FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  207 – Luglio / Agosto 2013

John Ferguson, “Principe di Dio”

SOMMARIO:

1) Appello al Governatore del Texas per la grazia a Robert Garza

2) Grazie Margherita!

3) Ucciso in Florida John Ferguson, il “Principe Di Dio”

4) Chiamò a deporre Gesù Cristo? Ma sì, può essere giustiziato

5) Warren Hill ancora vivo in Georgia, almeno per alcuni mesi

6) Sui test del DNA per Skinner pareri opposti di difesa e accusa

7) Il maggiore Nidal Hasan ottiene di essere condannato a morte

8) Dopo Zardari a rischio la moratoria in Pakistan

9) A Bradley Manning 35 anni di carcere per ‘spionaggio’

10) Dopo Manning è Snowden, a svelare violazioni dei diritti umani

11) Amnesty sulla vile espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva

12) Malala, giovanissima attivista pakistana, parla alle Nazioni Unite

13) Presidia il tuo suolo, ammazzando

14) Lampi abolizionisti “ad alti livelli” nella storia degli Stati Uniti

15) Fbi: casi capitali inficiati da perizie forensi sopravvalutate

16) Stupide discussioni nel braccio della morte

17) Una nuova funzionale sede per Amnesty International Italia

18) Notiziario: Egitto, Italia, Louisiana, Ohio, USA

 

 

1) APPELLO AL GOVERNATORE DEL TEXAS PER LA GRAZIA A ROBERT GARZA

 

Robert Garza ha la data di esecuzione fissata in Texas per il 19 settembre p. v. Vi preghiamo di partecipare all’azione urgente promossa dalla Comunità di Sant’Egidio nel disperato tentativo di salvarlo. Attivatevi SUBITO!

Robert ha sempre sostenuto di non aver commesso gli omicidi per i quali fu condannato a morte. Coinvolto in una gang di spacciatori e trafficanti di armi, fu accusato di due serie di omicidi, la prima ai danni di 4 donne, che gli è valsa la condanna  a morte,  e la seconda di 6 uomini, per la quale non è stato processato. Altre persone erano già state accusate di tali crimini.

Durante i primi interrogatori Robert Garza aveva chiesto l’assistenza di un avvocato, che gli fu negata. In seguito gli fu estorta una confessione, con un inganno in cui venivano tirati in ballo i suoi familiari. Venne incriminato in base alla “Law of Parties”, secondo la quale in Texas si può essere condannati a morte anche soltanto per aver partecipato ad un’azione criminosa in cui vengono uccise una o più persone, pur senza aver ucciso. Anche se Robert fu condannato in base alla Law of Parties, nessun altro fu condannato per gli omicidi a lui attribuiti!

Un presunto complice scagionò Garza. Nessun testimone ha affermato la sua diretta colpevolezza.

Il suo avvocato d’ufficio lo difese al processo in modo totalmente inadeguato.

Robert Garza ha una madre che lo ama e si batte allo spasimo in suo favore, un fratello e una sorella bambini, è sposato e ha due figlioletti.

Preghiamo tutti i lettori di partecipare alla petizione in favore di Robert. E’ semplicissimo: basta fare copia e incolla del seguente testo ed inviarlo per e-mail alla Commissione per le Grazie del Texas (Texas Board of Pardons and Paroles).

 

Inviate il sottostante testo per fax ai due seguenti numeri: può risultare anche più efficace.

 

Fax del Governatore: 001 512 463 1849  

Fax del Board: 001 512 467 0945

 

(Sono auspicabili modifiche personali all’appello).

 

The Hon. Rick Perry Governor of Texas

Austin, Texas

 

Texas Board of Pardons and Paroles,

Executive Clemency Section

Austin, Texas

 

Dear Governor
Dear Members of Texas Board of Pardons and Paroles

I am writing to express my deep concern over the ruling that sentenced to death Mr. Robert Garza, even though his confession was extorted by deception, without the assistance of a lawyer, in spite of lack of witnesses, notwithstanding the declaration by one of his alleged partners in crime exonerating him, and in spite of an inexperienced and inadequate defense lawyer.

I urge you to intervene on his behalf to prevent this cruel and inhuman punishment from being meted out against him.

I implore you to ensure that this cruel and inhuman sentence is not carried out.

Respectfully yours


(Trad. italiana dell’appello ad uso dei lettori: Caro  Governatore, Cari membri della Commissione per le Grazie, esprimo la mia profonda preoccupazione in merito alla sentenza che ha condannato a morte Robert Garza, nonostante il fatto che la sua confessione sia stata estorta con l'inganno senza l'assistenza di un avvocato, in mancanza di testimoni che comprovassero la sua diretta colpevolezza nonostante la dichiarazione di un presunto complice che lo ha scagionato, nonostante l’inesperienza e l’imperizia del suo difensore d’ufficio. Vi esorto ad intervenire affinché sia scongiurata tale crudele e disumana punizione. Vi prego affinché tale crudele e disumana sentenza non venga eseguita. Rispettosamente).

 

 

2) GRAZIE MARGHERITA!

Pochi giorni dopo il suo 91° compleanno, il 29 giugno scorso è deceduta la nostra Presidente Onoraria, Margherita Hack,

Le volevamo bene da tanti anni per la sua simpatia e per la sua semplicità, per la gentilezza e la convinzione con le quali aveva aderito al Comitato Paul Rougeau su proposta della nostra ex presidente triestina Irene D’Amico, ricercatrice in Fisica e sua ‘collega’.

Anche se tutti in questo momento sottolineano i suoi grandi meriti scientifici, noi l’abbiamo apprezzata soprattutto come attivista per la difesa dei diritti dei più deboli.

Parlando di lei ci è comunque impossibile non fare qui un cenno alla sua lunga carriera scientifica, che si è svolta in Italia e all’estero. Professoressa ordinaria di Astronomia all'Università di Trieste dal 1964 al 1992, fu la prima donna a dirigere l'Osservatorio Astronomico di Trieste, cosa che ha fatto dal 1964 al 1987 incrementandone in modo decisivo l’importanza.

Fu membro delle più prestigiose società scientifiche, tra cui l'Accademia Nazionale dei Lincei. Impegnandosi con caparbietà ottenne che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell'utilizzo dei satelliti artificiali giungendo ad ottimi risultati.

In segno di apprezzamento per il suo importante contributo, le è stato intitolato un asteroide: l’asteroide 8558 Hack.

Ma, ripetiamo, Margherita Hack non fu solo una grande scienziata ed una impareggiabile divulgatrice delle più difficili leggi della fisica. Si impegnò anche nello sport, militò in campo politico e si batté tutta la vita per la difesa dei diritti dei più deboli.

Le sue foto giovanili ce la presentano come atleta di livello nazionale impegnata nel salto in lungo e nel salto in alto.

La sua attività politica – particolarmente intensa a partire dal 2005 - si è svolta nell’estrema sinistra, coerentemente con la sua estrema semplicità di vita.

Fu un'attiva e fervente abolizionista della pena capitale (nonché dell’ergastolo). Negli ultimi anni, nonostante l’età, era disposta a spostarsi per andare a parlare contro la pena di morte.

Era animalista convinta e vegetariana. Riguardo alla carne, dichiarò: «Non la mangerei mai, perché mi sembra veramente atroce uccidere milioni e milioni e milioni di animali... è veramente un'ecatombe ogni giorno sulla terra»

Si è espressa contro la costruzione di centrali nucleari in Italia, ma a favore della ricerca sul nucleare. Rigettando ogni atteggiamento aprioristico e viscerale nei riguardi delle novità, spiegò che l'Italia attualmente non è in grado di costruire e di gestire adeguatamente delle centrali nucleari, ma che le tradizionali fonti energetiche sono destinate all’esaurimento e dovranno essere sostituite.

Margherita Hack era atea dichiarata ma rispettosa nei riguardi dei credenti. Riteneva che l'etica non derivasse da Dio, ma da "principi di coscienza" che permettono a chiunque di avere una visione laica della vita, ovvero rispettosa degli altri, di ogni singolo essere umano e della sua libertà.

Per spostarsi usava spesso la bicicletta. Si arrabbiò quando seppe che, a 90 anni, non volevano rinnovarle la patente di guida...

 

 

3) UCCISO IN FLORIDA JOHN FERGUSON, IL “PRINCIPE DI DIO”

 

Nonostante la sua follia - derivata probabilmente dalle violenze da lui subite nell’infanzia - John Ferguson è stato giudicato responsabile dei suoi crimini e messo a morte in Florida.

 

Il nero John Errol Ferguson perse il padre alcolizzato a 13 anni di età, fu violentato dagli amanti di sua madre che presto lo abbandonò. Fu allevato dalle sorelle in una baracca infestata da vermi. Fu colpito alla testa da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia quando aveva 21 anni. Poco dopo cominciarono i sui ricoveri in strutture psichiatriche.

L’esecuzione del 65-enne John Ferguson, rinchiuso nel braccio della morte della Florida dal 1978,  già fissata per ottobre dello scorso anno, fu sospesa onde consentire le ultime schermaglie legali relative alla sua grave malattia mentale (1).

Infine il governatore Rick Scott – grande promotore delle esecuzioni capitali in Florida (v. n. 206) -  ha potuto annunciare con 12 giorni di anticipo di aver firmato per lui l’ordine di esecuzione, esecuzione da iniziare alle ore 18 del 5 agosto nel penitenziario di Starke.

L’ordine è stato precisamente rispettato.

Ferguson ha fatto una breve dichiarazione finale davanti a 25 testimoni, tra cui vi erano parenti delle sue vittime: “Voglio solo che sappiate tutti che sono  il Principe di Dio e che risorgerò.”

Per circa tre minuti dopo l’inizio dell’iniezione letale ha mosso la testa, i piedi, le palpebre. È stato dichiarato morto dopo 16 minuti, alle 18 e 17’.

Una trentina di persone ha protestato per l’esecuzione di John Ferguson davanti al penitenziario.

In due separati processi presieduti da uno stesso giudice, subiti nel 1978, Ferguson fu condannato a morte per sei omicidi compiuti nel 1977 e per due omicidi compiuti nel 1978.

Gli omicidi del 1977 furono commessi durante una rapina, in una abitazione in cui si spacciava marijuana, che Ferguson portò a termine con alcuni complici. Nel 1978 invece Ferguson uccise due 17-enni che si erano appartati. Per di più risulta che violentò la ragazza.

Le fasi di inflizione della pena dei due processi capitali furono annullate dalla Corte Suprema della Florida per errori procedurali ma un altro giudice reimpose subito le otto condanne a morte senza tenere neanche un’udienza.  

John Ferguson soffriva di allucinazioni visive probabilmente già nell’infanzia e sicuramente già nel 1965 all’età di 17 anni; nel 1971 gli fu diagnosticata una schizofrenia paranoide. Tale diagnosi è stata confermata decine di volte. Nel 1975 uno psichiatra giudiziario affermò che la grave malattia mentale rendeva Ferguson pericoloso e che si imponeva per lui un ricovero di lungo periodo in un struttura psichiatrica di massima sicurezza. Invece fu dimesso e 3 anni dopo era già nel braccio della morte.

Gli  avvocati di Ferguson, tra le altre cose, hanno fatto presente che egli riteneva che il suo corpo non sarebbe rimasto nella tomba dopo l’esecuzione ma che ne sarebbe uscito per ‘sedere alla destra di Dio’ e salvare gli USA da un complotto comunista.  

Nel respingere il suo ultimo ricorso importante, un panel di tre giudici della Corte d’Appello federale dell’Undicesimo Circuito ha affermato che la credenza di una vita dopo la morte dopo tutto è condivisa da centinaia di milioni di altre persone e che innumerevoli individui credono, come lui, di essere tra coloro che sono scelti da Dio.

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(1) Sulla pena di morte per i malati mentali v. articolo seguente su Scott Panetti.

4) CHIAMÒ A DEPORRE GESÙ CRISTO? MA SÌ, PUÒ ESSERE GIUSTIZIATO

 

La follia di Scott Panetti si è manifestata nettamente nel bizzarro processo da lui subito in Texas nel 1995, ma egli è stato giudicato abbastanza sano di mente da poter essere ‘giustiziato’.

 

Per la seconda volta in un decennio la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito ha sentenziato che il texano Scott Panetti è abbastanza sano di mente da poter essere ‘giustiziato’. Ciò nonostante la lunghissima storia di malattia mentale del medesimo (1). Sembra che la decisione attuale in parte consegua dall’intercettazione di alcune telefonate fatte da Panetti alla sua famiglia.

Negli Usa una sentenza di morte può essere eseguita purché il condannato si renda conto di essere ammazzato e per quale motivo (anche se la Corte Suprema federale, sospendendo la sua esecuzione, nel 2007 ha affermato che tale livello di comprensione deve essere determinato tenendo conto della situazione mentale del condannato, v. n. 159).

Ricordiamo che Panetti fu condannato a morte in Texas per aver ucciso i suoceri l’8 settembre del 1992. Egli era stato ospedalizzato in precedenza 14 volte per le sue condizioni psichiche, l’ultima volta due mesi prima degli omicidi.

Lui stesso, recatosi alla polizia, denunciò un certo ‘Sarge’ come autore degli omicidi: Sarge era il protagonista di ricorrenti allucinazioni auditive di Panetti.

Nel periodo in cui fu giudicato in grado di subire il processo, Panetti veniva sottoposto a una pesante cura con psicofarmaci. Ma al momento del processo egli aveva smesso di assumere le medicine e si comportò in modo a dir poco bizzarro.

Gli fu concesso di difendersi da solo dal giudice di contea Stephen Ables. Così si presentò in aula vestito con una tenuta rossa da cow boy e chiamò a deporre in suo favore centinaia di testimoni, inclusi Gesù Cristo, il Papa, Kennedy e l’attrice Anne Bancroft. Nonostante le sue bizzarrie Panetti fu infine condannato a morte. Si era nel 1995.

Panetti sostiene che, dicendo di punirlo per l’omicidio dei suoceri, lo stato voglia in realtà mettere in atto un piano satanico contro di lui.

Il caso di Scott Panetti è uno dei più delicati e discussi di tutti gli Stati Uniti. Restiamo in attesa del giorno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti a partire dal suo caso troverà il coraggio di affrontare il problema della liceità dell’inflizione della pena di morte a coloro che soffrono di una malattia mentale grave già al momento del crimine. E questo, dopo la proibizione della pena di morte per i ritardati mentali (2002) e per i minorenni (2005), sarebbe un  altro passo verso la civiltà del popolo americano. Riteniamo il ritardo della massima Corte si spieghi anche con le notevoli conseguenze pratiche che deriverebbero da una sentenza in proposito, dal momento che i bracci della morte del paese ospitano numerosissimi malati mentali.

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(1) v. nn. 146, 150, 159

 

 

5) WARREN HILL ANCORA VIVO IN GEORGIA, ALMENO PER ALCUNI MESI

 

Finora gli avvocati sono riusciti ad evitare l’esecuzione in Georgia di Warren Hill, ritardato mentale

 

Warren Lee Hill aveva ucciso un compagno di prigionia nel 1990 in Georgia mentre scontava l’ergastolo per l’omicidio della sua ex girlfriend 18-enne. Fu condannato a morte.

Negli ultimi tempi, la data di esecuzione è stata fissata per lui almeno cinque volte.

La cosa più rilevante sul piano umano è questa sorta di tortura costituita dall’alternanza tra le date di esecuzione e le sospensioni, ma del caso Hill si discute molto negli Usa perché importante sul piano giudiziario.

Il 19 febbraio gli ottimi avvocati di Warren Hill sono riusciti ad ottenere la sospensione della sua esecuzione mezz’ora prima che gli  venisse somministrata l’iniezione letale, contestando che egli è un ritardato mentale (1). Infatti alcuni esperti che lo avevano definito ‘normale’ in precedenza avevano cambiato parere ed in quel momento tutti e 7 gli esperti che lo avevano valutato affermavano che egli è un ritardato mentale (2).

Ma ha vinto di nuovo l’accusa facendo fallire il tentativo basato sul ritardo mentale e la data di esecuzione di Warren Hill è stata di nuovo fissata per il 19 luglio. Questa volta i suoi avvocati sono riusciti a salvalo contestando la procedura per l’iniezione letale, in parte segreta, recentemente introdotta in Georgia.

Accogliendo la richiesta degli avvocati di Hill, la giudice di contea Gail Tusan ha sospeso l’esecuzione obiettando che, con la nuova procedura dell’iniezione letale, “né il ricorrente, né il pubblico hanno informazioni sufficienti per valutare la sicurezza della sostanza che dovrebbe essere usata per giustiziare il ricorrente, dal momento che non si conosce bene la sua composizione.”

Ma l’accusa si è appellata alla Corte Suprema della Georgia contro la sospensione. E tale Corte, pur lasciando in essere la sospensione, ha accettato di considerare l’appello. Siccome si ipotizza che le due parti svolgeranno degli interventi orali in una serie di udienze, Warren Hill ha probabilità di vivere, nella peggiore delle ipotesi, almeno un certo numero di mesi.

Rimane inoltre pendente presso la Corte Suprema federale il ricorso degli avvocati di Hill basato sul ritardo mentale. Un eventuale intervento della Corte Suprema federale – che non ha comunque l’obbligo di considerare il ricorso - potrà allungare ancora di più la vita di Hill.

Ma è difficile immaginare quale tipo di vita può essere quella di una persona a lungo stressata da una ricorrente prospettiva di morte.

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(1) Dal 2002 negli Usa un ‘ritardato mentale’ non può essere messo a morte, tuttavia non c’è accordo su che cosa debba intendersi per ritardo mentale.

(2) V. ampio articolo nel n. 204, Notiziario, nonché n. 205, Notiziario.

 

6) SUI TEST DEL DNA PER SKINNER PARERI OPPOSTI DI DIFESA E ACCUSA

 

Continua in Texas, sul filo del rasoio, l’iter giudiziario di Henry Watkins Skinner, detto “Hank”, protagonista di uno dei casi giudiziari statunitensi più estremi degli ultimi anni.

 

In agosto si è aperta l’ennesima polemica tra l’accusa e gli avvocati difensori di Hank Skinner a proposito dei risultati dei test del DNA. Ricordiamo che, dopo essere stati richiesti invano dalla difesa di Skinner per un decennio, numerosi test sono stati eseguiti nell’ultimo anno.

I test accordati in extremis un anno fa, furono integrati da altre due serie di test, l’ultima delle quali iniziata nell’aprile scorso. Gli ultimi test sono stati ora completati (mancano sempre quelli da eseguire su una giacchetta, attualmente irreperibile, trovata sulla scena del crimine).

Ricordiamo che Henry Watkins Skinner, detto “Hank” – protagonista di uno dei casi giudiziari più estremi  degli ultimi anni - fu condannato a morte nel 1995 per aver ucciso al sua compagna Twila Busby e due figli adulti di costei a Pampa nel Texas nelle ultime ore del 1993 (1). 

Il 6 agosto accusa e difesa hanno ricevuto i risultati delle terza serie di test – l’analisi del DNA mitocondriale di 4 capelli trovati nelle mani di Twila Busby, asserita vittima di Skinner. Uno dei capelli è riferibile a Hank Skinner, cosa che i suoi avvocati dicono non essere significativa, dal momento che Twila conviveva con Hank. Gli altri tre capelli provengono da “una linea di discendenti per via materna che include le vittime.”

La difesa sostiene che i risultati dei test sono coerenti con la loro tesi che l’assassino fu lo zio materno di Twila Busby, che aveva una storia di violenze ed aveva fatto indesiderate avances nei riguardi della nipote la notte degli omicidi.

“Alla luce dei risultati di questa ultima serie di test del DNA, sostenuti da altre prove a discolpa, i dubbi sulla colpevolezza di Skinner sono talmente forti da impedire che la sua esecuzione capitale possa essere portata a termine.” Ha dichiarato uno degli avvocati difensori di Hank Skinner, Douglas Robinson.

Ma per gli avvocati accusatori agli ordini del Procuratore Generale Greg Abbott i risultati dei test non fanno che confermare che Skinner sia colpevole.

“La nuova serie di esami non ha prodotto niente altro al di là della conferma che Hank Skinner uccise Twila Busby,” ha detto Jerry Strickland, portavoce di Abbott.

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(1)  Vedi articoli nei nn. 194, 198, 206, nonché  nn. 171, 175, 177, 178, 179, Notiziario, 180, 184, 188, 191, Notiziario, 192.

 

 

7) IL MAGGIORE NIDAL HASAN OTTIENE DI ESSERE CONDANNATO A MORTE

Compiendo una strage in una base militare, l’ufficiale dell’esercito americano Nidal Malik Hasan, di fede islamica, ritiene di essere “passato dall’altra parte” nella guerra tra gli USA e i Talebani, che lui considera ‘fratelli musulmani’. È riuscito a farsi condannare a morte per rinforzare la sua tesi.

 

Nessuno è stato messo a morte nella giurisdizione militare USA dal 1961 e le sentenze capitali in tale giurisdizione sono rarissime. Ma il maggiore Nidal Malik Hasan si è impegnato al massimo ed è riuscito a conquistarsene una il 28 agosto scorso.

Pluridecorato, medico psichiatra, il 42-enne Nidal Hasan aveva buona reputazione nell’ambiente militare. Ma improvvisamente il 5 novembre 2009, al grido di “Allah Akbar!”, aprì il fuoco sparando 146 colpi all’interno di Fort Hood, gigantesca base militare al centro del Texas, uccidendo 13 persone e ferendone altre 32. Musulmano nato gli Stati Uniti da genitori palestinesi, era aggregato alle truppe in procinto di essere schierate in Afghanistan per combattere contro i Talebani, da lui considerati ‘fratelli musulmani’.

Paraplegico dopo la sparatoria da lui provocata, dalla sua sedia a rotelle ha contestato il sistema carcerario e la civiltà occidentale durante la detenzione preventiva. Nel corso della lunga e sconnessa fase preliminare del processo si è impegnato in un braccio di ferro con le autorità militari, non a proposito della pena di morte ma su questioni che a noi possono apparire di poco conto:  perché gli fosse consentito di far crescere la barba, in contrasto col regolamento, di non indossare una divisa militare americana, di usare una latrina pulita…  (v. nn. 174, 199, 202)

Ha cercato di dichiararsi colpevole anche se nei casi capitali in ambito militare non è consentito di fare la famosa dichiarazione “innocente/colpevole”

Nella sua dichiarazione iniziale, il 6 agosto ha spiegato di aver cambiato collocazione tra le due parti in conflitto nella ‘guerra combattuta dagli Stati Uniti contro l’Islam’.

Si è voluto difendere da solo nel processo; gli avvocati assegnatigli d’ufficio avevano detto al giudice di ritenere che egli intende diventare un martire dell’Islam.

Giunto il momento delle dichiarazioni finali, Hasan ha deluso il pubblico declinando di parlare.   D’altra parte ha parlato pochissimo nel corso delle due fasi del processo in cui è stato prima dichiarato colpevole (23 agosto)  e poi condannato a morte (28 agosto).

L’accusatore colonnello Michael Mulligan aveva appena chiesto ai giurati: “Fate che sia una sentenza di morte per i suoi crimini”.

“Che valore hanno 13 vite? Che cosa vale una carriera militare? Che valore ha l’uso di un braccio? Che cosa comporta la perdita di un occhio? Come può essere la vita di un bambino che cresce senza il padre o la madre?” Queste le domande retoriche dell’accusatore.

“Non vi fate ingannare. Non è un martire ora e non lo sarà mai. E’ un criminale. E’ un assassino a sangue freddo,” aveva affermato Mulligan. “Lui non sta offrendo la sua vita. Siete voi che gliela togliete.”

La giuria militare composta da 13 ufficiali di altro grado ha impiegato soltanto due ore per emettere all’unanimità una sentenza di morte per Hasan.

Nidal Hasan è stato il sesto ospite ad arrivare nel braccio della morte militare situato a Fort Leavenworth in Kansas. Un portavoce dell’esercito ha precisato che al suo arrivo è stato sbarbato a forza.

  

 

8) DOPO ZARDARI A RISCHIO LA MORATORIA IN PAKISTAN

 

In Pakistan, uno pei paesi che usano di più la pena di morte, la moratoria delle esecuzioni capitali indetta nel 2008, potrebbe finire entro settembre dopo la decadenza dell’attuale presidente Zardari.

 

In Pakistan, uno pei paesi che tradizionalmente usano di più la pena di morte, è stata introdotta una moratoria delle esecuzioni con un decreto presidenziale del 2008 fino al 30 giugno u. s.  (1).

Il presidente Asif Ali Zardari, contrario alla pena di morte, ha sempre dichiarato che avrebbe accolto ogni domanda di grazia. Però il mandato di Zardari termina l’8 settembre e il nuova Primo Ministro Nawaz Sharif, che pure a causa di Zardari ha dovuto sospendere otto esecuzioni programmate tra il 18 e il 20 agosto, è intenzionato a rimettere in moto la macchina della morte ‘per contrastare il crimine’.

Di condanne capitali nel paese ne vengono pronunciate continuamente (spesso in processi iniqui) e i condannati a morte sono oltre 8.000, 450 dei quali arrivati al termine dell’iter giudiziario.

In questo momento delicatissimo Amnesty International si appella alle autorità pakistane affinché  venga indetta una nuova moratoria ufficiale in attesa dell’abolizione della pena di morte, vengano commutate tutte le condanne capitali pendenti e le misure per combattere la criminalità siano rispettose dei diritti umani (v. http://www.amnestyusa.org/actioncenter/actions/uaa22413.pdf   )

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(1) Vi è stata un’eccezione in un caso militare, con l’esecuzione del soldato Muhammed Hussain avvenuta il 15 novembre 2012.

 

 

9) A BRADLEY MANNING 35 ANNI DI CARCERE PER ‘SPIONAGGIO’

Il piccolo fragile soldato statunitense Bradley Manning ha ricevuto una pesante condanna dopo essere finito in carcere 3 anni fa per aver rivelato segreti di stato riguardo a violazioni dei diritti umani. Il più scaltro Julien Assange, l’australiano che ha pubblicato le rivelazioni di Manning nel sito WikiLeaks, è riuscito, almeno per ora, a farla franca.

 

Da alcuni anni il sistema informatico criptato WikiLeaks baricentrato in Australia raccoglie e poi divulga in Internet informazioni riservate, resistendo ad ogni attacco.  

Il 25 agosto è stato condannato a 35 anni di carcere il soldato americano Bradley Manning, responsabile delle massicce rivelazioni di segreti governativi, diplomatici e militari, da lui passati a Julian Assange, geniale creatore di WikiLeaks (1). L’accusa aveva chiesto una pena non inferiore ai 60 anni.

Bradley Manning, addetto allo spionaggio militare USA in Iraq, era stato arrestato a maggio del 2010 a 22 anni di età con l’accusa di aver scaricato e passato a WikyLeaks oltre 260.000 messaggi diplomatici e oltre 90.000 rapporti dell’intelligence sulla guerra in Afganistan, sull’Iraq, sui trattamenti di Guantanamo. E’ famoso, tra i video trafugati da Manning quello ripreso da un elicottero militare USA che mitraglia insistentemente senza pietà alcuni civili in strada. Materiale per lo più coperto da segreto.

Nella sua divisa perfetta, impettito sull’attenti davanti alla giudice Colonnello Denise Lind, il piccolo Bradley Manning ha ascoltato la lettura del breve dispositivo di condanna. Non ha mostrato segni di emozione. Alcuni suoi sostenitori hanno subito gridato il loro incoraggiamento e il loro impegno a continuare a battersi in suo favore.

In effetti la condanna relativamente lieve ricevuta da Manning può essere in parte dovuta all’ottima difesa legale di cui ha goduto. Ciò per merito dei suoi sostenitori, che gli hanno messo a disposizione ingenti fondi ed ottimi avvocati.

Gli avvocati difensori hanno molto opportunamente consigliato Bradley di chiedere perdono poco prima della sentenza. Così lui ha letto un testo in cui diceva di non avere scuse per il suo comportamento: “Sono desolato che le mie azioni danneggino della gente. Sono desolato che esse danneggino gli Stati Uniti”.

Per i 20 su 22 capi d’accusa, tra cui 6 riguardanti lo ‘spionaggio’, dei quali era stato riconosciuto colpevole dalla giudice Lind nella prima fase del processo terminata il 30 luglio, poteva ricevere una condanna fino a 90 anni di prigione (2).

Per sua fortuna uno dei due capi d’accusa che la giudice Lind aveva lasciato cadere era quello di “aiuto al nemico”. Dopo l’arresto di Manning, tre anni e mezzo fa, si è subito ipotizzato che egli potesse essere ritenuto colpevole di “aiuto al nemico” e di conseguenza condannato a morte o all’ergastolo senza possibilità di liberazione.

Reduce da 1.294 giorni di carcere preventivo, di cui 112 in condizioni inumane di deprivazione “equivalenti a tortura”, Manning, che ha avuto fin dall’infanzia gravi problemi psichici soprattutto riguardo all’identità sessuale, ha lanciato un grido di aiuto prima che le luci si spegnessero su di lui (lei).

Un editoriale del New York Times del 27 agosto in difesa di “Chelsea Manning, precedentemente conosciuta come soldato Bradley Manning”, critica il sistema carcerario militare per la risposta insensibile e totalmente inadeguata alla richieste di Chelsea, la quale vuole essere sottoposta “il più presto possibile” a terapia ormonale (riservandosi di chiedere in futuro anche un intervento chirurgico) per il cambiamento fisico del sesso - essendo già avvenuto da tempo quello psicologico - ed essere collocata in un settore della prigione adeguatamente strutturato per prevenire violenze sessuali.

In ogni caso, al di là di ogni riflessione umana  e umanitaria, come abbiamo già detto ci sembra assurdo che in un paese civile come gli Stati Uniti possa essere drasticamente perseguito un poveraccio per aver rivelato storie che non possono mettere in pericolo la nazione ma piuttosto giovare alla sua moralità, svergognando autorità e diplomatici nella loro stupidità, nella loro ipocrisia, nonché svelando alcuni crimini gratuiti commessi in nome di ipotetici interessi nazionali.

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(1) Le autorità americane hanno fatto di tutto per mettere le mani anche sull’australiano Julian Assange, senza riuscirci.

(2) Ora Bradley Manning tenterà di ottenere un provvedimento di grazia dal Presidente Obama. Inoltre, anche se non è affatto probabile, egli potrebbe ricevere rilevanti sconti di pena per buona condotta ecc. a discrezione delle autorità.

 

 

10) DOPO MANNING È SNOWDEN, A SVELARE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

 

Dopo le rivelazioni di Edward J. Snowden sul massiccio pervasivo spionaggio delle comunicazioni effettuato dagli USA, si sono levate perfino le proteste degli “alleati occidentali” che vengono pesantemente spiati. Il governo americano vorrebbe mettere le mani su Snowden, ospitato in Russia con lo status di rifugiato.

 

Il trentenne Edward J. Snowden, un ex contractor che lavorava per NSA (la grande Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana), è diventato famoso tra giugno e luglio dopo aver rivelato informazioni riservate, cui aveva avuto accesso in qualità di analista dell’Agenzia. Le informazioni erano diventate di dominio pubblico dopo essere state pubblicate, anonime, a partire da maggio sul quotidiano inglese The Guardian. (1)

Le rivelazioni di Snowden sul massiccio spionaggio delle comunicazioni effettuato dagli USA, hanno indotto alcuni a definire il Governo degli Stati Uniti assai più pervasivo del Grande Fratello e a ricordare la Stasi e lo spionaggio serrato dei propri cittadini da parte del nazismo e dei peggiori regimi comunisti. Tali paragoni sono inappropriati perché lo scopo principale degli USA non è tanto di plasmare i comportamenti dei propri cittadini e di adeguarli ad un regime totalitario, ma di acquisire conoscenze che permettano un approccio asimmetrico, il più possibile vantaggioso, con i non americani.

Snowdwn ha ritenuto opportuno far perdere le proprie tracce fuggendo all’estero (dalle Hawaii a Hong Kong per poi approdare in Russia) prima di rivelare di essere la fonte delle notizie pubblicate dal Guardian.

Immediatamente e per un certo tempo le rivelazioni di Snowden hanno causato numerose proteste – più o meno sincere - degli “alleati” degli USA che vengono pesantemente spiati.

Il presidente francese François Hollande ha dichiarato alla stampa: “Non possiamo accettare questo genere di comportamento tra partner e alleati,” minacciando di rinviare dei colloqui sui trattati commerciali con gli USA già programmati. Alcuni portavoce delle istituzioni europee e parlamentari europei hanno stigmatizzato il pervasivo spionaggio nei riguardi dei paesi e degli organismi europei che non hanno nulla a che fare con il “terrorismo”.

Lo spionaggio avviene in primo luogo attraverso meccanismi automatici con l’assenso di grandi società di telecomunicazione; vengono filtrati e-mail e testi che viaggiano in Internet, nonché registrati i dati sulle comunicazioni telefoniche. Sembra risulti meno praticata la raccolta massiva di messaggi vocali.

Mentre il temerario intelligentissimo Snowden si nascondeva in Russia (risulta sia rimasto per settimane nell’area aeroportuale di Mosca a partire dal 23 giugno), contro di lui cresceva il livore dei dirigenti USA. È stato accusato di favorire il “terrorismo”, ma appare evidente che la rabbia del Governo americano non origina dal fatto che vengono diffuse informazioni utili ai “terroristi” bensì dal fatto che viene alla luce la febbrile, enorme, insaziabile e crescente sete di informazioni su tutto e su tutti, cui deve far fronte la N. S. A. (e non solo).

A noi preoccupa il fenomeno in quanto la pervasiva intrusione nella riservatezza personale costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali da parte del paese che si è sempre vantato di esserne il difensore e il portabandiera. Riteniamo assai meno gravi le eventuali colpe di Edward Snowden, che pure è stato pesantemente accusato e viene ricercato.

Snowden è stato infatti incriminato di spionaggio dalla famosa Corte federale di Alexandria in Virginia ma, almeno per il momento, nei suoi riguardi non sono state formulate accuse che comportano la pena di morte, come l’ “aiuto al nemico”.

Il 26 luglio è stata resa nota la richiesta di estradizione di Snowden rivolta dall’Attorney General (Ministro della Giustizia) degli Stati Uniti, Eric Holder, al Ministro della Giustizia russo Vladimirovich Konovalov: “Le accuse formulate contro di lui non comportano tale possibilità, e gli Stati Uniti si [impegnano a] non chiedere la pena di morte anche se Snowden in futuro subirà imputazioni che comportino la pena capitale”, si legge nella lettera di Holder il quale assicura anche che Snowden non verrà torturato.

Un portavoce del presidente russo Vladimir Putin ha subito chiarito che l’estradizione sarebbe stata negata e che Snowden avrebbe continuato a godere dello status di rifugiato. Nel frattempo tre paesi dell’America Latina hanno offerto asilo politico ad Edward Snowden.

Il presidente Obama ha dovuto rassicurare i suoi concittadini dichiarando che intende riformare il settore delle intercettazioni per raggiungere un equilibrio tra sicurezza e privacy, ma non sembra che sia risultato granché convincente.

Il Congresso ha dato un forte e inaspettato avvertimento al Governo Obama il 24 luglio, quando la Camera dei Rappresentanti ha respinto con la risicatissima maggioranza di 217 voti contro 205 una proposta di legge che avrebbe ristretto la raccolta di dati telefonici da parte della NSA ai soggetti sotto investigazione.

Il 30 agosto l’amministrazione Obama ha reso nota la decisione di togliere il segreto e rendere disponibili per il Congresso alcune diposizioni della “Corte segreta” riguardo alla raccolta massiva di dati telefonici.

Ricordiamo che la materia delle intercettazioni estere dovrebbe essere regolata negli USA dalla legge denominata Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA), emendata nel 2008 per correggere e sanare gli abusi commessi dalla presidenza Bush (v. n. 162, “Spiare tutti…”, n. 134, “Spiare tutti…”). La legge proibisce tutte le intercettazioni senza mandato tra cittadini Americani all’interno degli USA. Nessuna protezione è prevista per le comunicazioni tra Americani e stranieri, e per le comunicazioni tra stranieri, prevalendo su tutto la “sicurezza” e gli “interessi nazionali”. Sull’applicazione della  FISA deve vigilare una apposita Corte segreta (2).

Ha detto François Heisbourg, un esperto francese di ricerche strategiche (3): “Tutti noi spiamo, ma qui la differenza è quantitativa – fino a 60 milioni di connessioni al giorno in Germania!”

Che le spie arpionino un particolare bersaglio è una cosa, ha aggiunto Heisbourg. “Ma nessuno aveva capito che le nostre società sono spiate cosi massicciamente – non si tratta di arpionare un pesce ma di avvolgere tutto con una grande, grandissima rete. È questo che colpisce.”

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(1) Su Edward J. Snowden c’è un’amplissima e aggiornata voce in Wikipedia (in inglese):

http://en.wikipedia.org/wiki/Edward_Snowden#cite_note-Greenwald1-4

(2) Dopo le rivelazioni di Snowden, tale Corte ha manifestato la sua insoddisfazione per la situazione attuale.

(3) Presso la Foundation for Strategic Research con sede a Parigi

 

 

11) AMNESTY SULLA VILE ESPULSIONE DALL’ITALIA DI ALMA SHALABAYEVA

    

Il governo italiano è ‘caduto dalle nuvole’ dopo che si è saputo del trasferimento forzato in Kazakistan di una donna kazaka e della sua figlioletta che sono a rischio di persecuzione in patria.  

    
Il 16 luglio scorso John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha reso nota la richiesta ufficiale, presentata da Amnesty al governo italiano, di indagare e rendere pubbliche tutte le circostanze che hanno portato all’espulsione illegale dall’Italia della moglie e della figlia dell’oppositore politico kazako Mukhtar Ablyazov.

Questi aveva ottenuto asilo politico nel Regno Unito nel 2011, in quanto a rischio di persecuzione in patria. In precedenza, aveva occupato posti di rilievo nel governo kazako. Nel 2001 aveva fondato il movimento politico Scelta Democratica del Kazakistan. Nel 2002, era stato accusato di abuso d’ufficio e appropriazione indebita di fondi statali, accuse che Amnesty International ritiene fossero motivate politicamente, e condannato a sei anni di carcere. Durante la detenzione era stato picchiato e sottoposto ad altri maltrattamenti. Nel 2003 era stato rilasciato a condizione che abbandonasse la vita politica. Nel 2009 aveva lasciato il Kazakistan e aveva preso la residenza nel Regno Unito. Ora, accusato di frode, è ricercato dalle autorità britanniche ed ha fatto perdere le sue tracce.

Il 29 maggio scorso Alma Shalabayeva e la sua figlioletta di 6 anni, Alua Ablyazov, sono state prelevate dalla loro casa a Roma dalla polizia, arrivata con grande dispiegamento di uomini armati e di mezzi. La burocrazia italiana è solitamente lentissima, ma, incredibilmente, in due giorni è riuscita a mettere in atto un procedimento di espulsione e così, il 31 maggio, Alma Shalabayeva e sua figlia sono state costrette a salire su un aereo privato appositamente arrivato dal Kazakistan.

Il 12 luglio, il governo italiano ha retroattivamente annullato l’ordine di espulsione, riconoscendo che il rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e di sua figlia aveva violato la legge. In pratica, per decidere di espellere una donna e una bambina indifese e di mandarle in uno stato dove si sapeva che sarebbero andate incontro a violazioni dei loro diritti umani e civili, lo stato italiano ha impiegato due giorni, mentre per ammettere di aver sbagliato e violato la legge ha impiegato quasi un mese e mezzo.

Il Kazakistan è tristemente noto per fabbricare accuse contro gli oppositori politici e vanta una lunga storia di torture, maltrattamenti e processi clamorosamente iniqui. Certo, l’annullamento dell’ordine di espulsione è segno di ravvedimento delle autorità italiane e di collaborazione nel tentativo di fare chiarezza sulla vicenda. D’altronde una collaborazione tra Kazakistan e Italia sussiste da prima dei fatti riguardanti la Shalabayeva, nonostante le dichiarazioni in contrario delle autorità italiane. Lo dimostra, ad esempio, l’incontro avvenuto in Sardegna il 6 luglio scorso tra Silvio Berlusconi e il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev.

Amnesty International osserva che l’inchiesta sul grave episodio dovrebbe essere condotta da entità indipendenti: lascia interdetti il fatto che il nostro Ministero dell’Interno stia praticamente indagando su se stesso!

Ci auguriamo ovviamente che l’indagine venga effettuata, che sia imparziale, e che porti alla punizione dei responsabili, a tutti i livelli, di questa violazione dei diritti umani esercitata su una donna e su una bimba innocente.

Ci consola un po’ il fatto che il can can mediatico generato dalla vicenda abbia avuto come conseguenza il rispetto delle due persone rimpatriate: per ora Alma e Alua sono libere nella loro casa in Kazakistan…   (Grazia)

 

 

12) MALALA, GIOVANISSIMA ATTIVISTA PAKISTANA, PARLA ALLE NAZIONI UNITE

 

Incurante delle minacce dei Talebani, che hanno già cercato di ucciderla, la giovanissima Malala Yousafzai è impegnata dal 2009 per promuovere l’istruzione delle donne in Pakistan.

 

E’ documentato che la giovanissima Malala Yousafzai è impegnata sin dal 2009 per promuovere l’istruzione delle donne in Pakistan. Da quell’anno nel nord-ovest del paese i Talebani hanno attaccato più di 800 scuole frequentate da donne.

Il 9 ottobre scorso Malala fu aggredita, mentre andava a scuola, dai Talebani che le spararono un colpo in testa. Altre due scolare furono ferite.

Sopravvissuta, è stata scelta per pronunciare un discorso all’ONU il 12 luglio, il giorno del suo 16-esimo compleanno. In quella occasione le è stato concesso di indossare uno scialle appartenuto a Benazir Bhutto.

Malala Yousafzai,  rivolgendosi con voce calma e sicura ai rappresentanti dei giovani di altre 100 nazioni conventi all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York, ha chiesto che la scolarizzazione diventi obbligatoria, affermando: “Prendiamo i nostri libri e le nostre penne, essi sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro, un libro e una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è l’unica soluzione”.

Ha detto che dopo la terribile avventura non ha più paura di morire e che non ha desiderio di vendetta, né odia i suoi aggressori. Eppure i Talebani, nel rivendicare l’attentato contro di lei, affermarono che se non fosse morta l’avrebbero di nuovo presa di mira.

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   (1) Vedi: http://www.nytimes.com/video/2013/07/12/world/europe/100000002333427/girl-shot-by-taliban-addresses-the-un.html#100000002333427

https://secure.aworldatschool.org/page/content/the-text-of-malala-yousafzais-speech-at-the-united-nations/

 

 

13) PRESIDIA IL TUO SUOLO, AMMAZZANDO

 

Il bianco George Zimmerman è stato assolto in Florida dall’accusa di omicidio non premeditato per aver sparato, uccidendolo, ad un 17-enne nero che gironzolava nell’area privata su cui lui vigilava.

 

A Stanford in Florida il 29-enne bianco George Zimmerman è stato assolto dall’accusa di omicidio non premeditato per aver sparato, uccidendolo, ad un 17-enne nero, Trayvon Martin. La sentenza è arrivata il 13 luglio, dopo che una giuria di 6 donne si è trattenuta in camera di consiglio per 16 ore.

L’omicidio si verificò il 26 febbraio 2012 quando Martin gironzolava nell’area privata in cui Zimmerman svolgeva la funzione di guardiano volontario. Secondo l’accusa l’uccisore aveva inseguito e ucciso la vittima ritenendo che fosse un malintenzionato. Zimmerman dal canto suo aveva affermato che il 17-enne lo aveva sopraffatto sbattendogli la testa sul marciapiedi.

In Florida è in vigore una legge, detta Stand Your Ground (presidia il tuo suolo), che ti autorizza ad uccidere chiunque si introduca in un luogo privato (se a tuo giudizio è in procinto di compiere un grave crimine contro la persona). Leggi simili vigono in oltre una ventina di altri stati USA.

Forse Zimmerman non sarebbe stato neanche processato se il governatore Rick Scott - impressionato dalle manifestazioni dei neri che protestavano per l’omicidio - non fosse intervenuto incaricando un’accusatrice di un’altra città, la signora Corey di Jacksonville.

Il caso Trayvon Martin aveva sollevato perfino l’attenzione del presidente Barack Obama, che osservò che Trayvon poteva essere lui stesso o suo figlio.

Dal canto suo, il governatore del Texas, Rick Perry, ha invece sentito il bisogno di dichiarare la sua soddisfazione per la sentenza emessa 13 giugno in Florida, affermando che negli USA il razzismo non esiste.

 

 

14) LAMPI ABOLIZIONISTI “AD ALTI LIVELLI” NELLA STORIA DEGLI STATI UNITI

 

Negli anni Settanta - anche per merito di giudici della Corte Suprema di larghe vedute - stava per essere abolita definitivamente la pena di morte negli USA.

 

Nell’agosto di 50 anni fa, uno dei nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, Arthur Goldberg, decisamente contrario alla pena morte, incaricò il suo giovanissimo assistente Alan Dershowitz di scrivere il testo di una potente arringa, che dimostrasse come la pena capitale violi la Costituzione USA. Il punto di forza che il giovane utilizzò come principale argomentazione fu l’ingiustizia razziale nei casi capitali. Il Giudice fu colpito dall’ottimo scritto di Dershowitz ma, nel trasformarlo in un’argomentazione di dissenso, ne rimosse quasi tutti i riferimenti razziali per non inimicarsi troppo i suoi colleghi.

A 50 anni di distanza la pena di morte vige ancora negli Stati Uniti: la Corte Suprema la bocciò nove anni dopo, nel 1972, ma la ripristinò nel 1976 (*).

Alcuni giudici si sono sempre opposti alla pena capitale, come William Brennan Jr. e Thurgood Marshall, altri hanno sostenuto e sostengono a spada tratta la sua costituzionalità, come Antonin Scalia and Clarence Thomas. Tre di quelli che nel 1976 votarono per il suo ripristino hanno poi cambiato idea (se lo avessero fatto in tempo la pena di morte non sarebbe ripresa). Il giudice Harry Blackmun raggiunse la massima chiarezza sul problema solo al momento di dimettersi dalla Corte, e scrisse una famosa dichiarazione: “da questo giorno in avanti, non voglio più trafficare per mantenere in vita la macchina della morte”. Il giudice Lewis Powell, in un’intervista del 1991, dichiarò che la pena di morte “discredita l’intero sistema legale” e dovrebbe essere abolita. E nel 2008, durante l’esame di un caso riguardante l’iniezione letale, il vecchio giudice John Paul Stevens definì la pena di morte “l’improduttiva ed inutile estinzione della vita che dà un contributo solo marginale a qualsiasi individuabile finalità sociale o pubblica.”

Il giudice Arthur Goldberg morì nel 1990. Il suo assistente Alan Dershowitz. divenuto un famoso avvocato che porta avanti la lotta abolizionista, ricorda una delle loro ultime conversazioni: “Gli dissi: ‘lei è come Mosè e non ha avuto il diritto di arrivare a Israele. Morirà sul Monte Nebo’. Ma gli promisi che avremmo visto il compimento di ciò che egli iniziò prima che anch’io muoia”.

Dershowitz ritiene che questa battaglia si concluderà come ogni altro evento che abbia a che fare con le corti di giustizia: “La corte [decidendo di abolire la pena capitale] darà l’impressione di prendere lei la decisione, ma in realtà lo farà per seguire la volontà altrui.”   (Grazia)

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(*) La storia dell’abolizione e del ripristino della pena di morte negli USA è efficacemente descritta nel libro di Evan J. Mandery, uscito il 19 agosto: “A Wild Justice: The Death and Resurrection of Capital Punishment in America” Ed.: Norton, W. W. & Company, Inc., anche in versione e-book.

 

 

15) FBI: CASI CAPITALI INFICIATI DA PERIZIE FORENSI SOPRAVVALUTATE

 

Da tempo si sa che, in molti casi giudiziari statunitensi in cui si è arrivati ad una condanna per mezzo di perizie forensi, potrebbero essere stati condannati degli innocenti. Ora l’FBI si è impegnata in una revisione di decine di migliaia di casi, tra cui numerosi casi capitali.

 

In luglio l’FBI e il Dipartimento di Giustizia federale, hanno reso noto di aver cominciato la revisione di quasi 30 mila casi criminali statunitensi in cui una condanna potrebbe essere conseguita da prove forensi eseguite su capelli rinvenuti sulla scena del crimine.   

E’ vero che fin dagli anni Settanta l’FBI scrive nei suoi referti di laboratorio che un confronto di capelli non può portare a una sicura identificazione . Tuttavia parecchi agenti dell’FBI sul banco dei testimoni hanno esagerato il significato scientifico delle identificazioni, affermando che erano pressoché certe. Si è arrivati addirittura a dire che l’identificazione escludeva “qualsiasi altro individuo”.

L’iniziativa è stata avviata in collaborazione con l’Innocence Project e con l’Associazione Nazionale degli Avvocati Penalisti Difensori (NACDL).

L’insolita collaborazione è arrivata dopo che il Washington Post ha denunciato l’anno corso come le autorità sapevano da anni che le perizie sui capelli potevano aver portato alla condanna di individui innocenti., ma fino ad ora l’FBI non aveva mai affrontato seriamente il problema. 

Tra i casi riesaminati vi sono vecchi casi capitali, per alcuni dei quali la sentenza è stata già eseguita.

Sono stati già scoperti 120 casi – tra cui 27 casi capitali - in cui gli esperti forensi dell’FBI hanno scorrettamente collegato gli imputati alla scena del crimine.

A maggio una di queste scoperte ha portato alla sospensione all’ultimo minuto di un’esecuzione in Mississippi.

Non è stato ancora determinato il totale dei casi in cui si è arrivati a condanne dubbie. Lo studio è tuttora in corso.

E’ molto importante per noi che questa analisi sia stata intrapresa, anche perché l’FBI sta indagando su casi capitali in cui l’imputato è già stato ‘giustiziato’. L’affermazione che sono stati messi a morte probabili innocenti, fornita da un organismo importante e ritenuto imparziale come l’FBI, potrebbe dare un grosso aiuto al movimento abolizionista.  (Grazia)

 

 

16) STUPIDE DISCUSSIONI NEL BRACCIO DELLA MORTE

Fernando Eros Caro, nostro corrispondente dal braccio della morte nel carcere di San Quentin in California ci ha scritto così il 5 agosto. (Trad. di Grazia Guaschino)

 

L’altro giorno ero seduto qui nella mia cella e ascoltavo una discussione sorta tra due uomini, riguardo al disturbo arrecato a uno dei due dall’altro. Avevo previsto la nascita di questa discussione dai piccoli segnali percepiti nei giorni precedenti. Dai rapporti che ho avuto con questi due uomini ho potuto capire che uno di loro è molto educato e intelligente, mentre l’altro non lo è.       

Essi rappresentano le differenze di intelligenza esistenti tra i condannati a morte e tra i detenuti in generale. 

Ho ascoltato molte volte conversazioni tra prigionieri che durano ore senza che nessuno dei due dica nulla di significativo. La maggior parte delle frasi è costituita di insulti e imprecazioni, a causa della mancata capacità di esprimersi in modo intelligente. Ho anche notato che, durante una discussione, se uno dei due si accorge che le sue argomentazioni hanno la peggio, comincia a esagerare e a urlare! Allora si mette ad urlare anche l’altro… non sarebbero candidati ideali per un dibattito pubblico!

Tornando alla discussione di cui parlavo prima, il detenuto educato alla fine ne ebbe abbastanza dell’altro detenuto maleducato e così espresse il suo scontento. Da allora non si parlano più. In base alla mia esperienza, dal momento che non si sono scontrati anche sul piano fisico, questo “broncio” reciproco finirà ed entrambi riusciranno a superare le loro reciproche diversità.

So che nessuno arriva nel braccio della morte con l’intenzione di farsi coinvolgere in confronti violenti e tantomeno di innescarli. Dalle mie osservazioni dei condannati a morte, ho notato che tutti noi siamo stati gettati qui dentro e costretti a convivere in un’atmosfera di paura, non sapendo cosa accadrà da un giorno all’altro. Dobbiamo divenire tolleranti, e capaci di autocontrollo. Il detenuto intelligente impara presto che cercare di avviare una conversazione significativa con un detenuto stupido è come cercare di accendere un fuoco con un fiammifero già usato. E’ meglio valorizzare in modo diverso il proprio tempo.

Come ho già detto altre volte, sulla base della mia esperienza qui dentro, le nostre azioni e le nostre reazioni originano dall’essere condannati a morte. Non giudico questi uomini, che siano o no intelligenti. Li osservo e poi osservo me stesso. Sono le frustrazioni e la capacità di autocontrollo che determinano la vita quotidiana qui dentro. Il braccio della morte è un test delle nostre capacità e delle nostre incapacità.

La pena di morte costituisce una punizione crudele ed inusuale non solo per la mera esecuzione finale della sentenza!

Nessuno dovrebbe essere gettato in un ambiente così inumano! E’ come se rompessero le gambe ad un uomo che dovesse essere fucilato il giorno successivo.

Mi rendo conto di aver fatto un paragone mostruoso, ma rende l’idea del mio stato d’animo. Infatti, sono terribilmente ansioso di arrivare infine ad ottenere l’abolizione della pena di morte.

 

 

17) UNA NUOVA FUNZIONALE SEDE PER AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA

 

“A partire dal mese di luglio i diritti umani hanno una nuova casa in via Magenta a Roma.” Così Amnesty International Italia ha reso noto il trasferimento dei propri uffici in un nuovo spazio multifunzionale realizzato su progetto dell’architetta Rosetta Angelini.

“Per Amnesty International è un momento importante: la nostra nuova sede a pochi passi dalla Stazione Termini sarà punto di incontro per chi vuole difendere i diritti umani in Italia. Saremo aperti e organizzeremo incontri con i nostri attivisti e con chi ci sostiene, per diffondere una cultura di rispetto e solidarietà nel nostro paese” ha dichiarato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. L’organizzazione esprime i suoi ringraziamenti a varie aziende che hanno sostenuto il progetto. Gli uffici di Amnesty sono aperti dal lunedì al venerdì dalle 9:30 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 16:00.   Recapiti: Via Magenta, 5  -  00185 - Roma  - Tel. 06 44.901  end_of_the_skype_highlighting Fax: 06 44.90.222

 

 

18) NOTIZIARIO

 

Egitto. L’ex presidente Mubarak, rilasciato dal carcere, è agli arresti domiciliari. L’85-enne Hosni Mubarak, ex presidente egiziano esautorato l’11 febbraio del 2011 nel turbine della ‘primavera araba’, è stato scarcerato per decadenza dei termini riguardo ai crimini finanziari e ad altri crimini minori a lui attribuiti. È stato annullato ed è da rifare il processo capitale conclusosi con la sua condanna all’ergastolo per la più grave delle accuse: la repressione sanguinosa delle sommosse contro di lui che provocò oltre 800 morti. La scarcerazione di Mubarak non ha sollevato particolari proteste. L’ex presidente, malato e molto debole, è stato trasferito in elicottero direttamente dal carcere in ospedale. (Sulla vicenda di Mubarak v.  nn. 189, 191, Notiziario, 195, 198, Notiziario).

 

Italia. La brillante carriera di Gianni De Gennaro, ora Presidente di Finmeccanica. Il prefetto Giovanni De Gennaro era Capo della Polizia durante le mattanze di manifestanti - nella scuola Diaz di Genova e nella caserma di Bolzaneto - che furono ordinate in occasione del contestato G8 del 2001. Dopo essere uscito indenne, sia pure lasciando diversi dubbi, dalle relative vicende giudiziarie che pure hanno riconosciuto la responsabilità di parecchi alti funzionari (v. n. 199), De Gennaro ha percorso una brillantissima carriera che lo ha visto perfino Sottosegretario alla Presidenza nel Governo Monti. Il 4 luglio Gianni De Gennaro è stato nominato Presidente della Finmeccanica, la gigantesca azienda in parte pubblica e in parte privata che fa grandi ricavi con la costruzione e la vendita di armamenti. “Finmeccanica è una risorsa di questo paese e deve essere un volano occupazionale, ma come si fa a mettervi a capo l'ex numero uno della polizia? Ho qualche dubbio che s'intenda di navi, aerei o turbine». Queste le parole del deputato Giorgio Airaudo, già nella segreteria nazionale Fiom e oggi in Commissione Lavoro alla Camera.

 

Louisiana. Bambino di 8 anni spara alla nonna uccidendola. Il 22 agosto a Slaughter presso Baton Rouge in Lousiana, un bambino di otto anni, di cui non è stato reso noto il nome a causa dell’età, ha sparato alla nonna 90-enne, Marie Smothers, uccidendola. Dopo il fatto la polizia ha dichiarato: "Anche se la causa del gesto è al momento sconosciuta, gli investigatori hanno appreso che il ragazzino poco prima dell'omicidio stava giocando a GTA IV, un videogioco realistico che si ritiene incoraggi alla violenza e spinga i giocatori ad uccidere le persone." In un primo tempo il bambino aveva detto che si era trattato di un incidente occorso mentre stava giocando con la pistola della nonna. Solo dopo ulteriori accertamenti, si è potuto appurare che l’omicidio è stato commesso volontariamente. Il videogioco in questione si chiama GTA IV oppure, per esteso, Grand Theft Auto IV. È estremamente realistico e violento, elargisce punti a chi uccide gli avversari. Sulla confezione americana del gioco c’è scritto in maniera evidente che è destinato a persone con un’età maggiore di 17 anni, e che contiene “violenza intensa, sangue, linguaggio esplicito, riferimenti sessuali espliciti, nudità, uso di droghe e alcol.” Quindi, riassumendo: un bambino di 8 anni prima gioca con un videogame che non dovrebbe utilizzare, poi con un’arma da fuoco a portata di mano uccide la nonna. Non verrà perseguito perché minore di 10 anni, ma forse ci sarebbe qualcun altro da perseguire in una società che permette di far entrare armi da fuoco per grandi e piccini in ogni casa. (Vedi anche, nel n. 206, Notiziario “Kentucky. Normale…”).

 

Ohio. Il condannato che voleva vivere si è ucciso quattro giorni prima dell’esecuzione. Billy Slagle aveva 18 anni, l’età minima per essere condannati a morte, quando fu arrestato del luogo del delitto. Aveva appena accoltellato una sua vicina di casa, la 40-enne Mari Anne Pope che si era svegliata nelle prime ore del 13 agosto 1987 sentendo rumori nella propria abitazione. Mari Anne morì per le ferite riportate e Billy fu condannato a morte pochi mesi dopo il delitto, nel 1988. Esauriti gli appelli e fallita la domanda di grazia con cui chiedeva di commutare la sentenza capitale in ergastolo senza possibilità di liberazione, al sorgere del sole del 4 agosto Billy Slagle non intravedeva alcuna possibilità di scampare l’iniezione letale fissata per il successivo giorno 7.  Così ha deciso di uccidersi. E’ morto un’ora dopo essere stato trovato impiccato nella propria cella dal personale del carcere. Eppure sia l’attuale accusatore nella sua contea, sia uno dei giudici della Corte Suprema dell’Ohio si erano attivati per sostenere la sua domanda di clemenza che era stata poi respinta dalla Commissione per le Grazie con la maggioranza minima di 6 voti contro 4. Ed uno dei membri di minoranza aveva scritto: “L’età di Slagle e la sua immaturità al momento del delitto attenuano significativamente la sentenza che un tale orribile crimine comporta. Gli ‘standard di decenza’ in evoluzione, così come gli studi medici, scientifici e sociologici indicano che una pena definitiva e irrevocabile come la pena di morte non debba essere imposta ad un individuo che, come Slagle, abbia ancora la capacità di maturare e di cambiare dopo il momento in cui ha commesso il crimine. La capacità di cambiare di Slagle è dimostrata dal suo positivo adattamento alla situazione carceraria.”  Billy Sladge aveva dichiarato alla Commissione per le Grazie di avere molto rimorso per l’uccisione di  Mari Anne Pope e di rendersi conto degli effetti che aveva avuto sulla di lei famiglia. Aveva chiesto perdono anche alla propria famiglia.

 

Usa. Cifre sulla pena capitale.  La pena capitale vige in 32 stati su 50 nonché nelle giurisdizioni civile e militare federali. Vi sono circa 3.125 condannati in attesa di esecuzione. Connecticut, Maryland e New Mexico hanno recentemente abolito per legge la pena di morte, ma le leggi abolizioniste non sono retroattive e in teoria i condannati a morte di questi stati potrebbero essere ancora ‘giustiziati’. Dal 1976 sono state ‘giustiziate’ 1.343 persone. Oltre agli USA,  il Giappone è l’unica altra grande democrazia industrializzata ad avere ancora la pena di morte. Sono circa 3.125 i condannati a morte negli USA. il Governo federale e la giurisdizione militare hanno circa 66 condannati a morte (dato al gennaio 2013) e dal 1976 sono state messe a morte 3 persone. Ci sono 61 donne condannate a morte e 13 sono state giustiziate dal 1976. Tra il 1976 e il 2005 (anno in cui fu vietata al pena di morte per i minorenni) furono ‘giustiziati’ 22 giovani che avevano 16 o 17 anni di età al momento del crimine loro attribuito (tra cui i nostri amici Gary Graham e Joe Cannon). Dal 1976 hanno ricevuto la grazia 273 condannati a morte.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 agosto 2013