FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 285  -  Luglio e Agosto 2021

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John Henry Ramirez morirà in Texas l’8 settembre? (Vedi Notiziario)

SOMMARIO:

1) Preoccupa l’insediamento del nuovo presidente iraniano Raisi

2) Gholam-Hossein Mohseni-Ejei a capo della magistratura In Iran

3) Firmiamo l’appello di Amnesty in favore di Narges Mohammadi!

4) La detenzione e la tortura di rifugiati e migranti in Libia

5) I talebani fanno sfilare uomini col cappio al collo

6) Arabia Saudita: Messo a morte per un crimine commesso a 14 anni?

7) Kim Jong-Un vuole mettere a morte i disertori rimpatriati

8) È morto Porter il cui caso pose fine alla pena capitale in Illinois

9) Le terrificanti storie delle persone murate vive e sepolte vive

10) Notiziario

1) PREOCCUPA L’INSEDIAMENTO DEL NUOVO PRESIDENTE IRANIANO RAISI

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Ebrahim Raisi

Il nuovo presidente dell’Iran Ebrahim Raisi, scelto dal Leader Supremo Ali Khamenei, è noto per aver violato su larga scala i diritti umani negli ultimi decenni.

 

Il 5 agosto si è insediato il nuovo presidente del regime iraniano, Ebrahim Raisi. Arriva in un momento in cui innumerevoli iraniani, sia all’interno dell’Iran che nel resto del mondo, stanno commemorando le 30.000 persone uccise tra luglio e settembre del 1988, molte delle quali su ordine di Raisi. La sovrapposizione tra questi eventi sottolinea il messaggio che è stato presentato alla comunità internazionale dai gruppi per i diritti umani e dalla resistenza iraniana subito dopo l’elezione di Raisi: Promuovendo i peggiori violatori dei diritti umani, il regime iraniano sta dimostrando la sua chiara aspettativa di impunità.

L’ascesa di Raisi alla presidenza fa parte di una lunga storia di funzionari del regime detentori di un potere sempre più grande sia all’interno del governo che nell’industria, nonostante il loro coinvolgimento nel massacro del 1988 o proprio a causa di esso. Prima di essere presentato come candidato preselezionato nella recente farsa dell’elezione presidenziale, Raisi era stato nominato capo della magistratura dal Leader Supremo del regime Ali Khamenei. Se ci fosse qualche dubbio sulla previa intenzione di mettere un tale individuo a capo del sistema giudiziario della nazione, esso verrebbe dissipato dal fatto che entrambi gli uomini che svolsero il ruolo di Ministro della Giustizia nell’amministrazione dell'ex presidente del regime Hassan Rouhani furono anche partecipanti ben noti al massacro del 1988.

Uno di loro, Mostafa Pourmohammadi, rilasciò interviste ai media di stato verso la fine del suo mandato e difese apertamente quel massacro, arrivando persino a dichiarare di essere orgoglioso di aver contribuito a eseguire “il comando di Dio”. Quel comando, secondo Pourmohammadi e altri funzionari attuali ed ex, era per l’esecuzione sistematica di persone affiliate al principale gruppo di opposizione a favore della democrazia, l'Organizzazione della Popolazione Mojahedin dell’Iran (PMOI). Esso riflette direttamente la fatwa (sentenza) che incitò al massacro, nella quale il fondatore del regime Ruhollah Khomeini aveva dichiarato che tutti gli oppositori del sistema teocratico erano colpevoli di “inimicizia contro Dio”.

Quella sentenza comporta la pena di morte ed è stata eseguita innumerevoli volte nei successivi 33 anni per giustificare l’esecuzione di chiunque mostri la minima simpatia per il PMOI, anche solo distribuendo la sua “letteratura” o donando denaro alla rete televisiva satellitare dell’opposizione. Non c'è dubbio che l’attuazione di tali sentenze si accelererà nell'era iniziata il 5 agosto con l'insediamento di Raisi.

Già come capo della magistratura, Raisi supervisionò un’applicazione molto maggiore della pena di morte in un paese famoso per il suo alto tasso di esecuzioni pro capite nel mondo. E quando i residenti di 200 città e paesi iraniani organizzarono una rivolta nazionale nel novembre 2019, Raisi svolse un ruolo di primo piano nella conseguente repressione, che vide 1.500 persone uccise e migliaia di altre sottoposte a tortura a seguito di arresti di massa. La sua promozione alla seconda carica del regime dà a Raisi ancora più potere nell’indirizzare le autorità verso risultati che sono una raggelante reminiscenza del 1988.

Inoltre, il nuovo presidente del regime avrà ampie giustificazioni per esercitare questo potere, dal momento che l'Iran è stato scosso da nuovi disordini nel periodo precedente il suo insediamento ed è sull’orlo di un’altra rivolta molto simile a quella che ha avuto luogo meno di due anni fa. Alcuni di quei disordini si sono verificati proprio il giorno dopo l’“elezione” di Raisi e hanno sottolineato la condanna pubblica della sua candidatura, che ha trovato sfogo anche in un boicottaggio di massa dei sondaggi. Meno del dieci per cento della popolazione iraniana ha preso parte al processo (elettorale) strettamente controllato. Rifiutandosi di votare, molti di loro hanno implicitamente approvato il messaggio delle "Unità di resistenza" del PMOI che avevano promosso il boicottaggio come mezzo per "votare per il cambio di regime".

Il sostegno al cambio di regime era già stato reso esplicito nella rivolta del novembre 2019 e in una precedente rivolta nel gennaio 2018. In entrambi i casi, si sentivano gli appartenenti a tutti i ceti sociali cantare "morte al dittatore" e invocare un'alternativa al “gioco” che le principali fazioni politiche iraniane praticavano da oltre 40 anni. In alcune delle proteste più recenti scatenate dalla carenza d’acqua nella provincia del Khuzestan, si è sentita spesso la gente affermare chiaramente: “Non vogliamo la Repubblica Islamica”.

Negli ultimi anni è apparso chiaro che il popolo iraniano si opporrà alla repressione e molto probabilmente la utilizzerà per alimentare ancora più disordini e rivolte. Ma questo non è un pretesto per le Potenze Occidentali per restare a guardare mentre Teheran uccide le persone che invocano la libertà e premia le persone che hanno perpetrato crimini feroci contro l'umanità per conto del regime. La Comunità Internazionale deve indagare formalmente su quei crimini e perseguire i loro autori, se non altro per chiarire che comportamenti simili non saranno tollerati.

Prima di chiudere questo articolo ricordiamo il preoccupato commento della Segretaria Generale di Amnesty International, Agnès Callamard, riguardo alla nomina di Raisi alla presidenza dell’Iran (1):

“Come capo della magistratura iraniana, Ebrahim Raisi ha favorito una spirale di repressione dei diritti umani che ha visto centinaia di dissidenti pacifici, difensori dei diritti umani e membri di gruppi minoritari perseguitati e arbitrariamente detenuti. Sotto il suo controllo, la magistratura ha anche concesso l’impunità totale ai funzionari governativi e alle forze di sicurezza responsabili dell’uccisione illegale di centinaia di uomini, donne e bambini nonché di aver sottoposto migliaia di manifestanti ad arresti di massa e almeno centinaia a sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti durante e dopo le proteste nazionali del novembre 2019. (Anna Maria, da varie fonti e soprattutto da un articolo scritto dal giornalista dell’opposizione iraniana Amir Taghati il 7 agosto u. s.)

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(1) Vedi n. 284

2) GHOLAM-HOSSEIN MOHSENI-EJEI A CAPO DELLA MAGISTRATURA IN IRAN

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Gholam-Hossein Mohseni-Ejei

Gholam-Hossein Mohseni-Ejei ha preso il posto lasciato dal terribile Ebrahim Raisi che è stato promosso Presidente dell’Iran dal Leader Supremo Ali Khamenei (cfr. articolo precedente).

Il 1° luglio il Leader Supremo dell’Iran Ali Khamenei ha ufficialmente nominato Gholam-Hossein Mohseni-Ejei capo della giustizia iraniana, ruolo fino ad ora ricoperto dal presidente Ebrahim Raisi. Khamenei ha riconosciuto a Mohseni-Ejei "una profonda conoscenza e un brillante curriculum come giudice". In realtà, Mohseni-Ejei ha un ampio sanguinoso record di violazioni dei diritti umani.

Mohseni-Ejei ha avuto un ruolo rilevante nel massacro nelle prigioni del paese nel 1988. Questo evento, etichettato come un crimine contro l'umanità da Amnesty International, ha comportato l’uccisione di oltre di 5.000 dissidenti politici.

Nel 1995, come vice procuratore del Tribunale Speciale del clero, Mohseni-Ejei ha supervisionato gli "omicidi a catena", un'ondata di violenta repressione che si è conclusa con l'accusa fasulla e l'uccisione arbitraria di decine di intellettuali e scrittori iraniani.

Mentre era a capo del Tribunale Speciale del Clero, Mohseni-Ejei ha aggredito in pubblico un giornalista colpendolo con un barattolo da zucchero e poi mordendolo.

Nel 2005, ha assunto la posizione di Ministro dell'intelligence sotto Mahmoud Ahmadinejad. In questa veste, Mohseni-Ejei ha supervisionato le confessioni forzate, le torture e gli arresti di manifestanti del Movimento Verde.

L’insieme di questi crimini ha portato a sanzioni punitive da parte della comunità internazionale. Gli Stati Uniti hanno originariamente sanzionato Ejei con un ordine esecutivo nel 2010 e lo hanno incluso nella Lista SDN (1) per i suoi violenti abusi sui manifestanti dopo le contestate elezioni iraniane del 2009. L'Unione Europea ha seguito l'esempio americano nel 2011, e a Ejei è stato vietato l'ingresso in tutti i paesi dell'UE. Nel 2020, gli Stati Uniti hanno sanzionato nuovamente Ejei per le continue violazioni dei diritti umani. (Pupa)

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(1) La Lista SDN è la lista degli individui designati dagli USA quali terroristi, dipendenti di regimi autoritari e criminali riconosciuti (ad esempio i trafficanti di droga).

3) FIRMIAMO L’APPELLO DI AMNESTY IN FAVORE DI NARGES MOHAMMADI!

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In un post sul suo account Instagram, Narges Mohammadi (nella foto sopra), difensora dei diritti umani e prigioniera di coscienza in Iran, racconta di essere stata condannata ad un periodo di reclusione, alla fustigazione e a due multe per avere svolto attività pacifiche sui diritti umani, mentre si trovava ingiustamente in carcere. La sezione 1188 del secondo Tribunale penale l’ha condannata a due anni e mezzo di prigione, 80 frustate e a due multe per accuse come “diffondere propaganda contro il sistema”. Nel post di Instagram Narges Mohammadi ha scritto che il 23 maggio il tribunale aveva emesso la condanna per alcune “accuse”, tra cui partecipazione tra il 21 e il 24 dicembre 2019 a un sit-in con le altre prigioniere della sezione femminile del carcere di Evin a Teheran, per protestare contro le uccisioni di manifestanti avvenute durante le proteste scoppiate in tutto il paese nel novembre 2019. L’attivista ha rilasciato dichiarazioni contro la pena di morte e ha denunciato di essere stata sottoposta a torture e altri maltrattamenti dagli agenti penitenziari e da funzionari giudiziari e di sicurezza, durante e subito dopo il sit-in pacifico.

Amnesty International chiede alle autorità iraniane di annullare la sentenza e la condanna di Narges Mohammadi, che si fonda esclusivamente sul legittimo esercizio dei suoi diritti alla libertà di espressione a e di assemblea. L’organizzazione chiede inoltre alle autorità iraniane di togliere il divieto di viaggiare, impostole ingiustamente, in quanto è stata punita solo per avere esercitato i suoi diritti. Le autorità iraniane devono condurre un’indagine immediata, indipendente e imparziale sulle accuse di tortura e di altri maltrattamenti subiti durante l’ingiusta detenzione.

Invitiamo i nostri lettori a firmare l’appello di Amnesty International in favore di Narges Mohammadi cliccando sul seguente link:

Iran: nuova condanna per Narges Mohammadi - Amnesty International Italia

4) LA DETENZIONE E LA TORTURA DI RIFUGIATI E MIGRANTI IN LIBIA

 

Da tempo la Libia non è un luogo sicuro per rifugiati e migranti. Attori statali e non statali li sottopongono a una serie di violazioni dei diritti umani e abusi, tra cui uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, stupro e altre violenze sessuali, detenzione arbitraria a tempo indefinito in condizioni crudeli e inumane e lavoro forzato.

Nonostante i continui e ben documentati raccapriccianti abusi perpetrati nell’impunità per oltre un decennio, stati e istituzioni europee continuano a fornire supporto materiale e perseguire politiche migratorie che permettono ai guardacoste libici di intercettare uomini, donne e bambini che cercano di scappare alla ricerca di salvezza attraversando il mar Mediterraneo, e ne consentono il ritorno forzato in Libia, dove vengono trasferiti per essere sottoposti a detenzione illegittima e affrontano ulteriori cicli di violazioni dei diritti umani.

Nei primi mesi del 2021 i guardacoste libici hanno intercettato in mare e rimpatriato in Libia circa 15.000 persone, un numero maggiore rispetto all’intero 2020. Alle persone sbarcate nei porti libici è stato consentito solo un accesso sommario alle organizzazioni umanitarie in circostanze tese e caotiche che non consentono un’adeguata valutazione dei loro bisogni e delle loro difficoltà, per non parlare dell’individuazione di persone che richiedono protezione internazionale. Migliaia di persone sbarcate sono finite in centri di detenzione, un numero calcolato in 6.100 persone alla fine di giugno 2021.

Cambiare questo sistema non è impossibile.

L’Unione europea e i suoi stati membri devono sospendere la cooperazione con la Libia in tema di controllo delle frontiere e delle migrazioni, fino alla creazione di meccanismi di due diligence, monitoraggio e accertamento delle responsabilità e fino a quando le autorità libiche non adotteranno misure concrete e comprovabili per proteggere i diritti di rifugiati e migranti, anche chiudendo i centri di detenzione e rilasciando tutte le persone detenute sulla base del proprio status di migranti.

Firmate l’appello promosso da Amnesty International Italia collegandovi a: Fermiamo la detenzione e la tortura di rifugiati e migranti in Libia - Amnesty International Italia

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5) I TALEBANI FANNO SFILARE UOMINI COL CAPPIO AL COLLO

 

La situazione dell’Afghanistan, ritornato nelle mani dei Talebani dopo 20 anni, si fa di giorno in giorno sempre più disastrosa. Ricordiamo qui, almeno in parte, gli orrori compiuti dai Talebani.

 

Sono state diffuse dai Talebani foto di uomini cosparsi di catrame col cappio al collo che sfilano per le vie di Herat, una delle principali città dell'Afghanistan. La tintura in nero è considerata un avvertimento: i recidivi rischiano di avere una mano tagliata.

Il gruppo islamico fondamentalista aveva preso il controllo del paese nel 1994, guidato dall'ex comandante dei mujaheddin Mohammad Omar. Aveva imposto punizioni severe, compresa la lapidazione dei sospetti adulteri ed esecuzioni pubbliche, nonché vietato alle donne di lavorare e alle ragazze di frequentare la scuola. Agli uomini era stato vietato di tagliarsi la barba mentre le donne dovevano indossare il burka dalla testa ai piedi.

Gli Americani invasero il paese nel 2001 e, al termine di sanguinose battaglie, che causarono migliaia di morti anche tra i civili, crearono un miglioramento delle condizioni di vita di donne e minoranze etniche. Adesso però, abbandonando precipitosamente l’Afghanistan dopo 20 anni, senza aver imposto alcuna condizione ai Talebani, questi hanno di nuovo preso il potere impossessandosi del palazzo presidenziale a Kabul e stanno cancellando le libertà conquistate dai cittadini afgani.

La giovane attivista irachena Sarah Idan residente negli USA ha descritto la situazione come una “nuova era oscura per le donne”.

La situazione potrebbe essere terribile anche per le persone LGBT. Un giudice talebano ha annunciato il mese scorso che sotto la sua giurisdizione la pena per l'omosessualità è la morte. “Ci sono solo due possibili pene per i gay: o essere lapidati o essere messi dietro un muro alto 3 metri che gli cade addosso", ha dichiarato il giudice al giornale tedesco Bild.

I Talebani hanno annunciato la restaurazione dell'Emirato islamico dell'Afghanistan ed hanno promesso che ci sarà un trasferimento pacifico dei poteri. Hanno anche parlato di un’amnistia per le persone che hanno lavorato con il governo afgano o con le forze straniere. È stato riferito, tuttavia, di pratiche brutali adottate nelle aree conquistate negli ultimi giorni, tra cui omicidi per vendetta.

Ogni giorno i media riferiscono di nuovi incredibili orrori che accadono nell’Afghanistan ‘liberato’, alcuni dei quali in conseguenza delle lotte tra le varie fazioni che si contendono il potere.

Dopo l’attentato all’aeroporto di Kabul, altre migliaia di difensori dei diritti umani, donne, giornalisti e docenti universitari sono in grave pericolo. Abbiamo tutti visto le tragiche immagini trasmesse dai media delle persone che hanno cercato disperatamente di salire sugli aerei in partenza dal paese. Dovevano passare attraverso un punto di controllo dei Talebani, e moltissimi sono stati uccisi dagli spari, dalle esplosioni, o travolti e calpestati dalla folla. Sono scene apocalittiche.

Si è saputo inoltre che membri della minoranza etnica Hazara sono stati torturati e uccisi nella provincia di Ghazni, e ciò rivela quanto in realtà i Talebani intendano fare da adesso in poi con chi non condivide il loro fanatismo.

Non possiamo essere ottimisti riguardo al futuro di questo povero martoriato paese: dal momento che Biden non ha voluto prolungare la permanenza dei soldati, la vendetta dei Talebani su chi è rimasto in loro potere sarà spietata.

Anche le reazioni vendicative da parte degli Americani, coni loro omicidi “mirati” dei terroristi, sono in realtà ulteriori atti di violenza su tanti innocenti, basti ricordare che molti bambini sono morti durante l’attacco con i droni effettuato pochi giorni fa per colpire gli autori dell’attentato all’aeroporto di Kabul. (Pupa)

6) ARABIA SAUDITA: MESSO A MORTE PER UN CRIMINE COMMESSO A 14 ANNI?

 

Sulla colpevolezza di Abdullah al-Huwaiti, condannato a morte in Arabia Saudita, ci sono discussioni. Quel che è certo però è che nel 2017, all’epoca dei fatti, aveva solo 14 anni.

 

Il ladro entrò nella gioielleria travestito da donna, con un abito nero e un velo sul viso, poi estrasse una pistola e un fucile d'assalto. Frantumò una teca di vetro, sparò, ferì due dipendenti e rubò più di 200.000 dollari in oro prima di uccidere un agente di polizia, gettare il suo corpo in un canale di scolo e scappare a tutta velocità con l'auto dell'agente.

La rapina avvenne a maggio del 2017 a Duba, sulla costa del Mar Rosso dell'Arabia Saudita, fu documentata dai filmati di sorveglianza, e un giovane si trova ora nel braccio della morte per il crimine. Il detenuto, però, Abdullah al-Huwaiti, aveva solo 14 anni al momento della rapina e dell'omicidio.

L’esame accurato dei documenti sul caso, effettuato dal New York Times, ha sollevato altri interrogativi. La corte respinse le prove secondo cui al-Huwaiti, che ora ha 19 anni, era altrove quando avvenne la rapina e ignorò la sua affermazione secondo cui la sua confessione fu estorta con la violenza.

I gruppi per i diritti umani citano questo caso come esempio del fatto che il regno saudita continua a giustiziare persone per crimini commessi da minorenni, nonostante le revisioni delle leggi volte a limitare tale pratica.

Tra 37 persone giustiziate in un solo giorno nel 2019 per reati legati al terrorismo, almeno 2 avevano meno di 18 anni al momento dei crimini di cui erano accusate, secondo Human Rights Watch.

I funzionari sauditi affermano che i tribunali lavorano diligentemente per far rispettare le leggi. In una dichiarazione sul caso di al-Huwaiti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a febbraio, l'Arabia Saudita ha negato che al-Huwaiti sia stato maltrattato, ha insistito sul fatto che avesse confessato di sua spontanea volontà e ha difeso la sua condanna, affermando che si basava su prove solide. "La pena di morte viene comminata solo per i reati più gravi e in circostanze estremamente limitate", si legge nel comunicato.

I gruppi per i diritti umani hanno a lungo criticato il sistema giudiziario dell'Arabia Saudita, che si basa sulla legge della Sharia, per non aver garantito processi equi e per aver comminato punizioni come fustigazioni pubbliche e decapitazioni, e hanno chiesto all'Arabia Saudita di vietare l'esecuzione di persone per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni, come voluto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia. L'Arabia Saudita ha ratificato la convenzione, ma con riserva sulle clausole ritenute in contrasto con la legge islamica.

I condannati possono ancora essere giustiziati per omicidio e per crimini come adulterio, apostasia e rapina violenta, le cui punizioni sono stabilite nelle scritture islamiche. La condanna di Al-Huwaiti - per aver rapinato il negozio, sparato a 2 dipendenti e ucciso l'ufficiale di polizia, rientra nell'ultima categoria, procurandogli una condanna a morte indipendentemente da quanti anni avesse all’epoca del crimine.

Nel processo, i pubblici ministeri hanno accusato al-Huwaiti e altri 5 imputati di aver formato una banda armata per commettere la rapina. Anche un altro imputato era minorenne quando avvenne il crimine e tutti e 6 cercarono di revocare le confessioni che avevano fatto. Al-Huwaiti ha detto che durante gli interrogatori fu picchiato, privato del sonno e che minacciarono di fare del male ai suoi parenti se non avesse confessato.

Gli altri imputati sono stati condannati a 15 anni di reclusione e al rimborso del costo della merce rubata. Le armi e l'oro non furono mai recuperati.

Per costruire il loro caso contro al-Huwaiti, i pubblici ministeri hanno citato i proiettili trovati nella sua casa dopo la rapina, un campione di DNA prelevato dall'auto della polizia utilizzata nella fuga e le confessioni fatte inizialmente da lui e dagli altri imputati.

Durante il processo, Walid al-Harbi, un investigatore che aveva cominciato ad indagare sul caso ma che fu rimosso poco dopo per motivi non chiariti, affermò che i dati del cellulare e i filmati di sorveglianza non mostravano la presenza dei sospettati vicino al negozio al momento del crimine e dichiarò invece che al-Huwaiti era sul lungomare, fornendogli un alibi.

La corte respinse anche la dichiarazione di al-Huwaiti secondo cui il ragazzo era stato abusato o costretto a confessare.

Secondo Taha Alhajji, un esperto legale saudita per l'Organizzazione Europea Saudita per i Diritti Umani, i pubblici ministeri avrebbero spinto per condannare al-Huwaiti anche per evitare di lasciare irrisolto un caso che coinvolgeva la morte di un poliziotto. "Il loro collega è morto", ha detto Alhajji. "Non volevano che il suo sangue rimanesse invendicato."

Il caso di Al-Huwaiti è ora all’esame della più alta corte del regno, che esamina tutti i casi di pena di morte. Se tale corte conferma la sentenza, questa va al re Salman Bin Abdulaziz Al Saud che deve firmare prima che l'esecuzione possa aver luogo.

In un'intervista, la madre di al-Huwaiti ha detto che suo figlio era tornato a casa intorno a mezzanotte la notte del crimine, comportandosi normalmente. Lei sostiene l'innocenza di suo figlio, dicendo che un ragazzo di quell'età non avrebbe potuto commettere un crimine così efferato. "Dov'è il criminale?" ha detto, chiedendo che il suo nome non fosse pubblicato per paura di ritorsioni. "Un bambino non può fare tutto ciò." (Grazia da un articolo pubblicato dal New York Times)

7) KIM JONG-UN VUOLE METTERE A MORTE I DISERTORI RIMPATRIATI

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Kim Jong-un

Il crudele folle presidente della Corea del Nord Kim Jong-un intende mettere a morte i disertori rifugiatisi in Cina ed ora rimpatriati a forza dalle autorità cinesi.

 

Secondo quanto riportato dal giornale inglese “Express”, Kim Jong-un, il leader supremo nordcoreano, intende far giustiziare molti dei rifugiati rimandati in patria dalle autorità cinesi.

Finora la Cina ha rimpatriato una cinquantina di rifugiati, inclusi soldati e piloti nordcoreani, e tutti rischiano la pena di morte.

Un cittadino cinese di origini coreane ha dichiarato: “La dogana di Dandong è stata aperta oggi per rimandare circa 50 fuggitivi nordcoreani. Decine di poliziotti si sono allineati questa mattina davanti alla dogana per bloccare l’accesso del pubblico e assicurarsi che nessuno filmasse il rimpatrio.

C’erano 50 persone tra uomini e donne, tra le quali anche una donna di circa 30 anni, che si dice sia molto ricca, ma i suoi vicini l’hanno tradita

Secondo il testimone, ci sono ancora molti altri Nordcoreani nelle mani della polizia cinese che probabilmente verranno rimpatriati.

Un’altra fonte ha aggiunto che i Cinesi che hanno assistito al rimpatrio hanno dimostrato solidarietà per i 50 rifugiati e ostilità verso la polizia, dicendo: “Se li mandano via moriranno. È orribile che vengano messi a morte così giovani, dopo essere fuggiti dal loro paese per sopravvivere.

Pare che già da aprile le autorità cinesi volessero rimpatriare i fuggitivi, ma la Corea del Nord non aveva accettato di riceverli a causa del coronavirus.

Le autorità nordcoreane hanno inviato in Cina 90 cittadini cinesi da tempo residenti in Corea del Nord, viaggiando su autobus vuoti inviati per caricare e riportare indietro i fuggitivi nordcoreani. I cittadini cinesi che da molte generazioni vivono nella Corea del Nord godono di una relativa libertà e possono viaggiare in Cina se vogliono.

Il 26 luglio, nel corso di una conferenza stampa, il Ministero sudcoreano per l’Unificazione non è stato in grado di confermare le notizie. Il portavoce Lee Jong Joo ha dichiarato: “Il governo ha fatto molti sforzi per proteggere e sostenere i disertori nordcoreani all’estero, ma non possiamo ancora confermare nulla su questa problematica”.

Pechino afferma di essere costretta a rimpatriare i Nordcoreani che vivono illegalmente nel territorio cinese, nel rispetto del Trattato di Estradizione Reciproca dei Criminali Fuggitivi del 1960 e del Protocollo di Mutua Cooperazione per l’Opera di Mantenimento della Sicurezza Nazionale, dell’Ordine Sociale e delle Zone di Confine del 1966.

Le organizzazioni per i diritti umani obiettano però che il rimpatrio forzato viola l’impegno della Cina di proteggere i fuggitivi sulla base della Convezione per i Rifugiati.

Purtroppo, come ben sappiamo, la Cina non è un Paese campione per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani… (Grazia)

8) È MORTO PORTER IL CUI CASO CAUSÒ LA FINE PENA CAPITALE IN ILLINOIS

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Anthony Porter

È morto Anthony Porter che arrivò a 50 ore dall’esecuzione nel 1998. Porter uscì dal braccio della morte dell’Illinois nel 1999 quando, in seguito all’indagine fatta sul suo caso dagli studenti di giornalismo della Northwestern University, fu riconosciuto innocente. Il caso emblematico di Anthony Porter indusse il governatore George Ryan a concedere la grazia a tutti condannati a morte e poi l’attuale governatore Pat Quinn a firmare il 9 marzo 2011 la legge che ha abolito la pena capitale.

 

È morto all’età di 66 anni Anthony Porter, il condannato a morte dell’Illinois il cui caso ha innescato la catena di eventi che ha portato l’Illinois ad abolire la pena di morte (1).

Nel 1983, Porter fu condannato alla pena capitale dopo essere stato accusato dell’omicidio di due adolescenti avvenuto in un parco a sud di Chicago. Nessuna prova fisica lo collegava agli omicidi, ma un altro uomo, William Taylor, dopo più di 17 ore di interrogatorio, disse alla polizia di aver visto Porter commettere gli omicidi.

Anthony Porter arrivò a 50 ore dall’esecuzione nel settembre 1998, quando la Corte Suprema dell’Illinois, preoccupata che Porter fosse mentalmente incapace a causa del suo basso QI, sospese l’esecuzione e ordinò un’udienza per decidere sulla sua salute mentale. In attesa dell’udienza, gli studenti di giornalismo della Northwestern University indagarono sul caso e scoprirono che Taylor, che era in piscina mentre venivano commessi gli omicidi, non poteva aver visto Porter commetterli. Taylor ritrattò la sua testimonianza e firmò un affidavit dicendo che la polizia di Chicago lo aveva minacciato, vessato e intimidito per fargli fare il nome di Porter.

L'indagine degli studenti portò ad un altro uomo che fu arrestato e confessò gli omicidi.

Porter è stato scagionato nel 1999. Riacquistata la libertà dopo 17 anni di ingiusta incarcerazione, si è trovato in continue difficoltà finanziarie per le menomazioni intellettuali e per la mancanza di un risarcimento significativo. Porter dichiarò al Chicago Tribune nel febbraio 1999: “Tutti continuano a parlare di un lavoro. Un lavoro va bene, ma mi hanno tolto 17 anni di vita. Che tipo di lavoro farò?”.

La somma di 145.875 dollari di risarcimento ricevuta nel 2000 dallo Stato dell’Illinois ha costituito l’unico indennizzo per Porter.

La morte di Anthony Porter è stata resa nota il 7 luglio u. s. da Jim Montgomery, l’avvocato che ha rappresentato Porter in una causa civile (causa che non ha avuto successo) contro la città di Chicago per ottenere un congruo indennizzo per l’ingiusta condanna inflitta a Porter.

Nel gennaio 2000, sulla scia del proscioglimento di Porter, il governatore George Ryan dichiarò una moratoria sulle esecuzioni e istituì una commissione speciale per studiare il sistema della pena di morte. Nell’annunciare la moratoria, Ryan affermò: “Non posso sostenere un sistema che... si è dimostrato così pieno di errori e si è avvicinato così tanto all'incubo finale: l’uccisione di un innocente da parte dello stato”.

Il 10 gennaio 2003, tre giorni prima della fine del suo mandato, Ryan concesse la grazia a quattro condannati a morte dopo essere giunto alla conclusione che erano innocenti. Il giorno seguente concesse clemenza ai prigionieri del braccio della morte più esteso che si ricordi nella storia degli Stati Uniti, commutando le sentenze dei 167 condannati a morte in ergastolo. Le 171 concessioni di clemenza di Ryan rappresentano quasi il 60% delle 294 grazie concesse negli Stati Uniti dal 1976.

Lawrence Marshall, l’avvocato che ha difeso Porter dopo la condanna, in seguito divenuto co-fondatore e direttore legale del Center on Wrongful Convictions della Northwestern University, ha definito il caso di Porter ‘forse il più significativo’ dei casi dell’Illinois che hanno portato agli atti di clemenza del governatore Ryan.

Marshall, che ora è professore alla Stanford Law School, ha dichiarato al Chicago Tribune che “lo spettacolo di Porter arrivato a due giorni dall’esecuzione, al punto di aver letteralmente ricevuto un vestito adatto per la bara, e il fatto che solo più tardi la verità sulla sua assoluta innocenza sia emersa grazie agli studenti della Northwestern, sono qualcosa di difficile da ignorare per qualsiasi persona di buon senso. Ha generato un senso di indignazione. Ricordo che diverse persone dissero: ‘Cosa significa che abbiamo bisogno di studenti universitari per capire che stiamo per uccidere un innocente?’ Tutto ciò è molto preoccupante”.

L’azione di Ryan ha accelerato la fine della pena di morte in Illinois. Il 9 marzo 2011, l’attuale governatore Pat Quinn ha firmato una legge che ha posto fine alla pena di morte, sostituendola con l’ergastolo senza possibilità di liberazione. Quinn ha anche commutato in ergastolo le condanne capitali delle 15 persone allora detenute nel braccio della morte dello stato.

Nell’ottobre del 2020 George Ryan ha detto al direttore esecutivo del DPIC Robert Dunham che il proscioglimento e il rilascio di Porter gli aprirono gli occhi sui problemi della pena capitale. “Avevo appena iniziato il mio mandato ed ero seduto nella residenza governatoriale a Springfield a guardare in TV le notizie provenienti da Chicago", ha detto Ryan. “Mia moglie ed io eravamo lì. Il notiziario ha detto che qui c’è un... ragazzo di nome Anthony Porter, che è stato appena rilasciato dopo 16 anni nel braccio della morte...

“Dissi a mia moglie come può succedere questo in America? Come si fa... a mettere qualcuno in prigione per 16 anni della sua vita che ogni mattina, quando si sveglia, deve chiedersi, ‘Oggi, sarò giustiziato o no?’... Quindi questo è ciò che ha fatto scattare la mia profonda riflessione su tutto ciò. Ed è stato allora che ho iniziato ad analizzare le cose".

Molti imputati poi assolti sono bersaglio degli sforzi della polizia e degli accusatori che negano la loro innocenza, e Porter è stato vittima di quel fenomeno. (Pupa)

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(1) Sul caso di Anthony Porter vedi nn. 199 Not., 202, 218

9) LE TERRIFICANTI STORIE DELLE PERSONE MURATE VIVE E SEPOLTE VIVE

 

Andando indietro nella storia si vede che gli orrori della pena di morte odierna sono stati preceduti dagli orrori più grandi verificatisi nel passato, in alcuni casi con il consenso delle vittime.

 

Murare vivo un essere umano è una pratica per cui una persona è rinchiusa in uno spazio ristretto senza uscite e di solito lasciata in quello spazio fino alla morte, per disidratazione o per fame. Nei casi invece in cui una persona viene sepolta viva, l’asfissia è la causa della morte.

Sebbene murare una persona viva fosse spesso una forma di esecuzione, ci sono anche molte altre ragioni per cui veniva praticata, ad esempio come sacrificio umano o per scopi ascetici. Casi di questo tipo si possono trovare in varie culture in tutto il mondo nel corso dei secoli. Inoltre, ci sono molte leggende su persone che vennero murate vive. A volte sono stati trovati scheletri sigillati dietro muri, il che è stato considerato una prova di questa pratica.

Il verbo “murare” deriva dalla parola dal latino medievale ‘immurare’, che letteralmente significa ‘rinchiudersi tra le mura’. Considerando l’origine latina di questa parola, quale posto migliore per iniziare un viaggio nella storia delle persone murate vive, se non nell’antica Roma?

 

Antica Roma

 

Nel contesto dell'antica Roma, il murare vivi è soprattutto associato alle Vestali. Più specificamente, si trattava di una punizione per quelle giudicate colpevoli di aver infranto il voto di castità.

Le Vestali erano una categoria di sacerdotesse che servivano Vesta, la dea romana del focolare. Uno dei loro compiti più importanti era la cura del fuoco perpetuo presso il Tempio di Vesta. Questo fuoco rappresentava la protezione della città da parte di Vesta, e lo spegnersi di questa sacra fiamma era considerato un terribile presagio. Dato che le Vestali erano responsabili del benessere di Roma, furono loro concessi privilegi straordinari.

D'altra parte, una Vestale che trascurasse i suoi doveri sarebbe stata punita. La violazione del voto di castità era uno dei crimini più gravi che una Vestale potesse commettere ed era considerato equivalente al tradimento. La Vestale che commetteva questo crimine poteva essere punita murandola viva.

L'autore romano Plinio il Giovane, ad esempio, scrisse, in una lettera ad un amico, dell'esecuzione di una Vestale di nome Cornelia da parte dell'imperatore Domiziano. Un vivido resoconto del murare viva una Vestale si può trovare anche in “A School Dictionary of Greek and Roman Antiquities”, scritto nel XIX secolo da Anthon Smith.

 

India

 

Dall'Antica Roma, si va avanti nel tempo e nello spazio, fino all'Oriente. L’anno è il 1660 e il luogo è l’India. Il 6 maggio di quell’anno, Shah Shuja, il secondo figlio di Shah Jahan, l’imperatore del Mughal, salì a bordo di una nave che salpava da Dacca ad Arakan.

Due anni prima, Shah Jahan si era ammalato e ne era seguita una lotta per il trono. Aurangzeb, il terzo figlio di Shah Jahan, ne uscì vittorioso, e Shah Shuja dovette quindi fuggire dall'India, trovando asilo ad Arakan. Il piano di Shah Shuja era di rimanere ad Arakan per un breve periodo, prima di salpare per la Mecca e infine per la Persia o Costantinopoli. Poiché il principe arrivò proprio all'inizio del monsone, tuttavia, ciò non avvenne.

Alla fine, il soggiorno di Shah Shuja ad Arakan durò diversi mesi e si concluse con la sua morte per mano del suo ospite. Il re arakanese non consegnò il principe fuggitivo ai Moghul, ma neppure permise a Shah Shuja di andarsene.

Il re chiese la mano della figlia maggiore di Shah Shuja, e la cosa non piacque affatto al principe. Disperato, Shah Shuja tentò di rovesciare il re, ma il suo complotto venne alla luce. Scoppiarono combattimenti in città e il principe fu sconfitto. Shah Shuja riuscì a fuggire nella giungla, ma fu successivamente catturato e messo a morte.

I familiari del principe furono gettati in prigione dopo la loro cattura, anche se dopo qualche tempo furono liberati. Inoltre, il re sposò la figlia maggiore di Shah Shuja. Sembra che poi i membri della famiglia sopravvissuti di Shah Shuja complottarono per prendere il potere e come la volta precedente la cospirazione trapelò.

Questa volta, però, il re decise di sterminare l'intera famiglia di Shah Shuja. Secondo il medico e viaggiatore francese del XVII secolo, François Bernier, gli uomini furono decapitati con le asce, mentre le donne furono "strettamente confinate nei loro appartamenti e lasciate morire di fame". Non fu risparmiata neppure la figlia maggiore di Shah Shuja, la moglie del re, che si dice fosse anche all’ultimo mese di gravidanza.

 

Mongolia

 

Murare le persone vive era più spesso praticato come una forma di punizione, sebbene avvenisse anche per altri scopi, ad esempio come sacrificio umano. I racconti dei personaggi di ceto elevato che vengono sepolti con i loro servi o schiavi come parte del rituale funerario si possono trovare in varie culture antiche. Si ritiene che queste persone venissero sacrificate per poter accompagnare i loro padroni nell'aldilà.

In alcuni casi, le vittime sacrificali venivano uccise prima della loro sepoltura. In altri, invece, furono sepolte vive. Un esempio si trova nel Rihla di Ibn Battuta, noto anche come I Viaggi di Ibn Battuta.

Ibn Battuta era un viaggiatore del XIV secolo di Tangeri, in Marocco. Tra il 1325 e il 1355 d.C., Ibn Battuta percorse un totale di 120.000 km, visitando quasi tutti i paesi musulmani esistenti a quel tempo, arrivando persino alla Cina orientale. Fu nel suo resoconto della visita in Cina, allora governata dalla dinastia mongola Yuan, che Ibn Battuta descrisse l’usanza di murare le persone vive come sacrificio umano.

Secondo Ibn Battuta, il Khan era stato ucciso prima di arrivare al palazzo. Ibn Battuta prosegue descrivendo il funerale del Khan: "Il Khan che era stato ucciso, con circa un centinaio dei suoi parenti, fu quindi trasportato, e per lui fu scavato un grande sepolcro sotto terra, in cui fu steso un bellissimo giaciglio, e il Khan vi fu adagiato con le sue armi. Con lui misero anche tutti i vasi d'oro e d'argento che possedeva, insieme a 4 schiave e 6 dei suoi mamelucchi preferiti, con alcuni vasi per bere. Allora furono tutti rinchiusi e la terra fu ammucchiata su di loro fino a formare una grande collina."

Ibn Battuta riferisce che questo stesso rituale funerario veniva eseguito anche per i parenti del Khan. Poiché però la sua descrizione della Cina è piuttosto vaga, gli storici dubitano che Ibn Battuta abbia effettivamente fatto tale viaggio. Se così fosse, allora il suo resoconto sul funerale del Khan e sui sacrifici umani che l'accompagnavano potrebbe essere stato basato su sentito dire, o potrebbe non essere accaduto affatto.

 

I bambini Inca

 

Il caso dei cosiddetti "Figli di Llullaillaco" o "Mummie di Llullaillaco" può essere considerato diametralmente opposto al racconto di Ibn Battuta degli schiavi del Khan sepolti vivi. Nel caso di queste mummie, scoperte al confine tra Cile e Argentina in quello che un tempo faceva parte dell'Impero Inca, esistono prove archeologiche che dimostrano il verificarsi del sacrificio umano attraverso il murare vive le persone. Inoltre, l'analisi scientifica delle mummie ha rivelato alcuni aspetti della loro esistenza, in particolare la loro dieta nell'ultimo anno di vita.

I Figli di Llullaillaco sono 3 mummie, soprannominate la Fanciulla Llullaillaco, il Ragazzo Llullaillaco e la Ragazza Fulmine. Le 3 mummie sono state scoperte nel 1999 e successivamente sono state effettuate analisi biochimiche sui resti. I risultati di questi test suggeriscono che i bambini sono stati scelti un anno prima del loro sacrificio e hanno preso parte a vari rituali nel corso dell'anno. Questi risultati forniscono supporto ai documenti storici.

Inoltre, i test scientifici rivelano la dieta dei bambini prima del loro sacrificio. È stato scoperto, ad esempio, che nell'ultimo anno della sua vita, la fanciulla di Llullaillaco, che aveva circa 13 anni quando morì, consumava cibi d'élite, come mais e proteine animali. Allo stesso tempo, ci fu un aumento del suo consumo di coca e chicha, un alcol prodotto dal mais fermentato. Nelle ultime settimane di vita è stato rilevato un notevole aumento del consumo di quest'ultimo.

Si pensa che la droga e l'alcol avrebbero messo la fanciulla Llullaillaco in uno stato di torpore, o addirittura l'avrebbero resa incosciente il giorno del suo sacrificio. Lei e i due bambini più piccoli furono poi portati al vulcano Llullaillaco, deposti in tre tombe e lasciati morire. Si ritiene che gli alti livelli di alcol, uniti al freddo, abbiano causato la loro morte.

 

Buddismo

 

Nei casi in cui il murare persone vive è stato effettuato come forma di sacrificio, non è del tutto chiaro se le vittime fossero d’accordo o meno. Murare persone vive fu praticato anche per ragioni ascetiche, e si è quasi certi che le vittime in questo caso fossero volontarie. Questa forma di suicidio religioso è stata praticata nell'induismo, nel giainismo e nel buddismo e si possono trovare esempi nelle fonti scritte. Il più notevole di questi è l'auto-mummificazione praticata da alcuni monaci buddisti, poiché i loro resti mummificati possono ancora essere visti oggi.

Gli esempi più noti di monaci buddisti auto-mummificati sono forse quelli del Giappone, dove sono chiamati sokushinbutsu (che significa "un Buddha in questo stesso corpo"). Secondo un articolo del 2016, ci sono 16 sokushinbutsu conosciuti in Giappone, anche se si ritiene che ce ne siano molti altri ancora da scoprire.

Si pensa che questi monaci si mummificassero nel tentativo di imitare Kukai, il monaco giapponese dell'VIII/IX secolo fondatore della scuola buddista Shingon. Sebbene sia stato registrato che Kukai sia morto nell'835 d.C., le leggende suggeriscono il contrario.

Secondo la leggenda, il monaco non morì, ma entrò in uno stato di trance meditativa chiamato nyujo. La leggenda continua affermando che Kukai prevede di riemergere dalla sua vita sospesa tra circa 5,67 milioni di anni, quando "introdurrà un numero predeterminato di anime nel nirvana".

Il primo esempio registrato di un monaco giapponese che tentò l'auto-mummificazione, tuttavia, risale al 1081. Un monaco di nome Shojin tentò di seguire le orme di Kukai e si fece seppellire vivo. Quando i suoi discepoli vennero a recuperare il suo corpo, tuttavia, scoprirono che aveva cominciato a marcire.

I monaci giapponesi hanno trascorso anni di tentativi ed errori prima di trovare il modo perfetto per mummificarsi. Questo processo durava almeno tre anni, e al centro di esso c'era il mokujikigyo, che si traduce in "addestramento a mangiare gli alberi". Invece di morire semplicemente di fame, i monaci si sarebbero nutriti di cose che potevano procurarsi sulla montagna. Ci volevano mille giorni, dopo di che il monaco sarebbe stato preparato spiritualmente per entrare nel nyujo.

La maggior parte dei monaci, tuttavia, è nota per aver ripetuto questo processo 2 o anche 3 volte. Biologicamente parlando, il mokujikigyo serve a liberare il corpo da grasso, muscoli e umidità, oltre a eliminare il nutrimento di cui si cibano i parassiti e i batteri del corpo. Entrambi gli effetti aiuterebbero a preservare il corpo dal decadimento dopo la morte.

Il monaco avrebbe quindi ridotto l'assunzione di cibo e bevuto solo una quantità limitata di acqua per i successivi cento giorni. Negli ultimi giorni, i suoi discepoli lo calavano in una scatola in una fossa profonda 3 metri. Una cannula di bambù era inserita attraverso il coperchio e il monaco veniva seppellito vivo. Lì egli continuava la sua meditazione e il suono regolare di una campana indicava che era ancora vivo.

Quando il suono cessava, i discepoli del monaco aprivano la tomba per confermare la morte del loro maestro, rimuovevano le vie aeree di bambù e seppellivano nuovamente la tomba. Dopo mille giorni, il corpo sarebbe stato dissotterrato, in modo da poter determinare se il monaco fosse veramente diventato un sokushinbutsu. Se non venivano trovati segni di decomposizione, il monaco veniva dichiarato un vero sokushinbutsu e venerato. (Grazia, da un articolo pubblicato in ancient-origins.net)

10) NOTIZIARIO

 

Pakistan. Ha otto anni e rischia la pena di morte. Un bambino con problemi mentali è accusato di blasfemia. È il più giovane al quale sia mai stato contestato questo reato e si trova ora in custodia protettiva dopo le minacce ricevute da parte della comunità musulmana. Di religione induista, era stato sorpreso il 4 agosto a urinare nella biblioteca di una madrasa musulmana nella città di Rahim Yar Khan, nel Punjab. Dopo essere stato arrestato è stato liberato su cauzione. Le accuse nei suoi confronti non sono però cadute e nel frattempo si è sollevata una ribellione popolare. La folla scatenata per rappresaglia ha demolito un tempio indù. Il Primo Ministro del Pakistan Imran Khan ha tentato di calmare gli animi condannando il gesto e impegnandosi a ricostruire il tempio indù.

Texas. Vuole che il pastore gli tenga le mani durante l’esecuzione. L’iniezione letale per il 37-enne John Henry Ramirez, condannato a morte in Texas, è programmata per il prossimo 8 settembre. La sua richiesta di avere accanto nel momento fatale Dana Moore, pastore della Seconda Chiesa Battista – che lo segue da 5 anni - è stata respinta. Gli avvocati di Ramirez - ricorrendo contro il respingimento della richiesta - hanno ricordato che in Texas l’esecuzione di Patrick Murphy è stata sospesa nel 2019 dopo che i suoi legali sono ricorsi contro l’esclusione del suo assistente spirituale buddista dalla camera della morte (v. n. 257).

 

Texas. Si è tenuta un’udienza di 9 giorni per Rodney Reed. Il caso del nero Rodney Reed è certamente il più dibattuto tra i casi capitali del Texas. Reed, accusato di aver ucciso strangolandola la bianca Stacey Stites ad aprile del 1996 - arrivò a 5 giorni dall’esecuzione fissata per il 20 novembre 2019. Allora - anche a causa di un’enorme mobilitazione popolare in suo favore – l’esecuzione fu sospesa per 120 giorni. In seguito l’esecuzione fu sospesa a tempo indeterminato dalla Corte Criminale d’Appello del Texas (TCCA) affinché si potesse tenere un’udienza per esaminare alcune delle prove di innocenza presentate dalla difesa del condannato. Il 29 luglio si è conclusa un’udienza di 9 giorni davanti alla Corte Distrettuale statale di Bastrop sul caso di Rodney Reed. (Vedi gli articoli precedenti su Rodney Reed nei numeri 265 e 257).

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 Agosto 2021