FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU / ELLIS(ONE) UNIT


Numero 88 - Luglio / Agosto 2001

SOMMARIO:

 

1) Accordato il test del DNA a Tommy Zeigler: grazie di cuore!

2) La “sorprendente” uscita del giudice Sandra Day O’Connor

3) Correggere o sospendere? Meglio bandire l’uso della pena di morte

4) Napoleon Beazley: lo vuole morto la minoranza conservatrice

5) Razzismo? No, la colpa è dei tipi come Napoleon Beazley

6) USA 1976-2001: 25 anni di pena di morte, oltre 700 esecuzioni. Ora                basta!

7) Resistenza strisciante nei riguardi del Trattato di Vienna

8) L’agonia della sedia elettrica

9) Processo annullato: sì, l’avvocato aveva dormito troppo

10) Per la condanna di Frank Smith chiesto risarcimento miliardario

11) Grazia corrisponde con Sergio che sostiene la pena di morte (II parte)

12) Quante vite umane vale un miliardo di dollari?

13) Secondo me la pena di morte è una cosa schifosa

14) Notiziario: Afganistan, Filippine, Iran, Usa: troppi carcerati, Usa: razzismo Illinois, Florida, Oklahoma, Texas: Board, Texas: Polunsky

 

 

1) ACCORDATO IL TEST DEL DNA A TOMMY ZEIGLER: GRAZIE DI CUORE!

 

 

“Nella notte di Natale del 1975, a Winter Garden, una piccola città della Florida, il commerciante di mobili Tommy Zeigler uccide la moglie, i suoceri e un suo impiegato, e poi, per simulare una rapina, si spara un colpo in pancia con una pistola di grosso calibro.” Se per noi questa storia non è verosimile, è stata ritenuta vera dalla giuria che ha condannato a morte Zeigler nel 1976.

 

Nel numero 82 – lanciando una petizione in favore di Tommy Zeigler - abbiamo definito il suo caso ‘sconcertante’. Se non fossimo abituati alle assurdità dei crimini e della giustizia americana (v. ad es. più avanti l’articolo su Frank Smith), lo avremmo definito ‘impossibile’. Il fatto poi che Tommy Zeigler sia un bianco, che non fosse povero al momento dei fatti, rende ancor più difficile capire come mai fu ritenuto colpevole e condannato a morte. Il giornalista Ike Pappas nel 1989 fece un’inchiesta sul caso ed espose in una trasmissione televisiva la sua tesi: Zeigler, una specie di ‘giustiziere bianco’, è stato rovinato dalla sua caparbia volontà di combattere la corruzione di Winter Gardner e difendere i neri.

 

Gli appelli inviati dai nostri lettori e da altri cittadini italiani al Governatore della Florida sembrano aver prodotto grandi risultati. A fine giugno si è avuto il primo miracolo: è partita una trattativa tra accusa e difesa riguardo ad una possibile effettuazione di test del DNA che possono scagionare Zeigler. Così ci scrive Dale S. Recinella, assistente spirituale laico nel braccio della morte della Florida: "Prima di tutto, grazie (…) per tutto l'aiuto dato a Tommy. Si è avuto un risultato - come vi dirò fra un attimo.

(…) ho personalmente consegnato una copia dell'articolo apparso sul giornale (…) all'anziana mamma di Tommy (ha 89 anni ed è estremamente fragile): ha pianto di gratitudine.

 

La scorsa settimana il Governatore Jeb Bush ha firmato una legge sui test del DNA, che dà ai detenuti il diritto di effettuare il test del DNA in alcuni casi. Come sapete, il Pubblico accusatore di Tommy ha sempre sostenuto in tribunale e con i media che una tale proposta di legge non sarebbe stata applicabile nel caso di Tommy. Quindi la legge relativa al test sul DNA non sarebbe di per sé la buona notizia.

 

La buona notizia è che qualche giorno fa il Pubblico accusatore si è messo in contatto con gli avvocati di Tommy e ha chiesto loro di discutere un possibile accordo sul test del DNA. Questo non sarebbe potuto succedere senza il vostro eccellente aiuto e sostegno. Dopo anni di "muraglia" totale da parte dello stato, dovreste essere molto fieri di questa "breccia" ottenuta!!!

 

Non siamo ancora del tutto fuori dal tunnel. Il Pubblico accusatore sta ancora tentando "giochetti legali" - cercando di "mettere i bastoni fra le ruote" agli avvocati di Tommy con clausole e condizioni irragionevoli per il test del DNA. Ma questo era prevedibile. Ciò che è incredibile è che l'accusa stia parlando di test del DNA per Tommy. Questo può solo essere successo a causa di pressioni da parte dell'Ufficio del Governatore. (…)”

 

Ora è avvenuto un secondo miracolo! Scrive Recinella che il 27 agosto il Giudice Donald Grincewicz della Contea di Orange ha accolto la richiesta della difesa di Zeigler del rilascio dei campioni da sottoporre a test del DNA! I test verranno fatti in un laboratorio della North Carolina e richiederanno alcuni mesi. Sono suscettibili di avallare la versione di Zeigler, completamente diversa da quella dell’accusa. Qualche problema potrebbe sorgere dal fatto che le confezioni dei campioni risultano essere state aperte in passato. Il Giudice ha dichiarato che consente alla domanda di Zeigler ‘per un eccesso di prudenza’ e un rappresentante dell’accusa ha aggiunto: “Sono sicuro che le prove confermeranno la colpevolezza di Zeigler. Nessuno sta cambiando parere in proposito.”

 

Vedremo se avrà ragione l’accusa o se avverrà il terzo miracolo: la conferma delle tesi di Zeigler a 26 anni dai fatti e dopo 26 anni passati nel braccio della morte della Florida.

Dale Recinella ci ha mandato una foto attuale di Tommy Zeigler. Il ‘giustiziere bianco’ è un uomo robusto e asciutto che ci guarda dritto negli occhi. Veste una sgargiante casacca arancione ma su di lui è stesa la patina opaca di una lunga pena.

 

 

2) LA “SORPRENDENTE” USCITA DEL GIUDICE SANDRA DAY O’CONNOR

 

 

“Seri interrogativi sono stati sollevati a proposito della correttezza dell’amministrazione della pena di morte in questo paese. (…) Se le statistiche hanno un valore, il sistema può benissimo consentire l’esecuzione di alcuni innocenti.” Queste frasi ovvie, queste verità scontate possono essere dette in modo tale da risultare stupefacenti? Dipende dalla bocca che le pronuncia. Dopotutto il Giudice della Corte Suprema federale Sandra Day O’Connor il 2 luglio ha detto a Minneapolis ciò che diciamo noi senza suscitare nessun clamore (ciò che scrivono normalmente, centinaia di volte, da un anno a questa parte anche i giornali americani).

 

L’enorme scalpore suscitato dall’esternazione dell’Hon. O’Connor, testimoniato dai numerosissimi commenti nei media, consegue in parte dall’alta carica di chi ha parlato, in parte dal fatto che i giudici della Corte Suprema evitano accuratamente di esprimersi in pubblico nelle materie su cui la Corte stessa viene chiamata a pronunciarsi.

 

Lo stupore suscitato dalla dichiarazione di Minneapolis, deriva però soprattutto dal comportamento ultra conservatore del Giudice O’Connor. Infatti nelle sedute storiche degli ultimi venti anni - in cui la Corte Suprema, togliendo via via gli ostacoli che potevano derivare dalla salvaguardia di alcune garanzie per gli imputati, ha consentito non solo di mantenere la pena di morte ma di far crescere esponenzialmente il numero delle esecuzioni – Sandra O’Connor ha votato costantemente contro i ricorsi dei condannati. Il voto dell’unico membro di sesso femminile della Corte è stato essenziale per raggiungere travagliate decisioni avverse, prese spesso a stretta maggioranza. Famose sentenze scritte dalla O’Connor, diametralmente opposte alle preoccupazioni da lei espresse il 2 luglio, hanno mandato dritto dritto nella camera della morte minorenni all’epoca del reato, possibili innocenti e persone variamente discriminate e vessate nel corso dei processi. Su tali sentenze, che hanno suscitato orrore non solo in campo abolizionista, occorrerebbe scrivere un intero articolo, solo per citarle sommariamente.

 

E il 2 luglio la O’Connor non si è limitata a pronunciare la frase di cui sopra. L’ha giustificata ricordando che l’anno scorso sono stati esonerati e liberati dal braccio della morte 6 detenuti, e che 90 condannati a morte riconosciuti innocenti sono stati liberati a partire dal 1973. Ha aggiunto che i nuovi test del DNA possono alleviare qualche preoccupazione, ma molti stati non hanno legiferato per consentire i test a coloro che sono già stati condannati. Ha osservato che “è probabilmente giunto il momento di stabilire standard minimi di qualità per la difesa legale d’ufficio nei casi capitali ed adeguati compensi per i legali che vengono assegnati agli imputati indigenti”. Ha notato l’aumento del numero di condannati e di esecuzioni dal 1981, anno in cui entrò nella Corte Suprema, ad oggi. Nel 1981 vi erano 856 prigionieri nei bracci della morte, passati a 3711 nel 2000. Nel 1981 vi fu una sola esecuzione, nel 2000 ce ne sono state 85. Nel Minnesota non c’è la pena di morte e Sandra O’Connor ha detto alle donne di legge di Minneapolis: “Dovete tirare un bel sospiro di sollievo ogni giorno!”

Non è facile ma è importante valutare l’uscita del Giudice O’Connor.

Per Dianne Clements di Justice for All, che in più occasioni ha dimostrato di non essere un’aquila, le dichiarazioni dell’Hon. O’Connor “riflettono un’opinione che è basata (…) sulla disinformazione” e “possano essere usate per sollevare scorrettamente argomenti che non sono problemi” come le questioni di un’adeguata difesa legale e dei test del DNA. Ad ogni buon conto la Clements ha precisato che non ci sono prove che siano stati ‘giustiziati’ innocenti ma che “ci sono prove schiaccianti che gli assassini vivi nuocciano e uccidano ancora.”

 

Forse si va più vicini alla comprensione della mossa di Sandra Day O’Connor – la quale in definitiva sollecita dei cambiamenti pur rimanendo attaccata alla pena di morte – se la si intende come un ulteriore invito a spostare la pena capitale su posizioni meno attaccabili per cercare di mantenerla il più a lungo possibile. Persino Frank Keating, Governatore del ‘mattatoio Oklahoma’ ha detto due mesi fa: “l’unico modo di far sopravvivere la pena di morte per noi che ci crediamo è di assicurare che nessuna persona innocente venga giustiziata per errore.”

 

 

3) CORREGGERE O SOSPENDERE? MEGLIO BANDIRE L’USO DELLA PENA DI MORTE

 

 

Fino a poco tempo fa il grosso dell’opinione pubblica negli Stati Uniti si disinteressava della pena capitale di cui accettava acriticamente l’esistenza. Da uno o due anni a questa parte, una presa di coscienza progressiva e generalizzata del problemi connessi con pena di morte rovescia sulle amministrazioni e sul sistema giudiziario statunitense una marea di critiche e di interrogativi. Le forze più conservatrici, anche se potenti, fanno fatica a contenerle. Lo strenuo rifiuto delle amministrazioni statali e federale di indire moratorie delle esecuzioni – con l’esemplare eccezione dell’Illinois – incanala le perplessità verso riforme migliorative del sistema che, in molti casi, vengono attuate.

 

La presa di posizione del Giudice Sandra O’Connor di cui abbiamo parlato più sopra va in questa direzione. Giunta esattamente nel venticinquesimo anniversario del ripristino della pena di morte negli Stati Uniti, proprio mentre si svolgeva un sit-in di protesta davanti alla sede della Corte Suprema, è stata preceduta da due importanti iniziative federali a fine giugno. Un primo avvenimento è stato l’audizione da parte della Commissione Giustizia del Senato di una proposta di legge, denominata Atto di Protezione dell’Innocenza, che tende a stabilire standard nazionali per la difesa legale nei casi capitali. L’Atto prevede la concessione di fondi agli stati che vorranno adottare tali standard, come pure finanziamenti dei test del DNA. L’altro evento di rilievo è stata la diffusione del Rapporto di un importante gruppo di lavoro della George Washington University – formato sia da sostenitori che da oppositori della pena capitale – che indica 18 vie da percorrere per migliorare il sistema della pena di morte, cominciando col conferire agli imputati una difesa legale competente.

 

Insomma, a malincuore i sostenitori della pena di morte accettano e a volte incoraggiano dei miglioramenti del sistema sperando di tacitare le critiche presenti e di prevenirne altre più incisive in futuro. Tuttavia si delinea una situazione in cui questi correttivi non saranno ritenuti sufficienti. Vi sono infatti alcuni segni di un’ulteriore evoluzione: aumenta il numero degli interventi che – ritenendo intrinsecamente fallace o moralmente inaccettabile la pena di morte in sé - puntano dritto alla soluzione più chiara e semplice e certamente più soddisfacente, quella che elimina il problema alla radice: l’abolizione della pena capitale. Leggiamo due tra gli editoriali che manifestano posizioni nettamente abolizioniste dopo l’esternazione del Giudice O’Connor.

 

Così scrive il 9 luglio Andrea Georgsson, un editorialista dell’Houston Chronicle che ammette di essere stato per tanto tempo un sostenitore delle pena di morte: “Diversamente dalla O’Connor, che ritiene essere necessario qualche aggiustamento del sistema della pena di morte, sto cominciando a pensare che la pena di morte debba essere abolita a causa della violenza intrinseca di questo sistema di assassinio legalizzato. (…) La pena di morte e la ferocia della prigione – per non parlare della brutalità della polizia – sono le versioni ufficiali della violenza che permea la società americana. Lo sculacciare i figli, la violenza dei media, l’assassinio e l’aggressione fisica, lo stupro e la violenza domestica, il tormentare i gay, lo sparare a scuola, i conflitti attizzati nei talk show, i video game impressionanti e violenti venduti ai bambini: sono tutti aspetti, più o meno gravi, della violenza che impregna le nostre vite.”

 

Ancora più esplicito, l’editoriale del New Times del 4 luglio che, commentando l’esternazione del Giudice O’Connor, conclude: “(…) speriamo che la presente discussione nazionale porti ad un nuovo consenso che vada al di là dell’insoddisfacente domanda di “riforma” della pena di morte, una pratica abominevole per una società civilizzata. L’obiettivo deve essere l’abolizione”.

 

 

4) NAPOLEON BEAZLEY: LO VUOLE MORTO LA MINORANZA CONSERVATRICE

 

 

Come i lettori iscritti alla nostra ‘mailing list’ ben sanno, Napoleon Beazley doveva essere ‘giustiziato’ il 15 agosto e si è salvato in extremis per la concessione di uno stay. Ma la partita per la sua vita rimane aperta. Se egli non si salverà, sarà uno degli ultimi minorenni all’epoca del delitto ad essere ‘giustiziato’ e la minoranza conservatrice del Texas avrà vinto un’altra delle sue battaglie.

 

Due delle più importanti questioni, intorno alle quali in questi mesi si sta combattendo negli USA un durissimo braccio di ferro pro e contro la pena di morte, sono il ritardo mentale degli imputati e la loro minore età al momento del crimine.

 

Per quanto riguarda il ritardo mentale, nello scorso mese di giugno la minoranza più conservatrice del Texas ha vinto una battaglia che sembrava già persa inducendo il Governatore Perry ad apporre il suo veto ad una legge approvata dal Parlamento: la legge esentava i ritardati mentali dalla pena di morte. Il Governatore si è deciso nell’ultimo giorno utile, domenica 17 giugno, dopo grandi incertezze (v. n. 87 pag. 3). La sua scelta significa che - per lui - pochi conservatori vicini ai gangli del potere hanno un peso maggiore di quello dell’opinione pubblica. Infatti dai sondaggi risulta che i tre quarti dei cittadini del Texas sono ormai contrari all’inflizione della pena di morte ai ritardati.

 

La crudeltà che si manifesta nella condanna a morte dei minorenni si ricollega direttamente alle peggiori tradizioni razziste a alla pratica del linciaggio. Dopo la seconda guerra mondiale il più giovane americano ad essere ‘giustiziato’ fu il ragazzino nero George Stinney: aveva 14 anni ed era così piccolo che la maschera gli scivolò dal volto mentre la corrente lo uccideva sulla sedia elettrica. In precedenza il Governo federale aveva imposto la pena di morte a bambini indiani di appena 10 anni. Delle nove ragazzine ‘giustiziate’ nella storia USA, 8 erano di razza nera e 1 era indiano-americana. Nell’ultimo secolo le esecuzioni di giovanissimi hanno per tre quarti riguardato i neri.

 

Oggi però solo il 34% dei texani è ancora favorevole alla pena di morte per i minorenni all’epoca del delitto. Una legge per elevare a 18 anni il limite per applicare la pena di morte era passata alla Camera dei Rappresentanti del Texas nella scorsa legislatura (anche se è stata poi fermata al Senato da pressioni politiche elitarie). Gli interventi della stampa nazionale e statale sono quasi tutti in favore di una commutazione della sentenza capitale che venne inflitta a Napoleon Beazley per un omicidio commesso nel 1994 all’età di 17 anni. L’omicidio avvenne durante la maldestra rapina di una Mercedes da parte di tre giovanissimi. La vittima di Beazley era un importante uomo d’affari padre di un noto giudice. Nella giuria che lo condannò a morte, formata solo da bianchi, non sono mancati atteggiamenti razzisti.

L’imputato non aveva precedenti criminali e molti testimoni ne tracciarono un ritratto positivo. L’accusa patteggiò con i due complici di Beazley una testimonianza sfavorevole: i ragazzi dissero che Napoleon si era vantato di avere il desiderio di uccidere, così la giuria si convinse della ‘futura pericolosità’ dell’imputato ed emise una sentenza di morte. I due complici hanno poi ritrattato e Beazley ha dimostrato un comportamento esemplare nel braccio della morte. Cindy Garner, attuale Procuratrice distrettuale nella Contea di Harris, ha scritto pressanti lettere al Governatore e ai Membri del Board chiedendo clemenza per il condannato. La Giudice Cynthia Stevens Kent, che presiedette il processo di Beazley del 1995 si è anch’essa espressa pubblicamente per la commutazione della sentenza capitale. Nonostante ciò il 15 agosto Napoleon è giunto a meno di quattro ore dall’esecuzione prima di essere salvato – incredulo - da uno stay deciso della Texas Court of Criminal Appeals.

 

Uno stay che è segno di un ondeggiamento finale del sistema. Per la verità anche le precedenti ultime decisioni sfavorevoli per Beazley erano state insolitamente combattute e prese di stretta misura. Il 13 agosto la Corte Suprema federale aveva bocciato con una votazione di parità (3 voti a favore, 3 contrari compreso quello della O’Connor) la richiesta di uno stay, mentre gli altri tre giudici si sono astenuti dichiarandosi legati da amicizia o da interessi professionali alla famiglia di John Luttig, la vittima di Beazley. Sempre il 13 agosto il rigetto della domanda di grazia è avvenuto con l’inusuale dissociazione di numerosi membri del Board of Pardons and Paroles. Certo hanno avuto un impatto i pressanti appelli venuti dall’estero, la forte denuncia contenuta in uno specifico Rapporto di Amnesty International, il fermo richiamo dell’Unione Europea. Ma i tentennamenti del sistema sono da attribuire in primo luogo ad un’evoluzione positiva della mentalità americana.

 

 

 

Attenzione: Probabilmente in un prossimo futuro si renderà necessario riprendere l’invio di appelli in favore di Napoleon Beazley: teniamoci pronti !

 

 

5) RAZZISMO? NO, LA COLPA E’ DEI TIPI COME NAPOLEON BEAZLEY

 

 

Nei media americani, accanto alle moltissime richieste di commutare la condanna capitale di Beazley, solo alcune voci si levano dalle minoranze conservatrici per chiederne la morte, ma sono voci particolarmente violente e cariche di pregiudizi. Per averne un’idea, leggiamo dal “Baltimore Sun” del 4 agosto alcune frasi di Gregory Kane, che si definisce un nero conservatore: “Può esistere un farabutto afro-americano il cui comportamento sia tanto abominevole da non consentirgli di diventare una celebrità tra i neri d’America? Sembra di no. L’ultimo candidato all’elezione della ‘Vittima dell’anno’ è Napoleon Beazley, un ventiquattrenne nero nel braccio della morte del Texas. (…) Che cosa rende Beazley oggetto di una così grande simpatia nel numero di settembre di “Savoy”, un periodico letto dai neri? E’ la sua età nel momento in cui ha freddamente spento la vita [di un uomo]. Egli aveva “solo” 17 anni, un vero minorenne, non responsabile delle sue azioni. (…) ‘A 17 anni - scrive Savoy - (…) Napoleon Beazley non era abbastanza grande da comprare sigarette o da votare, ma era abbastanza adulto per essere spedito nel braccio della morte’ (…) Si sostituisce la logica con sofismi e argomenti speciosi: siccome Beazley non può votare o comprarsi un pacchetto di sigarette Kools, si argomenta, egli non può essere ritenuto responsabile di un omicidio a sangue freddo. (…)

 

“I complici testimoniarono contro di lui e si sono beccati 40 anni ciascuno. Beazley ha avuto la sentenza di morte e ora passa da vittima del cosiddetto ‘zelo giustizialista’ dell’ex Governatore del Texas e attuale Presidente George W. Bush. Occorre riflettere bene su questo punto: Bush non ha mandato Beazley nel braccio della morte, ce lo ha mandato lo stesso Beazley. Beazley ha sparato a Luttig e alla fin fine dovremmo ritenere Bush criminale?

 

(…) A causa di gente come Beazley, gli Americani bianchi vedono tutti noi neri inclini alla criminalità. Ci sono più neri in prigione che al college? La sinistra nera si lamenta, piagnucola e pone tale questione ogni giorno. La verità, essi dicono, fa male. Su questo punto è veramente dolorosa in quanto la risposta è: Sono loro che hanno scelto di essere lì. Non è a causa del razzismo dei bianchi, o del razzismo istituzionale, o della scarsa istruzione o della povertà (…)

 

“Nel 1904 Du Bois ed altri autori di colore notavano alla Nona Conferenza di Atlanta sul Crimine Nero che (…) ‘molti figli degli schiavi affrancati non hanno ancora imparato ad essere cittadini rispettosi della legge e seri lavoratori, e finché non lo impareranno, il progresso della razza, nel Sud e nell’intera Nazione, verrà ostacolato’. Dipingendo Napoleon Beazley e altri simili a lui come vittime, possiamo essere sicuri che il ‘progresso della razza’ rimarrà impedito.”

 

Gregory Kane si definisce ‘un nero conservatore’. Da come parla, sembra un nero dipinto di bianco.

 

 

6) USA 1976-2001: 25 ANNI DI PENA DI MORTE, OLTRE 700 ESECUZIONI. ORA BASTA!

 

 

Con questo slogan il 2 luglio è stata convocata da Amnesty International, davanti all’Ambasciata Americana in via Veneto, la più importante manifestazione abolizionista romana degli ultimi anni. Al sit-in, organizzato con grande determinazione ed efficienza da Gianni Quarta, in contemporanea con altre due manifestazioni che si tenevano a Washington davanti alla Corte Suprema e a Parigi davanti all’Ambasciata USA, hanno aderito una trentina di associazioni delle più svariate collocazioni e tendenze. Dalle 6 del pomeriggio alla fiaccolata conclusiva delle 22 si è registrata una presenza media di 300 persone tra attivisti di A. I. e membri delle altre associazioni. Per Amnesty si sono notati il Vice Presidente Sergio Travi, Karen Hooper, Responsabile del Coordinamento Pena di morte, e tutti gli esponenti romani da Riccardo Noury a Norberto Barbieri, da Roberto Fantini ad Aldo Coccia, da Marina Bruno a Marzia Pateras… solo per citarne alcuni. Nella prima parte della serata si è imposta la presenza nutrita e colorata dell’associazione Azad convocata da Dino Frisullo. I Curdi di Azad manifestavano – un po’ fuori tema - per la causa della loro tormentata nazione e contro la condanna a morte del loro “presidente” Abdullah Ocalan da parte della Turchia.

 

Una decina di portavoce delle associazioni aderenti – coordinati da Arianna Ballotta della Coalit – hanno preso la parola per illustrare e denunciare il largo uso della pena di morte negli Stati Uniti negli ultimi 25 anni, dopo una moratoria di 10 anni e dopo la sentenza Gregg v. Georgia del 2 luglio 1976 con cui la Corte Suprema USA ha di nuovo consentito le esecuzioni capitali. Tra gli oratori venuti da lontano, spiccava il nostro poliedrico amico Mauro Dispenza di La Spezia, arrivato con lo striscione di “SOS dal braccio della morte”

 

Nelle ore serali in cui si è svolto il sit-in, l’Ambasciata Americana appariva deserta e tuttavia presidiata da ingenti forze di polizia. La “psicosi dell’attentato” ha impedito ai presenti di spostarsi per un momento a ridosso dei cancelli della rappresentanza diplomatica e posare, secondo la tradizione, per una foto commemorativa.

 

Il giorno seguente, 3 luglio, una delegazione di manifestanti è stata ricevuta all’interno dell’Ambasciata. Max Ferro e Daniela Carboni di Amnesty International, Chiara Bellucci della Coalit e Giuseppe Lodoli, per il Comitato Paul Rougeau e per “Non uccidere”, sono stati accolti da Eric M. Terzuolo, Minister-counselor for Political affairs. In un serrato e cortese colloquio protrattosi per oltre un’ora, Terzuolo, pur riaffermando il tradizionale punto di vista statunitense sulla pena di morte, ha consentito ai suoi interlocutori di esporre esaurientemente le proprie tesi.

 

La delegazione italiana, premettendo un incondizionato no alla pena capitale, ha ricordato gli aspetti che rendono particolarmente grave l’uso della pena di morte negli Stati Uniti (condanna di minorenni all’epoca del delitto, di minorati mentali; oggettiva discriminazione sociale e razziale nell’inflizione delle sentenze capitali; difesa scadente offerta dagli avvocati d’ufficio; rischio di condannare a morte persone innocenti, violazione degli standard e degli obblighi internazionali…). I visitatori non hanno mancato di ricordare il processo abolizionista avviato negli USA tra gli anni sessanta e settanta – che fu troncato dalla decisione della Corte Suprema del 1976 - e di porre in rilievo i segni di una riflessione approfondita sulla pena capitale in atto da un anno a questa parta negli Stati Uniti. Qui il proliferare degli interventi critici dei media e il moltiplicarsi delle proposte di legge per correggere gli aspetti più aberranti del fenomeno, fa sperare in un’inversione di tendenza.

 

Eric Terzuolo dal canto suo ha riaffermato che alla base del permanere della pena di morte nella maggioranza degli stati USA – i quali la adottano autonomamente – vi è il consenso dell’opinione pubblica, ha assicurato che la sanzione capitale è riservata ai delitti più gravi, come nel caso di Timothy McVeigh autore dell’attentato di Oklahoma City, ha ribadito che sulla questione vi è un dibattito all’interno degli Stati Uniti, ha parlato delle perplessità espresse il giorno prima dalla Giudice Sandra O’Connor della Corte Suprema federale. Terzuolo infine ha riconosciuto che la ‘questione pena di morte’ costituisce una oggettiva difficoltà nei rapporti degli Stati Uniti con i paesi occidentali, nei quali viene continuamente sollevata, ed ha ringraziato i presenti per il loro interessamento e per la preparazione approfondita raggiunta sul tema in discussione.

 

 

7) RESISTENZA STRISCIANTE NEI RIGUARDI DEL TRATTATO DI VIENNA

 

 

Tra il 1982 e il 1984, in occasione della cattura e del processo capitale intentato in Arizona ai fratelli LaGrand di nazionalità tedesca, agli accusati non fu data la facoltà di giovarsi tempestivamente dell’appoggio del Consolato germanico. Dopo la netta condanna degli Stati Uniti da parte della Corte Internazionale dell’Aja per non aver ottemperato agli obblighi del Trattato di Vienna sulle Relazioni consolari nel caso LaGrand (v. n. 87, pag.5), permangono resistenze da parte degli USA a riparare le violazioni dei diritti dei cittadini stranieri incappati nella giustizia criminale, a cominciare dal diritto di contattare subito il proprio consolato. Ciò, come denuncia Amnesty International, è particolarmente grave nei casi capitali.

 

I legali di Gerardo Valdez, messicano, con un ricorso presentato a fine agosto, stanno tuttavia tentando di bloccare l’esecuzione del loro cliente prevista nei prossimi mesi in Oklahoma e di ottenere per lui un nuovo processo. Valdez al momento dell’arresto, 11 anni fa, non fu messo in grado di usufruire dei propri diritti consolari. Oltre a Gerardo Valdez altri due condannati, in Illinois e in Florida, chiedono l’annullamento del processo per lo stesso motivo e sono una settantina i condannati a morte stranieri che potrebbero fare altrettanto.

 

Non si prevede facile l’impatto dei ricorsi basati sulle violazioni del Trattato di Vienna, data l’inclinazione delle Corti statunitensi a ritenere non vincolanti all’interno gli obblighi giuridici internazionali. La Corte Suprema federale ha già sentenziato nel 1998 che gli stati stranieri nulla possono contro gli stati americani in virtù dell’Undicesimo Emendamento della Costituzione; in precedenza, i giudici della stessa Corte avevano affermato (6 contro 3) l’inefficacia di ogni reclamo basato sul Trattato di Vienna che venga presentato troppo tardi ai sensi dell’Atto Anti-terrorismo e per l’Efficacia della pena di morte del 1996. Si fa inoltre notare che un’eventuale sanzione internazionale, per colpire gli Stati Uniti, dovrebbe passare per il Consiglio di sicurezza dell’ONU nel quale gli USA hanno diritto di veto.

 

Per ora l’unica conseguenza pratica della condanna degli Stati Uniti da parte della Corte Internazionale dell’Aja del 27 giugno scorso sembra essere una Campagna federale di aggiornamento delle forze di polizia per renderle in futuro più attente ai diritti consolari degli stranieri. Solo in due stati si sono di recente prodotti precisi obblighi sul piano legale o procedurale: la California ha emanato nel 1999 una legge che impone il rispetto degli obblighi consolari; in Illinois i giudici hanno ordinato alla polizia di domandare agli stranieri arrestati se sono al corrente dei loro diritti consolari. Come era prevedibile, contro l’implementazione del Trattato di Vienna si levano proteste provenienti dalle forze di polizia e dai pubblici accusatori.

 

 

8) L’AGONIA DELLA SEDIA ELETTRICA

 

 

Da tempo abbiamo espresso l’opinione che se nell’anno 2001 non si verificheranno esecuzioni con la sedia elettrica, l’iniezione letale rimarrà l’unico metodo di esecuzione effettivamente usato negli Stati Uniti (vedi ad es. n. 84 pag. 7). La richiesta convinta degli abolizionisti di bandire il tradizionale e crudele mezzo di esecuzione, negli ultimi anni è stata sempre meno ostacolata dai sostenitori della pena di morte che oggi, a malincuore, accettano di far fuori l’orribile “Old Sparky” - decisamente invisa all’opinione pubblica – pur di non mettere a rischio l’esistenza stessa della pena capitale.

 

Ora accade che una donna e 129 uomini dovrebbero morire sulla sedia elettrica in Georgia, perché la legge che ha istituito l’iniezione letale in quello stato prevede tale metodo solo per coloro che sono stati condannati a morte dal mese di maggio 2000 in poi. Gli avvocati di tre di questi condannati si stanno sforzando di far giudicare inammissibile l’elettrocuzione. Un’audizione in merito si è tenuta presso la Corte Suprema della Georgia il 7 luglio. Stephen Bright, direttore del Centro del Sud per i Diritti umani, ha interpretato la nuova legge come un’indicazione che il Parlamento giudica crudele ed inusuale l’elettrocuzione. La pubblica accusa ha invece chiesto vigorosamente l’applicazione della sedia elettrica e ha sostenuto che la nuova legge è stata approvata dal Parlamento solo in via precauzionale, per prevenire un’eventuale messa al bando della pena di morte, caso mai una Corte definisse l’elettrocuzione incostituzionale. La decisione della Corte Suprema della Georgia non è prevista a breve.

 

John W. Byrd Jr. è un condannato a morte in Ohio che si dichiara innocente e che sta perdendo i suoi ultimi appelli in questi giorni. La sua data di esecuzione per iniezione letale è il 12 settembre p. v. Byrd ha chiesto di morire sulla sedia elettrica invece che per iniezione letale, cosa teoricamente possibile in Ohio. Lo scopo di Byrd è di dimostrare alla gente il vero volto di un’esecuzione capitale, che non può essere spacciata come una pratica sanitaria. In questo caso però le autorità si rifiutano di usare la sedia elettrica per paura che un’esecuzione ‘mal fatta’ possa mettere in cattiva luce la pena di morte agli occhi del pubblico. La sedia elettrica in Ohio non viene peraltro usata da 38 anni a questa parte. Tra le ‘soluzioni’ prospettate, c’è quella di far approvare in un solo giorno, dal Parlamento che riaprirà l’11 settembre, una legge che proibisca di scegliere la sedia elettrica come mezzo di esecuzione capitale.

 

 

9) PROCESSO ANNULLATO: SÌ, L’AVVOCATO AVEVA DORMITO TROPPO

 

 

La vicenda giudiziaria di Calvin Burdine, condannato a morte in Texas nel 1984, è interminabile. Condannato a morte in un processo grottesco in cui il suo avvocato difensore – oltre a fare offensivi apprezzamenti dell’omosessualità del proprio cliente – si addormentò frequentemente durante le udienze, ha avuto sei date di esecuzione giungendo due volte a consumare ‘l’ultimo pasto’.

 

I suoi appelli sono stati respinti con motivazioni del tipo ‘un imputato ha diritto ad un avvocato ma non ad un avvocato sempre sveglio’. Nello scorso mese di ottobre Burdine aveva di nuovo esaurito tutte le sue chance. Un ‘panel’ di tre giudici della Corte federale di Appello del Quinto circuito aveva chiusa la questione sentenziando a maggioranza che l’imputato non era stato in grado di dimostrare che l’avvocato avesse dormito nelle fasi critiche del processo, procurandogli quindi un danno (v. n. 81).

 

Per fortuna la Corte del Quinto circuito al completo dei suoi 14 membri annullò l’operato dei tre giudici, decise di riesaminare il caso e tenne una movimentata udienza il 22 gennaio di quest’anno (v. n. 83). Il 13 agosto, con una maggioranza di 9 contro 5, ha sentenziato che il defunto avvocato di Burdine ha effettivamente dormito durante una fase critica del processo, quella di presentazione delle prove d’accusa. Pertanto ha intimato allo stato del Texas di rilasciare il prigioniero o fagli un nuovo processo.

 

La storia degli avvocati d’ufficio che dormono, che suscita ilarità a buon mercato e meritare citazioni nei libri di Amnesty International, è tragica e ricorrente. Ricordiamo tra gli altri il caso di Carl Johnson, condannato a morte in Texas, anche lui difeso da un avvocato dormiente, che fu ‘giustiziato’ nel 1995.

 

 

10) PER LA CONDANNA DI FRANK SMITH CHIESTO RISARCIMENTO MILIARDARIO

 

 

Dichiarandosi disperatamente innocente dello stupro e dell’uccisione di una bambina di 8 anni, al termine del quattordicesimo anno passato nell’orribile braccio della morte della Florida, Frank Lee Smith morì di cancro il 30 gennaio 2000. Soltanto 11 mesi dopo il decesso l’FBI ha dimostrato l’innocenza di Smith con un test del DNA. Egli era stato condannato a morte sulla base di un’unica testimonianza oculare, scaturita dalla forti pressioni della polizia e dell’accusa, senza che alcuna prova fisica lo legasse alla scena del crimine.

 

La testimone aveva peraltro ritrattato nettamente dopo tre anni accusando un altro individuo, tuttavia per altri 11 anni gli sforzi dei legali del condannato furono rintuzzati dalle corti. A metà agosto la famiglia di Frank Smith ha chiesto allo stato della Florida un risarcimento equivalente ad otto miliardi di lire.

 

 

11) GRAZIA CORRISPONDE CON SERGIO CHE SOSTIENE LA PENA DI MORTE (II Parte)

 

 

Sergio è un cittadino di Houston che crede fermamente nella pena di morte, così come noi crediamo nella necessità di abolirla. Riportiamo in sintesi la seconda parte dell’interessante carteggio tra Sergio e Grazia. Forse ci sarà una terza parte.

 

(Sergio) Bene, ritengo che, visto che ti importa così tanto di questi criminali e che hai il cervello e il cuore ben disposti, e che credi che possono pentirsi dei loro crimini, non ti dispiacerebbe ospitarne qualcuno in casa tua per aiutarli a pentirsi.

 

(Grazia) Risponderò a questa tua domanda come se fosse seria. Come già ti ho detto, i criminali devono essere isolati dalla società (non ospitati presso le famiglie), ma non per questo è necessario ucciderli. Si può cercare di riabilitarli anche se sono in prigione, per esempio scrivendo loro ogni tanto. E, in ogni caso, quando ho parlato di persone che possono aiutare a migliorare il mondo, non pensavo solo a me, ma anche a persone come te, che stanno onestamente cercando di vedere le cose nel modo giusto e di affrontare i problemi con buone intenzioni.

 

(Sergio) Mi sembra che tu protegga le persone malvagie e non viva nella realtà.

 

(Grazia) Forse io sono fuori dalla realtà, ma tu, che vivi nella realtà, ti rendi conto che, mentre sei così entusiasta di uccidere i più poveri fra i criminali, tutti gli altri sono liberi di danneggiare la società con la benedizione di tutti? Ti rendi conto che coloro che hanno il potere, mentre danno l’illusione di essere duri con il crimine, in molti casi non alzano un dito per prevenirlo? Preferisci avere meno delitti o uccidere tutti i criminali DOPO che i delitti sono stati commessi? Comprendi che l’enorme quantità di denaro che voi contribuenti usate per i casi capitali, potrebbe essere usato per prevenire i crimini, attraverso un miglioramento delle condizioni di vita (educazione, sanità, lavoro) nelle classi più svantaggiate? La prevenzione non si può fare anche, per esempio, con il divieto di vendere le armi ai privati cittadini? Gli spacciatori di droga che ogni tanto vengono catturati e messi a morte non sono i più pericolosi. I più pericolosi se ne stanno comodamente acquattati nei loro uffici nelle banche o nelle grandi industrie, del tutto al sicuro e al di sopra di ogni sospetto. E questa è realtà!

 

(Sergio) Non hai risposto alla domanda circa le persone che persero la vita per proteggere i nostri genitori e nonni, perché se non fosse stato per il loro sacrificio, tu e io non saremmo qui a discutere sulla pena di morte. Quindi, ti chiedo ancora una volta: credi che i soldati che uccisero per proteggerti dai nazisti fossero criminali? SI’ o NO?

 

(Grazia) OK, cercherò di rispondere a questa tua domanda. Quando parli dei Nazisti, naturalmente parli di una categoria di persone pazze e fanatiche, che erano un pericolo effettivo per il mondo intero. Quindi, se mi chiedi se coloro che li combatterono erano dei criminali, la mia risposta è NO. Ma, se consideriamo gli individui, non credo che tutti i soldati tedeschi fossero dei criminali e che tutti i soldati (Americani, Italiani, Inglesi, Francesi, ecc.) che li combatterono fossero eroi e brave persone. Presi individualmente, penso che nell’ambito di ogni esercito (come nell’ambito di ogni società anche in tempo di pace) ci fossero allora (come adesso) uomini buoni, uomini cattivi, eroi, vigliacchi, persone generose, criminali e, perché no?, anche santi. Non tutti i Tedeschi, anche se combattevano per il loro paese, erano nazisti nel cuore, c’erano anche persone che ebbero l’unica colpa di essere nate nel momento sbagliato nel posto sbagliato e di essere costrette a combattere per una causa sbagliata. Ho sentito raccontare di uomini eroici in entrambi i fronti e di uomini malvagi e crudeli in entrambi i fronti.

 

(Grazia) Vorresti ora rispondere anche tu alle mie domande? Cosa ne dici dei familiari delle vittime che vogliono assistere alle esecuzioni? E’ o non è desiderio di vendetta?

 

(Sergio) Cosa è che ti fa tanto arrabbiare sul fatto che i familiari delle vittime vogliano assistere all’esecuzione? E’ una loro scelta! L’omicida è stato l’ultimo a vedere vivi i loro cari! Solo le vittime non hanno avuto scelta!

 

(Grazia) Ho solo detto che permettere e incoraggiare questo fenomeno significa coltivare il significato di vendetta che ha la pena di morte. Sul fatto che le vittime non abbiano mai scelta, non sono poi pienamente d’accordo. Accade a volte che le vittime vengano uccise nei regolamenti dei conti perché anch’esse sono criminali. Che cosa ne pensi del fatto che i peggiori criminali rimangono liberi?

 

(Sergio) Che cosa vuoi dire? Che qualche persona ricca paga qualche poveraccio perché uccida qualcuno, solo perché quello è povero e non è in grado di distinguere tra il bene e il male? Io non credo.

 

(Grazia) No, naturalmente. Voglio dire che i criminali più pericolosi non sono condannati per i loro crimini e questo rende la pena di morte ingiusta e discriminante.

 

(Sergio) Spiegami poi cosa intendi con il divieto di vendere le armi ai cittadini privati: Sei sicura che vuoi parlare delle armi da fuoco in possesso delle persone oneste che rispettano la legge? Che faresti tu se un criminale entrasse in casa tua e, diciamo, facesse del male o volesse fare del male a un membro della tua famiglia: - chiameresti la polizia e aspetteresti che arrivasse? - cercheresti di parlare al criminale e di convincerlo a non farti del male? - cercheresti di difendere te stessa e la tua famiglia?

 

(Grazia) Dimmi, Sergio, quante volte dei criminali sono entrati in casa TUA mettendoti nella necessità di difenderti con le armi da fuoco. Perché nel MIO Paese (dove non c’è la pena di morte) i criminali entrano di rado nelle case e di solito sono ragazzi giovani, a loro volta disarmati, che, se sorpresi, possono essere messi facilmente in fuga. Qui in Italia nessun privato cittadino detiene armi da fuoco, eccetto pochissimi ex-ufficiali dell’esercito e alcuni cacciatori. Come spieghi questo? Non credi che questo eccessivo attaccamento alle armi renda la società più violenta e, alla fine, meno rispettosa della vita umana, con conseguenti danni per tutti? Non credi che un tale numero di armi in circolazione alla fine venga comunque usato? (e non solo da onesti cittadini che vogliono difendersi, ma, persino di più, da criminali che attaccano le persone oneste?)

 

 

12) QUANTE VITE UMANE VALE UN MILIARDO DI DOLLARI?

 

 

E’ di un miliardo di dollari il fatturato annuo delle armi portatili. In luglio le Nazioni Unite hanno organizzato una conferenza con lo scopo di limitare il traffico delle armi leggere nel mondo (sono state i mezzi prescelti in 46 dei 49 principali conflitti bellici a partite dal 1990, e hanno causato circa 4 milioni di morti, il 90% dei quali costituito da civili, quasi tutti donne e bambini).

 

John Bolton, sottosegretario di stato americano per il controllo delle armi, all’apertura della conferenza ha pesantemente ostacolato l’intera iniziativa, dichiarando in modo esplicito che gli Stati Uniti si sarebbero opposti a qualsiasi forma di limitazione del traffico legale di armi ponendosi decisamente in favore dei fabbricanti e dei legali possessori di pistole e fucili, anche se le armi che questi vogliono detenere sono di tipo bellico.

 

Con la sua dichiarazione, John Bolton ha separato nettamente gli Stati Uniti dai suoi Alleati europei, e li ha schierati al fianco di Russia, Cina e India.

 

Il fortissimo desiderio degli Americani di possedere armi da fuoco per la propria difesa, attualmente sostenuto e promosso da George W. Bush, affonda certamente le sue radici nel passato pionieristico di questo popolo: nei film “western” ogni bravo cittadino girava con la sua “Colt” appesa al cinturone e i vecchietti accoglievano a fucilate qualsiasi straniero osasse avvicinarsi alle loro bicocche in mezzo alla prateria.

 

Pare che negli USA la tecnologia e la scienza, grazie anche alle enormi ricchezze di cui dispongono gli Americani, abbiano fatto passi da gigante e che per molti aspetti questo paese viva nel futuro. Poi, di colpo, ci si accorge che la mentalità dei singoli cittadini (con in testa il loro Primo Cittadino) non si è di molto allontanata dall’epoca dei pionieri.

 

Questo contrasto non è casuale: la maturazione intellettiva non ha seguito quella tecnologica anche perché gli interessi economici hanno decretato che, per consentire a pochi il monopolio delle ricchezze e del potere, è molto meglio così!

 

Lo stesso ossessivo desiderio che spinge gli onesti Americani a desiderare le armi da fuoco li spinge a sostenere la pena di morte. Il meccanismo è evidentemente perverso e si ritorce contro di loro: più armi da fuoco circolano tra i privati cittadini, più ve ne sono nelle mani dei criminali. Se i criminali possiedono armi da fuoco, è più facile che avvengano omicidi. E tutto questo purché il denaro, il vero assassino, continui a gonfiare le tasche di pochi “burattinai”.

 

 

13) SECONDO ME LA PENA DI MORTE È UNA COSA SCHIFOSA

 

 

Pubblichiamo volentieri il commento di una socia di 11 anni: Secondo me la pena di morte è una cosa schifosa che trasforma gli uomini dei paesi dove viene applicata in assassini degli assassini.

 

Il problema è che, per chi è favorevole alla pena di morte, assassino è chi uccide un innocente. Invece ci sono due parole di troppo in quest’ultima frase: “UN” e “INNOCENTE”

 

Tante persone non sanno che cosa succede nel braccio della morte: la maggioranza della gente crede che ai condannati non venga fatto nulla. Invece vengono picchiati, maltrattati e umiliati. Ho solo 11 anni ma so queste cose perché la mia mamma si impegna attivamente per l’abolizione della pena di morte, e io a volte l’aiuto. Inoltre scambio lettere con un condannato a morte in Florida.

 

So che addirittura qualche volta gli avvocati accusatori, pur di far condannare a morte un imputato, inventano o falsificano le prove, corrompono i testimoni. Che cose orribili! Anche loro sono degli assassini!

 

Se vivessi in un paese dove c’è la pena di morte avrei molta paura, perché condannano anche i ragazzini poco più grandi di me e anche quelle persone che sono ritardate mentali e quindi hanno un cervello da bambini. E poi, come si fa a uccidere nel nome della GIUSTIZIA!

 

 

14) NOTIZIARIO

 

 

Afganistan. Pena di morte per proselitismo cristiano. Il regime dei Talibani ha recentemente affermato la determinazione ad applicare la pena di morte per i cittadini afgani musulmani che propagandino altre religioni. Attualmente sono detenute in Afganistan 24 persone appartenenti all’organizzazione umanitaria di ispirazione cristiana Shelter Now International che ha sede in Germania. Sedici prigionieri accusati di proselitismo sono Afgani e rischiano la pena capitale. Gli otto stranieri (2 Americani, 2 Australiani e 4 Tedeschi) non dovrebbero essere condannati a morte ma sono detenuti in incommunicado: il 16 agosto le autorità afgane hanno vietato ad una delegazione diplomatica occidentale di visitare i prigionieri. Il divieto durerà fino alla conclusione delle indagini.

 

Filippine. Estrada scamperà l’iniezione letale. L’ex attore ed ex Presidente delle Filippine Joseph Estrada, che tanto si era dato da fare per rimettere in moto il sistema della pena di morte nel suo paese, è sotto processo ma non rischia l’esecuzione. Verrà salvato con la grazia dall’attuale presidente Arroyo se sarà condannato a morte per i crimini commessi durante i 30 mesi in cui è riuscito a rimanere in carica prima di essere cacciato per corruzione. La signora Arroyo, cattolica osservante, il 15 agosto ha dichiarato che non perdonerà Estrada ma che lo tratterà come tutti gli altri condannati a morte per i quali essa si impegna a sospendere l’esecuzione e a commutare la pena. Estrada, favorevole ad un uso della pena di morte simile a quello dell’alleato americano, era riuscito, con un forte personale impegno, a far eseguire la prima condanna a morte dopo una moratoria di 23 anni: tale Leo Echegaray – accusato dalla figliastra di averla violentata a 10 anni d’età - era stato ucciso con un’iniezione letale il 5 febbraio 1999 pur proclamandosi innocente (v. nn. 64 e 65). Erano seguite altre sei esecuzioni, poi la crescente opposizione della Chiesa cattolica aveva bloccato un possibile bagno di sangue necessario per svuotare il braccio della morte che si era rapidamente riempito di oltre 1200 condannati.

 

Iran. Quindici lunghissimi secondi è durata l’impiccagione di Hamid ShojaYoussefi, un ragazzo di 19 anni accusato di aver compiuto un omicidio durante un alterco. Poi, per intervento dei familiari della viittima, Hamid è stato deposto dalla forca e ricoverato in ospedale: si salverà. Per la legge islamica i parenti della vittima possono concedere la grazia ad un condannato a morte anche all’ultimo momento. In questo caso l’esecuzione era già cominciata.

 

Usa. Troppi due milioni di carcerati. Negli Stati Uniti la risposta violenta ed esclusivamente repressiva al crimine non si realizza soltanto nelle esecuzioni capitali ma anche nell’incarcerazione di un enorme numero di cittadini. Se la pena di morte non serve per limitare i delitti, aver rinchiuso in galera due milioni di Americani (senza contare i minorenni e gli immigrati clandestini detenuti) ha contribuito a far diminuire la criminalità negli ultimi anni. Il Washington Post in un editoriale del 20 agosto si domanda però quale sarà il prezzo (non solo economico) che la società americana dovrà pagare nel lungo periodo per questa situazione. Negli anni sessanta sarebbe stato inconcepibile per gli Americani diventare, al mondo, la nazione con più carcerati. Vi erano in quell’anno 330 mila detenuti (un tasso non molto superiore a quello attuale dell’Italia): in vent’anni si è passati a 474 mila detenuti. Dal 1980 al 2000 il numero dei detenuti si è più che quadruplicato raggiungendo i due milioni. Negli ultimi dieci anni sono stati spesi 25 miliardi di dollari per costruire prigioni, il costo di gestione del sistema carcerario si aggira intorno ai 30 miliardi di dollari l’anno. Quasi il 10 % dei neri tra i 20 e i 30 anni di età si trova in prigione, come il 3% degli ispanici e l’ 1% dei bianchi della stessa fascia d’età. Queste percentuali vanno al di là di ciò che si potrebbe prevedere in base al diverso tasso di criminalità tra i gruppi razziali. Per esempio per aggressioni, furti con violazione di domicilio o spaccio di droga, vengono arrestati più bianchi che neri, ma in prigione per questi reati ci sono più neri che bianchi. Il sistema carcerario, crescendo a dismisura, ha accantonato gli intenti rieducativi per puntare diritto allo scopo di togliere gente pericolosa dal contesto sociale. Tuttavia la maggior parte di questa gente dovrà un giorno rientrare nella vita civile e la mancanza di una preparazione al rientro la porterà di nuovo verso la scelta del crimine. In molti casi le durissime condizioni di detenzione ributteranno nelle strade persone inasprite ed inclini alla violenza.

 

Usa. Razzismo. La Commissione delle Nazioni Unite per l’Eliminazione del razzismo ha invitato gli Stati Uniti ad una moratoria della pena di morte ed a intervenire contro la brutalità razzista della polizia. Due settimane dopo aver ricevuto il rapporto USA che rende conto delle iniziative antirazziste attivate in America, il 13 agosto la Commissione ha denunciato “una inquietante correlazione tra la razza, sia della vittima che dell’aggressore, nell’imposizione della pena di morte”. Circa il 54% delle persone che si trovano nel braccio della morte appartengono a minoranze razziali, mentre le minoranze assommano a non più del 20% della popolazione degli Stati Uniti.

 

Illinois. Coerenza del Governatore. Come è noto, il Governatore George Ryan, ha imposto in Illinois una moratoria di fatto di tutte le esecuzioni capitali dall’inizio del 2000, convinto che il sistema penale esistente comporta un’apprezzabile probabilità di condannare a morte degli innocenti. Dopo aver preso la sua coraggiosa decisione ha dovuto rintuzzare molteplici attacchi sul piano politico e giuridico. A fine agosto Ryan ha compiuto un altro atto impopolare ma coerente con la sua condotta altamente garantista nei casi capitali: ha posto il veto ad una legge, approvata a larga maggioranza dal Parlamento, che avrebbe esteso la pena di morte all’omicidio ‘correlato a bande criminali’. Ryan ha apposto il suo veto per non rendere ancora più larga e arbitraria l’applicazione della pena di morte in una circostanza aggravante dell’omicidio non ben definita e definibile. Ci domandiamo se George Ryan avrà in futuro la volontà e la forza di attaccare frontalmente la pena capitale in sé e per sé, magari dopo essersi convinto dell’impossibilità di amministrarla senza sostanziali ingiustizie.

 

Florida. Chiesto risarcimento per il massacro di Frank Valdes. La famiglia di Frank Valdes, il condannato a morte che fu oggetto di un pestaggio mortale da parte delle guardie del braccio della morte della Florida il 17 luglio 1999, ha presentato il 16 agosto scorso un “civil suit” per richiedere alle guardie e alle autorità carcerarie competenti un indennizzo in denaro. Intanto è stato reso noto che processo penale contro otto guardie implicate nel caso comincerà a giorni.

 

Oklahoma. L’ospedale si rifiuta di fornire i farmaci per l’iniezione letale. Il Daily Oklahoman, tra i quotidiani a diffusione statale, è il più arretrato per quanto riguarda l’atteggiamento verso la pena di morte e fornisce una preziosa spalla alla famigerata Amministrazione Keating desiderosa di uguagliare i record della Virginia e del Texas per quanto riguarda il ritmo delle esecuzioni capitali (nel 2001 se ne contano già 15). Questo giornale in un editoriale dell’8 luglio commenta sarcasticamente la decisione del McAlester Regional Health Center di non fornire più all’Amministrazione penitenziaria le sostanze usate per le esecuzioni capitali. Sembra che la presa di distanza dell’ospedale dalla pena di morte consegua da una richiesta dell’organizzazione umanitaria Human Rights Watch e contro di essa si dirigono principalmente gli strali del quotidiano: “Dato che la decisione (…) non fermerà le esecuzioni nel penitenziario di McAlester, la pressione di Human Rights Watch si è rivelata solo una mediocre bravata tesa a colpire il continuo supporto dell’Oklahoma all’esecuzione degli assassini e un espediente pubblicitario da usare nella raccolta fondi (…) Supponiamo che gli sforzi del gruppo riescano ad impedire la fornitura dei farmaci da parte di qualsiasi venditore, che cosa dovrebbe fare lo stato? Dovrebbe ritornare ad usare la sedia elettrica, tuttora installata a McAlester? O magari Human Rights Watch cercherebbe di far togliere la corrente alla prigione? Il passaggio all’iniezione letale nel 1990 è stato un provvedimento appropriato; dopo tutto il punto è l’esecuzione in sé, non il metodo con cui viene portata a termine. Più rapidamente viene completata, con meno dolore, meglio è. Lo scopo è quello di fare giustizia rendendo il killer privo di vita, non di farlo soffrire. Gli oppositori della pena di morte dopo aver avuto successo nel mettere da parte le sedie elettriche e i nodi scorsoi, ora lamentano che anche l’iniezione letale produce sofferenza. Questa è un’altra cretinata, un retorico ‘colpisci e fuggi’ da parte di coloro che elevano gli assassini al livello degli eroi, che ignorano il volere del popolo e svalutano le sofferenze delle vittime.”

 

Texas. Nuovo tentativo di riformare il Board of Pardons and Paroles. Il senatore Rodney Ellis, il più attivo e capace legislatore del Texas, nella passata sessione legislativa conclusasi il 28 maggio, ha dato la paternità a numerose leggi tendenti a migliorare il sistema penale del suo stato, subendo qualche smacco bruciante da parte del Governatore Perry. Rodney Ellis sembra ora deciso a riaffrontare il complesso e perverso meccanismo della concessione delle grazie in Texas. Egli ha infatti incluso il Texas Board of Pardons and Paroles, l’organo che dovrebbe concedere le grazie ai condannati a morte, tra i problemi da studiare in vista della prossima legislatura. Il rifiuto sistematico di concedere le grazie da parte del Board (che non sente neanche il bisogno di riunirsi per discutere le petizioni dei condannati) così come il limitato potere del Governatore nel concedere clemenza, sono stati oggetto di discussione e di critica a livello statale, federale e in tutto il mondo. Nel 1998 il Giudice federale Sam Sparks – che intervenne in un caso capitale e alla fine fu indotto a ritirarsi in buon ordine – definì il processo di clemenza del Texas “estremamente povero”. Il Senatore Ellis, che nelle passate legislature aveva già tentato di costringere per legge il Board a tenere pubbliche udienze, ha detto che occorre togliere a tale commissione il potere di decidere chi proporre per la grazia e restituirlo al Governatore. In effetti il sospetto che le grazie potessero essere ‘vendute’ dal Governatore, che si aveva negli anni ’20 e ’30, dovrebbe essere ormai superato. Negli anni scorsi Ellis è stato accusato dai gruppi più conservatori di essere ‘a favore dei criminali’. Ora Marc Levin dell’associazione “Giovani conservatori del Texas” si oppone alle intenzioni di Ellis osservando: “Qualora si presentino nuove prove, il Board può concedere clemenza. Ma non deve esserci un secondo processo che metta in discussione le cose già assodate (…) Questo è un tentativo di tenere in vita questioni già decadute nella passata legislatura, questioni che coccolano i criminali e indeboliscono il sistema della giustizia penale”.

 

Texas. Mister Terrell nega il suo nome al braccio della morte…e Mister Polunsky si dice onorato che si sia scelto il suo. Può sembrare strano ma i nomi delle più tetre ‘unità’ carcerarie sono quelli di personaggi viventi, di notabili dell’Amministrazione delle carceri. Al Signor Charles Terrell andava benissimo che il nuovo complesso carcerario di massima segregazione costruito presso Livingston nel 1993 avesse il suo nome, che il suo nome campeggiasse in enormi scritte visibili da lontano. Poi quando nel 1999 il braccio della morte è stato trasferito dalla Ellis Unit alla Terrell Unit questo signore ha cominciato a sentirsi a disagio… alla fine ha disconosciuto la sua paternità (non perché fosse diventato proprio un oppositore della pena capitale, ha precisato). La fortuna è allora toccata ad un altro notabile dell’amministrazione carceraria, l’avvocato Allan B. Polunsky. Questi ha ringraziato la Commissione del Dipartimento di Giustizia criminale ‘dello splendido onore’ tributatogli e non ha mancato di esprimere pubblicamente la sua soddisfazione. In definitiva, dal 27 luglio in poi per scrivere ad un detenuto del braccio della morte del Texas bisogna indirizzare così: (nome) (cognome) (numero) – Allan Polunsky Unit – 12002 FM 350 South – Livingston, TX 77351 (USA)

 

 

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