FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 140  -  Giugno 2006

SOMMARIO:

 

1) Le Filippine aboliscono la pena di morte

2) Clarence Hill ha facoltà di contestare l’iniezione letale

3) Ammissibili le prove del DNA a discarico anche se tardive       

4) Spietate reazioni ai tragici suicidi di Guantanamo         

5) La Corte suprema Usa definisce illegali le Commissioni militari

6) Nel processo farsa, l’accusa chiede la pena di morte per Saddam

7) Addestramento etico dei Marine in Iraq

8) Pena di morte per delitti non di sangue 

9) Quando l’umanità entra nel più buio dei luoghi 

10) Consuntivo della campagna sulle condizioni di detenzione      

11) Kenneth vuole allargare il giro di suoi corrispondenti !

12) Richiesta di corrispondenza dagli Usa   

13) Richiesta di corrispondenza dallo Zambia         

14) Semplicissimo inviare soldi ai detenuti con J-pay!       

15) Dal verbale dell’Assemblea di Firenze del 4 giugno     

16) Notiziario: Tennessee, Texas, Virginia  

 

 

1) LE FILIPPINE ABOLISCONO LA PENA DI MORTE

 

L’impegno personale della presidente Gloria Macapagal-Arroyo, incalzata dalla chiesa cattolica, ha portato le Filippine ad essere l’87-esimo paese abolizionista per tutti i reati ad appena due mesi dalla commutazione presidenziale delle 1.200 condanne capitali pendenti (v. n. 138). Il 6 giugno l’iter della legge che abolisce la pena di morte, ripristinata dal generale Ramos nel 1993, si è concluso con una votazione plebiscitaria in Senato. La presidente ha reso operativo il provvedimento firmandolo il 24 giugno, alla vigilia del suo viaggio in Europa. “Ben fatto!” ha detto il Papa due giorni dopo dandole un colpetto sulla spalla. 

 

Con numerosi articoli questo Foglio di Collegamento ha seguito negli anni le alterne vicende della pena di morte nelle Filippine, ripristinata in modo demagogico nel 1993 dal presidente Ramos, successore dell’abolizionista Corazon Aquino, e resa effettiva dal successivo presidente Joseph Estrada che autorizzò sette esecuzioni tra il 1999 e il 2000, prima di indire una moratoria che ha retto fino ad oggi.     

Ricordiamo l’impegno degli Italiani, e in particolare dei membri del Comitato Paul Rougeau e del Coordinamento “Non uccidere”, che sollecitarono all’inizio del 1999 un intervento papale per scongiurare la prima esecuzione nel paese dopo molti anni, quella di Leo Echegaray. La colpevolezza di quest’ultimo – accusato di aver abusato della figliastra di 10 anni – è ora messa fortemente in dubbio. Allora, per sfruttare politicamente l’esecuzione, Joseph Estrada si mostrava in pubblico con la ‘vittima’ ostentando nei riguardi della ragazzina un atteggiamento protettivo. Gloria Arroyo, che era vice presidente, partecipò, insieme ad Estrada e alla first lady, alle manifestazioni in favore dell’esecuzione di Echegaray.

L’attuale presidente delle Filippine, emersa dalle sue sconcertanti oscillazioni riguardo alla pena capitale (v. nn. 90, 113; 99, 116, Notiziario), appare definitivamente acquisita dalla causa abolizionista. Nel firmare la legge 9346 che abolisce la pena di morte per tutti i reati, in armonia con la costituzione democratica, la Arroyo ha dichiarato fra l’altro: “Noi combatteremo il terrorismo tanto seriamente quanto ci impegniamo per la pace e lo sviluppo, per la solidarietà nei riguardi dei cittadini onesti e delle nostre alleanze strategiche.” “Ci impegniamo fortemente contro le minacce alla legge e alla repubblica, ma nello stesso tempo ci sottomettiamo agli alti imperativi morali dettati da Dio allontanandoci dalla pena capitale.”

Il Nunzio apostolico nella Filippine, arcivescovo Fernando Filoni, congratulandosi per l’iniziativa abolizionista dell’Arroyo e del Parlamento, ha dichiarato: “Questo può essere un altro notevole limpido passo per mostrare che la cultura della vita è vitale ed importante in questo paese.”

Non è stato tutto facile per Gloria Arroyo che ha dovuto fronteggiare nell’arco di due mesi le accanite proteste – arrivate al livello dell’offesa personale - delle forze che sostengono la pena di morte nelle Filippine. Gruppi conservatori, associazioni per le vittime del crimine ed anche la Federazione delle Chiese Evangeliche del paese si sono battuti per la conservazione della pena capitale. Il 22 giugno, dopo l’approvazione della legge 9346 ma prima della firma del provvedimento da parte della presidente, un giudice ha perfino emesso 7 nuove condanne a morte.

L’atteggiamento chiaro e deciso adottato da Gloria Macapagal-Arroyo in questo frangente ha sbaragliato ogni opposizione guadagnandole il consenso della grande maggioranza dei politici e degli opinion leader del paese e consentendole di incassare la piena approvazione della Chiesa cattolica filippina. Nonché della Santa Sede. La Arroyo il 26 giugno ha donato a Benedetto XVI una statuetta della Madonna e una copia della legge 9346 dicendo: “Questi due doni sono espressione della fede del popolo filippino.” Il Papa si è congratulato per l’abolizione della pena di morte esclamando “Ben fatto!” e dando un affettuoso colpetto sulla spalla della presidente delle Filippine.

 

 

2) CLARENCE HILL HA FACOLTA’ DI CONTESTARE L’INIEZIONE LETALE

 

L’attesa decisione della Corte suprema degli Stati Uniti sul ricorso di Clarence Hill, la cui esecuzione fu sospesa in Florida il 24 gennaio quando egli aveva già gli aghi inseriti nelle braccia, è stata resa nota il 12 giugno. La massima corte ha accolto all’unanimità il ricorso di Hill che rivendica il diritto di contestare in extremis, in una causa civile, il metodo di esecuzione mediante iniezione letale, in quanto crudele ed inusuale e quindi contrario all’Ottavo emendamento della Costituzione. La corte tuttavia nega ai condannati il diritto di prolungare a tempo indeterminato la serie degli appelli “perché sia lo stato che le vittime del crimine hanno un importante interesse nell’esecuzione sollecita delle sentenze.”

 

Negli ultimi decenni il metodo di esecuzione mediante iniezione letale ha sostituito gli altri metodi ed è divenuto il metodo usato abitualmente negli USA. Tutti gli stati che applicano la pena di morte, eccetto il Nebraska che conserva la sedia elettrica, lo considerano metodo di esecuzione primario.

Ricordiamo che dei tre farmaci iniettati in sequenza (pentotal, curaro e cloruro di potassio), gli ultimi due sono suscettibili di provocare intense sofferenze al condannato se – come sembra possa facilmente avvenire – la prima sostanza anestetizzante non funziona a dovere. La dimostrazione che le sofferenze connesse con un metodo di esecuzione sono elevate e non necessarie renderebbe il metodo illegale.

Lo scorso febbraio, il giudice distrettuale californiano Jeremy Fogel fermò l’esecuzione di Michael A. Morales e fissò un’udienza, per il prossimo autunno, per rivedere il metodo dell’iniezione letale usato in California.

Poco prima di questa decisione, il 24 gennaio, la Corte suprema aveva bloccato in extremis l’esecuzione di Clarence Hill in Florida (costui era già legato al lettino con gli aghi inseriti nelle braccia) riservandosi di esaminare un suo ricorso. Hill rivendicava il diritto di contestare all’ultimo momento - in una causa civile per violazione della legge sui diritti civili - la liceità del metodo dell’iniezione letale, in quanto crudele ed inusuale e quindi contrario all’Ottavo emendamento della Costituzione.

Il 12 giugno la Corte suprema ha deciso all’unanimità in favore del condannato. Presentando documenti legali, quasi tutti gli stati che conservano la pena di morte si erano inutilmente impegnati per prevenire una decisione del genere. La Corte si è rifatta ad una propria sentenza del 2004 relativa ad un altro problema connesso con l’iniezione letale (la necessità di procedimenti cruenti nei casi in cui i morituri non abbiano in superficie vasi sanguigni adatti all’inserzione degli aghi).

I giudici hanno sottolineato il fatto che Hill non ha contestato la sua colpevolezza, la sua condanna a morte o la decisione dello stato di ucciderlo con un’iniezione letale, ma solo la particolare maniera con cui la procedura viene eseguita. La Corte si è preoccupata in ogni caso di rassicurare i sostenitori della pena di morte scrivendo che la sentenza non deve causare un inaccettabile ritardo nella somministrazione della giustizia con il prolungamento a tempo indeterminato degli appelli “perché sia lo stato che le vittime del crimine hanno un importante interesse nell’esecuzione sollecita delle sentenze.”

Alcuni esperti dicono che la decisione del 12 giugno potrebbe avere un effetto rilevante, anche se limitato nel tempo. Eric M. Freedman, docente di legge all’Università di Hofstra, ha dichiarato: “Significa che ogni stato dovrà rivedere il suo protocollo sull’uso dei farmaci letali. Potranno impiegarci un anno, o un paio d’anni, per perfezionare la cosa, a seconda di quanto velocemente si attiveranno”.

Per la verità, essendosi la massima corte rifiutata anche recentemente di intervenire sulla costituzionalità in sé e per sé dell’iniezione letale (v. n. 139), tale parere sembra troppo ottimistico. In effetti, nonostante gli sforzi degli avvocati difensori, dopo il 12 giugno le esecuzioni non si sono fermate negli USA ed entro la fine del mese ne sono state portate a termine altre tre.

Mentre l’Arkansas e il Missouri hanno sospeso le esecuzioni in giugno, il 19 del mese la Corte Criminale d’Appello dell’Oklahoma ha sentenziato che il metodo dell’iniezione letale è costituzionale, umano ed efficace.

Probabilmente gli stati ‘forcaioli’ modificheranno i dosaggi dei farmaci o la loro natura, ben decisi a continuare o a riprendere quanto prima le esecuzioni, ma se non altro la sentenza del 12 giugno aumenterà i problemi per i boia – cui la classe medica si rifiuta compatta di venire in soccorso (v. n. 136) - e getterà un’altra palata di fango sull’immagine della pena di morte, sottolineando come sia assurdo difendere una punizione, comunque crudelissima, cercando di spacciarla per indolore, umana ed eticamente accettabile.

 

 

3) AMMISSIBILI LE PROVE DEL DNA A DISCARICO ANCHE SE TARDIVE

 

Il 12 giugno, insieme alla decisione riguardante l’iniezione letale, la Corte Suprema USA ha reso nota un’altra importante decisione favorevole ai condannati a morte: una prova del DNA che metta in discussione l’impianto accusatorio dà diritto ad un condannato a morte di ottenere la riapertura del caso, anche se sono passati molti anni dal processo.

 

La decisione, che ha portata generale, è stata presa in accoglimento del ricorso di un certo Paul Gregory House. House, un uomo già in carcere per stupro in Tennessee e liberato sulla parola, vent’anni fa fu ritenuto colpevole dell’assassinio di Carolyn Muncey, una sua vicina di casa. L’accusa sostenne che egli aveva cercato di violentare la donna. Gli avvocati hanno ora dimostrarono con il test del DNA che una macchia di liquido seminale sulla camicia da notte della vittima apparteneva a suo marito e non a Paul House.

In una delibera presa a stretta maggioranza, con 5 voti contro 3, la Corte Suprema ha stabilito che questa prova è motivo sufficiente per riaprire il caso. Il giudice Alito – non ancora in carica al momento della discussione del ricorso – non ha partecipato alla sentenza. E’ stato il giudice Anthony M. Kennedy a determinare con il suo voto la differenza. Dopo il pensionamento della giudice Sandra Day O’Connor, è lui che ha assunto il ruolo di arbitro, nei casi in cui la corte risulta divisa a metà, tra conservatori e moderatamente progressisti. I nuovi giudici Roberts ed Alito, nominati da George W. Bush in sostituzione di Rehnquist e della O’Connor, votano infatti con notevole coerenza a favore delle sentenze più conservatrici.

Kennedy ha scritto che la nuova prova non esclude che House sia colpevole di omicidio, tuttavia la prova del DNA inficia l’affermazione dell’accusa che House avesse assalito la vittima per stuprarla. Di fatto, la prova non vanifica l’incriminazione di House, ma gli dà la possibilità di argomentare in una corte federale che la sua condanna fu incostituzionale perché la giuria, se fosse venuta a conoscenza di una prova che coinvolge nel caso il marito della vittima, avrebbe potuto decidere diversamente da come fece vent’anni fa. (Grazia)

 

 

4) SPIETATE REAZIONI AI TRAGICI SUICIDI DI GUANTANAMO

 

Nel precedente bollettino abbiamo parlato delle accuse di tortura contro gli Stati Uniti, formulate in maggio dal Comitato Contro la Tortura dell’ONU, che si sono concluse, fra le altre cose, con la richiesta della chiusura del campo di detenzione di Guantanamo, considerato il simbolo più vistoso delle violazioni compiute dagli Americani. Pochi giorni dopo, quasi a confermare le accuse del Comitato Contro la Tortura, tre prigionieri di questo allucinante campo di concentramento sono riusciti a suicidarsi. Gli Stati Uniti considerano questi suicidi nient’altro che un atto di guerra nei loro confronti.

 

Dei tre prigionieri che si sono tolti la vita impiccandosi a Guantanamo il 10 giugno, due erano sauditi, l’altro era uno yemenita. Il più giovane aveva solo 21 anni. Queste tragiche impiccagioni – a detta delle autorità statunitensi - sono le uniche “riuscite”, ma i tentativi di suicidio sono stati numerosissimi.

La morte dei tre uomini è solo la punta di un iceberg. E’ il prodotto più visibile di un’atroce sofferenza che si sta protraendo da anni, a causa delle disperate condizioni di vita dei prigionieri, che “vegetano” rinchiusi in un luogo dove il tempo sembra essersi bloccato nel corso di un incubo, dal quale il risveglio non pare possibile né prevedibile.

Il dramma di questi prigionieri è ormai sotto gli occhi di tutti, sia in America che nel resto del mondo, sia degli alleati dell’amministrazione Bush, più o meno consenzienti alla “guerra al terrore”, sia dei suoi nemici.

Reazione ovvia e sensata a questi suicidi da parte dell’amministrazione americana, avrebbe potuto essere l’immediata decisione di porre la parola “fine” al famoso campo di detenzione. Ciò sarebbe apparso perlomeno un tentativo, con una parvenza di credibilità, di dimostrare coerenza con il tanto sbandierato ossequio per i diritti umani da parte degli USA.

Tutt’altra invece è stata la reazione dei diretti responsabili del carcere prima, e, salendo nella  gerarchia, delle massime autorità americane.

L’ufficiale Robert Durand, portavoce del campo di prigionia e del comparto interrogatori di Guantanamo, ha detto che sono state subito riesaminate le procedure di detenzione, per determinare quali cambiamenti occorrono per evitare futuri tentativi di suicidio: per  cominciare saranno variati i turni di guardia in modo tale da far sì che i prigionieri non sappiano quando sono osservati e non possano quindi sapere quando possono agire di nascosto.

Un altro ufficiale dell’esercito, tale Henry Harris, ha dichiarato che questi suicidi sono stati “atti di guerra asimmetrici.” “Non atti di disperazione, bensì sforzi coordinati da parte di tre combattenti dediti alla loro missione”, implicitamente affermando che si tratta di azioni contro le quali prendere misure difensive, non certo da compatire. Ma il colmo della spregiudicatezza è stato raggiunto dalla dichiarazione di Colleen P. Graffy, un funzionario del Dipartimento di Stato che ha il compito di migliorare l’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Ebbene, questo signore ha dichiarato alla BBC che queste morti tra i detenuti di Guantanamo rappresentano “una buona mossa di ‘public relations’ per attirare l’attenzione”!

Il mondo arabo e i sostenitori dei diritti umani hanno palesato il disgusto per tale affermazione.

Amnesty International, reiterando l’invito a chiudere immediatamente il campo, ha chiesto un’investigazione effettuata da personale civile sulle morti di Guantanamo e ha condannato con veemenza la dichiarazione di Graffy, segnale di “un gelido disprezzo della vita umana” da parte delle autorità governative degli Stati Uniti, mentre il “Times” ha domandato invano di poter intervistare lo psicologo militare di Guantanamo.  Immediato è stato infatti l’ordine impartito dall’alto di mantenere il silenzio e una totale segretezza sulle indagini in corso nel carcere.

Persino sulla sorte dei tre cadaveri il destino si deciderà dall’alto. Il portavoce del campo ha infatti dichiarato che, mentre il governo saudita ha richiesto la restituzione delle salme dei due suoi cittadini, l’amministrazione carceraria sta aspettando disposizioni dalle autorità superiori, nella speranza che giungano presto, ed è disponibile a seguire qualsiasi istruzione, inclusa la sepoltura dei tre corpi nel cimitero della base navale.

Di fatto, mentre il mondo è indignato e pone domande pressanti, l’arrogante risposta americana è che solo il Pentagono deciderà sulle questioni di vita e di morte a Guantanamo. (Grazia)

 

 

5) LA CORTE SUPREMA USA DEFINISCE ILLEGALI LE COMMISSIONI MILITARI

 

Le Commissioni Militari istituite da George W. Bush, all’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, per giudicare stranieri accusati di terrorismo e insediate nel tristemente famoso Campo di Guantanamo non hanno mai potuto cominciare a funzionare regolarmente per i ricorsi presentati dagli imputati che contestano la legalità delle stesse (v. nn. 120, 131). Il 29 giugno, nel momento stabilito per l’inizio dei procedimenti a carico di dieci detenuti scelti dal governo americano per essere processati, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha messo fuori legge tali Commissioni argomentando che il presidente Bush non aveva l’autorità di istituirle  senza il mandato del Congresso. Nella sentenza, la massima corte scrive anche che le Commissioni Militari (che furono subito definite dai critici ‘tribunali di canguri’) mancano dei requisiti minimi di giustizia stabiliti dalla legge e dalle Convenzioni di Ginevra.

 

La sentenza della Corte Suprema USA resa nota il 29 giugno, adottata a stretta maggioranza (con 5 voti a favore e 3 contrari espressi dei giudici ultraconservatori), è stata definita dal New York Times la più netta sconfitta legale dell’amministrazione Bush nel corso della ‘guerra al terrore’.

La sentenza prodotta dal ricorso di Salim Ahmed Hamdan (il cui reato è quello di essere stato per un periodo autista di Osama bin Laden) vanifica in pieno la pretesa di Bush di avere mano libera, in qualità di comandante in capo in tempo di guerra, nel decidere quali sospetti terroristi devono essere detenuti, come devono essere trattati, come devono essere processati e quali reati si debbano classificare come crimini di guerra. Per la maggioranza della Corte suprema, le Commissioni militari sono illegali perché non raggiungono gli standard previsti dal Codice Uniforme di Giustizia Militare e dalle Convenzioni di Ginevra.

L’opinione di maggioranza è stata scritta dall’ottantaseienne giudice John Paul Stevens che è l’ultimo reduce della II guerra mondiale a sedere nella Corte. Essa prospetta una visuale della Costituzione in tempo di guerra diametralmente opposta a quella del presidente Bush: la Costituzione dà al Congresso il potere di fare le leggi e di stabilire le regole per trattare i prigionieri di guerra e di definire i crimini di guerra.

Si prevede che la sentenza del 29 giugno non avrà estesi effetti pratici (alcuni detenuti potranno essere processati secondo le regole dei normali Tribunali militari o secondo nuove regole approvate dal Congresso) né renderà più umano il trattamento dei meschini accusati di essere ‘nemici combattenti’ nella ‘guerra al terrore’. Essa però ravviva le speranza di chi crede che il concetto di stato di diritto, che fu messo alla base del grande paese nordamericano fin dal 1776 con la Dichiarazione di Indipendenza, sia ancora vivo nella coscienza degli Americani anche se parzialmente offuscato dalle tragiche vicende belliche degli ultimi cinque anni.

 

 

6) NEL PROCESSO FARSA, L’ACCUSA CHIEDE LA PENA DI MORTE PER SADDAM

 

“Bravo, benissimo!”: il 19 giugno Saddam Hussein ha commentato con due sole ironiche parole la richiesta della pena di morte per impiccagione nei suoi confronti formulata dall’accusatore Jaafar al-Moussawi. La ‘massima pena’ è stata chiesta anche per i tre principali coimputati. La pena capitale per Saddam era attesa da tutti, quasi come un adempimento rituale,  nonostante il fatto che i reati gravissimi contestati a Saddam e agli altri – esecuzioni sommarie, torture, distruzione generalizzata di beni - non siano stati provati in modo chiaro, esauriente, equilibrato ed attendibile. Nel corso di un processo caotico che non ha visto più di una trentina di udienze nell’arco di otto mesi, costellato di intimidazioni e di minacce di morte nei riguardi dei partecipanti, sono state uccise almeno 10 persone, tra cui un giudice, tre avvocati difensori e forse alcuni testimoni a discarico.

 

“L’accusa chiede la pena massima per questi imputati” ha detto il 19 giugno Jaafar al-Moussawi. “Essi non hanno avuto pietà, neanche per le donne e i bambini, e perfino gli alberi dei frutteti non si salvarono dalla loro repressione. La legge prevede la pena di morte per tali crimini, e noi domandiamo che sia applicata nel caso questi uomini.”

Nella sua drammatica requisitoria finale l’accusatore capo, prima di chiedere le sentenze di morte, ha ricapitolato le accuse contro Saddam Hussein e i suoi principali ex collaboratori, Barzan Ibrahim Hasan al-Tikriti, fratellastro di Saddam ed ex capo della polizia segreta, Taha Yassin Ramadan, ex vice presidente, ed Awad al-Bandar, ex giudice capo del Tribunale rivoluzionario.

Jaafar al-Moussawi non ha richiesto la pena capitale pur autorizzata dal Tribunale - bensì punizioni lievi o nulle - per i rimanenti quattro ex collaboratori di Saddam Hussein sotto processo davanti al Tribunale speciale iracheno di Baghdad.

Saddam e i suoi tre principali collaboratori sarebbero responsabili tra l’altro di esecuzioni conseguite ad un processo irregolare, dell’uccisione sotto tortura di 46 prigionieri, della deportazione in una zona desertica di altre 399 persone, della distruzione sistematica di frutteti e di palme da dattero nei pressi della città di Dujayl oggetto della repressione cominciata nel 1982 in occasione di un fallito attentato contro lo stesso  Saddam Hussein.

Jaafar al-Moussawi ha citato il Tribunale di Norimberga, che giudicò i Nazisti nel 1945, per dimostrare che “il criminale” (Saddam) “fu responsabile” di delitti che raggiungono lo standard dei crimini contro l’umanità “o perché sapeva di essi, o perché essi vennero perpetrati in base ad ordini che egli aveva personalmente approvato.”

Moussawi ha cominciato la sua requisitoria col dire che la falsificazione era alla base del comportamento di Saddam Hussein e dei suoi complici. Ha quindi tirato fuori, in modo pressoché gratuito, anche l’accusa di aver simulato l’attentato del 1982: Saddam avrebbe ordinato di sparare contro l’autocolonna nella quale viaggiava una ‘debole raffica’ di colpi. “L’attentato è stato un’invenzione machiavellica di Saddam Hussein” per giustificare la repressione, ha affermato l’accusatore.

Similmente è stato presentato come un’impostura il processo capitale a 148 abitanti di Dujayl – di cui 20 minorenni all’epoca dell’attentato - davanti al Tribunale rivoluzionario presieduto da Awad al-Bandar. Secondo Moussawi il processo si svolse solo sulle carte senza avvocati difensori e senza presentazione di prove, né fu consentito appello contro le 148 sentenze di morte comminate. Per di più, secondo l’accusa,  all’epoca del processo 46 imputati erano già deceduti, periti sotto tortura nelle carceri del regime.

A proposito dell’uccisone dei 148 cittadini di Dujayl, si è verificato una specie di giallo in quattro tempi.

Un anonimo testimone a discarico ha affermato in aula il 30 maggio che oltre una ventina dei presunti giustiziati di Dujayl sarebbero ancora vivi (v. n. 139). Costui insieme ad altri tre testimoni della difesa sono stati incarcerati (e forse malmenati) il giorno dopo per ordine del presidente del Tribunale con l’accusa di falsa testimonianza. Gli stessi testimoni sono ricomparsi in aula il 12 giugno dichiarando sotto giuramento che la difesa di Saddam li aveva indotti – con minacce e blandizie – a testimoniare il falso. La difesa di Saddam, a sua volta, ha accusato… l’accusa e il tribunale di aver minacciato i testimoni per indurli a ritrattare e ad autoaccusarsi di falso.

Questo è solo un esempio delle mille assurdità che rendono il procedimento in corso a Baghdad scarsamente credibile.

Un altro elemento che rende ingiusto il processo contro Saddam Hussein è la scarsità dei fondi per la difesa e la totale disorganizzazione dei servizi per gli avvocati difensori che non riescono neanche ad avere in tempo utile le trascrizioni delle sedute.

Per non parlare della carenza della sicurezza personale e delle minacce e degli attentati che si sono avuti durante tutto il periodo del processo la cui fase preliminare è cominciata il 18 dicembre 2004 e la cui fase dibattimentale ha avuto inizio il 19 ottobre 2005. Tra i 10 attentati mortali che come minimo si sono verificati, ci sono stati quelli contro il giudice Barwize Mohammed Mahmoud al-Merani ucciso il 1° marzo 2005 e quelli contro gli avvocati difensori Sadoun al-Janabi e Adel Muhammad al-Zubaidi uccisi rispettivamente il 20 ottobre 2005 e l’8 novembre 2005. Si è parlato inoltre dell’assassinio di almeno un testimone a difesa.

Ultimo fatto sconcertante in ordine di tempo è l’eliminazione di un personaggio di importanza cruciale nella difesa di Saddam Hussein e di Barzan Ibrahim Hasan al-Tikriti, il noto e stimato avvocato Khamis Ubaidi (*). Ubaidi il 21 giugno sarebbe stato prelevato presso la sua abitazione da uomini armati che avevano divise e documenti di riconoscimento del Ministero degli Interni iracheno. Il suo corpo crivellato di colpi e con ferite da percosse è stato ritrovato due ore più tardi. Khamis Ubaidi ha lasciato sei orfani. Sua moglie accusa il governo. La sdegnata smentita del Ministero degli Interni non dissipa tutti i dubbi dal momento che squadroni della morte di etnia sciita di ispirazione governativa si sono resi responsabili di numerose esecuzioni extragiudiziarie per rappresaglia contro gli attacchi degli insorti sunniti.

Khamis Ubaidi è stato ucciso nel momento più delicato, dopo la conclusione della requisitoria dell’accusa e prima delle arringhe finali della difesa. Egli stava per recarsi ad Amman allo scopo di concordare con gli altri legali gli interventi conclusivi da tenere alla ripresa del processo fissata per il 10 luglio. Dopo questo fatto a dir poco increscioso, la Corte, su indicazione delle autorità americane ed irachene, ha respinto la richiesta della difesa di spostare più in là nel tempo la ripresa dal processo in modo da potersi in qualche maniera riorganizzare.

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(*) Il nome dell’avvocato viene anche trascritto Khamis al-Obeidi

7) ADDESTRAMENTO ETICO DEI MARINE IN IRAQ

 

Nel tentativo di placare l’indignazione sollevata dalla strage, da parte dei “Marine”, di almeno 24 civili innocenti nella città sunnita di Haditha, avvenuta il 19 novembre scorso e fatta passare in un primo tempo per una battaglia contro gli insorti, otto marine sono stati arresti e messi sotto inchiesta nella base di Camp Pendleton in California. Nei riguardi dei responsabili di questo e di altri tragici episodi la legge statunitense prevederebbe la pena di morte. Per attenuare le critiche, il comando delle truppe americane in Iraq ha infine deciso di istituire un corso di ‘addestramento etico’ per i militari, precisando tuttavia che il 99,9 % dei soldati che operano nel paese mesopotamico si comportano già secondo le regole.

 

Recentemente anche il governo iracheno ha preso una posizione dura contro i comportamenti violenti e ingiustificabili dei militari americani, da quando è emerso che lo scorso novembre i soldati americani hanno assassinato almeno 24 civili, tra cui vecchi, donne e bambini, ad Haditha, per rappresaglia contro l’uccisione di un loro commilitone, provocata da una bomba fatta esplodere in mezzo alla strada al passaggio di un convoglio di blindati.

Quattro sono gli episodi di violenza letale sui civili su cui gli Americani sono stati costretti ad aprire inchieste in giugno, dopo quella avviata in maggio sulla strage di Haditha documentata da foto inequivocabili riprese con un telefono cellulare.

Quattro militari sono stati incolpati dell’omicidio di tre detenuti avvenuto il 9 maggio e di minacce contro un collega che avrebbe potuto denunciarli.

Il corpo dei Marine ha incriminato sette Marine e un medico della Marina militare per il rapimento e l’uccisione di un uomo presso Baghdad avvenuti il 26 aprile e per aver simulato un combattimento mettendo in mano al morto un Kalshnikov e un badile (con il quale avrebbe tentato di seppellire una mina).

Due membri della Guardia nazionale sono stati incriminati dell’omicidio colposo di un cittadino disarmato ucciso il 15 febbraio.

Il 24 giugno infine gli Americani hanno aperto un’inchiesta su cinque soldati che il 12 marzo avrebbero ucciso una giovane donna, violentata da almeno uno di loro, e tre familiari, incluso un bambino, per non lasciare testimoni. Anche questo fatto in un primo tempo sarebbe stato classificato come un ‘combattimento contro gli insorti’.

I giornali americani hanno parlato di possibile pena di morte per molti dei militari coinvolti nelle uccisioni e ora sotto inchiesta, ma le autorità militari invitano alla cautela mentre conducono in assoluto segreto le loro indagini.

Il primo ministro iracheno Nouri Maliki ha dichiarato che la dignità dell’Iraq è stata calpestata, che l’uccisione di civili “avviene regolarmente” e ha promesso di aprire trattative con le autorità militari straniere per stabilire regole basilari che definiscano standard di comportamento inerenti le incursioni e le detenzioni.

Gli Americani hanno reso noto per contro che nei campi di addestramento dei Marine viene letto il testo delle Convenzioni di Ginevra, e a coloro che sono destinati alla missione in Iraq viene insegnato il regolamento che definisce l’uso di forza letale. I soldati vengono anche impegnati in esercizi miranti a testare le loro reazioni di fronte a scene che simulano la confusione e la complessità dell’ambiente iracheno. Quando arrivano sul posto, i Marine ricevono ulteriori istruzioni da avvocati militari circa la necessità di identificare gli individui e di capire se si tratta di combattenti, prima di sparare.

Probabilmente quest’ultimo insegnamento non risulta molto chiaro e ben compreso, viste le numerose vittime che si registrano ai posti di blocco: il 31 maggio ha suscitato scalpore l’uccisione a Samarra di una partoriente e della madre di lei, freddate dai fucili americani, mentre si recavano in auto all’ospedale condotte dal  fratello della donna incinta.

Il 1° giugno i militari americani hanno reso noto che il vice comandante in Iraq, generale Peter Chiarelli, ha dato istruzioni affinché entro trenta giorni venga fornito un ulteriore addestramento alle truppe: dovranno essere insegnati ai soldati i valori militari, le aspettative della cultura irachena e una materia che l’esercito definisce “condotta disciplinata e professionale durante il combattimento”.

Il generale William B. Caldwell IV, portavoce delle forze armate americane in Iraq, dice che si stanno svolgendo “attente indagini” sul comportamento vergognoso di alcuni militari.

Caldwell ha dichiarato “Siamo qui in qualità di ospiti del popolo iracheno. Ed è come ospiti che dovremmo comportarci”.

Ospiti? Mentre scriviamo questo articolo viene divulgata la notizia di un video, che circolerebbe tra le truppe in Iraq, di un Marine che canta una lugubre canzone. Il canto descrive la morte di una bimba irachena, tenuta ferma da un soldato americano, colpita da proiettili statunitensi,  con il sangue che le cola sul volto mentre il resto della famiglia viene distrutto. Si sentono nel video le risate del pubblico, composto dai commilitoni di questo eccezionale cantante.

Non voglio essere pessimista, ma dubito che il nuovo addestramento etico dei Marine provocherà radicali cambiamenti nella condotta di questi soldati nel caotico teatro di guerra iracheno. Del resto, come può l’autorità americana insegnare seriamente valori morali, quando i primi a dimostrare un’insufficiente considerazione della vita umana sono, a tutti i livelli, i membri del governo statunitense? (Grazia)

 

 

8) PENA DI MORTE PER DELITTI NON DI SANGUE

 

Il 9 giugno l'Oklahoma è diventato il quinto stato nordamericano ad avere una legge che consente la pena di morte per i recidivi di crimini sessuali nei confronti di bambini, il giorno prima la North Carolina aveva approvato una legge simile. Gli sforzi in atto negli USA di estendere la pena di morte a fattispecie di reato non di sangue, così come i tentativi di ripristinare la pena capitale in stati che non la prevedono da molto tempo, violano lo spirito dei trattati internazionali sui diritti umani che tendono a limitare sempre più l’applicazione della pena di morte in attesa della sua abolizione universale.

 

Quando vengono messe sotto pressione nelle sedi internazionali, le autorità dei paesi che mantengono la pena di morte rispondono che la pena capitale è riservata agli autori dei delitti più gravi, agli omicidi più spietati. Eppure nella maggioranza di tali paesi si può essere giustiziati per delitti non di sangue, come i reati politici contro la sicurezza dello stato, i reati di droga, lo stupro, i reati economici, le violazioni dei precetti etici o religiosi.

Le violenze sessuali figurano spesso tra i delitti che comportano la morte. Ma sono tra i meno coerentemente puniti.

Nei paesi islamici la violenza sessuale nei riguardi delle donne viene raramente punita e non sono infrequenti casi in cui è addirittura la donna stuprata ad essere uccisa dai congiunti - su indicazione delle autorità tribali - per “lavare l'onore” familiare.

Negli Stati Uniti un uomo può essere condannato al carcere a vita per uno stupro senza che vi siano contro di lui inoppugnabili prove accusatorie, specie se è un nero accusato di aver violentato una donna bianca.

Ma il più delle volte i violentatori non vengono neanche perseguiti. Ricordiamo, ad esempio, che non furono mai perseguite le continue aggressioni sessuali subite dal nostro amico Joe Cannon a partire dai 6 anni di età e fino ai 17 quando commise l’omicidio insensato che gli costò la condanna a morte. Tali violenze – e le violenze familiari di altro tipo descritte nella domanda di grazia rivolta al governatore del Texas George Bush - non furono nemmeno considerate attenuanti sufficienti ad evitarli l'iniezione letale, che Joe subì il 22 aprile 1998.

Negli ultimi decenni negli USA vi sono state alcune condanne a morte per violenza carnale, ma non c'è stata alcuna esecuzione per tali reati dopo il 1964. Dal momento in cui la Corte suprema ripristinò la pena capitale nel 1976, nessuno è stato giustiziato per crimini che non hanno comportato almeno un omicidio.

Prima della messa fuori legge della pena capitale del 1972, 16 stati e il governo federale consentivano la pena capitale per stupro. La Corte suprema nel 1977 ha sentenziato che la pena di morte inflitta a Ehlich Coker, violentatore di una donna in Georgia, fu sproporzionata rispetto al crimine e in quanto tale da considerarsi crudele e inusuale e perciò proibita dalla costituzione. “La vita è finita per la vittima di un omicidio" scrisse il giudice Byron R. Withe per la maggioranza. “Per la vittima di uno stupro, la vita può non essere così felice come lo era prima ma non è finita, e normalmente non ha subito un danno irreparabile."

Il caso della Georgia riguardava però una donna adulta. In seguito - come abbiamo detto - cinque stati hanno reintrodotto la pena di morte per reati sessuali nei confronti di bambini. Alla Florida, alla Louisiana e al Montana, si sono ora aggiunte l'Oklahoma e la North Carolina. In Oklahoma la pena di morte è stata consentita per la recidiva nello stupro e in altri reati sessuali ai danni di minori di 14 anni; l'analoga legge della North Carolina consente una sentenza capitale nei confronti di recidivi in reati sessuali contro minori di 11 anni.

Il Governatore della North Carolina Mark Sandfor ha dichiarato che la legge approvata l’8 giugno “costituisce un deterrente incredibilmente forte per i criminali che siano stati rilasciati." Dal canto suo Trey Walker, vice del Ministro della giustizia della North Carolina, prevede che nei vari stati ci saranno sempre più leggi che renderanno i crimini sessuali contro i bambini reati capitali. “Questa è una cosa che la Corte suprema tiene in considerazione," ha affermato. “Non ci sono molti dubbi che la nostra legge sarà confermata e ritenuta costituzionale."

Noi preferiamo dar credito a chi prevede che invece leggi come questa, che espandono i reati capitali, saranno - prima o poi - bocciate dalla Corte suprema. Tuttavia ci preoccupa la tracotanza con cui i sostenitori della pena capitale in USA cercano di porsi in controtendenza con il resto del mondo quasi a dimostrare la vitalità e l’equità della pena di morte. Sono da leggere in questo senso anche la ripresa delle esecuzioni in Tennessee e soprattutto i ripetuti tentativi di ripristinare la pena di morte in stati abolizionisti. Come il caparbio tentativo del governatore del Massachusetts, fallito nel mese di novembre scorso - e il tentativo in atto nel Wisconsin, uno dei primi stati abolizionisti – con l’indizione di un referendum in materia (v. n. 139).

 

 

9) QUANDO L’UMANITÀ ENTRA NEL PIÙ BUIO DEI LUOGHI di Charles Perroud (*)

 

La nonviolenza è la risposta alle domande politiche e morali del nostro tempo. Vi è la necessità da parte dell’umanità di vincere l’oppressione e la violenza senza ricorrere all’oppressione e alla violenza. L’umanità deve sviluppare un metodo di gestire i conflitti che rifiuti la vendetta, l’aggressività e la rappresaglia. Il fondamento di questo metodo è l’amore. (Martin Luther King)

 

L’ultimo dei luoghi in cui ci si aspetterebbe di vedere il metodo della resistenza nonviolenta in piena attività, secondo gli insegnamenti del dottor King e l’eredità del satyagraha di Mahatma Gandhi, è il braccio della morte del Texas.

Eppure è proprio ciò che sta accadendo nel luogo su cui i cittadini onesti che pagano le tasse preferirebbero chiudere gli occhi e del quale vorrebbero gettare via le chiavi. Non potrebbe importare loro di meno ciò che accade ad individui considerati “sub-umani”, al massimo meritevoli di morire il più in fretta possibile; non importa se alcuni sono stati condannati ingiustamente (come possono dimostrare le 123 persone liberate dal braccio della morte in tutti gli Stati Uniti, dagli anni ’70 ad oggi) o quanto meno condannati non tanto per il crimine che hanno commesso, ma piuttosto per la loro povertà, razza o altri fattori sociali, impossibilitati ad ottenere una valida difesa legale e, alla fine del processo, un giudizio espresso da una giuria formata da loro simili.

Un gruppo di detenuti appassionati e generosi hanno posto i loro corpi sulla linea del fuoco, hanno messo a rischio i cosiddetti “privilegi” o “lussi” (come un’ora fuori cella o una doccia al giorno) nel corso di una protesta nonviolenta allo scopo di ottenere il rispetto dei diritti umani basilari. La loro azione è stata contrastata con l’uso della forza, con dure rappresaglie, senza rispettare le regole da parte dell’amministrazione carceraria, convinta che la propria opinione costituisca la regola.

Il movimento nonviolento D.R.I.V.E., lungi dall’essere passivo, è impegnato dal novembre 2005 in azioni di resistenza che cercano di suscitare la consapevolezza nei riguardi di esseri umani indipendentemente da ciò di cui sono stati accusati.

La massima enfasi è da porre nella compattezza del movimento; gli obiettivi non riguardano i singoli individui coinvolti ma tutta la popolazione carceraria. Troppo spesso e tristemente, l’atteggiamento dei prigionieri è di rassegnazione nel proprio destino con una contemporanea ricerca di piccole soddisfazioni in termini di privilegi personali che diano un po’ di sollievo alle loro giornate, spesso a danno di altri o del benessere collettivo. Il movimento D.R.I.V.E. ha l’obiettivo ambizioso e tuttavia raggiungibile di cercare di farsi sentire non solo da chi gestisce la Polunsky Unit di Livingston in Texas, ma da tutta l’amministrazione carceraria, per portare le condizioni di detenzione ad un livello di decenza e far entrare l’umanità all’interno delle mura oscure del braccio della morte.

Le diverse strategie utilizzate, come il rifiuto di lasciare la doccia o l’ ”occupazione” delle feritoie per il cibo, hanno prodotto innumerevoli attacchi con il gas urticante, che lascia i detenuti soffocati e annaspanti alla ricerca di aria, la negazione di basilari servizi igienici ed alimentari, la negazione di un cibo che persino il Capo delle guardie ha ammesso non essere adatto ad esseri umani, e così via.

Ciononostante, le tattiche di rappresaglia da parte degli agenti penitenziari, lungi dal produrre l’effetto desiderato, hanno ottenuto il contrario: sono servite a rafforzare la determinazione contro la bieca oppressione e hanno allargato il sostegno da parte del “mondo esterno”, in quanto la dedizione dei partecipanti alla loro causa ha attratto una rete ben organizzata di attivisti dei diritti umani e di loro amici. Questo fenomeno non è ovviamente senza precedenti - pensiamo a ciò che avvenne all’epoca della lotta per i Diritti Civili - e trova la sua ispirazione nella stessa fonte di umanità e di dedizione al benessere comune, come fecero un tempo i leader del Movimento per i Diritti Civili.

Nelson Mandela una volta disse: “Nessuno conosce davvero una nazione fino a quando non è stato dentro le sue carceri. Una nazione non dovrebbe essere giudicata per come tratta i cittadini di alto rango ma per come si comporta con quelli di rango più basso”. Bene, questo concetto esprime in modo elegante l’obiettivo del D.R.I.V.E. E’ lungi dall’essere un tentativo di glorificare certi individui o di dipingerli tutti come vittime innocenti di un sistema malvagio. Tuttavia, non promuove neppure il concetto dell’”occhio per occhio” che perpetua solo odio e violenza.

Ciò che si intende ottenere attraverso questa resistenza nonviolenta è di restituire la dignità ad esseri umani che vivono in condizioni squallide (descritte in 24 argomentazioni che si possono trovare nel  “DRIVE Handbook” riportato nel relativo sito). Si vuole contribuire a mettere in piedi un clima in cui la gente sia portata a prendere in considerazione l’assoluta urgenza di una società più giusta, che elimini alle radici i fattori che hanno contribuito alla violenza e alla sfiducia che pervadono tutte le classi sociali. Si vuole infine arrivare all’abolizione di questo atto barbaro e violento di pura vendetta e di disprezzo della vita umana che è la pena di morte.

Non c’è modo migliore di concludere l’articolo che citare le parole degli stessi contestatori:

“La gente cerca di definire le persone e i gruppi – persino quando si guarda indietro alla storia, e alle azioni un tempo compiute, si cerca ancora di ridefinirle. Noi cerchiamo di darci una definizione nel senso che quando la storia guarderà indietro a noi, capiranno che siamo stati fondatori di una nuova tendenza. Noi non stiamo comodi all’interno di stereotipi. Il D.R.I.V.E. è un gruppo ricco di sfaccettature. Non siamo né violenti, né passivi. Siamo combattivi. Siamo coloro che oppongono resistenza. Siamo attivisti diversi, ma soprattutto possiamo essere considerati uomini che abbracciano la causa della sacralità della vita e che cercano di affermare la piena misura della loro umanità in faccia a coloro che cercherebbero di distruggerla”.

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(*) Charles Perraud, esponente del movimento D.R.I.V.E., è un attivista per i diritti umani e uno studioso degli insegnamenti di Martin Luther King. Può essere contattato all'indirizzo: innocent.criminal51@gmail.com

Questo articolo viene pubblicato su proposta di Kenneth Foster  in sostituzione del suo abituale articolo personale

 

 

10) CONSUNTIVO DELLA CAMPAGNA SULLE CONDIZIONI DI DETENZIONE

 

Il bilancio della campagna di lettere per ottenere migliori condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas ha pienamente soddisfatto Kenneth Foster che ci aveva proposto di mobilitarci in merito già dal mese di marzo (v. n. 137). Kenneth ha definito “stupefacente” e “favoloso” il bilancio della campagna. E non si riferiva neanche al bilancio definitivo!

 

Possiamo affermare che, per protestare contro le orribili condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas, almeno 67 lettere (nella versione ‘corrispondenti dei detenuti’ o ‘generici difensori dei diritti umani’), firmate in totale da 550 persone, sono state spedite ai quattro destinatari da noi indicati: il Direttore dell’amministrazione carceraria Dretke, il Governatore Perry, i quotidiani Dallas Morning News e Houston Chronicle.

C’è da notare che una parte delle lettere mandate all’Houston Chronicle sono tornate ai mittenti perché l’indirizzo indicato era troppo generico. Tali lettere possono essere rispedite al medesimo indirizzo aggiungendo il nome di almeno uno dei redattori che si occupano di questioni politiche o giudiziarie (ad esempio: Clay Robison, Michael Kunzelman, R.G. Ratcliffe, Kristen Mack).

Fateci sapere se i destinatari hanno risposto a qualcuno di voi.

Pensiamo di inviare una lettera conclusiva chiedendo con gentile insistenza una parere in merito a ciò che è stato scritto.

Un particolare ringraziamento, per l’impegno con cui hanno partecipato alla campagna, va ad Antonio, Emanuela O., Grazia, Paolo, Nadine, Giorgio, Graziella, Emanuela A., Mauro, Walter, Riccardo, Laura, Aldo, Stefania, Federica, Katia, Marco, Luca, Carmen, Tiziana, Sabrina, Claudio,  Giuseppe, Loredana, Luciana, Christian, Margherita, Lorenzo, Anna, Luana, Stefano,  Cinzia, Luisa.

 

 

11) KENNETH VUOLE ALLARGARE IL GIRO DI SUOI CORRISPONDENTI !

 

Il nostro amico Kenneth Eugene Foster, come sapete, collabora con questo Foglio di Collegamento mensile da più di tre anni ormai, inviando articoli interessanti e vivi, testimonianze drammatiche dei gravi problemi che regnano nel braccio della morte del Texas. Kenneth scrive regolarmente a Grazia Guaschino ogni mese per inviarle l’articolo da pubblicare e altre comunicazioni e richieste. Egli ha bisogno, più della media dei detenuti, di attenzione da parte del mondo esterno e di grande collaborazione. Pertanto ci ha chiesto di estendere a tutti i soci del Comitato l’invito a scrivergli e a collaborare con lui. Giriamo pertanto a voi la sua domanda, con l’invito ad aderirvi. Sicuramente vi interesserà e vi arricchirà lo scrivere ad un uomo intelligente e pieno di iniziative, che dimostra un coerente e strenuo impegno nella lotta contro la triste condizione dei condannati a morte del Texas, capace di organizzare e animare i suoi compagni di sventura. L’indirizzo di Kenneth è:

Kenneth E. Foster Jr. #999232

Polunsky Unit

3872 FM 350 South

LIVINGSTON, TX 77351   U.S.A.

 

 

12) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA DAGLI USA

 

Paolo Cifariello ci comunica che  un ‘ospite’ della tristissima Polunsky Unit chiede amicizia. Ronnie ha 35 anni ed è nero. Ha tre figli. E’ nel braccio della morte del Texas da un mese soltanto. Scrive poesie e si definisce un tipo molto aperto. Pubblichiamo ben volentieri l’indirizzo di Ronnie invitando i lettori a corrispondere con lui.

Mr. Ronnie Joe Neal # 999510

Polunsky Unit

3872 FM 350 South

LIVINGSTON, TX 77351   U.S.A.

 

 

13) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA DALLO ZAMBIA

 

Riceviamo dallo Zambia una lunga lettera di Germain Lupula Mukoji, un condannato a morte di 45 anni, padre di 4 figli, che al momento sono affidati a parenti vari, in quanto la madre è morta di malaria alcuni anni fa. Germain, di origine congolese, fu arrestato in Zambia nel 1992 con l’accusa di aver compiuto una rapina. Fu condannato a morte nel 1994 e la condanna fu riconfermata in appello nel 2000. Egli si dichiara innocente del crimine contestatogli e afferma di essere stato condannato perché straniero e perché ricevette una difesa legale inadeguata. Cerca una persona di buon cuore con cui corrispondere e che lo aiuti a sopportare psicologicamente e materialmente le durissime condizioni di vita nel braccio della morte. Chi volesse dargli una mano può scrivergli in inglese al seguente indirizzo:

Mr. Germain Lupula Mukoji

Maximum Security Prison

Condemn Section

P.O. Box 80915

KABWE    ZAMBIA

 

 

14) SEMPLICISSIMO INVIARE SOLDI AI DETENUTI CON J-PAY !

 

Purtroppo l’invio tradizionale di fondi ai detenuti del braccio della morte degli Stati Uniti non assicura tempi celeri e spesso capita che i pagamenti non vadano a buon fine per errata procedura.  Per questo Stefania Silva ci consiglia di utilizzare il sito:  www.jpay.com 

 

Per giovarsi di j-pay è necessario avere una carta di credito (sono certamente utilizzabili anche le carte pre-pagate che appartengono ai maggiori circuiti internazionali).

Dopo essersi registrati si può procedere all’invio dei soldi; ogni invio rimane memorizzato e si possono aggiungere in qualsiasi momento i nomi di altri detenuti, anche in diversi stati e non condannati a morte.

I tempi di accredito sono rapidi (tre o quattro giorni) e il costo equivale a quello degli invii tradizionali (5 dollari circa).

N. B. Nell’indicare il numero di matricola del detenuto, NON anteporre il simbolo “ # ”

 

 

15) DAL VERBALE DELL’ASSEMBLEA DI FIRENZE DEL 4 GIUGNO

 

[…] Sono presenti i soci: Giuliana Bonosi, Paolo Cifariello, Margherita De Rossi, Loredana Giannini, Maria Grazia Guaschino, Antonio Landino, Giuseppe Lodoli, Stefania Silva, Isabella Totaro. […]. L'ordine del giorno è il seguente: 1.  Relazione sulle attività svolte dopo l'Assemblea del 22 maggio 2005; 2. situazione iscritti al Comitato, gestione dei soci; 3. illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2005; 4. eventuali dimissioni dalle cariche sociali e rinnovo del Consiglio direttivo; 5. pubblicazione in lingua originale inglese del libro su Gary Graham; 6. proposte di invito e ospitalità di Dale Recinella in autunno 2006 in alcune località italiane; 7. linee generali della prosecuzione delle attività del Comitato, strategie abolizioniste; 8. proposte rivolte ai nuovi iscritti di collaborare attivamente in iniziative consone alle loro rispet­tive possibilità ed esperienze; 9. adesione ideale di personalità e di organizzazioni al Comitato; 10. raccolta fondi e allargamento della base associativa; 11. eventualità per il Comitato di diventare una Onlus; 12. varie ed eventuali. In apertura di seduta si affronta il punto 1. all’o. d. g. […] Subito dopo l’assemblea del 22 maggio 2005, Giuseppe ha tentato di rilanciare il Progetto “Non uccidere” […]. Rapporti con Amnesty International: vi è stata la partecipazione di soci del Comitato ad una decina di incontri organizzati da Amnesty nelle scuole e in altri luoghi, e relazioni abbastanza regolari col Gruppo 245 che opera a nord di Roma; con Amnesty è in corso una collaborazione nella preparazione di materiali per le scuole.Rappresentanti del Comitato hanno partecipato ad una mezza dozzina di eventi educativi o di sensibilizzazione sulla pena di morte organizzati da persone o gruppi diversi da Amnesty International. Assistenza a corrispondenti o gruppi che sostengono condannati a morte (per lo più su richiesta di Amnesty): si sono mantenuti rapporti regolari con un quindicina di tali soggetti. Grazia il 4 marzo 2006 ha tenuto una conferenza sulla pena di morte per i Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, trattando soprattutto dei riferimenti biblici e della dottrina cattolica in merito. Il 20 marzo Grazia ha partecipato ad un incontro presso la scuola media “Pier Lombardo” di Novara a conclusione di un lavoro sulla pena di morte fatto dagli studenti e promosso da Anna Maria Esposito [...] Paolo Cifariello ha partecipato ad un progetto sull'educazione alla legalità promosso dall'Associazione "Libera". Nell'ambito del progetto Paolo Cifariello ha incontrato alcuni gruppi di detenuti del carcere di Piacenza. […] E’ proseguito regolarmente il rapporto di amicizia  e di collaborazione con Kenneth Foster, detenuto nel braccio della morte del Texas, il quale ha preparato articoli per quasi tutti i numeri del Foglio di Collegamento. Si sono fornite consulenze ed appoggi all’associazione abolizionista del Togo “Federazione Africana Contro la Pena di Morte. Il 10 giugno 2005 si è svolta a Firenze l’Assemblea Generale della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, ospitata dalla Regione Toscana. […] Grazia, Giuseppe e Loredana hanno rappre­sentato il Comitato. […] A nome del Comitato Paul Rougeau Grazia ha presentato un documento che sottolinea la necessità di un’armonica cooperazione tra le varie organizzazioni abolizioniste. Il Comitato ha partecipato alla Giornata mondiale contro la pena di morte del 10 ottobre 2005, dedicata all’abolizione della pena di morte in Africa; in quella occasione sono state inoltrate 38 lettere sul tema della pena capitale, sotto­scritte da circa 450 persone, ad altrettanti presidenti/re dei paesi africani che mantengono la pena capitale. La maggioranza delle lettere sono state consegnate a mano nella giornata del 10 ottobre alle rappresentanze diplomatiche in Italia dei paesi interessati […]. Su richiesta di Kenneth Foster il Comitato si è impegnato nella Campagna per protestare contro le disumane condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas. Nel corso della campagna – che dura da due mesi e non si è ancora conclusa – sono state spedite oltre 60 lettere, sottoscritte da più di 500 persone, all’amministrazione carceraria texana e, per conoscenza, al governatore del Texas e ai due principali quotidiani di tale stato. […]. Il Foglio di Collegamento è uscito regolarmente […]. L’indirizzario per l’invio del bollettino in forma cartacea è rimasto pressoché stabile con circa 90 destinatari; i destinatari dell’edizione e-mail del F. d. C. sono circa 250. Togliendo il numero di coloro che ricevono il bollettino nelle due forme si può concludere che in tutto i destinatari del F. d. C. sono circa 300. Per la preparazione del F. d. C., la Redazione ha raccolto circa 1.000 fitte pagine di documentazione sulla pena di morte nel mondo. Il Comitato ha continuato a smistare informazioni sul tema della pena di morte ricevendo circa 14.000 e-mail e spedendone 3.800. Il sito Web è stato puntualmente aggiornato da Grazia […].  E’ stata pubblicata nel mese di febbraio una nuova edizione completamente aggiornata dell’Opuscolo del Comitato. […] Punto 2. Loredana riferisce che i soci presenti nel data base del Comitato […] sono in totale 104 […]. Punto 3. Paolo Cifariello illustra il rendiconto economico per il 2005 che viene distribuito ai partecipanti (*). Tra le entrate l’importo delle quote associative è il più rilevante (per il capitolo riguardante i ricavi per la  vendita del libro su Gary Graham si farà un discorso a parte). Scarse le offerte generiche ‘pro detenuti’: a fronte delle migliaia di euro che entravano fino al 2003, si sono ricevuti nel 2005 solo 231 euro. Il numero di operazioni di trasferimento di fondi ai detenuti per conto terzi (53, per un totale di 10.600 euro) è identico a quello dell’anno precedente […]. Le offerte ‘pro detenuti’ prelevate dalla cassa del Comitato assommano a circa 700 euro, come nell’anno precedente. Tra le spese rimangono molto rilevanti e pari a circa 1.400 euro quelle relative alla produzione e alla spedizione del F. d. C. in forma cartacea. […] Il bilancio viene approvato all’unanimità; […]. Punto 4. […] L’Assemblea saluta con un applauso la disponibilità a far parte del Consiglio direttivo delle socie Margherita De Rossi e Stefania Silva che lavorano con grande impegno e notevoli capacità da oltre un anno all’interno della nostra organizzazione […] pertanto il Consiglio direttivo risulta composto da: Maria Grazia Guaschino (Presidente), Giuseppe Lodoli (Vice presidente), Paolo Cifariello (Tesoriere), Margherita De Rossi, Loredana Giannini, Anna Maria Esposito, Stefania Silva (Consiglieri). […]. Si passa al punto 5. Prima didiscutere della pubblicazione del libro su Gary Graham in lingua inglese, si fa il punto sulla vendita delle copie dell’edizione italiana acquistate dall’editore. […] Rimangono in giacenza 320 copie tuttora invendute. […] Per l’edizione in inglese, pronta da un anno ed accuratamente rivista, sia nei contenuti che, da John Gilbert, per la parte linguistica, non si è riusciti a trovare negli USA un editore. Si decide pertanto di accettare la proposta dell’editrice Multimage di produrre l’edizione inglese qualora si verifichi la possibilità di distribuire un numero congruo di copie negli USA tramite gli abolizionisti americani, anche senza alcun profitto da parte del Comitato. […]  Punto 6. Per quanto riguarda la disponibilità ad ‘usufruire’ delle conferenze di Dale Recinella e della moglie Susan nel prossimo mese di ottobre […] si presentano le seguenti possibilità: a Piacenza probabile accettazione della Casa Circondariale […]; a Novara un liceo scientifico contattato da Anna Maria Esposito ha già accettato; a Firenze è probabile l’accettazione da parte di un grande istituto scolastico comprensivo situato al Poggio Imperiale. Margherita verificherà un eventuale interesse per Dale da parte dell’emittente televisiva cattolica Telepace. Essendoci un sufficiente interesse, si decide di invitare Dale e Susan e di pagare con i fondi del Comitato il costo del viaggio. […] Punto 7. Si decide di proseguire con tutte le attività di routine del Comitato ma anche di ravvivare la riflessione sulle strategie abolizioniste a partire da un’attenta rilettura dall’articolo in proposito comparso nel numero 135 del F. d. C. Dovrà essere fatto uno sforzo per dedicare una parte delle energie di coloro che sono impegnati in attività di sostegno ai condannati a morte in iniziative tendenti a cambiare la mentalità dei cittadini statunitensi riguardo alla pena capitale. E’ confermato il mandato dell’Assemblea per l’eventuale organizzazione delle attività denominate: Progetto “Non uccidere”, Campagna “Rimbalzo”, “Digiuno a catena”, e di attività simili. [… ]Punto 10. Si suggerisce di organizzare delle cene per la raccolta fondi. Un tal genere di iniziative potrebbe fruttare discreti introiti con una limitata fatica organizzativa. […] Si consulterà in qualità di ‘esperta’ Nadine Ricci. Una cena potrebbe essere organizzata alla Casa del Popolo di Settignano vicino a Firenze. […] Punto 12. Grazia, che fa molta fatica a portare avanti la corrispondenza con Kenneth Foster ed a soddisfare/contenere/limitare le continue e variegate richieste di aiuto e di  mobilitazione in suo favore, chiede – d’accordo con Kenneth - di poter condividere con altre persone tale incombenza […]

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(*)Il rendiconto economico del 2005 verrà allegato al prossimo numero.

 

 

16) NOTIZIARIO

 

Tennessee. Preoccupante ripresa delle esecuzioni.  Il 28 giugno il Tennessee ha compiuto la sua seconda esecuzione dal 1976, anno in cui fu ripristinata la pena di morte negli Stati Uniti. Ad essere messo a morte è stato Sedley Alley, dopo una convulsa serie di sospensioni, ordinate in extremis e poi annullate, che hanno ritardato l’iniezione letale di alcune ore fino alle 3 di notte. Il Tennessee, che negli ultimi 45 anni aveva messo a morte il solo Robert Glen Coe, ‘giustiziato’ nel 2000, sembra voler riavviare ad un ritmo sostenuto la macchina della morte fissando un gran numero di esecuzioni. Dopo l’annullamento di alcune ‘date’, rimangono 4 esecuzioni programmate in Tennessee tra agosto ed ottobre, di cui due riguardano ‘volontari’, cioè detenuti che hanno interrotto l’iter degli appelli.

 

Texas. Confermato il terzo annullamento della sentenza di morte per Johnny Penry. Il 12 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso dello stato del Texas contro l’annullamento della sentenza di morte inflitta a John Paul Penry, il ritardato mentale del Texas che l’establishment della cittadina di Livingston in Texas vuole morto a tutti i costi a 26 anni dal crimine. Ricordiamo che la Corte d’Appello Criminale del Texas il 5 ottobre dell’anno scorso ha annullato la terza sentenza di morte emessa da una giuria del Texas nei riguardi di Penry (v. n. 132). Come le due volte precedenti la sentenza di morte è stata annullata perché la giuria non fu messa in grado di valutare adeguatamente l’attenuante costituita dal ritardo mentale del soggetto. Lo stato del Texas sostiene che egli non sia un ritardato mentale e con tutta probabilità tenterà di far condannare a morte per la quarta volta John Paul Penry per aver ucciso la 22-enne Pamela Moseley Carpenter nel 1979.

 

Texas. Implacabile l’accusa contro Anthony Graves. Contro Anthony Graves, accusato di una orrenda strage, non esiste alcuna prova degna di questo nome ed anzi il lavoro di un gruppo di studenti di giornalismo il 3 marzo ha contribuito a far annullare il processo del 1994 mettendo in luce che il procuratore distrettuale Charles Sebasta tenne nascosto in modo fraudolento che l’unico testimone a carico ritrattò già prima del processo (v. nn. 98, 100, 122, 137, notiziario). Ma l’accusa, punta nel vivo dalla sentenza emessa della Corte federale d’Appello del Quinto Circuito, ha inoltrato il mese scorso un appello alla Corte suprema degli Stati Uniti contro l’annullamento del processo di Graves. Se la massima corte respingerà l’appello o non si pronuncerà entro il 12 settembre p. v. lo stato del Texas dovrà suo malgrado rimettere in libertà il malcapitato Anthony Graves o tentare di riprocessarlo a 14 anni dai fatti.

 

Virginia. Ordinata una nuova udienza sul ritardo mentale di Atkins. Il caso di Daryl Atkins, il condannato a morte della Virginia che ha causato la storica sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti del giugno del 2002 che proibisce la pena di morte per i ritardati mentali, è tutt’altro che risolto per il detenuto stesso. Infatti il 5 agosto 2005 la Virginia aveva ottenuto da una giuria della Contea di York l’affermazione che Daryl Atkins non è in effetti un ritardato mentale e aveva fissato la data della sua esecuzione per il 2 dicembre scorso (v. n. 131). Gli avvocati di Atkins, presentando un appello, avevano ottenuto di far sospendere l’esecuzione. L’appello è stato discusso nel mese di aprile di quest’anno dalla Corte suprema della Virginia e l’8 giugno la medesima corte ha ordinato che si tenga una nuova udienza, davanti ad una diversa giuria, per stabilire se il condannato è un ritardato mentale. Questa volta non dovrà essere detto alla giuria che Atkins è stato in precedenza condannato a morte. La famiglia della vittima di Atkins, che nel 1996 a 18 anni di età uccise per rapina un aviere, è favorevole a risolvere il caso con un patteggiamento tra accusa e difesa che stabilisca una condanna a vita in luogo dell’esecuzione.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 giugno 2006