FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 192 - Settembre 2011

Alireza Mollasoltani, 17 anni

SOMMARIO:

                

 

1) Il cammino abolizionista passa per l’uccisione di Troy Davis  

2) Non esiste una vittima migliore di un’altra  di Rick Halperin   

3) Gli avvocati di Hank Skinner chiedono di sospendere l’esecuzione              4) Costi della pena capitale: in Ohio si accende il dibattito  di Lucia Squillace

5) Il Texas cancella la scelta dell’ultimo pasto                  

6) Bloccata la legge abolizionista in California  di Fernando Eros Caro  

7) Al minimo il consenso per la pena di morte negli Usa              

8) Un’ordinaria visita nel braccio della morte  di Dawn Bremer              

9) Notiziario: Afghanistan, Arabia Saudita, Globale, Iran, Italia, Tennessee,          Texas, Usa

 

 

1) IL CAMMINO ABOLIZIONISTA PASSA PER L’UCCISIONE DI TROY DAVIS

 

L’enorme sforzo compiuto da Amnesty International è riuscito a prolungare di qualche anno la vita di Troy Anthony Davis, ma infine, il 21 settembre, lo stato della Georgia ha eseguito la sentenza capitale emessa contro di lui nel 1991. Eppure Davis era stato condannato a morte in base a testimonianze oculari, prove notoriamente fallaci. Per di più 7 su 9 testimonianze negli anni erano state ritrattate o modificate. Non quella di un uomo che si era poi vantato di aver ucciso lui la presunta vittima di Davis.

 

Il 21 settembre lo stato della Georgia ha infine ucciso Troy Davis, accusato dell’omicidio del poliziotto fuori servizio Mark Allen MacPhail avvenuto a Savannah il 19 agosto 1989. La data dell’esecuzione era stata fissata con sole due settimane di anticipo, il 6 settembre. La Georgia ha ucciso Davis dopo averlo tenuto per 21 anni nel braccio della morte e aver fissato 4 date di esecuzione per lui, vanificando il più grande sforzo mai compiuto da Amnesty International USA per salvare un condannato a morte. (1)

Troy Davis ha sostenuto fino all’ultimo la propria innocenza. “Mi rivolgo alla famiglia di MacPhail. Sappiate che […] non sono io la persona che uccise vostro figlio, vostro padre, vostro fratello; sono innocente,” ha dichiarato sollevando il capo dal lettino dell’esecuzione. “Tutto quello che vi chiedo è di esaminare più in profondità il mio caso in modo che possiate infine vedere la verità.”

Davis è stato dichiarato morto alle 23 e 8’, un quarto d’ora dopo l’inizio dell’esecuzione. L’iniezione letale era stata ritardata di 4 lunghissime ore dopo l’orario stabilito, in attesa della risposta della Corte Suprema degli Stati Uniti sul suo ultimo ricorso.

In una dichiarazione rilasciata il 14 settembre, due giorni prima della riunione della Commissione per le Grazie che doveva decidere se concedergli clemenza, Davis si rivolgeva così ai sui sostenitori: “Voglio ringraziare personalmente tutti e ciascuno di voi… Mi avete rincuorato ogni giorno. Quando mi svegliavo e mi sentivo abbandonato. Ringrazio Dio che ci siano persone come voi che abbiano adottato la mia causa. Vi domando di far questo per me il 16 settembre, alzate FORTE la vostra voce perché io non lo posso fare. Alzate la vostra voce tanto FORTE che vi possano sentire da tutte le parti qui in Georgia. Ho dato molto del mio tempo per il crimine compiuto da qualcun altro, e sono pronto a diventare un uomo libero. Alzate la vostra voce per me, per la mia libertà. Tantissime grazie, Dio vi benedica.”

Nell’evenienza che si verificasse la peggiore delle previsioni, Troy Davis aveva anche scritto ai soci di Amnesty International USA: “La lotta per la giustizia non finisce con me. Questa battaglia è per tutti i Troy Davis che sono venuti prima di me e per quelli che verranno dopo di me. Sono sereno, prego e sono in pace. Ma non smetterò di lottare fino all’ultimo respiro. La Georgia si prepara a spegnere la vita di un innocente.” E in una lettera ai propri sostenitori aveva insistito: “Ci sono molti Troy Davis. La lotta per por fine alla pena di morte non si vince o si perde con me ma dipende dalla nostra forza di andare avanti e salvare ogni innocente detenuto nel mondo. Dobbiamo smantellare questo ingiusto sistema città per città, stato per stato, paese per paese.”

La grande mobilitazione degli abolizionisti in favore di Troy Davis si era invano intensificata nelle due ultime convulse settimane di vita del condannato. Il giorno 16 Amnesty International aveva indetto oltre 150 manifestazioni in tutto il mondo per sollecitare una grazia, tra cui i sit in di Parigi e di Roma (a Roma c’eravamo anche noi del Comitato Paul Rougeau davanti all’Ambasciata USA). Quel giorno rappresentanti di Amnesty International e della NAACP (2) ed altri sostenitori di Troy Davis hanno consegnato petizioni sottoscritte da 633 mila persone alla Commissione per le Grazie della Georgia  (Georgia Board of Pardons and Paroles).

Le ultime tangibili speranze del condannato, dei suoi avvocati, di parenti, amici e sostenitori, degli abolizionisti, risiedevano infatti nella clemenza esecutiva che doveva essere decisa dal Board e adottata dal governatore Nathan Deal. Le premesse non erano incoraggianti perché in precedenza la commissione aveva già rifiutato due volte la grazia a Troy Davis nel 2008. Tuttavia le organizzazioni abolizioniste e gli avvocati difensori non si sono dati per vinti ed hanno invitato ancora una volta i cittadini della Georgia, degli Stati Uniti e del mondo a chiedere clemenza per Troy Davis. Dopo tutto nel 2007 il Board aveva disposto una sospensione dell’esecuzione di Davis e, inoltre, erano cambiati tre dei suoi cinque membri dopo il 2008.

Il 18 settembre i cinque membri del Board hanno ascoltato per ore interventi pro e contro la grazia a Troy Davis. In favore del condannato hanno parlato, per tre ore, i suoi avvocati. Poi, tra gli altri, Brenda Forrest, una giurata che lo condannò a morte nel 1991 e che ha cambiato idea (altri due membri della giuria hanno fatto pervenire delle dichiarazioni del medesimo tenore) e la signora Quiana Glover che ha dichiarato di aver sentito tale Sylvester Coles, alticcio, affermare di aver ucciso lui Mark MacPhail.

Oltre all’accusa, si sono opposti alla grazia i parenti di MacPhail  che si sono detti certi della colpevolezza di Troy Davis e ne hanno chiesto l’esecuzione quasi fosse un loro diritto.

Jennifer Dysart, un’esperta di testimonianze oculari, si era inutilmente offerta di deporre davanti al Board. La Dysart avrebbe ricordato i numerosi studi che dimostrano come le testimonianze oculari siano inaffidabili (2) e che per giunta le procedure di riconoscimento utilizzate a suo tempo dalla polizia di Savannah nelle investigazioni sull’uccisione di Mark McPhail non sarebbero più ammesse oggi.

“Anche se il Board non crede alle ritrattazioni dei testimoni, ci sono problemi significativi riguardo alle loro testimonianze iniziali,” ha dichiarato l’esperta alla stampa.

Il Board ha preso tempo per decidere, e negare la grazia. Il giorno 19 ha comunicato con poche parole il suo diniego: “I membri del Board non hanno preso con leggerezza la propria responsabilità e certamente comprendono le emozioni connesse con un caso capitale. Il Board ha considerato la totalità delle informazioni presentate in questo caso ed ha accuratamente deliberato in base ad esse, dopo di ciò la decisione è stata quella di negare la clemenza.”

Appresa la risposta negativa del Board gli avvocati hanno tentato tutte le possibili residue, per quanto di­sperate, opzioni:  hanno chiesto di bloccare l’esecuzione ad un giudice di contea e perfino all’accusatore distrettuale Larry Chisolm consegnandogli una petizione con 240 mila firme. Hanno chiesto al Board di riconsiderare il rifiuto di concedere clemenza, hanno chiesto di sottoporre Davis alla ‘macchina della verità’, sono ricorsi alla Corte Suprema della Georgia e alla Corte Suprema USA. Tutto inutile. L’unico risultato è stato quello di ritardare di 4 ore l’esecuzione di Davis - prolungandone la vita ma anche la sofferenza - in attesa che arrivasse l’ultimo rifiuto di intervenire della Corte Suprema USA.

Del caso di Troy Davis ricorderemo che, sprecando un’opportunità che non era stata mai concessa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti ad un condannato a morte negli ultimi 50 anni, gli avvocati di Troy Davis e il giudice federale William T. Moore Jr. si confrontarono inutilmente il 23 e il 24 giugno 2010, in una pubblica udienza, sull’innocenza di Davis.

La difesa sostenne che 7 dei 9 testimoni a carico avevano ritrattato o modificato sostanzialmente le testimonianze rese al processo svoltosi nel 1991 e che Sylvester “Redd” Coles, uno dei due testimoni che non hanno ritrattato, testimone chiave per l’accusa, dichiarò in privato di aver commesso lui il delitto attribuito a Davis. Il giudice Moore in una sentenza di ben 172 pagine screditò le ritrattazioni e riaffermò la colpevolezza di Davis dimostrando un’aperta ostilità nei riguardi del condannato.

A questo proposito vogliamo solo ricordare che, dopo l’assassinio do McPhail, Coles andò dalla polizia insieme al suo  avvocato e disse che sia lui che Davis erano sulla scena del delitto. Poi al processo testimoniò che stava fuggendo dalla scena quando vennero sparati tre colpi, da Davis. Nell’udienza di giugno del 2010 gli avvocati chiesero che fossero ascoltati in aula i testimoni che avevano fornito dichiarazioni giurate di aver sentito Coles affermare di essere lui l’assassino. Ma il giudice Moore non volle sentire tali testimoni perché la difesa di Davis aveva omesso di chiedere un mandato di comparizione per il medesimo Coles impedendogli così di valutare l’attendibilità di quest’ultimo. William Moore riteneva che, se pure Coles aveva effettivamente confessato, si trattava di una sua millanteria: “Credo che la sua reputazione di individuo pericoloso sarebbe stata rafforzata se fosse riuscito a far credere di aver ucciso il poliziotto McPhail.” Moore ha comunque suggellato la questione sentenziando che Davis ha ‘mancato di dimostrare’ che le asserite confessioni di Coles fossero veritiere.

Uccidendo Troy Davis lo stato della Gorgia ha ignorato gli appelli e suscitato le proteste di almeno un milione di persone, di notissime personalità, di tre premi Nobel, di esponenti delle Nazioni Unite, di un gran numero di autorità, di parlamentari, tra cui 51 membri del Congresso degli Stati Uniti…

La Georgia ha ucciso senza accorgersi che il cammino abolizionista passava per il tragico e irreparabile atto che stava compiendo.

“È per i casi come quello di Troy Davis che il sostegno per la pena di capitale è sceso significativamente in questo paese,” ha dichiarato Laura Moye, responsabile della campagna per l’abolizione della pena di morte di Amnesty International USA.

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(1) Sul caso di Troy Davis v. n. 188 e nn. ivi citati, n. 191 Notiziario

(2) Associazione Nazionale per l’Avanzamento della Gente di Colore

(3) V. nn. 166, Notiziario, 164, Notiziario

 

 

2) NON ESISTE UNA VITTIMA MIGLIORE DI UN’ALTRA di Rick Halperin

 

Rick Halperin, direttore del Centro per i Diritti Umani nell’Università Metodista del Sud del Texas, indomito abolizionista, ci offre una preziosa riflessione dopo l’esecuzione di Troy Davis in Georgia.

 

L’esecuzione di Troy Davis è stata una tragedia e un fallimento sotto ogni punto di vista. Uccidere qualcuno quando vi sia un ragionevole dubbio di innocenza è sbalorditivo. Ma non è sorprendente.

L’esecuzione di Troy Davis non è un evento limitato a se stesso. Riguarda tutti noi, mostra chi siamo – nell’insieme come popolo e singolarmente come individui – nonché i principi morali in cui crediamo e che ci impegniamo a difendere e sostenere.   

Contemporaneamente all’esecuzione di Troy Davis, il Texas metteva a morte Lawrence Brewer per un crimine che si  può ritenere tra i peggiori degli ultimi tempi: l’uccisione di James Byrd, trascinato dietro a un furgone per dargli una morte orrenda. Si trattava di due casi ben differenti: uno riguardante un Nero, molto probabilmente innocente,  che veniva messo a morte per l’uccisione di un poliziotto bianco; l’altro riguardante un razzista bianco che aveva ammesso di aver ucciso un Nero.

Sebbene il caso di Davis ci faccia subito capire quanto sia ingiusto averlo ucciso, considerata la sua probabile innocenza, mentre l’omicidio commesso da Byrd non fosse niente altro che spregevole, dobbiamo sentirci ugualmente offesi per tutti i casi di pena di morte. Non esistono vittime migliori.

Piuttosto che usare la legge per mettere a morte l’innocente come il colpevole, dovremmo usare la legge per portare questo paese ad un più illuminato insieme di comportamenti, che ci rendano migliori come popolo e persino migliori di quel che possiamo immaginare.

 

 

3) GLI AVVOCATI DI HANK SKINNER CHIEDONO DI SOSPENDERE L’ESECUZIONE

 

Lo stato continua a negare ad Hank Skinner, condannato a morte in Texas, alcune prove del DNA che potrebbero scagionarlo ed ha ottenuto che si fissasse la data della sua esecuzione per il 9 novembre. Si potrebbe verificare il paradosso dell’esecuzione di Skinner nonostante sia ancora aperto a livello federale un contenzioso civile sul suo diritto di ottenere tali prove.

 

Il 6 settembre gli avvocati di Henry “Hank” Skinner, condannato a morte in Texas, hanno presentato una mozione alla competente corte distrettuale statale per chiedere l’effettuazione di test del DNA su numerosi reperti fino ad ora mai sottoposti ad esame biologico. Gli avvocati hanno anche chiesto di sospendere l’esecuzione del condannato fissata per il 9 novembre p. v. (*)

Gli avvocati si sono appellati alla legge promossa dal sen. Rodney Ellis entrata in vigore il 1° settembre che rimuove le barriere procedurali all’esecuzione di test del DNA che possono provare l’innocenza.

Ricordiamo che sull’eventualità di tali test del DNA – che potrebbero scagionare Skinner e implicare un parente delle sue presunte vittime nel frattempo deceduto - si basò l’ultima sospensione in extremis dell’esecuzione di Skinner che era stata programmata per il 24 marzo 2010 (v. nn. 178). Successiva­mente la Corte Suprema USA ha autorizzato Skinner a intentare una causa civile contro il Texas per richiedere i test del DNA dal momento che il normale iter nella giustizia penale si è esaurito. 

La causa civile è stata avviata presso una corte federale ed è ancora in corso, ma lo stato del Texas ha chiesto la data dell’esecuzione e persiste nel negare i test.

Non è escluso che si verifichi l’ingiustizia paradossale dell’esecuzione del condannato senza l’effet-tuazione dei test del DNA e prima che di esaurisca il contenzioso di Skinner a livello federale.

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(*) Sul caso di Hank Skinner v. nn. 171, 175, 177, 178, 179, Notiziario, 180, 184, 188, 191, Notiziario.

4) COSTI DELLA PENA CAPITALE: IN OHIO SI ACCENDE IL DIBATTITO di Lucia Squillace

 

L’argomento dei costi esorbitanti della pena di morte è stato sollevato nella maggioranza degli stati USA che conservano la pena capitale. Può contribuire ad accelerare il processo abolizionista, specie in un periodo di crisi. Alcuni stati come l’Ohio, nel frattempo, cercano di fare qualche economia.

 

250.000 dollari. A tanto ammonta il “cartellino” dell’ultimo processo capitale che ha riacceso i riflettori sugli enormi costi della pena di morte in Ohio. Nel dettaglio, è la contabilità legata al procedimento a carico di Hector Alvarenga-Retana – 23 anni, conosciuto anche come “Raul” – a riportare la questione al centro di un dibattito cui partecipano politici, avvocati, procuratori e numerosi altri soggetti “addetti” ai lavori. Il giovane gangster è accusato del duplice omicidio di due coetanei dell’Honduras, in un parcheggio di Fairfield, nel 2008, cui si aggiungono gli addebiti per altri due precedenti assassini.

Per quanto elevatissima, le cifra sborsata dai contribuenti per il processo “Raul” – giunto nei giorni scorsi alla fase preliminare della selezione dei giurati – è perfino contenuta se comparata ai risultati emersi da un’indagine interna dello stato dell’Indiana: una media di spesa di circa 450.000 dollari per processo capitale, contro i “soli”43.000 dollari di un caso di “life-without-parole” (ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola). Bazzecole rispetto a un recente processo a Cleveland, costato ben 600.000 dollari. E allora, che cosa determina quella che appare come una vera decuplicazione dei denari?

Innanzitutto, nella somma complessiva addebitata allo stato vanno considerati i costi “indiretti” e i costi “diretti”. Nel primo insieme si inseriscono gli stipendi dovuti al procuratore e al suo staff (spesso estremamente composito), ai cancellieri, ai vice-sceriffi che provvedono alla sicurezza etc. Impossibile, o quanto meno difficile, qui, quantificare il fatturato. Diverso, al contrario, il discorso relativo a determinati costi “diretti”, come le spese legate alle giurie o le parcelle degli avvocati d’ufficio, che possono essere programmati e, quindi, calcolati con discreta precisione. Ne derivano cifre da capogiro, come si è visto, per limitarci al solo livello del processo di primo grado presso una Corte statale. Se un imputato è condannato a morte, il caso diventa automaticamente appellabile alla Corte Suprema dell’Ohio. E qui, udite, udite, arriviamo anche ai 2 milioni di dollari. Per non parlare, poi, del passaggio alle Corti Federali, con il risultato che il caso si trascina avanti per decenni, con conseguente lievitazione dei costi.

La Presidente della Corte Suprema dell’Ohio, Maureen O’Connor, ha recentemente convocato un “panel di stake-holders”, vale a dire una commissione di soggetti in qualche modo implicati nella pena di morte, per studiarne i meccanismi ed il funzionamento (o meno) nello stato. “Nessun preconcetto – dice – rispetto agli esiti di questo studio-dibattito, ma la discussione deve avere luogo”. Si badi, ad ogni modo: “Non si tratta di un panel per determinare se l’Ohio debba avere o no la pena capitale”, dal momento che “c’è una legislazione in proposito perfettamente esecutiva e non in discussione”, spiega la O’Connor. Tuttavia, “vogliamo indagare su ogni singolo aspetto inerente, dal dispositivo di decisioni che conducono alla sentenza capitale, al tipo di difesa messa a disposizione degli imputati, agli avvocati assegnati ai casi”; insomma, “l’intero sistema” sarà messo sotto la lente di ingrandimento, inclusi il comportamento delle Corti e l’ammontare dei costi.

Come nella maggioranza degli stati USA, dunque, sono le implicazioni finanziarie della pena di morte il vero motore del dibattito; sul tavolo, non una riflessione culturale e morale, ma una fredda e pragmatica valutazione dei costi, del personale a libro paga, degli sprechi e delle convenienze. Il tutto, da inserirsi nell’ottica più generale della grande crisi economica in corso su scala globale. D’altro canto, è proprio questo terreno ad aver ridato nuova linfa, negli ultimi tempi, al movimento abolizionista, che può ora far leva, oltre che sulle coscienze, sul “portafoglio” dei cittadini americani.

Mentre si riunisce la speciale commissione incaricata di valutare il macabro fatturato legato ai casi capitali, sembrano essere stati presto dimenticati i problemi intriseci alle esecuzioni capitali che hanno anche portato alla revisione dello stesso protocollo dell’iniezione letale, dopo che l’Ohio ha collezionato una serie impressionante di esecuzioni “mal riuscite”, conclusesi con la morte del prigioniero tra immani sofferenze (fa eccezione la sorte toccata il 15 settembre 2009 a Romell Broom, la cui esecuzione fu sospesa dopo due ore di tentativi falliti di trovare nel suo corpo una vena utilizzabile per l’iniezione letale, vedi nn. 172, 175)

Tuttavia, la speranza che l’Ohio, uno degli stati più forcaioli in assoluto, possa intraprendere a breve un cammino di allontanamento dalla pena capitale appare purtroppo mal riposta, almeno per il momento: l’iniezione letale – tra i metodi di uccidere usati negli USA – è decisamente quello più ‘umano’, almeno nelle apparenze. Metterlo fuori legge vorrebbe dire mettere fuori legge la pena di morte.

 

 

5) IL TEXAS CANCELLA LA SCELTA DELL’ULTIMO PASTO

 

La tradizione plurimillenaria delle pena di morte è carica di ambiguità, di crudeltà inenarrabili alternate a gesti di pietà, come ad esempio la concessione di un ultimo pasto particolarmente ricco e gustoso ai condannati. Forse la cancellazione della scelta dell’ultimo pasto, privando l’esecuzione di un illusorio barlume di compassione, potrà favorire il progresso verso l’abolizione della pena di morte in Texas.

 

Tra i maltrattamenti riservati ai condannati alla pena capitale negli Stati Uniti, vi è anche il cibo repellente. Nel braccio della morte del Texas, in particolare, i detenuti lamentano pasti quotidiani scarsi, insipidi o di cattivo sapore, a volte “arricchiti” da sporcizia di vario genere.

L’unica eccezione era finora costituita dalla scelta dell’ultimo pasto (un’istituzione tradizionale su cui molto avrebbe da dire la psicoanalisi) che poteva dare a qualche condannato l’effimera illusione di potersi concedere un ultimo piccolo piacere prima di morire.

Da alcuni condannati, tra i più evoluti e impegnati politicamente, questa concessione è stata platealmente snobbata. Per esempio Gary Graham digiunò da quando fu trasferito nella ‘casa della morte’ del Texas fino alla fine (dicendo che non voleva mangiare dalle mani di chi lo stava uccidendo) e Philip Workman chiese di devolvere la grande pizza vegetariana, che aveva ordinato dal braccio della morte del Tennessee, ad un povero della città.

Per i malati di mente, però, che purtroppo abbondano tra i candidati all’esecuzione, e per alcuni altri detenuti, può darsi che questa diffusissima tradizione (risalente all’antichità classica) costituisca una consolazione.

Dopotutto, il pasto finale concede a coloro che non hanno più alcuna soddisfazione dalla vita,  di appagare un po’ la gola, dopo tanti anni trascorsi nutrendosi di autentiche schifezze. 

Inoltre la descrizione dettagliata dell’ultima pasto permette ai cronisti di alleggerire il racconto delle esecuzioni e, in Texas, per i primi 313 ‘giustiziati’ dopo il 1982, ha vivacizzato anche il sito dell’amministrazione carceraria.

Le limitazioni nella scelta dell’ultimo pasto, variabili da stato a stato, sono peraltro tali da non consentire un gran lusso. In alcuni stati vi è un limite all’importo spendibile (15 dollari in Oklahoma e 40 in Florida), in altri, come in Texas, la scelta era limitata dal fatto che il cibo doveva essere preparato nella cucina del carcere con gli ingredienti disponibili.

Ebbene, anche questa concessione d’ora innanzi non sarà più fatta ai condannati a morte in Texas (e forse in seguito anche in altri stati). Il senatore John Whitmire, presidente del comitato senatoriale di vigilanza sulle carceri, si è infatti indignato apprendendo che il condannato  Lawrence Russell Brewer, poco prima di essere giustiziato il 21 settembre, aveva ordinato un ultimo pasto abbondantissimo (1), del quale poi non aveva consumato nulla. Il senatore - noto per l’assoluta mancanza di elasticità mentale (v. nn. 164, 166, Notiziario, 172, 186) - ha immediatamente scritto a Brad Livingston, Direttore del Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas, chiedendogli di annullare il privilegio della scelta dell’ultimo pasto.

Entro poche ore la richiesta di Whitmire è stata accolta e resa esecutiva da Livingston. “Con effetto immediato, non verranno più effettuate simili concessioni. Il condannato riceverà lo stesso pasto riservato agli altri detenuti del reparto”, ha precisato il direttore.

“Era proprio ora, è una cosa che avrebbe dovuto finire già molto tempo fa” ha dichiarato  Whitmire  all’Associated Press. “Il tizio di ieri sera, quando è troppo è troppo. Ci stiamo organizzando per giustiziare il tipo e probabilmente il sistema così si sente la coscienza a posto per ciò che sta per fare. Un po’ ipocrita, non vi pare? Il signor Byrd [la vittima di Brewer] non ha mica potuto scegliere l’ultimo pasto. Questa faccenda è completamente illogica.”

Certo la cancellazione della scelta dell’ultimo pasto è una restrizione modesta, se confrontata con tutti gli abusi e le privazioni cui sono sottoposti i condannati a morte, ma è un chiaro esempio di quanto in basso e in dettaglio possano scendere il desiderio di vendetta e la stupidità umana, che nulla hanno a che fare con la giustizia.

Speriamo almeno che una pena di morte ridotta all’essenziale possa apparire al pubblico nella sua autentica crudeltà ed essere pertanto più vicina alla sua fine. Chissà. (Grazia)

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(1) Lawrence Russel Brewer aveva chiesto 2 bistecche di pollo fritte, 1 cheesburger triplo con pancetta, okra (una verdura del Sud) fritta, 1 pound (quasi mezzo chilo) di barbecue, 3 fajita (specie di tortille), una pizza con diversi salami e tipi di carne, 1 pinta (mezzo litro) di gelato, un caramellato fondente con burro di arachidi e noccioline. Il 13 settembre, il detenuto Steven Woods richiese: 2 pound (quasi un chilo) di pancetta, una pizza con quattro tipi di carne, quattro petti di pollo fritti, 2 drink composti da Mountain Dew (una bevanda frizzante con molta caffeina), Pepsi, root beer (una specie di chinotto) e the dolce, 2 pinte (oltre un litro) di gelato, 5 bistecche di pollo fritte, 2 hamburger con pancetta, patatine fritte, una dozzina di grissini all’aglio con salsa di pomodori a parte. Due ore dopo fu ‘giustiziato’.

 

 

6) BLOCCATA LA LEGGE ABOLIZIONISTA IN CALIFORNIA di Fernando Eros Caro

 

Fernado Eros Caro, nostro corrispondente dal braccio della morte della California, ci racconta come un tentativo di abolire la pena capitale, perché troppo costosa, sia fallito dopo un avvio promettente.

 

San Quentin, 6 settembre 2011.

Come ho scritto in precedenza, in California è stata presentata una proposta di legge per l’abolizione della pena di morte. Non esattamente per ragioni umanitarie, ma piuttosto per ragioni economiche.

La proposta aveva superato il primo voto al Congresso dello stato. Fui felice di apprendere la notizia. Era un buon inizio per porre fine a questa barbara, vendicativa e deliberata privazione della vita umana. Un’attività vergognosa da parte di un paese definito civile, che maschera l’imbarazzo della vendetta legalizzando le esecuzioni.

I boia provano rimorso ad uccidere qualcuno? I membri della giuria provano rimorso quando condannano a morte qualcuno? No! Se i giurati che condannano a morte la gente dovessero eseguire le sentenze personalmente, non sarebbero così propensi a raccomandare la morte! Fino a quando il nostro sistema legale è strutturato in modo tale che qualcun altro esegue l’uccisione vera e propria, i giurati possono sentirsi scagionati, con le mani pulite. Se ne stanno ben lontani dal luogo in cui avverrà l’uccisione e non vedranno il cadavere. Il sistema è marcio.

Però se la pena capitale venisse abolita, i condannati a morte esistenti nello stato riceverebbero una condanna all’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola. Se un detenuto volesse poi proseguire negli appelli, dovrebbe auto-finanziarseli. Praticamente nessun condannato a morte potrebbe permetterselo, perché siamo tutti molto poveri! Ci sono molti condannati prigionieri qui che non vogliono che la pena di morte venga abolita. Vogliono che i loro appelli procedano per avere un nuovo processo e una condanna più lieve…

Quando sento un detenuto dire queste cose, gli ricordo che tanto, in qualsiasi caso, noi non abbiamo voce in capitolo. Le opinioni dei condannati a morte non hanno molto peso nella politica che gestisce la pena di morte. Comunque il Parlamento ha poi votato contro l’abolizione e ha praticamente bloccato la proposta di legge abolizionista. A questo punto, l’abolizione o meno è solo una disquisizione teorica.

Io dico che bisogna affrontare la vita un passo alla volta. Finché saremo vivi potremo affrontare i problemi man mano che si presenteranno. E avremo bisogno di non essere lasciati soli a farlo!

Con grande amicizia  

Fernando

 

 

7) AL MINIMO IL CONSENSO PER LA PENA DI MORTE NEGLI USA

 

Oggi 60 su 100 Statunitensi sono ancora per la pena di morte. Un percentuale molto alta ma al minimo in un ventennio. Il favore per la pena capitale è sempre in discesa dal 1988 quando sfiorava l’80 %

 

“Il favore per la pena di morte nei confronti dei rei di omicidi al minimo dopo vent’anni.” Questo è il titolo di un articolo di Fred Backus pubblicato il 26 settembre da CBSNews (1).

Infatti, secondo il sondaggio effettuato tra il 10 e il 15 settembre da CBSNews e dal New York Times, attualmente solo il 60% degli Statunitensi è favorevole alla pena di morte per i rei di omicidio, mentre il 27% vi si oppone. La percentuale dei contrari è inferiore di 3 punti a quella rilevata nel maggio del 2010 ed è di ben 18 punti al dato del 1988, anno in cui fu effettuato per la prima volta il sondaggio con lo stesso strumento.

L’atteggiamento riguardo alla pena capitale dipende molto dalla collocazione politica. Mentre i Repubblicani continuano a dare un forte costante sostegno alla pena di morte, un netto declino del sostegno si rileva tra i Democratici e gli Indipendenti.

Anche un sondaggio dell’istituto Rasmussen fatto tra il 23 e il 24 settembre, fornisce un 60% di cittadini USA favorevoli alla pena di morte (e un 28% di contrari).

Come sempre, il favore per la pena di morte è più alto, oltre che tra i conservatori, tra i Bianchi, i cittadini meno scolarizzati, i più poveri e gli uomini, mentre è più basso tra le persone maggiormente istruite, i Neri, gli Ispanici e le donne. 

Analoghi risultati relativi all’ultimo ventennio vengono forniti dai periodici sondaggi Gallup, l’ultimo dei quali risale all’ottobre del 2010.

Nel confrontare i risultati di anno in anno occorre tener conto che tali indagini a campione hanno un margine di errore del 3% circa; si può tuttavia affermare che vi è effettivamente un costante anche se lento declino del favore per la pena capitale. Favore che rimane, comunque, molto alto.

In settembre è stato reso noto anche un sondaggio fatto dalla Field Poll (2) in California che rileva un 68% di favorevoli alla pena di morte (27% di contrari) – dati rimasti più o meno costanti negli ultimi 15 anni - ma segnala per la prima volta una maggioranza di contrari alla pena capitale (48% di contrari, 40% di favorevoli) qualora l’alternativa sia l’ergastolo senza possibilità di liberazione. Nel 2000 in California il 44% degli intervistati preferiva la pena di morte e solo il 37% preferiva l’ergastolo senza possibilità di liberazione (3).

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(1) v. http://www.cbsnews.com/8300-503544_162-503544.html?contributor=45615

(2) v. http://field.com/fieldpollonline/subscribers/Rls2393.pdf

(3) A livello nazionale il favore per i due tipi di pena attualmente è all’incirca uguale.

 

 

8) UN’ORDINARIA VISITA NEL BRACCIO DELLA MORTE di Dawn Bremer (*)

 

Il racconto di una visita qualsiasi, tuttavia agghiacciante, ad un detenuto nel braccio della morte.

 

Mi sento già immerso in un’altra giornata di fuoco del Texas, e non sono neanche le 9 e 30’. Arrivo alla Polunsky Unit, è mercoledì mattina. Come al solito vengo controllato dalla guardia, in attesa che la mia auto sia ispezionata e mi permettano di parcheggiare.

Entro nel primo edificio: metal detector, macchinari a raggi X che controllano gli effetti personali e l’inevitabile perquisizione corporale.

Prima di essere ammesso, ad un bancone scambio un cartellino giallo numerato su cui c’è scritto “Visitatore nel Braccio della Morte” con la mia patente. Proprio allora una donna entra dal cortile nel centro visite. Mentre restituisce il cartellino e ritira la patente mi accorgo che è sconvolta. Cerca subito conforto tra le braccia di un uomo che la stava aspettando nella stanza, e incomincia a singhiozzare. Non c’è bisogno di chiedere. So che ha fatto visita a Mark Stroman [il detenuto che uccideranno oggi pomeriggio]. L’uomo la lascia, prende il suo cartellino e prosegue per il cortile verso la sala visite.

Distiamo meno di 30 centimetri, nello spazio angusto tra le porte d’acciaio controllate elettronicamente. Il suo dolore e la sua tristezza sono palpabili.

La sua sofferenza è così evidente, così indescrivibile che mi protendo e gli tocco il braccio. Esprimo il mio rammarico per ciò che sta provando. Mi ringrazia e chiede il mio nome. Per chi sono lì? Glielo dico e ci abbracciamo, oltrepassiamo la porta d’acciaio aperta e ci dirigiamo verso le nostre rispettive postazioni.

Robert viene accompagnato nella piccola gabbia per i colloqui che gli è stata assegnata, dall’altro lato della vetrata antiproiettile.

Vedo subito i profondi segni sui polsi lasciati dalle manette. È il quarto incontro che ho con Rob ed è la prima volta che noto i suoi polsi così profondamente segnati.

Rob mi dice che loro sono ancora in lockdown, cioè chiusi in cella 24 ore al giorno. Non hanno idea di quando finirà l’inesorabile dieta a base di sandwich al burro di arachidi.

Quel giorno hanno avuto uno shakedown [ispezione intima e perquisizione minuziosa di tutta la cella e dei suoi contenuti] alle 7 del mattino.

Rob mi racconta che oltre ai soliti secondini della Polunsky Unit, ci sono anche delle guardie note come ‘boss dei campi’ provenienti dall’Huntsville Unit. Questi agenti scortano i detenuti non condannati a morte nei campi, a zappare incessantemente e a dissodare la terra.

Una volta ciò faceva parte del ciclo che portava alla piantagione, alla coltivazione e al raccolto delle messi. Questo non avviene più ad Huntsville. Non c’è altro scopo all’irragionevole dissodamento della terra che creare un’esperienza di Sisifo per logorare i detenuti e indurre la convinzione che la loro vita non ha senso. Rob descrive i boss dei campi con i loro cappelli da cowboy e speroni e dice che sono molto più violenti persino del personale della Polunsky Unit.

Per un uomo che è stato tenuto in una condizione impossibile circondato da oppressione, odio e disperazione, Rob è, come sempre, eccezionalmente vigile, brillante, pieno di entusiasmo […].

Come le altre volte, la nostra visita finisce troppo presto. Il mercoledì, tutti debbono lasciare la sala visite entro mezzogiorno per cedere il campo ai giornalisti. In questo particolare mercoledì il limite di mezzogiorno dipende anche dal fatto che si sta trasferendo Mark Stroman a Huntsville (per l’esecuzione).

Ci mettiamo in fila alla porta d’acciaio che apre sull’atrio dove circola un gruppo di agenti di custodia, cinque o sei forse. Intravedo uno dei ‘boss dei campi’ di Huntsville prima che l’area dei visitatori venga chiusa per consentire a quei poliziotti di coordinarsi e dividersi.

Allo shock procurato dalla descrizione fatta da Robert si aggiunge lo shock del vedere uno di questi individui indossare cappello da cowboy e speroni. Speroni! Veramente? A cosa mai servono gli speroni ad un poliziotto dentro la prigione? In mancanza di un cavallo, rabbrividisco al pensiero dell’uso che se ne può fare.

Usciamo e ci avviamo verso il cortile. Anche un’altra coppia, un uomo ed una donna, è stata a trovare Mark Stroman. Lei è piccolina. Il suo compagno la cinge con un braccio mentre lei si sforza di trattenere le lacrime.

Mi avvicino a loro nell’area del parcheggio. A stento la donna riesce a nascondere la sua sofferenza. Di nuovo in imbarazzo, posso solo esprimere la mia comprensione per il loro dolore. Mi chiede il mio nome e se conosco Mark. Non lo conosco personalmente, ma le dico che so di lui tramite Rob. Questa donnina mi stringe a sé con una forza che contrasta con la sua piccola statura. Piangendo, dice sommessamente: “E’ un brav’uomo”. Le rispondo: “Lo so”.

Ci separiamo e ci allontaniamo in auto dalla Polunsky Unit. Rimarrà per sempre in me il ricordo dell’immenso dolore di coloro che amano Mark Stroman.

Questa esperienza rende più forte in me la determinazione di indurre a riflettere chi è convinto che una qualsiasi persona meriti di morire.

Recentemente ho trovato questa citazione della cantante Cyndi Lauper e penso che sia appropriata per la circostanza: “Devi sempre ricordare - non importa cosa ti viene detto - che Dio ama tutti i fiori, anche i fiori selvatici che crescono ai bordi della strada.”  […]

Continuiamo a lottare con rinnovata energia, maggiore decisione e l’indomita volontà di liberare il nostro amico Robert Will, un innocente nel braccio della morte.

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(*) Moving Forward di Dawn Bremer - Traduzione di Piera Di Stefano

v. originale inglese nel sito dedicato a Robert Will:  http://www.freerobwill.org/#/visiting-with-rob/4555292519

9) NOTIZIARIO

 

Afghanistan. Estese pratiche di tortura nelle carceri. L’invasione dell’Afghanistan, che si affermava dovesse portare pace, civiltà e democrazia in un paese oscurantista e violento, martoriato da decennali conflitti interni, ha fatto crescere a dismisura la popolazione carceraria che nel 2001 era di 600 detenuti. Oggi secondo le Nazione Unite i carcerati in Afghanistan sarebbero 19.000. Sono ricorrenti le notizie sulle pessime condizioni di detenzione e i maltrattamenti nelle prigioni. All’inizio di settembre la missione militare internazionale in Afghanistan (ISAF), di cui fa parte anche l’Italia, ha sospeso l’invio di detenuti in sette carceri afgane situate a Herat, Khost, Lagman, Kapisa, Takhar, Kunduz, e Tarin Kowt. Il trasferimento nelle prigioni della provincia di Kandahar era stato in precedenza sospeso. Il provvedimento è stato adottato nell’imminenza del rilascio di un rapporto dell’UNAMA (Missione di Assistenza all’Afghanistan delle Nazioni Unite) il quale, secondo la BBC, denuncerebbe sistematiche torture ai danni dei prigionieri, come battiture con tubi di gomma, minacce di stupro, inflizione di scariche elettriche. I Britannici l’anno scorso hanno sospeso l’invio di detenuti nella prigione di Kabul denominata Dipartimento 124 in cui si praticavano torture o maltrattamenti su sospetti terroristi.

 

Arabia Saudita. Esecuzione per stregoneria. Accusato di stregoneria, il sudanese Abdul Hamid bin Hussain bin Moustafa al-Fakki è stato decapitato in pubblico con la spada nella città di Medina il 19 settembre. Arrestato nel 2005 dalla polizia religiosa saudita (Comitato per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio) era stato processato in segreto e probabilmente torturato. E’ ricorrente in Arabia Saudita la condanna a morte di stranieri per stregoneria.

 

Globale. Iperbolici costi umani e finanziari della ‘guerra al terrore’. Sono passati ormai 10 anni dagli attacchi dei piloti suicidi dell’11 settembre 2001 che causarono 3.000 morti negli Stati Uniti. La ‘risposta’ a quegli attacchi, scatenata a suo tempo dal presidente George W. Bush, non si è ancora conclusa, anche se l’amministrazione Obama a marzo 2009 ha suggerito di non chiamarla più con l’enfatica locuzione ‘Global War on Terror’ (guerra globale al terrore) coniata nel 2001 da Bush. Nel frattempo, secondo una stima prudente, quella che ora si dovrebbe chiamare ‘Overseas Contingency Operation’ ha prodotto almeno 1.000.000 di morti nel mondo e un numero molto più alto di feriti, mutilati, invalidi, malati mentali. È costata, solo agli Stati Uniti, qualcosa come 1,3 trilioni di dollari (1.300 miliardi di dollari), stando alla valutazione del Congresso USA.

 

Iran. Alireza impiccato prima di raggiungere la maggiore età. Secondo l’organizzazione dissidente Iran Human Rights (IHW), l’iraniano Alireza Mollasoltani, accusato di aver pugnalato a morte un campione di sollevamento pesi, era nato nel dicembre 1993 ed era ancora minorenne il 21 settembre quando è stato strangolato in pubblico con un’impiccagione lenta a Karaj vicino a Tehran. L’agenzia di stato Fars ha precisato che, prima di essere sollevato da una gru montata su un autocarro, il giovane singhiozzava e chiedeva perdono mentre invocava la madre e alcuni religiosi. Ali Rezwanmanesh, rappresentante del Potere Giudiziario, presente all’esecuzione, ha dichiarato alla stampa: “Alireza non era un minorenne secondo la Sharia, dal momento che nel calendario lunare della Sharia gli anni sono più brevi.” Ciò non toglie che l’esecuzione del minorenne “è illegale secondo la legislazione internazionale; il Leader Supremo Ali Khamenei e il Capo del Potere Giudiziario Sadeq Larijani sono responsabili dell’esecuzione di oggi e di tutte le esecuzioni illegali che avvengono in Iran”, ha dichiarato ad Oslo il portavoce di Iran Human Rights, Mahmood Amiry-Moghaddam. IHW denuncia oltre 50 esecuzioni in Iran nel solo mese di settembre, di cui 3 di minorenni all’epoca del crimine.

 

Italia. A Palermo navi prigione per nuovi appestati. Il 20 settembre, dopo aver dato fuoco ad una parte del ‘centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa’, in cui in pratica erano detenuti, 1200 immigrati dal Nord Africa hanno trascorso la notte all’aperto. Il giorno 21 si sono mossi in corteo gridando “Libertà! Libertà!”. Un gruppo ha preso delle bombole di gas minacciando di farsi saltare, alcuni isolani li hanno presi a sassate, gli immigrati hanno risposto. La polizia li ha caricati. Un video mostra i poliziotti che picchiano e spingono gli immigrati obbligandoli a saltare da un muro di tre metri. Si sono registrati un ferito grave e 11 arresti. Settecento immigrati tunisini che si trovavano a Lampedusa sono stati imprigionati su tre navi ancorate al porto di Palermo, la “Moby Fantasy”, l’“Audacia” e il “Moby Vincent”, in attesa di rimpatrio. Il molo antistante è stato blindato. 650 uomini delle forze dell’ordine con la mascherina sanitaria sul viso sono stati impiegati in questa operazione. I telefonini dei migranti sono stati sequestrati per evitare ogni contatto con l’esterno e scongiurare possibili rivolte a bordo delle navi. Il governo di Tunisi fa resistenza e le operazioni di rimpatrio avvengono a rilento. A fine mese due delle tre navi-prigione sono partite, da Palermo, rispettivamente per Cagliari e Agrigento. Sulla decisione presa contestualmente dal nostro governo di dismettere il centro di accoglienza di Lampedusa e di spostare il baricentro dei soccorsi in mare a Porto Empedocle, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha espresso una forte preoccupazione. In un comunicato del giorno 29 l’UNHCR afferma che “l’esclusione di Lampedusa dall’area di soccorso può avere serie ripercussioni sulle operazioni di soccorso in mare […] Porto Empedocle in terraferma siciliana è ora il più vicino porto sicuro e questo può rendere gli sforzi di recupero in mare più complicati e difficoltosi”. (Pur con i soccorsi prestati da Lampedusa, alcune fonti, tra cui Amnesty International, parlano addirittura di 1500 emigranti morti in mare dal marzo scorso.  Se non sono 1500, sono certamente centinaia.)

 

Tennessee. Decisa la scarcerazione di Gaile Owens. Giunta sull’orlo dell’esecuzione in Tennessee, Gaile Owens ha fruito di un provvedimento di grazia governatoriale il 14 luglio 2010 (v. nn. 176, 177, 179, 181) ed ora, a 58 anni di età, dopo aver trascorso un quarto di secolo nel braccio della morte, potrà tornare libera. Lo ha deciso la Commissione statale per la liberazione in prova e sulla parola. La liberazione della Owens – battered woman (moglie maltrattata) che aveva commissionato l’assassinio del marito - è prevista nel giro di qualche settimana. “Questo è un bel giorno per la nostra famiglia,” ha dichiarato suo figlio Stephen il 28 settembre. “Sono grato alla Commissione per aver disposto la scarcerazione sulla parola di mia madre Gaile Owens dopo 26 anni di prigione. Mamma sarebbe stata messa a morte esattamente un anno fa se il governatore Phil Bredesen non avesse commutato la sua sentenza. Sarò sempre grato al governatore Bredesen, agli avvocati difensori di mia madre e alle migliaia di amici anche stranieri che hanno sostenuto mia madre e la nostra famiglia.”

 

Texas. Sospensione per Buck condannato a morte con l’aiuto di uno psicologo razzista. Invano gli avvocati dell’afroamericano Duane Edward  Buck si erano battuti per ottenere la ripetizione della fase del processo di inflizione della pena. Dopo tutto la ripetizione l’avevano ottenuta altri 6 uomini che, come lui, erano stati mandati nel braccio della morte anche grazie ad una affermazione razzista dello psicologo Walter Quijano, un ‘esperto’ secondo cui i Neri e gli Ispanici costituiscono più del Bianchi un futuro pericolo per la società per la loro maggiore propensione a delinquere. Invano gli avvocati difensori avevano chiesto al Governatore e alla Commissione per le Grazie di intervenire in favore di Duane Buck. Si erano perfino rivolti all’Attorney General del Texas Greg Abbott e al Procuratore distrettuale della Contea di Harris. La senatrice Joan Huffman, che nel 1997 guidò l’accusa contro Buck, aveva dichiarato di essere tranquilla perché il dottor Quijano nel processo era stato citato dalla difesa e fece incidentalmente, per una sola volta, la contestata affermazione razzista (sappiamo che la fece dopo essere stato abilmente provocato da lei). Il 15 settembre tutto era pronto per l’esecuzione che doveva avvenire alle 18. Alle 19 e 40’ il condannato era ancora in vita, in attesa della risposta della Corte Suprema federale sul suo ultimo ricorso, quando è arrivata la notizia dell’agognata sospensione. La Corte Suprema esaminerà dunque il suo caso. Ma non è detto che emetterà una sentenza a lui favorevole. E, anche se dovesse ottenere il secondo processo, Duane Edward  Buck verrà probabilmente di nuovo condannato a morte (come è accaduto a tutti coloro che sono stati riprocessati a causa della testimonianza razzista del dottor Quijano).

 

Usa. Corte federale ribadisce la costituzionalità dell’ergastolo per i minorenni. Il 7 settembre la Corte federale d’Appello dell’Undicesimo Circuito ha sentenziato che i minori di 18 anni all’epoca dell’omicidio loro contestato possono essere condannati all’ergastolo senza possibilità di uscita sulla parola. In precedenza la Corte Suprema USA aveva dichiarato incostituzionale condannare a tale pena i minorenni non omicidi (v. n. 180). La corte ha sentenziato così in riposta la ricorso di Kenneth Loggins che in Alabama prese parte ad un sadico e macabro omicidio di branco nel 1994 e fu inizialmente condannato a morte. La sua condanna venne commutata in detenzione a vita senza possibilità di liberazione dopo che, nel 2005, la Corte Suprema USA dichiarò incostituzionale la pena di morte per i minorenni all’epoca del crimine. I complici di Loggins, che all’epoca avevano 19, 17 e 16 anni, sono stati condannati il primo a morte e gli altri due all’ergastolo senza possibilità di liberazione.

 

Usa. Malati mentali per lo più in prigione. Sono almeno 350 mila i malati mentali presenti e in qualche modo trattati nelle prigioni statunitensi, più di quelli assistiti negli ospedali psichiatrici e nei centri di salute mentale. Quando negli anni Ottanta vennero chiusi i manicomi, per la carenza di strutture di assistenza psichiatrica coloro che in precedenza erano considerati ‘pazienti’ cominciarono ad essere dirottati verso il carcere. Non solo il sistema attuale è crudele e inefficiente, ma è più costoso di un sistema dotato di adeguate strutture per il trattamento delle malattie mentali.

V. http://www.npr.org/2011/09/04/140167676/nations-jails-struggle-with-mentally-ill-prisoners

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 settembre 2011