FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 122  -   Ottobre 2004

SOMMARIO:

1) Sì, hanno ucciso anche Dominique   

2) Chiediamo clemenza per Anthony Fuentes!       

3) Corte Suprema: contrastata udienza sulla pena di morte minorile         

4) I vescovi statunitensi contro l’espansione della pena di morte

5) Kenneth precipita nel più profondo livello di segregazione ( I I )  

6) Negato il diritto alla difesa di Moussaoui ma il processo si fa        

7) Il valore politico della pena di morte per Saddam

8) Celebrata la giornata mondiale contro la pena di morte       

9) Importante evento abolizionista alla Spezia      

10) Per Graves aiuto provvidenziale dagli studenti di giornalismo

11) Allucinante e incredibile il caso di Travis Hayes  

12) I tedeschi non sapevano, perché volevano non sapere                 

13) Notiziario: California, Cina, Iran, Nigeria, Texas, Vietnam    

 

 

1) SI’, HANNO UCCISO ANCHE DOMINIQUE

 

Caro Dominique, sei stato ucciso a sangue freddo dalla stato del Texas, come stabilito dal giudice della Contea di Harris, Mike Anderson, quattro mesi fa. Vincendo la grande paura che ti aveva sopraffatto nell’attesa estenuante, sei riuscito a morire con dignità chiedendoci di continuare la lotta e di conservare vivo il tuo ricordo. Rimarrai nel nostro cuore.

 

L’infanzia abusata e l’adolescenza difficile di Dominique Green, afro-americano cresciuto nel ghetto di Houston, finì nel 1992 quando fu coinvolto in una rapina organizzata da quattro ragazzi sbandati. Un uomo fu ucciso da un colpo di pistola. Dominique, accusato di aver premuto il grilletto da due compagni che scamparono così ad un processo capitale, si ritrovò nel braccio della morte.

Il riscatto di Dominique cominciò nel 1996 quando l’amicizia di Barbara, venuta dall’Italia a visitarlo lungamente, ammorbidì il suo carattere, scaldò il suo cuore e gli infuse la fiducia di scampare l’iniezione letale.

La vita di Dominique Green, ormai riabilitato e divenuto un esempio positivo per i più giovani compagni di prigionia, dopo otto anni di speranza è stata spezzata dall’inesorabile ‘giustizia’ del Texas, la sera del 26 ottobre scorso.

Non sono valsi a salvargli la vita l’amore di tanti amici, la candida e totale disponibilità di Barbara che immediatamente mise a disposizione i propri risparmi per la sua difesa legale e che non lo ha mai abbandonato, il costante sostegno di Luis dalle ‘retrovie’, la collaborazione del CIPAX. Non è servito neanche il possente aiuto della Comunità di Sant’Egidio a partire dal venerdì santo del 1997, il giorno in cui la Comunità, con un forte discorso del suo leader Andrea Riccardi, decise di impegnarsi contro la pena di morte. Andrea, che il 13 ottobre aveva parlato di Dominique persino con Colin Powell, ha infine trovato parole taglienti, per lui inconsuete, per stigmatizzare la pena di morte barbara e criminale. In un’ultima preghiera nella basilica di Santa Maria in Trastevere gremita, la sera del 26, Andrea Riccardi, forte nella fede, è apparso quasi rassegnato e attonito per la freddezza con cui le autorità americane hanno accolto le richieste di pietà ad ogni livello, le ondate di preghiere, di amicizia, di umanità.

La moglie e i figli di Andrew Lastrapes, vittima della rapina del 1992, avevano fino all’ultimo fatto pressione sulle autorità del Texas per scongiurare l’esecuzione di Dominique. Invano.

In parte convogliati da Luis e Barbara e della Comunità di Sant’Egidio, erano piovuti in Texas migliaia e migliaia di messaggi provenienti da tutto il mondo che chiedevano al Governatore Rick Perry e alla Commissione per le Grazie di commutare la sentenza di morte di Dominique in carcere a vita o per lo meno di rinviare la sua esecuzione (*). Invano. 

Le sue ultime parole Dominique le ha pronunciate sul lettino dell’esecuzione con voce fioca, appena percepibile: “Ci sono molte persone che sono state con me fino a questo momento e non posso ringraziarle tutte […] Ma dico loro grazie per l’amore e il sostegno che mi hanno dato. Mi hanno permesso di andare molto oltre il punto dove sarei potuto arrivare da solo […] Ho avuto successo in molte cose. Non sono adirato ma deluso dal fatto che mi sia stata negata giustizia. Ma sono contento di aver guadagnato tutti voi come familiari e amici […]Vi amo tutti. Per favore portate avanti la lotta […] Mi dispiace solo di non essere forte come pensavo di poter essere. Tuttavia questo dispiacere durerà solo un poco. Voi siete tutta la mia famiglia. Per favore tenete viva la mia memoria.”

Dopo l’uccisione di Dominique, così ha scritto Veronica, una nostra giovane amica che da poco ha iniziato una corrispondenza con un condannato a morte: “Purtroppo è stato ucciso. Io vorrei dire a tutti coloro che lo hanno sostenuto che non è stata una battaglia persa l'aver cercato di salvarlo, perché quel che conta è che abbia saputo che intorno a lui c'erano tante persone che gli volevano bene e che hanno lottato fino all'ultimo per strapparlo dalle mani di un destino crudele. Importante è che lui non si sia mai sentito abbandonato, mai solo, ma appoggiato e considerato dalle persone che davvero contano, persone che sanno cosa vuol dire essere un uomo. Continueremo ad essere presenti.”

 

 

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(*) Solo la petizione su www.e-thePeople.org ha avuto oltre 5.000 sottoscrizioni. Non sappiamo quante migliaia di messaggi siano passati attraverso il sito della Comunità di Sant’Egidio che negli ultimi giorni risultava spesso sovraccarico. Dal Comitato Paul Rougeau è da ritenere che siano partiti un migliaio di appelli (ci sono state esplicitamente notificate 307 firme apposte su petizioni via fax e abbiamo tenuto il conto di 248 nomi inseriti nella petizione situata nel sito www.santegidio.org). Un grazie particolare ad Anna, Anna Maria, Marina, Pasquale, Stefania per il loro grande impegno nel promuovere le petizioni.

  

 

2) CHIEDIAMO CLEMENZA PER ANTHONY FUENTES !

 

Costernati dalla tragica esecuzione di Dominique Green, non dobbiamo dimenticare le numerose altre uccisioni che lo stato del Texas intende portare a termine in questi giorni. Tra di esse vi è quella di Anthony Fuentes, nipote dei nostri indomiti amici abolizionisti Ursula e Guy. Cerchiamo di aiutare Anthony a scampare all’iniezione letale programmata per il 17 novembre prossimo.

 

Nel febbraio del 1994 Anthony Fuentes, insieme ad altri tre complici, commise una rapina in un negozio. Un passante, Robert Tate, che era in possesso in una pistola, quando vide uno dei malviventi scappare, gli corse dietro, lo raggiunse e gli puntò l’arma alla testa. Improvvisamente vennero sparati due colpi che raggiunsero il signor Tate al petto uccidendolo. Nonostante le testimonianze fossero discordanti Anthony Fuentes fu giudicato colpevole dell'omicidio di Robert Tate e fu condannato a morte. Sussistono di fatto prove molto controverse, testimonianze rilasciate e poi ritrattate, che mettono in serio dubbio la colpevolezza di Anthony. E’ infatti più verosimile che sia stato uno dei complici di Fuentes, quello direttamente inseguito dal signor Tate (che era poi anche il diretto aggressore e responsabile della rapina nel negozio) a uccidere la vittima.

In ogni caso, Anthony Fuentes in carcere ha percorso un lungo cammino di riabilitazione e adesso, a 29 anni, egli è certamente un uomo molto diverso dal giovane rapinatore di dieci anni fa. I suoi zii, che si sono stabiliti ad Houston per stargli vicino, sono divenuti strenui oppositori della pena di morte e offrono ospitalità ad abolizionisti e corrispondenti di altri condannati a morte che si recano in America per far visita ai loro pen-pal.

Se non interverrà una sospensione dell’esecuzione, Anthony verrà ucciso il 17 novembre, nonostante i seri dubbi mai chiariti sulla sua colpevolezza. Cerchiamo di fermare questa ennesima ingiustizia chiedendo la grazia alle autorità del Texas. Possiamo farlo firmando la petizione on-line preparata della Comunità di Sant’Egidio, all’indirizzo  http://www.santegidio.org/it/pdm/news/ap_fuentes.htm

Le modalità di sottoscrizione sono semplicissime e identiche a quelle che già abbiamo già usato per Dominique: basta cliccare START sotto la petizione diretta al Governatore e inserire nome, cognome e indirizzo e-mail. Occorre ripetere la stessa procedura per la petizione diretta alla Commissione per le Grazie (Board of Pardons and Paroles).

Coloro che non possiedono un computer collegato ad Internet possono giovarsi della casella e-mail di un amico oppure inviare un breve messaggio per posta prioritaria entro l’11 novembre (affrancatura 0,80 euro), o per fax fino al 17 novembre, ai seguenti destinatari (scrivere chiaramente nome, cognome e indirizzo postale COMPLETO di almeno uno dei mittenti anche sulla busta).

 

The Honorable Rick Perry                            Texas Board of Pardons and Paroles

Governor of Texas                                      Executive Clemency Section

Office of General Counsel                            8610 Shoal Creek Blvd                                        

P.O. Box 12428                                Austin, Texas 78757                                  

Austin, Texas 78711-2428                                                     

Fax: 001 512 4631849                              Fax: 001 512 4638120 

 

Dear Governor

Dear Members of  Texas Board of Pardons and Paroles

 

Please grant executive clemency to Mr. Anthony Fuentes scheduled to be executed in Texas on 17 November!

Justice without mercy is not justice.

 

Respectfully

 

 

3) CORTE SUPREMA: CONTRASTATA UDIENZA SULLA PENA DI MORTE MINORILE

 

Il 13 ottobre la Corte Suprema degli Stati Uniti ha tenuto una pubblica udienza in merito alla pena di morte minorile, tale udienza era attesa dal mese di gennaio (vedi n.115).

La questione affrontata dalla massima corte americana è stata oggetto quest’anno di centinaia di commenti autorevoli, di saggi ed articoli pubblicati sia dalle riviste specializzate che dai quotidiani di più larga tiratura. L’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, organizzazioni per i diritti umani, premi Nobel, confessioni religiose, associazioni di medici, psichiatri ed avvocati hanno auspicato, come la grande maggioranza dei media americani, una sentenza che dichiari incostituzionale la pena di morte per i minorenni, ed hanno inoltrato relazioni scientifiche e documenti legali alla Corte Suprema.

Ricordiamo che l’intervento della Corte Suprema federale è conseguito al ricorso dello stato del Missouri contro la propria Corte Suprema che aveva dichiarato incostituzionale la pena di morte per i minorenni nell’agosto del 2003, commutando la condanna a morte di Chris Simmons in ergastolo (v. n. 110).

Come previsto, i nove giudici che compongono la corte si sono mostrati fortemente divisi sulla questione ma le speranze in una sentenza storica ed innovativa, che si conoscerà probabilmente tra gennaio e febbraio del prossimo anno, sono aumentate nel corso dell’udienza. Vi è ora una moderata probabilità che la pena di morte per le persone minori di 18 anni all’epoca del crimine venga dichiarata incostituzionale almeno a stretta maggioranza: cinque voti contro quattro.

Sicuramente i quattro giudici moderatamente progressisti, John Paul Stevens, David H. Souter, Ruth Bader Ginsburg e Stephen G. Breyer, voteranno per il superamento della dottrina tradizionale che ammette la pena di morte minorile, mentre i tre giudici ultra conservatori, William H. Rehnquist, Antonin Scalia e Clarence Thomas, voteranno in modo contrario. Durante l’udienza è stata quindi posta grande attenzione agli interventi dei due giudici moderatamente conservatori, Anthony M. Kennedy e Sandra Day O’Connor, di cui è molto più difficile prevedere il voto.

Il giudice Kennedy, preoccupato dai delitti agghiaccianti commessi da giovanissimi - documentati per la Corte da sette stati (Arizona, Delaware, Missouri, Oklahoma, Texas, Utah, Virginia) che vogliono rimanere nella situazione attuale - ha osservato che cambiando le regole verrebbe meno un deterrente per futuri crimini giovanili ma nel contempo ha rilevato che il resto del mondo si oppone alla pena di morte per i minorenni. La giudice Sandra O’Connor, al contrario del solito, è stata quasi sempre in silenzio. Tuttavia una sua battuta ha fatto sperare gli abolizionisti: rispondendo all’avvocato Layton che rappresenta il Missouri, ha osservato che il numero degli stati che attualmente non ha la pena di morte o che pone un limite minimo di 18 anni per irrogarla (31) è all’incirca uguale a quello degli stati che non utilizzavano la pena di morte nei riguardi dei ritardati mentali nel 2002 (30) quando la Corte Suprema proibì di mettere a morte tale categoria di persone. Scettico riguardo alla validità legale delle relazioni scientifiche sulla minore responsabilità dei minorenni si è detto l’anziano giudice Rehnquist perché queste relazioni non furono presentate, discusse e vagliate da accusa e difesa nel processo di Simmons. Il giudice Scalia dal canto suo ha ribadito che le cose stanno bene come stanno: la valutazione dell’attenuante costituita della giovane età deve essere lasciata alle giurie; che queste agiscano con prudenza è dimostrato dal piccolo numero di condanne a morte inflitte ai minorenni all’epoca del crimine. Se sono così chiari i dati scientifici evidenziati da Seth P. Waxman, avvocato di Simmons, perché il parlamento del Missouri non ne ha tratto le conseguenze? “Tutto quello che lei deve fare è di sottoporre questi fatti all’attenzione del suo parlamento.” Ha tagliato corto Scalia.

 

 

4) I VESCOVI STATUNITENSI CONTRO L’ESPANSIONE DELLA PENA DI MORTE

 

Un nuovo progetto di legge antiterrorismo in gestazione al Congresso degli Stati Uniti – in sostituzione del contestatissimo ‘Atto Patriottico II’ – prevede un drastico aumento dei reati federali punibili con la pena di morte.

Il progetto di legge, presentato alla Camera dei Rappresentanti dai Repubblicani alla fine di settembre e quindi a ridosso delle elezioni presidenziali, deborda ampiamente dalle raccomandazioni della Commissione 11/9 (commissione federale ‘bipartisan’ di indagine sui fatti dell’11 settembre). Esso trova l’opposizione di molti parlamentari, è contestato dalle organizzazioni per i diritti civili ed ha provocato una netta presa di posizione contraria dei vescovi cattolici statunitensi.

Oltre a creare in un colpo solo 23 nuovi reati capitali, la nuova legge prefigura l’inglobamento nella pena di morte di ogni crimine federale che sia collegabile alla definizione di terrorismo contenuta nel primo Atto Patriottico (nonché la cospirazione e il tentativo di commettere tali reati). Ad esempio il finanziamento, il supporto materiale del terrorismo e reati commessi con il computer.

Il carattere indefinito della nuova larga definizione di ‘terrorismo’ rischia per di più di rendere possibile l’irrogazione della pena di morte anche per fattispecie di reato fino ad ora punibili con pochi anni di carcere.

Il governo sostiene che da ora in poi potrà chiedere la pena di morte per un soggetto che aiuta un’organizzazione ‘terroristica’ anche se costui si limita a supportare attività perfettamente legali, ad esempio di beneficenza, senza conoscere le attività illegali dell’organizzazione.

La vaga definizione di ‘terrorismo domestico’ potrebbe configurare la pena di morte anche per appartenenti ad organizzazioni ‘no global’ che pratichino la cosiddetta ‘disobbedienza civile’ e provochino tafferugli. Per terrorismo domestico il Patriot Act intende infatti un’azione condotta all’interno degli Usa che: 1) violi una legge, 2) tenda ad influenzare la politica governativa o la popolazione con atti di intimidazione o coercizione e 3) comporti atti pericolosi per la vita umana. 

Analoga è la definizione di ‘terrorismo internazionale’ che, secondo alcuni commentatori, potrebbe comportare la pena di morte anche per gli autori di contestazioni acrobatiche del tipo di quelle effettuate da Greenpeace, che comportano esclusivamente un pericolo per la vita di coloro che le compiono.

Il 26 ottobre è stata resa nota una lettera indirizzata al Congresso degli Stati Uniti dal Cardinale Theodore McCarrik, presidente della Commissione per gli affari interni della Conferenza episcopale degli Usa. In essa si dice tra l’altro: “Le vigliacche azioni dell’11 settembre con i loro tragici costi umani ci ossessionano ancora. […] Non bisogna sminuire l’orrore per il terrorismo o la responsabilità di coloro che compiono atti di violenza diffusa su innocenti. […]  In base al nostro insegnamento Cattolico, tuttavia, ci opponiamo all’espansione della pena di morte anche per i terroristi. […] Come sapete, i vescovi degli Stati Uniti si oppongono all’uso della pena di morte in ogni caso. L’insegnamento Cattolico sulla pena capitale è chiaro: Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane contro un aggressore e per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, la pubblica autorità deve limitarsi a questi mezzi, dal momento che essi meglio corrispondono alle concrete condizioni del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana (Catechismo della Chiesa Cattolica).”

McCarrik aggiunge altre importanti considerazioni. Prima di tutto ritiene che non si possa andare oltre le raccomandazioni della Commissione 11/9 che non parlano di espansione della pena di morte. In secondo luogo osserva che terroristi suicidi non sarebbero scoraggiati dalla pena di morte. Infine ricorda che “come pastori, noi crediamo che l’uso della pena di morte in ogni circostanza ci diminuisce in quanto esseri umani. […] Non possiamo insegnare che uccidere è male, uccidendo”.

  

 

5) KENNETH PRECIPITA NEL PIU’ PROFONDO LIVELLO DI SEGREGAZIONE (II )

 

Pubblichiamo la seconda parte del racconto del trasferimento forzato di Kenneth nel più profondo livello di segregazione avvenuto a fine agosto. Con grande gioia apprendiamo che Kenneth Foster è stato di nuovo posto nel livello di segregazione 1, il meno duro tra quelli previsti nel braccio della morte del Texas. Il fatto che egli sia passato direttamente dal livello 3 al livello 1 senza transitare per il livello 2 dimostra che l’infrazione da lui commessa non è stata giudicata troppo grave.

 

(Continua dal numero precedente) Il sergente di turno cominciò a recitare la formula di routine, che viene ripresa dalla telecamera, ordinandomi di venire fuori dalla cella e di sottopormi ad una perquisizione a nudo se non volevo affrontare un agente chimico. Tutta questa farsa ovviamente si doveva fare solo perché prevista dal protocollo in quanto loro sapevano che il mio rifiuto era definitivo. Così il primo getto di gas venne spruzzato nella mia cella. Sentii immediatamente i suoi effetti, il gas violentò il mio corpo. Sapevo ciò che mi aspettava ma non c’è preparazione sufficiente per affrontare questo tipo di dolore. Il gas mi scombussolò. Non potevo più respirare, la mia gola era in  fiamme e il mio naso impazzì. Ero sul punto di vomitare. Cominciai  ad agitare il lenzuolo e a respirare nell’asciugamano bagnato. Pensavo di morire. I pensieri cominciarono a correre nella mia mente riguardo alla possibilità di resistere ad un’altra spruzzata di gas. Gli agenti lasciarono trascorrere circa 8 minuti. Gli ordini vennero dati di nuovo e di fronte al mio rifiuto il sergente lasciò partire un’altra spruzzata di gas dentro la cella.

Questa volta ero pronto. Mi avvicinai alla porta e bloccai lo spray con il lenzuolo. Il sergente si muoveva da una parte all’altra ma io lo contrastavo ogni volta. I miei occhi, sebbene protetti mi davano una strana sensazione come se stessero sanguinando.  Lasciarono trascorrere altri 8 minuti. Sapevo dal protocollo che loro non potevano spruzzare per più di tre volte, così dissi a me stesso di farmi forza. Dopo la terza spruzzata avrebbero aperto la porta, caricandomi. Gli ordini furono di nuovo impartiti. Mi pregarono di venir fuori: avevo esposto il mio punto di vista ma era troppo tardi ora. Di nuovo il gas fu spruzzato dal sergente. Io lo bloccai. Tre volte il gas fu spruzzato, così venni ‘spruzzato’ 7 volte, cioè oltre il limite legale. Fu l’ultima volta. Cominciai a puntare i piedi. Il capo squadra urlò ‘serrare’. La squadra serrò le fila come una palla di cannone. Allora sentii un detenuto gridare ‘su le teste’ La porta si spalancò mi gettai in avanti ma incontrai un agente enorme ed il suo scudo. Fui sopraffatto e gettato immediatamente a ridosso del muro interno. La squadra di 5 uomini si mosse in fretta verso di me  afferrandomi. Mentre cadevo nella mia cuccetta il primo agente cominciò a usare la sua corazza proteggi-gomiti come un utensile  per schiacciarmi la faccia e la testa sulla cuccetta d’acciaio. Egli poi mirò alla mia gola ed al mio collo il che mi disorientò perché non potevo respirare. Le mie gambe e le mie braccia vennero torte in modo violento per applicarvi ceppi e manette. La battaglia era finita. Giacevo sul pavimento rifiutando di camminare costringendoli così a trasportarmi. Ora eravamo fuori della cella e in vista della telecamera perciò cominciai la mia protesta verbale sulle vili e illegali condizioni che dovevamo sopportare. Volevo che fossero conosciute le ragioni della mia protesta.

Non c’è bisogno di dire che ho messo la mia vita in pericolo. Molti pensano e dicono che ho fatto una cosa pazzesca ma che deve fare un uomo quando non viene ascoltato in nessun altro modo? Non c’è stata alcuna violenza da parte mia, infatti è come se mi fossi inflitta io stesso una dura punizione. Non potevo vincere e lo sapevo. Se avessi voluto essere violento avrei attaccato un agente all’improvviso durante le operazioni giornaliere che si svolgono nel braccio, ma non avevo desiderio di farlo. Non desidero essere come quei mostri che il sistema pensa che noi siamo. Ci sono numerose azioni violente che potevo aver commesso in circa 7 anni che sono qui ma non l’ho fatto. Questa era la mia scelta per dire: “IO NON  ACCETTERO’ PASSIVAMENTE L’OPPRESSIONE”.

Pensai a quanto disse Malcolm X quando discuteva sul perché i Mussulmani di colore non si comportavano violentemente nei confronti del razzismo.

“Non saremo mai aggressori. Noi lotteremo per mantenere pacifiche relazioni con tutti. Ma insegniamo al nostro popolo che se qualcuno ti attacca, allora metti in gioco la tua vita! Non essere mai l’aggressore, non cercare mai guai!  Ma se qualcuno ti perseguita, possa Dio benedirti”

Cerco di condividere questi sentimenti. Faccio del mio meglio per incoraggiare i giovani di colore ad essere positivi e fare la differenza. Alcuni lo fanno. Altri hanno passato quello che io ho raccontato oggi, per mesi, per anni per loro ragioni personali. E’ la mentalità del braccio della morte, troppo complessa per spiegarla ora. Non so ciò che pensate delle mie azioni ma io apprezzerei i vostri pareri al riguardo.

Per quattro mesi sarò in isolamento. I vari livelli del sistema funzionano nel modo seguente:

1° livello – tutti i privilegi – acquisti allo spaccio del carcere una volta alla settimana, doccia giornaliera, ricreazione giornaliera, una visita settimanale e permesso di usare tutti i dispositivi elettrici (macchina da scrivere, radio e scalda vivande – sono consentiti).

2° livello – nessun dispositivo elettrico viene consentito. Non è consentito acquistare cibo allo spaccio, forniture per igiene e francobolli consentiti due volte al mese. Ricreazione permessa dal lunedì al giovedì. Visite solo due volte al mese. Doccia giornaliera.

3° livello – nessun dispositivo elettrico permesso. Acquisti come sopra. Una visita al mese.

Ricreazione il lunedì, mercoledì e venerdì. Doccia giornaliera.

Sarò nel livello 3 per un mese e nel livello 2 per tre mesi – tutto questo a meno che non ci siano altri problemi. L’ambiente della pena di morte e’ molto instabile in questo momento. Molti sono stufi e avendo fatto la stessa cosa che ho fatto io sono stati costretti al più basso standard di vita – nessun contatto umano, un’ora fuori della cella, niente TV, più i continui cambi delle regole e gli abusi di autorità. Potrebbero seguire proteste su più vasta scala. Così come sono solito dire ai miei fratelli, non sosterrò l’ignoranza ma tutte le cause giuste, sì. Mentre siedo qui, il corpo contuso e dolorante, con la sensazione di essere stato investito da un camion, penso a tutto il bene che posso fare a quelli chiusi qui in isolamento. Rivoluzione, protesta (comunque la si chiami) non devono essere portate avanti con il caos ma con azioni mirate al cambiamento. La nostra lotta non può essere soltanto fisica ma pure saggia contesa.

C’è così tanto della mia vita giornaliera, le condizioni, gli sforzi e i desideri, che non cito in questo racconto. Vista la gravità di ciò che è successo, volevo che ne foste informati. Dal momento che ci sono parecchi siti in Internet pieni di informazioni sul mio caso, penso non ci siano dubbi su dove sia il mio cuore. Ci sono abbastanza persone che sanno che io manterrò aggiornati tutti circa il mio stato. Pace a voi tutti.  Kenneth. (Traduzione di Paolo Scanabucci)

                                                                          

 

6) NEGATO IL DIRITTO ALLA DIFESA DI MOUSSAOUI MA IL PROCESSO SI FA

 

Abbiamo seguito fin dal 2001 le alterne vicende giudiziarie di Zacarias Moussaoui, accusato di cospirazione per gli attentati dell’11 settembre (v. ad es. nn. 92, 106, 107, 109, 110, 111, 112, 118).

Ricordiamo che un braccio di ferro si è svolto tra la giudice Leonie Brinkema, che presiede il processo di Moussaoui, e l’Amministrazione americana che vieta all’imputato il diritto di accedere a tre testimoni (detenuti dai militari in incommunicado in luoghi sconosciuti) sia pure a distanza e in video conferenza. Moussaoui sostiene che Ramzi Binalshibh, Khalid Shaikh Mohammed e Mustafa Ahmed al-Hawsawi, esponenti di Al Qaeda, possono attestare che egli non aveva nulla a che fare con gli attentati dell’11 settembre. L’imputato inoltre ha chiesto la presenza dei tre per interrompere presumibili torture nei loro riguardi. Per il motivo simmetricamente contrario il Governo americano si è sempre rifiutato di far comparire i testimoni ri­chiesti: l’interruzione degli interrogatori (che per Ramzi Binalshibh durano da oltre due anni e per altri due prigionieri da più di un anno) metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale!

La Brinkema aveva ordinato all’accusa di ritirare per lo meno la richiesta della pena di morte per Moussaoui. Il Governo è ricorso alla Corte d’Appello federale del Quarto Circuito, nota per essere ultra conservatrice e vicina alle posizioni governative e, alla fine, l’ha avuta sostanzialmente vinta. La decisione definitiva del Quarto Circuito si è avuta il 13 ottobre: il processo a Moussaoui non solo si farà senza accesso ai testimoni (accesso sostituito da documenti scritti presentati dall’Amministrazione) ma sarà un processo capitale!

7) IL VALORE POLITICO DELLA PENA DI MORTE PER SADDAM

 

Abbiamo già commentato le intenzioni del governo iracheno “ad interim” riguardanti la pena di morte in genere e la pena di morte per Saddam Hussein in particolare (v. nn. 119, 120). Una nuova uscita del Dott. Iyad Allawi lascia pochi dubbi di quale sia l’idea di giustizia sommaria che ha il Primo ministro iracheno (definito dal Telegraph “un coriaceo, anzi spietato, ex neurologo con legami di vecchia data con la CIA e l’MI6” e  sospettato dal New York Times di essere un ex terrorista).

Il 19 settembre, alla vigilia delle elezioni americane (e in previsione di quelle irachene), Allawi ha rivelato l’intenzione di celebrare e concludere il processo a Saddam Hussein entro ottobre. “Non credo che prenderà molto tempo, dal momento che le prove contro di lui sono… sovrabbondanti. Così penso che giustizia sarà fatta.” Ha dichiarato Allawi in una intervista alla rete televisiva ABC. Gli è stato quindi domandato se si riferisse ad una sentenza capitale ed ha risposto: “La pena di morte in Iraq è stata ripristinata.”

L’idea semplicistica di fare un regalo elettorale al suo amico Bush si è evidentemente scontrata con l’impossibilità pratica di realizzare in tempi così brevi un processo farsa nei riguardi di Saddam. Non se ne è fatto nulla. Forse anche per consiglio degli Americani.

Il tribunale speciale che dovrebbe giudicare Saddam e i massimi esponenti del deposto regime non è più diretto da Salem Chalabi, accusato di omicidio e al centro di polemiche feroci. Ex amico degli americani come suo zio Ahmed Chalabi (anch’esso sospetto criminale), ora costui attacca il tribunale attualmente diretto da Amer Bakis: lo definisce politicizzato e manipolato dal governo. Già 35 consiglieri americani operano nel tribunale e sono attesi altri 40 consiglieri dagli Usa e da altri paesi nelle prossime settimane.

A fine ottobre le Nazioni Unite hanno opposto un secco rifiuto alla richiesta di partecipare alla formazione professionale dei giudici e degli accusatori del tribunale speciale iracheno e di dargli una parvenza di regolarità. Kofi Annan in persona ha emesso un ordine per impedire che lo staff dell’accusatrice Carla Del Ponte (la stessa che sostiene l’accusa contro Milosevic) si recasse a Londra per tenere un corso di formazione di una settimana. Il portavoce del Segretario Generale ha dichiarato che “Funzionari delle Nazione Unite non poso essere direttamente coinvolti nel dare assistenza ad una corte o tribunale che abbia la facoltà di imporre la pena di morte.” Per di più: “le regole del tribunale speciale non raggiungono un minimo standard di giustizia.”

Purtroppo il problema della pena di morte sembra aggravarsi in Iraq dove sono oltre 150 i combattenti arabi accusati di terrorismo, già comparsi davanti alle corti, che rischiano la pena capitale.

                         

 

8) CELEBRATA LA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA PENA DI MORTE

 

A seconda dei paesi e dei raggruppamenti di associazioni abolizioniste, diverse sono le proposte per una ‘giornata mondiale’ contro la pena di morte da celebrarsi ogni anno. Per esempio, dagli Stati Uniti nei decenni passati si è cercato di esportare in tutto il mondo l’Abolition Day che ricorre il 1° marzo, anniversario della prima abolizione della pena capitale avvenuta in uno stato nordamericano, il Michigan (1847). Dall’Italia negli ultimi anni è partita la proposta di celebrare il 30 novembre, ricorrenza della prima abolizione avvenuta nel mondo (Granducato di Toscana, 1786).

Il maggiore consenso sembra oggi tuttavia coagularsi sulla giornata del 10 ottobre, proposta dalla Coalizione Mondiale Contro la Pena di morte, nata a Roma nel maggio del 2002, cui aderiscono Amnesty International e la maggior parte delle organizzazioni che si impegnano attivamente per l’abolizione della pena di morte, tra cui il Comitato Paul Rougeau (vedi: www.worldcoalition.org ).

Il 10 ottobre di quest’anno si è concluso il Secondo Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte tenutosi a Montreal a partire dal 6 ottobre. Buona parte degli abolizionisti di tutto il mondo erano presenti (da Rick Halperin a Irene Khan, ad Antoine Bernard, a Tamara Chicunova, Catherine Deneuve, Bianca Jagger, Mario Marazziti, Robert Meeropol, Sakae Menda, Bill Pelke, Dale Recinella, Mary Robinson, Michel Taube, Bud Welsh, ecc. ecc.). Hanno animato il Congresso interessanti relazioni e commoventi testimonianze di familiari delle vittime del crimine, di familiari di condannati ancora vivi o ‘giustiziati’, di esonerati dal braccio delle morte. Ha partecipato perfino un condannato alla pena capitale (per telefono). Tra le relazioni citiamo quella di Irene Khan, Segretario Generale di Amnesty International, che ha tracciato un quadro organico della situazione attuale della pena di morte analizzando le dinamiche abolizioniste in atto e gli ostacoli posti soprattutto dagli effetti della cosiddetta ‘guerra al terrorismo’.

In decine di città di tutto il mondo il 10 ottobre, e nei giorni successivi fino alla fine del mese, si sono tenuti incontri e manifestazioni abolizioniste. In ottobre il nostro Comitato è stato particolarmente impegnato a Roma, Piacenza e La Spezia.

 

 

9) IMPORTANTE EVENTO ABOLIZIONISTA ALLA SPEZIA

 

In occasione della giornata mondiale contro la pena capitale, un evento abolizionista di rilievo è stato organizzato alla Spezia da “S.O.S. dal braccio della morte” e da Amnesty International con il patrocinio del Comune e con la collaborazione di diverse associazioni che operano nel sociale e della Chiesa Battista.

L’iniziativa si è protratta dalle 17 e 45' a mezzanotte del 23 ottobre (con pausa cena) davanti ad un pubblico molto partecipe di una settantina di persone. Ottime e qualificate le relazioni tra le quali quelle di Massimo Persotti e del regista Luciano Cannito. Persotti, autorevole esponente della Sezione italiana di Amnesty International, ha fatto un’organica esposizione della situazione attuale della pena di morte nel mondo. Luciano Cannito, autore del delicato film "La lettera" che tratta della corrispondenza di una classe di scuola elementare con un condannato a morte del Texas (ora in un DVD che può essere efficacemente utilizzato in occasione di incontri sulla pena di morte nelle scuole), ha condotto un dibattito al termine della proiezione del film illustrandone a fondo le motivazioni e i risvolti. Fabio Tringali della Comunità di Sant’Egidio di Genova ha parlato dell’attività svolta dalla Comunità in favore dei condannati a morte di tutto il mondo, basata soprattutto sull’amicizia e sulla corrispondenza: negli ultimi anni la Comunità di Sant’Egidio è riuscita ad avviare scambi epistolari con un migliaio di detenuti dei bracci della morte.

Hanno organizzato e partecipato attivamente alla manifestazione il Responsabile Guido Bertolini e gli attivisti del Gruppo di Amnesty International della Spezia. Importante la presenza di quattro signore che corrispondono con condannati a morte - tra cui la nostra amica Gabriella Giuliari corrispondente di Tony Ford. Gabry ha portato per noi dal Texas un video su Gary Graham prodotto recentemente dal Texas Death Penalty Abolition Movement.

Per il Comitato Paul Rougeau Giuseppe Lodoli ha narrato la tragica ed eccezionale vicenda di Gary Graham, ingiustamente condannato alla pena capitale e ‘giustiziato’ in Texas nel 2000,  ed ha presentato il libro “Muoio assassinato questa notte” scritto dal Comitato per rendere una testimonianza sulla vita e sulla caso giudiziario di questo celebre condannato a morte.

Mauro Dispenza, promotore dell’incontro ed efficace moderatore degli interventi, ha rievocato la sua amicizia con Scotty Moore con altri condannati a morte. Mauro merita congratulazioni vivissime per la perfetta organizzazione e per la riuscita della manifestazione, che non è un fatto isolato ma un momento significativo del costante lavoro di promozione della tematica abolizionista e delle attività di sostegno ai condannati a morte da lui svolto nella sua città e nella sua regione.

 

 

10) PER GRAVES AIUTO PROVVIDENZIALE DAGLI STUDENTI DI GIORNALISMO

 

In Texas circa un anno fa una classe di studenti di giornalismo della St. Thomas University ha puntato il caso di Anthony Graves, un condannato a morte che si professa disperatamente innocente, la cui vicenda è stata da noi illustrata nei dettagli nel numero 98  (N. B.: Si può facilmente consultare i numeri arretrati del Foglio di Collegamento nel nostro sito www.paulrougeau.org). Gli studenti hanno studiato a fondo gli atti processuali, le notizie di stampa riguardanti il caso ed ogni altra informazione utile. Più scavavano, più diventava chiaro che Graves era stato condannato a morte ingiustamente. “Abbiamo letto ogni pagina inerente al caso, – ha affermato la studentessa Meghan Foley – nessuna pone Graves sulla scena del delitto. Non ci sono prove fisiche a carico di Anthony. Nessuno lo vide lì.”

Ormai sono emersi sufficienti elementi da costringere il sistema giudiziario a una seria revisione del caso. Accusa e difesa sono state interrogate il 28 settembre dalla famigerata Corte d’Appello federale del Quinto Circuito. La difesa obietta che non era stata messa al corrente del fatto che negli interrogatori precedenti il processo, Robert Carter - reo confesso di aver sterminato una famiglia di sei persone, tra cui quattro bambini - aveva escluso la partecipazione di Graves al delitto, salvo poi implicarlo durante il processo. Sappiamo che in seguito Carter ha reiterato la completa innocenza di Anthony Graves e lo ha fatto fino all’ultimo sul lettino dell’esecuzione il 31 maggio 2000  (v. n. 100).  Carter sostenne di essere stato costretto dall’accusa ad implicare Graves la quale in cambio promise di tenere fuori dei guai sua moglie Cookie.

Se Anthony Graves potrà sfuggire all’iniezione letale non si tratterà certo del primo caso capitale risolto da studenti di giornalismo. Ricordiamo, a titolo di esempio, che Anthony Porter fu rilasciato in Illinois nel 1999 dopo aver passato 16 anni nel braccio della morte, ed essere anche giunto a 48 ore all’esecuzione, per merito degli studenti di giornalismo coordinati dal prof. Dave Protess.

 

 

11) ALLUCINANTE E INCREDIBILE IL CASO DI TRAVIS HAYES

 

Nel Notiziario del nostro Foglio di Collegamento n. 120, leggiamo: “Louisiana. Finita la sadicapersecuzione di Ryan Matthews durata sette anni. Abbiamo parlato più volte di Ryan Matthews, ragazzo nero diciassettenne ai limiti del ritardo mentale che fu arrestato nel 1997 e scaraventato nel braccio della morte della Louisiana (v. ad es. nn. 107, 117, 119, tutti reperibili nel sito web del Comitato). In gran parte per merito di Clive Stafford Smith, un brillante avvocato inglese, Matthews oltre un anno fa è stato chiaramente scagionato dall’accusa di avere ucciso un uomo nel corso di una rapina. […] Il 9 agosto Ryan Matthews è ridiventato un libero cittadino a tutti gli effetti […] C’è appena da notare che Travis Hayes, preteso complice di Matthews e parimenti innocente, cui fu dato ‘solo’ l’ergastolo perché si prestò ad accusare falsamente Ryan, rimane, dimenticato, in carcere.”

Bene, vogliamo ora guardare un momento al caso di Travis perché le ingiustizie nei suoi confronti superano quelle perpetrate ai danni del suo amico Ryan Matthews. Quest’ultimo fu condannato a morte  in base a prove inconsistenti e inattendibili. Per l’ostinata resistenza dell’accusa, fu prosciolto dopo oltre un anno dalla chiara dimostrazione della sua innocenza e dall’identificazione del vero colpevole.

Travis, un ragazzo di colore con un quoziente di intelligenza, come Ryan, ai limiti del ritardo mentale, il giorno dell’arresto fu interrogato dalla polizia per sei ore consecutive, durante le quali gli furono negati cibo, acqua, sonno e l’uso del bagno. Forse sei ore non sembrano tante se considerate in una situazione di vita normale, ma provate a immedesimarvi in un ragazzo spaventato e con l’intelligenza di un bambino, tenuto sotto costante pressione per tutto quel tempo senza la possibilità di una pausa, seppure brevissima. Sei ore diventano un’eternità.

Dai verbali di questo interrogatorio, risulta che Travis per le prime cinque ore negò il coinvolgimento suo e dell’amico Ryan nella rapina che gli veniva contestata, alla sesta ora crollò e “confessò” di aver preso parte al crimine (senza peraltro riuscire a fornire nessun dettaglio - e come avrebbe potuto ?), accusando vagamente Ryan di aver materialmente commesso l’omicidio. Probabilmente, se non avesse “confessato”, l’interrogatorio non sarebbe durato sei ore, ma sarebbe stato prolungato indefinitamente, fino ad ottenere il risultato voluto.

Steven Drizin, professore di giurisprudenza alla Northwestern University notissimo esperto sulle false confessioni, ha studiato la dichiarazione di Travis Hayes e ha affermato trattarsi della “confessione falsa più nuda e priva di fondamento” che avesse mai visto. Aggiungendo: “Mi lascia stupefatto che qualcuno possa essere stato condannato sulla base di una simile dichiarazione.”

In cambio della testimonianza contro l’amico, Travis fu incriminato di omicidio di secondo grado e quindi non subì un processo capitale, scampando in tal modo la pena di morte. Fu condannato all’ergastolo.

Durante il processo, molte ingiustizie furono compiute contro Travis: l’avvocato d’ufficio fu costretto ad assumere la difesa, benché malato e del tutto impreparato al caso, pur avendo chiesto espressamente di essere esonerato; l’accusa nascose delle prove, tra cui varie dichiarazioni di testimoni e un test del DNA che aveva fallito nel mettere in relazione Ryan con il crimine; in aperta violazione dei diritti costituzionali di Travis, fu inoltre permesso alla giuria di conoscere l’esistenza di piccoli precedenti penali che ovviamente influenzarono negativamente i giurati contro di lui.

Tutto questo provocò sette anni fa un’ingiusta condanna all’ergastolo, che già di per sé dovrebbe costituire un’onta per il sistema giudiziario. Questo però è NULLA in confronto a ciò che sta accadendo ora.

Al momento della totale assoluzione di Ryan per non aver commesso il fatto, Travis ha pregustato la dolce prospettiva della liberazione. I suoi attuali avvocati (appartenenti ad un’organizzazione umanitaria che cerca di tutelare i diritti dei prigionieri) si sono subito mossi per ottenere una sentenza di proscioglimento da ogni accusa parallela a quella di Ryan Matthews. Ebbene, la risposta da parte dello stato è sconvolgente: Travis non verrà prosciolto e neppure verrà richiesto per lui un nuovo processo, perché - non trattandosi di un caso capitale - gode di un livello di garanzie processuali inferiori a quelle di cui poté giovarsi Matthews: le prove di innocenza, già esistenti al tempo del processo, NON VALGONO PIU’!!! Solo di fronte a prove di recente scoperta, che potessero dimostrare con certezza assoluta, senza alcuna possibilità di dubbio, l’innocenza del prigioniero, si potrebbe riaprire il caso di Travis ormai chiuso.

Travis Hayes in carcere non parla quasi più, da quando ha appreso questa notizia. Sua madre dice che trova con grande fatica il coraggio di andarlo a trovare, perché, ogni volta, al momento di lasciarlo, sapendo che egli sta subendo un’ingiustizia così allucinante e quanto egli soffra, le si spezza il cuore.

Se non ci indigniamo di fronte ad una simile dimostrazione della malafede dell’accusa e del marciume del sistema di “giustizia” criminale, nulla può più stupirci. Paradossalmente, ma di fatto è così, Travis dovrebbe languire in carcere - anche se TUTTI  sanno che è innocente - perché non era stato a suo tempo ingiustamente condannato a morte ma solo ingiustamente condannato all’ergastolo!

  Gli avvocati di Travis Hayes non si danno per vinti: lotteranno con tutte le loro forze per abbattere il muro insormontabile eretto dagli accusatori. (Grazia)

 

 

12) I TEDESCHI NON SAPEVANO, PERCHE’ VOLEVANO NON SAPERE

 

Nell’intervista che conclude il libro “Se questo è un uomo”, Primo Levi osserva che il popolo tedesco, seppure giustificato in parte dal regime dittatoriale cui era sottoposto, non si è impegnato molto per opporsi agli orrori dei campi di concentramento e agli eccidi di massa: “Chi sapeva non parlava, - dice Levi - chi non sapeva non faceva domande, a chi faceva domande non si rispondeva”.

In questi ultimi anni stanno accadendo cose che ricordano gli eventi atroci di quei tempi, eventi che dovrebbero essere sepolti per sempre nel passato.

Campi di concentramento sorgono ovunque, anche se chiamati con altri nomi: campi di detenzione, campi di lavoro, centri di permanenza temporanea, centri di accoglienza (!) per i profughi.

Gli orrori che hanno avuto luogo (e che certamente continuano) a Guantanamo, ad Abu Ghraib, in alcune carceri “private” afgane, nei bracci della morte del mondo, e in svariati altri luoghi di prigionia, sono realtà presenti e attuali, di cui tutti siamo a conoscenza.

Si potrebbe obiettare che non siamo noi Italiani i diretti responsabili di quelle atrocità. Guardiamo allora che cosa sta accadendo in questi giorni, proprio in casa nostra, sotto i nostri occhi.

In questi ultimi due mesi, a seguito degli accordi presi dal nostro Presidente del Consiglio con  Geddhafi, quest’ultimo ha acconsentito a “riprendersi” gli immigrati clandestinamente sbarcati nel nostro paese. Già alcune centinaia di questi disperati, giunti a Lampedusa dopo aver pagato con quanto ancora possedevano qualche scafista senza scrupoli, dopo aver perso tutto pur di abbandonare un luogo di sofferenza e di morte, dopo aver trascorso pochi giorni o anche solo poche ore nel centro di accoglienza, in condizioni igieniche inumane (come descritto dal giornale francese “Le Monde”, che solleva lo scandalo delle deportazioni, mentre i giornali italiani non si dilungano su questo argomento), si sono visti ammanettare come dei delinquenti e trascinare su aerei militari che, in quattro e quattr’otto, li hanno riportati in Libia, fra le braccia di coloro dai quali avevano cercato di fuggire.

A quale destino stiamo condannando queste persone? Noi non abbiamo la pena di morte, oh no, noi non ci sporchiamo le mani con il sangue di questi profughi, lasciamo che a farlo sia qualcun altro dall’altra parte di una lingua di mare, già di per sé costellata dai cadaveri di tutti quelli che non sono arrivati neppure a toccare le nostre coste e a raggiungere i nostri meravigliosi centri di “accoglienza”.

Occorre battersi contro questa decisione assassina. Amnesty International ha diramato un duro comunicato stampa in cui esprime, parlando della Libia, “gravi preoccupazioni per la situazione dei diritti umani nel paese nordafricano, che deve ancora firmare la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato del 1951. Amnesty International teme che alcune delle persone respinte da Lampedusa possano, una volta in Libia, rischiare un ulteriore respingimento verso paesi dove potranno andare incontro a torture o trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Nonostante abbia sottoscritto la Convenzione sui rifugiati dell'Organizzazione dell'unita' africana, e sia dunque obbligata a non respingere alcuna persona in un paese dove rischi di subire violazioni dei diritti umani, negli ultimi mesi la Libia ha violato i propri obblighi, come quando - in due casi distinti, avvenuti a luglio ed agosto - ha deportato cittadini eritrei nel loro paese di origine; molti di essi si ritiene siano ora detenuti in isolamento in carceri segrete e in condizioni di prigionia assai dure.”

Tutti noi dobbiamo unire la nostra voce a quella di Amnesty International per protestare contro questa indegnità, dobbiamo scrivere alle autorità, ai giornali, dobbiamo divulgare queste notizie, far sapere che noi italiani, contrariamente ai tedeschi all’epoca di Hitler, sappiamo perché vogliamo sapere. E ci opponiamo. (Grazia)

 

 

13) NOTIZIARIO

 

California. Arnold Schwarzenegger vieta il fumo nelle carceri. Il governatore repubblicano della California, che si è fatto montare una tenda, accanto al suo ufficio in cui è vietato fumare, per potersi godere in pace i suoi sigari, ha firmato il 27 settembre una legge che impone improvvisamente a 80.000 detenuti, la metà degli ospiti delle galere statali, di smettere di fumare. Per risparmiare sull’assistenza medica ai detenuti. Come fece il repubblicano George W. Bush poco dopo essere divenuto governatore del Texas.

 

Cina. Forse qualcosa di muove. La Corte Suprema del Popolo, secondo il suo vice presidente Huang Songyou, in futuro rivedrà tutte le sentenze di morte comminate in Cina. L’attuazione del relativo provvedimento è atteso nel corso della presente legislatura che terminerà nel 2008, anno delle Olimpiadi di Pechino. Questa riforma viene apprezzata da Amnesty International perché può diminuire la facilità e l’arbitrarietà con cui è comminata la pena capitale in Cina: “E’ un passo nella direzione giusta – scrive Amnesty il 13 ottobre. “Speriamo che un controllo da parte dei giudici più qualificati porti ad una sostanziale riduzione del numero delle persone giustiziate in Cina.” Attualmente l’appello dei condannati a morte viene esaminato dalle corti provinciali e spesso dagli stessi giudici che hanno pronunciato le sentenze capitali. Nello suo comunicato Amnesty non può tuttavia esimersi dal denunciare che nel grande paese asiatico manchino ancora le garanzie processuali minime indispensabili, quale la presunzione di innocenza e una efficace difesa legale degli accusati. In compenso vi sono spesso ingerenze politiche per ottenere pesanti condanne e sentenze di morte e vengono ammesse nei processi confessioni estorte sotto tortura.

 

Cina. Scolaresche assistono ad un processo capitale. Come è noto, le grandi feste nazionali in Cina vengono celebrate non solo con la retorica e le parate militari (come, del resto, avviene sempre di più anche da noi) ma anche con decine o centinaia di processi e di esecuzioni capitali ‘ordinati’ dal potere politico per l’occasione. Secondo Amnesty quest’anno il Festival di Metà autunno del 27 settembre e festa nazionale dei 1° ottobre sono state celebrate con non meno di 100 esecuzioni portate a termine nell’arco di una settimana. In tale contesto ha fatto notizia un‘iniziativa istituzionale che per la verità rientra nella norma: centinaia di studenti tra i 6 e i 17 anni, in divisa, sono stati portati in una grande palestra di Changsha, in mezzo ad un pubblico di 2.500 persone, per assistere al processo capitale a carico di sei prigionieri, accusati di vari reati, tra i quali aggressione, sequestro e omicidio, e regolarmente condannati a morte. In Cina è tradizione che giovani e giovanissimi vengano fatti assistere a processi capitali spettacolarizzati, durante i quali i fanciulli si esaltano e, secondo i media, applaudiscono entusiasticamente.

 

Iran. Condannata a morte una tredicenne. Dopo la denuncia da parte di Amnesty International dell’impiccagione di una ragazza iraniana di 16 anni accusata di fornicazione, avvenuta il 15 agosto (v. n.121), il 16 ottobre un’altra notizia agghiacciante viene rilanciata dalla Coalizione Australiana contro la Pena di Morte: Zhila Izadi di 13 anni è stata condannata alla lapidazione a Marivan nel nord-ovest dell’Iran due mesi dopo aver dato alla luce in prigione una bimba frutto di una relazione con un fratello di 15 anni. Il ragazzo sarebbe detenuto in attesa di ricevere una punizione di 100 frustate. Ha diritto alla segretezza sulla sua identità. Speriamo che almeno alcuni aspetti di questa storia non vengano confermati. Il 29 agosto un’altra donna, Hajieh Esmaeel, è stata condannata alla lapidazione nella città portuale iraniana di Jolfa. La sua sorte rimane sconosciuta. Il mese scorso si è saputo della condanna all’impiccagione di un sedicenne iraniano accusato di traffico di droga. Si ha notizia di 10 esecuzioni di minorenni in Iran a partire dal 1990. L’Iran, differenza degli Stati Uniti, è parte di due trattati internazionali che vietano la pena morte per i minorenni. Da quasi un anno è stata portata in Parlamento una proposta di legge per emendare il codice penale e renderlo conforme a tali trattati.

 

Nigeria. Ancora due condanne alla lapidazione. Con notevole ritardo si è saputo di due sentenze alla lapidazione emesse da corti islamiche minori nel piccolo e remoto stato del Bauchi appartenente alla federazione nigeriana. Il 15 settembre è stata condannata morte secondo la legge della Sharia Daso Adamu  di 26 anni per aver avuto per 12 volte un rapporto sessuale con un uomo di 35 anni. Hajara Ibrahim di 29 anni ha avuto la stessa condanna il 15 ottobre per aver confessato di essersi unita carnalmente a Dauda Sani di 35 anni, dal quale è stata messa incinta. Entrambi gli uomini sono stati assolti per insufficienza di prove. La legge islamica adottata nel 2000 da 12 stati del nord della Nigeria finora non ha comportato lapidazioni ma solo fustigazioni ed amputazioni. Tutte le sentenze di morte islamiche sono state annullate al primo o al secondo appello, come avvenne per Safiya Hussaini e Amina Lawal. Il Governo centrale si oppone alle legge della Sharia e considera le sentenze alla lapidazione illegali.

 

Texas. Ottava esonerazione. “E’ grandioso essere liberi. Non posso descrivere le mie emozioni.” Ernest Willis ha dichiarato alla stampa texana il giorno dopo la sua liberazione. Pur avendo un altissimo numero di condannati a morte (attualmente 448, un settimo del totale Usa) il Texas ha visto solo 8 esonerazioni di tali condannati, riconosciuti non colpevoli, a partire dal 1974 (su un totale di 118 in tutti gli Stati Uniti). I conservatori Texani dicono che ciò dimostra la correttezza del procedimento che porta alle sentenze capitali. E’ invece assai più probabile che il fenomeno derivi dalla pervicace volontà di mettere a morte i condannati anche quando sorgono fondati dubbi sulla loro colpevolezza. Dubbi destinati a rimanere tali fino all’esecuzione e dopo di essa per la carenza di avvocati ed investigatori che approfondiscano adeguatamente i casi. Ernest Ray Willis ha invece avuto la grande fortuna di incontrare sulla strada che lo portava dritto nella Camera della Morte il famoso e pagatissimo studio legale Latham & Watkins di New York, che ha fatto gratuitamente per lui un lavoro del valore di 5 milioni di dollari. Ernest, accusato di aver dato fuoco ad una casa provocando il decesso di due donne, ha così potuto riguadagnare al libertà l’8 ottobre, dopo 17 anni passati nel braccio della morte: si è appurato che l’incendio non fu appiccato da lui ma si originò accidentalmente, probabilmente per un corto circuito.

 

Vietnam. Esecuzione automatica. I membri dei plotoni di esecuzione in Vietnam si fanno prendere spesso dall’emozione, cominciano a tremare e sbagliano il bersaglio, a scapito dei condannati che impiegano più tempo a morire. Il capo dell’Ufficio Esecuzioni ha dichiarato il 20 ottobre che, per rendere ‘più umana’ la procedura, si sta studiando una nuova macchina per fucilare automaticamente i prigionieri, in cui l’intervento dell’uomo sia limitato alla pressione di un pulsante. Il metodo dell’iniezione letale è stato rifiutato da tale ufficio perché ritenuto ‘inumano’.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 26 ottobre 2004