FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 260  -  Giugno 2019

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Susan, Dale, Grazia e Francesco

SOMMARIO:

 

1) Conferenze e incontri importanti di Dale e Susan in Italia

2) Pena di morte, dolore che si aggiunge ad altro dolore

3) Da Wall Street al braccio della morte, Dale Recinella a Rebibbia

4) Li accompagno a morire, parlandogli di Gesù

5) Messo a morte in Georgia per l'omicidio compiuto da un complice

6) In Illinois, stato abolizionista, si programma un processo capitale

7) Annullata la condanna a morte di un nero processato 6 volte

8) L'Italia e Amnesty schierati in favore di Ahmadreza Djalali

9) Nel 1860 l'ultima esecuzione in pubblico a New York

10) Ottanta anni fa l'ultima esecuzione pubblica in Francia

11) Notiziario: Arabia Saudita, Bielorussia, Iran, Vietnam

1) CONFERENZE E INCONTRI IMPORTANTI DI DALE E SUSAN RECINELLA IN ITALIA

 

Relazione di Maria Grazia Guaschino

 

Il nostro amico americano Dale Recinella, cappellano cattolico laico dei condannati a morte in Florida, ha affrontato un lungo e faticoso viaggio in Italia con la moglie Susan, psicologa, che assiste i familiari dei condannati e i familiari delle vittime dei crimini. Dale e Susan hanno voluto fare questo dono al Comitato per dare il loro prezioso contributo alla causa abolizionista. Si sono pagati il viaggio dall’America e qualche pernottamento e il Comitato li ha ospitati e accompagnati in un tour, organizzato nei dettagli, in giro per l’Italia. L’occasione è stata anche utilizzata per far conoscere il nuovo libro di Dale “Quando visitiamo Gesù in prigione”, pubblicato in italiano nel marzo scorso dalla EDI (1).

Non posso riportare un diario dettagliato di tutte le giornate trascorse insieme perché riempirei chissà quante pagine, ma cercherò di narrare i fatti principali.

Dale e Susan sono arrivati a Milano Malpensa il 26 maggio scorso. Con grande gioia mio marito Guido ed io siamo andati ad accoglierli.

Le attività di Dale e Susan sono iniziate già dal giorno successivo: un incontro con Monsignor Guido Fiandino, Vescovo Ausiliare Emerito di Torino, che ha scritto la prefazione del nuovo libro di Dale, e con l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia, entrambi molto impegnati nella battaglia per la tutela dei diritti umani e per la difesa dei più deboli. La sera dello stesso giorno si è tenuta una conferenza nella parrocchia di don Giacomo Garbero a Piossasco, dove Dale e Susan hanno potuto incontrare vecchi amici e fare nuove conoscenze.

Martedì 28 maggio al mattino i nostri amici sono stati intervistati da una giornalista de “La Voce e il Tempo”, il giornale della diocesi di Torino. L’intervista è stata poi pubblicata il 16 giugno scorso. La sera del 28 maggio Dale e Susan hanno parlato nel teatro del Museo delle “Nuove”, l’ex carcere di Torino, che durante la seconda guerra mondiale fu triste luogo di detenzione di partigiani ed Ebrei. Dale e Susan si sono commossi profondamente visitando le celle sotterranee dove questi prigionieri attendevano la morte.

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Al Sermig

Mercoledì 29 maggio siamo andati al mattino a parlare ai detenuti della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, per una conferenza organizzata dagli educatori dei detenuti, grazie alla gentilezza e alla collaborativa disponibilità del Direttore del carcere, Dott. Minervini, sempre attento alla possibilità di recupero dei suoi ospiti. Grande coinvolgimento emotivo e profonda gratitudine dei detenuti e del personale. La sera dello stesso giorno Dale e Susan hanno parlato al Sermig, presentati e accolti con grande amicizia da Ernesto Olivero, che è anche il Presidente Onorario del nostro Comitato.

Giovedì 30 maggio, di sera, conferenza per i membri dell’Ordine di Malta, rappresentati in questa occasione soprattutto dai giovani dell’Ordine, entusiasti dell’evento, che al termine hanno posto molte domande, in particolare a Susan. Un bell’articolo, scritto con grande capacità sintetica e

coinvolgimento emotivo da una delle giovani presenti alla conferenza, è apparso poi sul numero di giugno de “Il Melitense”, la rivista della Delegazione Piemonte e Valle d’Aosta dell’Ordine.

Venerdì 31 maggio al mattino conferenza agli studenti liceali dell’Istituto Sociale e del liceo Berti, che si sono radunati nell’ampio teatro della scuola dei Gesuiti. Oltre 200 studenti, molto interessati, hanno ascoltato la testimonianza di Dale e Susan e al termine alcuni di loro hanno stretto d’assedio i nostri due amici con molte domande.

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Conferenza agli studenti liceali (Istituto Sociale e Berti) di Torino

In serata conferenza all’Arciconfraternita della Misericordia, in presenza di alcuni volontari che operano con i detenuti minorenni del riformatorio Ferrante Aporti di Torino.

Sabato primo giugno conferenza per decine di persone che stanno preparandosi a svolgere volontariato e catechesi nelle carceri, guidati e sostenuti da Mons. Guido Fiandino, ora parroco della chiesa Beata Vergine delle Grazie. Tutti molto interessati alla testimonianza di Dale e Susan.

Lunedì 3 giugno lasciamo Torino e ci rechiamo a Brescia, dove veniamo accolti da Danila Biglino, simpatica e intraprendente attivista per i diritti umani, che ha creato un’organizzazione di volontari che operano nel carcere di Canton Mombello, dove nel primo pomeriggio Dale e Susan tengono una conferenza a un centinaio di detenuti. Presenziano anche giornalisti di due importanti testate di Brescia, che nei giorni successivi pubblicano interessanti articoli.

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Articoli apparsi sui quotidiani di Brescia

Martedì ci trasferiamo a Pratovecchio, nel convento Santa Maria della Neve delle Suore Domenicane. Qui suor Grazia, la sua priora e le consorelle ci accolgono con entusiasmo.

Sono un gruppo di suore attivissime: suor Grazia corrisponde con diversi detenuti in Italia e tutte le consorelle si prodigano per dare a noi un’ospitalità davvero eccezionale, entusiaste di avere la possibilità di ascoltare una testimonianza di vita evangelica da parte di una coppia di laici.

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Guido, Dale, Susan e suor Grazia al convento delle suore Domenicane

Le suore hanno esteso inviti, per la conferenza nel loro convento, a mezzo mondo, e la sera del 5 giugno la loro sala conferenze è gremita: occorre aggiungere sedie per le persone arrivate anche da molto lontano ad ascoltare Dale e Susan.

Giovedì mattina partiamo per Assisi, città nella quale Dale e Susan desideravano tornare durante questo viaggio. La visita ad Assisi per loro rappresenta una sorta di pellegrinaggio spirituale nelle località dove il loro cammino di fede li ha portati nel corso degli anni.

Dopo due giorni trascorsi sostando e pregando nei luoghi di San Francesco e Santa Chiara, sabato 8 giugno raggiungiamo Roma. La notizia dell’arrivo di questa coppia straordinaria si è diffusa rapidamente e nel pomeriggio viene in albergo il responsabile dei media della Pontificia Accademia per la Vita, che intervista Dale e Susan videoregistrando il dialogo (il dialogo può essere visto all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=5cMzqAl8DOI ). La mattina di domenica 9 giugno Dale e Susan parlano nel carcere di Rebibbia, accolti con entusiasmo dalla direttrice, Nadia Cersosimo, una donna straordinaria e piena di energia, che tratta i detenuti come fossero suoi figli, cercando per loro un cammino di recupero e redenzione. Sono presenti anche dei giornalisti di Vatican News, che pubblicheranno articoli sull’evento e un’ulteriore intervista.

Al termine della visita ci viene confermato che, grazie a un nostro sogno nel cassetto (per il quale ci eravamo attivati già prima dell’arrivo di Dale e Susan) e all’intervento di alcuni suoi diretti amici (tra i quali la direttrice del carcere di Rebibbia), martedì 11 è previsto che Dale e Susan incontrino Papa Francesco. La gioia è immensa, perché Dale aveva già più volte tentato di fare avere al papa documentazione relativa alla situazione della pena di morte in America e in particolare in Florida. La direttrice del carcere ci affida una borsa piena di ciliegie, raccolte dai detenuti nel frutteto della prigione, da donare al Papa. Lunedì 10 giugno nel primo pomeriggio Dale viene intervistato dalla bravissima presentatrice Monica Mondo, curatrice della trasmissione “Soul” di TV 2000, che ospita in ogni puntata personaggi cattolici importati per le loro attività umanitarie. L’intervista è stata poi trasmessa il 16 giugno alle ore 20:30' (è possibile vederla su YouTube di TV2000 al link https://www.youtube.com/watch?v=lVdUaHm3I4s) . La mattina dell’11 giugno alle 6,30 ci troviamo davanti al cancello del Vaticano e, superati i vari controlli, veniamo fatti entrare nella piccola cappella della Residenza Santa Marta, dove il Papa abita. Assistiamo, insieme a una quarantina di altre persone, alla Messa celebrata da lui. Al termine Papa Francesco riceve brevemente ciascuno dei

presenti. Noi gli offriamo le ciliegie dei detenuti, poi io gli presento Dale e Susan spiegando concisamente la loro attività, e Dale dà al Papa un fascicolo con il dettaglio della situazione della pena di morte in America e la lista dei condannati a morte cattolici della Florida. Chiede al Santo Padre di pregare per tutti i condannati e se possibile di andare un giorno a trovarli. Il Papa ci benedice e ringrazia Dale e Susan per tutto ciò che fanno. Dopo questo colloquio non restano che poche ore prima del viaggio di ritorno in Florida dei nostri due amici. Le trascorriamo preparando i bagagli e cercando, insieme, di ripassare tutto ciò che in questi giorni abbiamo fatto. Mercoledì 12 giugno, all’alba, Guido e io abbracciamo, tra le lacrime, Dale e Susan all’aeroporto di Fiumicino e torniamo a casa a Torino, risalendo lentamente lo stivale…

Abbiamo percorso in auto circa 2000 chilometri, Dale e Susan hanno parlato a un migliaio di persone, giovani e adulti, hanno visitato i detenuti di tre carceri, hanno rilasciato numerose interviste e hanno fatto arrivare al Papa volti e nomi di condannati a morte. Sono inoltre stati venduti almeno 120 libri (1). Crediamo davvero che tutti questi semi potranno germogliare e portare frutto.

La mia gratitudine, infinita, va a questa coppia straordinaria, che ci è di esempio con la vita dedicata al servizio degli ultimi, e che affronta lunghi e faticosi viaggi nonostante le condizioni di salute davvero non ottimali, in particolare di Dale. Sono inoltre riconoscente con tutto il cuore a mio marito Guido, instancabile e volenteroso, che ha organizzato tutta la parte logistica del tour, ha guidato per ore su e giù per l’Italia, si è fatto carico, durante ogni conferenza, della raccolta di indirizzi email e della vendita dei libri, illustrando e rispondendo a varie domande. Guido mi ha inoltre sempre incoraggiata e sostenuta durante i preparativi e le varie fasi di questa avventura. Un grosso grazie al Direttivo del Comitato, che ha approvato il tour e ha contribuito in modo sostanzioso al finanziamento del medesimo; grazie a tutti i responsabili delle varie organizzazioni che ci hanno generosamente ospitato e hanno accolto le conferenze nelle loro sedi o che si sono attivati per organizzare le visite ai detenuti. Grazie a tutti gli amici, ai soci e ai simpatizzanti del Comitato, che si sono presentati alle varie conferenze, e a tutti coloro che hanno acquistato il libro di Dale (molti dei quali ci hanno già detto che lo hanno trovato decisamente bello e coinvolgente). Un grazie profondo e sincero, infine, a tutti coloro che ci hanno accompagnati col pensiero e col cuore, pregando e “tifando” per il buon esito di questo evento!

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Dale consegna al Papa il fascicolo sulla pena di morte negli Stati Uniti, con il dettaglio dei condannati cattolici

Riteniamo significativo riportare qui di seguito alcuni degli articoli che sono stati pubblicati durante il tour di Dale e Susan. Cominciamo col riportare integralmente il testo dell’intervista a Dale Recinella pubblicata su “La Voce e il Tempo”, il giornale della Diocesi di Torino.

2) PENA DI MORTE, DOLORE CHE SI AGGIUNGE AD ALTRO DOLORE

Quando si arriva nella camera da cui si può assistere all’esecuzione mi siedo nel posto dal quale sono sicuro che io possa essere visto dal condannato. Perché almeno l’ultima persona che può guardare prima di morire sia qualcuno che gli ha voluto bene…

 

Così Dale Recinella, cappellano laico nelle carceri della Florida, racconta uno spaccato del suo lavoro accanto ai detenuti. Le parole sono chiare, sicure, ma tradiscono quell’emozione che ancor più ne spiega il ruolo e lo spirito con cui agisce: l’affetto, il legame profondo di vicinanza e accompagnamento che stabilisce con chi viene giudicato colpevole di reati gravi da punire con lunghissime detenzioni o con la morte. Quell’ultimo sguardo riassume tutto il senso del suo lavoro. Lo incontriamo a Torino, grazie al Comitato Paul Rougeau, in occasione dell’uscita dell’edizione italiana del libro «Quando visitiamo Gesù in prigione» che ha la prefazione di mons. Guido Fiandino vescovo ausiliare emerito di Torino. Dale, lei ha 67 anni e da 25 anni è cappellano laico in carcere, ma cosa faceva prima?

 

Ero un avvocato con una esperienza professionale molto attiva, gratificante sotto tutti i punti di vista, quando in seguito a un improvviso problema di salute ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Ho riunito la mia famiglia: mia moglie Susan e i miei 5 figli e con loro ho proposto il cambiamento: e questo è stato il primo miracolo. Tutti sono stati d’accordo. Così ho iniziato a occuparmi degli ultimi: i senza tetto, i malati di Aids i malati di mente…

 

Mi sta elencando tante categorie di persone in difficoltà ma non i carcerati, perché? Come è arrivato a loro?

 

Provengo da una famiglia con una impostazione morale molto rigida: per me in carcere ci stava chi aveva sbagliato, ma soprattutto persone che avendo violato la giustizia non meritavano aiuto o attenzione. Finché un giorno il cappellano di un carcere mi chiese aiuto per un detenuto malato di Aids, sapendo che io mi occupavo di persone sieropositive. Ecco, io non avevo nessuna voglia di andare in carcere, di incontrare i «cattivi», ma alla fine ci andai e per me fu uno shock, così come sentirmi dire dai miei figli che se non fossi andato a visitare quella persona in prigione non avrei visitato Gesù.

 

Così è iniziato il suo percorso, la sua formazione specifica e la sua attività accanto a persone che sono in attesa dell’esecuzione o che sono in prigione da decenni e vi resteranno forse fin quasi alla fine della loro vita, che «cattivi» ha incontrato?

 

Ho incontrato persone che hanno compiuto crimini terribili, persone che si sono sempre dichiarate innocenti, ma anzitutto devo dire che ho incontrato persone che non avevano avuto i privilegi che avevo avuto io: molti non avevano avuto una famiglia, affetti, possibilità di studiare, esempi positivi. Così ho capito anzitutto che dovevo condividere questi doni con persone che non li avevano mai avuti. Anche io avrei potuto essere al loro posto. All’inizio incontravo persone che venivano a conoscermi perché sapevano che ero avvocato e pensavano che in qualche modo avrei potuto aiutarli nel loro caso, altri ancora perché riconoscevano di aver bisogno di qualcosa, ma non sapevano cosa. Quel qualcosa era dare un senso alla propria vita, ad una vita destinata all’isolamento o ad essere soppressa per decisone della legge.

 

Ma come è possibile dare un senso ad una vita che umanamente non ha prospettive e sulla quale pesano gravi colpe?

 

Per queste persone non c’è alternativa o sperano o si disperano. E per molti sperare è stato incontrare il Vangelo, conoscere la Bibbia, scoprire la promessa del Paradiso che Gesù rivela al buon ladrone anche lui ucciso dalla legge… Io sono diventato padrino di tanti che hanno chiesto il Battesimo, ricevuto la Cresima, scoperto la fede e ricordo con commozione un detenuto che uscito dopo tantissimi anni, rientrato nel suo paese mi ha chiamato perché il primo posto dove è tornato a esprime la felicità per la sua libertà era la chiesa… Tommy Zeigler invece è nel braccio della morte da 43 anni e si proclama innocente e lo stato si rifiuta di riesaminare il caso anche alla luce di nuove prove, eppure in questa situazione drammatica dice che ha scelto ‘di appartenere alla Chiesa che vuole appartenere a me’. E un altro mi ha detto ‘in questa scatola di due metri per tre non c’è niente di bello, solo la fede’. Sono ai margini del mondo, dimenticati dal mondo ma scoprono di non essere dimenticati da Dio e questo li salva…

 

In Florida, dove la pena di morte si pratica con iniezione di veleno, i familiari non possono assistere all’esecuzione, soltanto lei…

 

Ho assistito a 18 esecuzioni e accompagnato 36 persone nel percorso finale che è terribile perché nel momento in cui viene stabilita la data della morte il detenuto viene trasferito dalla cella alla ‘casa della morte’ dove viene tenuto sotto osservazione 24 ore su 24 perché non si suicidi. Perché è lo stato che deve togliere la vita come punizione per il crimine, per ‘fare giustizia’. In queste settimane la persona ha diritto a ricevere più visite e anche io posso andare e posso testimoniare di tante guardie che sono passate a dire che si erano rifiutate di far parte della squadra dell’esecuzione. Ho sentito dire da un sergente ad un uomo che stava per essere giustiziato ‘ho scoperto che tu sei un uomo migliore di me’. In questa casa della morte ci sono detenuti che mi hanno detto ‘tu sei l’amico che io non ho mai avuto, il fratello che non ho mai avuto, il padre che non ho mai avuto’ sono frasi che non ti possono lasciare indifferente…

 

Padre, fratello… e poi?

 

Poi li guardi mentre muoiono e tu solo puoi, perché i familiari non sono ammessi mentre vengono uccisi, ed è straziante, perché sono persone che impari ad amare, cui vuoi bene e ti rendi conto dell’assurdità di una legge che li priva della vita. Ho assistito alla morte di tanti malati, agli ultimi mesi di vita di tanti terminali, ma è un’altra cosa… è il corpo che si arrende alla malattia, che soffre, che si prepara a qualcosa che non è deciso da una legge. L’esecuzione di queste persone è qualcosa di incomprensibile, inaccettabile, che non porta a nulla se non al dolore. Ed è devastante vedere come in alcuni le ultime parole sono quelle di Cristo sulla croce “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” e per questo vengono anche derisi… eppure sono sinceri, hanno capito loro quello che lo stato non comprende…

 

Solo lei, e qualche volta gli avvocati, può assistere all’esecuzione oltre alle vittime del giustiziato, coloro che la pena di morte dovrebbe appagare, alle quali si dovrebbe rendere giustizia, e i familiari?

 

Ecco, qui dovrebbe parlare mia moglie Susan. Col tempo ci siamo resi conto che i familiari avevano bisogno di aiuto in questi momenti e invece venivano lasciati soli. Nessuno si occupava di loro…

Così abbiamo pensato che mentre io ero con il detenuto, Susan poteva mettersi a disposizione di genitori, figli, mariti o mogli in un momento così doloroso. In alcuni casi durante l’esecuzione la famiglia insieme a Susan si è riunita in preghiera, in altri si è trovata consolazione celebrando il ricordo della persona con canti e condivisioni e Susan si è sentita poi dire: «grazie perché così abbiamo potuto in un certo modo fare un funerale che non si sarebbe mai potuto organizzare a casa dove nessuno sapeva...», in altri ancora si è improvvisato un concerto per accompagnare con il sostegno della musica quegli attimi…

 

Attimi terribili, di sofferenze, perché non sempre l’esecuzione avviene come dovrebbe, non sempre il veleno ha effetto subito… attimi che segnano per sempre chi vi assiste.

 

Una cosa che deve far riflettere è che oggi ci sono i direttori delle carceri che iniziano a fare obiezioni sulla pena di morte, ma non perché abbiano a cuore i condannati, ma perché si rendono conto che il personale che lavora alle esecuzioni ha delle conseguenze terribili: sono persone che devono poi essere seguite da appositi ‘servizi’. La pena di morte non uccide solo il condannato e nulla restituisce a chi ottiene giustizia, anzi tanti familiari che avevano invocato la pena di morte per avere giustizia, poi ne restano traumatizzati e anziché giustizia sperimentano altro dolore. Tutti vengono distrutti e danneggiati dalla pena di morte.

 

Federica Bello

 

 

I seguenti due articoli sono apparsi nel sito di Vatican News:

3) DA WALL STREET AL BRACCIO DELLA MORTE, DALE RECINELLA A REBIBBIA

 

Il cappellano laico che ha accompagnato alla morte oltre 18 condannati in un penitenziario della Florida, negli Stati Uniti, ora gira il mondo per raccontare la sua storia che è diventata anche un libro. La sua testimonianza nel carcere di Rebibbia, in un giorno molto particolare.

 

È una mattina già torrida quando i pesanti portoni del carcere di Rebibbia si aprono per accoglierci con il loro consueto clangore. Abbiamo l’onore di accompagnare Dale Recinella, il cappellano laico noto in tutti gli Stati Uniti per la sua singolare parabola di vita: dai vertici della finanza, dopo una malattia grave e l’incontro con Gesù ha cambiato vita, e da 20 anni la sua la spende tra quelli a cui lo Stato la sta per togliere, i condannati nel braccio della morte. Assieme alla moglie, infatti, accompagna verso l’iniezione letale i detenuti nel penitenziario della Florida - dove c’è il braccio della morte più grande degli Usa, circa 350 persone in attesa di esecuzione - e le loro famiglie; inoltre gira il Paese e il mondo per raccontare la sua esperienza e sensibilizzare la gente contro la pena capitale. In questi giorni è arrivato anche qui, per incontrare Papa Francesco… e i detenuti di Rebibbia.

 

“Il contatto detenuti-famiglie, un diritto della vita”

 

Arriva a Rebibbia in una mattina particolare: quella in cui si sta festeggiando la festa della mamma: “Abbiamo voluto prolungare il mese mariano, perciò la nostra festa la facciamo oggi”, gli spiega l’instancabile direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia, Nadia Cersosimo. In effetti nel giardino un po’ fatiscente che ci ospita, tra gli alberi scorrazzano decine di bambini con il volto dipinto dai colori a dito e le mani che impugnano palloncini a forma di fiore, sotto l’occhio vigile non delle guardie carcerarie, per una volta, ma delle loro mamme. “Anche noi lavoriamo tanto con i familiari perché il contatto del detenuto con i suoi cari fa parte dei diritti della vita”, esordisce il cappellano al microfono, e improvvisamente gli si fa intorno un cerchio di una cinquantina di persone, tra detenuti e parenti, curiosi di ascoltare la sua storia.

 

Con loro anche durante l’esecuzione

 

“Assisto detenuti come voi da 30 anni, ma ora mi occupo soprattutto di quelli più sfortunati, i condannati a morte – dice – li accompagno fino alla fine, anche se nella stanza dell’esecuzione non mi è permesso entrare. Allora mi sposto dietro al vetro, dove stanno i familiari della vittima e avevo detto al condannato, prima, di fissarmi negli occhi, almeno l’ultima immagine che vedrà sarà di qualcuno che gli vuole bene”. A questo punto gli occhi degli ospiti di Rebibbia sono già lucidi; le loro mani non riescono a non stringere quelle delle loro mogli, delle loro mamme e delle loro sorelle, non riescono a lasciare i bambini che tengono in braccio. “Il periodo più duro è quando viene comunicata la data dell’esecuzione – aggiunge Recinella – perché tutti si rendono conto che il tempo che rimane da vivere insieme è poco. Cinque o sei settimane prima, poi, il detenuto viene trasferito in quella che chiamano ‘casa della morte’ e lì resta con me e con i parenti fino alla fine, poi i familiari sono costretti a uscire dal carcere e di solito vanno in chiesa a pregare”.

 

La detenzione: riabilitazione, non vendetta

 

“Noi lavoriamo anche con chi uscirà”, prosegue Dale, e racconta la storia di Kenny, un ragazzo di 19 anni arrestato per una rapina a un benzinaio finita nel sangue. Con molto lavoro sono riusciti a evitargli la condanna a morte, commutata all’ultimo dalla giuria in ergastolo. Pur se in carcere, nel frattempo Kenny ha capito i suoi errori, si è sposato e ora aiuta Dale e la moglie, che lo hanno accolto come un figlio nella loro vita, nell’assistenza agli altri detenuti. A questo punto uno degli ospiti di Rebibbia gli fa una domanda: cosa ne pensa dell’ergastolo ostativo, e lui risponde che purtroppo negli Usa, con 26 Stati in cui è ancora in vigore la pena di morte, è una questione secondaria. Sulla questione, poi, la pensa come Papa Francesco: che dovrebbe essere abolito perché è una pena che toglie la speranza, mentre la detenzione dovrebbe essere sinonimo di riabilitazione, non di vendetta.

 

Ai detenuti: siate gentili gli uni verso gli altri

 

Al termine dell’incontro partecipiamo tutti insieme alla benedizione della mamma che è in programma prima di pranzo: il sole ormai è cocente, ma tutti si raccolgono in preghiera prima dei festeggiamenti a tavola. Al congedo ci pensa l’energia della direttrice, che riprendendo le parole di Recinella esorta i detenuti a essere gentili e disponibili gli uni verso gli altri, ad avere attenzioni verso il prossimo, perché è questo che Gesù vuole. Lo dice con il tono fermo ma dolce che userebbe una mamma con i propri figli, e in effetti i detenuti sono un po’ tutti figli suoi.”

 

Roberta Barbi – Città del Vaticano

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N. B. Questo articolo si trova nel sito del Vaticano https://www.vaticannews.va , vedi: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-06/incontro-detenuti-rebibbia-cappellano-dale-recinella.html

 

 

Anche il seguente articolo è stato pubblicato nel sito Vatican News, tradotto in tutte le principali lingue, v. https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-06/dale-recinella-cappellano-braccio-morte-florida.html

4) LI ACCOMPAGNO A MORIRE, PARLANDOGLI DI GESÙ

 

A colloquio con Dale Recinella, assistente spirituale dei condannati a morte in Florida

 

Come può un prestigioso avvocato della finanza di Wall Street, laureato alla Notre Dame Law School, proprietario di un attico affacciato sulla baia di Miami, lasciarsi tutto alle spalle, decidere di diventare assistente spirituale dei condannati a morte nelle carceri della Florida, il secondo braccio della morte degli Stati Uniti, dopo la California? Abbiamo voluto vederci chiaro perché la vicenda personale che lo caratterizza, il suo impegno a tutto campo per l’abolizione della pena di morte, il suo ultimo sforzo editoriale, “Quando visitiamo Gesù in prigione” (Editrice Domenicana Italiana) e persino l’appellativo affibbiatogli dai “suoi” detenuti, Fratello, sono indizi che non possono essere confinati nelle tante storie di carcere che oggi si raccontano all’interno dei grandi reportage a tema. Merita molto di più e quindi organizziamo un incontro nella Casa di Reclusione di Rebibbia per una intervista e per fargli conoscere una realtà diversa. Certamente meno dura del suo braccio della morte, ma ugualmente difficile da affrontare.

 

Figlio di emigrati abruzzesi e il sogno americano

 

Nasconde bene le sue origini abruzzesi. Lui, figlio di immigrati originari di Castel di Sangro, ci consegna immediatamente un suo biglietto da visita con le sue generalità (non è certo consuetudine italiana) e con una breve descrizione della sua attività: cappellano “laico”. Ad accompagnarlo nel suo ministero, infatti, c’è l’onnipresente moglie Susan, che nel penitenziario statunitense assiste i familiari dei condannati. Dale scandisce ogni parola e ci dice subito che ha voluto dedicare il suo libro alle migliaia di uomini e donne “che Dio mi ha concesso di servire in carcere, e alle centinaia di volontari che mi ha permesso di affiancare durante il mio servizio”. Prima di questo, però, c’è ben altro perché Dale incarna perfettamente il sogno americano. Guadagnava moltissimo, la sua vita è frenetica, passa da un matrimonio all’altro, fino alla malattia che lo costringe a fermarsi e a riflettere sul suo passato. Chiede a Dio un’altra possibilità, la ottiene, e da qui la svolta.

 

La svolta ispirata dalla vicenda di Sacco e Vanzetti

 

Gli rivolgiamo la nostra prima domanda alla quale risponde con un pizzico di nostalgia. “Perché proprio i condannati a morte?”. Esita un attimo per mettere insieme i ricordi e spiega: “Quando ero piccolo i miei genitori rimasero colpiti dall’esecuzione di Sacco e Vanzetti. I due furono giustiziati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 nel penitenziario di Charlestown nel Massachusetts. Rimasero sconvolti da tanta atrocità. Pensai che avrei dovuto occuparmi di persone come loro”.

 

L'incontro con i condannati a morte

 

Sorride Fratello Dale mentre pensa ai cari, ma quando gli chiediamo sommessamente di raccontarci il suo servizio, il tono di voce si fa più cupo e comincia così la sua cronaca di un addio alla vita secondo il protocollo penitenziario della Florida: “Una volta firmato il mandato di esecuzione, il condannato viene trasferito dalla sua cella del braccio della morte alla cosiddetta casa della morte. La nuova cella è simile a quella che occupava in precedenza. L’unica differenza è che il suo alloggio ora si trova a pochissimi metri di distanza dalla stanza dell’esecuzione”. Per quanto ci riguarda, il suo racconto avrebbe potuto già concludersi ma Dale vuole spiegare dettagliatamente cosa succede in quel luogo infernale e non troviamo il coraggio per interromperlo. “Il condannato rimane qui per cinque o sei settimane” riprende, spiegando che: “Se chiede che sia io il suo assistente spirituale, mi permettono di stare con lui almeno dodici ore alla settimana. Se ci sono dei familiari che lo accompagnano in questa lunga agonia, hanno la possibilità di incontrare mia moglie Susan. Sarà lei a confortarli durante, e dopo, l’esecuzione”. La porta dell’ultima stanza è situata a poca distanza dal luogo dove il condannato morirà. “Per questo tutti coloro che passano per quella cella sono soliti dire che la porta della execution chamber si avvicina sempre di più”.

 

Il giorno dell'esecuzione

 

oi Fratello Dale si sofferma sui particolari: “Il giorno dell’esecuzione i familiari sono autorizzati ad abbracciarlo e a salutarlo per l’ultima volta. Alle 11 del mattino il condannato consuma il suo ultimo pasto, un’ora dopo viene il sacerdote per l’estrema unzione”. Gli domandiamo come trascorre il suo tempo durante questo macabro rituale: “Di solito rimango lì da quando il sacerdote va via fino alle 16, ora in cui mi consegna i suoi ultimi messaggi per i familiari ed è anche il momento di massima commozione”. Il racconto si interrompe perché gli occhi di Dale proiettano i ricordi più duri e le testimonianze più forti: “Uno di loro un mi disse: Lei è il papà che io non ho mai avuto, un altro: Lei è il fratello che non ho mai avuto, un altro ancora: Se io l’avessi conosciuta prima molto probabilmente non sarei finito qui”. Ma la cronaca continua senza sosta e il narratore scandisce gli orari: “Alle 16 arriva la squadra incaricata e prepara la vittima che, di lì a poco, verrà legata al lettino dove poi verrà uccisa con l’iniezione letale”.

 

L'iniezione letale, tecnica "efficace e compassionevole"

 

Insomma ci si prepara all’esecuzione, con la consueta agghiacciante efficienza: si ordina l’ultimo pasto, si organizzano le ultime visite, si sorteggia il nome di chi assisterà all’uccisione da dietro a un vetro. L'uccisione sarà compiuta con una tecnica “efficace e compassionevole”. ("Efficace" e "compassionevole" sono i due aggettivi impiegati da chi è a favore dell’iniezione letale come metodo di esecuzione). Ma dalla sua introduzione nel codice giudiziario degli Usa nel 1972, e dalla prima applicazione nel Texas nel 1982, non si sono mai dissipati dubbi e polemiche sulla verità di queste affermazioni. Dale riprende: “Anche io sarò nella stanza dei testimoni che assisteranno all’esecuzione. Al condannato dico sempre: Fissa con lo sguardo al di là del vetro una persona che ti vuole bene. Fissa me”. Gli domandiamo a quante esecuzioni ha assistito. “Una già sarebbe stata troppo per me, ma purtroppo ne ho viste 18. Anche se in realtà ho assistito 35 condannati a morte, una parte di loro ha scelto per il giorno dell’esecuzione il proprio parroco o il pastore protestante. Ma questi possono stare vicino alla vittima solo negli ultimi due giorni e quindi nelle settimane antecedenti hanno vissuto con me nella camera della morte”.

 

Non dimenticherò mai...

 

Poi passa a parlare delle storie che l’hanno scioccato: “Dal momento che trascorro molto tempo con loro prima della loro morte, porto tutti nel mio cuore. Mi affeziono, voglio bene a tutti. Ma ci sono due casi che hanno segnato profondamente il mio percorso vocazionale. Il primo riguarda un uomo e le sue tre figlie distrutte dal dover dire addio al padre. Mia moglie Susan ha cercato di confortarle, ma è stato davvero drammatico. Tra l’altro quest’uomo era probabilmente innocente” Sul secondo episodio, il racconto si interrompe più volte, tanto è cruento. “Era un portoricano, anche lui autoproclamatosi più volte innocente. In questo caso l’esecuzione andò male: si contorse e lottò in agonia per oltre mezz’ora prima di morire. Il veleno dell’iniezione finì nelle braccia a causa della rottura delle vene. Questo aveva provocato ustioni interne di oltre trenta centimetri per cui non riusciva a morire. Aveva la sensazione di affogare e di soffocare, si contorceva e spaccava quasi le cinghie che lo legavano al lettino, tanto è vero che dovettero legargli anche la testa”. Dale posa il suo sguardo verso Susan e riprende: “Dopo questa esecuzione, mentre tornavo a casa, ho telefonato a mia moglie. Ero sconvolto e le ho detto: “Ho appena visto un uomo torturato a morte”.

 

L'incontro con Papa Francesco

 

Il cappellano conclude il suo racconto anticipandoci che nei giorni successivi avrebbe partecipato alla messa presieduta da Papa Francesco a Santa Marta: “Sono molto emozionato. Cercherò di spiegargli cosa facciamo per far sì che la pena di morte venga abolita. Anzi, sa cosa le dico? Lo inviterò in Florida a visitare il braccio della morte e gli mostrerò i volti di questi fratelli (porta sempre con sé un book fotografico delle vittime)”. Dale prima di congedarsi intuisce che la domanda che avremmo voluto fargli fin dall’inizio del nostro incontro ancora non l’abbiamo formulata. “Perché lo faccio? Perché quando andiamo in prigione a trovare qualcuno, incontriamo Gesù”.

Davide Dionisi

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(1) Ricordiamo che si può acquistare il libro di Dale Recinella “Quando visitiamo Gesù in prigione” ordinandolo per email a prougeau@tiscali.it o a g.guaschino@gmail.com

5) MESSO A MORTE IN GEORGIA PER L'OMICIDIO COMPIUTO DA UN COMPLICE

 

Il 20 giugno scorso è stata portata a termine negli Stati Uniti la 1.500-esima esecuzione dopo la ripresa della capitale avvenuta nel 1977 con l'esecuzione di Gary Gilmore nello Utah. La somministrazione dell'iniezione letale a Marion Wilson in Georgia ha suscitato un insolito scalpore.

 

Approssimandosi il 20 giugno, data per la quale era stata fissata l'esecuzione di Marion Murdock Wilson Jr. in Georgia, è esplosa nei media la discussione sul suo caso e l'attenzione del pubblico si è concentrata sugli ultimi avvenimenimenti verificatisi prima dell'esecuzione.

L'interesse sull'esecuzione di Wilson è conseguito anche dal fatto che si trattasse della 1.500-esima esecuzione dopo la ripresa della pena di morte negli Stati Uniti d'America avvenuta nel 1977 con l'esecuzione di Gary Gilmore nello Utah (1).

Esauritesi le ultime schermaglie legali che hanno prolungato la vita del condannato di quasi 3 ore, Wilson ha subìto l'iniezione letale ed è morto alle 21:52' del giorno stabilito.

Fuori del carcere di Jackson in cui avveniva l'esecuzione di Wilson, denominato Georgia Diagnostic and Classification Prison, si era radunata un piccola folla di manifestanti contro la pena di morte tra cui la floridiana SueZann Bosler, un'attiva abolizionista che riuscì a salvare dall'esecuzione l'assassino di suo padre (v. n. 218).

I legali di Marion Murdock Wilson si erano invano battuti perché il condannato fosse riparmiato insistendo soprattutto sul fatto che ad uccidere materialmente con un colpo di pistola la guardia fuori servizio 24-enne Donovan Corey Parks fu il complice Robert Earl Butts Jr.

Il delitto avvenne il 28 marzo del 1996. Quel giorno Marion Wilson, che aveva 19 anni, e Robert Butts, che aveva 18 anni, chiesero un passaggio in macchiana a Parks che fu ucciso una mezz'ora dopo.

L'esecuzione di Marion Wilson è stata preceduta di un anno da quella di Robert Butts messo a morte il 4 maggio 2018.

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(1) V. n. 234

6) IN ILLINOIS, STATO ABOLIZIONISTA, SI PROGRAMMA UN PROCESSO CAPITALE

 

É possibile essere condannati a morte in uno degli Stati Uniti d'America che ha abolito la pena capitale? Sì se si viene processati a livello federale, come potrebbe accadere in Illinois.

 

In Illinois, all’inizio di giugno, durante la selezione dei giurati per il processo del 29-enne Brendt Christensen, una delle candidate ha obiettato perplessa che non capiva come fosse possibile intentare un processo capitale in uno stato dove la pena di morte è stata abolita da anni. Il giudice le ha spiegato che il caso di Brendt Christensen è uno dei rari casi in cui il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti persegue una condanna a morte in uno stato che l’ha abolita, utilizzando le leggi che consentono l’applicazione della pena capitale per determinati crimini.

Quello di Christensen è il primo processo capitale in Illinois da quando lo stato ha abolito la pena di morte nel 2011. Le organizzazioni abolizioniste locali sono rimaste scioccate dalla notizia. Rob Warden, che nel 2000 fu uno dei capi del movimento abolizionista nel suo stato, ha dichiarato: “È oltraggioso che il governo federale stia di fatto imponendo l’uso della pena di morte in uno stato che l’ha abolita. È moralmente offensivo e ingiustificabile”. Anche l’ex governatore dell’Illinois, George Ryan, che fece fare al suo stato il primo passo verso l’abolizione della pena capitale, imponendo nel 2000 una moratoria sulle esecuzioni, ha detto che intentare un processo capitale nell’Illinois viola la volontà della maggioranza dei suoi abitanti. Ryan ha dichiarato ai giornalisti: “Penso sia una pessima idea, anche se non è possibile ribellarci. L’unica cosa che si può fare è battersi affinché il governo federale abolisca la pena di morte”.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dichiarato di voler la pena di morte per Christensen (che si proclama innocente del crimine), perché il giovane è accusato di aver rapito e torturato a morte una ricercatrice universitaria cinese 26-enne, Yingying Zhang, dopo averla costretta a salire sulla sua auto. Il corpo della giovane non fu mai ritrovato. La sua scomparsa nel 2017 fu un duro colpo per la comunità degli studenti cinesi presenti negli Stati Uniti. Il padre di Yingying, Ronggao Zhang, ha dichiarato in un’intervista, riferendosi a Christensen: “Non riesco a credere che ci sia una persona così malvagia tra noi in questo mondo. Ritengo che debba assolutamente essere condannato a morte”.

I casi capitali a livello federale sono aumentati sotto l’amministrazione Trump, dopo la moratoria pressoché instauratasi durante la seconda presidenza di Barack Obama. Nei primi due anni da quando Trump è in carica, il Dipartimento di Giustizia ha approvato almeno una dozzina di casi capitali. Non sono ottenibili dati più aggiornati, ma Robert Dunham, direttore esecutivo del Washington Death Penalty Information Center, dice che ci sono tutti i segnali di una tendenza all'aumento dei casi capitali a livello federale, in controtendenza rispetto a quanto avviene nei singoli stati che stanno riducendo tali casi.

Solitamente le accuse di omicidio dovrebbero essere mosse dalle autorità a livello statale, e a livello federale solo in ristrette fattispecie di reati, come gli omicidi commessi durante gli attacchi terroristici, le rapine nelle banche e i rapimenti. L’Illinois avrebbe potuto accusare Christensen di omicidio e rapimento secondo le leggi dello stato, il che avrebbe determinato per lui, se riconosciuto colpevole, al massimo una condanna all’ergastolo. I suoi avvocati difensori hanno chiesto al giudice James Shadid, incaricato del caso, di dichiarare incostituzionale il processo capitale a livello federale, ma il giudice si è rifiutato di accogliere tale richiesta.

Il braccio della morte federale ospita al momento 62 detenuti. Di questi, solo 4 furono processati in stati che hanno abolito la pena di morte. I condannati trascorrono moltissimi anni in attesa perché gli appelli si protraggono a lungo. Dal 1988 ci sono state solo 3 esecuzioni a livello federale, tutte portate a termine con l’iniezione letale a Terre Haute, nell’Indiana, tra il 2001 e il 2003. (Grazia)

7) ANNULLATA LA CONDANNA A MORTE DI UN NERO PROCESSATO 6 VOLTE

 

Curtis Flowers, un afroamericano che è stato condannato alla pena capitale 6 volte in Mississippi, dal 21 giugno u. s. non è più un condannato a morte. Ma potrebbe ricevere la 'massima pena ' in un settimo processo.

 

Il 21 giugno scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato con una votazione 7 a 2 la condanna capitale dell’afroamericano Curtis Flowers, da 22 anni detenuto in Mississippi, che è stato processato ben sei volte per lo stesso reato.

Il giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh (1), nella relazione della maggioranza, ha scritto: “I numeri parlano chiaro. Nel corso dei primi 4 processi, c’erano 36 potenziali giurati di colore che lo Stato poteva scegliere se ammettere. Lo Stato cercò di non far ammettere nessuno dei 36”.

In effetti l'avvocato accusatore Doug Evans cercò, in tutti e 4 i primi processi contro Flowers, che non aveva precedenti penali, di non far entrare persone di colore nella giuria.

La Corte Suprema annullò i primi tre processi per condotta disdicevole dell’accusa, non solo per aver dimostrato pregiudizi razziali, ma anche per aver cercato di fuorviare la giuria riguardo alle prove.

Nel quarto e quinto processo la giuria fu composta anche da due persone di colore ma non si arrivò al verdetto.

Nel sesto processo un giurato di colore fu ammesso, e la giuria votò per condannare l’imputato. La Corte Suprema del Mississippi convalidò la condanna, affermando che in questo caso non ci furono pregiudizi razziali, ma adesso il processo è stato annullato dalla Corte Suprema USA, con una maggioranza di 7 a 2, proprio con la motivazione della sussistenza di pregiudizi razziali.

Un aspetto singolare della questione è che dei due giudici dissenzienti, uno è Clarence Thomas, unico membro afroamericano della Corte Suprema statunitense. Nella sua relazione di dissenso, Thomas ha scritto: “L’opinione della maggioranza è così evidentemente errata che devo contestarla. Questo processo a Flowers non presentava alcuna prova di discriminazione razziale compiuta di proposito da parte dello Stato durante la selezione della giuria.” E ha aggiunto: “L’unica nota positiva del parere di questa Corte è che lascia lo Stato liberissimo di re-incriminare Flowers. Per tutto il resto, la sua opinione distorce i nostri standard legali, ignora i documenti presentati, e riflette una totale mancanza di rispetto nei confronti dell’analisi attenta da parte delle corti del Mississippi. Qualsiasi accusatore in gamba avrebbe esercitato le stesse possibilità di selezione della giuria compiute dallo Stato in questo processo. E sebbene l’opinione della Corte dia impulso alla sua autostima, prolunga inutilmente la sofferenza dei familiari di quattro vittime. Mi permetto rispettosamente di dissentire.”

Quindi adesso tutto torna nelle mani dello Stato del Mississippi che dovrà decidere se riprocessare Flowers… per la settima volta! (Grazia)

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(1) Da notare: Brett Kavanaugh è l'ultimo giudice entrato nella Corte Suprema degli Stati Uniti, scelto da Donald Trump. Su Kavanaugh, ultraconservatore, i contrari alla pena di morte hanno manifestato perplessità (v. n. 253, N.)

8) L'ITALIA E AMNESTY SCHIERATI IN FAVORE DI AHMADREZA DJALALI

 

Riportiamo qui sotto il Comunicato di Amnesty International del 6 giugno u. s. che rende nota la visita resa al Presidente della Camera Roberto Fico dalla moglie dello scienziato iraniano Ahmadreza Djalali. Djalali è a rischio di esecuzione in Iran dopo essere stato accusato falsamente di spionaggio. L'Italia due anni fa si è già pronunciata in suo favore. In favore di Djalali, al quale è stata data la cittadinanza svedese, si sono espressi 75 premi Nobel (v. nn. 235, 244, 246). Invitiamo i lettori a firmare l'appello di Amnesty per la vita di Djalali di cui al link in calce al seguente Comunicato.

 

La moglie dello scienziato iraniano in attesa dell'esecuzione incontra il presidente della Camera: "disperato bisogno di aiuto da parte dell'Italia"

 

Accompagnata da una delegazione di Amnesty International Italia, Vida Merhannia, la moglie di Ahmadreza Djalali, lo scienziato in prigione in Iran da tre anni e due mesi e da quasi due anni in attesa dell'esecuzione per l'accusa fabbricata di "spionaggio", ha incontrato questo pomeriggio il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico.

Ahmadreza Djalali, ricercatore esperto in Medicina dei disastri, di riconosciuto prestigio internazionale, ha trascorso alcuni anni anche in Italia, collaborando con l'Università del Piemonte Orientale. Vida Merhannia, che vive in Svezia con i due figli nati dalla coppia, ha descritto al presidente Fico le drammatiche condizioni di salute del marito, che in carcere ha perso decine di chili di peso e non riceve cure adeguate e che, per salvaguardare la propria dignità, ha recentemente rifiutato di essere portato in ospedale ammanettato e con la divisa da prigioniero.

All'incontro ha preso parte anche Luca Ragazzoni, collega dell'Università del Piemonte Orientale, che ha sottolineato il fondamentale contributo di Ahmadreza Djalali nel campo della ricerca sulla medicina dei disastri, non solo a livello nazionale ma per l'intera comunità scientifica mondiale.

Al presidente Fico Vida Merhannia ha parlato di un disperato bisogno di aiuto, rivolgendogli un appello affinché le istituzioni italiane possano intraprendere un'azione incisiva ed efficace per salvare la vita del marito.

Roma, 6 giugno 2019

L'appello per salvare Ahmadreza Djalali dalla pena di morte è online qui: https://www.amnesty.it/appelli/iran-ricercatore-universitario-rischia-la-pena-morte/

9) NEL 1860 L'ULTIMA ESECUZIONE IN PUBBLICO A NEW YORK

 

Studiando la storia della pena di morte negli Stati Uniti si scoprono avvenimenti orribili avvenuti in pubblico nei secoli scorsi. Ma a ben vedere di orrori compiuti sulla pubblica piazza nel passato hanno un collegamento diretto con gli orrori compiuti attualmente all'interno delle carceri.

 

L'ultima esecuzione pubblica a New York fu compiuta venerdì 13 luglio 1860, l'estate prima dell'inizio della Guerra Civile. L'impiccagione ebbe luogo sull'isoletta di Bedloe nella baia di New York, dove una folla di 12.000 persone si era recata ad assistere allo spettacolo.

Prima di allora le impiccagioni pubbliche erano un evento normale. Un albero all'angolo nord-est del Washington Square Park veniva chiamato Albero del Boia, il marchese de Lafayette disse di aver visto 20 banditi impiccati nel parco durante una sua visita a Manhattan. Le impiccagioni venivano eseguite in un campo non coltivato all'incrocio tra la 13-esima Street e la seconda Avenue (1) .

Si trattava di eventi molto spesso caotici. Nel 1824, ad esempio, una folla di 50.000 spettatori festaioli si radunò per l'impiccagione pubblica di John Johnson, un albergatore che aveva assassinato uno dei suoi clienti.

Invece di eventi cupi atti a dissuadere sa gente dal crimine, le impiccagioni divennero feste. Avrebbero dovuto incoraggiare il bene e punire il male ma divennero occasioni per grandi bevute e sregolatezze.

Oggi le esecuzioni negli Stati Uniti non avvengono più in piazza e non costituiscono degli spettacoli. Riguardo alla pena di morte l'opinione pubblica è nettamente divisa.

Le esecuzioni in privato di oggi rimangono controverse, con la nazione profondamente divisa sulla pena di morte.

Ma torniamo all'ultima esecuzione pubblica a New York che fu quella di Albert Hicks, un pirata. Nel 1860, questi si unì all'equipaggio di una barca per la raccolta delle ostriche attraccata a Spring Street sul fiume Hudson. Hicks aspettò che la barca si avvicinasse all'isola Staten Island, poi prese un'ascia, uccise tutti a bordo e si sbarazzò dei loro corpi. Quando in seguito la polizia ispezionò la barca, trovò 4 dita e un pollice, che l'assassino non aveva visto nell'oscurità.

La conseguente caccia all'uomo riempì le cronache giornalistiche. Hicks fu infine rintracciato in una pensione di Providence, nello Stato del Rhode Island. Fu catturato, restituito a Manhattan e processato per pirateria da una corte federale. A quel tempo, lo stato di New York aveva già smesso di tenere esecuzioni pubbliche, ma il governo federale no, e molti newyorkesi volevano vedere Hicks impiccato.

Tre settimane dopo la sua condanna, il prigioniero fu portato nell'isola di Bedloe per essere giustiziato.

Hicks, che si era convertito dopo la sua condanna, affrontò la sua esecuzione con grande stoicismo. Quando arrivò sull'isola, decine di migliaia di spettatori su barche ancorate nel porto lo guardarono mentre cadeva in ginocchio sulla spiaggia. Hicks pregò per un minuto, poi si rialzò e pronunciò le sue ultime parole. "Impiccami velocemente, affrettatevi."

Il boia, in piedi accanto al patibolo, infilò un cappuccio nero sulla testa del condannato, assicurò una corda intorno al suo collo, poi tirò la leva. Alle 11:15', Hicks fu sbalzato per 20 piedi in aria. Il suo collo si spezzò alla terza vertebra. Il suo corpo danzò attaccato alla corda per tre minuti, poi rimase immobile. Alle 11:20', Albert Hicks sobbalzò ancora una volta poi fu di nuovo immobile. Pochi minuti dopo, le mani del pirata e il collo sotto il cappuccio divennero viola.

Gli avvenimenti del 13 luglio 1860 possono sembrare raccapriccianti, ma molte recenti esecuzioni negli Stati Uniti sono state altrettanto terribili, anche se non pubbliche, come per esempio a febbraio del 2018 nel caso del detenuto dell'Alabama Doyle Lee Hamm. Le guardie passarono più di 2 ore alla ricerca di una vena adatta, lasciando una dozzina di ferite da puntura nelle braccia e nell'inguine di Hamm senza trovarla (v. n. 246). Oppure l'esecuzione nel 2014 del prigioniero dell'Ohio Dennis McGuire, che ha agonizzato per 26 minuti dopo aver ricevuto l’iniezione letale (v. n. 211). Secondo una denuncia presentata dalla famiglia, McGuire ha sofferto "sbuffando ripetutamente, gorgogliando e inarcando la schiena, mostrandosi in preda al dolore". O ancora nel 1997 l’esecuzione mediante sedia elettrica del detenuto della Florida Pedro Medina, quando una lingua di fuoco di 30 centimetri scaturì dalla testa del condannato e la camera si riempì di fumo (v. nel n. 75, "Il dibattito sulla sedia eletrica..."). Nel suo libro intitolato "Spettacoli raccapriccianti: esecuzioni malfatte e la pena capitale in America", il famoso professore Austin Sarat, riferisce che, su 8.776 esecuzioni effettuate negli Stati Uniti tra il 1890 e il 2010, 276 (il 3,15%) furono "mal riuscite".

Il modo in cui si trattano i condannati oggi si può ritenere altrettanto barbaro del modo in cui Albert Hicks fu trattato nel 1860. Da notare: sull'isoletta su cui fu ucciso Hicks, fu inaugurato pochi anni dopo, nel 1886, il più famoso monumento statunitense, la Statua della Libertà. (Pupa)

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(1) A New York il nome avenue viene dato alle strade parallele al fiume Hudson e all’East River, mentre quello di street è dato alle strade perpendicolari.

10) OTTANTA ANNI FA L'ULTIMA ESECUZIONE PUBBLICA IN FRANCIA

 

Il Francia, come negli Stati Uniti, le esecuzioni capitali eseguite in pubblico suscitarono il sadismo irregionevole degli spettatori. Tantè che il presidente Albert Lebrun nel 1939 si attivò per porre fine alle esecuzioni pubbliche. La ghigliottina continuò a funzionare all'interno delle carceri fino al 1977.

 

Ottanta anni fa, il 17 giugno 1939, una gran folla si radunò a Versailles per assistere a quella che sarebbe stata l'ultima esecuzione pubblica con la ghigliottina in Francia. Lo spettacolo fu anche fotografato e filmato.

Gli spettatori sono stati ore in fila per vedere la lama cadere sul collo del condannato, il pluriomicida Eugen Weidmann.

La sua esecuzione avvenne di fronte alle porte della prigione di Saint-Pierre, nel centro della città.

Le immagini scioccanti e il comportamento della folla accanita portarono la Francia a relegare l'uso della ghigliottina all'interno delle mura della prigione, da allora fino all'ultima esecuzione avvenuta nel 1977.

Weidmann, tedesco di 31 anni, con una serie di precedenti penali, era stato condannato a morte per sei omicidi commessi in Francia con 3 complici. Tra le vittime c'era un ballerino americano, venuto a Parigi per visitare l'Esposizione Universale del 1937.

Il condannato fu portato fuori con le mani legate dietro la schiena e la camicia bianca abbassata per tenere il collo libero.

Tra gli spettatori c'era il futuro attore di Dracula, Christopher Lee, che allora aveva 17 anni ed era ospite di un giornalista, amico di famiglia.

Nella sua autobiografia, ha descritto la "potente ondata di urla e strilli" che ha salutato l'apparizione di Weidmann sulla strada.

Disse che non sopportava l’idea di assistere all'esecuzione di Weidmann: "Ho girato la testa, ma ho sentito".

Lee ha ricordato che gli spettatori "si avventarono sul cadavere" e che alcuni "non esitarono a inumidire fazzoletti e sciarpe nel sangue sparsi sul pavimento, come souvenir".

Un altro testimone, Marcel, che all'epoca aveva 15 anni, ha descritto scene simili in un'intervista rilasciata all'AFP nel 2001.

Dopo l’esecuzione la ghigliottina fu "rapidamente smantellata, il pavimento rapidamente lavato con acqua", e la vita riprese il suo corso "con il passaggio tram e la riapertura dei 2 caffè vicini".

Ma i leader politici francesi si preoccuparono che le immagini e le descrizioni delle esecuzioni fornissero una squallida idea della Francia e il presidente Albert Lebrun si attivò per porre fine alle esecuzioni pubbliche.

Un decreto del 24 giugno 1939, stabilì che le esecuzioni future sarebbero state portate a termine nelle "sedi dell'establishment penitenziario" e solo funzionari pubblici (magistrati, medici, polizia) e un prete vi avrebbero assistito come testimoni.

Ma passarono molti decenni prima che la ghigliottina venisse messa fuori legge. L'ultima esecuzione di un condannato a morte in un carcere in Francia avvenne il 10 settembre 1977: Hamida Djandoubi, tunisino, accusato di aver torturato e ucciso l'ex fidanzata fu ghigliottinato nel carcere Baumettes di Marsiglia.

La pena di morte è stata definitivamente abolita in Francia nel 1981. (Pupa)

11) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Allarme rientrato: non verrà messo a morte il giovanissimo Murtaja Qureiris. Murtaja Qureiris fu arrestato nel settembre 2014 ad appena 13 anni durante una manifestazione antigovernativa nella Provincia Orientale dell'Arabia Saudita. In questa provincia, abitata prevalentemente dalla minoranza sciita, dopo il 2011 le autorità sunnite hanno represso duramente le proteste contro la discriminazione degli sciiti. Prima della metà di giugno si era diffusa la notizia che la pubblica accusa avrebbe chiesto la condanna a morte di Qureiris. Il 16 giugno, anche a seguito delle pressioni internazionali e degli appelli delle organizzazioni per i diritti umani con Amnesty in prima fila, un funzionario del governo saudita ha dichiarato che Murtaja Qureiris non verrà messo a morte e potrebbe essere rilasciato nel 2022. La notizia ha fatto rientrare l'allarme sul suo caso, ma resta forte la preoccupazione: lo scorso mese di aprile, Amnesty International ha denunciato l'esecuzione di Abdulkareem al-Hawaj, arrestato a 16 anni e giudicato colpevole di reati relativi alla partecipazione alle manifestazioni degli sciiti contro il governo (v. n. 258). Altri tre giovani sciiti sono a rischio esecuzione.

 

Bielorussia. Messo a morte un omicida, non si conosce la sorte del suo complice. Il 13 giugno è stato impiccato in bielorussia Alyaksandr Zhylnikau, condannato a morte a gennaio del 2018 per aver commesso tre omicidi, in complicità con tale Vyachaslau Sukharko, nel dicembre del 2015. La 27-enne Alina Shulhanava risiedente a Minsk, mandante del pestaggio per motivi passionali (ma non dell'omicidio) di due delle vittime, era stata condannata a 12 anni di carcere. La sorte di Vyachaslau Sukharko è tuttora sconosciuta. Si era inoltre scoperto che Zhylnikau e Sukharko avevano ucciso un uomo a Kalodzishchy nei pressi di Minsk sempre nel dicembre del 2015. La Bielorussia rimane l'unico paese europeo che ha la pena di morte, e le pressioni dell'Europa sul presidente dittatore Alyaksandr Lukashenka affinché introduca una moratoria delle esecuzioni sono forti e costanti. Daniel Holtgen, Vice Segretario generale del Consiglio d'Europa, ha dichiarato: "Condanniamo l'ulteriore esecuzione in Bielorussia, riferita dai difensori dei diritti umani. La morte non è giustizia. Ripetiamo le nostre richieste alle autorità di imporre una moratoria delle esecuzioni quale primo passo verso l'abolizione dell pena capitale."

 

Iran. Si mettono a morte gli omosessuali 'per ragioni morali'. Il 10 giugno il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ha parlato di "ragioni morali" quando gli è stato chiesto perché l'Iran condanni a morte gli omosessuali; inoltre ha attaccato USA e Israele per le "violazione dei diritti umani" che commettono. Durante una conferenza stampa nella capitale iraniana con il suo omologo tedesco, Heiko Maas, Zarif è stato interrogato da Paul Ronzheime, reporter del giornale tedesco Bild, sulla pena di morte per gli omosessuali nel paese mediorientale. "La nostra società ha dei principi morali e secondo questi principi noi viviamo", ha risposto Zarif. "Questi sono principi morali riguardanti il comportamento delle persone in generale. Ed è per questo che la legge è rispettata e si è sottomessi alle leggi". Alla fine di gennaio, un uomo di 31 anni è stato impiccato pubblicamente in Iran dopo essere stato riconosciuto colpevole di aver violato le leggi anti-gay del paese, come riportato dal giornale israeliano The Jerusalem Post. Attualmente risultano esserci 70 stati membri delle Nazioni Unite che hanno in vigore leggi che criminalizzano atti omosessuali consensuali, secondo un rapporto dell' ILGA (International Lesbian, Gay, Bisex, Trans and Intersex Association). Di questi paesi, 6 impongono la pena di morte per atti omosessuali consensuali: Iran, Yemen, Arabia Saudita, Nigeria, Sudan e Somalia. (Pupa)

 

Vietnam. Arrestata in possesso droga rischia la pena di morte. Come in molti altri paesi, in Vietnam è prevista e applicata la pena di morte per reati di droga. L'agenzia ufficiale Vietnam News il 12 giugno ha reso noto l'arresto di una donna nella provincia di Son La trovata in possesso di due pani di eroina, 0,8 kg di cristalli di metanfetamina e oltre 1.900 pillole di droga prodotta in laboratorio. La 40-enne Vi Thi Thanh Huong ha confessato di aver acquistato la droga da uno straniero per portarla nella capitale Hanoi e rivenderla. Secondo la legge vietnamita sono punibili con la pena di morte coloro che spacciano più di 600 grammi di eroina o più di 2,5 kg di metanfetamina. Comporta la pena capitale anche produrre o commerciare 100 grammi di eroina o 300 grammi di altre droghe proibite.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 giugno 2019