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FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 80 - Settembre / Ottobre 2000

 

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO:

 

 

1) Fissata per il 16 Novembre la data di esecuzione di Johnny Penry

2) Un viaggio in Texas sulle orme di Shaka Sankofa

3) Test del dna: un boomerang per Derek Barnabei e Ricky MCGinn

4) Grazia concessa dal governatore Gilmore al momento opportuno

5) Pena di morte statisticamente razzista anche a livello federale

6) Tasso di omicidi: è minore negli stati che non hanno la pena di morte

7) Bush, un uomo sadico e pericoloso che piace abbastanza

8) Assemblea del gruppo di Torino

9) Notiziario

 

Vieni con noi: sarà bello lavorare insieme!

 

Aderisci al Comitato

 

 

1) FISSATA PER IL 16 NOVEMBRE LA DATA DI ESECUZIONE DI JOHNNY PENRY

 

 

Il 12 ottobre, con poco più di un mese di anticipo, al limite dei 31 giorni regolamentari, è stata fissata una data di esecuzione oltremodo ‘seria’ per Johnny Paul Penry, un ritardato con un’età mentale di sette anni che uccise nel 1979 una ragazza appartenente ad una nota famiglia texana. Egli, rifiutato dalla madre nella primissima infanzia, aveva subito violenze sessuali in una casa per bambini abbandonati.

 

Amnesty International e le altre associazioni che lottano da tempo per salvare dall’iniezione letale il detenuto, probabilmente sbigottite e prese di contropiede, fino ad ora non hanno reagito adeguatamente a questa gravissima notizia.

 

Subito dopo la grave sconfitta subita dal movimento abolizionista con l’esecuzione di Gary Graham, su Johnny Penry si rischia di perdere un’altra battaglia cruciale contro la pena di morte. Con un’adeguata mobilitazione si potrebbe invece arrivare a salvare il condannato. Infatti il 77% della popolazione del Texas è contraria all’esecuzione di minorati mentali e una legge per vietare l’inflizione della pena di morte ai ritardati, già approvata dal parlamento texano, è fallita l’anno scorso solo per l’opposizione del Governatore.

 

Ricordiamo che Penry è stato al centro di una storica sentenza della Corte Suprema federale del 1989 la quale cancellò il processo del 1980 in cui egli fu condannato a morte. La Corte ritenne nullo il processo nel corso del quale non erano state presentate alla giuria le attenuanti connesse con l’incapacità mentale dell’imputato. Tuttavia la massima Corte – con la maggioranza minima di 5 contro 4 - si rifiutò di dichiarare incostituzionale il fatto stesso di infliggere la pena di morte ai minorati, così il processo fu ripetuto nel 1990 e il Texas ebbe modo di condannare a morte Penry per la seconda volta (vedi n. 75, pag. 4). La reiterata condanna a morte di Johnny Penry e la ricusazione di tutti i ricorsi presentati in suo favore contraddicono clamorosamente le affermazione delle autorità texane di tutelare i diritti dei minorati accusati di reato capitale (vedi n. 79 pag. 9) e dovrebbero provocare le proteste dei cittadini contrari all’inflizione della pena capitale a questa categoria di persone.

 

Il Comitato Paul Rougeau è intenzionato a premere sulla stampa del Texas perché diffonda le informazioni esseziali su questo caso inducendo, se possibile, allarme e proteste nell’opinione pubblica. Chi può ci contatti alla casella email prougeau@tin.it per partecipare alla mobilitazione.

 

Un altro modo per intervenire in favore di Johnny Penry è rivolgersi al Governatore perché conceda la clemenza esecutiva. Si può scrivere un breve messaggio in italiano o in inglese (Dear Governor Bush, please grant executive clemency to Mr. Johnny Penry a handicapped person whose execution is sheduled on November15th. A potential world leader should not permit handicapped people to be killed by the state. Sincerely…) a: The Hon. George W. Bush – Governor of Texas – P. O. Box 12428, Austin TX 78711-2428 – Fax 001 512 463 1849.

 

 

2) UN VIAGGIO IN TEXAS SULLE ORME DI SHAKA SANKOFA

 

 

Il socio Paolo Cifariello ha preparato una relazione sul viaggio in Texas da lui compiuto dal 1° al 10 ottobre nel quadro delle attività di approfondimento del caso di Gary Graham portate aventi in questi mesi dal Comitato Paul Rougeau. Pubblichiamo i passi salienti delle relazione di Paolo.

 

(…) Ho potuto incontrare l’avvocato Richard Burr, difensore di Gary, e l’investigatore Richard Reyna che collabora con lui. Entrambi sono decisamente contrari alla pena di morte e ritengono che l’opinione pubblica sarebbe sicuramente scossa dal caso di un condannato a morte di cui venga chiaramente provata l’innocenza dopo l’esecuzione, più di quanto non avvenga quando un detenuto del braccio della morte riconosciuto innocente viene liberato.

Il fatto che il condannato si salvi appare agli occhi dei più come la dimostrazione dell’ottimo funzionamento del sistema giudiziario o, peggio ancora, come una situazione in cui un criminale effettivamente colpevole riesce a farla franca. Prove inconfutabili di aver giustiziato un innocente possono invece destare qualche scrupolo anche nei granitici sostenitori della pena capitale. E’ per questo che Burr e Reyna, entrambi convinti della non colpevolezza di Gary Graham, hanno deciso di proseguire le indagini per raccogliere il maggior numero di prove della sua innocenza (...) Ho confermato a Burr e a Reyna che anche il Comitato Paul Rougeau ha deciso di continuare ad occuparsi del caso ed ho assicurato un nostro contributo finanziario, naturalmente nei limiti di ciò che riusciremo a raccogliere.

 

Dick Burr si è detto disposto a fornirci copia di tutto il materiale in suo possesso, ormai non più coperto dal segreto istruttorio o professionale. Si tratta di due grossi scatoloni di documenti, di cui si dovrà naturalmente curare la traduzione in italiano. Coloro che si sentono in grado di partecipare a questo lavoro sono pregati di farcelo sapere al più presto.

 

Ho anche incontrato la famiglia di Gary, la matrigna Elnora, la figlia Deidra e i tre nipotini (l’ultimo è nato in agosto, circa due mesi dopo la morte del nonno). Mi è stato riferito che le ultime vicissitudini di Gary sono state riprese in una video cassetta che mostra come egli ha affrontato quei momenti: il suo rifiuto a farsi portare nella camera della morte, il pestaggio che ha subito ad opera delle guardie (l’autopsia effettuata post mortem ha evidenziato alcune fratture ossee e numerose ferite inferte con corpi contundenti), il rifiuto del cosiddetto “ultimo pasto”, la resistenza che ha strenuamente opposto fino alla fine. Nell’ipotesi che non abbia subito tagli o manomissioni, questa video cassetta sarebbe un documento molto interessante. Peccato che potrebbe essere ceduta ai familiari solo contro il pagamento di 38.000 (diconsi trentottomila) dollari!

 

Il cimitero in cui Gary è sepolto si chiama PARADISE. E’ un’enorme estensione di terreno tenuta a prato all’inglese, senza nessun albero. La tomba di Gary è contrassegnata col numero 65. Forse è troppo definirla una “tomba”. Si tratta di due metri quadrati di terra smossa e livellata, ritagliati nel tappeto di erba verde, con sopra un oggetto di cartone plastificato, che imita una Bibbia aperta su un salmo, sul quale è stato appiccicato un fiore finto di plastica rosso. Niente pietra tombale, niente iscrizione, niente date. Tutto ciò rappresenterebbe un costo rilevante per la famiglia (la spesa minima per un funerale che comprenda anche questi “accessori” si aggira sui 20 milioni di lire). Ora la famiglia preferisce dedicare le proprie risorse alla difesa legale del figlio di Gary che, come sappiamo, è detenuto nella prigione della contea in attesa di giudizio. Forse in seguito si potrà fare qualcosa.

 

 

3) TEST DEL DNA: UN BOOMERANG PER DEREK BARNABEI E RICKY MCGINN

 

 

L’eco che ha avuto in Italia il caso di Derek Rocco Barnabei è stato eccezionale. La mobilitazione è cresciuta nell’arco di un anno, alla fine, negli ultimi drammatici giorni, si è parlato di Rocco nei titoli di testa di tutti i telegiornali. Anche la presa di posizione in suo favore delle nostre autorità politiche e delle istituzioni italiane ed europee è stata netta ed esplicita come non mai. Il Papa è stato quasi costretto a chiedere ripetutamente la grazia e con grande rilievo. E' mancato solo un intervento governativo in favore del condannato (ma un atteggiamento deferente del nostro Governo verso tutto ciò che avviene negli Stati Uniti è ormai una costante degli ultimi anni). Molte decine di migliaia di italiani hanno rivolto appelli al Governatore della Virginia perché fossero eseguiti nuovi test biologici richiesti da tempo dalla difesa del condannato.

 

A che cosa è servita tutta questa mobilitazione? All'ultimo momento e senza sospendere l'esecuzione, il Governatore Gilmore ha fatto eseguire l'esame del DNA su un reperto di importanza critica: il materiale organico trovate sotto le unghie della vittima. Come sappiamo, il test è stato sfavorevole, nel senso che sotto una delle unghie è stato trovato DNA riconducibile allo stesso Barnabei, e l'esecuzione ha avuto luogo due giorni dopo, come previsto.

 

Le proteste di innocenza del condannato sono continuate fino all'ultimo, basate soprattutto sul sospetto che i reperti fossero stati manipolati il 30 agosto quando sparirono dalla bacheca in cui erano conservati e per essere ritrovati solo due giorni dopo in un altro scaffale.

 

Negli Stati Uniti il caso Barnabei non ha invece avuto una pari risonanza. Quasi nessuno ha sostenuto la possibile innocenza del condannato. Sulla stampa della Virginia sono stati pubblicati articoli che raccontavano, con stupore, ciò che avveniva nel nostro paese. Non sono mancate critiche e lazzi nei riguardi dei giornalisti italiani accusati di 'aver bevuto troppo chianti'.

 

Ancora una volta dunque un test sul DNA - spasmodicamente richiesto dal detenuto - si è ritorto contro il richiedente, i suoi sostenitori e tutto il movimento abolizionista (vedi il caso di Domingo Cantu nel n. 72).

 

Aver dato sostegno e amicizia a Derek e a sua madre in un momento così tragico ha avuto un valore indiscutibile. Ma ora che il silenzio della morte ci consente una riflessione più pacata ci domandiamo se il modo con cui è stato condotto il caso Barnabei abbia giovato o nuociuto alla causa abolizionista. Certo l'ingenuità con cui gli italiani - pubblico, stampa e politici di calibro - lo hanno affrontato, il modo fideistico col quale lo hanno sostenuto, la superficialità con la quale alcuni hanno attaccato la controparte, andavano delineando il quadro di una sconfitta che - anche se inevitabile - poteva essere meno clamorosa.

 

Ovviamente sono i fattori emozionali quelli che fanno montare la mobilitazione in favore di un singolo condannato a morte. Se si fosse scelto razionalmente un caso di innocenza sul quale spendere le energie degli abolizionisti, certo non sarebbe stato quello di Derek Barnabei. Gli indizi contro Barnabei erano infatti numerosi e coerenti anche se non esisteva una prova schiacciante della sua colpevolezza. Prescindendo dalle affermazioni dell'interessato, la probabilità che egli fosse effettivamente colpevole era elevata. Sicuramente più di quanto non lo sia per molti altri che vengono uccisi dichiarandosi innocenti, senza sollevare clamori, nella routine dei mattatoi statunitensi.

 

Possiamo dire che in Italia e in Europa la ricaduta complessiva del caso Barnabei è stata positiva. Questa vicenda ha sicuramente contribuito a far crescere nell'opinione pubblica del nostro paese la contrarietà alla pena di morte, senza contare che ha fatto toccare con mano ad alcune persone che contano - e che possono dare in futuro grossi contributi al movimento abolizionista - quanto sia coriaceo il sostegno della pena capitale negli Stati Uniti. La discussione sulla pena di morte - comunque avvenga - contribuisce alla maturazione delle coscienze.

 

Le autorità della Virginia sostenitrici della ‘massima punizione’ ritengono per contro di aver inferto un duro colpo agli argomenti degli oppositori della pena di morte, avendo dimostrato come gli attacchi contro la correttezza del sistema della pena capitale siano del tutto infondati.

 

Lo stesso è avvenuto in Texas con la vicenda di Ricky McGinn la cui esecuzione è stata portata a termine il 27 settembre. Come abbiamo riferito nei numeri precedenti, in favore di questo detenuto vi era stato un intervento senza precedenti del Governatore Bush il quale aveva ordinato all'ultimo momento una sospensione di 30 giorni dell'esecuzione prevista per il 1° giugno, sospensione finalizzata all'effettuazione di esami del DNA richiesti dal condannato. McGinn, che si è sempre dichiarato innocente, ha ringraziato il Governatore anche se ha ritenuto il gesto dovuto a ragioni politiche. Tutti i commentatori hanno interpretato il passo del Governatore come una mossa per alleggerire la sua fama di 'executioner' durante la campagna per le presidenziali che egli stava conducendo in California. Insomma sarebbe stato un tentativo di dare un colpo al cerchio e uno alla botte dal momento che tra i suoi potenziali elettori ve ne sono alcuni contrari alla pena capitale e molti preoccupati della possibilità di mettere a morte degli innocenti.

 

Come prevedibile, gli esami del DNA sono stati sfavorevoli al condannato e il 15 agosto, appena resi noti i risultati, è sta fissata l'esecuzione per il 27 settembre. Il Governatore ha cantato vittoria, riaffermando che la vicenda di McGinn è una conferma delle estese garanzie offerte dal sistema della giustizia del Texas per assicurare che solo i colpevoli vengano giustiziati. Esattamente come Barnabei, McGinn ha continuato a protestare la sua innocenza fino all'ultimo minuto dicendo che le prove erano state manipolate.

 

Se un detenuto ha perso tutti i sui ricorsi legali, sarà sempre fatica sprecata fare pressioni sul governatore che gli rifiuta la grazia perché gli conceda spontaneamente in extremis un test del DNA. E' abbastanza logico che il governatore prima di concedere il test del DNA al detenuto che egli giudica già spacciato si voglia accertare preventivamente che questo test non possa essere favorevole al richiedente. E ciò anche senza dare spazio alla gravissima e improbabile ipotesi di una manipolazione intenzionale delle prove.

 

L’incontenibile allargamento dell’uso dei test del DNA sta comunque avendo l’effetto di mettere in crisi la sicurezza dell’uomo della strada nell’infallibilità del sistema giudiziario statunitense. Almeno 70 detenuti con condanna definitiva, dei quali otto si trovavano nel braccio della morte, sono già stati scagionati per mezzo dei test del DNA. In alcuni stati la legge ormai prevede che i condannati a morte abbiano diritto ad accedere al test del DNA. In tal caso l'esame non viene fatto in extremis e non assume il significato di un test sull'attendibilità delle tesi degli innocentisti.

Cinque stati:
Washington, Illinois, New York, Arizona e Oklahoma, prevedono il diritto di un condannato a morte di richiedere test del DNA dopo il processo. In California una legge simile, già approvata dal Parlamento, verrà promulgata tra poco non appena sarà stata firmata dal Governatore. A livello federale il Ministro della giustizia Janet Reno ha istituito una commissione per promuovere l'esecuzione dei test DNA. Un giudice della Corte federale distrettuale della Virginia il 29 settembre ha emesso una sentenza che potrebbe innescare a cascata altre sentenze delle corti superiori che porterebbero all'affermazione del ‘diritto costituzionale’ ad accedere al test del DNA per ogni cittadino statunitense.

 

In Texas i senatori Rodney Ellis e David Sibley vorrebbero far approvare una legge che riconosca il diritto al test del DNA ai condannati a morte. Hanno però trovato opposizione da parte della famigerata Diane Clements, presidente di Justice for All, che la ritiene una misura suscettibile di 'ritardare la giustizia per i parenti delle vittime del crimine'. "Per un detenuto del bracci della morte ogni ritardo è un successo", ella ha dichiarato.

 

 

4) GRAZIA CONCESSA DAL GOVERNATORE GILMORE AL MOMENTO OPPORTUNO

 

 

Non tragga in inganno il provvedimento di clemenza del Governatore della Virginia James Gilmore che ha annullato la condanna all’ergastolo di tale Earl Washington perché scagionato dai test del DNA. Non si è trattato di un gesto spontaneo ma dell’inevitabile, doverosa e tardiva riparazione di un orrendo errore giudiziario fatto nei riguardi di una persona socialmente e psichicamente debole.

 

Earl Washington, un nero con un bassissimo quoziente di intelligenza, ‘reo confesso’ e condannato a morte per lo stupro e l’omicidio di una donna bianca avvenuto nel 1982, era stato per dieci anni nel braccio della morte giungendo a cinque giorni dalla data dell’esecuzione. Nel 1993 era stato scagionato dai test del DNA e l’anno dopo il Governatore di allora Douglas Wilder aveva ritenuto di dover commutare la sua condanna capitale in ergastolo. Dopo la ripetizione dei test del DNA che scagionavano Earl Washington di nuovo e senza ombra di dubbio, stretto dalle pressioni dei difensori del detenuto, Gilmore non poteva evitare di intervenire e lo ha fatto il 2 ottobre scorso, nel momento più opportuno. La sua decisione ha ottenuto una grande copertura dei media all’indomani della vicenda di Derek Rocco Barnabei. Con molta approssimazione si è detto che il governatore della Virginia aveva ‘graziato un condannato a morte’ e la sua immagine di giustiziere spietato è stata opportunamente attenuata.

 

 

5) PENA DI MORTE STATISTICAMENTE RAZZISTA ANCHE LIVELLO FEDERALE

 

 

La pena di morte nelle due giurisdizioni nazionali statunitensi (civile e militare) viene inflitta abbastanza raramente e non si verificano esecuzioni in ambito federale dal 1963 in poi. Tuttavia anche a livello federale si verificano le palesi distorsioni correlate alla razza che affliggono il sistema della pena di morte nelle giurisdizioni dei singoli stati.

 

E’ innegabile una certa prudenza nella gestione della pena capitale da parte dell’amministrazione Clinton e in particolare del Ministro della Giustizia Janet Reno. La signora Reno, che nega l’utilità della pena di morte per scoraggiare crimini violenti, ha in diverse occasioni promosso inchieste e indagini sulla correttezza della sua applicazione a livello federale e statale.

 

Secondo uno studio del Ministero della Giustizia pubblicato in settembre, delle 682 persone perseguite per reati capitali a livello federale dal 1995 ad oggi, l’80% appartiene a minoranze etniche. Per 183 di tali persone l’accusa ha chiesto effettivamente la pena di morte: il 75% di esse sono di razza nera o ispanici. Il rapporto inoltre mostra che per gli accusati appartenenti agli stati del Sud accesi sostenitori della pena di morte la massima punizione viene chiesta molto più frequentemente di quanto non avvenga per gli altri imputati.

 

Il Ministro Reno ha detto si essere sconcertata da questi dati e ha notato che il crimine è spesso il prodotto di patologie sociali che affliggono in modo sproporzionato le minoranze. Tuttavia i massimi esponenti del Ministero della Giustizia hanno troncato ogni discussione su una possibile moratoria delle esecuzioni chiesta dagli oppositori della pena di morte. “Non posso far altro che dirmi personalmente e professionalmente sconcertato dai risultati che oggi vengono resi noti – ha detto Eric Holder, afroamericano, Vice ministro della Giustizia – dobbiamo essere onesti verso noi stessi e ammettere che la società americana è ancora influenzata da fattori razziali. E anche se la gente ha paura di discuterne… è imperativo sia del punto di vista morale che legale affrontare il problema”. In ogni caso Holder afferma non essere necessaria una moratoria delle esecuzioni dal momento che è stata fissata una data di esecuzione solo per uno dei 19 condannati a morte federali e che il ricorso alla clemenza offre a tutti i prigionieri la possibilità di appellarsi contro le sentenze capitali. Secondo il Ministero della Giustizia non si tratta di dati che mettano in discussione la colpevolezza degli accusati ma, come osserva il New York Times, se mettere a morte degli innocenti è una cosa orrenda, è orrendo anche scegliere quali prigionieri uccidere in base alla loro razza o allo stato di residenza. Dei 19 condannati a morte federali rinchiusi nel carcere di Terre Haute nell’Indiana, 13 sono neri, 4 sono bianchi, uno è ispanico e l’ultimo appartiene ad un’altra minoranza. Su 19, 6 sono texani (cinque neri e uno ispanico).

 

Il razzismo nell’uso della pena di morte ora riconosciuto a livello federale viene contestato vivacemente negli stati che usano in modo massiccio la pena capitale fino ad arrivare ad accusare Amnesty International di dire il falso nel suo ultimo rapporto in materia (v. n. 70, pag. 6).

 

Ricordiamo che la Corte Suprema degli Stati Uniti in una storica sentenza del 1987 ha sentenziato a strettissima maggioranza che l’uso della pena di morte non è incostituzionale anche se statisticamente è innegabile la sua applicazione sproporzionata nei riguardi delle minoranze (specie nei riguardi dei neri che uccidono bianchi). La Corte osservò che una sentenza capitale lederebbe i diritti costituzionali di un accusato soltanto se fosse accertata un’intenzione razzista nella giuria che la commina: “le apparenti disparità nelle condanne sono parte inevitabile del nostro sistema di giustizia criminale.” Come dire: se non vogliamo rinunciare alle pene, e in particolare alla pena capitale, dobbiamo accettare un certo grado di ingiustizia nella loro irrogazione.

 

 

6) TASSO DI OMICIDI: E’ MINORE NEGLI STATI CHE NON HANNO LA PENA DI MORTE

 

 

L’FBI ha reso noto che i 12 stati dell’Unione in cui non è prevista la pena di morte non hanno un tasso di omicidi superiore a quelli che la prevedono, anzi in 10 di essi il tasso di omicidi è inferiore alla media nazionale. Una ricerca del New York Times mostra che negli ultimi 20 anni negli stati che hanno la pena di morte vi è stato un tasso di omicidi maggiore, come minimo più alto del 48% e fino al 101%, rispetto a quelli abolizionisti. La ricerca mostra inoltre che il tasso di omicidi è aumentato o diminuito nel tempo in modo simile sia negli stati che avevano la pena capitale sia in quelli che non l’avevano. “I dati non consentono di attribuire alcun potere deterrente alla pena di morte – ha dichiarato il prof. Steven Messner docente di criminologia presso l’Università statale di New York – quali che siano i fattori che producano le variazioni del tasso di omicidi, non sembra che essi operino differentemente in relazione alla presenza o meno delle pena capitale.”

 

“Credo che il Michigan abbia scelto giustamente 150 anni fa – ha dichiarato il Governatore John Engler riferendosi al fatto che quello stato abolì la pena di morte nel 1846 ed ha sempre resistito ai tentativi di ripristinarla – siamo veramente orgogliosi di non avere la pena di morte.” Il repubblicano Engler è un abolizionista per ragioni sia morali che pratiche e dice di non essere impressionato più di tanto dai sondaggi di opinione che danno il 60% degli abitanti del Michigan favorevoli alla pena capitale. Aggiunge che probabilmente essi voterebbero al 100% per abolire le tasse (intendendo con ciò che non tutte le istanze dell’opinione pubblica sono eticamente e materialmente recepibili dalla classe politica).

 

 

7) BUSH, UN UOMO SADICO E PERICOLOSO CHE PIACE ABBASTANZA

 

 

Un sorriso si è disegnato sul volto di George W. Bush quando, durante il confronto dell’11 ottobre con Al Gore suo avversario nelle elezioni presidenziali, ha annunciato all’America una ‘buona notizia’, cioè la sua intenzione di mettere a morte i tre autori di un assassinio a sfondo razziale avvenuto in Texas nel 1998. “Sapete che cosa sta per succedere a questi tre uomini? – ha ghignato - verranno messi a morte.” Il Texas non ha bisogno di leggi contro i crimini razziali, ha detto Bush “non possiamo aumentare la pena in nessun modo che mettendo a morte questi uomini.” Ed ha di nuovo ghignato.

 

Peccato che, come ha osservato anche l’ex Ministro della Giustizia del Texas Jim Mattox – peraltro famigerato sostenitore della pena capitale – non competa al Governatore di decidere chi condannare a morte ma soltanto, eventualmente, di concedere clemenza. Peccato che dei tre assassini due soli erano stati condannati a morte. Per questi due, inoltre, le dichiarazioni del Governatore interferiscono indebitamente con il processo giudiziario non ancora concluso.

 

Il pensiero ritorna al dileggio di George Bush nei confronti di Karla Faye Tucker che mimò, dopo averle rifiutato la grazia, dicendo: “Ti prego, non uccidermi!”.

 

Il sadico eroe televisivo non è comunque dispiaciuto agli elettori. Prima del dibattito i sondaggi davano i due contendenti alla pari, dopo il dibattito Bush si è trovato in vantaggio di 5-10 punti. Gore e Bush si erano ancora una volta divisi sui temi dell’ambiente, dell’istruzione, della sanità, delle tasse, dei controlli sulla vendita delle armi… mentre il primo si era detto favorevole ad un maggiore intervento del Governo federale, il secondo delegava i poteri locali e i singoli imprenditori ad autoregolarsi in materia, come dire: ‘viva il liberismo selvaggio’. Bush inoltre, in politica estera, concepisce interventi americani sullo scenario mondiale solo se strettamente convenienti agli interessi della nazione, incluso quello di punire severamente i responsabili di atti terroristici od ostili agli americani, respingendo la tentazione, che invece affligge Gore, di farsi ispirare dai valori ideali della democrazia nel decidere dove e come intervenire.

 

 

8) ASSEMBLEA DEL GRUPPO DI TORINO

 

 

L'entusiasmo e la voglia di collaborare manifestati dal neonato gruppo di Torino del Comitato Paul Rougeau fanno sperare in ottimi risultati. Preparato accuratamente da Grazia Guaschino si e’ tenuto il giorno 8 ottobre il primo incontro di un gruppo di soci attivi piemontesi che hanno deciso di collaborare, tenendo conto delle disponibilità di tempo di ciascuno, in importanti attività sia tradizionali che innovative. Erano presenti: Grazia Guaschino, Secondo Mosso, Antonietta Passarelli, Nadia Tiziani e Luisa Vailati. Al gruppo afferiscono anche Irene D’Amico, attualmente residente a Torino, e Francesca Lacaita. Quest’ultima, pur non avendo potuto partecipare all’incontro, ha fatto pervenire le sue proposte per iscritto.

 

Dopo la presentazione reciproca dei partecipanti, Grazia ha esposto le decisioni prese in luglio dal Consiglio direttivo del Comitato, relative alla prosecuzione del lavoro sul caso di Gary Graham e le ragioni per cui Paolo Cifariello si è recato in Texas. Tutti si sono dichiarati favorevoli a continuare la lotta per scagionare Shaka Sankofa agli occhi dell'opinione pubblica americana rendendo così inequivocabile l’ingiustizia della sua condanna.

 

Sono state discusse numerose altre proposte di attività valutandone vantaggi e svantaggi:

1) Per quanto riguarda l'iniziativa rivolta direttamente verso gli U.S.A., si è proposto di riprendere la Campagna Rimbalzo inviando lettere ai cittadini americani per indurli a riflettere sulla pena di morte. Questa proposta è stata fondamentalmente approvata con alcune riserve sulla possibilità di incidere in modo apprezzabile sulle opinioni dei comuni cittadini. In alternativa (ma eventualmente anche in aggiunta) sono state proposte altre forme di contatto: in particolare si è suggerito di scrivere lettere a determinate categorie di giornali e di periodici statunitensi. Un altro suggerimento è stato quello di scrivere ai personaggi di Hollywood o ai cantanti americani famosi, esortandoli a prendere posizione pubblicamente contro la p.d.m., perché la loro influenza sui giovani e sulla popolazione in genere potrebbe essere molto elevata.

2) Altre pressioni dovrebbero essere dirette verso l'Europa, in particolare ci si è proposti di scrivere con insistenza alle personalità dell'Unione Europea (Prodi, Nicole Fontaine) e ai vari Ministri degli Esteri europei perché sostengano la moratoria delle esecuzioni capitali alle Nazioni Unite. Questa iniziativa si affiancherebbe, naturalmente, a quelle analoghe di molti altri gruppi abolizionisti in Europa.

3) Si è proposto di riprendere l'attività editoriale, da anni pressoché ferma, mettendo in cantiere uno o più libri che riguardino casi capitali con testimonianze autentiche dei detenuti. Tali libri dovrebbero risultare stimolanti e di facile lettura per suscitare l’interesse di numerosi lettori. Per la redazione dei libri occorrerebbe un lavoro "di squadra" fra alcuni elementi del gruppo che abbiano la possibilità di incontrarsi periodicamente e di unire le forze. Un possibile libro potrebbe contenere una documentazione sull’uso della pena di morte in America, seguita da un dibattito in cui vengano discusse le opposte posizioni dei favorevoli e dei contrari alla pena capitale. Un libro del genere potrebbe avere ampia diffusione e interessare anche coloro che sono favorevoli alla p.d.m.

4) Ci si è proposti di scrivere ai cantanti e ai divi italiani preferiti dai giovani esortandoli a esprimere pubblicamente il loro parere contro la pena di morte, una loro parola avrebbe infatti una grande presa sulle nuove generazioni.

5) Un'altra possibile attività del gruppo di Torino, sarebbe quella di tenere delle conferenze/dibattiti presso scuole e parrocchie. In queste occasioni sarebbe ancora meglio se si potesse esporre materiale documentario e se si riuscisse ad avere la presenza di qualche ospite in grado di fornire testimonianze dirette sul tema della pena di morte che certo ‘calamiterebbero’ il pubblico.

6) Il gruppo di Torino, soprattutto per merito di Secondo Mosso, sta inoltre realizzando alcuni prodotti grafici utili per rinnovare la ‘Merchandise’ promozionale del Comitato.

 

Si è sottolineata la necessità di tenere informati gli altri comitati e le associazioni abolizioniste delle nostre iniziative sperando che si possano trovare occasioni di collaborazione.

 

 

9) NOTIZIARIO

 

 

Illinois
Un Giudice della Corte Suprema dello stato ha attaccato il Governatore George Ryan per aver coraggiosamente decretato la moratoria delle esecuzioni all’inizio dell’anno. Il Governatore ha agito illegalmente – ha affermato il giudice James Heiple in una intervista all’inizio di ottobre – “egli non ha l’autorità di dichiarare una moratoria per i casi capitali… Egli può concedere grazie, può concedere sospensioni delle esecuzioni, può concedere rinvii individualmente… ma dichiarare una moratoria complessiva delle esecuzioni va del tutto al di là dei suoi poteri.” Secondo lui la crisi della pena di morte non consiste nel fatto che vengano condannati degli innocenti, come pensa il Governatore, bensì nella lungaggine nel risolvere i casi capitali. Il fatto che siano stati rilasciati degli innocenti dimostra a suo parere che il sistema funziona. Il giudice, prossimo ad andare in pensione, ha dichiarato: “Si sarebbe dimostrato che il sistema ha fallito soltanto se si fosse trovato l’esempio di una persona innocente effettivamente giustiziata. Per quanto mi risulta ciò non è mai accaduto nello stato dell’Illinois.”

 

Texas
Sospesa l’esecuzione ad un condannato che aveva presentato la domanda di grazia con un giorno di ritardo. Fino allo scorso anno agli avvocati dei condannati a morte che avevano presentato i loro ricorsi con uno o due giorni di ritardo sui termini fissati non era stato mai consentito di riparare a loro errore mortale. Nell’ultimo anno i difensori di alcuni condannati avevano obiettato che non avveniva altrettanto per gli atti inoltrati in ritardo dagli esponenti della pubblica accusa. Ne erano scaturiti un dibattito ed un contenzioso in materia. Nel 1999 è stata così approvata in Texas una legge che consente in certi casi di rimediare ad errori commessi nell’osservanza dei termini per presentare i ricorsi. Di questa legge si è giovato il famoso condannato Henry Skinner per il quale verrà rifatto il processo. Ora, all’inizio di ottobre è accaduto che un giudice texano ordinasse lo spostamento di 41 giorni dell’esecuzione di tale Stacey Lawton che doveva avvenire il 4 ottobre, per dar modo ai suoi avvocati di ripresentare la domanda di grazia in precedenza non accettata a motivo di una contestazione sul conteggio dei giorni (minimo 21 secondo le norme) di anticipo sulla data di esecuzione con cui era stata recapitata al Board of Pardons and Paroles. Secondo l’avvocato difensore nei 21 giorni doveva essere conteggiato il giorno di presentazione della domanda o quello dell’esecuzione, secondo il Board no. La Pubblica accusa si è opposta vivacemente all’intervento del giudice per ‘l’inutile ritardo’ che introduceva nell’esecuzione della condanna ma il giudice è stato irremovibile. Lawton si è salvato anche se dovrà comunque morire il 14 novembre a meno di una – del tutto teorica – concessione della grazia da parte del Board of Pardons and Paroles.

 

Texas
Un’altra iniziativa per la moratoria delle esecuzioni è stata promossa dal gruppo denominato Progetto per i Diritti civili nel Texas. In un rapporto pubblicizzato a fine settembre il gruppo definisce il sistema della pena di morte del Texas ‘incrinato’ in ogni stadio, dall’assegnazione di un avvocato difensore incompetente fino alle revisioni finali dei casi, revisioni che consistono nella mera apposizione di un timbro sui ricorsi. Il rapporto chiede che venga decretata una sospensione delle esecuzioni per consentire ad una commissione di esaminare i casi di tutti i condannati a morte. James Harrington direttore del Progetto per i Diritti civili nel Texas porta come esempio del fallimento del sistema il caso di Gary Graham. Questi è stato ucciso dopo essere stato condannato a morte sulla base di un’unica testimonianza inquinata all’origine da suggerimenti impliciti della polizia. Il sistema della pena di morte in Texas fa acqua per sei motivi: la nomina di difensori d’ufficio incompetenti da parte dei giudici, i quali scelgono gli avvocati in base alle proprie convenienze e non dispongono di fondi sufficienti per pagarli; la discrezionalità illimitata che hanno i Pubblici accusatori nel chiedere la pena di morte; l’eliminazione dalle giurie non solo degli oppositori della pena capitale ma anche di coloro che hanno qualche riserva nella sua applicazione (come accade spesso ai giurati di colore); il rifiuto di istituire l’ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola quale possibile alternativa alla condanna a morte; un sistema di appelli inficiato da nuove procedure e standard che rendono pressoché impossibile un successo della difesa (nel 1995 la Corte di Appello criminale del Texas annullava circa un terzo delle condanne capitali, con la nuova legislazione si sono avuti solo otto annullamenti su 278 casi capitali, pari al 3%); infine il Board of Pardons and Paroles (la Commissione che dovrebbe concedere le grazie) risente di forti condizionamenti politici da parte del Governatore che lo elegge e remunera, inoltre non si riunisce mai per discutere i casi capitali limitandosi a concordare per telefono le proprie decisioni.

 

Texas
Un’indagine del Chicago Tribune sui 131 prigionieri ‘giustiziati’ in Texas dal 1995 fino all’estate scorsa ci fornisce alcuni dati, che sarebbero comici se non fossero tragici, sulla correttezza dell’applicazione della pena di morte nello stato di Bush & Company. In 40 di tali casi la difesa non presentò alcun argomento o al massimo un unico testimone durante la fase processuale in cui devono essere valutate le attenuanti prima di emettere la condanna a morte. 43 dei ‘giustiziati’ furono rappresentati da un avvocato che era stato o che sarebbe stato in seguito radiato, sospeso o comunque sottoposto a sanzioni per cattiva condotta professionale. Informazioni raccolte confidenzialmente tra i carcerati sono state usate contro 23 dei detenuti uccisi dal 1995 in poi. Altri 23 furono condannati almeno in parte in base ad una inaffidabile comparazione visiva di peli o capelli. 6 condanne conseguirono almeno in parte da autopsie fatte da un ‘esperto’ che nel 1995 dovette difendersi da 7 accuse di aver falsificato prove o aver sbagliato le autopsie. Uno psichiatra di Dallas, detto ‘dottor Morte’, richiamato dal proprio ordine professionale nel 1980 ed espulso nel 1995 (per le sue testimonianze non etiche e infondate) fu usato dall’accusa come ‘esperto’ per ottenere 16 esecuzioni. In altri 13 casi altri psichiatri fecero gratuite affermazioni pseudoscientifiche sulla futura pericolosità degli imputati che condussero all’esecuzione capitale.

 

 

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Questo numero è stato chiuso il 15 Ottobre 2000.

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