FOGLIO DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  201 -  Ottobre / Novembre 2012

Sattar Beheshti blogger iraniano

SOMMARIO:

1) La testimonianza di Dale e Susan, venuti dalla Florida 

2) Sospesa l’esecuzione di Anthony Haynes in Texas                  

3) Mancata, per poco, l’abolizione della pena di morte in California        

4) Il referendum visto da Fernando                                               

5) Sharon “Killer” Keller rieletta nella massima corte del Texas           

6) Gli stati Usa ignorano la possibilità di riabilitazione dei minori            

7) Khalid Sheikh Mohammed denuncia gli Stati Uniti                              

8) Il Parlamento Europeo sulle esecuzioni di massa in Iran                     

9) Ancora in crescendo le esecuzioni in Iraq                                                        

10) Luci e testimonianze per celebrare i 10 anni di “Città per la vita”                11) Sopravvissuto alla sua esecuzione, Broom ha scritto un libro                    12) Una lettera di Fernando agli amici del Comitato                                          13) Notiziario: California, Globale, Oregon, Usa.                                                  

           

 

1) LA TESTIMONIANZA DI DALE E SUSAN, VENUTI DALLA FLORIDA

 

Come preannunciato, i coniugi Dale e Susan Recinella, testimoni della pena di morte in Florida, hanno compiuto un tour in Italia nella seconda metà di ottobre, tenendo una ventina di conferenze in cui hanno comunicato ad oltre 1200 persone la loro esperienza di abolizionisti e di volontari che assistono i condannati a morte e i familiari delle vittime dei crimini. L’organizzazione della straordinaria impresa è stata curata dal Comitato Paul Rougeau, con l’apporto determinante di Maria Grazia Guaschino, la nostra vice presidente. Grazia, che si è prodigata in maniera incredibile, ha infine stilato il seguente diario che pubblichiamo nella sua semplicità e immediatezza, sicuri di interessare non solo coloro che sono stati coinvolti nell’impresa dei Recinella ma tutti i lettori. (1)

 

Dal 15 ottobre al 2 novembre ho avuto la gioia di accompagnare, in un lungo e articolato tour in giro per l’Italia, Dale e Susan Recinella, la meravigliosa coppia americana che da quindici anni assiste i condannati a morte e i loro familiari in Florida, oltre a sostenere i detenuti nelle carceri di isolamento a lungo termine e i familiari delle vittime dei crimini.

Dopo aver preparato e programmato nei dettagli per alcuni mesi questo evento, superando molte difficoltà e imprevisti, mio marito Guido ed io siamo stati felici di accogliere e accompagnare i nostri due straordinari amici. Ho tenuto una sorta di diario delle giornate passate insieme, che condivido ora volentieri con i lettori.

15 OTTOBRE – Siamo all’aeroporto di Malpensa con largo anticipo sull’orario di arrivo del volo dall’America, e scopriamo che l’aereo è atterrato un’ora prima del previsto. Dopo qualche minuto di ricerca, un po’ preoccupati perché non possiamo comunicare telefonicamente con Dale e Susan (il loro cellulare smette di funzionare in Italia), li troviamo seduti tranquilli ad aspettarci nell’immenso atrio dell’aeroporto. Ci abbracciamo travolti dalla felicità di rivederci dopo quattro anni. Il viaggio verso Torino è lungo: Dale sonnecchia, Susan ed io chiacchieriamo di ciò che è accaduto nel lungo tempo trascorso senza vederci.

17 OTTOBRE – Per la prima delle 19 apparizioni in pubblico, siamo attesi dagli amici torinesi di Amnesty International, i primi che hanno aderito, con entusiasmo e grande spirito collaborativo, alla nostra iniziativa. L’appuntamento e al Liceo Scientifico Albert Einstein. Dale e Susan parlano a circa 100 studenti, che ci ascoltano con interesse e commozione. Come per tutti i successivi eventi, l’impatto dei discorsi dei nostri amici, che io traduco passo passo, è grandissimo. La sera stessa la professoressa del liceo che si era fatta promotrice della conferenza nella sua scuola, invierà una mail di ringraziamento a Carla Gottardi, di Amnesty, che ha curato la programmazione delle conferenze nelle scuole torinesi.

18 OTTOBRE – Al mattino incontriamo Antonello Famà, coordinatore delle conferenze nelle scuole dei Gesuiti, all’Istituto Sociale, dove parliamo a oltre 130 ragazzi (tutti gli allievi dei licei classico e scientifico di questa immensa scuola).  Come sempre, commossa partecipazione di studenti e professori. Al pomeriggio l’appuntamento è al Centro Studi Sereno Regis, dove il pubblico, di adulti, è molto ridotto, ma questo consente a Dale e Susan di tenere un discorso più personale e amichevole, quasi una chiacchierata in famiglia. Al termine una delle ragazze presenti dichiara apertamente di aver cambiato opinione riguardo alla pena di morte, poi ci lascia il suo indirizzo e-mail per ricevere il nostro bollettino mensile e proseguire così l’impegno abolizionista.

19 OTTOBRE – Due conferenze, quasi senza interruzione, organizzate per noi dagli amici di Amnesty. La prima (all’istituto professionale Albe Steiner, con oltre 40 allievi presenti) doveva svolgersi dalle 10 alle 12, l’altra (al liceo scientifico e tecnico Primo Levi, alla presenza di quasi 100 studenti) dalle 14 alle 16. Solo che la quantità di domande dei ragazzi ci fa lasciare la prima scuola alle 13,30 circa. Rimane appena il tempo per un panino al volo, ma la soddisfazione di vedere tanti giovani così interessati compensa i sacrifici e le corse.

20 OTTOBRE – Al mattino abbiamo l’ultima delle conferenze nelle scuole torinesi organizzate dagli amici di Amnesty International: è all’istituto professionale Romolo Zerboni: all’inizio i 60 allievi presenti sono un po’ agitati (è sabato e sono stanchi della settimana), ma Dale e Susan riescono a catturare la loro attenzione e al termine della conferenza le domande sono moltissime e rivelano grande sensibilità. Un paio di ragazzine musulmane si avvicinano e ci dicono di essere contrarie alla pena di morte anche nei loro paesi d’origine. Al pomeriggio abbiamo la prima presentazione dell’autobiografia di Dale “Nel braccio della morte” presso il negozio torinese delle Edizioni San Paolo, che hanno curato l’edizione italiana del libro: assistono numerosi visitatori che già erano a conoscenza dell’evento e intervengono successivamente anche persone che man mano entrano nel negozio e si mettono ad ascoltare le parole di Dale. Molte domande, molti libri venduti.

21 OTTOBRE – Dale tiene l’omelia della Messa domenicale alla nostra Parrocchia, San Giulio d’Orta. Commentando il passo del Vangelo “Chi vuole essere il primo si faccia ultimo e servitore di tutti”, Dale racconta dei piccoli miracoli che avvengono quando si mette in pratica questo consiglio, e narra della conversione di un detenuto, che, da una fase di profonda depressione, era passato ad una grande serenità interiore e aveva poi chiesto e ottenuto di avere Dale e Susan come padrini del suo Battesimo. Nel pomeriggio partecipiamo agli eventi organizzati nella Casa del Quartiere di San Salvario dagli amici torinesi di Amnesty in occasione della Giornata Mondiale contro la pena di morte: Dale e Susan sono gli ospiti d’onore, tengono una lunga conferenza davanti a una sessantina di persone. Si conclude con questo evento la serie di conferenze che abbiamo tenuto per Amnesty, i cui esponenti ci dimostrano gratitudine a affetto con un graditissimo omaggio. Siamo noi in realtà a ringraziare loro: Osvalda, Franco, Carla, Valentina e tutte le altre amiche attivissime e impegnate per questa grande organizzazione.

23 OTTOBRE – Andiamo in treno a Milano e parliamo al mattino a circa 130 allievi del liceo dei Gesuiti “Leone XIII”. Come sempre, l’accoglienza è calda e gli studenti, che vorrebbero continuare a porci domande, devono essere frenati dal loro preside, per consentirci di consumare un veloce pranzo prima di essere prelevati da un responsabile delle Edizioni San Paolo e portati nella loro sede milanese per due interviste che vengono fatte a Dale.

24 OTTOBRE – Alla sera conferenza di Dale e Susan nei locali dell’oratorio della Parrocchia di San Giulio d’Orta. Iniziamo alle 21 e finiamo di rispondere alle domande degli oltre 70 presenti dopo mezzanotte.

25 OTTOBRE – Ci rechiamo in treno a Genova, dove teniamo nel pomeriggio una presentazione del libro di Dale per conto delle Edizioni San Paolo, presso il teatro parrocchiale San Siro. Al termine il parroco, un simpatico e aitante ottantenne, abbraccia commosso Dale e Susan.

26 OTTOBRE – Con grande dispiacere, accompagniamo Susan alla stazione, da cui parte per raggiungere Roma, pernottare e tornare in Florida il giorno successivo. A Roma viene accolta da Giuseppe e ospitata dalla bravissima Stefania che il mattino dopo la lascerà all’aeroporto di Fiumicino in  tempo per imbarcarsi sull’aereo che la riporterà in patria.

27 OTTOBRE – Abbracciamo e salutiamo Guido, che in tutti questi giorni è stato più che un aiuto: ha collaborato con entusiasmo, facendosi promotore di ogni iniziativa e accompagnandoci ovunque. Dale e io prendiamo il treno per Firenze. Alla stazione troviamo ad aspettarci la meravigliosa Loredana, una delle fondatrici del Comitato Paul Rougeau, che ci ospiterà in casa sua e ci accompagnerà per tutto il periodo toscano.

29 OTTOBRE – Al mattino parliamo ad una cinquantina di allievi di terza della scuola media Alessandro Manzoni di Firenze: Dale attenua i toni del discorso adattandoli alla giovanissima età degli ascoltatori. Molte le domande, come sempre, alla fine. Nel pomeriggio presentiamo il libro di Dale, per conto delle Edizioni San Paolo, al Caffè Letterario sito all’interno delle Murate di Firenze. Le Murate erano un carcere fino a qualche decennio fa. Sono state ristrutturate in modo mirabile, trasformandole in locali di incontro e in miniappartamenti, conservando il loro imponente aspetto. Un giovane attore molto  simpatico, che lavora come volontario anche al carcere di Sollicciano, organizzando attività teatrali con i detenuti, legge vari brani del libro di Dale e lo intervista per sottolineare la drammaticità degli eventi che hanno segnato la sua vita. Gli spettatori sono molto coinvolti.

30 OTTOBRE – Lasciamo commossi Loredana, che si è prodigata in mille modi per rendere confortevole ed efficace la nostra permanenza a Firenze, e prendiamo il treno per Roma, dove siamo accolti dal bravissimo Giuseppe, presidente del nostro Comitato. Nel pomeriggio incontriamo Carlo Santoro, della Comunità di Sant’Egidio, che ha organizzato per noi una conferenza all’interno del carcere di Regina Coeli. E’ un’esperienza commovente ed emozionante. Dale riesce a entrare immediatamente in perfetta sintonia con i detenuti e con il personale che si è reso disponibile ad accoglierci. Al termine del discorso, Dale dona una copia del suo libro alla biblioteca del carcere. I circa 50 detenuti presenti dimostrano una sensibilità umana sconvolgente, vengono a stringere la mano a Dale, alcuni ci parlano della loro famiglia, del loro dolore, ma dichiarano tutti di provare compassione nei confronti dei condannati a morte descritti da Dale. In questa occasione incontro anche Stefania, esponente romana del Comitato, e ho così modo di ringraziarla per la squisita accoglienza che ha riservato a Susan qualche giorno prima.

31 OTTOBRE – Al mattino parliamo nell’istituto dei Gesuiti “Massimiliano Massimo” a una cinquantina di ragazzi della seconda liceo. Molte le domande anche questa volta e grande la partecipazione degli studenti. In serata, sotto una pioggia battente e un vento di bufera, ci rechiamo all’ultimo appuntamento ufficiale: la presentazione del libro per conto delle Edizioni San Paolo nella libreria di Via Piave. I presenti sono pochi, a causa del maltempo, ma ancora una volta il discorso diventa colloquiale e come una piacevole chiacchierata in famiglia. Tutti sono compresi ed emotivamente coinvolti. In particolare colpisce la frase di Dale, riguardo ai morenti da lui assistiti nell’arco del suo volontariato (condannati a morte e malati terminali appartenenti a qualsiasi classe o ceto sociale): Nessuno di loro dice mai di rimpiangere di non aver fatto più carriera, più denaro, più viaggi di lavoro. Tutti rimpiangono solo di non aver trascorso più tempo con i loro cari, di non aver dato abbastanza amore. Nessuno chiede a Dio di dargli nella vita eterna ciò che realmente si merita; tutti chiedono a Dio di dimostrarsi molto misericordioso con loro e di perdonare tutti i loro errori.

2 NOVEMBRE – Alle 6 del mattino abbraccio Dale un’ultima volta prima che salga sul taxi che lo porterà a Fiumicino. Nel primo pomeriggio lascio anch’io Roma e rientro dai miei cari a Torino.

Concludendo: Abbiamo parlato ad oltre 1200 persone, tra giovani e adulti, abbiamo raccolto oltre 50 indirizzi e-mail di nuovi amici e simpatizzanti del Comitato e abbiamo seminato molto, in termini di amore e di rispetto dei diritti umani: siamo certi che i frutti di tanta passione e impegno saranno grandi e tangibili.

Ringrazio con tutto il cuore le persone che, direttamente o indirettamente, hanno collaborato a questa imponente iniziativa. Prima di tutti Guido, il mio instancabile marito, che mi ha sostenuta prima, durante e dopo l’intero evento, e tutto il resto della mia famiglia, che si è fatta carico delle incombenze quotidiane durante le mie assenze. Ringrazio poi di cuore gli amici del Comitato che ci hanno ospitati, che si sono attivati durante e prima dell’evento, per organizzarlo e per accompagnarci: in particolare Giuseppe, Loredana, Stefania. Un grande grazie a tutti coloro che hanno contribuito con impegno diretto e con aiuti economici: gli amici torinesi di Amnesty International, Antonello Famà e gli istituti dei Gesuiti, Marco Albonico e gli altri delle Edizioni San Paolo, Carlo Santoro e gli altri della Comunità di Sant’Egidio. Un grazie calorosissimo, infine, a tutti coloro che hanno presenziato alle conferenze, per l’affetto grande e per la partecipazione.

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(1) Organizzando il tour dei Recinella abbiamo inteso celebrare la Decima Giornata Mondiale Contro la Pena di morte, v. http://www.worldcoalition.org/worldday.html

 

 

2) SOSPESA L’ESECUZIONE DI ANTHONY HAYNES IN TEXAS

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sospeso all’ultimo momento l’esecuzione di Anthony Haynes programmata in Texas per il 18 ottobre. Haynes è attualmente difeso da un ottimo avvocato ma il suo caso, compromesso nella fase iniziale dell’iter giudizio, rimane difficilissimo. Ringraziamo i lettori che hanno partecipato alla petizione favore del condannato da noi proposta nel numero 200.

 

L’esecuzione di Anthony Haynes, programmata in Texas per il 18 ottobre è stata sospesa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti all’ultimo momento, con poche ore d’anticipo sul momento fissato per l’iniezione letale.

La sospensione è stata concessa per dar modo alle corti di decidere se nel corso del processo celebrato nel 1999, i legali di Haynes omisero di investigare e far valere forti attenuanti che avrebbero potuto evitargli la condanna a morte.

Anthony Haynes, che attualmente si giova delle difesa di A. Richard Ellis, un ottimo avvocato californiano conosciuto anche dal Comitato, ha diversi sostenitori (1), alcuni dei quali hanno allegato proprie testimonianze alla petizione ufficiale inoltrata da Ellis alla Commissione per le Grazie e al Governatore del Texas tendente ad ottenere clemenza dal potere esecutivo. Tra coloro che attestano il profondo cambiamento e il comportamento esemplare di Anthony nel braccio della morte, c’è una sua corrispondente che afferma di essere stata da lui confortata e dissuasa dal commettere suicidio.

Numerosi nostri lettori hanno sottoscritto la petizione in favore del condannato promossa da Amnesty International USA e inviata direttamente alle autorità del Texas (v. n. 200).

L’intervento insperato della Corte Suprema USA ha prevenuto un eventuale provvedimento sospensivo o di clemenza  della Commissione per le Grazie o del Governatore.

La vita di Anthony Haynes per ora è salva ma il suo caso – compromesso nella fase iniziale - rimane difficilissimo.

La difesa e l’accusa sono su posizioni diametralmente opposte.

Per la difesa, il 19-enne Anthony – persona tranquilla senza precedenti penali - agì d’istinto facendo fuoco su Kent Kincaid, un poliziotto fuori servizio con cui era venuto a diverbio per motivi di traffico. Senza sapere che il suo interlocutore era un poliziotto, egli avrebbe sparato su di lui ritenendo che stesse estraendo una pistola per ucciderlo. In seguito gli sarebbe stata estorta una confessione di diverso tenore dalla polizia.

Per l’accusa, Anthony Haynes, reo confesso, e due giovanissimi complici scorrazzavano a bordo di un furgoncino: erano dediti a rompere i parabrezza di auto in corsa per poi rapinare gli sventurati automobilisti una volta che questi si erano fermati. Nell’auto di Kincaid sarebbe stata trovata la pallottola che ne ruppe il parabrezza, del tutto compatibile con quella che uccise il poliziotto.

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(1) Anche un gruppo di socie e simpatizzanti del Comitato Paul Rougeau lo ha seguito e sostenuto negli anni scorsi.

 

 

3) MANCATA, PER POCO, L’ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE IN CALIFORNIA

 

Il referendum sull’abolizione della pena di morte in California non è passato per uno stretto margine. L’iniziativa perdente degli abolizionisti potrebbe rallentare l’abolizione del pena di morte.

 

E’ stato estremamente incerto fino all’ultimo l’esito del referendum per l’abolizione della pena di morte in California, tenutosi insieme alle elezioni presidenziali il 6 novembre.

I sondaggi, che davano una probabilità leggermente maggiore alla bocciatura del referendum (detto Proposition 34, v. n. 200), si erano alla fine attesti sulla parità se non per la vittoria del SI’. Ciò anche per l’impegno degli abolizionisti, degli intellettuali e di tutti coloro che vedono nelle pena di morte un’istituzione inefficace ed estremamente costosa. Decine e decine di articoli usciti sui giornali californiani e nazionali, interviste, eventi pubblici, conferenze, testimonianze, hanno rafforzato fino all’ultimo l’azione di SAFE, l’organizzazione promotrice del referendum.

Purtroppo, nel segreto dell’urna, la maggioranza silenziosa in California ha però scelto, con un ristrettissimo margine (52,7 NO – 47,3 SI’), di mantenere la lugubre istituzione del passato (1).   

Probabilmente ha prevalso una sorta di prudenza dettata dalla paura, dal timore di cambiare, anche se la pena capitale nello stato è attualmente bloccata: non si fanno esecuzioni dal 2006 e le nuove condanne a morte sono ormai pochissime.

Non si è dunque realizzato il miracolo della prima abolizione della pena capitale nel mondo per iniziativa popolare (v. n. 197)  ed  è comprensibile la delusione di chi aveva sperato e lavorato per la vittoria del SI’.

Il risultato ottenuto rappresenta comunque un indubbio importante progresso rispetto alla situazione del 1978, anno in cui fu ripristinata per referendum la pena capitale in California: allora la percentuale che si espresse a favore del ripristino fu del 71%. E rappresenta anche un progresso rispetto alla situazione degli ultimi anni, precedente l’iniziativa referendaria, in cui i favorevoli alla pena capitale si potevano valutare in circa il 60% della popolazione.

Gli abolizionisti hanno buoni motivi per mantenere alto il morale. Come osserva Brian Evans di Amnesty International USA: “Il diminuire dell’entusiasmo per le esecuzioni, anche se non ha portato all’approvazione della Proposition 34, riflette la tendenza nazionale ad allontanarsi dalla pena di morte. Crescenti interrogativi morali riguardo alla pratica di uccidere prigionieri, aggiunti alle frustrazioni generate dagli alti costi e al timore che prigionieri innocenti vengano uccisi in seguito ad errori giudiziari, si sono diffusi in tutto il paese. Cinque stati in cinque anni hanno abbandonato la pena capitale e il numero di sentenze capitali è precipitato al minimo dagli anni Settanta. E’ probabile che le esecuzioni non ricomincino in questo periodo in California e che altri stati si allontanino dalla pena di morte nel corso del 2013 e in seguito.”

Certo, sarebbe stata auspicabile una maggior prudenza da parte di coloro che hanno promosso il referendum. Costoro avrebbero fatto meglio ad aspettare qualche anno: il risultato negativo di oggi può rallentare il processo abolizionista in California.

Ora ci auguriamo che il sistema della pena capitale californiano, prima di un futuro referendum, muoia in conseguenza dell’attuale paralisi. Con la ripresa delle esecuzioni rimandata sine die, a decretarne la fine potrebbero essere il potere esecutivo e/o quello legislativo.

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(1) Per fortuna non tutti i referendum proposti in California il 6 novembre sono andati male: vedi nel Notiziario l’articolo sull’approvazione della Proposition 36.

 

 

4) IL REFERENDUM VISTO DA FERNANDO

 

Pubblichiamo due notevoli riflessioni di Fernando Eros Caro, il nostro corrispondente dal braccio della morte di San Quentin. Sono state da lui scritte una prima e una subito dopo il referendum sull’abolizione della pena di morte in California, tenutosi il 6 novembre.

 

7 ottobre 2012. E’ stato proposto ai cittadini della California un referendum sull’abolizione della pena di morte. E’ venuto il momento di occuparsi seriamente di questo problema!

I sondaggi mostrano già che la maggioranza è a favore del mantenimento. Il sostegno alla pena di morte è stato perseguito concentrandosi sulla sete di vendetta senza tener conto di alcun altro fattore! Vengono riproposti in TV alcuni dei casi capitali più celebri per rinfrescare la memoria a tutti. […]

I cambiamenti non avvengono facilmente. Chiunque abbia anche la minima comprensione di come evolvono le cose, sa che l’evoluzione è lenta. Quando la gente è attaccata alle sue convinzioni, le vecchie abitudini sono difficili da abbandonare. Ci sono persone che si esaltano per l’esecuzione di un essere umano. La loro non è  un’eccitazione fugace, ma un’emozione di cui sono impregnati, che si accresce vedendo soffrire gli altri. Può essere cambiato il loro sostegno incrollabile per la pena di morte? Probabilmente no. Per queste persone, il cambiamento potrà solo essere imposto! Come per l’abolizione della schiavitù, e per il diritto di voto a tutta la popolazione, i cambiamenti furono imposti dalla Costituzione.

Si potrà abolire la pena di morte in California? Sarà una sfida, ma gli attivisti non si lasciano intimidire dalle sfide. E’ vero che alcune montagne sembrano troppo ardue da affrontare e ci inducono a rinunciare. Tuttavia non dobbiamo mai perdere di vista lo scopo finale. Si tratta di cambiare la percezione delle cose. Dobbiamo continuare a cercare di convincere tutti che esiste un valore civile e morale in “tutte” le vite umane! Per non parlare delle anime!

Il cambiamento avviene convincendo le persone a favore della pena di morte che le esecuzioni sono omicidi deliberati! L’ignoranza della verità non è una scusa per chiudere gli occhi davanti al barbaro rituale che consiste nello spegnere una vita umana, e definirlo un atto legale!

Prego che la pena di morte in California e nel resto del mondo venga eliminata una volta per tutte. In qualità di esseri umani abbiamo le nostre debolezze. Ma è con la forza e con la determinazione che l’evoluzione del genere umano si è potuta verificare!

 

7 novembre 2012.  E’ il giorno successivo al “voto” sulla Proposition 34.  La proposta di abolire la pena di morte in California non è passata! Sì, c’è stata una profonda delusione tra gli uomini qui nel mio corridoio. Non hanno detto nulla, ma il “silenzio” era più che eloquente!

Soltanto il giorno prima, molti erano entusiasti dell’abolizione della pena di morte. Non vedevano l’ora di essere trasferiti in altre carceri più vicine alle loro famiglie. E di poter camminare nel cortile senza dover indossare catene o manette. Dalla mia cella, potevo sentire questi uomini, la loro voce carica di speranze e di progetti.

Avrei voluto dimenticare la mia riluttanza e unirmi al loro ottimismo. Ma, sulla base della mia esperienza di tante delusioni, subite in tutti gli anni trascorsi qui, mi trattenni. Sapevo che se qualcosa può andare storto, molto probabilmente ci va. Quindi non ho mai detto nulla. Ho tenuto per me le mie sensazioni e le mie paure. Non fraintendetemi, sono una persona ottimista, ma sono anche realista.

Non ho seguito i risultati parziali nel corso del giorno e della notte. Ho preferito conoscere il risultato definitivo la mattina successiva. Quando ho appreso che la California avrebbe continuato ad avere la pena di morte, ne sono stato rattristato. Rattristato che la California abbia scelto di continuare a giustiziare le persone. C’è ancora troppo odio vendicativo nel cuore della gente!

Ho ancora un processo che mi aspetta. La mia delusione non è stata cocente come quella degli uomini che devono avere soltanto appelli. Il loro entusiasmo era sparito!

C’è stato un tempo prima del “voto”. Adesso c’è un tempo dopo il “voto”. Delusione e tristezza. Passerà anche questo, però. Nessuno deve piangere all’infinito su una sconfitta. Quando soffri per ciò che è successo, sei alla mercé di ciò che è successo. Per quanto mi riguarda, archivio il problema, e comincio a guardare avanti al domani. La vita è un compagno di ballo, tu scegli come ballare!

 

 

5) SHARON “KILLER” KELLER RIELETTA NELLA MASSIMA CORTE DEL TEXAS

 

La giudice Sharon Keller, detta “Killer Keller” dagli abolizionisti, ha riconquistato la presidenza della famigerata Texas Court of Criminal Appeals, la massima corte penale del Texas.

 

La giudice Sharon Keller ha sconfitto nelle elezioni del 6 novembre il suo contendente Keith Hampton riconquistando il seggio di presidente che aveva nella massima corte penale del Texas, la Texas Court of Criminal Appeals (TCCA).

Sharon Keller, repubblicana, è famosa per la sua intransigenza ed anche per il grave comportamento omissivo che consentì di mettere a morte il condannato Michael Richard il 25 settembre 2007 nonostante fosse scattata la moratoria nazionale conseguente alla sentenza Baze v. Rees  sull’iniezione letale (v. n. 153). La Keller, soprannominata dagli abolizionisti “Killer Keller” è uscita infine indenne dal procedimento disciplinare conseguente al suo comportamento di allora (e sta contestando una multa di 100 mila dollari inflittale per la sua scarsa trasparenza patrimoniale).

Peccato:  il contendente della Keller, il democratico Keith Hampton - un avvocato difensore ben conosciuto e stimato dagli avvocati del Texas e rispettato dagli abolizionisti - promotore delle leggi sul diritto ai test del DNA per gli accusati - avrebbe certo indotto ad una maggiore moderazione la famigerata massima corte penale del Texas, incline a respingere i ricorsi dei detenuti, con poche eccezioni.

 

 

6)  GLI STATI USA IGNORANO LA POSSIBILITA' DI RIABILITAZIONE DEI MINORI

 

Gli stati USA che continuano ad infliggere l’ergastolo senza possibilità di liberazione o spropositate pene detentive ai minorenni omicidi, ignorano lo spirito delle sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti sulla ridotta responsabilità penale dei minorenni e sulla loro possibilità di riabilitazione.

 

Con la sentenza Miller v. Alabama, emessa a stretta maggioranza dalla Corte Suprema federale degli Stati Uniti il 25 giugno scorso, è stata abolita la condanna obbligatoria (mandatory) all’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola per i minorenni omicidi. (v. “Ergastolo non obbligatorio per i minorenni omicidi negli Usa” nel n.198).

Questa sentenza ha fatto seguito a quelle che abolirono la pena di morte per i minorenni (2005) e l’ergastolo irrevocabile per i crimini diversi dall’omicidio (2010). Nell’insieme queste decisioni dovrebbero indurre gli stati a cambiare la loro filosofia nei riguardi dei minorenni ritenuti responsabili di gravi reati.

Gli stati però oppongono una notevole resistenza nel recepire la sentenza Miller, o, quando l’accolgono, dimostrano di non averne capitolo lo spirito, come denunciano due articoli  comparsi recentemente sul New York Times. Riportiamo qui una sintesi dell’editoriale pubblicato da tale quotidiano il 24 novembre con il titolo “Juvenile injustice”, che ci sembra particolarmente significativo.

“[…] Gli stati al momento non stanno rispondendo in modo positivo a questa decisione [Miller v. Alabama]. Si ritiene che parecchi stati si occuperanno del problema il prossimo anno. Nei pochi stati che hanno già provveduto, tuttavia, i governatori e il parlamento hanno agito secondo lo slogan “duri con la criminalità”, con lo stesso atteggiamento che ha portato a imporre l’ergastolo senza possibilità di liberazione a tantissimi minorenni, basandosi sulla nozione insulsa che essi fossero dei “superpredatori”. 

“Per esempio, nell’Iowa, il governatore ha commutato l’ergastolo di 38 persone che erano state condannate per aver commesso un omicidio quando erano minorenni, ma ha offerto loro soltanto l’alternativa di uscire sulla parola dopo 60 anni di carcere. In Pennsylvania è stato abolito l’ergastolo obbligatorio, ma il parlamento ha dato ai giudici la scelta tra l’ergastolo senza possibilità di uscita e una sentenza minima di 35 anni di carcere per i minori omicidi di età compresa tra i 15 e i 17 anni. Nel North Carolina il parlamento ha sostituito l’ergastolo obbligatorio con 25 anni di carcere.

“Queste pene così dure continuano a trattare i minorenni con la stessa severità degli adulti. Ignorano il pensiero della Corte Suprema in merito alla possibilità di riabilitazione dei minorenni. Non tengono conto del fatto che questo ottimismo sulla possibilità di riabilitazione non è basato solo “sul senso comune – su ciò che qualsiasi genitore sa benissimo”, come ha scritto la Giudice Kagan, ma anche sulle nozioni fornite dalla scienza neurologica circa lo sviluppo del cervello e dalla psicologia circa il processo di maturazione. Queste scoperte indicano “la ridotta colpevolezza dei ragazzi e la loro maggiore capacità di cambiamento”.

“La Corte Suprema in questa particolare occasione ha chiesto agli stati di non limitarsi ad osservare alla lettera la sua sentenza, ma piuttosto il suo spirito, che pone la riabilitazione dell’individuo al primo posto nell’amministrazione della giustizia”. (Grazia)

7) KHALID SHEIKH MOHAMMED DENUNCIA GLI STATI UNITI

 

Khalid Sheikh Mohammed, il pakistano accusato di aver organizzato gli attacchi apocalittici dell’11 settembre 2001 che fecero 3.000 vittime, nel processo capitale a suo carico iniziato a Guantanamo, denuncia le uccisioni compiute dal governo degli Stati Uniti in nome della ‘sicurezza nazionale’.

 

A metà ottobre sono cominciate le udienze preliminari del processo a carico di Khalid Sheikh Mohammed, messo in stato accusa il 5 maggio per aver organizzato gli attentati apocalittici dell’11 settembre 2001.

Detenuto per anni dagli Americani in luoghi segreti, Mohammed fu trasferito nel  2006 nell’isola di Cuba. Il presidente Obama non riuscì nel suo intento di farlo processare in una normale corte federale di New York ed ora il processo contro di lui ed altri quattro ‘prigionieri di alto valore’ (1) si sta avviando a Camp Justice, una struttura di container appositamente costruita nella base militare di Guantanamo per processare i terroristi. (2).

Il fatto che Khalid Shaikh Mohammed avesse fatto sotto tortura ampie ammissioni di colpevolezza, che in parte appaiono addirittura esagerate (3), costituisce ovviamente un enorme ostacolo per la celebrazione di un giusto processo, un processo che per di più tutti – a cominciare dal presidente Obama – prevedono finisca con la pena di morte.

Il processo è compromesso anche dalle procedure ‘speciali’ vigenti nelle Commissioni Militari; dalla pretesa del governo statunitense di secretare a suo piacimento qualsiasi affermazione o notizia che ‘comprometta la sicurezza nazionale’: in aula vi è un pulsante a disposizione dell’accusa che interrompe in qualsiasi momento l’audio per i giornalisti e per il ristretto pubblico; dal divieto di mettere a disposizione della difesa documenti importanti peraltro già in parte pubblicati; dal divieto imposto agli avvocati difensori di divulgare qualsiasi cosa apprendano dai loro assistiti.

Come abbiamo sottolineato in un lungo articolo nel n. 198, sia il giudice presidente del tribunale, colonnello James Pohl, sia l’accusatore capo, brigadiere generale Mark Martins, stanno facendo il possibile per far apparire il processo – che è cominciato in maniera farsesca il 5 maggio - il più possibile regolare e accettabile. Martin, che non vuole parlare di torture ma solo di “alcune condotte errate di alcuni nell’amministrazione”, cerca di apparire simpatico, incontra cordialmente i giornalisti chiamandoli per nome.

Mark Martin intende escludere dal processo le confessioni ottenute dalla CIA sotto tortura ed usare soltanto ciò che è stato ottenuto in maniera ‘pulita’ dall’FBI dopo il trasferimento dei prigionieri a Guantanamo nel 2006 – materiale che egli dichiara non “contaminato” e che sarà tenuto accuratamente segreto fino all’inizio del processo vero e proprio (non prima dell’estate prossima).

Quanto a Khalid Sheikh Mohammed è stato portato in aula il 16 ottobre da tre nerboruti soldati indossanti guanti di lattice blu. Il detenuto sfoggiava una tuta mimetica che gli è stato consentito di indossare sopra un lungo vestito bianco (4) ed ha accusato gli Stati Uniti: “Mentre il governo si addolora per la morte o l’assassinio di 3.000 persone che sono state uccise l’11 settembre”, ha detto Mohammed, “dovrebbe considerare i milioni di morti che fa in nome della sicurezza nazionale”. “Perché non è vero che il vostro sangue è fatto d’oro e il nostro d’acqua.” Tra la costernazione del pubblico, egli ha aggiunto: “Ogni dittatore si può valere di questa ragione… Molti possono ammazzare in nome della sicurezza nazionale, torturare la gente in nome della sicurezza nazionale e detenere dei bambini in nome della sicurezza nazionale.” Quanto all’uccisione di Bin Laden: “Non voglio dilungarmi, ma osservo che il presidente può prendere chiunque e gettarlo in mare nel nome della sicurezza nazionale.”

Come dire: da che pulpito viene la predica!

Ovviamente, non possiamo essere d’accordo con Mohammed: niente poteva giustificare i 3.000 morti dell’11 settembre. Ma non è possibile neanche giustificare chi uccide e viola in vari modi i diritti umani in nome della “sicurezza nazionale.”

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(1) Ricordiamo che oltre a Khalid Sheik Mohammed, 46-enne, pakistano, vengono processati Walid bin Attash, 33-enne, yemenita, Ramzi bin al Shibh, 40-enne, yemenita, Ammar al Baluchi, 34-enne, pakistano (un nipote di Mohammed), Mustafa al Hawsawi, 43-enne, saudita.

(2) V. ad es. nn. 122, “Negato…”; 137, “Alla fine…”; 143, “Firmato…”; 148, “Confessioni…”; 157; 160; 162, Notiziario; 166, “Diritti umani…; 174; 189, 197, Notiziario, 198.

(3) V. n. 148, “Confessioni di detenuti di ‘alto valore’ e torture”

(4) A Mohammed era stato inizialmente vietato di vestire l’abito militare. Fino ad ora la discussione intorno e dentro il processo si  era basata su questioni collaterali, come la richiesta dei difensori si trasmette il processo in TV, o su questioni apparentemente futili, come l’abbigliamento degli imputati e degli altri attori del processo, v. n. 198.

 

 

8) IL PARLAMENTO EUROPEO SULLE ESECUZIONI DI MASSA IN IRAN

 

Il Parlamento Europeo ha approvato una durissima risoluzione sullo stato dei diritti umani in Iran, riferendosi in particolare alle esecuzioni capitali e alla recente morte in custodia di un blogger.

 

Il  23 novembre il Parlamento Europeo ha approvato una durissima risoluzione sullo stato dei diritti umani in Iran, in particolare riguardo alle esecuzioni di massa e alla recente morte in custodia del blogger Sattar Beheshti.

La risoluzione rileva che “l’attuale stato dei diritti umani in Iran è caratterizzato da una struttura di sistematiche violazioni dei diritti fondamentali”; mentre “i difensori dei diritti umani (in particolare delle donne, dei bambini e delle minoranze), i giornalisti, i blogger, gli artisti, i leader studenteschi, gli avvocati, i sindacalisti e gli ambientalisti continuano a vivere sotto una grave pressione e la costante minaccia di arresto.”

Per quanto riguarda il blogger Sattar Beheshti, la risoluzione ricorda che questi, dopo aver criticato il regime iraniano in Internet, è stato arrestato il 30 ottobre per pretesi crimini cibernetici ed è morto in custodia – secondo vari rapporti – in seguito a torture, per di più i familiari di Sattar Beheshti sono stati  minacciati di arresto nel caso avessero rilasciato ai media dichiarazioni sulla sua morte o avessero sporto denuncia riguardo alla tortura da lui presumibilmente subita.

Il Parlamento Europeo inoltre rileva l’esecuzione di Saeed Sedighi e di altri nove uomini il 22 ottobre per reati di droga, la maggioranza dei quali non aveva subito un regolare processo ed era stata torturata in detenzione, mentre alla famiglia di Sedighi è stato vietato di parlare con i media e di tenere un funerale aperto al pubblico prima della sepoltura del proprio congiunto.

Viene denunciato nella risoluzione il “drammatico incremento delle esecuzioni negli ultimi anni, incluse quelle di minorenni, con oltre 300 esecuzioni note dall’inizio del 2012”, mentre “la pena di morte viene comminata regolarmente in processi iniqui e per crimini che non rientrano tra i ‘più gravi’ secondo gli standard internazionali”. (1)

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(1) In relazione alla numerosità della popolazione residente, l’Iran è ormai il paese che fa più esecuzioni al mondo. L’Iran è l’unico paese che mette ancora a morte un numero apprezzabile di minorenni all’epoca del crimine. In Iran vengono eseguite numerose esecuzioni in pubblico e vengono usati metodi particolarmente barbari per uccidere: l’impiccagione lenta e la lapidazione (si hanno credibili notizie della lapidazione di 4 donne in Iran all’inizio di novembre).

 

 

9) ANCORA IN CRESCENDO LE ESECUZIONI IN IRAQ

 

Human Rights Watch stigmatizza l’enorme e sempre crescente numero di esecuzioni capitali, l’opacità del sistema giudiziario e la mancanza di garanzie processuali per gli accusati in Iraq.

 

Un appello di Human Rights Watch (HRW) dell’11 ottobre ha stigmatizzato l’enorme numero di esecuzioni capitali in Iraq e la mancanza di garanzie legali per gli accusati (1).

Nei giorni precedenti erano state portate a termine 23 esecuzioni: il 5 ottobre erano stati messi a morte 6 prigionieri senza preavviso, il 7 ottobre ne erano stati ‘giustiziati’ 11, ed il giorno 8 altri 6. Secondo il Ministro della Giustizia iracheno, i detenuti erano stati condannati per “azioni criminali e terroristiche”. Nel 2012 fino all’11 ottobre erano stati messi a morte 112 prigionieri (2).

“La pervicacia delle autorità irachene nel portare a termine tale oltraggiosa serie di esecuzioni dando pochissime informazioni in merito, sottolinea la preoccupante opacità della natura del sistema di giustizia iracheno,” ha affermato Joe Stork di HRW: “Invece di  mettere a morte le gente, l’Iraq si dovrebbe impegnare per riformare i suoi sistemi di sicurezza e giudiziario per proteggere i cittadini da crescenti violazioni dei diritti umani.” (3)

HRW ricorda che le autorità irachene, quando vengono contestate a proposito della pena di morte, affermano che questa fa parte della tradizione culturale del paese. Ma la prevalenza di processi ingiusti e la tortura in detenzione, specialmente in casi che riguardano la sicurezza nazionale e il terrorismo, sollevano gravi preoccupazioni e rendono la mancanza di trasparenza nell’imposizione della pena di morte particolarmente grave.

“L’Iraq ha legittime preoccupazioni riguardo alla propria sicurezza ma mettere a morte arbitrariamente i prigionieri non rende il paese più sicuro.” Ha affermato Stork. “L’approvazione statale delle esecuzioni non fa che aggiungere violenza alla società. Se continuerà con questo ritmo, l’Iraq si classificherà come il terzo paese al mondo tra quelli che applicano maggiormente la pena di morte”.

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(1) V. n. 199.

(2) Le esecuzioni sono continuate in Iraq: l’11 novembre il totale annuo era di 129 esecuzioni.

(3) Abbiamo più volte denunciato l’uso della pena di morte e le violazioni dei diritti umani che si compiono nell’Iraq ‘liberato’ da Saddam Hussein, V. ad es. nn. 122, 124, 127, 132, 134, 138, 139, 140, 141, 142, 143, 145, 198, 199.

 

 

10) LUCI E TESTIMONIANZE PER CELEBRARE I 10 ANNI DI “CITTÀ PER LA VITA”

 

“Città per la Vita”, la manifestazione abolizionista internazionale promossa dalla Comunità di Sant’Egidio a partire dal 2002, il 30 novembre di quest’anno ha toccato 1600 città: un record.

 

Il 27 novembre la Comunità di Sant’Egidio, col sostegno della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte, ha aperto ufficialmente la manifestazione abolizionista “Città per la Vita” (Cities for Life, per un mondo senza la pena di morte), culminata il 30 novembre, non solo a Roma e in Italia, ma in quasi 1600 città in molte decine di nazioni in varie parti del mondo, un numero record.

Il giorno 27 la Comunità di Sant’Egidio ha ospitato a Roma il VII Congresso Internazionale dei Ministri della Giustizia "For a world without the death penalty" (Per un mondo senza pena di morte), a cui hanno preso parte esponenti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, nonché Ministri della Giustizia, personaggi politici, giuristi, esperti, provenienti da 20 paesi. Particolarmente significative sono state le testimonianze degli inviati dello Zimbabwe e della Repubblica Centrafricana, della Mongolia, del Nicaragua, del Mozambico e della Tanzania.

Ha preso la parola, come lo scorso anno, anche la Ministra della Giustizia italiana Paola Severino, In un impegnativo intervento, la Severino ha analizzato le ragioni etiche e pratiche dell’abolizione, ha ricordato l’azione del nostro paese per ottenere, in dicembre, la quarta Risoluzione per la Moratoria universale delle esecuzioni da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha assicurato la prosecuzione del proprio impegno abolizionista dopo che si sarà conclusa la sua esperienza governativa ed ha infine portato il saluto e l’adesione del Presidente della Repubblica Napolitano. 

Ospite d’onore è stato Curtis McCarty, esonerato dal braccio della morte dell’Oklahoma dopo 22 anni di reclusione, che ha parlato della sua allucinante vicenda e testimoniato il suo percorso di fede.

L’Ambasciatrice Laurence Argimon-Pistre, parlando per conto dell’Unione Europea, ha preannunciato uno stanziamento di diversi milioni di dollari nel 2013 per sostenere le attività tendenti all’abolizione della pena di morte.

Nel corso del Congresso sono stati sottolineati quattro argomenti cardine a favore dell’abolizione.

Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, ha dichiarato che la pena di morte è moralmente corrosiva. “Quando lo stato uccide nel nome dell’intera comunità, abbassa la comunità al livello degli assassini”.

George Kain, commissario di polizia del Connecticut, ha affermato che la pena di morte non costituisce un deterrente alla criminalità e non garantisce maggiore sicurezza alla società.

Ancora Marazziti ha dimostrato, cifre alla mano, che la pena di morte viene applicata in modo discriminatorio verso i poveri e le minoranze, condensando in questo modo i pregiudizi della società.

Infine: la pena di morte è inaccettabile perché è una punizione irrevocabile e definitiva messa in atto da un sistema legale che invece è fallibile, che può commettere errori e che di fatto ne commette.

A partire dal 29 novembre, sempre nell’ambito di “Città per la Vita”, sono stati lanciati in tutto il mondo, come negli anni scorsi, messaggi abolizionisti tramite pubblici dibattiti, manifestazioni, testimonianze, spettacoli teatrali o semplicemente mediante segnali di luce. L’illuminazione notturna del monumento simbolo di 600 delle città partecipanti è cominciata da Roma il 29 novembre con la spettacolare illuminazione del Colosseo, che quest’anno ha in particolare voluto ricordare l’abolizione della pena di morte nel Connecticut, che porta a 17 il numero degli stati USA abolizionisti.

Uno spettacolo di pace si è svolto davanti al Colosseo. Max Giusti ha condotto la serata. Vi sono stati cori Gospel. Gigi Proietti ha recitato famosi brani di Dostojevskij e di Victor Hugo contro la pena di morte. Nel corso della serata, vi sono state le testimonianze drammatiche di Shujaa Graham e di Fernando Bermudez, condannati innocenti per omicidi mai commessi negli Stati Uniti, del fondatore della Coalizione del Texas per l’Abolizione della Pena di Morte, David Atwood, e di Tamara Chikunova, madre di un “giustiziato”, valorosa fondatrice in Uzbekistan dell’associazione “Madri contro la Pena di Morte e la Tortura”. (Grazia)

 

 

11) SOPRAVVISSUTO ALLA SUA ESECUZIONE, BROOM HA SCRITTO UN LIBRO

 

Capita raramente di sopravvivere ad un’esecuzione, come è successo a Romell Broom in Ohio nel 2009. Broom, che è tuttora in vita, racconta la sua allucinante esperienza in un libro appena uscito.


Uno dei rarissimi casi in cui un condannato a morte è sopravvissuto alla sua esecuzione, è quello di Romell Broom che fu rimosso dalla camera della morte dell’Ohio il 15 settembre 2009  dopo essere stato torturato per due ore da un uomo e una donna che non riuscirono a trovare un acceso venoso utilizzabile per l’iniezione letale (v. n. 172). La macchina della morte dell’Ohio non è riuscita a portare a termine la sua impresa nell’immediatezza di tale data ed ora Broom, ancora vivo, ha scritto un libro in cui racconta la sua vita difficile e la sua allucinante esperienza nel braccio della morte. Nel libro – scritto in collaborazione con Clare Nonhebel – il condannato parla della sua infanzia problematica e della vita nel braccio della morte in cui è sopravvissuto per più di 25 anni. Egli, che si dichiara innocente, ha richiesto inutilmente un nuovo efficace team di difensori legali nonché dei test del DNA che – ne è convinto - avrebbero potuto scagionarlo. "Survivor on Death Row", di R. Broom and C. Nonhebel, 2012, può essere acquistato agevolmente anche on-line.

 

 

12) UNA LETTERA DI FERNANDO AGLI AMICI DEL COMITATO

 

Fernando Caro ci ha mandato questa letterina, decisamente invernale, dal carcere di San Quentin.

 

27/11/2012

Cari amici, spero che stiate tutti bene.

E’ una vergogna che la California non abbia abolito la pena di morte. Adesso, dovranno decidere se utilizzare l’iniezione letale composta da un unico veleno o se utilizzare quella composta da tre sostanze chimiche. Anche la discussione su questa scelta prenderà un po’ di tempo, il che significa che le esecuzioni saranno ancora sospese. Forse fino al prossimo voto fra due anni.

Finalmente hanno acceso un po’ di riscaldamento nel mio edificio. Adesso non devo indossare troppi capi di vestiario. Per anni ho continuato a uscire nel cortile per fare esercizio anche sotto la pioggia. Questo è però il primo anno in cui dovrò rinunciare a uscire nei giorni piovosi. I miei dolori durano più a lungo… L Perciò quest’inverno resterò al chiuso, uscendo solo quando fuori, pur facendo freddo, sarà asciutto.

Sono già iniziati i programmi televisivi tipici delle feste! E alla radio trasmettono musica natalizia. Ho il mio cioccolato caldo e biscotti! J

Presto verrà trasmesso il mio film di Natale preferito “La vita è una cosa meravigliosa”, con James Stewart. Lo guardo tutti gli anni! J

Per favore ringraziate tutti per me, per il loro amore e per le loro attenzioni nei miei confronti. Non potrei chiedere di più per Natale!

Un ciao e un abbraccio

Fernando

P.S. Compirò 63 anni il 3 dicembre!

 

 

13) NOTIZIARIO

 

California. Oltre sull’abolizione della pena di morte, il 6 novembre scorso gli elettori californiani hanno votato sulla Proposition 36, un referendum riguardante la modifica di una legge penale del 1994, detta dei “tre colpi”. Per fortuna in questo caso il risultato del voto è stato positivo. La legge imponeva di infliggere la condanna all’ergastolo a tutti gli imputati che fossero stati processati per un terzo reato, di qualsiasi entità fosse, se le prime due condanne erano state inflitte per reati gravi. Si è così determinato un elevato numero di condanne all’ergastolo di coloro che come terzo reato hanno commesso un reato minore (un terzo delle 8.900 condanne all’ergastolo derivanti dal “terzo colpo” conseguono a spaccio di droga o piccoli furti). L’ingiusta legge dei “tre colpi”, al di là delle gravissime conseguenze sulle persone coinvolte, ha comportato un immenso dispendio di denaro. Naturalmente, è stata questa la ragione fatta presente agli elettori per indurli a votarne una modifica. La modifica proposta è stata approvata a larga maggioranza. Da adesso in poi, l’ergastolo verrà comminato sulla base della legge dei “tre colpi” solo per un terzo reato molto grave. L’effetto della modifica è anche retroattivo: i detenuti che siano stati condannati all’ergastolo per un terzo reato di lieve entità, hanno due anni di tempo per presentare un appello, a fronte del quale le corti dovranno modificare la sentenza, basandosi sull’effettiva non gravità del terzo reato e sul comportamento tenuto in carcere dal detenuto; se l’imputato non verrà considerato potenzialmente pericoloso, dovrà essere liberato o comunque scontare una pena lieve, proporzionata all’entità dell’ultimo reato commesso. (Grazia)

 

Globale. In arrivo la quarta risoluzione per la Moratoria universale. Quest’anno, per la quarta volta a partire dal 2007, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà in seduta plenaria una risoluzione che chiederà a tutti i paesi del mondo di indire una moratoria delle esecuzioni capitali in vista dell’abolizione della pena di morte (dopo la prima, storica, del 2007, vi sono state le risoluzioni del 2008 e del 2010). Come nelle volte precedenti, la votazione in aula è stata preceduta da una votazione preliminare nel Terzo Comitato dell’Assemblea Generale (tra i sei comitati, in cui sono rappresentati tutti i 193 membri dell’ONU, il Terzo è quello che si occupa delle questioni sociali, umanitarie e culturali). Lunedì 19 novembre la risoluzione di quest’anno è stata approvata in Comitato da un numero record di paesi: 110 voti a favore (+ 1 rispetto al 2010), 39 contrari (-2), 8 assenti (+1). Un portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha dichiarato: “Il voto di lunedì offre l’opportunità di incoraggiare di nuovo gli Stati Membri che ancora praticano la pena di morte o la mantengono nei loro ordinamenti di agire in conseguenza,” aggiungendo: “Il Segretario Generale pertanto chiede agli Stati Membri di seguire la tendenza generale e di appoggiare il mese prossimo la risoluzione sulla moratoria nell’uso della pena di morte”. La Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, Amnesty International, la Comunità di Sant’Egidio e le delegazioni dei paesi abolizionisti hanno fatto sapere di essere impegnati per aumentare per quanto possibile i voti a favore nella votazione prevista in seduta plenaria prima di Natale. E’ ovvio infatti che la ripetizione dell’iniziativa in Assemblea Generale avrà senso solo se il numero dei paesi favorevoli alla moratoria continuerà ad aumentare e/o il numero di quelli contrari a diminuire.

 

Globale. Alle Nazioni Unite si afferma che la pena di morte equivale a tortura. Il 24 ottobre il Relatore Speciale dell’Onu sulla Tortura, Juan E. Mendez, ha presentato all’Assemblea Generale un rapporto in cui si afferma che la pena di morte deve essere considerato un trattamento crudele, inumano e degradante, bandito dalle convenzioni internazionali che proibiscono la tortura. Questa importantissima affermazione è stata rilasciata nel momento particolarmente delicato e sensibile in cui è in preparazione la quarta risoluzione dell’Assemblea Generale sulla moratoria universale delle esecuzioni.

 

Oregon. Il governatore e il parlamento lavorano per l’abolizione della pena di morte. Un anno fa il governatore John Kitzhaber bloccò l’esecuzione del ‘volontario’ Gary Haugen, decise di non consentire alcuna esecuzione capitale nel corso del proprio mandato e chiese al parlamento dell’Oregon di abolire la pena capitale: “Chiedo al Parlamento di preparare le relative riforme […] e incoraggio tutti i cittadini dell’Oregon ad impegnarsi finalmente nel doveroso dibattito che questa importante questione merita.” (v. n. 194). L’invito fu accolto dal parlamentare Mitch Greenlick, noto oppositore della pena di morte, il quale ha preparato un emendamento alla costituzione che rimpiazza la pena capitale con l’ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola. Se approvato dal parlamento, tale emendamento dovrà essere ratificato da un voto popolare a maggioranza semplice nel 2014. Alcuni abolizionisti hanno paventato la possibilità che una bocciatura dell’emendamento costituzionale possa ritardare l’abolizione della pena di morte nello stato, ricordando quanto è avvenuto il 6 novembre in California, e suggeriscono di spostare al 2016 la consultazione popolare sull’emendamento costituzionale.

 

Usa. Ha vinto Obama, il male minore. Dunque il 6 novembre Barack Obama ha vinto una difficile, dispendiosa , incerta  sfida con il suo contendente repubblicano Mitt Romney. Per Obama ottenere il secondo mandato presidenziale è stato più difficile di quando, entusiasmando gli elettori con le novità e le promesse di cambiamento, quattro anni fa divenne agevolmente il primo presidente USA di etnia afroamericana. Nonostante il progressivo appannarsi degli ideali nella politica reale da lui messa in atto nei quattro anni di governo, egli è stato abbastanza abile da assicurarsi ancora una volta un forte sostegno elettorale tra i Neri e i Latino-americani, tra le donne e i giovani.  Mentre Romney puntava sull’iniziativa privata per superare la crisi economica, prometteva un fisco leggero in cambio di tagli di miliardi di dollari alla spesa pubblica, in particolare tagli agli aiuti alle categorie deboli, Obama difendeva il meno peggio in cui si trovano gli Stati Uniti all’interno della crisi globale, la sua riforma sanitaria, il minimo di stato sociale attualmente esistente negli USA. Gli argomenti su cui si sono maggiormente scontrati i due contendenti non riguardavano direttamente i diritti umani, tuttavia un approfondimento delle loro posizioni ci fa ritenere che la vittoria di Obama - un presidente da condannarsi recisamente per le violazioni dei diritti umani compiute nell’ambito della ‘guerra al terrorismo’, per gli ‘omicidi mirati’ con i droni, per i processi di Guantanamo - può considerarsi un male minore. Esaminando attentamente le idee ultraconservatrici professate da Romney, ci accorgiamo che questi avrebbe potuto far molto peggio, sia per quanto riguarda la ‘guerra al terrorismo’, sia per quanto riguarda le offese all’ambiente, sia per quanto riguarda una politica estera aggressiva e tale da mettere a rischio la pace globale.

 

Usa. Una professoressa di legge condanna gli ‘omicidi mirati’ con i droni. Mary Ellen O'Connell, una giovane docente di legge all’università di Notre Dame nell’Indiana, si sta battendo contro gli ‘omicidi mirati’ in Pakistan, Yemen, Somalia e altri luoghi, decisi e programmati dalla CIA e portati a termine con i droni. La O’Connell critica aspramente gli attacchi di questo tipo, compiuti al di fuori dalle zone di guerra, e afferma che sono illegali sulla base della legge internazionale. Dice: “Noi non accetteremmo né vorremmo un mondo in cui la Russia o la Cina o l’Iran si arrogassero il diritto di uccidere presunti nemici dello stato sulla base di prove segrete nelle mani del solo potere esecutivo. Eppure è proprio il tipo di potere che stiamo esercitando”. La O’Connoll si batte sin dal primo attacco dei droni, autorizzato dall’amministrazione Bush nel 2002. Da allora il presidente Obama ha incrementato notevolmente gli attacchi di questo tipo (v. “Nella guerra indeterminata non si fanno più prigionieri” nel n. 198) e la O’Connoll protesta organizzando dibattiti pubblici, pubblicando studi universitari sul problema e affrontando i funzionari del governo. Il suo atteggiamento è condiviso solo da una minoranza dei docenti universitari, ma le sue idee stanno prendendo piede mentre gli omicidi mirati continuano. Il giudizio di illegalità su questo tipo di attacchi è motivato dal fatto che essi non rispondono al minimo requisito legale che autorizzerebbe degli omicidi compiuti al di fuori delle zone di guerra: non  vengono utilizzati, cioè, per fermare un’imminente minaccia di morte, in assenza di mezzi non cruenti. Secondo la O’Connoll e i suoi sostenitori, se il governo USA ha un caso contro un militante di Al Qaeda in Yemen o in Somalia, deve cercare di arrestarlo e dargli la possibilità di arrendersi, a meno che non ci siano vite poste in immediato pericolo. Addirittura l’attacco compiuto in Pakistan nelle aree tribali detto “doppio colpo”, può essere considerato un crimine di guerra (come ha denunciato il 18 giugno Christof Heyns, Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali). In questi casi, infatti, viene lanciato un secondo missile, a breve distanza di tempo dal primo, per colpire le persone che accorrono in soccorso ai feriti dal primo colpo. (Grazia)

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 novembre 2012