FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  142  -  Settembre  2006

SOMMARIO:

 

1) Appello urgente per Gregory Summers

2) Torna Dale Recinella! E questa volta c’e’ anche sua moglie Susan    

3) Consentite per legge gravi violazioni dei diritti umani

4) L’esecuzione di Clarence Hill, paradosso del sistema legale  

5) Al lavoro gli squadroni della morte nel carnaio iracheno        

6) Cacciato il giudice nel secondo processo a Saddam    

7) E’ deceduta Ann Richards, ex governatrice del Texas

8) Le ragioni della nostra lotta       

9) In discesa la richiesta di pena di morte in Francia      

10) Un corrispondente in Zambia? Perché no!      

11) Notiziario: Giappone, Illinois, Indonesia, Iraq

 

 

1) APPELLO URGENTE PER GREGORY SUMMERS

 

Insieme alla nostra amica Caterina Calderoni, vi preghiamo di diffondere l’invito ad aderire alla petizione on-line per Gregory Summers, rinchiuso nel braccio della morte del Texas dal 1991. Sottoscrivete immediatamente, collegandovi al seguente sito, perché l’esecuzione di Greg è stata fissata per il 25 ottobre p. v.:   www.ipetitions.com/petition/SaveGreg2006/index.html

 

Qual è il paese in cui una persona può venire condannata a morte senza alcuna prova tangibile, concreta, effettivamente dimostrata, della sua colpevolezza? Questo paese è il Texas e una persona che, grazie a questo sistema, il 25 ottobre verrà giustiziata è Gregory Summers.

Greg non è né la prima né l'ultima vittima di un sistema giudiziario sanguinario, vendicativo e per di più scorretto ed ingiusto, che, nel suo caso, non si è più preoccupato di mettere in discussione la decisione emersa da un processo-farsa come quello in cui egli fu condannato a morte nel 1991.

Greg è stato accusato di aver commissionato l'uccisione della sua famiglia, ma nessuna prova tangibile lo collega al crimine per il quale è stato condannato. Il caso contro di lui è stato montato sulla base di indizi infondati e sulle testimonianze di persone che avevano chiari interessi nella sua condanna (come una riduzione della pena da scontare, la cancellazione di debiti insoluti ecc.).

Principali prove d’accusa sono state alcune dichiarazioni del killer stesso - Andrew Cantu - fatte ai suoi due complici al di fuori del tribunale e non sotto giuramento. L’accusa si è fondata dunque su dichiarazioni indirette, poiché riportate da terzi (i complici di Cantu). Andrew Cantu (che fu ‘giustiziato’ il 16 febbraio 1999), peraltro, non ha testimoniato al processo di Greg Summers né ha mai fatto alcuna dichiarazione sotto giuramento riguardo alle imputazioni.

Il caso di Gregory Summers è stato veramente inquinato dalla scorretta condotta della polizia e dell'accusa (che esercitarono pressioni su testimoni e giurati), dalla inadeguata difesa legale d’ufficio e da false testimonianze. Noi crediamo che in realtà Greg Summers sia innocente; egli non ha alcuna responsabilità nel delitto per cui è stato condannato.

Nonostante i suoi avvocati abbiano minuziosamente ricostruito il caso nel corso degli appelli ed evidenziato ogni singola falla processuale, Greg ha perso tutti i ricorsi. L'ultimo rigetto, quello della Corte Suprema degli Stati Uniti, è stato comunicato il 2 ottobre scorso.

Mancano poco più di due settimane al 25 ottobre 2006, giorno dell'esecuzione. La vicenda legale, ma, soprattutto, umana di Greg sembra essere giunta al termine. Aiutateci tuttavia nel tentativo estremo di fermare l'esecuzione e convincere il governatore del Texas a ordinare una revisione del caso. Ecco come fare.

Firmate come minimo la seguente petizione on-line:

www.ipetitions.com/petition/SaveGreg2006/index.html

Potete inoltre inviare molto agevolmente un appello alla Commissione per le grazie del Texas collegandovi al sito della Comunità di Sant’Egidio (occorre poi cliccare su START):

www.santegidio.org/it/pdm/news/ap_greg.htm

Dal medesimo sito di Sant’Egidio si può accedere al sito del Governatore del Texas (riempire pazientemente il modulo con:

Mr. (signore) ovvero Ms. (signora)  [Name prefix]

Nome [First name]

Cognome [Last name]

Indirizzo  [Home Street Address 1]

Città,  seguita da  ‘ – Italy’  [Home City]

Per ‘Home state’ lasciare invariato ‘Texas’

Codice Postale [Home ZIP]

Numero di telefono [Home Telephone]. Attenzione: se il numero non viene accettato inserire il numero di fantasia 0118000000

Scrivere infine un proprio breve messaggio, per esempio: “I beg you to grant executive clemency to Mr. Gregory Summers” seguito da un saluto come ‘Sincerely’ o ‘Respectfully’

Vi preghiamo infine di mandare a Greg un messaggio di solidarietà, per aiutarlo a sopportare l'angoscia di questi giorni (*). Il suo indirizzo è:

Mr. Gregory Summers # 999010

12 AA 11

Polunsky Unit

3872 FM 350 South

LIVINGSTON, TX 77351  - USA

Grazie di cuore da

Caterina Calderoni e Susanna Chiarenzi, Comitato di Difesa "SpringforSummers"

(e-mail: mailto:caterina.calderoni@libero.it  mailto:susanna.chiarenzi@fastwebnet.it )

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(*)  Proprio ora riceviamo una sua lettera, del 20 settembre,  in cui chiede di comunicargli appena possibile chi andrà a fargli visita nei due giorni precedenti l'esecuzione e chi vuole assistere alla sua esecuzione. Programmare i dettagli della propria morte ... Tutto questo è troppo, troppo crudele!

 

 

2) TORNA DALE RECINELLA! E QUESTA VOLTA C’E’ ANCHE SUA MOGLIE SUSAN

 

Invitiamo i nostri soci e simpatizzanti ad approfittare del tour che il Comitato Paul Rougeau ha organizzato nel nord Italia dal 23 al 31 ottobre per Dale e Susan Recinella. Venite ad ascoltare questi eccezionali oratori nostri amici in arrivo dalla Florida in uno dei seguenti incontri: a Firenze il 23 o il 24; oppure a Torino il 27, 28 o 31, o infine a Novara il 30 ottobre.

 

Oltre a Dale, di cui già conosciamo il grande valore morale e la capacità di coinvolgere e commuovere il pubblico, quest’anno verrà dalla Florida in Italia anche sua moglie Susan, psicologa, che collabora con lui nel tremendo compito di assistere i familiari dei condannati a morte nel periodo dell’esecuzione. La sua testimonianza è forte e incisiva ed integra quella del marito.

Purtroppo il governatore della Florida Jeb Bush, che si era impegnato a non consentire esecuzioni fino a che non si fosse chiarita la questione della liceità costituzionale dell’iniezione letale, mancando di parola, ha fissato per il 18 ottobre l’esecuzione di Arthur Rutherford, un condannato assistito da Dale, pertanto il viaggio di Dale e Susan è stato rinviato di alcuni giorni con conseguenti adattamenti del programma. Quindi solo ora possiamo dare le date definitive.

Solo due conferenze saranno ufficialmente aperte al pubblico, le altre verranno svolte nelle scuole, ma anche in queste occasioni alcuni soci e simpatizzanti potranno assistere,  preavvisando. Fateci sapere chi viene scrivendo a mailto:prougeau@tiscali.it

Ecco  il programma delle conferenze di Dale e Susan:

 

Lunedì 23/10: ore 10 - conferenza aperta al pubblico a Firenze e in particolare per gli studenti delle medie superiori, presso la Provincia di Firenze, Sala Est-Ovest, Via dei Ginori 8, Firenze

Martedì 24: ore 10 - conferenza in una scuola media inferiore di Firenze

Venerdì 27: ore 10 - conferenza a Torino – Istituto Sociale – Liceo Scientifico e Classico

Sabato 28: conferenza aperta al pubblico a Torino – serata organizzata da Amnesty International presso il Locale “Al Baccanale” - Via delle Orfane 25/b - Torino

Lunedì 30: ore 9 e ore 11 - conferenze a Novara – Liceo Scientifico Antonelli

Martedì 31: ore 9 - conferenza a Torino – Liceo Maria Ausiliatrice

 

 

3) CONSENTITE PER LEGGE GRAVI VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

 

Vincendo un lungo braccio di ferro con una parte del Congresso, la Casa Bianca è riuscita a far approvare a fine settembre la legge sulle Commissioni Militari che prevede gravi violazioni dei diritti processuali degli stranieri ‘nemici combattenti’ che potranno essere processati – e all’occorrenza condannati a morte - dal potere esecutivo in piena autonomia e con enorme discrezionalità. E’ stata così svuotata la decisione della Corte Suprema del 29 giugno scorso sulle Commissioni Militari, decisione che tutti avevano definito la maggiore sconfitta giudiziaria dell’amministrazione Bush. Anche se viene bandita la tortura, è riconosciuta alla C.I.A., come richiesto insistentemente dal vice presidente Dick Cheney, la facoltà di usare in segreto metodi di interrogazione coercitivi che equivalgono a tortura, purché approvati dal presidente. Viene confermata la possibilità di detenere a tempo indeterminato, anche in carceri segrete, coloro che l’amministrazione decide di catturare in qualsiasi parte del mondo qualificandoli, a sua discrezione, ‘nemici combattenti illegali.’

 

Il 6 settembre, in un discorso alla Casa Bianca calorosamente applaudito dai funzionari presenti, il presidente Bush ha affermato: “In questa nuova guerra, la più importante fonte di informazioni su dove i terroristi si nascondono e su che cosa stanno progettando, sono i terroristi stessi. Per vincere la guerra al terrore, dobbiamo avere la facoltà di detenere, di interrogare e, quando è il caso, di accusare in giudizio i terroristi catturati qui in America e nei campi di battaglia in tutto il mondo”.

Sfruttando il delicato momento politico nell’imminenza delle elezioni di medio termine, il gruppo di neo conservatori che detengono il potere negli Stati Uniti è riuscito a sbaragliare la resistenza di alcuni membri del Congresso preoccupati di salvaguardare la reputazione degli Stati Uniti in tema di rispetto dei diritti umani.

Un anno fa avevamo scritto delle insistenti manovre del vice presidente Dick Cheney per evitare che venisse approvato dal Congresso un testo legale che avrebbe consentito di perseguire gli agenti della C. I. A. per l’inflizione di trattamenti crudeli, inumani o degradanti (v. n. 132, “Torture negate, torture ufficiose, torture ufficiali”).

Purtroppo dobbiamo ora registrare non solo il successo di coloro che vogliono l’impunità per gli agenti segreti ma addirittura l’approvazione da parte del Congresso di un atto che rende leciti trattamenti inumani non meglio specificati inflitti in segreto a chiunque venga etichettato dal presidente come ‘nemico combattente illegale’. Nello stesso atto vengono risuscitate per legge le Commissioni Militari (note come ‘tribunali di canguri’) che furono create da Bush all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 e sconfessate dalla Corte Suprema nel mese di giugno con la sentenza Hamdan v. Rumsfeld (v. n. 140).

Il 6 settembre Bush, chiedendo l’approvazione di norme che colmassero il vuoto lasciato dalla sentenza della Corte Suprema del 29 giugno, esigeva in pratica di ripristinare per legge quanto da lui deciso autonomamente con gli Ordini presidenziali emanati in qualità di Comandante in capo all’indomani dell’11 settembre 2001.

Per la verità, la tracotante richiesta fatta dall’amministrazione al Congresso di approvare norme che violano i diritti civili ed umani aveva ottenuto in un primo momento un netto rifiuto. Il Comitato per i Servizi Armati del Senato il 14 settembre, in aperta opposizione ai dettami della Casa Bianca, aveva approvato con una maggioranza di 15 a 9 un testo che prevedeva l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra e una efficace protezione dei diritti di coloro che vengono imprigionati perché sospetti di terrorismo.

Occorre dare atto al gruppo neo conservatore al comando degli USA di una perseveranza e di una determinazione d’acciaio nel perseguire i propri inquietanti obiettivi. Bush e Cheney hanno capito che - in un clima elettorale surriscaldato e nel pieno delle commemorazioni degli attacchi in territorio americano avvenuti cinque anni prima - la carta della ‘sicurezza’ in mano del presidente poteva avere un peso irresistibile e irripetibile nei riguardi dei membri del Congresso. Ed hanno insistito recandosi di persona in Campidoglio il giorno 15 per pronunciare un duro discorso e intavolare febbrili trattative.   

George Bush e Dick Cheney hanno combattuto strenuamente ed hanno finito per stravincere. Anche per la particolare arrendevolezza mostrata dalla Camera dei Rappresentanti, il 29 settembre è stato definitivamente approvato un testo di 96 pagine, denominato “Military Commissions Act of 2006” (Atto per le Commissioni Militari del 2006), che ha profondamente deluso le organizzazioni per i diritti umani a cominciare dalla sezione statunitense di Amnesty International battutasi, con un’azione di lobbying  sul Congresso, per scongiurarlo.

L’Act determina il nuovo sistema giudiziario per processare un’ampia categoria di individui stranieri (ma forse anche statunitensi) da parte delle Commissioni Militari, costituite e dirette dal governo, che possono usare testimonianze estratte con la coercizione e che possono anche negare agli accusati la facoltà di prendere visione delle prove addotte contro di loro per condannarli a morte. Ai prigionieri definiti ‘nemici combattenti’ (molti di questi sono detenuti da cinque anni senza accusa e senza processo) è preclusa la possibilità di avanzare dei ricorsi di habeas corpus per contestare la detenzione. La definizione di ‘nemico combattente illegale’, estesa ad individui catturati anche al di fuori del campo di battaglia, consente in pratica di prelevare una persona in qualsiasi parte del mondo e di imprigionarla indefinitamente senza accusa e senza processo (se occorre in carceri segrete ed in incommunicado). E’ garantita retroattivamente l’immunità al personale governativo che in passato ha partecipato ad azioni che sono da considerarsi torture o trattamenti crudeli, inumani o degradanti o creato regolamenti che prevedessero tali azioni. Proibita la tortura, viene lasciata al presidente USA la facoltà di autorizzare per la C. I. A. ‘tecniche di interrogazioni coercitiva’ che vanno al di là delle ‘tecniche’ (già esse disumane) previste dai regolamenti delle forze armate. Nei fatti la tortura – bandita in linea di principio – diviene così legale qualora autorizzata dal presidente. (*)

Il 6 settembre, lo stesso giorno in cui Bush aveva avanzato pubblicamente al Congresso il suo pacchetto di richieste, erano emersi dal limbo delle prigioni segrete 14 detenuti di ‘alto valore’ che sono stati spediti nel campo di Guantanamo per essere processati. Tra di essi vi sono Khalid Sheikh Mohammad, sospetto organizzatore degli attacchi dell’11 settembre 2001 ed Abu Zubaydah , il primo collaboratore di Osama Bin Laden ad essere catturato. Si è saputo da fonti governative anonime che Zubaydah, preso ferito e febbricitante in Pakistan nella primavera del 2002, venne portato in Tailandia per essere interrogato. Si sa che il prigioniero fu ricoverato d’urgenza in ospedale per evitare che morisse. Sono stati resi noti alcuni dei trattamenti a lui riservati (che secondo il governo non sarebbero qualificabili come tortura). Il prigioniero fu spogliato e rinchiuso in una cella vuota e priva di cesso. A momenti l’aria condizionata era regolata in modo tale che ‘sembrava diventasse blu’. Altre volte veniva bombardato con musica al altissimo volume.  

Zubaydah e compagni saranno i primi clienti di rilievo delle Commissioni Militari. Si prevede che l’amministrazione li farà processare quanto prima chiedendo per loro una sentenze di morte.

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(*) E’ lasciata al presidente la facoltà di ‘interpretare’ il significato e l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra ai prigionieri mentre le corti vengono private della giurisdizione su ricorsi contro l’interpretazione presidenziale.

 

 

4) L’ESECUZIONE DI CLARENCE HILL, PARADOSSO DEL SISTEMA LEGALE

 

Clarence Hill, accusato di aver ucciso un poliziotto durante una rapina nel 1982, è stato messo a morte in Florida il 20 settembre scorso. Eppure all’inizio dell’anno era stato proprio un suo ricorso ad innescare negli Stati Uniti le controversie legali e l’acceso dibattito sull’iniezione letale che hanno portato al blocco delle esecuzioni in dodici stati nordamericani.

 

Già alla fine degli anni ottanta Amnesty International denunciava che negli USA la pena di morte è una sorta di mostruosa lotteria, che produce condanne ed esecuzioni in modo arbitrario. Le vicende accadute a Clarence Hill sottolineano con beffarda ironia questa assurdità.

Clarence Hill trascorse 24 anni nel braccio della morte della Florida, per una condanna ricevuta nel 1982 a seguito dell’omicidio di un poliziotto durante una tentata rapina. Già nel 1989 egli era andato vicino all’esecuzione, poi sospesa. Il 24 gennaio di quest’anno, mentre era legato al lettino e con gli aghi inseriti nelle vene, la Corte Suprema degli Stati Uniti ordinò di soprassedere all’iniezione letale. La massima corte si riservò di decidere sulla richiesta di Hill di presentare in sede civile un ricorso che contestasse la costituzionalità del metodo di esecuzione utilizzato in Florida. (v. n.135).

Una settimana dopo quella di Hill, la stessa Corte Suprema sospese in extremis, per la stessa ragione, l’esecuzione di Arthur Dennis Rutherford, prevista per il  31 gennaio.

In febbraio il governatore della Florida Jeb Bush decise, e dichiarò pubblicamente, di bloccare tutte le esecuzioni fino a quando la corte non si fosse pronunciata sul ricorso di Hill. La Corte Suprema nel giugno scorso dette poi ragione a Clarence Hill sentenziando all’unanimità che era suo diritto contestare in una causa civile le possibili gravi sofferenze provocate dalla miscela di sostanze usate per l’iniezione letale (v. n.140).

La sentenza, peraltro inaspettata, della Corte Suprema ha contribuito a rinfocolare il dibattito nonché una serie di ricorsi e di provvedimenti giudiziari che hanno portato ad un blocco delle esecuzioni in più di 12 stati, tra questi California, Delaware, Arkanss, South Dakota.

Ovviamente Hill, come tutti gli altri condannanti a morte di questi stati,  avrebbe dovuto essere al riparo da un’esecuzione in tempi brevi, finché non si fosse arrivati ad una conclusione sull’ammissibilità dell’iniezione letale. Invece, ecco la sorpresa: ad agosto Jeb Bush, rompendo la promessa fatta in febbraio, ha emesso proprio per lui un nuovo ordine di esecuzione.  Bush ha fissato al  20 settembre l’iniezione letale per Clarence Hill, sfidando le corti a prendere una rapida decisione sul suo ricorso. Di fatto Bush, già in fibrillazione in vista delle elezioni di novembre, sotto le pressioni dei conservatori e dei familiari della vittima, ha pensato bene di guardare prima di tutto al suo tornaconto politico.

La situazione incerta di Hill è precipitata con un nuovo colpo di scena: una commissione di tre giudici della Corte federale d’Appello dell’Undicesimo Circuito ha decretato che egli aveva aspettato troppo per presentare il suo ricorso, inoltrandolo in gennaio appena 4 giorni prima della data di esecuzione, e che quindi la sua mossa era soltanto un pretesto per ottenere un rinvio della propria fine, (con grave violazione dei ‘diritti’ della famiglia della vittima.)

La Corte Suprema federale ha confermato quanto deciso dalla Corte d’Appello con la maggioranza minima di 5 voti contro 4 (i due giudici ultraconservatori nominati recentemente da George Bush, Alito e Roberts, sono stati determinanti) e così Clarence Hill è stato ucciso alla data fissata da Jeb Bush, davanti alla famiglia della vittima, che ha dichiarato di aver aspettato fin troppo a lungo perché “giustizia” venisse fatta.

A differenza di altri governatori, il governatore Jeb Bush potrà quindi firmare ulteriori ordini di esecuzione in tutta tranquillità. Al momento di licenziare questo articolo risultano in effetti già fissate in Florida altre due date di esecuzione. Il 18 ottobre prossimo si concluderà la vita per Arthur Dennis Rutherford. Il 25 sarà messo a morte Danny Rolling.

Nel frattempo in California, dopo aver imposto delle condizioni che impedirono l’esecuzione di tale Michael Morales il 21 febbraio, il giudice federale Jeremy Fogel ha tenuto dal 26 al 29 settembre, come programmato (v. n. 136), una serie di audizioni di esperti per decidere se il metodo dell’iniezione letale previsto in California sia da considerarsi ‘crudele ed inusuale’ e quindi da proibirsi ai sensi dell’Ottavo emendamento della Costituzione. Praticamente tutti gli esperti consultati hanno affermato che esiste il rischio che il condannato rimanga cosciente durante la procedura dell’iniezione letale, in preda ad una terribile sofferenza che non può manifestare per la totale paralisi dei muscoli volontari.

Concluse le audizioni, Jeremy Fogel si è riservato di rendere nota una sua decisione a proposito dell’iniezione letale all’inizio di novembre.

La schizofrenia del sistema legale statunitense di fronte al metodo dell’iniezione letale è stata chiaramente denunciata dal giudice federale J. Martin che ha scritto in una sentenza riguardante un caso del Tennessee: “… Attualmente vige un sistema in cui i condannati avanzano pressoché identici ricorsi che contestano la procedura dell’iniezione letale. Alcune volte questi ricorsi vengono accolti, alte volte respinti e i colpevoli vengono ‘giustiziati’, senza che vi siano distinzioni di principio che giustifichino questa disparità.”

 

 

5) AL LAVORO GLI SQUADRONI DELLA MORTE NEL CARNAIO IRACHENO

 

Addestrate ed equipaggiate dal governo americano, le forze di sicurezza irachene sono state infiltrate da migliaia di miliziani che usano dei mezzi e dell’autorità governativa per rapire, torturare ed uccidere impunemente gli avversari - per lo più appartenenti ai gruppi sunniti perdenti - designati dai religiosi che comandano le varie fazioni sciite. Ne sono convinti per primi i comandanti americani.

 

Purtroppo nel corso della ‘guerra al terrore’ si stanno verificando tutte le più oscure violazioni dei diritti umani caratteristiche della ‘guerra sporca’ codificate dai testi di Amnesty International: detenzioni arbitrarie, tortura, esecuzioni extragiudiziali. Tra queste violazioni, assume una particolare gravità il fenomeno degli ‘squadroni della morte’ che agiscono in Iraq (*). Alle esecuzioni extragiudiziali compiute da tali formazioni di ispirazione governativa è possibile ascrivere una parte non trascurabile delle oltre 1500 vittime che si registrano ogni mese nel carnaio iracheno.

Lo rilevano innanzitutto ambienti del Pentagono sulla scorta dei rapporti dei comandanti in Iraq – i quali dal mese di luglio hanno cominciato ad usare proprio la locuzione ‘squadroni della morte’ - e lo rilevano con grande preoccupazione mentre vedono la situazione sfuggire di mano sempre di più alla coalizione degli occupanti. Si presume infatti che molti dei miliziani che formano gli squadroni della morte appartengano alla corrente di Muqtada Sadr, influente clerico sciita ostile agli Americani, che sostiene l’attuale regime del primo Ministro Nouri al-Maliki.

Una presa di coscienza precisa del fenomeno degli squadroni della morte e dei crimini che essi commettono è resa difficile, per non dire impossibile, dal totale inquinamento delle informazioni riguardanti la situazione irachena (in particolare sull’appartenenza delle vittime e sulla paternità degli omicidi) e dall’impossibilità di operare nel paese per gli osservatori e i giornalisti indipendenti.

Ma in ogni caso gli oltre 1500 morti, senza contare le immense sofferenze delle migliaia di feriti e di invalidi, che si contano ogni mese in Iraq, chiedono, supplicano, urlano ad ogni persona onesta in qualunque parte del mondo di agire immediatamente, in tutti i modi opportuni ed efficaci, perchè il macello finisca, di chiunque ne sia la colpa.

Per ottenere un’inversione di tendenza in Iraq è evidente che si rende necessario sostituire  i mezzi violenti e le violazioni dei diritti umani, cui ormai si ricorre a piene mani, con il diritto, la comprensione, il dialogo, i negoziati tra tutti i paesi, le etnie, le religioni, le fazioni, i gruppi coinvolti nell’attuale orgia di sangue.

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(*) Quello degli ‘squadroni della morte’ è un fenomeno che ha caratterizzato soprattutto la ‘guerra sporca’ nell’America latina. Per lo più tali formazioni agivano nel secolo scorso al servizio dei regimi autoritari. Gli Stati Uniti – cronicamente angosciati dal ‘pericolo comunista’ e sempre preoccupati di salvaguardare i loro interessi nel continente americano – finivano nella maggior parte dei casi per appoggiare tali regimi e la guerra sporca.

 

 

6) CACCIATO IL GIUDICE NEL SECONDO PROCESSO A SADDAM

 

Nel secondo processo a Saddam Hussein, in cui l’ex presidente iracheno è accusato di genocidio, se ne sono viste di tutti i colori. Il 19 settembre il giudice presidente Abdullah al-Amiri è stato radiato dal primo ministro dell’Iraq Nuri Kamal al-Maliki su richiesta dell’accusa. Eppure il giudice Amiri era riuscito a far avanzare un po’ il procedimento consentendo di ascoltare alcune inquietanti testimonianze sui metodi spietati messi in atto tra il 1987 e il 1988 dall’esercito iracheno per debellare le popolazioni curde del Nord in rivolta. A partire dal giorno seguente, per tre udienze consecutive, il nuovo giudice presidente Mohammed Oreibi al-Khalifa ha cacciato fuori dall’aula Saddam mentre gli avvocati difensori sono usciti per protesta, subito sostituiti da avvocati d’ufficio. Gli avvocati di Saddam hanno annunciato il boicottaggio a tempo indeterminato del processo – decritto dalla stampa come un ‘pandemonio’ - per protestare contro le violazioni dei diritti della difesa.

 

La fase dedicata alla difesa del primo processo a Saddam Hussein, quello per la repressione sferrata  contro il villaggio di Dujayl nel 1982, svoltasi senza la presenza degli avvocati di fiducia dell’imputato, si è chiusa in modo farsesco il 27 luglio, (v. n. 141).

In attesa della sentenza che si avrà in ottobre, è proseguito a fatica – e in modo altrettanto farsesco - con una mezza dozzina di udienze in settembre, il secondo processo cominciato il 21 agosto.

Ricordiamo che Saddam è ora chiamato a rispondere di genocidio per aver sterminato le popolazioni Curde in rivolta nell’ultimo periodo della guerra contro l’Iran. Secondo l’accusa, nel corso dell’operazione “Anfal” del 1988, il regime di Saddam Hussein avrebbe fatto 182.000 vittime, tra uccisi e scomparsi.   

Non si capisce in base a quali criteri l’accusa abbia potuto determinare con tre cifre significative un dato che solo indagini serie, complesse nonché costose, potrebbero accertare. Indagini che nessuno si preoccupa di fare. Le organizzazioni per i diritti umani - pur non essendo in grado di fornire un dato così preciso e così alto - parlano di decine di migliaia di vittime, gran parte delle quali civili.

Subito dopo la ripresa dei lavori avventa l’11  settembre, si sono ascoltati tre testimoni dell’accusa.

La scrittrice Katrin Michael, ex combattente tra i Curdi, ora residente in Virginia, ha testimoniato su due bombardamenti effettuati dalle forze aeree irachene in Kurdistan nel 1987 e nel 1988, il primo dei quali con armi chimiche. La Michael, imbracciò un Kalashnikov, ed andò in montagna unendosi alla guerriglia, dopo l’attacco del 5 giugno del 1987. Con coraggio la signora  ha descritto gli effetti di quel bombardamento: l’odore pungente di aglio e mele dell’agente aggressivo usato, le centinaia, non decine, di persone da lei viste vomitare e lacrimare mentre diventavano rapidamente cieche.

Katrin Michael non si è trattenuta dal fare un intervento ‘politico’ certamente poco gradito dagli Americani, addossando la responsabilità delle stragi non solo agli imputati Saddam e Alì il chimico ma anche ad “ogni organizzazione e impresa internazionale che forniva al regime iracheno queste armi.” Aggiungendo che tali soggetti dovrebbe indennizzare le vittime.

E’ noto infatti che al tempo della campagna Anfal il governo di Saddam Hussein godeva di un largo appoggio dell’Occidente che, tra l’altro, favoriva un lucroso commercio di armi.

Un provvedimento del Nazioni Unite che bollava la campagna come un genocidio fallì e fu bloccata da un veto del presidente George H. Bush una risoluzione del Senato americano che chiedeva sanzioni contro l’Iraq.

Saddam ha cominciato col contestare le testimonianze, tutte portate contro di lui da sopravvissuti di etnia curda, quale tentativo di dividere il Paese. Il giorno seguente ha anche minacciato di rompere la testa agli accusatori e ha dato del vigliacco ad un astante che lo scherniva in quanto si trovava ‘in gabbia’.

Il terzo giorno c’è stato il contrattacco di Munqith al-Faroon, capo dell’accusa. “Gli imputati sono andati troppo in là con espressioni e parole inaccettabili. Gli imputati hanno proferito chiare minacce. L’ufficio dell’Accusatore capo chiede che il giudice si dimetta,” ha detto al-Faroon.

Respingendo la richiesta, Amiri ha difeso il proprio comportamento ricordando come un successore del Profeta Maometto consentisse ad un accusato di esprimere le sue opinioni. Ha anche vantato i sui 25 anni di esperienza.

“Il giudice deve coordinare e pacificare in modo tale che nessuno tragga vantaggio dalla sua correttezza,” ha dichiarato al-Amiri al momento di chiamare il primo testimone nell’udienza del 13.

Amiri, saggiamente, desideroso di portare avanti il processo, ha evitato di scontrarsi con gli avvocati e con i loro difensori in modo da ridurre le turbolenze e le interruzioni che hanno costellato  il primo processo a Saddam.

Il giorno 13 si sono potute ascoltare in un clima non troppo alterato altre testimonianze raccapriccianti.

“Siedo in questa corte con gli occhi accecati e un corpo bruciato,” ha dichiarato il 42-enne Omer Mohammed, uno dei quattro testimoni che hanno parlato di un bombardamento del 1988. Quando gli aerei sganciarono le bombe, Mohammed si ritrovò coperto di sostanze chimiche allo stato liquido. La sensazione, egli ha affermato, fu “che dell’acqua bollente fosse stata versata sul mio corpo.” Dopo l’attacco lo sventurato imparò a dormire in ginocchio perché ogni altra posizione si rivelò penosa.

L’ex combattente curdo Omer Othmam Mahommed, ha raccontato alla corte come gli aerei iracheni bombardassero con armi chimiche il suo villaggio e le montagne circostanti nel marzo 1988: “Ho visto da 2.000 a 3.000 pecore morte e il pastore ucciso con loro.”

Amiri, che non si era voluto dimettere, è stato cacciato dopo uno scambio di battute con Saddam Hussein nell’udienza del 14 settembre in occasione della testimonianza del curdo Abdullah Mohammed Hussein. Costui ha raccontato di essersi recato in udienza da Saddam Hussein per chiedere (inutilmente) di conoscere la sorte della moglie dei sette figlioletti scomparsi dopo essere stati fatti prigionieri dall’esercito iracheno nel villaggio di Sedir nel corso dell’operazione Anfal.

“Come mai egli cercò di vedere Saddam Hussein?” Ha interrotto lo stesso Saddam. “Non era Saddam un dittatore e un nemico del popolo curdo, come dicono?”

Il giudice Amiri al che ha detto: “Le voglio rispondere: lei non era un dittatore. Non lo era.” Sorridendo Saddam ha risposto: “La ringrazio.”

Tale scambio di battute ha fatto  infuriare numerosi membri del governo iracheno; il primo ministro Nuri Kamal al-Maliki ha quindi chiesto al comitato di giudici che, nel tribunale, funge da organo giuridico di controllo di sostituire il giudice Amiri. La richiesta del sanguinario primo ministro che preme per una condanna a morte degli accusati (*) è stata immediatamente esaudita. Alla ripresa dei lavori il 19 settembre un nuovo giudice gradito al governo, Mohammed Oreibi al-Khalifa,  con la sua intransigenza ha creato un tale caos nel processo che lo stessa agenzia Reuters, ripresa dai giornali americani, ha definito ‘pandemonio’.

Khalifa ha potuto tenere solo tre udienze, del tutto irregolari, in cui non si è concluso quasi nulla, prima di aggiornare il processo al 9 ottobre.

Mohammed Oreibi al-Khalifa ha cacciato fuori dall’aula Saddam in tutte e tre le udienze, causando di conseguenza, per protesta, l’abbandono dell’aula da parte dei sui avvocati difensori, che sono stati sostituiti da avvocati d’ufficio. Il giudice ha invece preteso che gli altri imputati, i quali volevano parimenti uscire dall’aula, rimanessero ai loro posti. Ma alla fine, esasperato, ha espulso tutti.

Il 23 settembre gli avvocati difensori di Saddam Hussein hanno annunciato il boicottaggio a tempo indeterminato del processo per protestare contro le violazioni dei diritti della difesa.

Una delle violazioni dei diritti della difesa stigmatizzate da Khalil al-Dulaimi, capo del collegio di avvocati di Saddam, è il divieto di ascoltare nel processo avvocati difensori non iracheni, poi la necessità di inoltrare una domanda per essere ammessi in aula da parte degli avvocati non iracheni. Un’altra violazione è l’improvvisa sostituzione del giudice presidente del Tribunale avvenuta il 19 settembre. Sostituzione fortemente criticata, come un’interferenza politica nel processo, da giuristi e da organizzazioni per i diritti umani in tutto il mondo  (**).

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(*) Maliki non ha mancato di esaltare l’uso della pena di morte in occasione della prima esecuzione di massa avvenuta il 7 settembre nel carcere di Abu Ghraib, subito dopo la restituzione del carcere agli Iracheni da parte degli Americani, v. Notiziario.

(**) Ricordiamo che anche nel primo processo a Saddam ad un certo punto è stato sostituito il giudice presidente.

7) E’ DECEDUTA ANN RICHARDS, EX GOVERNATRICE DEL TEXAS

 

Dopo sei mesi di cure disperate per arginare un tumore all’esofago, è morta a 73 anni Ann Richards, che dal 1990 al 1994 precedette George W. Bush nell’incarico di governatrice del Texas. Durante i quattro anni del suo incarico consentì il funzionamento a pieno regime della macchina delle esecuzioni. Si dimostrò totalmente sorda alla petizione sottoscritta da 50 mila persone che chiedevano la grazia per Paul Rougeau e lasciò uccidere il prigioniero nostro amico il 3 maggio 1994

 

E’ consuetudine diffusa non accennare nei necrologi ai difetti e alle colpe delle persone morte, anche quando in vita non furono proprio dei santi. Non condividiamo questa norma: è assurdo citare come fulgidi esempi di virtù donne e uomini che da vivi per molti versi si comportarono in maniera opposta.

E’ quello che è accaduto nelle scorse settimane riguardo ad Ann Richards, ex governatrice del Texas, morta il 13 settembre. Molti giornali in America - inclusi i più importanti - l’hanno per lo più lodata e compianta, alcuni l’hanno addirittura definita una paladina dei diritti umani, per le sue idee progressiste riguardo ai diritti delle donne e degli omosessuali. Unica nota negativa, riportata di sfuggita in due o tre righe, fu il periodo di dipendenza dall’alcol che la portò al divorzio nel 1984 dopo trent’anni di matrimonio.

Ciò che quasi tutti i giornali hanno invece sottaciuto in questi giorni, vogliamo ricordarlo noi, non per mancanza di pietà ma per amore di verità. (Vorremmo al contrario onorare la memoria di altre persone, che a nostro parere sono più di lei degne di essere ricordate con affetto e ammirazione.)

Durante il suo governo, tra il 1990 e il 1994, la Richards ha presieduto all’esecuzione di 49 persone, di cui 2 minorenni all’epoca del crimine e 2 malati mentali gravi. Non è moltissimo in confronto alla strage che si verificò in seguito, prima sotto il governatorato di George W. Bush, il quale lasciò ammazzare 152 persone in sei anni, e poi sotto l’attuale governatore Rick Perry, che in meno di sei anni ha già un ‘record’ di 137 esecuzioni. Ma indubbiamente l’atteggiamento della Richards contribuì a spianare la via anche ai suoi ‘brillanti’ successori. Quando le fu chiesto se avrebbe appoggiato l’abolizione della pena di morte nel suo stato, la Richards rispose con sarcasmo: “Verrei meno se dovessi farlo”.

Le condanne a morte da lei lasciate eseguire rivelano una impressionante discriminazione razziale: l’87 per cento dei “giustiziati” era accusato di aver ucciso dei bianchi.

La Richards lasciò uccidere anche Johnny Frank Garrett,  un giovane dal cervello danneggiato e con una grave evidentissima malattia mentale. Garrett era stato seviziato e stuprato ripetutamente nell’infanzia, costretto ad assumere sostanze tossiche dall’età di 10 anni, picchiato e ustionato su una stufa. Giunto all’età di 17 anni stuprò ed uccise una anziana suora cattolica. La tragica storia del condannato non addolcì minimamente la signora dai candidi capelli, che – dopo aver sospeso l’esecuzione per 30 giorni in risposta agli appelli provenienti da tutto il mondo e in particolare dal Papa - non esitò a lasciarlo nelle mani del boia.

Famoso è poi il caso di Leo Herrera, per il quale le prove di innocenza emersero quando questi aveva esaurito tutti i suoi appelli. La Richards si limitò a confermare quel che sentenziò la Corte Suprema, e cioè che l’innocenza non era di per sé motivo sufficiente per un nuovo appello, e così, pur promettendo che avrebbe studiato in futuro come garantire ai richiedenti clemenza udienze esaurienti aperte al pubblico, con una decisione privata negò la grazia e consentì l’uccisione di Herrera.

Non possiamo poi dimenticare la totale indifferenza di Ann Richards di fronte alla colossale petizione firmata da oltre 50 mila persone che chiedevano la grazia per Paul Rougeau. Ann Richards si guardò bene dal concedere la grazia ed anche Paul, come tutti gli altri, fu ucciso senza pietà il 3 maggio del 1994.

Ancora, vogliamo ricordare che Gary Graham, dopo una serie di ricorsi, fallì nell’intento di avere una udienza esauriente per la grazia nel periodo centrale del suo governatorato.

Il nostro amico Paolo Cifariello ebbe con la governatrice Ann Richards (o meglio, con il suo ufficio, perchè l’interpellata non si degnò di rispondergli di persona) un vivace scambio di lettere proprio a proposito di Gary. Di questo carteggio, citato nel nostro libro “Muoio assassinato questa notte”, riportiamo qui sotto alcuni brani.

Paolo scrisse in modo provocatorio alla Richards, formulando una singolare richiesta, ben sapendo che quella donna era al corrente di come malamente è amministrata la giustizia per i più poveri:

 

 26 luglio 1992

Cara Signora Richards,

[…]

Ho pensato lungamente a come spiegare in modo chiaro il perché di questa lettera e ho deciso che la cosa migliore è iniziare dalla fine: lo scopo di questa lettera è di chiederle un prestito di 8.000 dollari e le dirò immediatamente come voglio utilizzare questo denaro.

Nel braccio della morte di Huntsville c’è un detenuto che si chiama Gary T. Graham, detenuto n. 696, che è giunto nel braccio della morte nel 1981 quando aveva solo 17 anni.

Alcune settimane fa, al signor Graham è stato detto che la Corte Suprema ha deciso di rivedere il suo appello. Forse ci sarà un nuovo processo e, in questo caso, nuove prove potranno essere presentate alla giuria.

Tuttavia, per ottenere queste prove, occorrono molto tempo, esperienza e molto denaro. Pertanto, è necessario avere un buon investigatore privato coinvolto nella questione.

[…]

Questo è il motivo per cui ho pensato di scriverle nuovamente per chiederle di farmi un prestito di 8.000 dollari. Le prometto e confermo sul mio onore che questo prestito sarà rimborsato per metà entro il 31 dicembre 1993 e per l’altra metà entro dicembre 1994, con l’aggiunta dell’interesse calcolato al tasso annuo del 9,25%.

Per quanto riguarda la pena capitale ed i detenuti rinchiusi nel braccio della morte, lei ha il diritto di dirmi che la Governatrice non può e non deve interferire con il corso della giustizia e ciò è giusto.

Ciononostante, ripeto, non sto scrivendo alla Governatrice, ma alla signora Ann Richards. Sicuramente la Governatrice non può capovolgere le decisioni dei giudici, ma la signora Richards può, per mezzo del prestito, aiutare a far sì che venga effettivamente fatta giustizia.

[…]

 

9 settembre 1992 – (Risposta a Paolo Cifariello dall’Ufficio della Governatrice)

Caro Signor Cifariello,

Le scrivo in risposta alla sua lettera alla Governatrice, del 26 luglio 1992, in cui lei ha chiesto un prestito di ottomila dollari per aiutare a garantire un investigatore privato a Gary T. Graham, un detenuto attualmente nel braccio della morte. Mi duole informarla che la Governatrice Richards non potrà adempiere la sua richiesta. Sarebbe molto scorretto che la Governatrice intervenisse nelle azioni delle corti d’appello, sia pure nel modo personale e indiretto che lei ha suggerito. Anche se è impossibile per la Governatrice Richards concederle il prestito, possiamo garantirle, tuttavia, che essa si preoccupa sempre dei diritti legali dei detenuti di questo stato ed è sua determinazione fare sì che i loro diritti vengano garantiti e rispettati.

La ringrazio per aver scritto alla Governatrice, e mi dispiace non poterla accontentare in questa occasione.

Sinceramente

Paul O. Miles

General Counsel Staff of the Governor

 

30 settembre 1992 – Risposta di Paolo a Paul O. Miles

Caro Signor Miles,

[…]

Mi ha fatto naturalmente molto piacere la sua assicurazione che la Governatrice è attenta a far proteggere e rispettare i diritti legali dei detenuti.

[…]

La sua lettera mi ha però anche rattristato. Posso facilmente immaginare che la Governatrice ha grosse responsabilità verso lo stato che governa e deve sempre fare il suo dovere secondo la legge e non seguendo sue decisioni personali.

Nonostante ciò, io pensavo che anche un Governatore, quando la giornata finisce, spenga le luci del suo ufficio, chiuda la porta e vada a casa, divenendo marito e padre ( in questo caso moglie e madre) proprio come gli altri, cioè una persona con una sua vita privata, con suoi sentimenti e con una sua coscienza.

Riguardo alla sua lettera, ho capito che, al contrario, la Governatrice rimane sempre una figura ufficiale dovunque e in qualsiasi momento del giorno, legata senza interruzione al suo ufficio, che non può mai agire secondo la sua opinione personale, neppure in casa sua.

[…]

Mi rattrista molto pensare che la Governatrice del Texas non possa mai lasciare la sua posizione ufficiale. Persino i detenuti, in un modo o nell’altro, lasciano le prigioni, ma forse non sono loro i veri prigionieri.

Sinceramente

Paolo Cifariello

 

E’ stato un gesto ammirevole quello di Paolo, che purtroppo però non è servito minimamente a far riflettere la signora Richards su come gestiva la sua coscienza in qualità di governatrice Richards.

Adesso che lei è morta, non ci resta che formulare un augurio: speriamo sinceramente che Ann Richards possa incontrare nel luogo in cui si trova ora le anime delle sue ‘vittime’, e che da questo incontro possano scaturire per lei quella comprensione e quella compassione che le mancarono in vita. (Grazia)

 

 

8) LE RAGIONI DELLA NOSTRA LOTTA

 

Questo mese il nostro amico Kenneth Foster, corrispondente dal braccio della morte del Texas, ci propone di pubblicare il seguente pezzo scritto dal compagno Reginald Blanton. In esso si sottolinea la necessità di un collegamento tra le lotte interne al carcere e l’azione degli abolizionisti all’esterno, a partire da ciò che gli attivisti interni percepiscono e propongono.

 

Noi comunalisti interni, possediamo un forte senso di comunitarismo, e a causa di questo forte senso di comunitarismo, possiamo impegnarci in un movimento a favore dei nostri fratelli. Abbiamo osservato come le condizioni disumanizzanti in cui viviamo provochino una tendenza alla reazione suicida tra i condannati a morte. In questi casi il loro comportamento verso se stessi riflette il modo in cui sono trattati, che li porta a perdere ogni considerazione di sé e a rinunciare ai propri appelli a causa della profonda disperazione che si impossessa di loro. Con il movimento D.R.I.V.E. speriamo di riuscire a creare un senso di dignità e di fratellanza nell’ambito della comunità all’interno del braccio della morte, sollevandoci insieme solidalmente e mettendo in evidenza fatti che la comunità nel braccio della morte può utilizzare per contrastare le forze oppressive che determinano il nostro ambiente, prevenendo così gli attacchi che alcuni sferrano contro se stessi.

Chi meglio di noi può rappresentare i nostri interessi? Questo non significa tuttavia che vogliamo rigettare i legami con le organizzazioni abolizioniste. Al contrario, vogliamo creare nuovi legami. Noi riteniamo che l’unico modo per realizzare una lotta significativa contro il sistema oppressivo chiamato pena capitale, sia un impegno consolidato che coinvolga l’interno e l’esterno. Il D.R.I.V.E. ha già iniziato un dialogo con alcune organizzazioni abolizioniste per cercare di trovare un terreno comune per una linea d’azione strategica: sia però chiaro che abbiamo intenzione di far sì che queste organizzazioni mettano in pratica ciò che predicano! Se stanno cercando di cambiare qualcosa riguardo alla pena di morte in Texas, o anche a livello nazionale, come possono ignorare il punto di vista e l’assistenza delle persone che cercano di aiutare?

La maggior parte delle problematiche devono prima essere affrontate da noi, ogni volta che sia possibile, attraverso procedure amministrative, prima di intentare una causa civile. Questa è una delle ragioni che dimostrano chiaramente la necessità di un impegno consolidato tra l’interno e l’esterno. Siamo organizzati e stiamo intraprendendo delle azioni. Adesso è il momento di concentrare le nostre forze per uno sforzo riunito contro la pena capitale. Dobbiamo cogliere ogni attimo, perché il tempo cerca di smantellare la nostra attività con un’esecuzione dietro l’altra, e non c’è alcuna indicazione di quando la comunità nel braccio della morte troverà un altro gruppo di fratelli così consapevoli, con idee chiare riguardo alla strategia e dediti alla causa. Dobbiamo SPINGERE  AVANTI le forze che ci sono!

In solidarietà,  Fratello Reginald W. Blanton #999395

 

 

9) IN DISCESA LA RICHIESTA DI PENA DI MORTE IN FRANCIA

 

In Francia, 25 anni dopo l’abolizione della pena di morte, il 42% dei cittadini è ancora favorevole alla pena capitale. Al momento dell’abolizione nel 1981 la percentuale di favorevoli era del 62%  Si oppongono alla pena capitale soprattutto i giovani e le fasce più evolute della popolazione.

 

Il 18 settembre 1981, nel Parlamento francese 363 deputati votarono a favore della proposta di legge di abolire la pena di morte fortemente voluta dal presidente François Mitterrand, e così, con solo 117 voti contrari, la ghigliottina fu messa definitivamente in pensione. Il giorno precedente, durante uno storico discorso all’Assemblea Nazionale, Robert Badinter aveva dichiarato: “Domani, grazie a voi, la giustizia nazionale non sarà più una giustizia che uccide”.

A 25 anni esatti da questo storico evento, un sondaggio effettuato il 13 e 14 settembre scorso su un campione di 1000 persone, ha dimostrato che il 42% dei Francesi vorrebbe che la pena di morte venisse ripristinata, mentre il 52% si oppone a una simile idea e il 6% non si schiera. Il sondaggio, al di là dei dati complessivi, scende in dettaglio, fornendoci risultati coerenti con quelli di altre indagini fatte in altri momenti e in altri paesi del mondo.

Sono quasi alla pari, ma in lieve maggioranza, gli uomini rispetto alle donne nel propendere per la ripresa delle esecuzioni (44% contro 42 %), mentre il divario aumenta riguardo all’età: i più anziani sono più favorevoli dei più giovani (il 48% di chi ha un’età che va dai 35 agli oltre 65 anni, solo il 32% di coloro che hanno dai 25 ai 34 anni).

Chi lavora in proprio è più favorevole di chi ha un lavoro dipendente (51% contro il 30%).

Le persone meno colte sono più favorevoli di quelle che hanno raggiunto un diploma di scuola superiore (57% contro il 21%).

Un grande divario si può rilevare anche a livello politico: l’89% degli estremisti di destra vorrebbero riprendere le esecuzioni, contro il 29% dei sostenitori del partito comunista.

Il fatto che i giovani e le categorie sociali più evolute si oppongano maggiormente alla pena capitale della media della popolazione fa prevedere che, man mano che le nuove generazioni si sostituiscono alle vecchie, di pari passo con la maturazione culturale della popolazione, il partito abolizionista tenda a rafforzarsi in una nazione civile e democratica.

Infatti in Francia quando la pena di morte fu abolita, ben il 62% dei cittadini era a favore della pena capitale, solo il 33% era contrario (il restante 5% non si esprimeva.) Parimenti in Italia nel 1948, quando fu abolita la pena capitale, i due terzi della popolazione era a favore del patibolo ma la percentuale dei favorevoli si è ridotta progressivamente nei decenni fino a rappresentare oggi circa un terzo della popolazione.

In condizioni normali l’opinione pubblica ha una tendenza ad evolvere verso l’opposizione alla pena di morte specie nei paesi che hanno abolito la pena capitale. L’abolizione della pena di morte fino ad ora non è mai avvenuta per richiesta popolare ma per volontà dei politici e degli intellettuali; l’opinione pubblica si adegua alla decisione dei vertici con qualche decennio di ritardo. (Grazia)

 

 

10) UN CORRISPONDENTE IN ZAMBIA? PERCHE’ NO!

 

Chi può, scriva a Germain Lupula Mukoji, condannato a morte in Zambia. Ce lo chiede con calore la nostra presidente Grazia che ha avuto occasione di apprezzare la gentilezza d’animo di quest’uomo.

 

Ogni tanto nella casella postale del Comitato arrivano lettere da detenuti che vivono fuori dagli Stati Uniti. Si tratta di richieste di corrispondenza, di amicizia e spesso di sostegno finanziario. In particolare, riceviamo richieste di aiuto dallo Zambia, dove il nostro Comitato è conosciuto perché alcuni nostri soci scrivono a numerosi condannati a morte rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Kabwe.

Purtroppo noi non possiamo, come Comitato, aiutare materialmente questi poveretti, in quanto il nostro modesto impegno, a norma dello statuto, è limitato ai condannati a morte negli USA.

E’ appunto questa la risposta che io invio, seppure con rammarico, ai detenuti che si trovano al di fuori degli Stati Uniti. Però uno di loro, dopo aver ricevuto il mio rifiuto ad aiutarlo, si è premurato di scrivermi di nuovo, per ringraziarmi di avergli comunque risposto, facendomi i complimenti per la nostra attività umanitaria! Ora, se un individuo importante mi trattasse in questo modo, la cosa mi farebbe senz’altro piacere, apprezzerei una simile cortesia, ma tutto finirebbe lì. Il fatto, però, che questo ringraziamento, così spontaneo, mi sia arrivato da un detenuto dello Zambia, dove i condannati a morte languiscono in celle sovraffollate e vedono un po’ di cibo solo occasionalmente, mi ha commossa in modo particolare. Già solo “sprecare” un francobollo per riscrivermi deve essere costato molto a quest’uomo. Desidero perciò cercare di aiutarlo indirettamente, divulgando il suo nome e chiedendo a chiunque di voi non sia già sovraccarico di corrispondenti di scrivergli (in inglese). Si chiama Germain Lupula Mukoji  e il suo indirizzo è:

Mr. GERMAIN LUPULA MUKOJI

Maximum Security Prison

Condemn Section

P.O. Box 80915

KABWE – ZAMBIA

Credo che una persona come questa possa dare molta gioia a chi gli scrive. Da quando lavoro per i condannati a morte, mi sono convinta che se è vero che noi diamo molto a loro, spesso è molto di più quello che da loro riceviamo in cambio.

 

 

11) NOTIZIARIO

 

Giappone. Il Ministro della Giustizia non firma ordini di esecuzione. In Giappone il ritmo delle condanne a morte e delle conferme delle sentenze in appello è sostenuto ed ormai sono una novantina i condannati che potrebbero essere impiccati all’improvviso, secondo la consuetudine vigente nel paese del sol levante. L’attuale Ministro della Giustizia del Giappone, Seiken Sugiura, un avvocato buddista che aveva manifestato la sua chiara avversione alla pena capitale (v. n. 133), non ha autorizzato nessuna esecuzione durante il suo incarico cominciato un anno fa. Funzionari del Ministero della Giustizia prevedono che egli non firmerà ordini di esecuzione negli ultimi giorni prima della fine del suo incarico che sta per terminare insieme a quello del  Primo ministro Junichiro Koizumi. Durante la moratoria di fatto delle esecuzioni che si verificò in Giappone tra il 1989 e il 1993,  Megumu Sato che fu Ministro della Giustizia dichiarò che non avrebbe firmato ordini di esecuzione in osservanza del suo credo religioso.

 

Illinois. Condannato a 6 anni e mezzo di prigione l’ex governatore George Ryan. Stimato ed amato in campo abolizionista per aver imposto una moratoria delle esecuzioni in Illinois nel 2000 e aver poi svuotato il braccio della morte del proprio stato alla scadenza del suo mandato governatoriale nel gennaio del 2003, George Ryan non ha potuto evitare a 72 anni di età una pesante condanna per corruzione inflittagli il 6 settembre. La prima fase del processo federale che lo ha riguardato si era  conclusa il 17 aprile con la dichiarazione di colpevolezza (v. n. 138). Una implacabile inchiesta durata parecchi anni aveva troncato la sua carriera politica. La vicenda giudiziaria di Ryan ha avuto la sua lontana origine da un incidente con vittime causato nel 1994 in Wisconsin da una persona che conduceva un furgone dopo aver ‘comprato’ la sua patente di guida in Illinois. L’accusa aveva proposto da 8 a 10 anni di carcere, la difesa di Ryan aveva chiesto clemenza sostenendo che l’imputato era già stato punito dalla scandalo e che, per la sua età e per i problemi di salute che lo affliggono, anche due anni e mezzo di reclusione, uniti alla sua rovina economica, avrebbero costituito una pena severa. Ryan, che è ricorso in appello, non sconterà per ora la condanna di 6 anni e 6 mesi di prigione.

 

Indonesia. Messi a morte tre cristiani. Fabianus Tibo, Dominggu da Silva and Marinus Riwu, di religione cristiana, sono stati fucilati in Indonesia il 22 settembre. Erano stati accusati di omicidio per aver fomentato violenti scontri interreligiosi che nel maggio del 2000 avevano causato 200 vittime tra i Mussulmani. A quanto pare  non c’erano prove che legassero direttamente i condannati alle uccisioni. Invano erano piovuti da tutto il mondo appelli sulle autorità mussulmane dell’Indonesia per chiedere clemenza per i tre. Migliaia di persone avevano manifestato per evitare le esecuzioni. Anche papa Benedetto XVI si era particolarmente esposto pregando di salvare la vita dei condannati. L’Unione Europea aveva chiesto una moratoria delle esecuzioni. La fucilazione di Tibo, di da Silva e di Riwu ha scatenato violenti disordini in tre città, con incendi, scontri con le forze dell’ordine e l’assalto ad un carcere da cui sono evasi 190 detenuti.

 

Iraq. Esecuzione di massa. Su una serie di forche erette per l’occasione nel carcere di Abu Ghraib, il 7 settembre sono stati impiccati 26 uomini e una donna. Le autorità irachene hanno precisato che due degli impiccati erano accusati di terrorismo mentre gli altri di omicidio e sequestro di persona. L’esecuzione di massa è avvenuta tre giorni dopo il trasferimento di 3000 detenuti e la restituzione del carcere agli Iracheni da parte degli Americani. Le Nazioni Unite rendono noto che 140 detenuti sono rinchiusi nei bracci della morte dell’Iraq. Oltre 50 esecuzioni sono state portate a termine in Iraq a partire dal 2004. A queste devono aggiungersi 10 esecuzioni avvenute nel Kurdistan iracheno. Il 24 settembre Ashraf Qazi, Rappresentate Speciale del Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, ha chiesto al governo iracheno di commutare tutte le condanne a morte. “Le Nazioni Unite continueranno ad assistere il governo dell’Iraq nel tentativo di alimentare una cultura basata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani” ha dichiarato Qazi che ha sollecitato il governo a basare la sua richiesta di giustizia sulla protezione e sulla promozione del diritto alla vita.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 settembre 2006