo processo contro Saddam, quello per l’operazione Anfal del 1988 contro le popolazioni curde.

 

Le sentenze del primo processo a carico di Saddam Hussein e sette coimputati, annunciate per il 16 ottobre, erano state rinviate di venti giorni.

Il 5 novembre, in una Baghdad blindata in spasmodica attesa, mentre l’arcigno giudice presidente Raouf Rasheed Abdel Rahman leggeva la sentenza preparata dai cinque magistrati giudicanti, il deposto presidente iracheno Saddam Hussein, esausto e visibilmente tremante, cantilenava: “Lunga vita al popolo. Lunga vita alla nazione araba. Abbasso gli agenti stranieri. Abbasso gli occupanti. Abbasso le spie.” Ed esclamava ripetutamente: “Dio è grande!”

Il giudice ha elencato per sommi capi i crimini contro l’umanità di cui Saddam era stato ritenuto colpevole: uccisioni volontarie, detenzione illegale e deportazione di centinaia di abitanti di Dujail in una zona desertica, tortura ed “altri atti inumani.”  Quando Abdel Rahman ha annunciato: “La corte ha deciso di condannare Saddam Hussein al-Majid a morte per impiccagione” il condannato ha risposto:   “Voi non decidete niente. Voi siete servi degli occupanti e dei loro lacché. Siete dei pupazzi!”

Nello giro di meno di cinque minuti Raouf Rasheed Abdel Rahman  ordinava alle guardie di condurre via a forza l’ex dittatore.

Si concludeva così un processo farsa che aveva visto - tra l’altro - uccidere un giudice e tre avvocati della difesa, sostituire d’autorità il presidente della corte Rizgar Mohammed Amin, dimissionario per protesta, con Abdel Rahman, giudice di gradimento del governo iracheno e degli Americani. Un processo inoltre caratterizzato dalle continue proteste degli imputati, dallo sciopero della fame di due settimane che ha portato Saddam in ospedale nel mese di luglio, dalla ripetuta cacciata dall’aula degli imputati e degli avvocati difensori, dallo ‘sciopero’ della difesa e dalla sostituzione - contro il volere degli imputati - dei legali di fiducia con avvocati d’ufficio nei momenti cruciali del procedimento (*).

Come la sentenza di morte per Saddam - sostenuta, enfatizzata, auspicata, data per certa dall’attuale Primo ministro Iracheno Nuri Kamal al-Maliki – era prevedibile, così lo è stata la netta disapprovazione da parte del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, del Consiglio d’Europa, di Amnesty International e delle altre associazioni per i diritti umani. Tutte queste organizzazioni hanno denunciato da una parte l’irregolarità del processo e dall’altra l’imposizione della pena di morte, sanzione ormai bandita in tutte le corti internazionali.

“Questo processo avrebbe dovuto essere un contributo fondamentale per  ristabilire la giustizia e lo stato di diritto e per assicurare verità e giustizia per le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate sotto il regime di Saddam Hussein.” - ha commentato Malcolm Smart, esponente di Amnesty International. “Invece si e' rivelato un affare squallido, segnato da gravi vizi che hanno messo in dubbio la capacità del tribunale di amministrare correttamente la giustizia, nel rispetto degli standard internazionali”.

“Ogni imputato ha diritto a un processo equo, qualunque sia la gravità delle accuse nei suoi confronti. Questo fatto elementare è stato regolarmente ignorato nei decenni della tirannia di Saddam Hussein. La sua caduta aveva aperto le porte al ripristino di questo principio basilare e, allo stesso tempo, alla possibilità di fare piena luce sui crimini del passato. Questa opportunità è andata persa, tanto più con l'imposizione della pena di morte” - ha concluso Smart.

L’occasione è servita da cartina di tornasole per l’atteggiamento dei vertici mondiali riguardo alla pena di morte. I massimi leader di tutto il mondo hanno sentito il bisogno di esprimersi sulla condanna di Saddam e la maggior parte di loro lo ha fatto calibrando accuratamente le parole sul proprio tornaconto politico. Così alcuni leader europei – in primis la cancelliera tedesca Angela Merkel - hanno plaudito alla condanna a morte per impiccagione di Saddam in barba ai trattati che sanciscono la definitiva scomparsa della pena di morte per ogni reato nell’Unione Europea. Lo hanno fatto in termini di rispetto per “l’autonoma decisione del popolo iracheno nei riguardi del tiranno”.

I dirigenti russi, i massimi esponenti dei paesi arabi - ad eccezione dei quelli dell’Iran e del Kuwait, paesi che furono investiti dalle guerre di Saddam - hanno criticato le sentenze di morte paventando reazioni violente nel mondo musulmano, specie tra i Sunniti.

Non del tutto lineare ma sostanzialmente condivisibile è stato il commento del capo di governo italiano: “La condanna rispecchia il giudizio di tutte le comunità internazionali sul dittatore Saddam Hussein.” Ha detto a caldo Romano Prodi che più tardi nella giornata ha aggiunto: “C’è poi una riflessione sull’esecuzione della condanna a morte. Ci sarà l’appello; ma per efferato che sia un delitto, la nostra tradizione giuridica e la nostra etica si allontanano dall’idea della pena di morte”.

Netta è stata la disapprovazione delle sentenze di morte da parte del Vaticano per bocca del Cardinale Martino, Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, che ha auspicato una correzione delle condanne in appello.

Quando la notizia della sentenza inflitta a Saddam Hussein è stata diffusa in America, Bush era nel pieno di un meeting elettorale. “Oggi abbiamo assistito ad un evento miliare nella storia dell’Iraq: Saddam Hussein è stato giudicato colpevole e condannato a morte dall’Alto Tribunale iracheno,” ha esclamato il presidente degli Stati Uniti tra gli applausi del pubblico che gremiva una sala da hockey.

I giornalisti incalzanti hanno costretto la Casa Bianca a smentire stizzosamente il fatto quasi ovvio che la data della sentenza sia stata concordata per favorire il partito del Presidente USA nelle elezioni di medio termine che si sarebbero svolte due giorni dopo.

Scontate le espressioni di grande soddisfazione di George W. Bush per un verdetto che si inquadra perfettamente nella sua morale e nelle sue idee - anzi nella sua ideologia -  riguardo all’operazione irachena, preziose anche ai fini elettorali, suscita non poche perplessità la posizione ambigua assunta dai più importanti e autorevoli giornali e dalla maggioranza degli esperti legali negli Stati Uniti. Pur avendo sottolineato negli anni tutte le irregolarità del processo di Baghdad, essi hanno finito per dire - in sostanza - che sì il processo è stato gravemente irregolare ma non tanto da inficiare la sua capacità di fare giustizia!

Non fa eccezione il New York Times che tuttavia, in un editoriale del 6 novembre, scrive: “Hussein ha avuto un processo più equo di quanto lui avrebbe mai consentito nelle sue corti. Ma l’Iraq non ha avuto né la piena giustizia né la piena regolarità che meritava. Il Presidente Bush ha esagerato definendo il processo “una pietra miliare negli sforzi del popolo iracheno per rimpiazzare l’arbitrio del tiranno con lo stato di diritto.” Fin dall’inizio, i politici sciiti e curdi ora dominanti sono stati ben determinati ad usare sia il processo che la pena inflitta a Hussein per perseguire i loro fini politici, come il primo ministro Nuri Kamal al-Maliki ha continuato a fare negli ultimi giorni. Hussein, come ci si poteva attendere, ha ripetutamente cercato di mettere in burla il processo. Ma, più seriamente, potenti politici hanno regolarmente tentato di influenzarne l’esito, ai giudici non è stato consentito di giudicare imparzialmente e alla difesa sono state negate le misure di sicurezza e la documentazione di cui aveva bisogno.”

Già il 6 novembre, giorno seguente all’irrogazione delle pene, è stato avviato l’appello per i condannati davanti all’apposita Corte composta da nove giudici. Sembrerebbe questo un segnale della fretta con cui si vuole arrivare all’esecuzione dei tre condannati a morte. L’esecuzione, che la legge prevede entro 30 giorni dalla conferma della condanna in appello, potrebbe anche verificarsi nel giro di qualche mese. Speriamo tuttavia che le pressioni internazionali per una commutazione delle sentenze di morte possano avere successo.

Subito dopo le sentenze, il giorno 7, è ripreso anche il secondo processo a Saddam Hussein, quello per la pulizia etnica perpetrata dal regime iracheno nei riguardi dei Curdi nel 1988 nell’ambito della “campagna Anfal” (v. n. 142). Non è chiaro se questo processo ed altri processi programmati nei confronti di Saddam e collaboratori potranno interferire in qualche modo con l’esecuzione delle sentenze capitali emesse nel primo processo.

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(*) Non è possibile qui riassumere le numerosissime gravi ingiustizie e irregolarità nella costituzione del Tribunale Speciale - bocciato dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan - e nella conduzione del processo che questo Foglio di Collegamento ha seguito fin dalle sue fasi preliminari (v. ad es. nn. 119, 120, 122, 124, 127, 132, 134, 138, 139,140, 141)

 

 

8) 30 NOVEMBRE, RAVENNA CITTA’ PER LA VITA

 

Per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio ogni anno il 30 novembre, anniversario della prima abolizione della pena di morte che avvenne nel 1786 nel Granducato di Toscana, si svolge in centinaia di città del mondo, grandi e piccole, la manifestazione “Città per la vita” in cui si sottolineano i successi del cammino abolizionista coinvolgendo il pubblico nella lotta contro la pena capitale. In occasione della prossima scadenza, la Coalizione Italiana contro la Pena di Morte organizza una bella manifestazione a Ravenna di cui siamo lieti di pubblicizzare il programma.

 

CITTA' PER LA VITA – 2006  - Giovedì 30 novembre alle ore 21:30  - presso il MAMA'S CLUB - Via S. Mama, 75 – RAVENNA - In collaborazione con il Comune di Ravenna ed il Circolo ARCI di Ravenna - Serata contro la pena di morte e presentazione del libro  "Texas Death Row Hotel" Storia di un americano condannato a morte di  BALLOTTA – SANTAMATO – SANTORO Saranno presenti:  David Atwood  (fondatore della Coalizione Texana contro la Pena di Morte) Arianna Ballotta   (fondatrice e presidente della Coalizione Italiana contro la Pena di Morte e co-autrice del libro "Texas Death Row Hotel") Mirella Santamato  (giornalista, scrittrice e poetessa e co-autrice di "Texas Death Row Hotel") - Conduce  Dino Silvestroni– Per informazioni: arianna@linknet.it

 

 

9) SULLE CONDIZIONI DI DETENZIONE VOGLIAMO UNA RISPOSTA DA DRETKE

 

La campagna per ottenere migliori condizioni nel braccio della morte del Texas alla quale abbiamo aderito dal mese di marzo (v. n. 137) continua da parte di un manipolo di detenuti del gruppo D.R.I.V.E., alcuni dei quali sono impegnati in un lungo sciopero della fame. Il nostro amico Kenneth Foster – precipitato di nuovo nel durissimo livello di segregazione 3 - è in prima fila nella protesta. Dice Kenneth: “Non siamo né violenti né passivi. Siamo combattivi. Siamo dei resistenti. Siamo attivisti diversi. Si può guardare a noi come uomini che sostengono la sacralità della vita e cercano di affermare la piena misura della loro umanità di fronte a coloro che la vogliono distruggere.” Pur ammirando la forza di Kenneth e la sua capacità di sacrificarsi per le proprie idee, per quanto ci riguarda abbiamo deciso di chiudere questa fase della campagna inviando al direttore dell’Amministrazione carceraria del Texas la seguente lettera firmata da sei di noi corrispondenti di detenuti: riteniamo di avere il diritto di ottenere per lo meno UNA risposta alle decine e decine di lettere firmate da centinaia di persone che sono state inviate al signor Doug Dretke nel giro di alcuni mesi.

 

Caro Direttore Dretke,

negli ultimi mesi lei ha ricevuto molte lettere riguardanti le condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas (come esempio alleghiamo una di queste lettere) (*). Noi siamo alcuni dei mittenti. In questa ultima lettera, vorremmo parlare con lei in un modo più diretto e conclusivo.

Per quanto ne sappiamo, nessuno dei mittenti ha mai ricevuto alcun genere di risposta da lei. Gradiremmo molto se lei ci dicesse la sua opinione riguardo alle questioni che solleviamo o, quanto meno, se lei volesse farci sapere fino a che punto ritiene che le nostre affermazioni siano veritiere.    Pensiamo di avere il diritto di chiederle questo, dal momento che abbiamo corrisposto con i condannati a morte per anni e perciò siamo ben consapevoli delle condizioni di vita nel braccio della morte.

La decisione di corrispondere con dei condannati a morte consegue da diverse ragioni per ciascuno di noi ma, in sostanza, ciò che realmente ci spinse a scrivere loro fu il desiderio di impegnarci nei riguardi di una cosa dolorosissima come è la pena di morte.

Scrivere non fu facile come si può pensare. Ci sono stati problemi di lingua, problemi per la distanza, ma soprattutto problemi su come rapportarci a "quella gente".

Bene, lettera dopo lettera, siamo entrati profondamente in quell’inferno. Il numero dei pen pal aumentò, perché alcuni di loro prima di morire (per iniezione letale) ci raccomandarono alcuni dei più cari amici che non avevano sostegno o ne avevano molto poco.

Fummo sempre più meravigliati dalla gentilezza di cuore che la maggioranza di questi uomini poteva manifestare quando parlavano dei loro figli, ad esempio, o dalle lacrime che essi versavano allorché uno dei loro amici veniva "messo nel furgone" per essere portato ad Huntsville [per l'esecuzione].

Imparammo a conoscere questi posti e questi nomi.

Sapemmo delle loro famiglie, molto spesso famiglie distrutte.

Nel braccio del morte questi uomini - che rimangono esseri umani anche se molti di loro hanno commesso azioni terribili nel passato - sono trattati, a nostro avviso, in modo inumano. Senza alcuna giustificazione accettabile per questo trattamento. Certamente le misure di sicurezza e i problemi organizzativi non richiedono tali maltrattamenti.

Gli antichi Romani usavano dire "homo sum, et nihil humani a me alienum puto" (sono un essere umano e niente che riguarda gli esseri umani mi è estraneo) e noi condividiamo questo punto di vista. Come John Donne scrisse secoli fa, "nessun uomo è un’isola, completa in sé; la morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché appartengo al genere umano."

Perciò speriamo in una risposta, una risposta che riteniamo di ben meritare.

Le mandiamo i migliori saluti, insieme alla nostra gratitudine per la sua attenzione

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(*) La lettera allegata è pressoché identica a quella suggerita nell'ultima pagina del n. 137

 

 

10) NOTIZIARIO

 

Cina. Avocati alla Corte Suprema gli appelli nei casi capitali. Le pressioni sulle autorità cinesi provenienti da tutto il mondo – per la verità non abbastanza convinte ed incisive – per un miglioramento della preoccupante situazione dei diritti umani nel grande paese asiatico a volte hanno qualche effetto. Forse anche in previsione delle Olimpiadi del 2008 che metteranno la Cina al centro dell’attenzione mondiale, i dirigenti cinesi hanno deciso di porre un freno all’uso estesissimo e ingiusto della pena di morte. Una legge approvata il 31 ottobre richiede che tutte le sentenze di morte siano riviste in appello dalla Corte Suprema del Popolo. La riforma, che andrà in vigore dal 1° gennaio, ripristina una prerogativa della massima corte. La revisione delle sentenze era stata infatti spostata nel 1983 alla corti provinciali come parte di una vasto progetto di repressione del crimine. Si è stimato che una verifica più seria delle sentenze capitali possa portare ad una diminuzione del 30% delle esecuzioni. Dovrebbe anche diminuire il numero degli errori giudiziari. Le autorità sono oggetto di critiche crescenti da parte delle organizzazioni per i diritti umani e degli stessi esperti legali cinesi a causa del gran numero di persone giustiziate che si rivelano poi innocenti.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 7 novembre 2006