FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 120  -  Luglio / Agosto 2004

SOMMARIO:

1) Mobilitiamoci per Philip Workman!       

2) Siamo tutti impegnati nel lancio del libro su Gary Graham !     

3) Udienza della Corte Suprema USA sulla pena di morte minorile

4) Tremendo brivido per Mauro Barraza

5) Allridge riabilitato? Per favore ammazzatelo lo stesso!

6) Per Thomas Miller-El decisione favorevole della Corte Suprema

7) Fissate le esecuzioni dei due Green, grandi amici degli Italiani

8) Ripristinata la pena di morte in Iraq, a rischio Hussein e Aziz

9) Grave decisione: non retroattiva la sentenza su giudici e giurie

10) Confuso e debole responso della Corte Suprema sulle detenzioni

11) Una farsa il Tribunale di Revisione dello Stato di Combattente

12) Iniziano i processi davanti ai tribunali di canguri: in agosto    

13) Kenneth ci parla dell’Independence Day         

14) Torture: tradito il giuramento di Ippocrate      

15) Caro Raymond, carissimo amico mio    

16) Un pensiero commosso in memoria di Dewey  

17) Un altro ottimo risultato con gli studenti

18) Richieste di corrispondenza e solidarietà

19) Notiziario: Iran, Louisiana, Palestina    

 

 

1) MOBILITIAMOCI PER PHILIP WORKMAN!

 

La morte di Philip Workman è stata programmata in Tennessee per il 22 settembre. Philip è un nostro vecchio amico, di lui ci siamo occupati più volte nel corso degli anni. Il suo caso ha visto un alternarsi di vicende, che lo hanno portato già tre volte sull’orlo dell’esecuzione. Chiediamo ai lettori di inviare un appello urgente al Governatore del Tennessee per fermare la sua esecuzione capitale. Egli sarebbe il secondo cittadino del Tennessee ad essere giustiziato da molti decenni a questa parte.

Philip Workman è stato accusato dell'omicidio di un poliziotto, Ronald Oliver, durante una rapina in un ristorante di Memphis nel 1981. Oliver e altri due agenti furono i primi ad arrivare sulla scena. Mentre Workman - che non ha mai negato la rapina - fuggiva, furono sparati dei colpi e Oliver fu ucciso da un proiettile. Al processo i due poliziotti testimoniarono che non avevano sparato, ma ammisero di non aver visto Workman sparare a Oliver. Un altro testimone, Harold Davis, disse di aver visto Workman sparare al poliziotto. L'avvocato difensore non effettuò alcuna analisi forense o balistica e non interrogò Harold Davis.

Anni dopo il processo, tuttavia, Harold Davis ha ritrattato la sua testimonianza, dicendo di aver mentito sotto  coercizione della polizia. Inoltre un altro testimone si è fatto avanti per dichiarare che almeno uno degli altri poliziotti fece fuoco. Esperti di balistica hanno dimostrato con una accurata perizia che il proiettile fatale non poteva provenire dall'arma di Workman, sollevando il dubbio che Oliver sia stato ucciso per errore da uno dei suoi colleghi.

Cinque membri della giuria del processo originario hanno firmato dichiarazioni giurate in cui affermano che non avrebbero votato neppure per la colpevolezza di omicidio di primo grado, e men che meno per la pena di morte, se fossero state mostrate loro queste prove. Due giudici della Corte Suprema hanno detto che nel caso di Workman è necessario usare clemenza.

L’ultima domanda di clemenza presentata da Philip era stata respinta all’unanimità dalla Commissione per le Grazie, soprattutto in base alla testimonianza di un certo dott. Smith, medico legale presentato all’ultimo momento dall’accusa, il quale aveva dichiarato che, sulla base delle radiografie e dagli esami anatomici fatti sulla vittima, non si poteva dimostrare l’innocenza di Philip. Poco tempo dopo questa testimonianza, il dottor Smith fu trovato legato con filo spianto e imbavagliato, con una bomba fabbricata artigianalmente appesa al collo. Egli affermò di essere stato aggredito e minacciato da persone che lo avevano incolpato per la testimonianza contro Workman. Il governatore del Tennessee sospese l’esecuzione di Workman in attesa di un chiarimento su questa strana vicenda. Dalle indagini è emerso che il dottor Smith ha inscenato l’aggressione e ha mentito sulle minacce.

Tutto questo però non ha cambiato le sorti del nostro amico: un altro “esperto” interpellato dal Governatore ha risposto che il lavoro del dott. Smith era stato eseguito correttamente! E’ stata pertanto fissata una nuova data di esecuzione: il 22 settembre p. v.

La vita di Philip è ormai segnata dalle innumerevoli angoscianti attese di essere ammazzato e questa rischia proprio di essere l’ultima e definitiva. Dobbiamo impegnarci per scongiurare questa assurda uccisione che lascerebbe un mare di dubbi e aprirebbe la porta alla ripresa generalizzata delle esecuzioni in Tennessee! (Grazia)

Se non intendete scrivere un vostro appello, adoperate il seguente testo inglese che potete stampare, firmare e inviare al Governatore del Tennessee, per posta prioritaria (0,80 euro), per fax al numero:   001 615 5329711 e/o  per  e-mail all’indirizzo:  phil.bredesen@state.tn.us

Ricordatevi di inserire l’indirizzo postale completo di almeno uno dei sottoscrittori.

Se firma una sola persona, è bene sostituire due volte (prima e penultima riga) We (noi) con I (io).

 

Traduzione del seguente appello, ad uso del lettore: Caro Governatore, l'esecuzione di Philip Workman è fissata il 22/09/2004. La preghiamo di fermare questa esecuzione. Vi sono seri dubbi sulla colpevolezza di Philip Workman. Il suo caso è seguito in tutto il mondo. Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni per i diritti umani, le chiedono di risparmiargli la vita. Egli non subì un processo giusto e prove attendibili indicano che potrebbe non essere colpevole di omicidio. L'unico testimone civile che parlò contro di lui ha da allora ritrattato ed ha ammesso di aver mentito e di non aver mai visto, di fatto, Workman sparare a nessuno. L'accusa ha nascosto prove alla difesa che avrebbero potuto aiutare a dimostrare la sua innocenza. Anche cinque dei giurati del primo processo, sopravvissuti ad oggi, ritengono che Workman meriti clemenza. Lei è la persona che avrà l'ultima parola, a cui spetta la decisione finale. C'è in gioco una vita umana, e lei ne sarà l'arbitro. Lei conosce i fatti e tutte le motivazioni e sa che quando c'è un grado, anche minimo, di incertezza, non si dovrebbe mai giustiziare una persona, perché si tratta di un'azione irreversibile (anche la Costituzione degli Stati Uniti esige ciò, come del resto lo esige qualsiasi altra costituzione di un paese civilizzato). La preghiamo pertanto con tutto il cuore di concedere clemenza a Philip Workman. Rispettosamente.

The Hon. Phil Bredesen

Governor of Tennessee

Nashville, TN 37243-0001

 

Dear Governor Bredesen:

Philip Workman is scheduled to be executed on September 22, 2004. We urge you to halt this execution.

There are serious doubts about Philip Workman's murder guilt. His case has been followed worldwide. Amnesty International together with many other organizations for human rights is asking you to spare his life.

Philip Workman did not received a fair trial, and credible evidence indicates he may not be guilty of murder.

The only civilian witness who testified against Mr. Workman has since admitted that he lied and, in fact, never saw Mr. Workman shoot anyone.

The prosecution withheld evidence from Mr. Workman's defense that helps to prove Mr. Workman's innocence.

Five of the surviving jurors from the case also believe Mr. Workman deserves clemency.

You are the one who will have the final word, the final decision. There is a human life at stake, and you will be the arbiter of it.

You do know all the facts and all the reasons and you do know that, when there is any level, even a very subtle one, of uncertainty, one should never proceed with an execution, which is irreversible (U.S. Constitution demands this, of course, as would any Constitution in any civilized Country).

Therefore, we heartily beg you to grant clemency to Philip Workman.

Respectfully

 

 

2) SIAMO TUTTI IMPEGNATI NEL LANCIO DEL LIBRO SU GARY GRAHAM !

 

Annunciamo con grande soddisfazione l'uscita del libro sulla vita e sulla vicenda giudiziaria di Gary Graham. La preparazione di questo libro cominciata a giugno del 2000, all'indomani l'esecuzione di Gary, si è conclusa dopo quattro anni di paziente lavoro di selezione di passi particolarmente significativi nell'imponente documentazione in nostro possesso.

Ora ci attende almeno un anno di lavoro per diffondere il più possibile quest'opera che si rivolge a tutti: a chi lotta per l'abolizione della pena di morte e a chi fino ad ora non ha prestato sufficiente attenzione a tale problema. Si rivolge anche - e soprattutto - a coloro che ancora sostengono in buona fede la necessità di mantenere la pena capitale, invitandoli a riflettere.

La storia di Gary Graham denuncia chiaramente la politica che sta alla base della pena di morte negli Stati Uniti: la 'massima sanzione' viene inflitta in maniera rozza e spietata - senza risparmiare minorenni, malati mentali e possibili innocenti - alle fasce sociali più deboli, respinte ai margini della vita civile nel buio della miseria e nella delinquenza endemiche.

Gary Graham, cresciuto nel getto nero di Houston nel Texas, fu accusato di un omicidio nel 1981, quando era ancora minorenne, e condannato a morte sulla base di un'unica, inconsistente testimonianza oculare. Fu senz'altro la sua personalità eccezionale che gli permise una lunghissima sopravvivenza nel braccio della morte, attraverso una interminabile serie di appelli che invano misero alla prova sul suo caso l'intera giurisprudenza degli Stati Uniti riguardante la pena capitale.

Afferma l'avvocato Richard Burr: "In sintesi, la risposta alla domanda sul perché Gary Graham sia stato ucciso è che si è trattato di convenienza politica: il signor Graham è morto perché il largo utilizzo della pena di morte da parte di George Bush potesse continuare a favorire, anziché a minare, i suoi interessi politici."

Il nostro scopo è di innescare una forte discussione sul caso di Gary Graham e sulle ragioni etiche, culturali e politiche dell'uso della pena di morte negli Stati Uniti d'America.

Il libro è potenzialmente dirompente:  l'allargarsi della consapevolezza di aver 'giustiziato' un innocente gioverebbe alla causa abolizionista molto di più dei 115 casi di condannati a morte esonerati in tempo - spesso in maniera fortuita e dopo essere arrivati alla soglia del patibolo - negli ultimi 30 anni negli Stati Uniti. E' infatti un dogma, sostenuto contro ogni evidenza e continuamente ripetuto dai dirigenti ultra conservatori, che negli USA non è mai stato giustiziato un innocente!

Tutti possono collaborare alla diffusione del libro, certamente acquistandone una copia e forse anche organizzando una presentazione dell'opera nel corso di eventi piccoli o grandi, in università, scuole, posti di lavoro, parrocchie, strutture sindacali e politiche… Utilissimo sarà promuovere recensioni sulla stampa locale o nazionale, diffondere la conoscenza del libro mediante la posta elettronica.

Teniamoci in contatto per programmare una serie di iniziative in tutta Italia!

Il libro può essere ordinato per e-mail ( prougeau@tiscali.it ) o per posta (Comitato Paul Rougeau - Casella Postale 11035 - 00141 Roma Montesacro) o per telefono a un membro dello staff. L'importo deve essere corrisposto dopo la ricezione delle copie ordinate. Al costo delle copie del libro occorre aggiungere un contributo alle spese di spedizione di 1,70 euro (per qualsiasi numero di copie)

Invitate amici e conoscenti ad accedere alla presentazione del libro che si trova nel nostro sito web:

www. paulrougeau.org

 

Comitato Paul Rougeau "Muoio assassinato questa notte - La storia di Gary Graham" - Edizioni Multimage, Firenze, 2004 - Pagg. 170, € 10

I profitti della vendita del libro saranno devoluti in beneficenza per gli scopi del Comitato Paul Rougeau

 

 

3) UDIENZA DELLA CORTE SUPREMA USA SULLA PENA DI MORTE MINORILE

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha fatto sapere che alle 10 di mercoledì il 13 ottobre terrà una pubblica udienza per discutere un ricorso centrato sul problema della liceità costituzionale della pena di morte inflitta ai minorenni. Una sua sentenza in merito è attesa tra ottobre e la fine di giugno, molto probabilmente alla fine di gennaio o in febbraio.

Ricordiamo cha la Corte Suprema federale – divisa al suo interno e restia a risolvere questo spinoso dilemma – è stata per così dire costretta a muoversi dal ricorso (Roper v. Simmons) avanzato dallo Stato del Missouri contro una decisione della propria Corte Suprema (v. n. 115). Il 26 agosto 2003 la Corte Suprema del Missouri aveva infatti annullato la sentenza capitale per Christopher Simmons, diciassettenne all’epoca del crimine, e dichiarato ‘crudele e inusuale’ e perciò contraria alla Costituzione la pena di morte per i minori di 18 anni all’epoca del delitto loro contestato. Il massimo organo giudiziario del Missouri si era rifatto all’evoluzione dei cosiddetti ‘standard di decenza’ verificatasi negli ultimi 15 anni, scrivendo tra l’altro che “…la Corte Suprema federale oggi sentenzierebbe che tali esecuzioni sono proibite” (v. n. 110).  Lo Stato del Missouri nel ricorso Roper v. Simmons riafferma la tradizionale dottrina giuridica americana che consente di condannare a morte giovani di 16 e 17 anni e nega alla propria Corte Suprema la facoltà di interpretare le intenzioni della Corte Suprema federale.   

Il 19 luglio scorso Amnesty International e altri 15 premi Nobel hanno consegnato un documento legale alla Corte Suprema degli Stati Uniti chiedendo di porre fine alla pena di morte minorile. Le maggiori associazioni per la tutela della gioventù, i più importanti ordini professionali di medici, psichiatri e avvocati, le chiese e  le organizzazioni della società civile hanno presentato loro documenti legali. Decine e decine di editoriali ed articoli comparsi nei media nazionali e locali – con rarissime voci dissenzienti – hanno anche loro perorato una sentenza innovativa da parte della Corte Suprema. Concorde ed esplicita è, dall’estero, la pressione di una cinquantina di paesi nei riguardi degli Stati Uniti.

Il numero di stati che ha ormai superato la pena di morte minorile (31 su 50) e i sondaggi di opinione dimostrano che gli ‘standard di decenza’ si sono evoluti per gli Americani in maniera molto netta: la Nazione si oppone alla pena di  morte per i minori più di quanto non si opponesse alla sanzione capitale nei riguardi dei ritardati mentali nel 2002, quando la Corte Suprema la proibì per tale categoria di persone. Tuttavia sulla questione della pena di morte minorile è fortissima la resistenza di una piccola minoranza di ultra conservatori molto potenti. Prevedere il segno dell’annunciata sentenza della Corte Suprema federale è al momento impossibile (v. n. 115).

 

 

4) TREMENDO BRIVIDO PER MAURO BARRAZA

 

In Texas Mauro Barraza il 29 giugno è arrivato a quattro ore e mezza dall’iniezione letale. Minorenne all’epoca del crimine, sapeva da tempo che la sua esecuzione - sospetta di incostituzionalità - non doveva avvenire. Almeno per quest’anno, fino al pronunciamento della Corte Suprema previsto nel 2005. Con terrore ha visto però proseguire regolarmente la procedura di esecuzione nelle ultime settimane, negli ultimi giorni, nelle ultime ore. Aveva già riempito i moduli riguardanti le sue ultime volontà e consumato l’ultimo pasto quando gli hanno detto che no, questa volta non sarebbe morto!

Nei primi mesi di quest’anno, non appena resa nota l’intenzione della Corte Suprema degli Stati Uniti di discutere della liceità costituzionale della pena di morte per i minorenni all’epoca del crimine, gli avvocati di una mezza dozzina di condannati si sono attivati per chiedere la sospensione dell’esecuzione dei loro assistiti già programmata tra la primavera e l’estate. La prassi e un principio di diritto sostanziale facevano prevedere con certezza un esito positivo di tali richieste. Ciò nonostante si registravano dichiarazioni astiose di alcune autorità intenzionate a mandare avanti il procedimento di esecuzione fino al momento in cui non arrivasse un preciso ordine di sospensione da un organo competente.

Gli abolizionisti – sicuri che le cose sarebbero andate per il meglio - hanno seguito attraverso i media il susseguirsi delle sospensioni disposte via via dalle corti o direttamente dalla pubblica accusa. La Corte Suprema federale ha ordinato la sospensione per Anzel Jones (Contea di Grayson nel Texas) in febbraio e per Edward Capetillo (Contea di Harris nel Texas) in marzo. Il giudice di Contea ha sospeso in marzo l'esecuzione di Cedric Howard condannato a morte in Louisiana. Per Raul Omar Villarreal e Efrain Perez, la stessa accusa della Contea di Harris ha disposto a metà marzo di soprassedere alle esecuzioni.

Pochi hanno notato che gli avvocati di tutti i detenuti si erano mossi in tempo tranne quelli di Mauro Barraza, la cui esecuzione doveva avvenire in Texas il 29 giugno. (Il 21 febbraio, quando fu programmata l’esecuzione di Barraza, costui non aveva avvocato o meglio ne aveva uno sulla carta, che aveva smesso di lavorare perché da tempo non pagato.) Ci eravamo dimenticati di Mauro Barraza… ma il 20 giugno un articolo apparso sul Fort Worth Star-Telegram ci ha bruscamente risvegliato.

Con sgomento ci siamo accorti  che  nessuno si muoveva per scongiurare questa assurda esecuzione e i suoi avvocati sembravano essere ‘nel pallone’! In extremis per posta elettronica abbiamo chiesto ai nostri corrispondenti una mobilitazione urgente contro l’esecuzione di Barraza e, alla fine, ci siamo anche messi in contatto con Scott T. Schutte, suo attuale difensore.  Questo avvocato di Chicago ha infine ottenuto - vincendo l’opposizione del Ministero della Giustizia del Texas - che la Corte Suprema federale bloccasse l’esecuzione.

Un grosso sospiro di sollievo!  Per noi e soprattutto per Mauro Barraza, che aveva già percorso buona parte della sua via crucis.

 

 

5) ALLRIDGE RIABILITATO? PER FAVORE AMMAZZATELO LO STESSO!

 

Molto spesso i sostenitori della pena capitale contestano agli abolizionisti di mobilitarsi per condannati che continuano a dirsi innocenti contro ogni evidenza, che cercano di accreditare per gli ‘ingenui’ corrispondenti una identità diversa da quella che hanno, che violano in continuazione le ‘regole’ del braccio della morte, che assumono comportamenti violenti e creano, direttamente o indirettamente, ogni sorta di problemi alle guardie carcerarie.

Ciò non è assolutamente vero per James Vernon Allridge III la cui esecuzione è stata fissata in Texas per il 26 agosto. James ha sempre ammesso di aver ucciso un uomo nel corso di una rapina nel febbraio del 1985 esprimendo un sincero pentimento. Per 17 anni ha mantenuto un comportamento esemplare nel braccio della morte, dando il buon esempio ai ‘nuovi arrivati’. In suo favore si sono espressi perfino membri dell’amministrazione carceraria e due guardie hanno rilasciato dichiarazioni che sono state riportate nella domanda di grazia. Una di loro ha scritto: “James rappresenta il tipo di prigioniero che rende la vita più facile a tutti coloro che lavorano nel braccio della morte. James ha probabilmente salvato molte vite di guardie carcerarie, anche se esse non lo sanno, intervenendo per sdrammatizzare la situazione. James deve ricevere clemenza perché incarna il ruolo del detenuto modello. Ritengo che fuori del braccio della morte svolgerebbe ugualmente il suo ruolo benefico.” L’altra guardia ha dichiarato sotto giuramento: “James non costituirebbe una minaccia per la società se la sua sentenza di morte venisse commutata in una condanna a vita. Sono in favore della concessione della grazia a James.”

James Allridge, cercando di migliorare se stesso, è diventato un noto pittore: le sue opere vanno da semplici biglietti di auguri a dipinti di notevole complessità (vedi:  www.ccadp.org/jamesallridge.htm ).

Le opere di Allridge sono vendute dai suoi sostenitori e il ricavato viene utilizzato per le spese legali del condannato. “La mia arte mi permette di restituire qualcosa […].” Egli scrive. “Restituendo una piccola parte di me con ciascun quadro che creo, restituisco qualcosa  alla società”

Anche quattro dei giurati che condannarono a morte Allridge si sono dichiarati favorevoli alla concessione della clemenza - a causa dei suoi sforzi di riabilitazione e del suo comportamento modello – ma soprattutto perché a suo tempo non furono messi al corrente delle forti attenuanti ambientali per il comportamento criminale di James, soprattutto del potente influsso negativo del fratello maggiore Ronald delinquente abituale sofferente di schizofrenia paranoide (‘giustiziato’ nel 1995). In un video allegato alla domanda di grazia uno dei giurati dichiara: “Lo spero davvero per James, e per coloro ai quali ha toccato il cuore nel corso della carcerazione, spero che egli ottenga clemenza e continui a dare il buon esempio in carcere.”

Molte altre voci si sono unite alle richieste di grazia per James Allridge, a cominciare da quelle dei suoi corrispondenti americani ed europei. Tra i sostenitori ci sono personaggi noti che hanno acquistato le sue pitture. Susan Sarandon, protagonista premio Oscar del film “Dead Man Walking”, che corrisponde con lui da anni, è andata a trovarlo il 14 luglio nel braccio della morte per dimostrargli la sua solidarietà. Hanno chiesto la grazia per Allridge, fra gli altri, Sting, Robert Redford e Liz Taylor.

Contro la commutazione della sentenza si sono espressi invece astiosamente gli accusatori nonché esponenti di associazioni per le vittime dei crimini. Il fratello della vittima di James Allridge ha raccolto 1000 firme in calce ad una petizione che chiede alla Commissione per le Grazie di respingere ogni richiesta di clemenza.

Mike Parrish, che sostenne l’accusa al processo, a proposito della visita della Sarandon ha dichiarato: “Nulla potrebbe sorprendermi di più. Come tutta quella gente che dall’Europa manda denaro ad Allridge. E’ surreale.”

Dianne Clements, nota esponente di Justice for All, ha osservato: “Si viene condannati a morte per il crimine perpetrato, non c’entra il cambiamento che si può verificare in un ambiente protetto. Poi in che cosa consiste questa riabilitazione? Il tipo dipinge e vende i suoi quadri per ricavarne profitto. Ciò non annulla l’omicidio da lui commesso.”

Sollecitati dalle richieste delle associazioni giustizialiste, sia il Ministero della Giustizia del Texas che l’Amministrazione carceraria hanno aperto a metà agosto delle inchieste tendenti ad appurare se la vendita dei dipinti di Allridge in Internet violi una legge che vieta ai criminali di trarre profitto dalla notorietà dei delitti commessi.

E’ improbabile che l’iniziativa pro-Allridge possa essere sanzionata, con la confisca dei proventi della vendita dei quadri, ma certamente la clamorosa apertura di tali inchieste compromette gli sforzi fatti per ottenere clemenza. Si attende a giorni il pronunciamento della Commissione per le Grazie. In caso di un responso favorevole ad Allridge, non è improbabile che il Governatore Perry si avvalga della facoltà di negare comunque la clemenza.

 

Aggiornamento dopo la chiusura di questo numero: Il 24 agosto la Commissione per le Grazie ha negato all’unanimità ogni possibilità di clemenza e il 29 James Allridge è stato ucciso.

 

 

6) PER THOMAS MILLER-EL DECISIONE FAVOREVOLE DELLA CORTE SUPREMA

 

Il 28 giugno la Corte Suprema federale ha accolto per la seconda volta un appello di Thomas Miller-El che fu condannato a morte a Dallas nel Texas nel 1986  in un clima di forte pregiudizio razziale. Un ricorso di Thomas alla Corte federale d’Appello del Quinto Circuito era stato respinto nel 2001 ma nel 2003 la Corte Suprema aveva rinviato il caso a quella stessa Corte argomentando che essa non aveva esaminato a fondo le prove addotte dal condannato (v. ad es. nn. 94, 95, 101, 105). Di nuovo il “Quinto Circuito” aveva respinto il reclamo di Miller affermando che costui non era stato in grado di dimostrare un’intenzione discriminatoria dell’accusa (v. n. 116). L’agghiacciante ping pong tra le due corti è proseguito con un altro ricorso di Thomas alla Corte Suprema che il 28 giugno, come abbiamo detto, gli ha dato ragione. Ora la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito con grande onta dovrà tornare ad occuparsi per la terza volta e più seriamente di questo caso cha ormai ha un significato politico.

7) FISSATE LE ESECUZIONI DEI DUE GREEN, GRANDI AMICI DEGLI ITALIANI

 

Il 30 giugno sono state programmate in Texas le esecuzioni di due detenuti che da oltre 10 anni hanno un forte legame di amicizia con molti cittadini italiani. Di entrambi potete leggere nell’Opuscolo del Comitato Paul Rougeau. Si tratta di Edward Green, che ha molti sostenitori a Napoli, e di Dominique Green, seguito da Barbara Bacci e Luis Moriones di Roma. Dominique è stato anche ‘adottato’ dalla Comunità di Sant’Egidio che si è molto impegnata per assicurargli una buona difesa legale. Edward Green dovrà subire l’iniezione letale il prossimo 5 ottobre, Dominique Green il 26 ottobre.

 

 

8) RIPRISTINATA LA PENA DI MORTE IN IRAQ, A RISCHIO HUSSEIN E AZIZ

 

Il ripristino della pena di morte in Iraq – che era stata sospesa all’indomani dell’invasione anglo-americana del paese – è stato invocato e preannunciato in continuazione dalle autorità insediate dagli Americani ed infine decretato l’8 agosto dal governo presieduto da Ayad Allawi. Il passo è stato  contestato dall’Unione Europea e disapprovato dalle Nazioni Unite. Per la verità in campo europeo la posizione dell’Inghilterra non è stata né univoca né chiara tanto e vero che Tony Blair ha ribadito di non voler interferire nel caso di una condanna a morte di Saddam Hussein decisa autonomamente dagli Iracheni. Analoga posizione pilatesca è stata assunta sia dal governo che dall’opposizione in Australia. Il governo kuwaitiano ha invece chiesto senza mezzi termini la messa a morte di Saddam Hussein.

Già il 10 luglio, un mese prima ritorno della pena di morte, sono state emesse a Karbala tre condanne capitali. Anche a 12 esponenti del passato regime, tra cui Saddam Hussein e Tareq Aziz - comparsi il 1° luglio davanti al Tribunale speciale iracheno, costituito a suo tempo dagli Americani per perseguire i crimini contro l’umanità commessi dal passato regime - è stato annunciato in anteprima che le accuse sollevate nei loro confronti comportano la pena capitale.

Saddam e gli altri 11, in violazione delle Convenzioni di Ginevra, erano passati  sotto la giurisdizione irachena il 29 luglio. In qualità di prigionieri di guerra essi dovevano essere rilasciati o giudicati dagli americani ma non consegnati a terzi senza incriminazione alcuna. Pur non essendo attualmente in grado di processarli, gli Iracheni hanno perciò provveduto a incriminare immediatamente i 12 ex prigionieri di guerra. Questi ultimi, arrivati in aula tra il tintinnio di pesanti catene, dopo la lunga e durissima detenzione in incommunicado, sono apparsi alla stampa disorientati, deboli e psichicamente fragili. Nel corso dell’udienza per la prima volta hanno incontrato degli avvocati difensori. La maggioranza di essi ha accolto con percepibile nervosismo e sgomento l’annuncio della pena di morte. Tutti, più o meno dignitosamente, hanno rigettato le accuse. Saddam si è qualificato come ‘presidente della Repubblica dell’Iraq’. A Saddam Hussein sono stati contestati crimini contro l’umanità in relazione all’uso di gas venefici contro il villaggio curdo di Halabja nel 1988, all’invasione del Kuwait del 1990, alla guerra contro l’Iran degli anni 1980-1988.

 

 

9) GRAVE DECISIONE: NON RETROATTIVA LA SENTENZA SU GIUDICI E GIURIE

 

La Corte Suprema USA il 24 giugno ha affermato che la sua sentenza del 2002 che attribuisce alle giurie e non ai giudici la facoltà di affermare l’esistenza delle aggravanti che portano ad una condanna capitale non è da considerarsi retroattiva. Pertanto sfumano le speranze di 86 condannati a morte dell’Arizona e di altri 25 in Idaho, Montana, e Nebraska per i quali la retroattività avrebbe comportato o la ripetizione del processo a la commutazione dell condanna nella massima pena detentiva (v. n. 98).

La Corte Suprema ha deciso a stretta maggioranza, con i cinque giudici più conservatori che hanno prevalso sui quattro più liberali.

La massima corte ha così annullato una sentenza della Corte federale d’Appello del Nono Circuito che aveva dato ragione a Warren Summerlin condannato a morte in Arizona nel 1982 da un giudice anziché da una giuria. Contro la sentenza del Nono Circuito si erano appellati lo Stato dell’Arizona e il Ministero della Giustizia federale, si erano poi accodati alcuni altri stati. Con questa decisione si spengono grandi aspettative nate due anni fa e una lunga diatriba tra politici, esperti e  commentatori.

Amnesty International ha definito la decisione “un altro esempio della natura arbitraria e capricciosa della pena di morte negli Stati Uniti e una prova in più che tale pena deve essere abolita.”

                                                                                                   

 

10) CONFUSO E DEBOLE RESPONSO DELLA CORTE SUPREMA SULLE DETENZIONI

 

Il 28 giugno la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sentenziato in maniera articolata e complessa ma – come temevamo - gravemente insufficiente sulle detenzioni operate dal Governo americano nell’ambito della cosiddetta ‘guerra al terrore’ (v. ad es. nn. 112, 116). Si tratta di una sostanziale vittoria dell’Amministrazione Bush.

La Corte ha sentenziato nei casi:   Hamdi v. Rumsfeld, Rasul v. Bush e Al Odah v. United States. Per ragioni tecniche, il caso di José Padilla (Rumsfeld v. Padilla) non è stato discusso e procederà presso la Corte federale Distrettuale della South Carolina.

In sintesi, la Corte Suprema afferma che il Governo ha il potere di detenere senza accuse e senza processo cittadini americani e stranieri classificati come ‘nemici combattenti’. Tuttavia tali persone hanno titolo per chiedere su quali dati di fatto si basa la loro classificazione e la facoltà di “contestare i dati di fatto asseriti dal governo davanti ad un arbitro neutrale”.

I giudici della Corte hanno pronunciato alcune frasi altisonanti che in teoria ribadiscono i diritti individuali fondamentali ma, in pratica, hanno lasciato mano libera all’Amministrazione. La Corte ha affermato, tra l’altro, che anche in condizioni di emergenza rimangono i diritti costituzionali dei cittadini, che in tempo di guerra il presidente è il comandante in capo delle forze armate ma non della nazione, che le riduzioni dei diritti legali delle persone devono essere decise non dall’Esecutivo ma dal Congresso.

Per quanto riguarda la base di Guantanamo Bay, la Corte Suprema ha sentenziato che le corti americane hanno giurisdizione per esaminare ricorsi di coloro che vi sono imprigionati e contestano la legalità della loro detenzione. Viene così sconfessata la tesi del governo che considerava Guantanamo un limbo giuridico perché al di fuori del territorio nazionale.

 

 

11) UNA FARSA IL TRIBUNALE DI REVISIONE DELLO STATO DI COMBATTENTE

 

Per capire come sia scarsa l’incidenza delle sentenze sulle detenzioni indeterminate emesse dalla Corte Suprema il 28 giugno, basta guardare al modo ridicolo in cui l’Amministrazione le ha subito attuate.

L’8 luglio il Pentagono ha annunciato che ad ognuno dei 594 prigionieri di Guantanamo sarà assegnato un interprete e un militare – non un avvocato - che lo possa aiutare a capire le sue opzioni legali. Dopo di ché ai detenuti sarà consentito di contestare l’attribuzione della qualifica di ‘nemico combattente’ davanti al ‘Tribunale di Revisione dello Stato di Combattente’ composto da altri tre militari. I prigionieri potranno prendere la parola davanti al Tribunale e  consultare documenti  non segreti che li riguardano, potranno eventualmente chiamare a testimoniare, se consentito dei militari, persone che siano a portata di mano. Una parte dell’udienza di alcuni detenuti potrà essere seguita da qualche giornalista accreditato. I detenuti di Guantanamo ai quali detto Tribunale non confermerà lo status di ‘nemico combattente’ saranno deferiti a Rumsfeld e a Powell i quali potranno trovare il modo di rimandarli in patria.

Il privilegio di tale revisione  non è previsto per coloro che sono detenuti, con l’identico status di ‘nemici combattenti’, non a Guantanamo ma in altre parti del mondo.

La procedura inventata dal Pentagono, notificata per iscritto a tutti i reclusi di Guantanamo, ha suscitato la massima diffidenza tanto che dei primi 21 avviati alla revisione 11 hanno rinunciato a comparire davanti al Tribunale di Revisione dello Stato di Combattente.

Il 5 agosto tre giornalisti sono stati ammessi, in un vano senza finestre di 9 metri quadrati in un rimorchio, ad assistere all’udienza del nono e decimo detenuto davanti al Tribunale di Revisione dello Stato di Combattente. Due prigionieri Afgani, di cui non è stato rivelato il nome, con le mani legate e i piedi incatenati al suolo, argomentavano per ottenere la libertà. Hanno guardato con curiosità i giornalisti: era la prima volta che vedevano estranei dopo due anni e mezzo di detenzione. Entrambi hanno dichiarato di non aver combattuto contro gli Americani ma di essersi semplicemente arresi ad essi. Sarebbero stati costretti a portare le armi dai  Talebani. Uno dei prigionieri ha chiesto la presenza di un testimone ma il Tribunale ha respinto la richiesta. Dopo un’ora detenuti e giornalisti sono stati dimessi e la seduta è continuata in segreto.

Il 14 agosto, sorprendendo più per la celerità che per la sostanza della sentenza, il Pentagono ha fatto sapere che ai primi quattro detenuti, di identità e nazionalità non precisati, esaminati dal Tribunale di Revisione dello Stato di Combattente, è stata confermata la qualifica di ‘nemico combattente’.

Inutile dire che questa indegna procedura ‘fatta in casa’ ha suscitato le proteste delle organizzazioni per i diritti civili e degli avvocati difensori di alcuni detenuti. Questi sono ricorsi di nuovo alle Corti federali. Non è improbabile che, prima o poi, la Corte Suprema venga di nuovo tirata in causa.

 

 

12) INIZIANO I PROCESSI DAVANTI AI TRIBUNALI DI CANGURI: IN AGOSTO

  

I processi davanti alle Commissioni Militari (meglio conosciute come ‘tribunali di canguri’) istituite da George W. Bush all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001 per giudicare cittadini stranieri sospetti di terrorismo (v. ad es. nn. 91, 92, 95) cominceranno a Guantanamo il 23 agosto, in tempo di ferie. Si terranno separate udienze preliminari per quattro prigionieri: Ali Hamza Ahmed Sulayman al Bahlul, Ibrahim Ahmed Mahmoud al Qosi, David Hicks e Salim Ahmed Hamdan. Per questi primi quattro imputati non verrà chiesta la pena capitale. 

Ricordiamo che Le Commissioni militari, costituite da un minimo di 3 e massimo di 7 ufficiali designati da Rumsfeld, potranno infliggere pesanti condanne e anche la pena di morte. Non vi sarà possibilità di appello. I procedimenti potranno essere in parte o in toto tenuti segreti, così come l’identità dei giudici e dei testimoni. Nulla vieta che vengano accettate come prove ‘confessioni’ rilasciate sotto tortura (v. n. 95).

Il Pentagono ha annunciato che George Bush ha scelto i primi 15 prigionieri da processare: “Il presidente ha stabilito che c’è ragione di credere che ognuno di questi nemici combattenti era un membro di Al Qaeda o era altrimenti coinvolto nel terrorismo contro gli Stati Uniti.” Degli ultimi nove imputati non è stato rivelato il nome né la nazionalità, alcuni di essi sarebbero detenuti a Guantanamo.

 

  

13) KENNETH CI PARLA DELL’INDEPENDENCE DAY

 

Cari amici italiani, il 4 luglio, come molti di voi sanno, l’America festeggia l’Indipendenza dall’Inghilterra. Tuttavia, per molte persone in America questa festa non ha alcun significato dal momento che esse non hanno mai beneficiato dell’Indipendenza e sono rimaste oppresse in questa terra. Gli stessi sentimenti permangono oggi. Vi pare che l’America stia superando con facilità le sue problematiche razziali e di classe come sta cercando di far credere al mondo intero? Le statistiche dimostrano che non è così dal momento che il 40% dei bambini Neri vive in condizioni di povertà. Le prigioni sono considerate da molti come la forma attuale di schiavitù. L’America ha una popolazione di circa 280 milioni di persone. La popolazione carceraria è di oltre 2 milioni. Mentre i Neri costituiscono solo il 13% della popolazione libera, raggiungono il 60% di quella carceraria. Le carceri sono di fatto industrie del valore di milioni di dollari. Non è difficile tirare le conclusioni. E’ difficile invece celebrare una Festa Nazionale che non è mai stata istituita per me, e quindi la mia celebrazione consiste solo nella consapevolezza che posso denunciare le menzogne e mettere in luce la verità. A conferma di quanto ho detto, citerò una mia poesia tratta dal libro “Gli occhi della tribolazione”. Essa coglie i miei sentimenti nei confronti del sistema che mi ospita. Ciò che l’America deve affrontare non è un problema “americano”, ma un problema internazionale, un problema umano, per cui quando noi, in qualità di esseri umani decideremo di cambiare le cose, il mondo cambierà con noi. Tutti possiamo fare la nostra parte. Le regole per crescere vogliono che si progredisca passo passo. Per ora vi riporto la mia poesia.

 

SOPRAVVALUTARE

 

SE LA DECISIONE TOCCASSE A LORO

NESSUNO MAI CAMBIEREBBE

UN SISTEMA SCELLERATO FATTO PER TOGLIERE

NESSUNO MAI PUO’ MIGLIORARE

L’ODIO E’ INOCULATO OGNI GIORNO

I PRIMI BERSAGLI SONO L’INTEGRITA’, LA DIGNITA’ E L’ORGOGLIO

CIRCONDATI DA COSTANTE VIOLENZA E UMILIAZIONE

LA COMPASSIONE NON PUO’ ESSERE APPRESA

E LA PACE NON PUO’ FARE ALTRO CHE NASCONDERSI

ESSI SVILISCONO OGNI COSA CHE VEDONO

NESSUNO DEI LORO INSEGNAMENTI E’ PRODUTTIVO

I RIMPROVERI SARCASTICI DI UN GIORNO VENGONO APPROVATI

E PERSINO SCAMBIATI PER ALLETTANTI

NON INSEGNANO NIENTE DI VALORE PER LE NOSTRE VITE QUOTIDIANE

QUI NESSUNO SI PRENDE LA BRIGA DI AIUTARCI  A RISOLVERE I PROBLEMI

NON VOGLIONO CHE NOI ABBIAMO PARI GRADO

I DIRITTI SONO STATI ABOLITI

NON POSSIAMO PIU’ VOTARE, CI HANNO RUBATO IL DIRITTO DI SCEGLIERE

COME LUCERTOLE LE OPINIONI SONO SCOMPARSE

NON C’E’ PIU’ UNA VOCE, TANTI SENTIRANNO GLI EFFETTI

TANTI RISPONDERANNO ALLA CHIAMATA

COME UN MECCANISMO A OROLOGERIA VERRANNO FATTI SCHIAVI

COME UN MECCANISMO A OROLOGERIA CADRANNO

RELEGATI AI MARGINI DELLA SOCIETA’

COPERTI DA ODIO, IGNORANZA, VERGOGNA E INSICUREZZA

TU CI RIMPROVERI, MA HO PROVATO A DIRTI

CHE NESSUNO CAMBIEREBBE SE TOCCASSE A LORO

E’ TRISTE CHE ABBIA A DIRTI QUESTO

NON PUOI FIDARTI DEL SISTEMA

IO NON L’HO MAI FATTO

TU HAI SOPRAVVALUTATO ANCHE TROPPO IL SUO RAVVEDIMENTO

 

 

“Gli occhi della tribolazione” è una raccolta di 17 poesie. E’ stata tradotta e stampata in italiano. I libretti vengono venduti a 6 euro l’uno, due copie per 10euro e 3 per 15 euro. Se volete acquistare una copia in italiano o in inglese inviate l’ordine a: Paolo Scanabucci, Via Esino 145/c, 60020 Torrette di Ancona. O scrivetegli all’indirizzo e-mail: p.skanna@libero.it  Per ulteriori informazioni potete inoltre visitare il mio nuovo sito: www.kennethfoster.it

 

 

14) TORTURE: TRADITO IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE

 

Tutti i medici, all’inizio della loro attività, prestano il giuramento di Ippocrate che comprende la seguente affermazione: “Eserciterò la professione medica per aiutare i malati secondo la mia capacità ed il mio giudizio, ma mai con lo scopo di recare danno o di fare del male”.

Povero Ippocrate! Il suo giuramento è già abbastanza calpestato tutte le volte che (e accade spesso) i medici utilizzano la loro professione per fini egoistici affrontando con negligenza le malattie o, peggio, sfruttandole a fini di lucro. Tutto ciò è nulla in confronto al comportamento terrificante dei medici che si rendono complici di uccisioni e torture. Durante il Nazismo molti medici tedeschi fecero esperimenti atroci e contribuirono a uccidere e far sparire migliaia di Ebrei. Nell’Unione Sovietica alcuni psichiatri fecero ricoverare forzatamente in manicomi gli oppositori del regime, e la lista di queste aberrazioni storiche spazia in tutto il globo (Sud Africa, Cile, Iraq di Saddam Hussein, ecc).

Sarebbe bello poter dire che ai nostri giorni il fenomeno è finito, che almeno i medici hanno raggiunto la consapevolezza della loro missione. Purtroppo non è affatto così, anzi!

E’ molto triste pensare che medici e infermieri collaborano alle esecuzioni nelle carceri americane, ma i discepoli di Ippocrate di quella nazione non si limitano a ciò.

Nel carcere di Abu Grahib hanno lavorato molti ufficiali medici americani ed è proprio dai loro referti che tante indegnità commesse in quella prigione sono venute alla luce. Peccato che i certificati medici in questione non siano stati presentati di iniziativa dai dottori operanti in quel luogo, ma siano emersi dopo lo scoppio dello scandalo delle torture nei media. Dai referti si osserva che i medici dovevano suturare ferite provocate da armi da taglio, curare genitali ustionati o lesionati, sistemare lussazioni agli arti, provocati da prolungate sospensioni del prigioniero. Per non parlare dei certificati di morte che venivano redatti in ritardo o alterando le cause del decesso, con il sospetto fondato che volessero nascondere le mostruosità che avvenivano nelle prigioni. La lista delle colpe dei medici non finisce qui. Ai torturatori fu consapevolmente data la possibilità di prendere visione delle cartelle cliniche dei prigionieri, offrendo loro in tal modo l’opportunità spaventosa di sfruttare i punti deboli di un uomo per affinare al massimo le procedure per farlo soffrire.

Tutto questo non è accaduto solo nel famigerato carcere di Abu Grahib, ma anche in varie prigioni afgane e nella base navale di Guantanamo. Lo denuncia il dott. Robert J. Lifton – noto per aver studiato il comportamento dei medici nazisti - nel numero del 29 luglio dell’autorevole New England Journal of Medicine.

Certo essere un militare e un medico può creare conflitti, perché da un lato si ha il dovere di obbedire agli ordini e dall’altro quello di rispettare i propri impegni “professionali”; esistono però dei confini etici e morali che non si dovrebbero mai superare. I fatti dimostrano che non è così. Vi sono persone, in condizioni normali del tutto inoffensive, capaci di trasformarsi in autentici mostri se messe in un ambiente dove le mostruosità sono il pane quotidiano. (Grazia)

 

 

15) CARO RAYMOND, CARISSIMO AMICO MIO

 

Ti scrivo in italiano, per la prima volta, perché certo ormai tu riesci a leggere direttamente dal cuore i pensieri e i sentimenti, mentre io desidero che anche altri possano ricevere e capire questo messaggio. E’ davvero duro dirti addio ed è difficile rendere in poche righe l’idea di ciò che hai rappresentato per la mia famiglia e per me.

La nostra amicizia è nata quattro anni fa, quando ti scelsi, quasi casualmente, come amico di penna a cui scrivere nel braccio della morte della Florida. Fin dalla tua prima risposta, mi dimostrasti gratitudine e simpatia. Non passò molto tempo e tu mi desti la tua prima vera prova di amicizia, quando, per la morte di mio padre, mi mandasti un biglietto ricco di comprensione e sostegno. Certo uno fra i più sentiti messaggi scritti di condoglianza che io abbia ricevuto in quell’occasione. Nel giro di pochi mesi abbiamo esteso la nostra amicizia al resto della mia famiglia, e tu hai dimostrato sempre per tutti noi una sensibilità particolare e diversa per ognuno, cercando di offrire i segni del tuo affetto adattandoli ai nostri vari caratteri. Molto spesso eri tu a mandarci dei doni, sempre scelti con attenzione e con il chiaro desiderio di appagare i nostri rispettivi gusti: a mio figlio mandavi francobolli da collezionare, poi gli insegnasti dei trucchi per i suoi giochi di prestigio e gli inviasti una volta un libro di prove di intelligenza matematiche. Per mia figlia Elena (che hai amato tanto, dicendomi un giorno che era per te la figlia che avresti voluto avere), mettevi da parte i francobolli raffiguranti animali o personaggi dei fumetti e le inviasti un libro sulle popolazioni indigene delle foreste pluviali. A mio marito Guido raccontavi i dettagli delle tue incredibili capacità di riparare e adattare le varie componenti delle radio o delle cuffie che dovevate usare in carcere per ascoltare la musica. Utilizzavi a questo scopo materiale disparato, inventando e progettando i pezzi da sostituire e gli utensili da utilizzare con una creatività e ingegnosità rare. Anche a Guido inviasti dei doni: un bellissimo disegno di una motocicletta e vari poster presi dai giornali che ricevevi.

Ai miei figli poi hai sempre dato consigli saggi, esortandoli a studiare e a impegnarsi nella vita, stando lontano dai guai, ma non lo facevi mai come un noioso e pedante adulto che “fa la predica” ai giovani, bensì come un affettuoso e simpatico “zio”. Proprio per questo Marco ed Elena hanno iniziato a chiamarti “Uncle Wolf” e tu eri così fiero di essere il loro “Zio Lupo”! Posso assicurarti che i tuoi consigli e raccomandazioni avevano presa sui ragazzi e di certo tu hai aiutato Guido e me a crescerli educandoli a quei valori di rettitudine e impegno che per noi sono fondamentali nella vita.

Per tutti noi, un anno a Natale, hai preparato delle piccole croci e una catenina di cordoncino da portare al collo. Mi spiegasti che le avevi preparate usando i fili delle calze nuove che ti venivano date in dotazione (disfacevi le calze, ne ricavavi le fibre tessili, sottili come capelli, poi le intrecciavi tra loro con pazienza infinita, fino a farne dei fili più spessi e a loro volta intrecciavi questi per fare un cordoncino e la croce).  Conserveremo quel dono come uno tra i ricordi più belli di te.

Prima di finire in carcere, hai commesso molti errori e di certo non eri un santo, anche se hai sempre sostenuto (e credo sia vero) di essere innocente del crimine per il quale eri stato condannato. Nel braccio della morte, dove hai trascorso sedici anni, sei cambiato totalmente, diventando una persona veramente buona e sensibile. Hai cercato di aiutare persino persone che ritenevi più infelici di te, come i bambini di un orfanotrofio in India, per i quali hai tentato di procurare aiuti scrivendo, tu dal braccio della morte, a personalità dello spettacolo e ai Vescovi della Florida, chiedendo aiuti e finanziamenti.    Mi scrivevi che tu almeno avevi un pasto, anche se spesso scarso e sgradevole, tre volte al giorno, e un tetto sotto cui ripararti, mentre c’erano persone e tanti bambini ovunque che non potevano avere neppure queste cose.

Le tue lettere erano quasi sempre allegre e piene di interessi per le cose del mondo: leggendole, ben di rado si sarebbe potuto capire che provenivano da quell’inferno!

Mi hai insegnato in questi anni la pazienza, la sopportazione senza lamentarsi, e la capacità di essere ottimisti ad ogni costo.  Di certo è maggiore il bene che tu hai fatto a noi di quanto noi possiamo averne fatto a te, anche se a te quel nostro poco pareva già così grande.

In tutte le tue lettere c’erano esortazioni ad essere sereni e a godere delle cose semplici della vita. Persino nell’ultima, quella in cui mi dicevi che ti era stato diagnosticato un cancro nei polmoni, chiudesti con il tuo usuale “Smile always!” (Sorridi sempre!). Mi raccontavi che la radiografia ti era stata fatta dopo che, a causa dei fortissimi dolori e del fatto che da tempo tossivi sangue, avevi richiesto da molte settimane una visita medica, alla quale eri stato condotto incatenato in una posizione molto dolorosa, con le mani rinchiuse in una sorta di scatola che univa le manette ad una catena alla vita, il tutto dietro la schiena.

Quella fu la tua ultima lettera. Ti abbiamo scritto ancora molte lettere e cartoline, ma non hai più potuto risponderci. Uno dei tuoi ultimi conforti so che è stato il ricevere gli scritti di molti allievi di un liceo di Torino presso il quale ero andata tempo prima a parlare contro la pena di morte. In queste occasioni porto sempre con me la lettera che tu avei preparato un anno fa indirizzandola agli allievi delle classi in cui mi reco. Leggo la traduzione del tuo scritto, mentre i ragazzi fanno girare tra loro l’originale in inglese. Evidentemente le tue parole hanno toccato l’animo di alcuni studenti, che hanno deciso di scriverti delle lettere. Le avevo lette tutte, prima di spedirtele, e molte erano davvero commoventi e ricche di sentimento.

Dale, il nostro comune amico, cappellano nel braccio della morte in cui ti trovavi, te le ha lette mentre tu, già semiparalizzato, sorridevi commosso.

Sei morto il 16 luglio, dopo aver penato per quasi due mesi colpito dalla paralisi, dovuta ad un tumore che dal polmone si era esteso anche al cervello. Non oso pensare a quanto devi avere sofferto. Un grande conforto è stato sapere che Dale ha potuto per un certo periodo venirti a trovare spesso e pregare con te e per te. Un’altra consolazione è che almeno hai evitato l’orrenda esperienza dell’esecuzione, alla quale con molta probabilità saresti stato prima o poi sottoposto. E’ terribile pensare che ci sarebbero state persone esultanti della tua morte, a guardarti con occhi avidi di vendetta, mentre morivi.

Raymond, grazie con tutto il cuore del bene che ci hai fatto. Noi non ti dimenticheremo mai.

Con profondo affetto. Grazia, insieme a Guido, Marco ed Elena

 

 

16) UN PENSIERO COMMOSSO IN MEMORIA DI DEWEY

 

Oltre al mio caro amico Raymond, è morto di tumore in questi giorni Dewey Gorge Moore, condannato a morte in Oklahoma. Anche lui lamentava da oltre un anno sintomi preoccupanti che avrebbero dovuto indurre il personale del carcere a farlo curare subito. Invece il tumore ai polmoni gli è stato diagnosticato solo nella fase terminale ed egli si è spento il 28 luglio dopo una breve agonia.

Dewey era stato condannato a morte per omicidio  sulla base di un raffronto al microscopio di capelli e fibre tessili, una prova che è ormai considerata come un residuo di tecniche primitive: il successivo test del DNA ha dimostrato infatti che i capelli ritenuti a tuo tempo di Dewey e della vittima non appartenevano a nessuno dei due. Sulla sola base di quella prova Dewey era stato condannato. Non ha fatto in tempo ad avere un nuovo processo, che probabilmente gli avrebbe permesso di lasciare il braccio della morte esonerato da ogni accusa, dopo aver superato gli usuali ostacoli posti dagli accusatori.

Forse, se il sistema sanitario del carcere fosse stato un po’ più efficiente, la vita di Dewey sarebbe stata salvata o almeno prolungata al punto di permettergli di arrivare a vedere riconosciuta la sua innocenza. Ma già, i condannati a morte per lo stato americano non sono certo degni di essere curati con tempestività e attenzione! (Grazia)

 

 

17) UN ALTRO OTTIMO RISULTATO CON GLI STUDENTI

 

Le lettere, che ho citato nel mio ultimo “saluto” a Raymond, sono state scritte da studenti quattordicenni del Liceo Maria Ausiliatrice di Torino in seguito alla mia conferenza presso quella scuola.

Le lettere dimostrano che i giovani hanno colto appieno la drammaticità delle condizioni di vita nel braccio della morte e l’assurdità della pena capitale in sé e per sé. A prescindere quindi dal bene che questi messaggi hanno fatto a Raymond, rallegrando i suoi ultimi penosi giorni di vita, essi ancora una volta ci mostrano come sia importante discutere con i giovani e i giovanissimi su questo problema.

Desidero riportare alcune delle frasi più significative che ho trovato nelle lettere a Ray: anche quei ragazzi che non hanno ancora una chiara opinione in favore o contro la pena di morte - e chi potrebbe biasimarli? Sono ancora così giovani e per fortuna lontani dal problema -  hanno affermato di non capire la crudeltà di tutto il contesto e sono stati gentilissimi con Raymond, considerandolo davvero un essere umano al di là di qualsiasi ulteriore giudizio.

Tutte le lettere iniziano, naturalmente con “Caro Raymond,”

“….Grazia ci ha parlato di come trascorrete i vostri giorni in prigione e ha descritto tutte le regole rigide che dovete rispettare, riguardo al cibo, agli orari ecc… Ci ha anche letto la tua lettera. Penso che durante questo incontro nessuno di noi si aspettasse di ascoltare cose così orribili. … Devi essere molto forte a sopportare queste cose, specie se sei innocente. ... Adesso desidero esprimere la mia opinione. Credo in Dio, sono cattolica e forse è per questo che sono contraria alla pena di morte, in ogni caso. Nessuno, solo Dio, può decidere se una persona è colpevole. Penso che la pena capitale sia immorale e ingiusta perché se una persona commette un orrendo crimine, nessun altro ha il diritto di ucciderla. Non devi perdere speranza, mai, anzi devi lottare per la tua libertà…

“Non ho mai avuto un parente vittima di un omicidio e non posso quindi sapere cosa si provi. Mi è stato detto che la reazione normale quando una persona viene uccisa è di chiedere la morte del colpevole. Invece è stato più volte riportato che i parenti della vittima non vogliono la pena di morte e questo rafforza la mia idea al riguardo. …”

“…Sono fortunato a vivere in un Paese che ha abolito la pena di morte e penso che tutte le nazioni dovrebbero farlo…”

“… Sono molto arrabbiata perché le persone non possono decidere di uccidere altre persone. Nessuno ha il diritto di uccidere…”

“… Sono assolutamente contraria alla pena di morte per tre ragioni: 1) le persone negli anni trascorsi in prigione mentre espiano la loro colpa possono cambiare e alcune di loro diventano persone davvero buone; 2) la morte non ha prezzo e uccidendo un uomo non si possono cambiare le cose; 3) c’è il rischio di condannare persone innocenti come te a morte….”

“… Non posso proprio capire come si possano uccidere altre persone. … La prigione è un luogo in cui i diritti umani vengono violati…Ti chiedo di essere forte e coraggioso e di affrontare la morte come una soluzione per cambiare vita, per dimostrare a tutti che non hai paura, perché gli uomini possono ucciderti ma non possono distruggere la tua anima, i tuoi sentimenti e il tuo rapporto con la famiglia e gli amici, con le persone che ami e a cui sei e sarai sempre vicino.”

“… Non so cosa pensare onestamente della pena di morte, sono un po’ confusa. Da un lato credo sia ingiusta perché nessuno ha il diritto di uccidere una persona, anche se colpevole; ma dall’altro lato penso anche che una persona che ha ucciso non aveva il diritto di farlo. Non so se essere in favore o contro la pena di morte. Penso comunque che il modo in cui devi vivere sia crudele: secondo me siete già “morti” vivendo in prigione in condizioni terribili e crudeli…”

“… Mi sento impotente di fronte a tanta ingiustizia…”

“… Vorrei rallegrare il tuo cuore, ma non so davvero cosa dire… non è facile parlare ad una persona che è a rischio della vita. Non avrei mai pensato di scrivere ad un condannato a morte….”

“…Siamo solo adolescenti e non possiamo giudicare nessuno, ma possiamo comprendere la sofferenza e il dolore che provi. Pensiamo che essere sottoposti a queste torture aspettando la morte sia del tutto sbagliato e inaccettabile; è una vergogna dell’umanità… Disprezziamo coloro che applicano la pena di morte, crediamo che sia una punizione ingiusta… La pena di morte è un argomento serio, più grande di noi. Noi siamo abituate a scrivere alla nostra migliore amica o al nostro ragazzo, ma non siamo così brave a scrivere ad un uomo che ogni giorno vive nell’inferno. Ci fa un po’ paura parlare di queste cose e così ci limitiamo a scriverti le idee che vengono dal cuore…”

“.. Il concetto di pena di morte è lo stesso di quello dell’occhio per occhio e dente per dente’ E’ un’idea molto antiquata e quindi non adattabile alla nostra società che tutti riteniamo dovrebbe essere civilizzata e avanzata... ma alcuni pensano di vivere ancora all’età della pietra”

“… La pena di morte è una scelta incoerente della società perché permette qualcosa che condanna a sua volta e poi non si può mai essere sicuri della colpevolezza di un uomo. D’altra parte non sono d’accordo con alcune leggi italiane. Per esempio in questi giorni un uomo che aveva ucciso una quindicenne, in precedenza condannato all’ergastolo, ha avuto una riduzione di pena a 20 anni di carcere… L’ergastolo deve esistere e non deve essere ridotto. Dovrebbe essere considerato come un metodo istruttivo: il condannato viene rieducato e non distrutto come capita a voi”

Molti altri messaggi sono stati scritti, che ripetono in vario modo i concetti che ho appena citato.

Sono grata alle due insegnanti di italiano e di inglese che hanno proposto le lettere a Raymond e le hanno pazientemente tradotte affinché lui potesse leggerle, e desidero ringraziare di cuore tutti i ragazzi che hanno scritto: non posso citare i loro nomi perché sono veramente tanti, ma la mia riconoscenza per loro è grandissima. (Grazia)

 

 

18) RICHIESTE DI CORRISPONDENZA E SOLIDARIETA’

 

Emanuela Aiani di Roma ci prega di pubblicare la seguente richiesta di corrispondenza. E’ possibile scrivere direttamente a James nel terribile braccio della morte dell’Oklahoma o utilizzare l’indirizzo e-mail  JLM74@libero.it

 

S.O.S AL MONDO   Sono stato spinto… tirato… ed infine costretto ad entrare in questo mondo il 7 luglio 1974, e mi fu dato il “titolo” di James Mitchell. Non so se il mondo non fosse pronto a ricevermi o se fossi io a non essere pronto ad accettare il “mondo”. Fui costretto a viverci… NO non sono uno di quelli che si sentono nemici di tutto il mondo… nonostante questo, ho dovuto da piccolo imparare le cose nel modo più duro,  e ho capito che l’unica cosa giusta nella vita è la morte. Semplicemente perché tutti, prima o poi, dobbiamo passarci. Quindi non sono mai stato contro il mondo, il mondo non mi ha mai tradito. Solo alcune persone del mondo l’hanno fatto. Adesso sono fisicamente circondato da acciaio e cemento. Ogni giorno vengo assalito da traumi mentali noti e ignoti… è come se fossi sempre in un campo di battaglia in cui combattono fra loro il mio desiderio di tranquillità e la mia rabbia emotiva. Tuttavia, nonostante ciò, continuo a conservare la forza spirituale. Se non l’avete già indovinato, io sono un Giusto condannato a morire dal sistema giudiziario americano, totalmente privo di giustizia. Sono tenuto in ostaggio nell’abominevole H Unit di McAlester in Oklahoma, l’unico bracco della morte americano interamente sotterraneo. Questa è la ragione per cui esso è anche chiamato “Gabbie dell’Inferno” e “Le Tombe”. Sono qui da circa un anno, e devo ancora abituarmi ad essere svegliato dal fragore del metallo che sbatte contro altro metallo. Devo ancora adattarmi all’odiosa, fredda, indescrivibile sbobba che mi danno da mangiare. Ma soprattutto devo ancora trovare un modo per far fronte al totale, completo isolamento dal “mondo” che avverto da quando sono costretto ad abitare in queste Tombe di cemento… è la ragione per cui mando questo S.O.S. al mondo. A chiunque, dovunque… Razza, sesso, età non hanno alcuna importanza, tutto ciò che sto cercando è di trovare qualcuno che abbia voglia di prestarmi il suo orecchio per starmi a sentire, di prestarmi una mano per assistermi nella mia lotta, di prestarmi i suoi occhi per vedere il mondo esterno.

Ho appena iniziato il mio viaggio nel braccio della morte, e sebbene desideri vivere non temo la morte.

La mia unica vera preoccupazione è di perdere la capacità di sorridere, di ridere e di essere sensibile ai problemi dell’umanità.  Tutto questo potrebbe accadere a causa delle orrende condizioni in cui mi trovo.

Quindi chiunque tu sia, dovunque tu sia, se leggi questo messaggio, cerca per favore di trovare un po’ di tempo libero per condividere con me qualche respiro, per camminare con me per qualche passo, e per scrivere con me qualche pagina di storia. Il mio indirizzo è riportato qui sotto. Non vi sono argomenti troppo sciocchi o troppo seri per me.

Mr. James Mitchell  # 209531

P.O. Box 97 sw-3-cc

McAlester  OK 74502    USA

 

Secondo Mosso del gruppo di Torino ci invia questa richiesta di corrispondenza e di solidarietà di un condannato a morte in Zambia, dove le condizioni di vita dei carcerati sono disastrose:

 

Innanzitutto vi saluto cristianamente nel nome del Signore Gesù.

Prego che questa mia lettera vi trovi in buona salute e sereni. Sono nel braccio della morte qui in Zambia da 19 anni per un reato che ho commesso. Ogni momento penso alla stessa cosa: perché ho fatto questo? Sono così profondamente dispiaciuto del mio operato.

Chiedo umilmente a voi popolo di Dio di aiutarmi a trovare un amico cristiano che mi aiuti a rafforzare la mia fede e a ritrovare la speranza. C'erano altri due coimputati al mio processo. Uno è stato prosciolto dalle accuse e liberato, l'altro è stato "giustiziato" nel 1997. Io sono l'unico dei tre rimasto qui nel reparto dei condannati a morte. Non so che cosa ne sarà di me. Prego per grazia di Dio di riuscire un giorno ad essere liberato da questo posto.

Tutti i miei familiari ed amici mi hanno abbandonato, penso che molti di loro siano già morti. Ho un ragazzo che non vedo mai. Chi si prenderà cura dei miei figli? Chi pagherà per la loro scuola? Tutti questi pensieri mi rattristano tanto e mi sento così solo qui in prigione.

Sarò profondamente grato a chi vorrà scrivermi.

Il vostro prigioniero tanto solo

Steven Sakala - Maximum Security Prison - P.O. Box 80915 - Kabwe, Zambia.

 

 

19) NOTIZIARIO

 

Iran. Nuovo processo per Aghajari. Il 28 giugno l’avvocato del prof. Hashem Aghajari ha confermato la decisione della Corte Suprema iraniana di annullare al sentenza di morte nei riguardi del noto riformista accusato di blasfemia. Un nuovo processo è cominciato il 3 luglio a Tehran con imputazioni che non consentono l’inflizione della pena capitale - “insulto ai valori religiosi” e “propaganda contro il regime” - ma comportano fino a 10 anni di carcere. Aghajari si trova in prigione dal 2002. Il suo arresto causò estesi disordini studenteschi. La condanna a morte di Aghajari pronunciata nel novembre 2002,  annullata dai vertici del regime nel febbraio 2003 dopo un braccio di ferro tra conservatori e progressisti, era stata ripristinata dalla Corte della città di Hamedan nel maggio scorso (v. ad es. nn. 102, 104, 118). Dopo due anni di prigionia il prof. Aghajari è apparso molto provato dalle durissime condizioni di detenzione.

 

Louisiana. Finita la sadica persecuzione di Ryan Matthews durata sette anni. Abbiamo parlato più volte di Ryan Matthews, ragazzo nero diciassettenne ai limiti del ritardo mentale che fu arrestato nel 1997 e scaraventato nel braccio della morte della Louisiana (v. ad es. nn. 107, 117, 119 ). In gran parte per merito di Clive Stafford Smith, un brillante avvocato inglese, Matthews oltre un anno fa è stato chiaramente scagionato dall’accusa di avere ucciso un uomo nel corso di una rapina. Nonostante ciò la pubblica accusa è riuscita a tenerlo in carcere fino al 18 giugno scorso, quando un giudice ha deciso che poteva uscire su cauzione. La madre del detenuto ha fatto una colletta per radunare i 105.000 dollari necessari e Ryan è tornato a casa. Non avendo nulla a cui attaccarsi per riprocessare Matthews, l’accusatore Paul Connick ha infine dovuto chiedere il proscioglimento del malcapitato ragazzo. Il 9 agosto Ryan Matthews è ridiventato un libero cittadino a tutti gli effetti e gli sono stati restituiti i 105.000 dollari. Connick però insiste: ha detto che continuerà per conto suo le indagini! Sul caso di Ryan già si sta girando un film. C’è appena da notare che Travis Hayes, preteso complice di Matthews e parimenti innocente, cui fu dato ‘solo’ l’ergastolo perché si prestò ad accusare falsamente Ryan, rimane, dimenticato, in carcere.

 

Palestina. Pubblica esecuzione. Il 2 luglio Muhammad Rafiq Abdel Razek, un Palestinese sulla quarantina accusato di collaborare con Israele e di molestare le sue due figlie, è stato fatto inginocchiare da membri delle Brigate dei Martiri di Al Aksa in una pubblica piazza di Qabatiya nella West Bank, davanti a centinaia di persone. Un uomo armato ha pronunciato le accuse contro di lui ed ha domandato al popolino che cosa dovesse fare. “Uccidilo immediatamente! ” ha urlato la folla che cresceva a dismisura. Subito l’uomo armato ha fatto partire una raffica che ha ucciso all’istante il condannato. Negli ultimi anni vigilanti palestinesi hanno ucciso decine e decine di sospetti collaborazionisti, a volte con orrende profanazioni dei cadaveri. Per coloro che sono condannati a morte in processi regolari è prevista la ratifica della sentenza da parte del Presidente Yasser Arafat. (v. n. 96).

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 19 agosto 2004