FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 259  -  Maggio 2019

Michael Addison in New Hampshire

SOMMARIO:

1) Il New Hampshire abolizionista in barba al governatore Sununu

2) La dinamica abolizionista in atto negli Stati Uniti dal 1846

3) Giustiziato in Tennessee per un omicidio compiuto 35 anni fa

4)Messo a morte in Alabama per un delitto commesso a 19 anni di età

5) In Florida messo a morte un folle violentatore omicida

6) Giustiziato in Alabama un rapinatore che uccise un ecclesiastico

7) L’accusatrice Aramis Ayala, contraria alla pena di morte, lascia

8) Dura requisitoria di Amnesty contro il presidente del Venezuela

9) Ordinata una serie di esecuzioni dal presidente nordcoreano?

10) 8 consigli di Michael Graczyk ai reporter dal braccio della morte

11) Un film su Cameron Willingham innocente ucciso in Texas nel 2004

12) Notiziario: California, Malawi, Pakistan, Tennessee, USA

1) IL NEW HAMPSHIRE ABOLIZIONISTA IN BARBA AL GOVERNATORE SUNUNU

 

Abolita la pena di morte in New Hampshire, uno stato che non compie esecuzioni dal 1939

 

Il parlamento del New Hampshire, lo stato nordamericano che non compie esecuzioni da 80 anni ed ha un solo condannato a morte, il 30 maggio è infine riuscito ad abolire la pena di morte nonostante la stenua opposizione del Governatore Chris Sununu. La dinamica abolizionista in New Hampshire è in atto da parecchi anni ma le leggi abolizioniste proposte sono fallite o per mancanza di voti in parlamento o per l’opposizione dei governatori (1).

Nel 2000 la legge abolizionista approvata dai due rami del parlamento cadde per colpa della governatrice di allora, Jeanne Shaheen, che oppose il suo veto. La successiva governatrice, Maggie Hassan, favorevole all’abolizione, avrebbe firmato la legge in proposito, ma tale legge non passò al Senato dove ricevette 12 voti a favore e 12 contrari.

La pena di morte in New Hampshire era prevista in un limitato numero di casi: omicidio di un giudice o di un poliziotto, omicidio su commissione, omicidio nel corso di una violenza carnale, nel corso di alcuni reati di droga, nel corso di una violazione di domicilio, omicidio commesso da un ergastolano.

Lo stato del New Hampshire non ha messo a morte nessuno dopo il 1939 ed ha un solo condannato a morte: il nero Michael Addison.

Già passata alla Camera dei Rappresentanti l'11 aprile, la legge abolizionista è stata approvata dal Senato con 16 voti a favore e 8 contro: esattamente la maggioranza dei 2/3 necessaria per vanificare il veto che il governatore Sununu aveva già posto.

Chris Sununu, ha subito dichiarato di essere profondamente deluso dal voto del Senato: “Sono stato sempre coerentemente al fianco dei tutori dell’ordine, delle famiglie delle vittime del crimine, di cloro che perseguono la giustizia nell’oppormi all’abolizione della pena di morte perché questa era la posizione giusta da prendere.”

Le ultime polemiche pro e contro la pena di morte si sono accese intorno al caso di Michael Addison, il solo ospite del braccio della morte del New Hampshire, che nel 2006 uccise il poliziotto Michael Briggs.

La legge abolizionista non è retroattiva e quindi occorrerà un provvedimento ad hoc per salvare Addison. I sostenitori della pena capitale, a cominciare dal Governatore Sununu, già strepitano contro tale (logica e prevedibile) eventualità.

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(1) Vedi nn. 212, 214, 248, 250, 252, 258.

2) LA DINAMICA ABOLIZIONISTA IN ATTO NEGLI STATI UNITI DAL 1846

 

Il New Hampshire è il 21° stato degli Stati Uniti d’America che ha abolito la pena capitale, unendosi ad una lista sempre crescente di stati che hanno abbandonato la pena di morte. (Ancora 29 stati permettono la pena capitale).

 

Riportiamo la lista degli stati che hanno abbandonato la pena capitale e l’anno dell’abolizione:

 

New Hampshire, 2019

Washington, 2018

Delaware, 2016

Maryland 2013

Connecticut, 2012

Illinois, 2011

New Mexico, 2009

New York, 2007

New Jersey, 2007

Rhode Island, 1984

Massachusetts, 1984

North Dakota, 1973

Iowa, 1965

West Virginia, 1965

Vermont, 1964

Alaska, 1957

Hawaii, 1957

Minnesota, 1911

Maine, 1887

Wisconsin, 1853

Michigan, 1846

3) GIUSTIZIATO IN TENNESSEE PER UN OMICIDIO COMPIUTO 35 ANNI FA

 

La sera del 14 maggio il governatore del Tennessee Bill Lee ha rifiutato la grazia a Donnie Johnson uxoricida condannato a morte. Due giorni dopo il condannato, dal momento che non aveva optato per la sedia elettrica, è stato ucciso con l'iniezione letale (1).

L'uxoricidio fu commesso da Donnie l'8 dicembre del 1984 nel corso di una lite a proposito della richiesta di divorzio avanzata dalla moglie Connie, divorzio che Donnie diceva di non poter affrontare dal punto di vista economico. La moglie morì asfissiata dopo che lui le introdusse a forza un sacchetto di plastica in bocca.

Gli avvocati di Donnie Johnson hanno evitato di presentare la miriade di appelli in extremis che di solito vengono avanzati per i condannati a morte negli USA, puntando tutto sul potere di grazia del governatore.

Sia il governatore che Johnson si erano dichiarati apertamente religiosi. Annunciando il rifiuto della grazia il governatore ha dichiarato: "Dopo aver considerato pregando e con grande attenzione la richiesta di clemenza, e dopo un accurato riesame del caso, io confermo la sentenza emessa dallo stato del Tennessee decidendo di non intervenire".

Dal canto suo il 68-enne Donnie Johnson sul lettino dell'esecuzione ha detto: "Metto la mia vita nelle tue mani. Sia fatta la tua volontà. Nel nome di Gesù io prego. Amen."

Johnson, diventato un ministrante della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, predicava ai detenuti e alla radio.

Donnie Johnson era stato perdonato sette anni fa da Cynthia Vaughn, figlia della moglie che lui uccise. Cynthia Vaughn si è appellata invano all'attuale governatore e al precedente, Bill Haslam, chiedendo clemenza.

Jason Johnson, il figlio che il condannato aveva avuto con la moglie uccisa, non ha invece perdonato. "Se si è redento, ciò non conta. É una questione che riguarda lui e Dio," ha dichiarato Jason Johnson. "Il perdono per lui deve venire da Dio e non dallo stato. Anche la Bibbia dice: Occhio per occhio".

Note di cronaca del 16 maggio:

Fuori della prigione una cinquantina di persone manifestavano a favore del condannato, una sola persona, tale Rick Laude, manifestava a favore dell'esecuzione.

Dentro il carcere le tende che separavano i testimoni dalla camera di esecuzione sono state aperte alle 19 e 17'.

Il primo farmaco iniettato, il midazolam, doveva rendere il condannato incosciente. Mentre tale farmaco entrava nelle sue vene Donnie Johnson cantava un inno religioso. La sua voce si è abbassata per due volte ma le parole dell'inno sono giunte chiaramente ai testimoni per più di 2 minuti: "Basta piangere qui, andiamo a vedere il re. Basta morire qui, andiamo a vedere il re."

Ad un certo momento il canto si è interrotto bruscamente. Alle 19 e 24' il condannato ha russato raucamente e il direttore del carcere ha controllato se egli fosse cosciente. "Don? Don?", ha domandato.

Dopo di ciò nelle vene del condannato sono stati iniettati il bromuro di vecuronio e il cloruro di potassio allo scopo di bloccare il funzionamento dei suoi polmoni e del suo cuore. Qualche minuto dopo si è udito un forte "ah". Il volto del condannato si è fatto rosso porpora e pian piano è diventato cinereo.

Poi è calato il silenzio e tutto si è fermato. Le tende sono state chiuse.

Donnie Edward Johnson è stato dichiarato morto alle 19 e 37'.

Kelly Henry, una tra gli avvocati difensori di Donnie Johnson, ha sostenuto che il primo farmaco non ha reso incosciente il condannato, che un occhio di Donnie è rimasto aperto, che ha sentito Donnie rantolare, soffocare e affogare, che Donnie ha avuto la sensazione di essere bruciato vivo...

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(1) Donnie Johnson è il secondo condannato a subire l'iniezione letale dopo che il Tennessee l'anno scorso ha ripreso le esecuzioni. Billy Ray Irick fu ucciso in Tennessee con l'iniezione letale il 9 agosto scorso. Poi il Tennessee ha usato la sedia elettrica per uccidere Edmund Zagorski il 1° novembre e David Miller il 6 dicembre. Vedi nn. 253, 254.

Michael Brandon Samra

4) MESSO A MORTE IN ALABAMA PER UN DELITTO COMMESSO A 19 ANNI DI ETÀ

 

Il 16 maggio Michael Brandon Samra di 42 anni è stato messo a morte nel carcere William C. Holman di Atmore in Alabama. É stato così punito per il crimine a cui partecipò il 22 marzo 1997, quando aveva 19 anni.

Samra e il suo complice Mark Anthony Duke, allora sedicenne, furono accusati dell’uccisione del padre di Mark, della sua compagna e delle due figliolette di lei, Kelisa e Chelsea, di 6 e 7 anni.

La motivazione del delitto deciso dal complice Mark Anthony Duke è stupefacente: la vendetta perché il padre gli aveva vietato di usare il suo camioncino.

Ma certamente la ragione dell'inaudita violenza va ricercata anche nel vissuto dei ragazzi, costellato da eventi traumatici, da lutti, da grave sofferenza…

Reo confesso, Samra era stato condannato alla pena capitale nel 1998.

La Corte Suprema dell’Alabama ha fissato la data di esecuzione nello scorso aprile.

La Governatrice Kay Ivey ha ignorato la richiesta di sospendere l'esecuzione finché non si fosse concluso il caso aperto da un giudice del Kentucky che nel 2017 ha affermato che la pena capitale per gli imputati di meno di 21 è incostituzionale (contro la decisione del giudice pende un ricorso alla Corte Suprema di tale stato).

Il 14 maggio la Corte Suprema degli Stati Uniti ha declinato di esaminare l'ultimo ricorso della difesa di Samra basato sulla giovane età di costui al momento del delitto.

Il Procuratore generale dell’Alabama Steve Marschall ha rilasciato una dichiarazione dopo l’esecuzione descrivendo con particolari impressionanti il crimine: “Randy Duke è stato colpito alla testa, Dedra Mims Hunt è stata colpita più volte e uccisa mentre tentava di fuggire con una delle figlie. Samra e Duke quindi procedettero ad uccidere entrambe le ragazzine tagliando loro la gola. Samra è stato condannato per omicidio capitale nel 1998 e ha ricevuto la sua giusta punizione: una condanna a morte. Con troppi anni di ritardo finalmente è stata fatta giustizia”.

Da notare: dagli atti del processo risulta che Michael Brandon Samra uccise una sola delle quattro vittime, la settenne Chelsea Hunt, dopo che ciò gli fu ordinato da Duke.

Quanto a Mark Anthony Duke, anche lui condannato a morte a suo tempo, sappiamo che la sua condanna fu commutata in ergastolo dopo che, il 1° marzo 2005, la Corte Suprema degli Stati Uniti con la famosa sentenza Roper v. Simmons dichiarò incostituzionale la pena di morte per i minori di 18 anni.

Alcune note di cronaca sull'esecuzione di Michael Brandon Samra riportate dalla stampa:

Le tende tra la sala dei testimoni e la camera dell'esecuzione sono state aperte alle 19:09’ circa.

Quando gli si è avvicinato il direttore del carcere per domandargli se avesse un’ultima dichiarazione da fare, Samra ha sorriso.

Le ultime parole pronunciate dal condannato sono state una preghiera: "Mi piace ringraziare Gesù per tutto ciò che ha fatto per me. Voglio ringraziare Gesù per aver versato il suo sangue per i miei peccati. Grazie Gesù per la tua grazia, amen."

Samra dal lettino dell’esecuzione guardava verso la camera dei testimoni nella quale sedevano due avvocati, il suo assistente spirituale e 6 parenti delle vittime, oltre ai giornalisti. Alle 19:14’ ha chiuso gli occhi.

Un minute dopo il torace del condannato si è sollevato per tre volte in rapida successione. Il suo respiro faticoso si è protratto per alcuni minuti.

Samra non ha risposto ad un controllo della coscienza effettuato dalle guardie alla 19:17’. Due minuti dopo ha allargato tutte e due le mani e ha alzato leggermente il suo braccio sinistro, poi ha piegato le dita ed ha lasciato cadere le braccia.

Le tende sulla stanza dei testimoni sono state chiuse alle 19:26’. L’ora della morte comunicata dal personale del carcere: 19:33’

5) IN FLORIDA MESSO A MORTE UN FOLLE VIOLENTATORE OMICIDA

 

Bobby Joe Long, a partire da marzo del 1984, terrorizzò per 8 mesi gli abitanti del Golfo di Tampa in Florida, quando uccise 10 donne. Fu catturato allorché Lisa Noland, la 17-enne che lasciò in vita dopo averla violentata e minacciata con una pistola puntata alla tempia, lo denunciò (1).

Il 23 maggio Bobby Long è stato ‘giustiziato’ con un’iniezione letale nella Prigione di stato della Florida. Non ha rilasciato nessuna ‘ultima dichiarazione’ ed ha chiuso gli occhi quando è cominciata l’esecuzione. É stato dichiatato morto alle 18:55’.

All’esecuzione ha assistito anche Lisa Noland che è poi stata vista uscire con gli occhi umidi dalla camera della morte.

Se avesse potuto lei avrebbe voluto dire al condannato: “Grazie di aver scelto me, un’altra 17-enne non avrebbe saputo assumere un atteggiamento di totale remissività tale da dissuaderti dal premere il grilletto.”

Bobby Joe Long aveva confessato tutti i suoi crimini. Aveva ricevuto 28 condanne all’ergastolo e una sentenza di morte per l’uccisione della prostituta 22-enne Michelle Simms, ex reginetta di bellezza.

Il nuovo governatore della Florida, Ron DeSantis, aveva firmato l’ordine di esecuzione di Long il 4 aprile. Si è trattato della prima esecuzione verificatasi da quando lui è entrato in carica. Egli avrebbe potuto intervenire in favore del condannato. Ed essendo un cattolico avrebbe dovuto dare ascolto alla Conferenza Episcopale della Florida che gli ha scritto così: “Anche coloro che hanno compiuto i peggiori crimini conservano una intriseca dignità e un grande valore. Noi speriamo che fermando l’esecuzione, scegliendo la vita anzichè la morte, si possa interrompere il ciclo della violenza”.

Il nostro amico floridiano Dale Recinella, cappellano laico cattolico nel braccio della morte della Florida, ci ha detto che DeSantis, entrato da poco in carica, ha ancora un comportamento molto prudente e probabilemte non se la sente di prendere decisioni difficili.

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(1) Da notare: il giorno prima di essere violentata da Bobby Long, la Noland aveva scritto una ‘lettera per i posteri’, in cui dichiarava di suicidarsi perchè esausta delle violenze sessuali infertele per anni dall’amante di sua nonna.

6) GIUSTIZIATO IN ALABAMA UN RAPINATORE CHE UCCISE UN ECCLESIASTICO

 

Alle 20:12' Eastern Time del 30 maggio u. s. nel carcere William C. Holman di Atmore in Alabama è stata somministrata l'iniezione letale a Christopher Lee Price, condannato alla pena capitale per un omicidio compiuto durante una rapina nel 1991. Bob Horton, portavoce del Dipartimento carcerario dell'Alabama, ha precisato che Price è stato dichiarato morto alle 20:31'.

La sera del 22 dicembre 1991 il pastore Bill Lynn stava incartando insieme a sua moglie i regali natalizi per i suoi nipotini quando andò via la corrente elettrica. Uscito per recarsi a controllare gli interruttori esterni fu rapinato ed ucciso da un uomo mascherato armato di spada. La moglie del pastore uscì e poi cercò di fuggire ma fu raggiunta e derubata del suo anello nuziale e del denaro che aveva con sé.

Il rapinatore omicida Christopher Lee Price fu arresto alcuni giorni dopo a Chattanooga in Tennessee. Egli accusò il suo complice Kelvin Coleman dell'omicidio pur avendo ammesso di aver partecipato alla rapina. Coleman si dichiarò colpevole di omicidio e fu condannato all'ergastolo.

Sul lettino dell'esecuzione prima di morire Price ha detto: "Un uomo è molto di più del peggiore dei suoi errori.”

Prima dell'esecuzione aveva lasciato ai suoi avvocati la seguente dichiarazione: "Sono terribilmente addolorato nei riguardi della mia vittima e della sua famiglia. Né lui né la sua famiglia meritavano quello che ho fatto. Nessuno lo merita."

Hanno assistito all'esecuzione sia i parenti del condannato che quelli della sua vittima.

Il condannato ha alzato ed abbassato la testa due volte dopo la somministrazione del primo farmaco e si è vista la sua pancia alzarsi ed abbassarsi cinque volte. In seguito non ha risposto quando una guardia ha controllato se era cosciente dando colpetti sulle sue ciglia e dei colpi sul suo braccio.

Dopo l'esecuzione la governatrice dell'Alabama Kay Ivey ha dichiarato: "Finalmente i cari del pastore Lynn possono avere sollievo sapendo che giustizia è stata fatta."

Dal canto suo il Ministro della Giustizia dell'Alabama, Steve Marshall, ha dichiarato: "Stasera la famiglia del pastore Bill Lynn che fu brutalmente ucciso 30 anni fa ha finalmente visto l'assassino incontrare la giustizia.” Marshall ha aggiunto che Price "ha lottato proprio fino alla fine per evitare le conseguenze del suo odioso crimine".

In effetti la difesa è riuscita a ritardare l'esecuzione di Price fissata per l'11 aprile scorso ricorrendo alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La Corte Suprema votò a stretta maggioranza (5 voti contro 4) per lasciar procedere l'esecuzione ma la decisione della massima corte fu notificata in ritardo alle autorità dall'Alabama, quando l'ordine di esecuzione era già scaduto. La materia del contendere era la richiesta fatta in extremis dal condannato di essere messo a morte con il nuovo metodo dell'asfissia in azoto invece che con l'iniezione letale.

Il 30 maggio di nuovo la Corte Suprema ha votato a stretta maggioranza contro Price, con il 4 giudici più avanzati, Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, Elena Kagan e Sonia Sotomayor, dissenzienti.

7) L’ACCUSATRICE ARAMIS AYALA, CONTRARIA ALLA PENA DI MORTE, LASCIA

 

È impossibile ricoprire il ruolo di accusatrice in Florida per una persona contraria alla pena di morte

 

Aramis Donell Ayala, accusatrice nel Nono Circuito Giudiziario della Florida, ha annunciato, in un video postato su Facebook il 28 maggio, che non cercherà di essere riletta nelle elezioni che si terranno nel prossimo novembre.

Nel suo annuncio la Ayala ha citato il suo personale punto di vista sulla normativa riguardante la pena di morte in Florida.

“É diventato molto chiaro per me che la legge sulla pena di morte nello stato della Florida confligge con la mia visione dell’amministrazione della giustizia,” ha detto.

Negli ultimi due anni abbiamo seguito da vicino le vicende di Aramis Ayala che possiamo dire sia diventata ‘una dei nostri’ (1) Ricordiamo che a marzo del 2017 Aramis Ayala dichiarò apertamente che non avrebbe chiesto la pena capitale in nessun caso. L’annuncio dell’accusatrice suscitò un enorme scalpore in tutti gli Stati Uniti.

L’allora governatore della Florida Rick Scott riassegnò i casi capitali di competenza della Ayala all’accusatore Brad King, assai favorevole alla pena capitale. (Il caso di più alto profilo che fu trasferito a King fu quello di Markeith Loyd).

Il 31 agosto del 2017 la Corte Suprema della Florida avallò la decisione del governatore Rick Scott affermando che la Ayala errava con la sua decisione di non chiedere in nessun caso la pena capitale. Dopo la decisione della Corte, Aramis Ayala dichiarò che avrebbe cominciato a chiedere la pena capitale nei casi futuri qualora tale pena fosse stata unanimemente raccomandata da una commissione di magistrati da lei nominati (situazione difficile da verificarsi). In un caso in cui tale commissione raccomandò nonostante tutto la pena di morte, la Ayala lasciò scadere i termini per chiedere l’esecuzione del condannato che ebbe così salva la vita.

Possiamo dire che Aramis Ayala è diventata addirittura un’attivista contro la pena di morte: a fine febbraio si è fatta fotografare nel corso del 7° Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte tenutosi a Bruxelles (2). (Anna Maria)

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(1) Vedi nn. 237; 238; 239; 239, Notiziario; 240; 241 Notiziario; 242; 243 Notiziario; 244; 245; 252 Notiziario; 255; 256,

(2) Vedi n. 256.

8) DURA REQUISITORIA DI AMNESTY CONTRO IL PRESIDENTE DEL VENEZUELA

 

Riportiamo qui appresso il Comunicato Stampa di Amnesty International del 14 maggio intitolato: "Crimini contro l’umanità in Venezuela: Amnesty International sollecita una vigorosa risposta del sistema di giustizia internazionale." Il Comunicato fa riferimento ad un rapporto di 50 pagine. (*)

 

Le esecuzioni extragiudiziali mirate, le detenzioni arbitrarie, le morti e i ferimenti causati dall’uso eccessivo della forza da parte del governo Maduro nel contesto di una politica repressiva sistematica e diffusa a partire almeno dal 2017 possono costituire crimini contro l’umanità: è quanto ha dichiarato oggi Amnesty International in un nuovo rapporto su quanto accaduto nel paese latino-americano alla fine di gennaio 2019, intitolato “Fame di giustizia: crimini contro l’umanità in Venezuela”.

Come sosteniamo da anni, in Venezuela è applicata una sistematica politica di repressione contro gli oppositori o persone ritenute tali solo perché prendono parte alle proteste: il governo Maduro deve renderne conto di fronte al sistema di giustizia internazionale”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

Chiediamo a tutti gli stati di mostrare il loro inequivoco sostegno alle vittime e di assicurare che i crimini ai loro danni non restino impuniti. La comunità internazionale non può voltare le spalle alle vittime, tanto quelle rimaste in Venezuela quanto quelle che hanno lasciato il paese, di questa crisi senza precedenti”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Nel gennaio 2019 crimini di diritto internazionale e violazioni dei diritti umani sono stati commessi in modo costante in quasi ogni parte del paese, caratterizzati da un alto livello di coordinamento tra le forze di sicurezza locali e nazionali. Non si è trattato di azioni casuali o isolate, ma di attacchi pianificati diretti dalle forze di sicurezza contro persone identificate o percepite come oppositori, soprattutto nei quartieri poveri, con l’obiettivo di neutralizzarle o eliminarle.

Le autorità ai più alti livelli, compreso Nicolás Maduro, sapevano di questi gravissimi attacchi, avvenuti in luoghi pubblici, ma non hanno preso alcun provvedimento per prevenirli né per accertarne i responsabili. Amnesty International ritiene che la copertura fornita a queste e alle successive azioni faccia parte della politica di repressione.

La natura degli attacchi di gennaio, dal punto di vista della gravità dell’accaduto, del numero delle vittime, dei tempi e dei luoghi, del livello di coordinamento tra le forze di sicurezza e delle similitudini con quanto accaduto nel 2014 e nel 2017 hanno portato Amnesty International a ritenere che le autorità venezuelane abbiano commesso crimini contro l’umanità e debbano risponderne di fronte a un organismo giudiziario indipendente e imparziale.

Pertanto, Amnesty International chiede che il Consiglio Onu dei diritti umani, nella sua prossima sessione di giugno-luglio 2019, istituisca una commissione d’inchiesta; che gli stati genuinamente preoccupati per la situazione in Venezuela attivino l’istituto della giurisdizione universale; che l’ufficio della Procuratrice del Tribunale penale internazionale, che aveva iniziato un esame preliminare della situazione all’inizio del 2018, prenda in considerazione anche gli eventi più recenti.

Il grave deterioramento delle condizioni di vita e la sistematica violazione dei diritti economici, sociali e culturali continuano a riguardare la maggioranza dei venezuelani, tre milioni e 700 mila dei quali hanno lasciato il paese. Almeno tre milioni si trovano in altri paesi latino-americani e caraibici e molti di essi hanno bisogno di protezione internazionale.

In un clima di gravi violazioni dei diritti umani, di fronte alla carenza di medicine e cibo e alla violenza generalizzata, in Venezuela c’è un’urgente fame di giustizia. I crimini contro l’umanità probabilmente commessi dalle autorità non devono rimanere impuniti”, ha commentato Guevara-Rosas.

Fino a quando non sarà avviato il percorso verso la verità, la giustizia e la riparazione, il Venezuela continuerà a essere impantanato nella crisi estremamente grave dei diritti umani e nella repressione che vanno ormai avanti da tempo. Quanto è accaduto all’inizio del 2019 e più recentemente alla fine di aprile ne è la prova”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

 

Ulteriori informazioni

 

Nel febbraio 2019 Amnesty International ha condotto una missione di ricerca in Venezuela intervistando decine di vittime di crimini di diritto internazionale e di gravi violazioni dei diritti umani commesse soprattutto tra il 21 e il 25 gennaio, un periodo contrassegnato da proteste di massa in tutto il paese contro il governo Maduro.

La ricerca ha evidenziato un allarmante cambio di marcia nelle politiche repressive contro coloro che dimostravano contro il governo Maduro, la maggior parte dei quali provenienti dalle comunità povere.

Dal 21 al 25 gennaio, in 12 dei 23 stati del Venezuela, sono state uccise almeno 47 persone, tutte a colpi d’arma da fuoco. Almeno 33 vittime sono state uccise dalle forze di sicurezza, altre sei da soggetti che agivano durante le manifestazioni con l’approvazione delle autorità. Undici delle morti sono qualificabili come esecuzioni extragiudiziali e sei di esse sono descritte in dettaglio nel rapporto di Amnesty International.

Nel corso di quei cinque giorni, oltre 900 persone - compresi bambini e adolescenti - sono state arrestate arbitrariamente in quasi tutti gli stati del Venezuela. Si stima che solo il 23 gennaio, il giorno in cui si sono svolte proteste in tutto il paese, siano stati eseguiti circa 770 arresti.

Dal 2014 Amnesty International denuncia il sistema repressivo del governo Maduro, che comprende l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, trattamenti crudeli e inumani e torture allo scopo di neutralizzare le proteste sociali.

Attraverso l’analisi di 22 casi, l’organizzazione per i diritti umani ha individuato un modello di arresti arbitrari per motivi politici occorsi ogni anno e ha identificato almeno sei prigionieri di coscienza.

Amnesty International ha anche denunciato che dal 2015 al 2017 le forze di sicurezza hanno commesso oltre 8000 esecuzioni extragiudiziali e ha raccolto informazioni dettagliate su otto casi di attacchi contro giovani residenti nei quartieri poveri che mostrano notevoli similitudini.

Queste prove hanno consentito all’organizzazione di riconoscere quella natura di sistematica e diffusa repressione anche nelle proteste del gennaio 2019.

Roma, 14 maggio 2019

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(*) Si può consultare il rapporto, in inglese, qui: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/05/14165046/Venezuela_Hunger-for-justice.pdf

Kim Jong-un e Kim Hyok-chol

9) ORDINATA UNA SERIE DI ESECUZIONI DAL PRESIDENTE NORDCOREANO?

 

Kim Jong-un, presidente della Corea del Nord, avrebbe fatto uccidere numerosi collaboratori dopo il fallimento del vertice da lui tenuto in febbraio con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

 

Il 31 maggio il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo ha scritto che il giovane folle presidente della Corea del Nord Kim Jong-un (1) avrebbe fatto fucilare Kim Hyok-chol, il negoziatore che preparò il recente summit tra lo stesso Kim Jong-un e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il summit sul ridimensionamento dell'arsenale nucleare coreano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti alla Corea del Nord, tenutosi ad Hanoi il 27 e il 28 febbraio scorsi, fallì completamente.

Secondo il Chosun Ilbo l'esecuzione di Kim Hyok-chol, sarebbe avvenuta in marzo, subito dopo il fallito summit, nell'aeroporto Mirim di Pyongyang. Insieme a Kim Hyok-chol sarebbero stati messi a morte quattro funzionari del Ministero degli Esteri partecipanti ai colloqui.

Inoltre il Chosun Ilbo ha scritto che Kim Yong-chol, potentissimo ex capo dell'intelligence e braccio destro di Kim Jong-un, assente da settimane negli eventi pubblici, è finito in un campo di rieducazione.

In un campo di rieducazione sarebbe finita anche Shin Hye-yong, interprete del presidente: è stata accusata di aver "macchiato l’autorità" di Kim Jong-un con un errore di traduzione.

Il supremo leader se la sarebbe presa anche con l’onnipresente sorella minore Kim Yo-jong alla quale “è stato consigliato di tenere un basso profilo”.

Su tali sconcertanti avvenimenti si aspettano conferme, visto che a rivelarli al quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo è stata una sola fonte anonima "a conoscenza dei fatti" e che in passato lo stesso quotidiano ha riportato indiscrezioni sulle dinamiche di potere a Pyongyang poi rivelatesi erronee. Sia il governo di Washington che quello di Seul hanno affermato di non avere al momento informazioni al riguardo, evitando di fare commenti.

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(1) Sul presidente Kim Jong-un e sulla pena di morte nella Corea del Nord vedi articoli nei nn.: 258; 251; 243, Notiziario; 241; 239, Notiziario; 238, Notiziario; 237, Notiziario; 235, Notiziario; 213; 211; 210...

Michael Graczyk intervista il morituro Juan Castillo a maggio del 2018

10) 8 CONSIGLI DI MICHAEL GRACZYK AI REPORTER DAL BRACCIO DELLA MORTE

 

Michael Graczyk si è occupato di pena capitale per oltre 35 anni come reporter dell'Associated Press prima di andare in pensione nel 2018 (1). Ha assistito ad oltre 400 esecuzioni in Texas, lo stato che detiene il primato del numero di esecuzioni portate a termine da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ripristinato la pena capitale nel 1976. Oggi, Graczyk scrive ancora sui detenuti nel braccio della morte ma lo fa come giornalista freelance.

Nel sito Journalist's Resource della scuola di giornalismo di Harward è stata pubblica una interessante intervista fatta a Graczyk il 10 maggio.

Ecco gli otto suggerimenti che Michael Graczyk, tramite l'intervista, dà agli aspiranti giornalisti:

 

1 – Fatevi un’esperienza diretta del sistema di giustizia penale.

 

"Alcuni giornalisti sono così isolati, che non hanno mai avuto a che fare con poliziotti, tribunali o criminali", dice Graczyk, "si presentano ad un'esecuzione e non hanno mai visto un cadavere ...”

"Il mio consiglio è: familiarizza con le corti di giustizia. Fatti un'esperienza del mondo reale. Guarda un cadavere. Interessati dei poliziotti. Frequenta i tribunali. Leggi le opinioni delle corti. Quasi tutti i casi capitali arrivano nelle corti federali - almeno il 99% di essi. Devi capire come scrivono i giudici e come leggere le sentenze, come funzionano le corti supreme e le corti intermedie. Parla con gli avvocati degli appelli ... e con i pubblici ministeri che portano le persone in giudizio e raccolgono le prove a carico".

 

2 - Conoscete i fatti del caso di cui vi state occupando.

 

"É ovvio: conoscete il caso - sappiate di cosa è accusata tale persona, conoscete ciò per cui tale persona è stata condannata, sappiate chi sono i giocatori della partita", dice Graczyk.

In Texas, i detenuti trascorrono in media 15 anni e otto mesi nel braccio della morte. Per alcuni, l'attesa è molto più lunga. Secondo il Dipartimento di giustizia penale del Texas, i detenuti più longevi sono stati David Lee Powell, giustiziato nel 2010 per aver ucciso un ufficiale di polizia durante un fermo del traffico 32 anni prima, e Lester Leroy Bower, messo a morte nel 2015 dopo aver scontato 31 anni dietro le sbarre.

"In vari casi, i giornalisti non erano nemmeno nati quando si è verificato il crimine. Alcuni di questi casi sono davvero molto vecchi ", afferma Graczyk. "Conoscere il caso e farsi istruire e capire come funzionano i tribunali o non funzionano... Stai lontano dal gergo legale... la gente non lo capisce. Trovo sempre utile spiegare semplicemente le cose. Non c'è bisogno di rendere una cosa più complicata di quanto non lo sia già.

 

3 - Ricordate le vittime del crimine.

 

Lo spazio dato alla pena capitale in generale e alle esecuzioni tende specificamente a concentrarsi sugli uomini e le donne che sono accusati e condannati. Le storie, specialmente quelle scritte anni o decenni dopo il crimine, a volte menzionano a malapena le vittime e le loro famiglie.

Graczyk dice che cerca di assicurarsi che le vittime e le famiglie occupino una parte fondamentale delle sue storie, anche se a volte ciò può richiedere molto lavoro extra per rintracciare quegli individui.

"Se faccio uno sforzo per parlare con il detenuto, faccio anche uno sforzo per parlare con le vittime", dice. "Se non trovo nessuno mi dico che le esecuzioni possono accadere decenni dopo che qualcuno è stato condannato e così molte persone possono essersi trasferite o essere morte o irraggiungibili."

 

4 - Evitate di chiedere alle famiglie delle vittime se un'esecuzione determina per loro una "chiusura del loro dolore"

 

"Una domanda che mi sorprende davvero quando la sento fare dai giornalisti ad un parente di una vittima di un omicidio è: "Questo dà fine alla tua sofferenza?" Questo è cliché. E’ allo stesso livello di 'Come ti senti?' ", dice Graczyk.

Durante un'esecuzione, suggerisco di avvicinare gli amici e i familiari delle vittime in un altro modo. "Di solito chiedo loro, 'Perché hai deciso di essere qui?' e 'Sei deluso che ci sia voluto così tanto tempo?' se si tratta di un caso trascinatosi a lungo." Se il detenuto li ha ignorati, [chiedi]" Quanto sei dispiaciuto del fatto che non ti abbia riconosciuto o espresso rimorso? "Ho parlato con abbastanza persone per capire che non esiste una fine del proprio dolore. Penso che sia una domanda inutile."

 

5 - Quando vi occupate di un'esecuzione, concentratevi sul vostro ruolo nel fornire un resoconto fattuale dell'evento. Tenete sotto controllo i vostri sentimenti e le vostre opinioni.

 

"Non so come dirlo senza sembrare insensibile, ma se insisti con l'idea che tale persona sia innocente, sia stata vittima di un sistema corrotto, non hai intenzione di fare una buona storia," Graczyk dice.

"Mi dico, 'Sei lì per fare un lavoro. Il tuo compito è quello di raccontare la storia di quello che è successo lì dentro. E se le tue emozioni assorbono il meglio di te, non puoi fare il tuo lavoro.

"Non posso dire che cosa succeda con una camera a gas, una sedia elettrica, un'impiccagione. ... Qui in Texas, è stata usata solo l'iniezione letale. Essenzialmente: sono sdraiati, tu li stai guardando, vanno velocemente a dormire e non si svegliano. Non intendo essere insensibile, ma è quello che vedo."

 

6 — Prendete nota.

 

Graczyk ha detto di aver visto alcuni giornalisti venire ad assistere ad un'esecuzione senza scrivere nulla. Questo non ha molto senso secondo lui perché, afferma, ci sono così tanti dettagli che il giornalista deve ricordare - chi è venuto ad assistere all'esecuzione, per esempio, e quello che il prigioniero ha detto e fatto prima di morire. In Texas i dispositivi di registrazione audio e le telecamere non sono consentiti durante le esecuzioni ma i giornalisti possono portare con sé carta e penna.

"Se non sei in grado di prendere appunti, non farai nulla di buono lì dentro", dice Graczyk. "Ho visto giornalisti non prendere appunti e tornare e poi a parlare di ciò che hanno visto. Qualcuno può avere una memoria fotografica, ma non conosco troppe persone che l'hanno. "

 

7 - Prestare attenzione ai dettagli chiave.

 

Graczyk dice che i giornalisti dovrebbero notare le varie cose che vedono e sentono mentre si trovano nella camera della morte. Ascolta la dichiarazione finale ", dice. "Riferiamo l'ultima cosa che questa persona ha deciso di dire e vogliamo farlo bene."

Ha aggiunto che i giornalisti dovrebbero includere dettagli chiave che probabilmente non potrebbero ottenere chiamando un funzionario della prigione.

"Una volta un editore leggendo una storia che scrissi mi disse: "La storia è OK, ma non fa capire che eri lì. Era qualcosa che potevamo ottenere chiamando il sistema carcerario e chiedendo loro quello che è successo ", dice Graczyk, offrendo esempi di cosa cercare prima, durante e dopo un'esecuzione. I movimenti che [i detenuti] possono aver fatto o se hanno preso un respiro o hanno tossito quando le droghe hanno avuto effetto. Se guardavano le persone che entravano nella camera della morte per vederli morire. Se hai un'idea di dove è andato l'ago, se c'era un tatuaggio lì. Fornisce al lettore un'immagine migliore di ciò che sta accadendo ...

"Quando vai lì, vuoi dire alla gente quello che hai visto e quello che hai sentito. Ho parlato con persone che hanno assistito ad esecuzioni sulla sedia elettrica o nella camera a gas e possono riferire il fatto che non vi è un buon odore. Ma le iniezioni letali sono molto, molto cliniche. ... Non ti ci soffermi sopra, ma fai riferimento a qualcosa per dimostrare al lettore o all'ascoltatore che eri lì. "

 

8 - Preparatevi a come reagire se un prigioniero si rivolge a voi dalla camera della morte.

 

Poiché Graczyk intervista i detenuti durante gli anni e nelle settimane precedenti alla loro esecuzione, molti di loro lo conoscono. Con sua sorpresa, due detenuti hanno provato a iniziare conversazioni con lui nella camera della morte.

"Lì dentro sono successe alcune cose che non mi aspettavo e da ciò ho imparato. Prima di tutto, mi è successo almeno due volte... Quando sono entrato, hanno alzato gli occhi e mi hanno salutato. Devi essere preparato per un evento del genere. Devi sapere se è il caso di reagire e come reagire. Ricordo che entrai e il detenuto disse: "Ciao, Mike!" Cosa dici a qualcuno che sta per morire? Sono stato preso alla sprovvista. La seconda volta, credo di aver annuito. Soprattutto se sei vicino ad un parente di una vittima, sii consapevole. Non devi dire qualcosa troppo amichevole o scortese." (Pupa)

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(1) Vedi n. 251

11) UN FILM SU CAMERON WILLINGHAM INNOCENTE UCCISO IN TEXAS NEL 2004

 

Ribadita in un film l’innocenza del nostro corrispondente Cameron Todd Willingham

 

Il Comitato Paul Rougeau si è molto interessato di Cameron Todd Willingham condannato a morte in Texas nel 1992 e ‘giustiziato’ nel 2004. L'amico Fabrizio De Rosso lo andò a trovare pochi giorni prima dell'esecuzione scrivendo per noi un notevole resoconto della sua visita (v. n. 115).

Abbiamo scritto molti articoli su questo condannato a morte da ritenersi innocente del delitto che gli fu attribuito: l’uccisione delle sue tre figliolette. Pochi articoli precedono l’esecuzione di Todd, molti la seguono e riguardano i ripetuti inutili tentativi di far riconoscere l’innocenza del condannato e di perseguire coloro che lo hanno fatto uccidere.

Ora negli Stati Uniti è uscito un film, intitolato Trial by Fire, che ripropone con forza l’innocenza di Todd ed esprime il rammarico per il mancato perseguimento di chi lo ha fatto uccidere. Riportiamo qui sotto, in una nostra traduzione, il commento a tale film scritto dal giudice texano Charlie Baird per il giornale Austin American-Statesman.

“I texani avranno l'opportunità di riproporsi una domanda che dovrebbe perseguitare chiunque creda nell'integrità del nostro sistema di giustizia penale: il nostro stato ha giustiziato un innocente?

Il nuovo film "Trial by Fire" racconta la vicenda di Cameron Todd Willingham, che è stato condannato a morte dopo essere stato accusato di aver dato fuoco nel 1991 alla sua casetta di legno di Corsicana uccidendo le sue tre figliolette.

Il film è basato sul resoconto di un’investigazione condotta da David Grann apparsa sul New Yorker nel 2009, cinque anni dopo che Willingham era stato messo a morte nonostante le sue reiterate proteste di innocenza.

Nella mia esperienza di 8 anni presso la Corte criminale d'Appello del Texas e di 4 anni come giudice distrettuale nella contea di Travis, il caso Willingham mi ha colpito per molte delle ragioni che hanno colpito il regista del film, Edward Zwick. Zwick considera il processo un vero e proprio catalogo di tutto ciò che vi è di sbagliato nel sistema di giustizia penale e, soprattutto, riguardo alla pena di morte. Falsa testimonianza, prove pseudo scientifiche, un informatore della prigione e un’assistenza legale totalmente inefficiente, sono tutti fattori che hanno avuto un ruolo nella condanna di Willingham.

Nell'ottobre 2010, ho presieduto una corte formatasi su richiesta di due membri della famiglia di Willingham che cercavano di dimostrare la sua innocenza. Ho ascoltato testimonianze convincenti da parte di esperti scientifici che hanno distrutto completamente le prove utilizzate contro Willingham nel processo a suo carico del 1992 (un processo durato solo due giorni).

Le tragiche morti delle bambine di Cameron Todd Willingham plausibilmente furono il risultato di un terribile incidente, non di un crimine.

Come è noto il giudice Antonin Scalia della Corte Suprema degli Stati Uniti sostiene che non c'è stato "un solo caso – non uno – in cui un uomo innocente sia stato giustiziato per un crimine che non ha commesso. Se un tale evento si fosse verificato negli ultimi anni, non dovremmo andare a cercarlo; il nome dell’innocente verrebbe gridato ai quattro venti”.

A Zwick “Trial by Fire" ha offerto proprio l'opportunità di far questo: gridare ai quattro venti la rabbia provata leggendo lo scritto di David Grann. Il suo film è un ritratto onesto di un uomo antipatico condannato sia per come la gente lo ha percepito sia per le prove false presentate al suo processo.

Il mio "grido" è arrivato sotto forma di un parere legale di 18 pagine, che accoglieva la petizione per una assoluzione postuma. Ho basato la mia decisione sulle prove schiaccianti, credibili e affidabili presentate durante quell'udienza del 2010, valutando sia gli errori della scienza forense sia le discutibili dichiarazioni di Johnny Webb, l'informatore carcerario la cui testimonianza è stata determinante nella condanna di Willingham.

Il sistema giudiziario del Texas che ha fallito nel caso Willingham sotto ogni aspetto mi ha anche impedito di emettere la mia sentenza. Purtroppo la Terza Corte d'Appello del Texas ha fermato il mio lavoro mettendo in dubbio che io avessi l'autorità di esaminare il caso. Ho terminato la mia carriera di giudice prima che la questione fosse risolta.

Attraverso "Trial by Fire", Willingham ha un'altra opportunità per riproporre il suo caso dall’oltretomba - non solo a coloro che hanno avuto un ruolo nella sua morte, ma a chiunque sia entrato in contatto con l’attuale sistema di giustizia penale.

A Zwick piacerebbe che la persona che ha fatto da portavoce della giuria che ha condannato Willingham (dopo aver discusso meno di un’ora) vedesse questo film. Io vorrei che tutti i futuri giurati potessero vedere “Trial by Fire” e per rendersi conto della realtà di questo sistema irrimediabilmente guasto.

Sono passati 15 anni da quando lo stato del Texas ha ucciso Cameron Todd Willingham, ma il suo caso e la lezione che ne consegue continuano a essere importanti. Guardate il film e poi gridateli ai quattro venti.” (Pupa)

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(1) Vedi nn. 114, 115,124, 166, 171, 172, 173, 174, 179, 182, 183, 187, 189, 191, 221N, 228, 238.

12) NOTIZIARIO

 

California. Decessi per cause naturali nel braccio della morte. In California si fanno poche esecuzioni e attualmente è in atto una moratoria imposta dal Governatore Gavin Newsom (v. n. 257) ma il braccio della morte californiano situato nel carcere di San Quentin è il più popolato degli USA. Un comunicato dell'Associated Press ha precisato che ora nel braccio vi sono 735 prigionieri dal momento che il 56-enne Brett Pensinger il 2 maggio è deceduto per cause naturali in ospedale. Nel comunicato si precisa che il defunto fu condannato a morte nel 1982 per aver rapito e ucciso una bimba di 5 anni dopo aver bevuto insieme ai di lei genitori. Nel comunicato si ricorda che un altro condannato a morte è deceduto a San Quentin per cause naturali il 20 aprile: si tratta del 35-enne Miguel Magallon che nel 2004 uccise un agente di polizia durante una rapina.

 

Malawi. Condannato a morte per l’uccisione di un albino. L’Alta Corte del Malawi ha condannato a morte un uomo che uccise un giovane albino (1). Si tratta delle prima volta che viene inflitta la pena capitale in Malawi dopo il 1994, anno in cui le sentenze capitali furono tutte commutate in carcere a vita. Willard Mikaele, allora ventottenne, fu accusato nel 2017 dell’uccisione del diciannovenne albino Mphatso Pensulo. “Egli decise di assassinare un albino così da diventare ricco rapidamante”, ha detto il giudice Maclean Kamwambe nell’emettere la sentenza il 3 maggio a Thyolo. Il verdetto esprime la cresente consapevolezza da parte delle autorità del Malawi degli

attacchi agli albini, ha dichiarato la nigeriana Ikponwosa Ero, esperta delle Nazioni Unite per le questioni relative all’albinismo. “Osservo con notevole interesse ciò che sembra essere una presa di coscienza da parte del Governo del Malawi di ciò che sta accadendo nel paese contro le persone albine”, ha dichiarato il giorno dopo all’AFP, pur ribadendo la sua forte opposizione alla pena capitale. Il Malawi, uno dei paesi più poveri e bisognosi di assistenza internazionale, sta sperimentando un’ondata di attacchi violenti contro le persone albine sin dalla fine del 2014. Già un anno fa Amnesty International ha affermato che dal novembre 2014 ci sono stati 148 crimini contro persone albine, con almeno 21 casi di morte. Gli albini sono attaccati perché parti del loro corpo vengono usate in rituali di stregoneria come portatrici di ricchezza e fortuna. Solo sul 30% di quegli attacchi si è adeguatamente indagato con un solo caso di omicidio e un solo caso di tentato omicidio perseguiti con successo. Nel marzo scorso il Presidente Peter Mutharika ha istituito una commissione di inchiesta che indaghi sull’ondata di attacchi alle persone albine, dopo la montagna di critiche ricevute per la sua inerzia in merito. Ricordiamo che l’ostilità nei riguardi degli albini è diffusa anche in Tanzania e in tutta l’Africa orientale (v. notiziari nei nn. 227, 229, 230). (Anna Maria)

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(1) L’albinismo è una malattia genetica consistente in una parziale o totale assenza di pigmentazione del derma, dei capelli e degli occhi che provoca un elevato rischio di cancro alla pelle. Molti albini soffrono di problemi oculari.

 

Pakistan. Asia Bibi finalmente al sicuro in Canada. Amnesty International in un comunicato dell’8 maggio scrive: “Asia Bibi, la contadina di religione cristiana condannata a morte nel 2010 in Pakistan e assolta dopo un incubo durato otto anni, è arrivata in Canada. “È un grande sollievo sapere che Asia Bibi e la sua famiglia sono in salvo. Non avrebbe mai dovuto essere arrestata, tanto meno essere condannata a morte. Il fatto che abbia subito minacce di morte persino dopo essere stata assolta ha reso la sua vicenda ancora più ingiusta”, ha dichiarato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale. “Il caso di Asia Bibi è l’esempio di quanto siano pericolose le leggi sulla blasfemia in Pakistan e dimostra quanto sia urgentemente necessario abolirle”, ha aggiunto Waraich. Queste norme sono generiche, vaghe e coercitive. Sono usate in modo sproporzionato per colpire le minoranze religiose e per accusare falsamente persone per mera vendetta privata.

N. B. Sulla vicenda di Asia (o Aasia) Bibi (o Noreen) v. nostri articoli nei nn. 185; 187; 188; 193, Notiziario; 207; 208; 214; 217; 220; 223; 224; 230; 253; 255.

 

Tennessee. Charles Wright condannato alla pena capitale muore per cause naturali. Il 64-enne Charles Wright alla 11 e 57 del 17 maggio è stato dichiarato morto per cause naturali nel braccio della morte del Tennesse situato nel Riverbend Maximum Security Institution di Nashville. Mancavano meno di 3 mesi alla sua esecuzione. Era malato di cacro. Il decesso di Wright è avvenuto a poche ore dall'esecuzione del suo amico Don Johnson (v. articolo qui sopra).

 

USA. Trump chiede la pena di morte immediata per gli uccisori di poliziotti. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rinnovato la richiesta della pena capitale per i criminali che uccidono poliziotti. “Gli agguati e gli attacchi alla nostra polizia devono finire, e devono finire subito,” ha detto Trump il 15 maggio in un discorso fatto davanti al Campidoglio, sede del Parlamento degli Stati Uniti, nel corso della celebrazione della “Giornata nazionale di gratitudine per gli agenti di polizia morti o feriti in servizio” (1). “Noi crediamo che i criminali che uccidono agenti di polizia dovrebbero essere immediatamente processati e condannati a morte. Ma rapidamente, il processo deve essere veloce; deve essere giusto ma rapido,” ha aggiunto Trump. La richiesta di Trump è una ripetizione della promessa, da lui fatta nel 2016 in campagna elettorale, che chi avrebbe ucciso poliziotti avrebbe affrontato la pena capitale. Trump, mentre continua a promettere la pena capitale agli uccisori di poliziotti, non ha fatto ancora specifiche proposte in merito. (Anna Maria)

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(1) National Peace Officers’ Memorial Day service

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 2 giugno 2019