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FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 335 - Luglio - Agosto 2026

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Nella foto Suor Helen nel braccio della morte davanti alla cella di Dobie Williams messo a morte nel 1999

SOMMARIO : 
 

1) Restiamo umani di Federica Massoli
2) “Sono uscito dalla prigione ma non sono ancora libero”
3) Suor Helen e la pena di morte
4) Il Papa contro il Presidente: la pena capitale.
5) Quattro ragazzi innocenti in carcere da 35 anni
6) Paul skalnik, un truffatore che mandava uomini innocenti nel braccio della morte
7) Emma Bonino, una vita per i diritti e la dignità della persona 
8) Voci e immagini contro la pena di morte

1) RESTIAMO UMANI

di Federica Massoli

 

Testimonianza della nostra socia Federica Massoli riguardante le persone e le storie che sono dietro i numeri delle sempre più numerose esecuzioni in Florida

 

«Restiamo umani».

Era il motto di Vittorio Arrigoni, ma dovrebbe esserlo di tutti noi.

 

Ci sono mesi che sembrano non finire mai e Luglio 2026 è stato uno di quelli per me.

Sono arrivata alla fine del mese con la sensazione di aver vissuto un anno intero. E mentre cercavo ancora di sopravvivere al dolore per Bryan, il mio amatissimo Bryan, ucciso dallo stato della Florida il 13 novembre 2025, luglio mi ha portato via altre due persone.

Dennis Sochor, ucciso con un’iniezione letale il 14 luglio.

James Aren Duckett, ucciso nello stesso modo il 28 luglio.

Per il resto del mondo erano due detenuti nel braccio della morte della Florida.

Per me erano solamente Dennis e Jimbo.

Erano uomini che avevano un volto, una voce, delle abitudini. Persone con cui avevo condiviso tempo, parole, silenzi, lettere e email. Persone che avevano occupato uno spazio nella mia vita molto prima di occupare qualche riga in un articolo di giornale.

Conobbi Dennis perché viaggiavo in Florida insieme a una mia carissima amica belga, la visitatrice abituale di Dennis. Io andavo a trovare Bryan, lei andava a trovare lui e nel visiting park le nostre giornate hanno finito inevitabilmente per intrecciarsi.

Dennis aveva settantaquattro anni.

Aveva la dolcezza degli uomini che non sentono più il bisogno di dimostrare nulla e la curiosità di chi trova ancora gioia nelle cose più semplici.

Appena mi vedeva, iniziava subito a parlarmi in italiano.

Era un italiano bizzarro, pieno di accenti improbabili e parole dimenticate, ma per me era meraviglioso.

Mi raccontava sempre della sua giovinezza, di quando aveva prestato servizio militare in Italia e aveva imparato qualche parola della mia lingua. Ogni volta le pronunciava in maniera buffa, guardandomi negli occhi, aspettando quasi una conferma.

«L'ho detto bene?»

E quando gli rispondevo di sì, sorrideva con l'orgoglio di un bambino.

Tra tutti i ricordi che ho di lui, ce n'è uno che custodisco con particolare tenerezza.

Prima ancora di raggiungere il tavolo dove lo aspettava la mia amica, ogni volta che ci incontravamo infilava la mano dentro i calzini e tirava fuori alcune bustine di caffè solubile.

Me le porgeva e diceva, con l'aria soddisfatta di chi aveva organizzato una sorpresa:«Un po' per voi e un po' per noi... così possiamo bere insieme un buon caffè.»

Mi faceva sempre ridere.

Perché in quel gesto c'era tutto Dennis.

Un uomo capace di condividere quel poco che aveva.

Sempre sorridente.

Sempre ironico.

Sempre impegnato, proprio come Bryan, a offrire agli altri la versione migliore di sé, nonostante il luogo terribile in cui era costretto a vivere.

Ho incontrato Dennis, per l'ultima volta, nel mese di maggio del 2026.

Sono tornata nel braccio della morte per fare visita a Dan, un amico che ho conosciuto da poco.

Ancora una volta sono stata in Florida con la mia amica belga e, come se il tempo ci avesse concesso un ultimo frammento di normalità, ci siamo ritrovati tutti insieme nel visiting park. Al termine delle visite, ci siamo salutati come abbiamo sempre fatto: con un sorriso, un abbraccio, sguardi felici e la speranza che ci saremmo rivisti a novembre, per il Thanksgiving.

Il destino, però, ha scritto un finale diverso. Poco più di un mese dopo, sono tornata in Florida per accompagnare la mia amica, perché non affrontasse da sola quei giorni in cui ha dovuto dire addio al suo Dennis. È stato il modo più naturale per restituirle la presenza amorevole che lei aveva donato a me nel novembre precedente, quando è rimasta al mio fianco nel momento del mio addio a Bryan.

Poi c'era Jim.

Anzi, Jimbo.

Non ricordo nemmeno quando ha cominciato a firmarsi così nelle sue email.

Ricordo invece perfettamente i suoi abbracci.

Era un uomo di 68 anni grande e robusto, che quando ti abbracciava, capivi immediatamente che dentro quell'uomo enorme abitava una gentilezza rara.

Anche lui lo avevo conosciuto grazie ad una cara amica europea, una donna francese che era la sua visitatrice abituale. Trovandoci tutti insieme nel visiting park, avevo imparato ad apprezzarne i modi educati, il rispetto con cui si rivolgeva a chiunque, la sua capacità di ascoltare.

Con il tempo, quando la mia amica francese iniziò ad affrontare alcune difficoltà personali, cominciai a corrispondere con lui e, di tanto in tanto, ci davamo notizie reciproche su come le nostre vite stessero andando.

L'ultima email, gliel'ho mandata il 26 luglio 2026.

Due giorni dopo sarebbe stato messo a morte.

La sua storia continua a tormentarmi.

Il primo mandato di esecuzione era stato firmato il 27 febbraio. Poi tutto si era fermato.

I suoi avvocati avevano ottenuto una sospensione dell’esecuzione per nuovi test del DNA sulle prove raccolte al tempo del crimine, perché esistevano dubbi importanti sulla sua colpevolezza.

Per cinque mesi Jim è rimasto rinchiuso nel death watch, la sezione del carcere destinata ai condannati che hanno già una data di esecuzione.

Cinque mesi.

Centocinquanta giorni trascorsi aspettando che qualcuno decidesse se avrebbe avuto ancora diritto di vivere.

Nemmeno la sospensione dell'esecuzione gli ha restituito la libertà di uscire da quella sezione.

Lo Stato lo ha lasciato lì.

Ad aspettare.

Come se la morte non fosse stata annullata, ma semplicemente rinviata.

E infatti è stato così.

Quando i nuovi test del DNA non sono riusciti a fornire una risposta definitiva, non è stata l'incertezza a prevalere.

E’ prevalsa la condanna.

Jim è stato ucciso non perché la sua colpevolezza fosse diventata improvvisamente certa, ma perché lo Stato ha ritenuto sufficiente che non fosse stata pienamente dimostrata la sua innocenza.

Mentre sto ancora cercando di elaborare tutto questo, i giornali hanno continuato a parlare d'altro.

Di record.

Di numeri.

Dennis è stata la decima esecuzione del 2026 in Florida.

Jim è stata l'undicesima.

Nello stesso giorno in cui lui è stato ucciso, un altro uomo è stato messo a morte: la dodicesima esecuzione dell'anno.

Altre due sono già fissate entro il primo settembre.

Un'esecuzione ogni due settimane.

Due nello stesso giorno.

Da quanto ho letto, non accadeva da circa sessant'anni.

Un record.

L'ennesimo.

Anche il 2025 era stato definito un anno da record: diciannove uomini uccisi solo in Florida, tra loro anche il mio Bryan.

E tutto lascia pensare che quel numero verrà superato.

Ogni volta che apro un giornale on line americano ritrovo sempre le stesse parole.

Record.

Statistiche.

Numeri che trasformano vite umane in bilanci da aggiornare e programmi politici da portare avanti.

Sotto gli articoli, scorrono commenti carichi di odio, scherno e disprezzo. C'è chi esulta, chi festeggia, chi invoca ancora più sofferenza, come se il dolore potesse restituire ciò che è stato perduto.

E ogni volta mi chiedo quanta umanità abbiamo perso e siamo disposti a perdere pur di convincerci che la morte di qualcuno possa essere una vittoria, qualcosa da celebrare.

Spesso mi sembra surreale doverlo ripetere: nessuno sta santificando chi ha commesso un crimine.

Eppure è questa l'accusa che puntualmente viene rivolta a chi prova a contrastare la violenza verbale che dilaga sul web: «Voi abolizionisti avete più compassione per i criminali che per le vittime».

Davvero è così difficile comprendere?

Le persone detenute hanno già perso la libertà. È la pena prevista dalla legge, ed è il prezzo che stanno pagando per le loro azioni ed è giusto così. Ma per molti non è sufficiente. Vorrebbero che, insieme alla libertà, fosse cancellata anche la loro dignità. Che la pena si trasformasse in umiliazione, in disprezzo e infine in una morte dolorosa. Come se la giustizia potesse dirsi compiuta solo quando diventa vendetta.

Ma la giustizia non cresce all'aumentare del dolore. Una condanna non diventa più giusta perché infligge più sofferenza. Quando pretendiamo che a una persona venga sottratta anche la sua dignità o umanità, non stiamo difendendo le vittime: stiamo solo impoverendo la nostra. Perché il confine che separa la giustizia dalla crudeltà passa proprio da lì, dalla capacità di riconoscere la dignità umana anche in chi ha sbagliato.

Per me Dennis non era il reato scritto nel fascicolo di un tribunale.

Jimbo non era un numero progressivo nell'elenco delle esecuzioni.

Erano uomini.

Un uomo che parlava un italiano improbabile perché voleva farmi sorridere.

Un uomo che nascondeva bustine di caffè nei calzini per poterle condividere con gli amici.

Un uomo che abbracciava con una delicatezza che nessuno si aspetterebbe da un corpo così grande.

Un uomo il cui respiro è rimasto sospeso per cinque mesi nella speranza che qualcuno ascoltasse il suo grido di innocenza.

È questo che temo si dimentichi troppo facilmente.

La pena di morte non uccide soltanto un detenuto.

Cancella una persona.

E quando la persona scompare, restano solo i numeri.

Io, invece, continuerò a ricordare loro: Dennis. Jim.

E Bryan.

Perché nessun record o articolo di giornale potranno mai raccontare chi erano davvero.

(Federica Massoli)

2) “SONO USCITO DALLA PRIGIONE MA NON SONO ANCORA LIBERO”

LOUISIANA: imparare a vivere in libertà, 30 anni dopo la condanna a morte. Condannato ingiustamente a morte a 17 anni, Shareef Cousin è sopravvissuto a un decennio dietro le sbarre prima di essere scagionato e rilasciato. Trent’anni dopo, è determinato a trovare il suo personale senso di libertà, compiendo un viaggio attraverso gli Stati Uniti con i suoi figli.

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Nelle foto Shareef Cousin

A sedici anni, fui arrestato e secondo i funzionari dello stato della Louisiana, ero irrecuperabile e decisero che, qualunque danno credessero avessi commesso, l'unica soluzione era la mia esecuzione.

A diciassette anni entrai nel braccio della morte prima ancora di avere l'età per votare, prima che il mio cervello si fosse completamente formato, prima ancora di avere le parole per descrivere gli effetti che una paura prolungata può avere su una persona nel tempo.

Stavo giocando a basket in un campionato cittadino di New Orleans quando è avvenuto l'omicidio. La principale testimone oculare non poteva vedere senza occhiali, che quella sera non indossava. Il detective incaricato delle indagini ha ricevuto una falsa soffiata da un informatore che cercava di patteggiare, ha segnalato il mio nome a Crimestoppers per ottenere un mandato di arresto nei miei confronti e poi ha intascato migliaia di dollari per la sua soffiata. Niente di tutto ciò ha avuto importanza. Sono stato condannato e spedito ad Angola (NdR: Penitenziario di Stato della Louisiana ad Angola), per i successivi 10 anni.

Sono sopravvissuto al braccio della morte. Ho poi trascorso anni nel braccio comune. Solo molto tempo dopo sono tornato a casa.

Quest'ordine è importante. Perché la libertà, quando finalmente è arrivata, non è arrivata in modo pulito. Non ha cancellato ciò che c'era prima. E non è arrivata con delle istruzioni.

Quando finalmente fui scagionato, molti diedero per scontato che la parte più difficile fosse finita. Innocenza ritrovata. Porte aperte. Vita ripresa. Le supposizioni del pubblico tendono a fermarsi lì, come se sopravvivere a qualcosa di estremo ti preparasse automaticamente a vivere dopo.

No.

Ma la liberazione senza riparazione non è liberazione. È uno spostamento. Avevo imparato a sopravvivere alla detenzione. Ho continuato in quel modo anche dopo essere uscito di prigione.

Nessuno mi ha insegnato a vivere in libertà.

Nel 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel caso Roper contro Simmons, stabilì che condannare a morte i minorenni era incostituzionale. Il giudice Anthony Kennedy, scrivendo per la maggioranza, osservò che "le differenze tra i delinquenti minorenni e quelli adulti sono troppo marcate e ben note per rischiare di condannare a morte un giovane". La Corte riconobbe finalmente ciò che la scienza e il buon senso suggerivano da tempo: i bambini sono più impulsivi, più suscettibili alle pressioni e più capaci di cambiare.

È stata una decisione storica. Ma era troppo tardi per me e per molti altri travolti da quella che oggi viene definita incarcerazione di massa. Sono solo uno delle milioni di persone che lottano in questa situazione.

“I miei figli mi hanno mostrato degli schemi che non sapevo di ripetere: rigidità scambiata per disciplina, distanza emotiva confusa con forza, controllo che sostituisce la curiosità.Non si è trattato di scelte deliberate.Si trattava di comportamenti appresi, plasmati da anni trascorsi in detenzione dove l'autonomia era pericolosa e la conformità veniva premiata."

Ciò che la sentenza Roper non poteva cancellare erano gli anni già vissuti sotto la minaccia dell'esecuzione, né l'architettura psicologica costruita durante quel periodo. Il carcere, soprattutto il braccio della morte, non è semplicemente un luogo in cui si sopporta. È un sistema che insegna a sopravvivere restringendo i propri orizzonti. Il controllo viene percepito come sicurezza. L'immobilità può sembrare pericolosa.

Nemmeno l'innocenza ti protegge.

Dopo due anni nel braccio della morte e altri otto nel braccio comune, ero governato da regole rigide, plasmate dal tempo che scorreva in istituto, e avevo imparato a non dare nell'occhio. Quando sono tornato nel mondo libero, quelle lezioni erano profondamente radicate, anche se non sapevo ancora come definirle.

I cambiamenti dentro di me si sono manifestati in piccoli modi. Nel modo in cui strutturavo rigidamente le mie giornate. Nel disagio che provavo nel riposo. Nel senso di maggiore affidabilità che il controllo mi dava rispetto alla fiducia. Queste abitudini in carcere, un tempo mi tenevano in vita, invece all'esterno, rendevano più difficile l'intimità.

Poi sono diventato marito. Due volte.

Entrambi i matrimoni sono finiti. Non perché mancasse l'amore, ma perché la detenzione aveva plasmato il modo in cui davo amore e ricevevo amore. Il carcere insegna l'efficienza emotiva, il controllo. La vulnerabilità può essere pericolosa. La dipendenza può essere rischiosa. Quegli istinti non scompaiono solo perché si è legalmente liberi. Invece l'intimità richiede una delicatezza che la sopravvivenza non premia.

Questa non è una confessione. Sono le conseguenze di decenni di detenzione.

Le conseguenze della detenzione si sono propagate a macchia d'olio, influenzando matrimoni, famiglie e futuri che non erano direttamente coinvolti nella sentenza, ma che ne sono comunque stati plasmati.

Ho perso anche degli amici.

Gli uomini con cui ho convissuto – uomini sopravvissuti al braccio della morte – non tutti hanno saputo vivere nella libertà. Alcuni sono tornati a casa portando con sé traumi senza parole, una struttura senza sostegno, un dolore senza cure. La droga ha riempito lo spazio che un tempo era

occupato dalla reclusione. Lo stesso sistema che ci aveva rinchiusi ci ha liberati, ma senza prepararci a ciò che ci aspettava. Le capacità di sopravvivenza non si traducono facilmente nella vita civile. Non tutti riescono a compiere questa transizione.

Sono padre di 7 figli, di cui 4 maschi. Negli ultimi 9 anni, sono stato un padre single per 2 di loro, due ragazzi che ora hanno 10 e 12 anni. Sono cresciuti osservandomi mentre scoprivo il concetto di libertà non come un'idea astratta, ma come una pratica quotidiana plasmata da tutto ciò che è accaduto durante la detenzione.

I miei figli sono nati durante la mia libertà, ma senza la facilità che la libertà stessa offre.

Da padre single, ho iniziato a capire come la detenzione avesse ripercussioni anche sulla mia vita da genitore. Ciò che il carcere mi imponeva da adolescente non aveva posto nella vita che volevo offrire ai miei figli. Ero uscito di prigione, ma non mi ero ancora liberato dalla prigione.

Come società, parliamo di de-carcerazione principalmente come obiettivo politico: pene più brevi, meno carceri, riforme più intelligenti. Questi sforzi sono importanti. Ma sono incompleti se non si affronta l'impatto interiore della reclusione su una persona.

All'inizio di quest'anno, in occasione del trentesimo anniversario della mia condanna a morte, io e i miei figli abbiamo lasciato New Orleans per iniziare un viaggio di due anni. Vivere in un camper con i miei figli non significa fuggire. Ho imparato che la mobilità sconvolge le rigide strutture mentali che la detenzione impone. Interrompe il tempo imposto dalle istituzioni – i conteggi, gli orari, la monotonia – e lo sostituisce con qualcosa di meno familiare e più impegnativo: la possibilità di scegliere.

Ho pianificato attentamente il nostro viaggio, integrando libertà e possibilità di scelta. L'idea è che queste nuove abitudini si radichino in me, proprio come lo era la prigione un tempo.

Finora, sembra funzionare. In viaggio, si impongono meno regole. Se ne negoziano di più. L'istruzione a casa diventa un atto di disimparare le regole della detenzione. Sostituire campanelli e file con conversazione e ricerca. La curiosità torna ad essere centrale, non l'obbedienza.

Può sembrare romantico. La mia speranza è di guarire. Perché la libertà può essere destabilizzante.

 

Ho iniziato a chiamare questo processo "de-carcerazione del sé".

In quest'opera discontinua e non lineare, il dolore convive con la possibilità: dolore per gli anni perduti, per gli amici che non ce l'hanno fatta, per le versioni di me stesso che non hanno mai avuto la possibilità di esistere.

Ora, inaspettatamente, mi trovo ad affrontare un'ulteriore difficoltà: ho perso un contratto su cui contavo per il mio sostentamento durante il viaggio. Ho avviato una raccolta fondi su GoFundMe (vi prego di contribuire se potete), ma cerco di non perdere la speranza.

Ho anche appreso che gli effetti dell'istituzionalizzazione non si limitano alle carceri. Molti statunitensi vivono con una mente istituzionalizzata, plasmata da scuole, luoghi di lavoro e sistemi che premiano l'obbedienza a scapito dell'immaginazione.

Non porto i miei figli in viaggio per insegnare loro a essere liberi. La libertà, ho capito, non è l'assenza di sbarre. È la presenza di autonomia e il coraggio di vivere al di là della mera sopravvivenza.

Il camper si muove. Il paesaggio cambia. I miei figli mi fanno domande a cui non sempre so rispondere. Sto imparando a vivere nella libertà senza temerla.

Questo è liberare se stessi dalla prigione.

(fonte: Shareef Cousin, thelensnola.org)

3) SUOR HELEN E LA PENA DI MORTE

La testimonianza e l’impegno di suor Helen Prejean contro la pena capitale, in difesa della dignità umana, della giustizia e della possibilità di redenzione.

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Suor Helen

Padre Paddy: "Che tutti noi possiamo essere animati da uno spirito di gentilezza e compassione".

Questi sono tempi turbolenti per il popolo degli Stati Uniti. Una delle sue maggiori Papa Leone XIV, nato negli Stati Uniti, guida di 1,4 miliardi di cattolici. Papa Leone è universalmente riconosciuto come leader morale globale, la cui voce porta equilibrio e inclusione in un mondo polarizzato e profondamente conflittuale. Leone ha visitato la piccola isola di Lampedusa il 4 luglio scorso, dove ha incontrato un popolo in cerca di un nuovo inizio e di nuove opportunità e ha ricordato migliaia di bambini, donne e uomini morti attraversando il Mediterraneo nella speranza di un domani migliore. Papa Leone ci ricorda che la dignità della vita umana è un dono sacro e fondamentale per ogni cristiano.

Un'altra straordinaria leader cristiana proveniente dagli Stati Uniti è suor Helen Prejean che ha ricevuto una laurea honoris causa in Giurisprudenza dal Trinity College venerdì 19 giugno. Questo titolo accademico è uno dei più alti riconoscimenti per l'eccezionale contributo alla società. Nella stessa cerimonia sono state premiate la celebre boxer Katie Taylor, Sharon Shannon, Colm Tóibín e la baronessa Helena Kennedy. Naturalmente, la premiazione a Katie Taylor ha fatto più notizia sui media.

Suor Helen è membro della Congregazione delle Suore di San Giuseppe e risiede a New Orleans, in Louisiana. L'acclamato film "Dead Man Walking" è tratto dal libro autobiografico di suor Helen. Il film segue la relazione di suor Helen Prejean con Matthew Poncelet (interpretato da Sean Penn), un uomo nel braccio della morte condannato per lo stupro e l'omicidio brutale di due adolescenti. Con l'avvicinarsi dell'esecuzione, suor Helen (interpretata da Susan Sarandon) diventa la sua guida spirituale, accompagnandolo nelle sue ultime settimane e affrontando al contempo l'immenso dolore dei familiari delle vittime. Prova compassione per l'assassino, ma questa compassione non giustifica in alcun modo i suoi crimini. Lo tratta con dignità e, prima dell'esecuzione, egli può riappropriarsi di tale dignità e assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. Prima di sedersi sulla sedia elettrica, si scusa con il padre di una delle sue vittime e gli chiede perdono. Era la prima volta che suor Helen svolgeva il ruolo di guida spirituale per un condannato a morte.

Dopo aver accompagnato altri cinque prigionieri alla morte e aver conosciuto le loro famiglie e alcune delle famiglie delle vittime, Suor Helen Prejean scrisse: "Mi sono unita al movimento nazionale per risvegliare il popolo americano all'immoralità e all'inutilità di autorizzare i funzionari governativi a uccidere cittadini che considerano i peggiori tra i peggiori".

Nella sua motivazione ufficiale, il Trinity College l'ha elogiata definendola: "Una delle persone più influenti degli ultimi 50 anni impegnate nell'opposizione alla pena di morte e nella promozione degli interessi e della dignità dei detenuti".

La sua opera, durata tutta la vita, è stata descritta come "un'intransigente difesa della vita e della giustizia". Il suo ministero ha avuto un profondo impatto sul dibattito pubblico sulla pena capitale negli Stati Uniti e a livello internazionale.

È totalmente contraria alla pena di morte, poiché crede fermamente che ogni persona umana possieda una dignità inestimabile, anche dopo aver commesso crimini.

Nel 2005 si appellò a Papa Giovanni Paolo II affinché rafforzasse la posizione di compromesso della Chiesa sulla pena di morte. La Chiesa ammetteva l'esecuzione di Stato in casi di assoluta necessità, ma "rimaneva in silenzio sull'affronto alla dignità umana dei criminali messi a morte dopo essere stati resi completamente indifesi".

Suor Helen Prejean sostenne che non solo gli innocenti hanno dignità. Sottolineò l'incoerenza dei cattolici pro-vita che condannavano senza esitazione l'aborto ma sostenevano la pena di morte.

Uno dei momenti più significativi della sua campagna, che le ha dato un impulso decisivo, si è verificato il 2 agosto 2018, quando Papa Francesco ha dichiarato che la pena di morte è inaccettabile in ogni caso. Si tratta, disse, “di un attacco all’inviolabilità, alla dignità della persona e contrario al Vangelo di Gesù”.

Suor Helen era inoltre convinta dell’innocenza di alcuni condannati.Nel 2005 ha scritto un libro, "La morte dell'innocenza: la testimonianza oculare di esecuzioni ingiuste", che racconta la storia di due persone, Dobie Gillis e Joseph O'Dell, vittime di un terribile errore giudiziario.

C'erano notevoli dubbi sul verdetto di colpevolezza, ma ciò nonostante furono messi a morte.

Vedendo la difficile situazione delle famiglie delle vittime di omicidio, suor Helen ha fondato un gruppo di sostegno chiamato "Survive". Il dolore e la rabbia di queste famiglie, la loro sofferenza e il loro lutto in seguito alla morte violenta dei loro cari, l'hanno profondamente colpita. Spesso, però, si è sentita sopraffatta dalla capacità della famiglia di perdonare piuttosto che cercare una vendetta "occhio per occhio". Queste esperienze hanno rafforzato la sua convinzione circa l'ingiustizia della pena di morte.

Una condanna all'ergastolo è preferibile alla pena di morte. E’sorprendente apprendere che il costo di perseguire una condanna a morte supera di gran lunga il costo di un ergastolo. Inoltre, sottolinea, "esiste la crudeltà sempre più evidente delle esecuzioni malriuscite con il cosiddetto metodo umano delle iniezioni letali".

Suor Helen ha costantemente denunciato la grave ingiustizia intrinseca all'intero sistema giudiziario penale degli Stati Uniti. Esiste una palese disparità razziale che privilegia la pena di morte per l'omicidio di persone bianche, sminuendo al contempo l'omicidio, ben più frequente, di persone di colore. Le persone bianche vengono raramente condannate a morte per l'omicidio di neri.

La filosofia di base di Suor Helen è che "ognuno vale più della cosa peggiore che abbia mai fatto".

Nonostante abbia ormai superato gli ottant'anni, continua a essere una fervente sostenitrice della riforma della giustizia penale.

(fonte: laoistoday.ie)

4) IL PAPA CONTRO IL PRESIDENTE: LA PENA CAPITALE.

Mentre Washington rilancia le esecuzioni federali, il Pontefice ribadisce l’inammissibilità morale della pena di morte

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Il 24 aprile, il Dipartimento di Giustizia ha rivelato il suo piano per riprendere le esecuzioni federali. Tra le altre cose, ha raccomandato di aggiungere la sedia elettrica e il plotone d'esecuzione all'arsenale di metodi a disposizione del governo per uccidere.

Per pura coincidenza, quello stesso giorno Papa Leone inviò un messaggio a un gruppo di persone riunite a Chicago per celebrare il quindicesimo anniversario dell'abolizione della pena capitale nell'Illinois. Il messaggio di Leone fu chiaro e inequivocabile nel condannare la pena di morte.

Messe a confronto, queste vicende rivelano due visioni del mondo differenti. Una accetta la violenza e la crudeltà come strumenti del potere statale; l'altra rifiuta questo modo di essere nel mondo.

Gli abolizionisti dovrebbero usare queste due affermazioni per evidenziare la dura scelta morale che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare. E proprio come gli Americani si stanno allontanando da un'amministrazione che ha portato morte per le strade, omicidi in alto mare al largo del Venezuela e una guerra di scelta in Iran, forse sono pronti ad allontanarsi anche dalla crudeltà della pena capitale e dalla brutalità della fucilazione.

Non è la prima volta che il Papa rivolge un messaggio forte e critico all'amministrazione Trump e ai circa 70 milioni di cattolici di questa nazione. Il fatto che lo abbia fatto allora come ora con un approccio pastorale piuttosto che politico rende le sue parole ancora più incisive.

Ricordiamo la polemica scatenata dall'appello alla pace di Papa Leone XIV e dalla sua condanna della guerra scelta dall'amministrazione statunitense contro l'Iran. L'11 aprile, durante una celebrazione serale di preghiera nella Basilica di San Pietro, il Papa denunciò quella che definì la "illusione di onnipotenza" che alimentava la guerra.

Papa Leone proclamò: "Basta con l'idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l'ostentazione del potere! Basta con la guerra!". Come riporta la NPR, "Pregare per la pace, disse Leone, era un modo per 'spezzare il ciclo demoniaco del male' e costruire invece il Regno di Dio, dove non ci sono spade, droni o 'profitti ingiusti...'".

Ciò ha fatto seguito alla ferma critica del Papa alla minaccia del presidente Trump di annientare la civiltà iraniana se non si fosse arreso. Ha definito la minaccia "veramente inaccettabile".

Il Papa ha osservato che la minaccia di Trump era «una questione morale per il bene di tutta la popolazione». Ha esortato «tutti a pensare veramente nei loro cuori alle tante persone innocenti, tanti bambini, tanti anziani, completamente innocenti, che diventerebbero vittime di questa escalation di una guerra iniziata fin dai primissimi giorni».

Trump ha risposto con un delirante post sui social media intitolato "Truth Social". Ha denigrato il Vicario di Roma. "Leone", ha scritto, "dovrebbe essere grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare Papa ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché... pensavano che fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano".

Rivendicando un'infallibilità che si addice solo a un Papa, Trump ha affermato che Leone XIV "non ha capito". Ha osservato: "Non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti...". «Leone», sosteneva Trump, «dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull'essere un Grande Papa, non un politico». La sua ulteriore accusa secondo cui il Papa era «troppo indulgente con la criminalità» sembrava ridicola all'epoca.

I sondaggi mostrano che la maggioranza degli Americani di tutte le fedi religiose, non solo i cattolici, ha trovato inaccettabili le dure critiche del presidente e i suoi commenti sulla presunta indulgenza del Papa nei confronti della criminalità. Ma forse, anche in quel caso, il presidente pensava alla già espressa opposizione della Chiesa alla pena capitale.

Che lo fosse o meno, di certo non può essere contento che il Papa abbia nuovamente espresso opinioni in contrasto con l'amministrazione su una questione così cara al presidente.

Trump ha ribadito la sua posizione di lunga data a favore della pena di morte nel primo giorno del suo secondo mandato. Ha emanato un ordine esecutivo in cui dichiarava che "la pena capitale è uno strumento essenziale per dissuadere e punire coloro che commettono i crimini più efferati e gli atti di violenza letale contro i cittadini americani... [e]...solo la pena capitale può portare giustizia e ristabilire l'ordine in risposta a tale male".

Il decreto presidenziale definiva l'uso della pena di morte contro gli assassini "commisurato alla mostruosità dei loro crimini e alle minacce

l'amministrazione "non tollererà tentativi di ostacolare e smantellare le leggi che autorizzano la pena capitale contro coloro che commettono orribili atti di violenza contro i cittadini americani".

Ecco perché il presidente potrebbe aver tratto particolare piacere dal piano del Dipartimento di Giustizia di procedere a tutta velocità con i processi capitali, ottenendo condanne a morte ed eseguendole con quasi ogni mezzo, compresi fucilazioni o elettroshock per i condannati. Quel piano definiva le esecuzioni necessarie per mantenere una "sacra promessa di rendere giustizia alle vittime e alle loro famiglie...". Il tono del piano era rabbioso e moralista.

Al contrario, il Papa disse queste parole al suo pubblico di Chicago. Senza rabbia né presunzione, affermò semplicemente: «La Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile perché costituisce un attacco all'inviolabilità e alla dignità della persona».

Ha poi proseguito affermando che "la dignità della persona non viene persa nemmeno dopo la commissione di crimini gravissimi". Ha aggiunto, quasi a confutare le affermazioni del Dipartimento di Giustizia: "Inoltre, si possono sviluppare, e di fatto si sono sviluppati, sistemi di detenzione efficaci che tutelano i cittadini senza privare completamente i colpevoli della possibilità di redenzione".

La redenzione, ovviamente, non fa parte del vocabolario del presidente, né dei suoi programmi e delle sue politiche.

In un avvertimento indiretto al presidente Trump, che aveva promesso di portare un'età dell'oro in America, il Papa ha parlato profeticamente: "Solo quando una società salvaguarda la sacralità della vita umana potrà fiorire e prosperare". E, schierandosi apertamente con coloro che si oppongono a Trump e al piano del Dipartimento di Giustizia, Papa Leone ha offerto il suo "sostegno a coloro che si battono per l'abolizione della pena di morte negli Stati Uniti d'America e nel mondo".

Il suo impegno per la dignità di ogni persona e la sua fede nella "possibilità di redenzione" sono un gradito invito a far emergere il meglio che c'è in ognuno di noi. Un invito di questo tipo è purtroppo assente nello stile di leadership del presidente.

Il sostegno aperto del Papa al movimento abolizionista in questo Paese dovrebbe dargli nuovo slancio in un momento in cui il numero delle esecuzioni è in aumento e il Dipartimento di Giustizia proclama la sua intenzione di trasformarle in spettacoli raccapriccianti. È un dono per tutti noi che un Papa americano rivolga un appello così incoraggiante ai suoi connazionali e ci ricordi cosa significhi una vera leadership.

(fonte: Austin Sarat è il professore William Nelson Cromwell di giurisprudenza e scienze politiche all'Amherst College ----verdict.justia.com)

5) QUATTRO RAGAZZI INNOCENTI IN CARCERE DA 35 ANNI

Una delle più gravi ingiustizie giudiziarie americane: quattro giovani condannati senza prove e scagionati solo grazie ai progressi dell'analisi del DNA.

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TEXAS: Nel maggio del 2026, il Consiglio comunale di Austin ha approvato un risarcimento di 35 milioni di dollari a favore di tutti e quattro gli uomini, a seguito delle false accuse mosse contro di loro nel caso noto come gli omicidi del negozio di yogurt.

La sera del 6 dicembre 1991, scoppiò un incendio nel negozio di yogurt "I Can't Believe It's Yogurt!" ad Austin, in Texas. Dopo che i vigili del fuoco spensero le fiamme, trovarono i corpi di quattro ragazze adolescenti, nude, tutte uccise con colpi di arma da fuoco alla testa: Eliza Thomas, 17 anni, Amy Ayers, 13 anni, e le sorelle Jennifer Harbison, 17 anni, e Sarah Harbison, 15 anni.

La polizia ha affermato che alcune delle ragazze avevano subito violenza sessuale e ha ritenuto che il responsabile avesse appiccato l'incendio per distruggere le prove.

La polizia concentrò le proprie energie su quattro adolescenti: Maurice Pierce, Michael Scott, Robert Springsteen e Forrest Welborn.

Pierce fu arrestato per la prima volta entro una settimana dall'inizio delle indagini, in un centro commerciale locale, poiché la pistola in suo possesso era simile a una delle armi usate negli omicidi. Dopo ore di interrogatorio, Pierce confessò i crimini.

Tuttavia, la sua confessione presentava delle incongruenze con i fatti del crimine, e venne confermato che la pistola non era quella usata negli omicidi.

Nel 1999 (otto anni dopo i fatti), la polizia riportò i quattro uomini, che all'epoca degli omicidi erano adolescenti, in centrale per ulteriori interrogatori e li incriminò per omicidio premeditato.

Tuttavia, una giuria popolare si rifiutò di incriminare Welborn e le accuse contro Pierce furono infine ritirate per mancanza di prove.

Scott e Springsteen finirono per subire le conseguenze più gravi quando entrambi confessarono gli omicidi del negozio di yogurt durante gli interrogatori della polizia. Tra il 2001 e il 2002, entrambi furono processati separatamente e condannati nonostante la mancanza di prove fisiche che li collegassero al crimine. Springsteen ricevette la pena di morte, successivamente commutata in ergastolo dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti stabilì che i minorenni non potevano essere condannati a morte, dato che all'epoca degli omicidi aveva 17 anni. Scott fu condannato all'ergastolo senza possibilità di libertà condizionale.

Nel 2009, nuove analisi del DNA scagionarono tutti e quattro gli uomini. Il procuratore distrettuale della contea di Travis, Rosemary Lehmberg, annunciò l'archiviazione delle accuse contro Scott e Springsteen, che furono quindi rilasciati. Il processo di riabilitazione per tutti e quattro gli uomini iniziò nel dicembre 2025 e, nel febbraio 2026, un giudice dichiarò Pierce, Scott, Springsteen e Welborn innocenti.

Dall'accordo di risarcimento di 35 milioni di dollari, Springsteen e Scott riceveranno 9,85 milioni di dollari; Welborn ne riceverà 4,85 milioni, e la famiglia di Pierce, scomparso nel 2010, ne riceverà 10 milioni.

Nel 2025 (oltre 15 anni dopo l'archiviazione delle accuse contro i quattro uomini), una tecnologia avanzata del DNA ha permesso di scoprire chi avesse realmente ucciso le quattro ragazze: Robert Eugene Brashers. Gli scienziati forensi hanno utilizzato un campione di DNA prelevato da sotto l'unghia di Amy, che corrispondeva a un profilo genetico di Brashers, coinvolto in un caso di omicidio e violenza sessuale avvenuto nel 1990 in Carolina del Sud. Tuttavia, Brashers non era stato incriminato perché si era suicidato nel 1999.

"Fin dall'inizio abbiamo detto loro di controllare le unghie di Amy", ha raccontato la madre di Amy, Pam Ayers, "Sapevamo che avrebbe reagito con tutte le sue forze”.

(fonte: aetv.com)

6) PAUL SKALNIK, UN TRUFFATORE CHE MANDAVA UOMINI INNOCENTI NEL BRACCIO DELLA MORTE

Barattava false confessioni con la libertà e mandava uomini innocenti nel braccio della morte.

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Foto di laurea del 1967

Skalnik era un piccolo truffatore con una routine tristemente infallibile. Ogni volta che la sua fortuna finiva e si ritrovava in prigione, affermava che gli uomini accusati di omicidio gli confessassero i loro crimini.

Nell'estate del 1981, Skalnik si trovava nel carcere della contea di Pinellas con l'accusa di furto aggravato, rischiando una possibile condanna a 5 anni di reclusione, quando fece una chiamata a carico del destinatario all'ufficio del procuratore distrettuale di Clearwater, in Florida, e disse di avere informazioni su tre uomini in attesa di processo per omicidio. Tutti e tre, affermò, gli avevano confessato, in tutto o in parte, i loro crimini.

Nel 1984, aveva già testimoniato contro almeno 27 imputati nel carcere della contea di Pinellas, fornendo informazioni su di loro e contribuendo alla condanna a morte di 4 uomini. I pubblici ministeri non sembravano preoccupati dal fatto che un uomo con una lunga storia di inganni stesse estorcendo confessioni a un ritmo che avrebbe impressionato anche il più esperto detective della omicidi. Nel corso della sua carriera nella polizia criminale, Paul Skalnik ha testimoniato in 37 casi.

Skalnik era un piccolo truffatore dalla resistenza straordinaria. Si era sposato nove volte, aveva emesso assegni a vuoto, derubato donne e vedove, impersonato avvocati e reinventato se stesso in città diverse ogni volta che la versione precedente gli risultava scomoda. Affermava di essere un dirigente della Southwest Airlines, uno studente di legge alla Stetson, un marine e un avvocato di Boston di nome Avery Harrison.

In carcere, trovò il ruolo che gli fruttava di più: divenne un falso testimone professionista.

La sua prima importante esperienza come informatore avvenne a Houston nel 1978, dopo essere finito nel carcere della contea di Harris con l'accusa di emissione di assegni a vuoto. In carcere notò Thomas Hirschi, uno dei tre attivisti accusati di aver incitato alla rivolta durante i festeggiamenti del Cinco de Mayo e chiamò un vecchio amico presso l'ufficio del procuratore distrettuale. «Ho qualcosa da dirti», disse Skalnik. «Qualcosa che ti interesserà». Poco dopo era fuori di prigione per quel giorno, seduto nell'ufficio del procuratore distrettuale, a leggere da un piccolo taccuino a spirale le conversazioni che affermava di aver avuto con Hirschi.

All'inizio degli anni '80, aveva portato il suo stratagemma in Florida. Nel carcere della contea di Pinellas, lavorava nella biblioteca giuridica, dove gli imputati spaventati custodivano i loro documenti legali e un uomo sicuro di sé, con un linguaggio carcerario, poteva spacciarsi per una persona disponibile. Leggeva i giornali locali, studiava i dettagli dei casi e poi chiamava i pubblici ministeri per riferire che i detenuti avevano confessato. La ricompensa veniva registrata negli archivi del procuratore distrettuale con un punto esclamativo: "Si è parlato di libertà vigilata!".

Questo era il patto di base. L'accusa ottenne un testimone in grado di trasformare casi intricati in storie più semplici. Skalnik ottenne clemenza e ripetute opportunità di riprendere la sua carriera criminale. E’ stato definito "l'uomo chiave dell'accusa, il testimone le cui parole hanno convinto i giurati a scegliere la pena di morte".

Sul banco dei testimoni, Skalnik ha interpretato il ruolo del peccatore pentito con un cuore a forma di distintivo. "Ho ancora le forze dell'ordine dentro di me", ha detto ai giurati. Quando gli è stato chiesto se avesse ricevuto qualcosa in cambio della sua testimonianza, ha risposto: "No, signora. Probabilmente sono stato trattato peggio di quanto sarei stato se non avessi testimoniato".

Dietro le quinte, procuratori e investigatori hanno fatto pressioni per lui, gli hanno scritto lettere e lo hanno aiutato a rimanere nel carcere della contea, dove poteva restare vicino agli imputati in attesa di processo.

Il caso al centro di "Catch the Devil" è quello di James Dailey, un veterano del Vietnam del Kansas che, dopo aver prestato servizio per tre turni, tornò a casa irriconoscibile agli occhi della sua stessa famiglia. Sua madre avrebbe poi raccontato di aver mandato "due bravi ragazzi nell'Aeronautica e nei Marines", e che "al loro ritorno erano persone diverse". Nel 1985, l'alcolismo aveva già distrutto il matrimonio di Dailey, i figli e ogni punto di riferimento stabile nella vita. Si trasferì nella contea di Pinellas con Jack Pearcy, un compagno di bevute violento.

Il 5 maggio 1985, una ragazza di 14 anni di nome Shelly Boggio incrociò la strada di Pearcy e Dailey in una casa a Seminole. La mattina seguente, il suo corpo giaceva sotto un ponte levatoio a Indian Rocks Beach, pugnalato trentuno volte, con le mani tagliate nel tentativo di proteggersi e acqua nei polmoni.

Pearcy sembrò autoincriminarsi quasi per caso. Si agitò a tal punto da dire che forse avrebbe avuto bisogno di parlare con un prete, poi descrisse un incubo ricorrente in cui l'assassino si voltava verso di lui e il volto che vedeva era il suo. Ma quando arrivò il momento di fornire agli investigatori una versione dei fatti utilizzabile, Pearcy diede la colpa a Dailey.

Il detective John Halliday si recò al carcere della contea di Pinellas e prelevò uno ad uno gli uomini dal blocco celle di Dailey. Nei suoi appunti registrò ciò che ognuno gli disse: "Niente." "Non sa niente." "Avrei voluto aiutarti, ma è un po' al di fuori delle mie competenze." Poi Skalnik fece sapere a Halliday che Dailey gli aveva confessato.

Dailey disse al suo avvocato: "Questa è una vera e propria trappola", e disegnò una piantina del blocco celle che mostrava come qualsiasi conversazione tra loro lo avrebbe costretto a urlare dall'altra parte del pavimento, in piena vista delle guardie e degli altri detenuti. La giuria non vide mai la piantina.

Al processo, Skalnik testimoniò che Dailey gli aveva detto che la ragazza "continuava a fissarlo, urlando, e non voleva morire". Era il tipo di frase che una giuria ricorda.

La giuria ha deliberato per meno di due ore e ha emesso un verdetto unanime di colpevolezza. La raccomandazione per la fase di determinazione della pena è stata la condanna a morte, anch'essa unanime. Cinque giorni dopo il verdetto, Skalnik è uscito di prigione.

L'agente di sorveglianza di Skalnik, riesaminando la sua condotta dopo il successivo rilascio, si mostrò meno impressionato rispetto ai pubblici ministeri. "Quest'uomo è stato, e sarà sempre un pericolo per la società", scrisse nella sua relazione ufficiale, avvertendo che aveva "perfezionato il ruolo del truffatore" e lasciato dietro di sé vittime che "non saranno mai in grado di recuperare le perdite finanziarie o il benessere psicologico subiti".

Skalnik è morto in una casa di cura in Texas il 10 marzo 2020, un giorno prima che il COVID-19 venisse dichiarato pandemia. Le sue ceneri non sono mai state reclamate.

Dailey rimane nel braccio della morte in Florida dopo quasi 4 decenni. Ha compiuto 80 anni l'11 giugno. Dipinge paesaggi dalla sua cella con i materiali artistici acquistati nello spaccio del carcere, piccole scene di foreste, ruscelli e una pozza d'acqua blu cobalto dove nuotava durante la sua infanzia in Kansas.

Un procuratore una volta difese l'utilizzo di testimoni come Skalnik con il vecchio adagio: "Bisogna fare un patto con un peccatore per catturare il diavolo". Ciò che rendeva Skalnik così pericoloso non era la sua intelligenza o astuzia, ma piuttosto la facilità con cui le istituzioni che avrebbero dovuto far rispettare la legge e proteggere i più vulnerabili avevano amplificato le sue menzogne.

Nella contea di Pinellas, i procuratori credevano di aver trovato un peccatore che li avrebbe aiutati a catturare i demoni. In realtà, si sono imbattuti in un truffatore che capiva esattamente cosa volevano sentirsi dire i procuratori.

(fonte: nypost.com)

7) EMMA BONINO, UNA VITA PER I DIRITTI E LA DIGNITÀ DELLA PERSONA

Con coraggio e determinazione ha portato avanti, in Italia e nel mondo, battaglie per la dignità umana, il garantismo e l'abolizione della pena di morte.

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Con la scomparsa di Emma Bonino, avvenuta l'11 settembre 2026 all'età di 78 anni, l'Italia perde una delle figure più autorevoli e coerenti nella difesa dei diritti umani, delle libertà civili e dello Stato di diritto. Per oltre cinquant'anni la storica leader radicale, parlamentare, ministra e commissaria europea ha interpretato la politica come strumento di emancipazione delle persone più vulnerabili, portando avanti battaglie che hanno segnato profondamente il dibattito pubblico italiano ed europeo.

Tra le molte cause alle quali ha dedicato la propria vita, particolare rilievo hanno avuto l'impegno contro la pena di morte e la difesa della dignità delle persone detenute. Convinta che il valore di una democrazia si misuri dalla capacità di tutelare i diritti anche di chi ha commesso errori, Bonino ha sempre sostenuto una concezione della giustizia fondata sul rispetto della persona, sul recupero e sul rifiuto di ogni forma di trattamento degradante. La sua azione si è sviluppata sia sul piano nazionale sia in ambito internazionale, contribuendo a mantenere alta l'attenzione sulle condizioni carcerarie e sul rispetto dei diritti fondamentali.

Sul fronte della lotta contro la pena capitale, il suo nome resta legato alle grandi campagne promosse dal movimento radicale per l'abolizione universale della pena di morte. In numerose sedi internazionali Bonino si è battuta affinché la comunità internazionale riconoscesse il diritto alla vita come principio irrinunciabile, contribuendo a rafforzare il ruolo dell'Italia nelle iniziative diplomatiche e nelle mobilitazioni globali a favore della moratoria delle esecuzioni. Anche il Presidente della Repubblica ha ricordato, nel messaggio di cordoglio, il suo costante impegno contro la pena di morte e per la giustizia internazionale, indicandolo come uno dei contributi più significativi lasciati al Paese.

La sua attività politica è stata inoltre caratterizzata da un'attenzione continua alle persone detenute. Per Bonino il carcere non doveva rappresentare una sospensione della dignità umana, ma un luogo in cui garantire diritti, legalità e opportunità di reinserimento. Una visione che l'ha portata a denunciare situazioni di sovraffollamento, condizioni di vita non adeguate e tutte quelle circostanze che rischiano di trasformare la pena in una forma di esclusione permanente dalla società.

Oggi il ricordo di Emma Bonino resta legato non soltanto alle riforme e alle iniziative che ha contribuito a realizzare, ma soprattutto alla convinzione che ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione, debba vedere riconosciuta la propria dignità. Un principio che ha guidato l'intera sua attività politica e che continua a rappresentare uno dei lasciti più significativi della sua lunga vita pubblica.

(fonti: Rainews, Euronew, Iodonna e Today.it)

8) VOCI E IMMAGINI CONTRO LA PENA DI MORTE

Una selezione di video e film che raccontano il dibattito sulla pena di morte attraverso testimonianze, storie vere e riflessioni sui temi della giustizia, della dignità umana e della possibilità di redenzione.

Riportiamo di seguito alcuni video, documentari e opere cinematografiche che affrontano il tema della pena di morte da diverse prospettive. Attraverso testimonianze dirette, analisi giornalistiche, campagne per i diritti umani e racconti ispirati a vicende reali, questi contenuti offrono strumenti utili per approfondire.

VIDEO CONTRO LA PENA DI MORTE

1) Amnesty International – "Death to the Death Penalty"

 

2) TG2000 – "Pena di morte, appello di Amnesty International"

 

3) AJ+ – "What if the Death Penalty Disappeared in America?"

  •  Video divulgativo che spiega perché molti esperti ritengono la pena di morte inefficace come deterrente, costosa e soggetta a errori giudiziari.

  • https://youtu.be/m4OmTdeFUok

 

4) "One Last Chance" – Amnesty International

FILM

Uno dei più celebri è Dead Man Walking – Condannato a morte (1995), diretto da Tim Robbins e interpretato da Susan Sarandon e Sean Penn. Il film affronta temi come giustizia, perdono e dignità umana ed è spesso utilizzato in contesti educativi per discutere la pena di morte.

 

Un altro film molto valido è Last Dance(1996) (nella versione italiana “Difesa a oltranza”) Basato sulla vera storia di Karla Faye Tucker Brown, prima donna giustiziata negli Stati Uniti dal 1984 e prima in Texas dal 1863, il film uscì due anni prima della vera esecuzione per tentare di sensibilizzare l'opinione pubblica al riguardo. Anche questo film denuncia le ingiustizie radicali insite nella pena di more americana.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 12 settembre2026

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