FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 275  -  Settembre 2020 

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Donald John Trump e William Pelham Barr

SOMMARIO:

1) Sesta esecuzione federale negli Stati Uniti: ucciso William LeCroy

2) Settima esecuzione federale negli USA: ucciso Christopher Vialva

3) William Barr indegno del premio Chistifideles Laici Award

4) Negli Stati Uniti la Chiesa si oppone fermamente alla pena capitale

5) È morta Ruth Bader Ginsburg giudice della Corte Suprema degli Stati            Uniti

6) Prigionieri a Guantánamo senza diritto a un processo regolare

7) Il presidente delle Filippine ordina esecuzioni extragiudiziarie

8) Suicida in Iran il padre del condannato Amir Hossein Moradi

9) Terribili violazioni dei diritti umani compiute in Iran

10) Ucciso in segreto il campione di wrestling iraniano Navid Afkari

11) Inammissibili violenze del potere in Bielorussia

12) Un altro cristiano condannato a morte per blasfemia in Pakistan

13) Sondaggio sul favore per la pena di morte in Francia

14) Riesumazione dei corpi di condannati a morte in scozia

15) Notiziario: Kazakistan, Ohio

1) SESTA ESECUZIONE FEDERALE NEGLI STATI UNITI: UCCISO WILLIAM LeCROY

 

Dopo le 3 esecuzioni federali portate a termine nel mese di luglio negli Stati Uniti - le prime dopo 17 anni di moratoria - e le 2 esecuzioni federali portate a termine nel mese di agosto, nel mese di settembre sono state effettuate altre 2 esecuzioni in ambito federale: quella del bianco William LeCroy e quella del nero Christopher Vialva.

 

Alle 21:06’ del 22 settembre William LeCroy è stato dichiarato morto nel carcere federale di Terre Haute nell’Indiana dopo aver ricevuto l’iniezione di una massiccia dose di pentobarbitale.

LeCroy è stato il sesto condannato a morte ad essere ucciso nel 2020 nella giurisdizione federale dopo 17 anni di moratoria (1).

Gli avvocati difensori del condannato avevano inoltrato invano al presidente Donald Trump la richiesta di commutare la condanna capitale in ergastolo facendo presente che il fratello del condannato, il poliziotto Chad LeCroy, era stato ucciso in servizio nel 2010 e che la morte di un altro figlio sarebbe stata devastante per la famiglia.

L’esecuzione di William LeCroy è cominciata con 3 ore di ritardo mentre i suoi avvocati tentavano invano di ottenere una sospensione dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Quando le tende che separavano la stanza dell’esecuzione da quella dei testimoni si sono alzate, LeCroy è apparso legato al lettino dell’iniezione letale con gli aghi inseriti negli avambracci e nelle mani. I suoi occhi sono rimasti fissi verso soffitto. Non ha mai guardato i testimoni, tra i quali c’erano il padre e il fidanzato di Joann Lee Tiesler, la ragazza violentata ed uccisa 19 anni orsono.

La consigliera spirituale di LeCroy, suor Barbara Battista, stava vicino al condannato, leggendo sommessamente un libro di preghiere.

LeCroy aveva detto di non voler recitare nel teatrino costituito dalla sua esecuzione e pertanto non avrebbe rilasciato la sua ultima dichiarazione nella camera della morte.

Le sue uniche parole sono state: “Suor Battista riceverà per posta la mia ultima dichiarazione”.

LeCroy ha tenuto gli occhi aperti mentre dalla stanza adiacente cominciava ed essere somministrata la sostanza letale. Le sue palpebre si facevano pesanti mentre il torace cominciava a sussultare in modo incontrollabile. Dopo alcuni minuti il colore è scomparso dai suoi arti, la sua faccia si è fatta cinerea e le sue labbra sono diventate blu. Dopo circa 10 minuti una guardia con uno stetoscopio è entrata nella camera della morte, ha ascoltato il torace del condannato per accertarsi che non ci fossero pulsazioni e poi lo ha dichiarato morto.

LeCroy fu condannato a morte in Georgia nel 2004 per furto d’auto, violenza carnale e accoltellamento mortale di Joann Tiesler, un’infermiera di 30 anni, dopo essere entrato nelle casa di costei. Egli fu arrestato dopo due giorni mentre cercava di attraversare con l’auto della sua vittima la frontiera con il Canada. Aveva a bordo una carta stradale intrisa di lacrime sulla quale aveva scritto: “Ti prego, ti prego, ti prego perdonami. Tu eri un angelo ed io ti ho ucciso. Ora devo vivere con tutto questo e non posso più tornare a casa. Sono un vagabondo condannato all’inferno”.

In una dichiarazione rilasciata dopo l’esecuzione, il padre della vittima di LeCroy, Tom Tiesler, ha ringraziato l’amministrazione Trump “per aver avuto il coraggio di ripristinare la pena di morte”.

Giustizia finalmente è stata fatta” egli ha scritto in una dichiarazione. “William LeCroy è morto di una morte pacifica, in stridente contrasto con l’orrore che ha inflitto a mia figlia Joann."

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(1) Sulla ripresa delle esecuzioni nella giurisdizione federale vedi i numeri: 271, 272, 273, 274

2) SETTIMA ESECUZIONE FEDERALE NEGLI USA: UCCISO CHRISTOPHER VIALVA

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Christopher Vialva

Christopher Vialva fu condannato a morte nelle giurisdizione federale nel 2000 per aver ucciso in Texas i coniugi Todd e Stacey Bagley. Il 24 settembre, come programmato, egli ha ricevuto l’iniezione di pentobarbitale nel carcere di Terre Haute nell’Indiana. La sua morte è stata accertata puntualmente alle 18:42’ di quel giorno.

La sua è stata la prima esecuzione di un uomo di colore dopo il ripristino della pena di morte in ambito federale. Coloro che criticano l’amministrazione Trump osservano che l’esecuzione di un nero è stata posposta a 5 esecuzioni di bianchi e ad una di un nativo americano per non far vedere che i bianchi sono avvantaggiati nelle questioni giudiziarie.

In una dichiarazione video diffusa dai suoi avvocati nel giorno dell’esecuzione Vialva manifesta il suo rimorso per il delitto che compì all’epoca e afferma di essere un uomo cambiato. “Ho commesso un grave male quando ero un ragazzo perso – ha detto - e ho tolto due preziose vite da questo mondo. Ogni giorno, vorrei poter rimediare al male fatto.”

La madre del condannato, Lisa Brown, ha parlato nel corso di una manifestazione contro la pena di morte tenutasi la mattina del 24 settembre nei pressi della prigione in cui il figlio è stato poi giustiziato. “Questa è la prima occasione in cui posso dire alle famiglie di Todd e Stacie che sono addolorata per le loro perdite”, ha detto la Brown preparandosi ad assitere all’esecuzione di suo figlio.

Un rapporto pubblicato nel mese di settembre dal Death Penalty Information Center dice che i Neri che uccidono Bianchi hanno molte più probabilità di essere condannati a morte rispetto ai Bianchi che uccidono Neri. Dei 56 detenuti nel braccio della morte federale, 26 – circa il 50% - sono Neri. 22 – circa il 40% sono Bianchi e 7 – circa il 12% - sono Latino americani.

Christopher Vialva aveva 19 anni nel 1999 quando uccise Todd e Stacie Bagley.

Gli attuali avvocati di Vialva hanno sottolineato che lo sviluppo mentale di costui era paragonabile a quello di un ragazzo di tre o 4 anni più giovane e pertanto a 19 anni egli era da considerarsi un minorenne.

3) WILLIAM BARR INDEGNO DEL PREMIO CHISTIFIDELES LAICI AWARD

 

La pena di morte è stata definitivamente condannata dalla dottrina cattolica eppure il Procuratore Generale degli Stati Uniti William Barr che, insieme al presidente Donald Trump, firma uno dopo l’altro gli ordini di esecuzione nella giurisdizione federale ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti che la chiesa cattolica può attribuire ad un laico: il “Christifideles Laici Award”.

 

Il 22 settembre l’Ufficio per la Giustizia Sociale e il Rispetto della Vita dell’Arcidiocesi di Santa Fe ha chiamato i funzionari della National Catholic Prayer Breakfast chiedendo loro di desistere dalla decisione di premiare il giorno successivo William Barr con il “Christifideles Laici Award”, uno dei massimi riconoscimenti che la chiesa cattolica può attribuire a un laico.

Tale premio fu creato ispirandosi all’omonima esortazione post sinodale di papa Giovanni Paolo II, e viene assegnata “in onore e gratitudine per la fedeltà alla chiesa, per il servizio esemplare altruistico e costante nella vigna del Signore”. Paradossale, se si considera che Barr ha promosso la ripresa delle esecuzioni federali dopo 17 anni di moratoria e che la consegna del premio (23 settembre) è stata fissata meno di 24 ore dopo l’esecuzione di William LeCroy (22 settembre) e poco più di 24 ore prima della successiva esecuzione di Christopher Vialva (24 settembre), che ha portato a 7 gli omicidi di stato voluti da Barr nel giro di tre mesi.

In una dichiarazione del 18 settembre l’arcidiocesi afferma che “L’insegnamento cattolico è chiarissimo. La chiesa insegna che la pena di morte è inammissibile, perché è un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.” E ha aggiunto: “Qui nel New Mexico abbiamo lavorato instancabilmente con molti gruppi di fedeli e della comunità per eliminare la pena di morte nel nostro stato. Nel 2009 il New Mexico è divenuto il 15° stato ad abolire la pena di morte e a sostituirla con l’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola.”. La dichiarazione ha anche sottolineato che papa San Giovanni Paolo II, papa Francesco e i vescovi americani si sono sempre fortemente opposti alla pena di morte: “In qualità di cattolici, riconosciamo la dignità e la sacralità di ogni essere umano. Lavoriamo per proteggere la vita, sia quella di un bambino nell’utero materno, che quella di un senza tetto, di una famiglia di rifugiati, di un anziano alla fine della vita, della vittima di un crimine, o di un condannato a morte.

Non ci sono giustificazioni per essere a favore delle esecuzioni promosse dal governo neppure per punire i peggiori crimini. La società moderna è in possesso di mezzi che rendono il colpevole inoffensivo per il resto della sua vita in carcere senza possibilità di uscita sulla parola”. E hanno concluso: “Tenuto conto di quanto sopra, chiediamo alla National Catholic Prayer Breakfast di ritirare l’onorificenza per William Barr, e chiediamo al Procuratore Generale William Barr di fermare tutte le esecuzioni federali. Non dobbiamo diventare il male che disprezziamo.

La stessa richiesta di non consegnare il premio era stata già presentata agli inizi di settembre dall’Associazione dei Sacerdoti Cattolici e dalla Rete di Mobilitazione Cattolica.

Anche due suore avevano criticato la National Catholic Prayer Breakfast per questo progetto. Una è stata suor Helen Prejean, della cui indignazione abbiamo già parlato nel nostro precedente Foglio di Collegamento, l’altra è suor Simone Campbell, direttrice esecutiva della Rete Cattolica di Giustizia Sociale, che ha definito “scandalosa” la premiazione di Barr. La Campbell ha dichiarato: “Il Procuratore Generale ha ripristinato le esecuzioni, fa colpire con violenza i contestatori pacifici, protegge i politici corrotti, e minimizza l’impatto del Covid-19. Manca totalmente di seguire gli insegnamenti della nostra fede cattolica. Questa è l’antitesi di un uomo che protegge la vita, ed è scandaloso che gli venga dato un premio a fronte di un comportamento così anti cattolico”.

Anche una petizione promossa dai Fedeli Americani sottoscritta da 25.000 persone è stata inviata alla National Catholic Prayer Breakfast con la stessa richiesta. In essa si legge: “Il lavoro del Procuratore Generale William Barr – che comprende colpire con il gas contestatori pacifici davanti alla Casa Bianca, difendere la corruzione illegale del presidente e gli attacchi alle elezioni americane, e il ripristino delle esecuzioni federali – non ha nulla a che fare con il servizio al Signore, e non può essere descritto come fedeltà alla Chiesa.

Nonostante tutte queste più che giuste richieste, il premio è stato consegnato!

Una portavoce della National Catholic Prayer Breakfast aveva detto che l’organizzazione non intendeva rispondere alle richieste dei cattolici. Il Vescovo Robert Barron, che ha presieduto la cerimonia della premiazione, non ha attaccato in modo palese Barr sul tema della pena di morte, pur citando, come unico, pallidissimo tentativo di alludervi, l’esempio storico del missionario spagnolo Padre Junipero Serra che, nel 1700, si era espresso contro l’esecuzione di alcuni nativi americani che avevano ucciso dei suoi confratelli francescani. Mons. Barron ha detto: “Si può dedurre che questo fu il primo discorso contro la pena di morte tenuto negli Stati Uniti”.

Il discorso pronunciato da Barr alla premiazione può essere ascoltato collegandosi al seguente link, dal 57° minuto in poi: https://www.youtube.com/watch?v=AttN2h7Gyxc (Grazia)

4) NEGLI STATI UNITI LA CHIESA SI OPPONE FERMAMENTE ALLA PENA CAPITALE

 

Mentre il Governo degli Stati Uniti ha ripreso ad eseguire sentenze capitali federali dopo una pausa di 17 anni, l'arcivescovo Paul Coakley ribadisce l’opposizione della Chiesa Cattolica alla pena di morte.

 

Quest’anno il Governo federale degli Stati Uniti ha portato a termine 7 esecuzioni. In risposta, la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti (USCCB) ha dichiarato senza mezzi termini l'opposizione della Chiesa alla Pena di Morte.

L'arcivescovo Paul Coakley di Oklahoma City, che presiede la Commissione per la Giustizia Nazionale e lo Sviluppo Umano della USCCB, ha parlato alla Radio Vaticana della posizione della Chiesa sulla pena di morte.

Ovviamente ci opponiamo e lavoriamo da anni energicamente per combattere l'uso della pena di morte non solo da parte del Governo Federale ma anche degli stati", ha detto.

Ha sottolineato che questa posizione si basa sulla "dignità inviolabile della persona umana, che la pena capitale non protegge né preserva in alcun modo”.

L'insegnamento della Chiesa sulla questione si è sviluppato negli ultimi 20 anni, ha osservato l'arcivescovo Coakley, "rendendo sempre più chiaro che la pena di morte, come dice Papa Francesco, è inammissibile ai giorni nostri".

La sensibilizzazione e l'istruzione sono i principali strumenti che i vescovi impiegano per aiutare i cattolici a comprendere l'insegnamento della Chiesa riguardo alla pena di morte.

 

Morbidi con il crimine?

 

L'arcivescovo Coakley nega le accuse secondo cui la posizione della Chiesa minimizza la richiesta di giustizia.

Non è che siamo 'morbidi con il crimine', ma siamo molto fermi sulla dignità della persona umana”, ha detto. “Anche una persona che ha peccato terribilmente, o ha commesso crimini terribili e atroci, non rinuncia e non può rinunciare alla propria dignità umana”.

"La nostra dignità intrinseca", ha aggiunto, deriva dal fatto “che siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio e tutti siamo stati redenti da Cristo”.

"Finché respiriamo, c'è possibilità di pentimento e conversione".

 

Diritti delle vittime

 

L'arcivescovo Coakley ha sottolineato che la Chiesa difende i diritti delle vittime e cerca di consolarle.

Siamo molto impegnati per i diritti delle vittime dei reati”, ha detto. “La Chiesa non crede che giustiziare un criminale sia un modo per ottenere la guarigione, la riconciliazione e la pace di cui le vittime sono state private e di cui hanno bisogno”.

 

Appello alla Misericordia di Dio

 

Un passaggio biblico sull'argomento a cui fa spesso riferimento l'Arcivescovo Coakley è la risposta di Gesù ai farisei quando gli portano davanti una donna colta in flagrante adulterio (Gv 7: 53-8: 11).

Secondo la Legge di Mosè, la donna avrebbe dovuto essere lapidata a morte. Ma Gesù rispose: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei".

Gesù non nega la gravità del reato commesso della donna. Ma chiede pietà”, ha detto l'arcivescovo.

L'arcivescovo Coakley ha affermato di offrire questa risposta a coloro che stanno faticando per comprendere l'insegnamento della Chiesa sulla pena di morte.

Non neghiamo il male fatto”, ha detto, “ma ci appelliamo alla misericordia di Dio. Speriamo di ricevere la misericordia di Dio”. (Anna Maria)

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5) È MORTA RUTH BADER GINSBURG GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA DEGLI STATI UNITI

 

Il 18 settembre è morta all’età di 87 anni Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. La giudice aveva sempre espresso la sua contrarietà alla pena di morte pur non ritenendo tale pena contraria alla Costituzione. Nominata dal Presidente Bill Clinton nel 1993 ha sempre votato a favore degli accusati di reato capitale e a favore dei condannati a morte tutte le volte che il suo voto è stato dirimente.

Lei e il giudice Anthony Kennedy hanno apportato i voti decisivi nelle decisioni che proibiscono la pena di morte per gli accusati con disabilità mentale (sentenza Atkins v. Virginia del 2002), per gli accusati minorenni all’epoca del delitto (sentenza Roper v. Simmons del 2005) e per gli accusati di delitti in cui nessuno viene ucciso. La Ginsburg ha votato con la maggioranza di 5 contro 3 le sentenze Hall v. Florida e Moore v. Texas che impediscono agli stati di adottare criteri non scientifici per stabilire la disabilità mentale.

Dal 2015, anno in cui il Death Penalty Information Center ha cominciato a registrare le sospensioni delle esecuzioni, nessun condannato a morte ha ricevuto una sospensione dell’esecuzione senza il suo voto a favore.

Nel 2017, in una conferenza tenuta all’Università di Stanford, la Ginsburg se ne uscì con la famosa affermazione: “Se fossi una regina, non ci sarebbe la pena di morte”.

La giudice Ginsburg però non ha mai detto di ritenere la pena di morte sia una punizione crudele e inusuale e in quanto tale proibita dalla Costituzione degli Stati Uniti.

Da notare che prima di morire Ruth Bader Ginsburg ha detto: "La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca"

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6) PRIGIONIERI A GUANTÁNAMO SENZA DIRITTO A UN PROCESSO REGOLARE

 

La giudice ultraconservatrice degli Stati Uniti Neomi Rao, amica ed ex collaboratrice del presidente Donald Trump, ha redatto una sentenza che potrebbe impedire a tutti i prigionieri di Guantánamo di avere un processo regolare.

 

A fine agosto un panel di tre giudici della Corte Federale d’Appello degli Stati Uniti del Distretto di Columbia ha sentenziato che un prigioniero detenuto nelle base USA di Guantánamo nell’isola di Cuba non ha diritto ad un processo regolare.

Questa sentenza potrebbe avere conseguenze negative per tutti prigionieri di Guantánamo accusati dell’attentato dell’11 settembre 2001.

La decisione è stata presa all’unanimità da tutti e tre i giudici del panel, ed è stata redatta dalla giudice Neomi Rao (nella foto), amica ed ex collaboratrice di Donald Trump, la più conservatrice tra i giudici della massima corte. La decisione riguarda il caso del 52-enne yemenita Abdulsalam Al Hela, i cui avvocati avevano chiesto la liberazione sostenendo che la sua implicazione nell’attentato conseguiva solo da dicerie anonime e che egli non aveva mai fatto parte o sostenuto Al Qaeda o alcun altro gruppo terroristico.

Secondo una corte distrettuale, invece, Al Hela era da decenni un membro fidato della comunità jihadista e aveva aiutato i terroristi a viaggiare fornendo loro fase identità.

La giudice Rao ha scritto nella sua sentenza: “La clausola del diritto a un processo regolare non può essere invocata da esterni che non abbiano una proprietà o siano presenti nel territorio sovrano degli Stati Uniti”. Quindi, essendo i prigionieri detenuti a Guantánamo, gli Stati Uniti con l’attuale sentenza si arrogano il diritto di trattenere queste persone per sempre in una sorta di limbo, senza processarle.

Come deciso nel 2008 dalla Corte Suprema USA, l’unico diritto dei detenuti è quello di far ricorso contro la possibile illegalità della loro detenzione presso la corte federale stessa, tramite la presentazione di habeas corpus. Dal 2008 però la Corte Suprema non ha più preso in esame alcun caso dei prigionieri di Guantanamo e le corti inferiori hanno solo occasionalmente analizzato qualche caso individuale senza giungere ad alcuna conclusione.

Il Congresso aveva garantito qualche protezione per i prigionieri quando aveva istituito il tribunale di guerra in risposta agli attacchi dell’11 settembre. Per esempio, è proibito usare le confessioni di auto-accusa ottenute con mezzi di punizione crudeli e inusuali, come la tortura. In compenso però, è consentito usare le dichiarazioni di un altro detenuto contro l’imputato, anche se ottenute con la coercizione.

Gli avvocati dei prigionieri stanno da anni chiedendo ai giudici militari di applicare anche altre tutele costituzionali, come i diritti Miranda e l’accesso ad un avvocato prima di essere formalmente accusati.

L’attuale sentenza significa che i giudici non sono obbligati a rispettare tali diritti costituzionali per i prigionieri di Guantánamo.

Gli avvocati di Al Hela lo descrivono come un residente da sempre in Yemen, che fu catturato dalla CIA mentre era al Cairo per un incontro d’affari nel settembre 2002. Al Hela fu torturato in segreto e portato a Guantánamo poco meno di due anni dopo. Egli è classificato come prigioniero di guerra troppo pericoloso per essere rilasciato, senza la formalizzazione di accuse specifiche. È quindi un detenuto a scadenza indefinita, o, più propriamente, senza scadenza. (Grazia)

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7) IL PRESIDENTE DELLE FILIPPINE ORDINA ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIARIE

 

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, mentre si adopera per ripristinare la pena capitale nel suo paese, ordina un gran numero di esecuzioni extragiudiziali di trafficanti di droga.

 

Durante i commenti televisivi che hanno fatto seguito a una riunione di gabinetto sulla pandemia di coronavirus, tenutasi all’inizio di settembre, il presidente filippino Rodrigo Duterte ha invitato pubblicamente il capo delle dogane delle Filippine a uccidere i trafficanti di droga.

Non è la prima volta che Duterte (nella foto) sostiene le esecuzioni extragiudiziali. E che chiede al governo di reintrodurre la pena di morte specialmente per punire i trafficanti di droga.

Migliaia di persone sono state uccise nella guerra alla droga durante i quattro anni della sua amministrazione.

La guerra alla droga del presidente Duterte infuria. Ogni giorno si hanno notizie di uccisioni da parte della polizia e di collaboratori della polizia non ben identificati. “Ma invece di indagare sui crimini e portare i responsabili alla giustizia, l'amministrazione attacca e imprigiona i critici e incoraggia pubblicamente ulteriori uccisioni", ha scritto a giugno Human Rights Watch chiedendo alle Nazioni Unite di avviare un'indagine sulle uccisioni.

Secondo un rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani circa 1.800.000 filippini sono consumatori di droghe illegali. “Le sfide poste dalle droghe illegali hanno un impatto di vasta portata sui diritti umani e il Governo ha adottato una strategia contro di esse", afferma il rapporto. "Ma le amministrazioni successive hanno soprattutto utilizzato misure di rafforzamento della legge sempre più violente, e una retorica inquietante nella campagna contro le droghe illegali e i crimini correlati, anche se alti funzionari del governo e della polizia hanno messo in dubbio l'impatto e l'efficacia di queste politiche”.

Questa tendenza si è accentuata durante la campagna elettorale presidenziale del 2016, quando l'attuale presidente, Rodrigo Duterte, si è impegnato ad uccidere i criminali e ad eliminare la corruzione e la droga nell’arco di 3-6 mesi.

Duterte intende prendere i trafficanti di droga e ‘impiccarli in un luogo buio’. Ha detto che non vuole sprecare proiettili per i criminali di droga, dicendo che le munizioni sono necessarie per combattere altri nemici dello stato.

Ha lanciato l'ultima minaccia dopo aver espresso sgomento per il traffico illegale di droga, che avviene anche all'interno del sistema carcerario: “Che cosa c’è di realmente spaventoso? Non posso dare ad intendere di non capire perché le associazioni per la droga in quasi tutto il mondo sono comandate da persone detenute, dalla mafia”.

Rodrigo Duterte nel suo recente discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha difeso la sua campagna anti-droga dalle critiche dei difensori dei diritti umani. Ha detto che alcuni gruppi di interesse hanno strumentalizzato i diritti umani per screditare il suo governo. Inoltre ha affermato che le Filippine avrebbero continuato a proteggere i diritti umani della gente, specialmente dal flagello delle droghe illegali, della criminalità e del terrorismo, e di essere aperto a un "impegno costruttivo" con le Nazioni Unite, ma solo qualora ci sia "obiettività, non interferenza, non selettività e dialogo sincero".

La guerra alla droga del governo filippino ha causato più di 5.000 morti sospette da quando è iniziata nel 2016. Molti sostenitori dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per le uccisioni extragiudiziali e gli altri abusi nella campagna antidroga di Duterte.

Lo scorso luglio, nel suo Discorso alla Nazione, il presidente Rodrigo Duterte ha chiesto al Congresso della Filippine di approvare un disegno di legge che preveda la pena di morte tramite iniezione letale per crimini di droga. Ha anche detto che la pena capitale aiuterebbe a scoraggiare il traffico illegale di droga, asserendo che le attività dei cartelli della droga vengono "svolte all'interno delle carceri nazionali". (Anna Maria)

8) SUICIDA IN IRAN IL PADRE DEL CONDANNATO AMIR HOSSEIN MORADI

 

La pena capitale che in Iran fa molte vittime - tra colpevoli e innocenti - ha ucciso anche il padre di di Amir Hossein Moradi un condannato a morte innocente, morto suicida.

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Amir Hossein Moradi e suo padre

Si è suicidato Mohammad Moradi, padre di Amir Hossein Moradi condannato a morte in Iran dopo essere stato accusato di aver partecipato alle sommosse antigovernative del novembre 2019 conseguite al drastico aumento del costo della vita (1)

Il 28 settembre u. s. la madre di Amir Hossein Moradi ha trovato il corpo esanime del marito nella cantina della propria abitazione. Poco prima agenti governativi erano entrati in casa facendo pressioni affinché “confessassero” le colpe attribuite ad Amir.

La madre di Amir Hossein Moradi ha dichiarato che suo marito era angosciato dalla sentenza di morte inflitta al figlio e che parlava sempre di lui. In un recente messaggio su Instagram Mohammad Moradi aveva scritto: “Amir Hossein, mio aiuto, mi manchi immensamente. Dio aiutaci a sopravvivere durante la sua assenza. Torna a casa figlio mio. Tuo padre non più sopportare più a lungo questa situazione”.

Dopo la tragedia gli agenti segreti hanno ammonito la madre e il fratello di Amir Hossein Moradi di non parlare con la stampa dicendo loro che altrimenti sarebbero stati arrestati.

Il 26-enne prigioniero politico fu arrestato il 19 novembre 2019 e tenuto per una settimana nel centro della polizia segreta di Tehran prima di essere trasferito nella prigione di Evin.

Egli ha riferito di essere stato tenuto in una cella singola e di aver subito interrogatori senza la presenza di un avvocato. Ha detto di essere stato sottoposto a scariche elettriche durante gli interrogatori e di essere stato avvisato che il suo isolamento sarebbe continuato in mancanza della sua collaborazione. Ha inoltre riferito che un agente salì sul suo torace danneggiandogli le costole. Ha detto di aver “confessato” solo dopo che gli aguzzini gli promisero che avrebbe ricevuto assistenza medica per le ferite conseguite alla tortura ma tale promessa non fu mantenuta.

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(1) Sul caso di Amir Hossein Moradi vedi: numero 268, Notiziario; numero 272, Notiziario; numero 274.

9) TERRIBILI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI COMPIUTE IN IN IRAN

 

Pubblichiamo un parte dell’ampio Rapporto di Iran Human Rights Monitor sulle violazioni dei diritti umani verificatesi in Iran nel mese di agosto. Tale Rapporto è stato pubblicato il 7 settembre.

 

Il mese di agosto è stato caratterizzato da una maggiore pressione sui prigionieri politici e dall'imposizione di pene severe come esecuzioni, fustigazioni e lunghe pene detentive per gli oppositori.

Questa escalation della repressione viene considerata una particolare crisi della situazione dei diritti umani in Iran e costituisce un tentativo del regime al potere di mettere a tacere qualsiasi voce dissenziente.

Il regime iraniano ha continuato a emettere ingiuste condanne a morte contro gli oppositori.

Attualmente, almeno 20 prigionieri politici condannati a morte si trovano nelle carceri del regime, 10 dei quali sono tra i manifestanti nelle rivolte scoppiate a dicembre 2017, a luglio 2018 e a novembre 2019.

Nel mese di agosto il regime iraniano ha fatto ogni sforzo per aumentare la pressione sui prigionieri politici e sugli oppositori detenuti. Questa pressione si è intensificata nonostante la pandemia di coronavirus che minaccia la vita dei prigionieri.

Nella maggior parte delle carceri, il numero di persone con malattie coronariche aumenta in continuazione e altrettanto il numero di quelle che hanno contratto il virus.

Mentre il regime sta cercando di mascherare la situazione e di nascondere il numero effettivo dei malati, ai detenuti non sono stati forniti presidi sanitari.

La preoccupazione per la situazione generale della sanità pubblica in Iran è ora molto alta, soprattutto nelle 18 province ancora in allarme rosso, ma la situazione di coloro che sono rinchiusi nelle carceri sovraffollate, dove il distanziamento sociale è praticamente impossibile, è ancora più preoccupante. Non sono stati resi noti dati sulle infezioni e i decessi da Covid-19 nelle carceri iraniane.

Allo stesso tempo, il regime iraniano sta deliberatamente impedendo ai detenuti di accedere a cure e servizi medici.

Il regime iraniano mette in pericolo la sicurezza prigionieri incarcerando i detenuti politici insieme a pericolosi detenuti comuni.

In agosto, in diverse occasioni, prigionieri politici sono stati attaccati e minacciati.

Nel mese di agosto le proteste pacifiche hanno scatenato la violenza delle forze dell’ordine. Un esempio eclatante è quello degli abitanti del villaggio di Abolfazl ad Ahvaz che protestavano contro la demolizione delle loro case e che sono stati colpiti dalla polizia con gas lacrimogeni e pistole a pallini.

La repressione dei giornalisti è continuata in questo mese. Attivisti dei media statali sono stati sanzionati o condannati a seguito della diffusione di notizie sui reali problemi della gente.

Le violazioni dei diritti delle minoranze etniche e religiose in Iran, compresi i cristiani e i Baha'is, sono continuate ad agosto.

La repressione delle donne con il pretesto del velo obbligatorio è continuata anche sotto forma di repressione estiva su spiagge, passeggiate e luoghi pubblici.

 

Esecuzioni in Iran

 

Il regime iraniano ha continuato ad eseguire condanne a morte in agosto per intimidire il pubblico e contrastare le proteste popolari.

Almeno 28 persone sono state giustiziate in varie prigioni iraniane. Quattro di queste erano accusate di reati di droga. Due delle persone messe a morte erano donne.

Almeno una delle persone giustiziate aveva meno di 18 anni al momento del crimine: Arsalan Yassini è stato giustiziato nel carcere di Urmia il 17 agosto 2020, dopo aver trascorso 13 anni e due mesi in carcere. Aveva 17 anni al momento del reato che gli fu contestato.

Mostafa Salehi, prigioniero politico, è stato giustiziato all'alba di mercoledì 5 agosto 2020 nel carcere di Dastgerd a Isfahan. Era uno dei manifestanti arrestati nel gennaio 2018 (v. n. 274, Notiziario).

Mustafa Salehi aveva 33 anni, era un operaio edile che viaggiava per guadagnarsi da vivere. Era padre di due bambini piccoli, Nazanin di 4 anni, e Amir Hosseinm di 6. In seguito all'esecuzione di questo prigioniero politico, la magistratura del regime iraniano ha sentenziato anche la confisca dei beni della moglie e dei figli. Secondo questa sentenza, la famiglia di Mustafa Salehi deve pagare 425 milioni di toman (circa 8.500 euro).

Dato che molte esecuzioni in Iran vengono ora eseguite in segreto, il numero reale delle esecuzioni è naturalmente più alto.

Tra i prigionieri attualmente nel braccio della morte ci sono Navid Afkari (1), uno degli autori delle proteste del luglio 2018 a Shiraz e Kazerun. Vi sono inoltre Hadi Kiani, Mehdi Salehi Ghaleh Shahrokhi, Mohammad Bastami, Majid Nazari Kondari e Abbas Mohammadi arrestati durante le manifestazioni di protesta svoltesi tra dicembre 2017 e gennaio 2018

Anche Mohammad Keshvari - uno degli autori della rivolta del novembre 2019 nella città di Khorramabad – nonché Amir Hossein Moradi, Saeed Tamjidi e Mohammad Rajabi sono tra i prigionieri condannati a morte.

Nove prigionieri sunniti detenuti nel carcere di Vakilabad a Mashhhad sono stati condannati a morte dalla Corte rivoluzionaria di Mashhhad dal 2019 con l'accusa di adulterio. I loro nomi sono Hamid Rast Bala, Farhad Shakeri, Kabir Saadat Jahani, Mohammad Ali Arayesh, Issa Eid Mohammadi, Taj Mohammad Khormali, Hakim Azim Gargij, Abdolrahman Gargij e Hossein Varasteh Soleimani.

 

[…..]

 

Repressione e punizioni ingiuste per i manifestanti

 

In agosto, l’oppressione dei detenuti e delle loro famiglie è aumentata in modo drammatico.

Il regime iraniano sta cercando di prevenire qualsiasi protesta pacifica e di arginare l'ondata di malcontento dell'opinione pubblica arrestando gli attivisti, emettendo severe sentenze e facendo pressione sulle loro famiglie.

Numerosi documenti e rapporti dall'interno delle carceri iraniane mostrano che gli oppositori da un lato sono detenuti con condanne severe e dall’altro sottoposti a torture per ottenere confessioni.

Tre fratelli - Navid, Vahid e Habib Afkari – arrestati in seguito alle proteste del luglio 2018, sono stati condannati a morte, alla fustigazione e al carcere dalla Corte rivoluzionaria e penale di Shiraz.

I tre fratelli sono stati accusati in processi separati con accuse come la formazione di un gruppo, l'uccisione di una guardia di sicurezza e la partecipazione alle proteste. Navid Afkari ha ricevuto 2 condanne a morte, 6 anni e 6 mesi di reclusione e 74 frustate (1), Vahid Afkari ha ricevuto 54 anni e 6 mesi di reclusione e 74 frustate mentre Habib Afkari è stato condannato a 27 anni e 3 mesi di reclusione e a 74 frustate. La sentenza di Navid Afkari è stata confermata dalla Corte Suprema e la richiesta di un nuovo processo è stata respinta. Tutti e tre sono stati severamente torturati e sottoposti a pressioni durante la detenzione.

Sina Rabiee, uno dei detenuti per le proteste del dicembre 2019 contro l'abbattimento di un aereo ucraino da parte delle Guardie rivoluzionarie di difesa aerea, è stata condannata a 3 anni di carcere dalla Corte rivoluzionaria di Teheran. Il verdetto è stato notificato al suo avvocato sabato 22 agosto 2020.

Mercoledì 29 luglio 2020, Maryam Kazemi e suo fratello Ali Kazemi sono stati arrestati dalle forze di intelligence di Behbahan nella loro casa e portati in un luogo sconosciuto. Al momento dell'arresto della famiglia Kazemi, gli agenti hanno dichiarato che gli arresti sono stati effettuati in relazione alla manifestazione del 16 luglio 2020 della popolazione di Behbahan.

Uno degli arrestati durante le proteste nazionali del novembre 2019, identificato come "P.G.", è stato condannato dal Ramo 24 della Corte rivoluzionaria di Teheran a 8 anni di carcere, a 74 frustate e alla confisca dei beni.

Hossein Hashemi, di 27 anni, uno degli autori delle proteste nazionali del novembre 2019, è stato messo in carcere sabato 29 agosto 2020 dopo essere stato convocato per scontare una condanna a 6 anni di detenzione e a 74 frustate.

Fatemeh Davand, uno dei manifestanti del novembre 2019 a Bukan, è stato trasferito il 6 agosto 2020 nel carcere centrale di Urmia per scontare la sua pena. Il prigioniero politico è stato arrestato durante le proteste del novembre 2019 e condannato dal tribunale di Bukan a 5 anni e 5 mesi di carcere e 30 frustate. Fatemeh Davand ha 42 anni e ha 3 figli.

 

Repressione delle minoranze religiose

 

La repressione delle minoranze religiose è continuata anche nel mese di agosto.

Quattro cittadini cristiani che vivono a Rasht sono stati condannati a 13 anni di carcere sabato 1 agosto 2020, per attività ideologiche, per aver agito contro la sicurezza nazionale, per aver partecipato a riunioni della chiesa e per aver promosso il cristianesimo.

Ramin Hassanpour è stato condannato a 5 anni e Hadi Rahimi (musulmano) a 4 anni di carcere. La moglie di Hassanpour, Saeedeh Sajjadpour (Katherine) e Sakineh Behjati (Mehri) sono state entrambe condannate a 2 anni di prigione.

Liza Tebyanian, cittadina baha'i residente a Karaj, è stata arrestata dalle forze di sicurezza sabato 15 agosto 2020 e trasferita nel carcere di Kachuei a Karaj per scontare la pena. Era stata precedentemente detenuta dalle forze di sicurezza il 15 marzo 2017 ed è stata rilasciata dal carcere di Rajai Shahr a Karaj il 26 marzo 2017, su cauzione in attesa di processo. Nel luglio 2018, era stata condannata dal ramo 4 della Corte rivoluzionaria di Karaj a 7 mesi di carcere con l'accusa di "propaganda contro lo Stato".

Farid Zirgi Moghadam, cittadino baha'i residente a Birjand, è stato condannato dalla Corte penale di Birjand a un anno di prigione con l'accusa di "insulto alla sacralità dell'Islam". Il cittadino Baha'i era stato precedentemente condannato dalla Corte rivoluzionaria di Birjand a sei anni di prigione con l'accusa di "appartenenza a un'organizzazione illegale Baha'i e propaganda contro lo Stato".

Mojdeh Etefaqi e Hooshmand Talebi - una coppia Baha'i di Villashahr nel pressi di Isfahan, sono stati arrestati domenica 22 agosto 2020, dopo essere stati convocati in una delle agenzie di sicurezza della città, e trasferiti in una località sconosciuta. Dopo aver arrestato la coppia Baha'i, gli agenti hanno fatto irruzione in casa loro e hanno confiscato una serie di oggetti personali, tra cui un portatile, un cellulare, libri e un pianoforte. Due auto e un camion della famiglia Baha'i sono stati anch'essi confiscati dagli agenti.

Queste misure sono state prese contro le minoranze religiose mentre il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici recita all’articolo 27:

"Negli Stati in cui esistono minoranze etniche, religiose o linguistiche, alle persone appartenenti a tali minoranze non viene negato il diritto, in comunità con gli altri membri del loro gruppo, di godere della propria cultura, di professare e praticare la propria religione o di usare la propria lingua".

 

Omicidi arbitrari

 

Le uccisioni arbitrarie da parte delle forze di sicurezza sono continuate nel mese di agosto. Le forze governative hanno preso di mira i comuni cittadini senza preavviso, con falsi pretesti.

Per esempio, le forze di sicurezza del regime hanno sparato a 2 giovani motociclisti, Alireza Jafarloo e Alireza Goodarzi, a Shahriar venerdì 19 settembre 2020, uccidendoli.

Martedì 4 agosto 2020, all'1:00 del mattino nel villaggio di Shirinabad ad Hamadan, gli agenti di polizia hanno sparato ad un padre e ad un figlio che procedevano in moto e che non si sono fermati. Durante questa azione, il padre è rimasto ferito e Mohammad Reza di 13 anni è stato ucciso.

Il fuoco indiscriminato delle forze di sicurezza questo mese ha causato la morte e il ferimento di diversi contrabbandieri in Iran. Questi contrabbandieri sono persone indifese, e il loro lavoro costituisce l’unico mezzo di sopravvivenza. La povertà diffusa e la disoccupazione, soprattutto nelle zone di confine, hanno prodotto tali attività.

Giovedì 6 agosto 2020, un ragazzo di 16 anni di nome "Mobin Hosseini" del villaggio di Dorisan nella città di Paveh, nelle alture di confine della città di Nosud nella provincia di Kermanshah, è stato picchiato e gravemente ferito dalle forze governative.

Lunedì 10 agosto 2020, un contrabbandiere di 17 anni di nome "Armin Ahmadi" è stato ferito dal fuoco delle forze di frontiera nella zona di Maraneh.

Giovedì 13 agosto 2020, un contrabbandiere di 22 anni di nome "Hadi Khedri" è morto nelle zone di confine della città di Baneh, nella provincia del Kurdistan, dopo essere stato colpito dalle forze governative.

Sabato 15 agosto 2020, nelle zone di confine di Urmia, un contrabbandiere di nome "Siraj Ahmadi" del villaggio di Koran vicino ad Urmia ha perso la vita dopo essere stato colpito dalle forze dello stato.

Questo rapporto copre solo una parte della realtà delle gravi violazioni dei diritti umani in Iran. Le dimensioni reali della repressione e della censura sono molto più ampie. Iran Human Rights Monitor chiede l'immediata abolizione delle esecuzioni in Iran, in particolare quelle di prigionieri politici e di oppositori detenuti.

Chiediamo al Consiglio di Sicurezza, al Segretario Generale, all'Alto Commissario e al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di agire immediatamente per assicurare il rilascio dei condannati a morte in Iran. (Traduzione e adattamento di Pupa).

 

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(1) Il 27-enne Navid Afkari è stato messo a morte il 12 settembre, vedi articolo qui sotto.

10) UCCISO IN SEGRETO IL CAMPIONE DI WRESTLING IRANIANO NAVID AFKARI

 

L’esecuzione del 27-enne Navid Afkari, un partecipante alle proteste antigovernative del 2018, portata a termine all’improvviso il 12 settembre scorso dal regime iraniano, ha suscitato indignazione e commenti in tutto il mondo. Riportiamo qui sotto il comunicato di Amnesty International che contiene le notizie essenziali riguardanti questa incredibile esecuzione.

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Il lottatore Navid Afkari

La mattina del 12 settembre, senza preavviso e senza che venissero informati l’avvocato e i familiari, il ventisettenne campione di wrestling (lotta spettacolo) iraniano Navid Afkari è stato messo a morte in quella che Amnesty International ha definito “una parodia della giustizia”, fatta di “confessioni” estorte con la tortura e usate in tribunale per emettere un verdetto di colpevolezza.

Navid Afkari era stato arrestato il 17 settembre 2018 per l’omicidio di un agente dell’intelligence iraniana, ucciso un mese e mezzo prima a Shiraz. Un tribunale rivoluzionario lo aveva doppiamente condannato a morte per i reati di qesas (reato di sangue che merita vendetta) e di moharebeh (atti ostili contro Dio).

Per lo stesso omicidio e per reati contro la sicurezza nazionale riferiti alle proteste nazionali di gennaio e agosto 2018, i fratelli Vahid e Habib Askari sono stati condannati rispettivamente a 56 anni e sei mesi e a 24 anni e tre mesi, con la pena aggiuntiva per entrambi di 74 frustate.

Nelle ultime settimane il ricorso di Afkari contro la condanna alla pena capitale era stato respinto in modo sommario dalla Corte suprema.

Il 5 settembre, in uno dei consueti video di propaganda, la tv di stato aveva mandato in onda la “confessione” di Navid Afkari.

Prima dell’esecuzione, dalla prigione dalla quale era stato prelevato è trapelato un audio nel quale Afkari dice: “Se mi metteranno a morte, voglio che sappiate che una persona innocente, nonostante abbia lottato con tutta la sua forza per dimostrarlo, è stata uccisa”. Amnesty International

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11) INAMMISSIBILI VIOLENZE DEL POTERE IN BIELORUSSIA (1)

 

Riportiamo il comunicato di Amnesty International del 1° settembre sulle violenze compiute dal governo del Presidente Alyaksandr Lukashenka in Bielorussia. Lukashenka è accusato di gravi brogli elettorali nelle elezioni del 9 agosto u. s. che lo hanno riconfermato alla presidenza.

 

Amnesty International chiede alle autorità bielorusse di porre immediatamente fine alle violenze della polizia e di condurre indagini sulle gravi violazioni dei diritti umani avvenute nelle ultime tre settimane, durante le quali sono aumentate le proteste pacifiche contro le brutali violenze della polizia e il governo del presidente Alyaksandr Lukashenka (nella foto).

Ad oggi, le autorità bielorusse hanno rifiutato di impegnarsi in un dialogo con i dimostranti, né hanno, a quanto sembra, intrapreso alcuna azione per svolgere indagini sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia nei primi giorni di proteste in seguito alle elezioni”, ha dichiarato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale.

In base alle informazioni in nostro possesso, non è stato avviato alcun procedimento penale nei confronti della polizia che ha brutalmente torturato centinaia di manifestanti che protestavano in maniera pacifica. Al contrario, sono stati avviati decine di procedimenti penali nei confronti di questi manifestanti, spesso senza alcuna prova attendibile di reati commessi. I bielorussi stanno chiedendo in maniera pacifica che vengano accertate le responsabilità per evitare che permanga questa pericolosa cultura dell’impunità”, ha commentato Marie Struthers.

A differenza di coloro che li governano, i bielorussi hanno mostrato una straordinaria compostezza e hanno tenuto delle manifestazioni eccezionalmente pacifiche, al punto tale che decine di migliaia di manifestanti che hanno manifestato a Minsk, la capitale, e in altre città hanno ripulito le strade dalla spazzatura e si sono tolti le scarpe per salire sulle panchine”, ha concluso Marie Struthers.

 

Ulteriori informazioni

 

Il 31 agosto, i bielorussi contrari al governo del presidente Alyaksandr Lukashenka, al potere da 26 anni, hanno tenuto una delle più grandi manifestazioni di protesta della storia moderna del paese per chiedere le dimissioni del presidente e indagini sulle violazioni dei diritti umani. Alla manifestazione hanno preso parte, a Minsk e in altre città, almeno 100.000 persone.

Nel periodo che precede il 31 agosto sono stati almeno 50 i giornalisti arrestati, a molti è stato revocato l’accredito stampa o sono stati espulsi dalla Bielorussia. Proprio il 31 agosto, almeno 140 persone che manifestavano pacificamente sono state arrestate. Molti membri anziani del Consiglio di coordinamento dell’opposizione sono stati arrestati sulla base di dubbie accuse.

Nel corso dei primi tre giorni di proteste dopo le elezioni, tra il 9 e il 12 agosto, le autorità hanno risposto con moltissimi arresti, persecuzioni e intimidazioni, facendo ricorso a proiettili di gomma, granate stordenti, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro i manifestanti. Oltre 6700 persone sono state arrestate e centinaia hanno riferito di torture e altri maltrattamenti nei confronti di detenuti nelle stazioni di polizia e nelle strutture penitenziarie.

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(1) Sulla disastrosa situazione dei diritti umani in Bielorussia vedi articoli nei nn. 240 Notiziario, 249 Not, 254, 260 Not.. nei quali si ricorda che la Bielorussia è l’unico paese europeo che mantiene la pena di morte.

12) UN ALTRO CRISTIANO CONDANNATO A MORTE PER BLASFEMIA IN PAKISTAN

 

In Pakistan le leggi sulla blasfemia prevedono punizioni estreme e anche la pena di morte per chiunque venga giudicato colpevole di aver insultato l'Islam, il suo libro sacro, il Corano, o alcune persone sacre a cominciare dal Profeta Maometto. Il caso di Asif Pervaiz è simile al famoso caso di Asia Bibi.

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Asif Pervaiz

Il 37-enne Asif Pervaiz è stato accusato di aver inviato messaggi "blasfemi" al supervisore di una fabbrica di abbigliamento nella quale lavorava. Il giornale pakistano Dawn ha riferito che la corte ha respinto la tesi di Pervaiz, che negava le accuse contro di lui, e lo ha condannato a morte l’8 settembre scorso.

Pervaiz sostiene che il suo supervisore, Muhammad Saeed Khokher, aveva cercato di convertirlo all'Islam mentre lavorava con lui e di essere stato accusato da Khokher di avergli inviato via SMS commenti denigratori sul profeta Muhammad (Maometto).

L'avvocato di Pervaiz, Saiful Malook, ha dichiarato all'Agence France-Presse che il suo cliente nega tutte le accuse.

L'ordinanza del tribunale, consultata dalla Reuters, stabilisce che Pervaiz "prima sconterà una pena detentiva di tre anni per aver usato scorrettamente il suo telefono per inviare l'SMS dispregiativo". Poi sarà impiccato.

Le leggi del Pakistan sulla blasfemia richiedono punizioni estreme per chiunque venga giudicato colpevole di aver insultato la religione di Stato del Paese, l'Islam. Secondo queste leggi, le autorità possono incarcerare le persone per aver insultato l'Islam, il suo libro sacro, il Corano, o alcune persone sacre islamiche. Insultare Maometto è un crimine punibile con la morte.

Le persone accusate di blasfemia in Pakistan spesso affrontano minacce di morte extragiudiziali il che significa che molti ‘blasfemi’ vengono ancora linciati.

Ricordiamo che nell'ottobre del 2018, la Corte suprema pakistana assolse una donna cattolica, Asia Bibi (Asia Bibi è un soprannome, il vero nome è Aasia Noreen) dalle accuse di blasfemia. La corte rimproverò gli accusatori di Asia Bibi per averla accusata ingiustamente di aver insultato Maometto. Prima della sentenza, la Bibi ha languito nel braccio della morte per otto anni. Nel 2019, dopo essere stata liberata, Asia Bibi è stata costretta a fuggire dal Pakistan e a rifugiarsi in Occidente dopo aver ricevuto minacce di morte (1).

Le leggi pakistane sulla blasfemia sono sostenute fortemente dai musulmani che costituiscono il 98% della popolazione del Paese. A luglio, un cittadino statunitense, accusato di blasfemia, è stato ucciso a colpi di pistola in un'aula di tribunale a Peshawar durante un'udienza per il suo caso. Il suo assassino è stato arrestato, ma ha ricevuto un massiccio sostegno da parte del pubblico pakistano, che lo ha proclamato "guerriero santo" dell'Islam. (Pupa)

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(1) Sulle vicende di Asia Bibi v. nn: 238; 242,Notiziario; 247; 248; 253; 255; 260, Notiziario; 263.

13) SONDAGGIO SUL FAVORE PER LA PENA DI MORTE IN FRANCIA

 

È inconcepibile il ripristino della pena di morte in Francia dopo 40 anni dalla sua abolizione eppure il popolo e forse alcuni politici non sarebbero del tutto contrari alla sua reintroduzione.

 

Il 14 settembre è stato pubblicato il risultato di un sondaggio, condotto in Francia da Ipsos-Le Monde, secondo il quale circa il 55% dei francesi sarebbe favorevole al ripristino della pena di morte nel loro paese.

In risposta, l’organizzazione internazionale “Ensemble Contre la Peine de Mort” (ECPM) – che è stata fondata e ha la sede centrale proprio in Francia - ha rilasciato una dichiarazione, deplorando la manipolazione politica dell’argomento. ECPM ha ribadito che a quarant'anni dalla sua abolizione, avvenuta il 9 ottobre 1981, il tema della pena di morte non deve entrare nella compagna elettorale tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen per le elezioni presidenziali del 2022.

Il 17 settembre 1981 Robert Badinter, allora ministro della Giustizia sotto il governo Mitterand, chiese solennemente all'Assemblea nazionale l'abolizione della pena di morte in Francia. L’idea di base era molto semplice: la pena di morte non aveva più motivo di esistere in un paese come la Francia che era uno degli ultimi paesi in Europa a mantenerla. Erede di Hugo, Clemenceau, Gambetta e Camus - Robert Badinter, ora presidente onorario di ECPM, liberò la Francia da una punizione barbara e medievale.

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17 settembre 1981: Robert Badinter chiede l'abolizione della pena di morte

Tuttavia, da quarant'anni, la questione del ripristino della pena di morte ogni tanto fa capolino nel dibattito pubblico in Francia, in un contesto di campagna elettorale o per alimentare le ossessioni di sicurezza più estreme.

Ormai l'Unione Europea è un attore decisivo riguardo all’abolizionismo nel mondo, opponendosi regolarmente alle esecuzioni dei suoi cittadini all'estero e all’applicazione della pena capitale da parte degli altri paesi, in genere i meno democratici del pianeta, che praticano regolarmente questa punizione estrema in modo drammatico, politico, razzista e discriminatorio.

La pena di morte significa prima di tutto esecuzioni di massa in Cina, ma è anche una politica del regime iraniano, ed è una pratica barbara in Arabia Saudita. E ricordiamo senz’altro la strumentalizzazione di Donald Trump delle esecuzioni federali, rilanciate nel 2020 dopo una moratoria di diciassette anni, al fine di sostenere la sua vacillante campagna per le elezioni presidenziali di novembre.

Un anno prima del 40° anniversario dell'abolizione in Francia, Marine Le Pen ha affrontato l'argomento della pena di morte all'inizio di settembre in occasione del suo ritorno in politica per galvanizzare i suoi seguaci.

Ricordiamolo ancora una volta, l’abolizione è una tendenza storica indiscutibile. La pena di morte non ha mai ridotto la criminalità in nessuna parte del mondo. Ciò che dicono questi sondaggi non ha niente a che fare con la giustizia. Sono lo specchio della sete di vendetta e della sfiducia dei Francesi verso le istituzioni.

Fin qui quanto dichiarato da ECPM e da noi pienamente condiviso. Desideriamo aggiungere un nostro commento: la pena di morte può essere anche parte della spirale di violenza che si innesca quando si vuole rispondere con la violenza alle violenze subite.

Purtroppo anche in Francia si sono verificati negli ultimi anni attentati molto gravi da parte di fondamentalisti islamici (l’ultimo è stato compiuto pochi giorni fa, da un giovane pakistano che ha ferito a coltellate 4 persone, di cui 2 in modo grave, convinto di punire il giornale satirico Charlie Hebdo per aver pubblicato una caricatura di Maometto). Ciò che davvero si dovrebbe abolire in Francia è il cosiddetto “diritto alla blasfemia”, sbandierato dal presidente francese Emmanuel Macron quale diritto alla libertà di opinione. Esacerbare gli animi con caricature e insulti nei confronti di qualsiasi credo religioso non è libertà, è prevaricazione dei propri diritti anche dove dovrebbero cominciare quelli degli altri. Insulti e scherno dovrebbero essere vietati nei confronti di chiunque, anche dei singoli individui, figuriamoci nei confronti di ciò che è divino e sacro per qualcuno. Le reazioni violente a queste forme di blasfemia sono ovviamente esecrabili, ma non è giusto provocare gratuitamente l’indignazione nei credenti di qualsiasi religione. (Grazia)

14) RIESUMAZIONE DEI CORPI DI CONDANNATI A MORTE IN SCOZIA

 

Il Servizio Penitenziario Scozzese chiederà il permesso di riesumare i corpi dei condannati impiccati e poi sepolti nella prigione di Barlinnie nei pressi di Glasgow.

 

Non si sa quanti corpi siano sepolti nel carcere di Barlinnie situato nei pressi di Glasgow. Tra di essi c’è quello del famoso serial killer Peter Manuel, giustiziato nel 1958.

Peter Manuel fu impiccato dopo essere stato giudicato colpevole di nove omicidi - anche se si pensa che possa aver ucciso almeno altre nove persone nella Scozia occidentale.

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Peter Manuel

Il Servizio Penitenziario Scozzese chiederà il permesso di riesumare i corpi dei condannati impiccati e ha precisato che qualora i parenti dei condannati potranno essere rintracciati, i corpi saranno seppelliti di nuovo o cremati.

Se non si troveranno parenti, i resti saranno senz’altro cremati.

Barlinnie, costruita nel 1882, è la più grande prigione della Scozia e ha ospitato ben 1.500 detenuti.

Sarà sostituita da una nuova prigione, la HMP Glasgow, in costruzione a circa un miglio di distanza, che dovrebbe essere completata entro il 2023.

Non si sa quante impiccagioni siano state effettuate nel carcere di Barlinnie, però è noto che durante gli ultimi anni della pena di morte nel Regno Unito, tra il 1946 e il 1960, vi sono stati impiccati 10 uomini.

L'ultima impiccagione ha avuto luogo nel 1960, quando il diciannovenne Anthony Miller fu giustiziato per aver compiuto un omicidio nel corso di una rapina finita male.

Un certo numero di corpi è stato scoperto nel terreno della prigione negli anni '70, durante gli scavi per la posa di nuove tubature, e sono stati di nuovo seppelliti nei pressi.

La maggior parte delle carceri scozzesi aveva una suite per le esecuzioni in cui i prigionieri condannati per reati capitali venivano impiccati, spesso dal famoso boia Albert Pierrepoint (1).

La suite per le esecuzioni a Barlinnie è stata demolita a metà degli anni Novanta.

Le impiccagioni a Barlinnie di solito avvenivano alle otto del mattino e nel giro di un'ora il corpo dell’impiccato era nella sua tomba, coperto di calce.

Gli agenti penitenziari affiggevano poi un comunicato sul cancello principale della prigione.

C'era spesso una folla fuori dal carcere quando avveniva un'esecuzione e molti manifestavano contro la pena di morte.

L'ultima esecuzione in Scozia avvenne nella prigione di Craiginches ad Aberdeen, quando Henry John Burnett fu impiccato il 15 agosto 1963. Era stato condannato tre settimane prima per l'omicidio del marinaio Thomas Guyan.

Burnett fu il primo uomo ad essere impiccato in una nuova suite nel carcere di Aberdeen - e fu anche l'ultimo. Le esecuzioni furono sospese in Gran Bretagna nel 1964 e infine abolite nel 1969.

Il corpo di Burnett fu riesumato quando la prigione di Aberdeen fu demolita e i suoi parenti furono informati. Poi fu nuovamente sepolto.

Susan Newell fu l'ultima donna ad essere impiccata in Scozia, nel 1923. Morì nella prigione di Duke Street a Glasgow, dopo essere stata condannata per l'omicidio dello strillone di giornali 13-enne John Johnston.

Durante i lavori di ristrutturazione della prigione di Perth, la più antica prigione della Scozia, sono stati trovati e reinterrati i corpi di diversi prigionieri di guerra napoleonici. (Pupa)

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(1) Vedi numero 249.

15) Notiziario

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Kazakistan. Abolita la pena capitale. Con la firma del Secondo protocollo aggiuntivo al Patto internazionale sui diritti civili e politici da parte del suo rappresentante permanente presso le Nazioni Unite Kairat Umarov (nella foto), il 24 settembre il Kazakistan ha praticamente abolito la pena di morte. L’ultima condanna a morte nello stato centro-asiatico era stata eseguita nel 2003. Quello stesso anno un decreto presidenziale aveva istituito una moratoria. Nel 2007 un emendamento alla Costituzione aveva ridotto l’applicazione della pena capitale agli atti di terrorismo e ai reati eccezionalmente gravi commessi in tempo di guerra. Il Kazakistan, una volta ratificata la legge abolizionista, diventerà il 107° stato ad aver abolito completamente la pena di morte. Altri 28 stati risultano abolizionisti di fatto, non eseguendo condanne a morte da almeno 10 anni e 7 mantengono la pena capitale solo per reati commessi in tempo di guerra. (Amnesty International)

 

 

Ohio. Il Governatore Mike DeWine continua a rinviare le esecuzioni. Il meccanismo che porta i condannati a morte fino all’esecuzione sembra essersi inceppato in Ohio a causa della sospensione e del rinvio delle esecuzioni da parte del Governatore. Il 4 settembre l’ufficio del Governatore ha comunicato ai media la sospensione e il rinvio di altre tre esecuzioni: l’esecuzione del condannato Cleveland Jackson, fissata per il 13 gennaio 2021, è stata rinviata al 15 giugno 2023; l’esecuzione di James O’Neal, fissata per il 18 febbraio 2021, è stata rinviata al 16 agosto 2023, l’esecuzione di Melvin Bonnell, fissata per il 18 marzo 2021, è stata rinviata al 18 ottobre 2023. L’ufficio del Governatore ha motivato i rinvii con “i problemi incontrati con la case farmaceutiche che non vogliono rifornire di farmaci letali il dipartimento carcerario dello stato… senza danneggiare altri cittadini dell’Ohio”. In precedenza De Wine aveva detto che le case farmaceutiche avevano minacciato di non vendere più i farmaci per uso sanitario se l’Ohio avesse dirottato le medicine al sistema carcerario per le esecuzioni. Da notare che De Wine e il suo predecessore John Kasich avevano già bloccato 14 esecuzioni programmate per il 2020. Sul governatore Mark DeWine vedi anche n. 257.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 settembre 2020