FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 238  -  Maggio 2017

William “Tommy” Zeigler Jr.

SOMMARIO:

1) Inviamo tutti l’appello in favore di Tommy Zeigler ad Aramis Ayala  

2) La lotta di Aramis Ayala che non vuol chiedere la pena capitale 

3) USA: potrebbe esserci a breve un’esecuzione in ambito federale

4) Inutile il tentativo di far condannare l’accusatore di Willingham 

5) Ucciso in Alabama Tommy Arthur scampato 7 volte alla morte 

6) Oklahoma: sempre un crimine capitale l’uccisione di poliziotti

7) Chieste decine di cambiamenti per la pena di morte in Oklahoma 

8) Altre esecuzioni in Pakistan in risposta all’attentato di Peshawar 

9) È innegabile il prelievo di organi dai condannati a morte cinesi

10) Nel segreto numerosissime esecuzioni in Vietnam 

11) Lapidazione di una coppia di adulteri in Mali 

12) Frustrata la fame di pena di morte del presidente delle Filippine 

13) Ennesimo rinvio del processo di appello per Asia Bibi 

14) Il Michigan abolì definitivamente la pena capitale nel 1846 

15) Amnesty continua a sostenere le ong che fanno soccorso in mare  

16) Notiziario: Arkansas, Corea del Nord, Florida, Iran, Somalia, Turchia,              USA 

1) INVIAMO TUTTI L’APPELLO IN FAVORE DI TOMMY ZEIGLER AD ARAMIS AYALA

 

Cari amici, come abbiamo scritto nel numero precedente, Tommy Zeigler, rinchiuso da oltre 40 anni nel braccio della morte della Florida, ha subito l’ultima sconfitta giudiziaria e potrebbe essere fissata per lui la data di esecuzione. Conosciamo il caso Zeigler dal 2001 e siamo convinti – come il nostro amico floridiano Dale Recinella – che nei suoi riguardi si stia compiendo una gravissima ingiustizia. Su proposta di Dale chiediamo a tutti i lettori di inviare un appello in favore di Tommy Zeigler all’accusatrice Aramis Ayala. Come scriviamo in questo numero e abbiamo scritto nel numero 237, Aramis Ayala si è schierata contro la pena di morte ed ha l’autorità per intervenire in favore dei condannati. Ecco l’appello da noi proposto (che puo’ essere anche modificato) da inviare per posta a:  The Hon. Aramis Ayala - State Attorney Ninth Judicial Circuit - 415 N. Orange Ave. -  Orlando, FL 32801  USA.  Oppure per email a:   aayala@sao9.org   o  a   aramis@aramisayala.com

Se partecipiamo tutti a questa petizione riusciamo sicuramente a smuovere qualcosa in Florida!

 

Dear Hon. Aramis Ayala,

Many persons, like me, admire your clear and brave refusal to seek application of the death penalty in Florida, a clearly unacceptable kind of punishment, at least in the way it is managed at present.

I am writing you in particular on the case of William “Tommy” Zeigler Jr., who is on death row for a shooting that took place in his family store on December 24, 1975 at Winter Garden, Florida. Four persons were killed during the shooting, and Mr. Zeigler was shot in his abdomen and miraculously survived.

Ziegler’s case has been followed in Italy by many persons since 2001. We cannot make sense of the state’s version of the facts and the reasons for which the prosecution obtained a death sentence for Zeigler.

Now, after the Florida Supreme Court decision dated April 21, definitively refusing to order the innovative DNA tests that Tommy Zeigler has requested (so-called touch DNA tests), it is incumbent upon the State to agree to such tests on its own motion to ensure that it is not executing an innocent man.  

I would be extremely grateful to you if you could authorize the touch DNA tests requested by the defense in Tommy Zeigler’s case and pursuit the truth as to what actually happened in the store that horrible night. 

Respectfully           [Nome, cognome, indirizzo postale e/o email]

 

(Traduzione dell’appello ad uso dei lettori meno ferrati in inglese:

Cara Onorevole Aramis Ayala, molte persone come me ammirano il suo chiaro e coraggioso rifiuto di chiedere l’applicazione della pena di morte in Florida, una punizione chiaramente inaccettabile, almeno per come la si usa attualmente. Le scrivo in particolare riguardo al caso di William “Tommy” Zeigler Jr. che si trova nel braccio della morte per una sparatoria avvenuta il 24 dicembre 1975 nel suo negozio a Winter Garden in Florida. Quattro persone venenero uccise nel corso della sparatoria, il sig. Zeigler fu colpito nell’addome e sopravvisse per miracolo. Il caso di Zeigler è stato seguito da molte persone in Italia a partire dal 2001. Noi non riuscimo a dare un senso alla versione dei fatti e alle ragioni con le quali l’accusa ottenne una condanna a morte per Zeigler. Ora, dopo la decisione della Corte Suprema della Florida del 21 aprile u. s. che rifiuta definitivamente di ordinare gli innovativi test del DNA che la difesa di Tommy Zeigler ha richiesto (detti touch DNA tests), è necessario che l’accusa si muova autonomanente dicendo di essere d’accordo con l’effettuazione di tali test per assicurare

che un innocente non venga messo a morte. Le sarei estremamente grato se lei potesse autorizzare i test richiesti dalla difesa nel caso di Tommy Zeigler e cercasse di appurare la verità su ciò che avvenne nel negozio quella notte terribile).

2) LA LOTTA DI ARAMIS AYALA CHE NON VUOL CHIEDERE LA PENA CAPITALE

 

Contro l’Hon. Aramis Ayala, la giovane accusatrice della Florida che non vuole chiedere la pena di morte né l’esecuzione di coloro che sono stati già condannati, si sono mobilitati il Governatore, la camera dei Rappresentanti e i parenti delle vittime del crimine. Ma speriamo che lei possa farcela.   

 

La giovane accusatrice afroamericana del Nono Circuito della Florida, Aramis Ayala, il 16 marzo scorso ha annunciato che non chiederà la pena di morte nei casi in cui dovrà sostenere l’accusa e non ordinerà l’esecuzione dei prigionieri già condannati. La pena di morte secondo lei è inaccettabile, almeno per come è praticata in Florida dove non costituisce un particolare deterrente per il crimine, è fonte di un notevole caos a livello legale, di incertezza e di confusione ed è utilizzata in maniera ingiusta specialmente nei riguardi delle persone di colore (1).

Questa sua presa di posizione ha provocato la reazione del Governatore della Florida, Rick Scott, che è un forte sostenitore della pena di morte.

Come abbiamo detto nel numero precedente, Scott ha firmato degli ‘ordini esecutivi’ che hanno tolto alla Ayala 23 casi capitali per assegnarli a Brad King, un altro accusatore ben disposto a far funzionare la macchina della morte.

Aramis Ayala ha fatto causa al governatore, opponendosi a tale provvedimento da lei definito ingiusto, immotivato e non sostenibile dal punto di vista legale.

Alcuni personeggi hanno plaudito alla Ayala ma molti di più si sono schierati con il Governatore.  In particolare il Partito Repubblicano della Florida il 3 maggio in un documento amicus curiae (2) ha chiesto al Parlamento di tagliare oltre 1 milione di dollari di finanziamento e 21 posti di lavoro nell’ufficio dell’Ayala. La Ayala dichiarato che un simile provvedimento le impedirebbe di perseguire adeguatamente i casi in carico al suo ufficio.

L’Associazione degli Accusatori della Florida ha prodotto una relazione a sostegno del Governatore, in cui si afferma che questi ha l’autorità per procedere al trasferimento dei casi. Nella relazione si dice che la decisione della Ayala costituisce “un abuso di discrezionalità e una mancanza dei suoi doveri”.

Pure la Camera dei Rappresentanti della Florida ha sortito un documento in cui, fra le altre cose, si legge: “Il Parlamento, e nessun altro, può determinare la policy della Florida riguardo alla morte quale punizione per l’omicidio capitale. La giuria, e nessun altro, decide, come parte di un sistema ben definito dalla legge, se la morte deve essere autorizzata come punizione in ogni caso particolare di omicidio capitale.” Il rapporto definisce la decisione di Ayala “un abuso del suo ufficio” e aggiunge che il Governatore avrebbe potuto rimuovere la procuratrice dal suo incarico, anziché limitarsi a toglierle dei casi.

Anche molti familiari di vittime del crimine si sono fatti sentire, tramite l’avvocato Dan Gerber, esprimendo sostegno al governatore. Nel suo rapporto, Gerber scrive: “Le vittime secondarie di un omicidio, quelli che devono soffrire per tutta la loro vita il dolore per la perdita del loro congiunto a causa della violenza, hanno il diritto di essere adeguatamente ascoltati. […] Il colpo inferto dalla procuratrice alla richiesta della pena di morte da parte delle vittime secondarie, imbavaglia coloro che hanno tutto il diritto ad essere ascoltati”.

Per contro gli avvocati della Ayala, nella loro petizione alla Corte Suprema della Florida, dichiarano, in merito alla decisione del governatore: “Il governatore Rick Scott afferma falsamente di avere, in qualsiasi momento, il diritto e l’autorità di rimuovere un procuratore dello stato da un caso, per qualsivoglia motivo, sia che il procuratore si opponga alla rimozione o no. Scott ignora il mandato costituzionale che dà al procuratore dello stato ‘il diritto e il dovere’ di perseguire i casi

locali”. La petizione aggiunge: “Soprattutto, non vi è alcun punto della sua opposizione in cui Scott affermi che Ayala abbia in qualche modo mancato di svolgere il suo dovere, e meno male, perché un’accusa del genere sarebbe infondata. Ayala non si è rifiutata di perseguire i casi capitali né ha dichiarato di cercare sentenze indulgenti per i criminali condannati. Lei ha sempre perseguito i crimini nel suo circuito giudiziario. Ayala non si rifiutata neppure di ascoltare i familiari delle vittime quando decide come perseguire i casi. Ayala ha onorato tutti i suoi doveri istituzionali in qualità di procuratore dello stato, e continuerà a farlo.”

Per fortuna non mancano anche i sostenitori di Ayala, che stanno battendosi per ottenere la riassegnazione dei casi alla procuratrice. In un documento amicus curiae, essi affermano che Scott sta andando aldilà del suo potere togliendo ad Ayala i casi capitali.

Sarà la Corte Suprema della Florida a stabilire il vincitore di questa battaglia legale; secondo gli esperti, a norma di legge dovrebbe spuntarla Aramis Ayala. Ammesso che lei resista. Da parte nostra ci auguriamo che questa donna coraggiosa ce la faccia e metta in crisi la pena di morte della Florida. (Grazia)

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(1) V. n. 237

(2) Nel diritto statunitense vengono così definiti i documenti liberamente prodotti da soggetti qualificati per contribuire al chiarimento dei casi. 

3) USA: POTREBBE ESSERCI A BREVE UN’ESECUZIONE IN AMBITO FEDERALE

 

 

Potrebbe esserci a breve un’esecuzione nella giurisdizione militare USA, la prima dopo 56 anni (1). Infatti il 9 maggio un panel della Corte Militare d’Appello degli Stati Uniti ha respinto all’unanimità dei 9 membri il ricorso presentato dai difensori dell’ex cuoco militare Ronald Gray condannato a morte.

Il nero Ronald Gray fu condannato a morte nel 1988 per gli omicidi di quattro donne da lui compiuti nel 1985 e nel 1986 per lo più in ambito militare e per le violenze sessuali inflitte a tali vittime e a molte altre donne. Il caso si era bloccato per 8 anni dopo che nel 2008 il Presidente George W. Bush aveva approvato la sua condanna a morte (il Presidente degli Usa deve approvare le condanne a morte dei militari perché possano essere eseguite). Nel 2016 l’accusa si è attivata interrompendo la sospensione in atto e ha poi respinto l’ultimo ricorso di Gray il 9 maggio scorso.

Nell’ultimo ricorso era stato contestato che Gray era stato processato in un periodo in cui non era mentalmente in grado di affrontare il processo, che furono compiute molte irregolarità nel corso del giudizio e che il Presidente Bush aveva approvato la sua esecuzione basandosi su un rapporto rimasto riservato e non portato a conoscenza della difesa.

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(1) Le esecuzioni in ambito federale sono rarissime: ne sono avvenute solo 3 dopo il ripristino della pena capitale negli USA nel 1977, e nessuna di esse nella giurisdizione militare.

4) INUTILE IL TENTATIVO DI FAR CONDANNARE L’ACCUSATORE DI WILLINGHAM

 

Cameron Todd Willingham fu messo a morte in Texas il 17 febbraio 2004, tredici anni dopo essere stato arrestato con l’accusa di aver ucciso le sue tre figliolette - Amber (di 30 mesi) e le gemelle Karmen e Kameron di 12 mesi - dando fuoco alla casa di legno in cui si trovavano. C’è da credere che egli fosse del tutto innocente (1).

Da allora si è continuato a discutere sul suo caso e il 5 marzo 2015 - al termine di un’inchiesta cominciata nell’anno precedente - lo State Bar of Texas (Ordine degli avvocati del Texas) ha deciso di mettere sotto accusa John H. Jackson, il procuratore che ottenne la condanna a morte di Willingham. A Jackson si è contestato di aver violato l’etica professionale mentendo, nascondendo delle prove a favore dell’accusato e intralciando il corso della giustizia, pur di ottenere la condanna di Willingham.

Il processo contro John Jackson è cominciato ad aprile di quest’anno ed è durato oltre due settimane. Si è concluso il 10 maggio… con un’assoluzione votata da una giuria con undici voti favorevoli contro uno !!!

Ricordiamo che l’accusa contro Willingham si basò su due punti chiave: la testimonianza del comandante dei vigili del fuoco Manuel Vasquez che disse che l’incendio appariva essere stato appiccato intenzionalmente e la testimonianza di tale Johnny E. Webb, un detenuto che asserì che in carcere Cameron Willingham gli aveva confidato di essere colpevole. 

La testimonianza di Webb fu ‘pagata’ da Jackson con un forte sconto di pena (e nel 2014 fu dallo stesso Webb ritrattata).

La testimonianza di Vasquez fu smentita nelle settimane precedenti l’esecuzione di Willingham da un’autorevole perizia che definì l’incendio accidentale (in seguito numerosi altri esperti raggiunsero la medesima conclusione).

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(1) Sulla tragica vicenda di Willingham v. nn. 189, 191, 221, Notiziario, e nn. ivi citati. V. anche nel n. 115 il bellissimo "Diario dal Braccio" di Fabrizio De Rosso allora socio del Comitato.

5) UCCISO  IN ALABAMA TOMMY ARTHUR SCAMPATO 7 VOLTE ALLA MORTE

 

Il 25 maggio - dopo una serie straziante di rinvii conseguenti agli ultimi inutili appelli avanzati dalla sua difesa, il 75-enne Thomas "Tommy" Arthur è stato messo a morte nel carcere di Atmore in Alabama per un omicidio commesso nel 1982. L’iniezione letale gli è stata praticata alle 23:50’ solo 10 minuti prima che scadesse il tempo stabilito nell’ordine di esecuzione. I reporter presenti riferiscono che il condannato ha perso conoscenza senza mostrare particolari sofferenze ed è stato dichiarato morto alle 0:15’ del 26 maggio. 

Lo strazio dei rinvii in extremis dell’esecuzione si è verificato all’ottavo tentativo di uccidere Tommy Arthur. Sette volte in precedenza erano state fissate per lui date di esecuzione vanificate all’ultimo momento dai suoi bravissimi avvocati.

Per di più la condanna a morte inflitta inizialmente a Tommy Arthur era stata annullata due volte ed egli era stato ricondannato alla pena capitale l’ultima volta nel 1991.

Il Ministro della Giustizia dell’Alabama, Steven Marshall, ha definito l’esecuzione di Thomas Arthur l’inizio del processo di guarigione della famiglia della sua vittima: “34 anni dopo che egli è stato condannato a morte per la prima volta, per l’uccisione di un uomo nella contea di Colbert, i tentativi di Thomas Arthur di sfuggire alla giustizia sono finalmente terminati,” ha detto Marshall.

Dal canto suo la Governatrice dell’Alabama Kay Ellen Ivey ha dichiarato: “Nessun governatore ha piacere di avere la responsabilità di soppesare gli argomenti per la vita e per la morte, ma è un dovere che accetto come parte del mio impegno di osservare le leggi di questo stato. Arthur fu correttamente condannato e, stanotte, la sentenza è stata correttamente e giustamente eseguita”.

6) OKLAHOMA: SEMPRE UN CRIMINE CAPITALE L’UCCISIONE DI POLIZIOTTI

 

Le esecuzioni sono bloccate in Oklahoma dal gennaio 2015 in seguito a due esecuzioni ‘mal riuscite’ ma in quello stato ha vinto il refendum forcaiolo dell’8 novembre 2016 che ha inserito la pena capitale

nella Costituizione dello stato ed ora è stata aprovata un nuova legge che aumenta le fattispecie di reato capitale.

La Governatrice dell’Oklahoma Mary Fallin ha firmato la legge denominata Blue Lives Matter (Le vite degli uomini in blu hanno valore) (1) intesa a proteggere la vita dei poliziotti… mediante la pena di morte. La legge andrà in vigore a novembre.

Jerad Lindsey, Presidente dell’associazione dei poliziotti di Tulsa (Tulsa Fraternal Order of Police), ha salutato con soddisfazione l’approvazione della legge: “Nello stato dell’Oklahoma solo quest’anno ci sono stati 4 agenti di polizia morti nel compimento del dovere, di cui 2 uccisi negli ultimi 90 giorni.” 

La legge Blue Lives Matter considera crimine capitale l’uccisione di poliziotti (incluse le guardie carcerarie) indipendentemente dalle circostanze in cui tale delitto avviene. Non è stato sempre così fino ad ora. “Talvolta l’uccisione di un agente di polizia nell’esercizio delle sue funzioni viene considerata un crimine capitale, altre volte no,” ha dichiarato Lindsey.

“Non so se accrescerà il numero di esecuzioni. La mia speranza è che essa possa comunque ridurre il numero di agenti di polizia assassinati nello svolgimento del loro dovere,” ha affermato Lindsey.

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(1) Il titolo della legge ha un sapore di una rivincita razzista, infatti negli USA è molto noto il movimento denominato Black Lives Matter che si batte contro le numerosissime e spesso impunite uccisioni dei Neri. I poliziotti (che sono spesso contro i Neri) sono contenti della nuova legge che infligge con sicurezza la massima punizione agli uccisori di poliziotti.

7) CHIESTE DECINE DI CAMBIAMENTI PER LA PENA DI MORTE IN OKLAHOMA

 

La ripresa delle esecuzioni in Olahoma, lo stato USA che compie più esecuzioni pro capite, quando avverrà sarà frenata da un insieme di regole proposte da una Commissione di indagine che ha studiato per oltre un anno il funzionamento della ‘massima punizione’ nello stato.

Il dettagliato rapporto della Commissione reso noto il 31 marzo raccomanda all’unanimità che prima della ripresa delle esecuzioni vengano apportate decine di cambiamenti in tutto l’iter che va dalle indagini per un omicidio alla messa a morte dell’omicida. 

“Ritengo che ci siano persone così cattive e perverse da meritare l’estrema punizione, ma penso che attualmente le regole del ‘giusto processo’ vengano violate e che non si debba mettere a morte nessuno prima che le regole siano corrette,” ha dicharato l’ex governatore dell’Oklahoma Brad Henry che ha copresieduto la Commissione di inchiesta.  Secondo Henry vi è la reale possibilità che vengano messi a morte innocenti dal momento che 10 condannati a morte sono stati scagionati dopo il ripristino della pena di morte in Oklahoma.

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(1) Si tratta della: Oklahoma Death Penalty Review Commission

8) ALTRE ESECUZIONI IN PAKISTAN IN RISPOSTA ALL’ATTENTATO DI PESHAWAR

 

Il 24 maggio sono stati impiccati in Pakistan due terroristi Talebani, Atta Ullah e Taj Muhammad, incriminati dai tribunali militari per il loro coinvolgimento nel massacro alla scuola di Peshawar, avvenuto nel dicembre 2014, durante il quale furono uccise oltre 150 persone, per la maggior parte studenti.

A dicembre del 2015 quattro altri terroristi, anch’essi coinvolti nella strage di Peshawar, erano stati ‘giustiziati’ nel carcere di Kohat.

Un portavoce dell’esercito pakistano il 24 maggio ha dichiarato: “Questi due terroristi erano coinvolti in crimini odiosi di terrorismo, incluso l’attacco alla Army Public School Peshawar,

l’uccisione di civili innocenti, attacchi alle Forze Armate pakistane e a pubbliche autorità”. Ha aggiunto che i terroristi sono stati processati da tribunali militari ed hanno confessato i loro crimini.

Ricordiamo che la strage di Peshawar produsse la poderosa ripresa della pena di morte – contro i terroristi e non solo – che dura tutt’oggi (1).

Siccome i 7 esecutori materiali della strage di Peshawar furono tutti uccisi sul posto, le 6 persone messe a morte successivamente non vi erano direttamente coinvolte. 

I tribunali militari, che furono prorogati lo scorso marzo di altri due anni, dopo che il loro primo periodo di validità era scaduto a gennaio, lavorano in segreto per timore di attacchi da parte di militanti.

L’associazione per i diritti umani Justice Project Pakistan afferma che oltre 440 persone sono state messe a morte dopo l’attacco a Peshawar. (Grazia)

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(1) V. nn. 219, Notiziario; 220; 221; 225; 227, Notiziario

9) È INNEGABILE IL PRELIEVO DI ORGANI DAI CONDANANTI A MORTE CINESI

 

Un lungo e documentato articolo pubblicato il 3 giugno nel sito australiano news.com.au (1), alimenta la polemica sulla pratica di prelevare organi dai condannati a morte in Cina subito dopo le esecuzioni. 

I prelievi dai prigionieri vengono fatti anche senza il consenso preventivo dei donatori e con il sospetto che alcune esecuzioni vengano anticipate in occasione di particolari esigenze di organi. Sta di fatto che molti condannati a morte cinesi hanno riferito di essere stati sottoposti ad una serie di analisi cliniche senza essere edotti del motivo dei relativi prelievi. Si tratterebbe di analisi propedeutiche al prelievo di organi. 

Ricordiamo che nel 2012 Huang Jiefu, autorevole medico cinese responsabile dei trapianti, aveva ammesso la donazione di organi da parte dei condannati a morte - sempre volontaria e conseguente ad una dichiarazione scritta - ma aveva promesso che sarebbe cessata entro cinque anni (2). Nel dicembre del 2014 lo stesso Huang Jiefu ha ammesso che tale pratica era ancora in atto promettendone la cessazione dal 1° gennaio 2015 (3).

Riteniamo che vi sia una certa difficoltà ad ottenere dati e informazioni obiettive sulla realtà ormai innegabile del prelievo di organi dai condannati a morte cinesi perché da una parte c’è l’opposizione assoluta al Governo cinese della corrente spirituale del Falun Gong  - che afferma  addirittura che per i trapianti sarebbero ‘utilizzati’ i corpi di persone del tutto innocenti (4) - dall’altra c’è il rifiuto totale e preconcetto dei trapianti da parte di coloro che considerano comunque tale pratica una ‘predazione di organi’. 

_____________________ (1) Vedi: http://www.news.com.au/world/asia/the-living-dead-prisoners-executed-for-their-organs-then-sold-to-foreigners-for-transplants/news-story/4048895e300f415a0a078e229d697bf7

(2) V. n. 196

(3) V. n. 219

(4) V. nn. 226, 229

10) NEL SEGRETO NUMEROSISSIME ESECUZIONI IN VIETNAM

 

Il Vietnam è uno dei paesi in cui si eseguono più condanne a morte. Ma la strage si svolge nella massima segretezza: non vengono resi noti quasi mai i nomi dei detenuti uccisi e i motivi delle loro condanne a morte.

Si sa che si può essere condannati a morte per 18 specie di reato, tra cui il traffico di droga, l’omicidio e ‘minacce contro la sicurezza nazionale’.

Un rapporto trapelato dal Ministero della Sicurezza del Vietnam nel gennaio 2017, afferma che nel periodo tra agosto 2013 e giugno 2016 sono state messe a morte 429 persone e che a luglio 2016 c’erano 681 condannati a morte. Secondo Amnesty International solo la Cina e l’Iran in tale periodo hanno eseguito più sentenze capitali.  

Il Vietnam è all’avanguardia riguardo al metodo di esecuzione: adotta l’iniezione letale come gli Stati Uniti. Ma mantiene il segreto sui farmaci usati.

E’ nota la vicenda del giovane Ho Duy Hai per il quale la famiglia si sta impegnando fortemente. Nel 2008 due impiegate delle poste furono trovate assassinate nel loro ufficio. 68 giorni dopo il 23-enne neolaureato Ho Duy Hai fu fermato per essere interrogato. Per 6 mesi i suoi familiari e gli avvocati non poterono fargli visita. Quando infine fu concesso loro di farlo, scoprirono che il giovane aveva perso 9 chili ed era talmente terrorizzato che riusciva solo a balbettare: “Sto soffrendo”. 

Al giovane accusato furono concesse solo due sessioni di 15 minuti per parlare con i suoi avvocati prima del processo. Nel corso del processo la difesa contestò numerosissimi errori commessi dall’accusa e la cattiva condotta della polizia. Il giovane si dichiarò innocente. Non c’erano prove fisiche che lo collocassero sulla scena del crimine e – secondo i difensori - la presunta arma del delitto era stata acquistata dalla polizia in un mercato vicino al luogo del crimine. Ciononostante, Hai fu condannato a morte il 1° dicembre del 2008. Nel 2014, in seguito alle instancabili pressioni da parte della sua famiglia, il Presidente Truon Tan Sang ordinò una revisione del caso. L’anno successivo si scoprì che ci furono ‘gravi violazioni’ durante la fase investigativa e che la decisione della corte non era coerente con le prove. Ciononostante, Hai è ancora nel braccio della morte. (Grazia)

11) LAPIDAZIONE DI UNA COPPIA DI ADULTERI IN MALI

 

La lapidazione degli adulteri in voga ai tempi di Gesù Cristo è prevista ancor oggi in diversi stati islamici, il più importante dei quali è l’Iran.

La più recente notizia in merito proviene dal nord-est del Mali, una regione occupata dai guerriglieri islamici nel marzo del 2012 e riconquistata dalle autorità centrali con l’aiuto dei militari francesi nel 2013. Il 23 maggio uno dei gruppi islamici ancora presenti nell’area ha messo a morte per lapidazione una coppia di adulteri. 

Si apprende tramite l’AFP che “gli islamisti hanno scavato due buche in cui hanno posto l’uomo e la donna che vivevano more uxorio senza essere sposati e li hanno lapidati.” La barbara esecuzione è stata compiuta in località Taghlit, vicino alla città di Aguelhok nella regione di Kidal, davanti ad un pubblico appositamente convocato.

Tale atto di violenza à avvenuto nella zona in cui nel 2012 gli islamisti avevano imposto il velo per le donne e la flagellazione e la lapidazione per i trasgressori. In quell’anno furono lapidati un uomo e una donna che avevano avuto figli senza essersi sposati.

La situazione politica e l’ordine pubblico nel Mali - presidiato da 10.000 militari Onu e 6.000 francesi - sono tutt’altro che tranquilli: dall’inizio dell’anno si sono registrate 309 uccisioni da parte di gruppi armati. 

Il Mali è stato il primo paese estero visitato dal neo presidente francese Emanuel Macron che ha assicurato al governo in carica la continuazione dell’appoggio francese.

12) FRUSTRATA LA FAME DI PENA DI MORTE DEL PRESIDENTE DELLE  FILIPPINE

 

La reintroduzione della pena di morte voluta fortemente del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte (1) entrato in carica un anno fa, il 30 giugno 2016, ancora non è avvenuta. 

Un disegno di legge in merito approvato dalla Camera dei Rappresentanti nel mese di marzo non riesce a trovare la via del Senato. Per contro in Senato giacciono 5 diverse proposte di legge riguardanti la pena capitale. 

La proposta di legge passata alla Camera – che prevede essenzialmente la pena capitale per reati di droga - è stata fortemente criticata dagli attivisti “anticrimine” dopo l’attacco terroristico del 23 maggio nella città di Marawi portato a termine dal gruppo islamista Maute.

Dante Jimenez, leader di una nota associazione forcaiola (2), il 30 maggio ha osservato che con la legge approvata dalla Camera i terroristi che sono riusciti ad occupare per un certo tempo alcune parti di Marawi non potrebbero essere condannati a morte. Jimenez chiede che la pena capitale sia prevista anche per i reati di insurrezione, terrorismo e rapina e venga introdotta al più presto.

Ma le invocazioni di Duterte e di Jimenez sembrano avere poco effetto. Nella peggiore delle ipotesi la pena di morte tanto agognata dal presidente Duterte non potrà cominciare a produrre cadaveri durante il mandato del medesimo che dura 5 anni. Altroché le 50 esecuzioni al mese che si era prefisso Rodrigo Duterte!

I sondaggi indicano che il favore per la pena di morte tra la popolazione filippina è in costante declino anche se è espresso ancora dalla maggioranza dei cittadini.

Ricordiamo che contro la reintroduzione della pena di morte si è schierata fortemente la Chiesa Cattolica delle Filippine è che la pena capitale è incompatibile con la permanenza delle Filippine nel Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) che proibisce la pena di morte.

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(1) V. nn. 230, 231 (due articoli).

(2) Si tratta della VACC (Volontari Contro il Crimine e la Corruzione)

13) ENNESIMO RINVIO DEL PROCESSO DI APPELLO PER ASIA BIBI

 

Il processo di appello per la cristiana Aasia Noreen, detta Aasia Bibi o semplicemente Asia Bibi, condannata a morte per blasfemia in Pakistan nel 2010, è stato ulteriormente bloccato dalla Corte Suprema nazionale. Il Presidente della Corte Suprema Mian Saqib Nisar ha rifiutato di calendarizzare la discussione dell’appello all’inizio di giugno come era stato richiesto fin dal mese di aprile. Lo ha reso noto Saif-Ul-Malook, l’avvocato difensore della Bibi.

Ricordiamo che Asia Bibi, che potrebbe diventare la prima donna pakistana giustiziata a seguito di un’accusa di blasfemia, ha passato quasi 8 anni in carcere dopo che alcune donne mussulmane l’hanno accusata di aver insultato il profeta Maometto. Le donne si erano infuriate perché la Bibi aveva osato bere dalla loro stessa ciotola.

La blasfemia in Pakistan è punibile con la pena di morte o con l’ergastolo. La Bibi è stata arrestata nel 2009 e condannata a morte nel novembre 2010 anche se lei ha sempre continuato a dichiararsi innocente.

Inizialmente Asia Bibi si è appellata contro la sentenza capitale all’Alta Corte di Lahore, ma il suo caso è stato rinviato da tale corte almeno 7 volte prima che venisse discusso nell’ottobre 2014 con esito negativo: la sua sentenza capitale fu confermata.

L’estate scorsa si era appreso con ottimismo che il suo caso sarebbe stato discusso dalla Corte Suprema del Pakistan a Islamabad. Nisar aveva stabilito che l’appello della Bibi fosse discusso nella seconda metà di ottobre del 2016.  Cosa che non avvenne. Ed ora c’è stato il nuovo e forse non ultimo rinvio. 

Sicuramente alla base dei reiterati rinvii vi è il contrasto tra la necessità di chiudere il caso scottante di Asia Bibi, assolvendola, e il timore che ciò provochi gravi tumulti. (Pupa)

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(1) Ricordiamo che il caso di Asia Bibi si è intrecciato con quelli del Governatore del Punjab, Salman Taseer, che fu ucciso nel 2011 dopo aver preso le sue difese, e dell'assassino di Taseer, Mumtaz Qadri, messo a morte nonostante le proteste popolari il 29 febbraio 2016. Ed anche con quello del cattolico Shahbaz Bhatti, Ministro

per le minoranze, assassinato poco dopo Taseer per essersi espresso contro la condanna di Asia. V. nn. 185, 187, 188, 208, 214, 217, 220, 223, 224, 226, 230.

14) IL MICHIGAN ABOLÌ DEFINITIVAMENTE LA PENA CAPITALE NEL 1846

 

Il Michigan abolì la pena di morte il 4 maggio 1846 e divenne così la prima giurisdizione in un paese di lingua inglese ad abolire la pena capitale.

Le prime leggi del Michigan, che era venuto a far parte, quale stato, degli Stati Uniti d’America nel 1837, erano state copiate alla rinfusa da quelle degli altri stati producendo un codice confuso e contraddittorio. 

Nel 1845 fu commissionato al senatore Sanford Green, un esperto avvocato della Contea di Oakland, di procedere a una completa revisione delle leggi del Michigan e di formulare raccomandazioni al Parlamento. Il Parlamento adottò con poche modifiche il codice preparato da Green il 18 maggio 1846. Nel nuovo codice la massima pena, per l’omicidio, era la condanna ai lavori forzati a vita. 

Immediatamente ci fu una forte reazione a questa riforma che aboliva la pena di morte da parte di una cinquantina di personalità di Detroit. Costoro ‘arruolarono’ anche i predicatori. Il Reverendo presbiteriano George Duffield predicò vigorosamente contro l’abolizione della pena di morte in quanto contraria alla legge di Dio e alla civiltà. Questo sermone fu stampato e fatto circolare in tutto lo stato; ma non ne scaturì alcuna iniziativa per la reintroduzione della pena di morte.

Prima dell’abolizione della pena di morte vi sono state solo 7 esecuzioni nel Michigan. L’ultima esecuzione è avvenuta l’8 luglio 1838, quando fu impiccato l’omicida Anthony Chebatoris. Le precedenti 6 – tra cui quelle di 4 nativi americani - si sono verificate tra il 1819 e il 1836 nel periodo in cui il Michigan non si era ancora costituito come stato autonomo ed era semplicemente un territorio degli Stati Uniti.

L’abolizione in Michigan fu seguita dalle abolizioni in Rhode Island nel 1852 e nel Wisconsin nel 1853… Oggi sono 18 gli stati abolizionisti negli Usa, cui si aggiunge il Distretto di Columbia. (Pupa)

15) AMNESTY CONTINUA A SOSTENERE LE ONG CHE FANNO SOCCORSO IN MARE

 

In un Comunicato diffuso il 17 maggio dalla Sezione Italiana di Amnesty International, leggiamo quanto segue:

Commentando le conclusioni dell’indagine conoscitiva svolta dalla Commissione Difesa del Senato sul “contributo dei militari italiani al controllo dei flussi migratori che interessano la rotta del Mediterraneo e sull’impatto delle attività delle Ong”, il direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini ha rilasciato questa dichiarazione:

“Ben venga la sollecitazione alla massima trasparenza da parte delle Ong, ma prima di chiedere loro di astenersi dal salvare vite umane nel Mediterraneo sarebbe fondamentale pretendere che il rispetto dei diritti umani di chi fugge da guerra e persecuzione tornasse al centro delle politiche dell’Unione europea”.

“La commissione Difesa sostiene che non può essere consentita la creazione di ‘corridoi umanitari gestiti autonomamente dalle Ong’, trattandosi di un compito spettante agli stati o agli organismi internazionali. Ma andrebbe sottolineato che se l’Unione europea avesse dato priorità alle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo anziché rinunciarvi, dopo la meritoria iniziativa italiana di Mare nostrum, in favore di politiche di respingimento e di accordo con paesi terzi, le Ong non avrebbero avvertito la necessità di intervenire, peraltro non rinunciando a coordinarsi con le autorità preposte”.

“Da ormai un mese trovano ampia copertura sui mezzi d’informazione le ipotesi e speculazioni di varia natura da parte di esponenti della magistratura e la campagna denigratoria e delegittimante portata avanti da esponenti politici contro l’intero mondo delle Ong. Una campagna che sta producendo effetti devastanti sull’intero mondo del volontariato in Italia e che la commissione Difesa del Senato ha di fatto smentito, senza che la notizia abbia avuto adeguato risalto”.

16) NOTIZIARIO

 

Arkansas. L’ultima lettera all’amico condannato a morte. Il 20 aprile il 26-enne Chase Hawkins ha scritto la seguente lettera al suo amico di penna Marcel Williams, che è stato poi messo a morte quattro giorni dopo in Arkansas (1): “Non perdo la speranza ma mi rendo conto che vi è la possibilità che le cose non vadano come noi speriamo. […] Uccidere, indipendentemente dal come, e indipendentemente dal fatto che si uccida un colpevole o un innocente [...] è sempre errato. So anche che la persona che legge questa lettera oggi non è la stessa persona che arrivò nel braccio della morte tanti anni fa. So che sei cambiato e che sei ora una bella persona. So che sei un mio amico. Spero che tu mi legga. Stando così le cose, se mi leggi questa potrebbe essere la mia ultima lettera. Piango pensando a ciò. Spero che non avvenga. Non mi pento di averti scritto. Non ti dimenticherò mai: sei entrato fortemente nella mia vita. Ti voglio bene. Sii coraggioso. Abbi fede. Sempre tuo amico, Chase”.

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(1) V. n. 237

 

Corea del Nord. Pena di morte per chi fa circolare film sud coreani o americani. Il 30 maggio Radio Free Asia ha appreso da una fonte nord coreana che lo stato considera illegale l’importazione di video prodotti all’estero e che, mentre in passato tale attività era definita solo un comportamento ‘antisocialista’, ora questa attività è considerata un atto di spionaggio e un crimine contro lo stato. È stata lanciata una campagna educativa per insegnare ai cittadini nord coreani il rifiuto “della decadente ideologia capitalista che corrode il sistema socialista”. I partecipanti ai corsi di rieducazione sono stati costretti a firmare documenti in cui dichiarano di essere consapevoli che incorrerebbero in gravi punizioni qualora guardassero o mettessero in circolazione filmati proibiti provenienti dalla Corea del Sud o dagli Stati Uniti. La punizione minima per chi contravviene alle nuove regole è di 5 anni di lavori forzati. Ai commercianti di video proibiti potrà essere inflitta la pena di morte. Esecuzioni di persone che distribuirono prodotti dei media stranieri sono comunque già avvenute in Corea del Nord. Nel 2015 tre donne furono messe a morte per aver distribuito un filmato della televisione sud coreana. Nel 2014 furono fucilate 6 persone colpevoli di un analogo reato. Da notare: video proibiti sono detenuti in gran numero dalle guardie di confine nord coreane.

 

Florida. Condannato a morte esonerato per insufficienza di prove. L’11 maggio la Corte Suprema della Florida ha annullato la condanna morte del nero Ralph Wright Jr. accusato di aver ucciso la sua amante e il figlioletto di lei nel 2007. “Anche se i fatti presentati durante il processo generano un forte sospetto di colpevolezza, essi non sono incompatibili con l’innocenza,” hanno scritto all’unanimità in una sentenza di 32 pagine i giudici della massima corte floridiana. “Noi pertanto concludiamo che le prove sono insufficienti per sostenere la condanna di Wright.” A meno che non venga riprocessato a breve, Ralph Wright Jr. tornerà libero.

 

Iran. Sadiche esecuzioni subito dopo le elezioni. La vittoria del presidente ‘moderato’ Hassan Rouhani  nelle elezioni iraniane del 19 maggio è stata salutata da molti come un risultato positivo. Ma non si può certo dire che si tratti di un risultato positivo per quanto riguarda al pena capitale. L’Iran ha rimesso in moto la macchina della morte subito dopo le elezioni. Tra il 22 e il 23 maggio sono stati uccisi 10 detenuti in 5 città: Tabriz, Zahedan, Ardebil, Kermanshah e Isfahan e Karaj. Amnesty riferisce che tra di essi vi era “un detenuto di nome Asqar” condannato all’impiccagione in pubblico 30 anni fa per un delitto che aveva compiuto a 16 anni di età (egli era evaso quando aveva 18 anni e fu ricatturato ad aprile del 2015). A Zehedan le guardie hanno impiccato il trentenne Abdulkharim Shahnavazi ed hanno messo un cappio al collo di un altro prigioniero. Dopo che questi aveva assistito alla morte di Shahnavazi, gli è stato tolto il cappio, lo hanno fatto scendere dalla forca e gli hanno detto che verrà ucciso dopo 40 giorni.

 

Somalia. Messi a morte minorenni accusati di terrorismo. Il 2 maggio si è saputo che la Somalia ha messo a morte 5 giovani di età compresa tra i 14 e i 17 anni nella regione del Puntland. I giovani, brutalmente torturati e sottoposti ad un processo iniquo, erano accusati di far parte del gruppo armato Al-Shabaab che ha ucciso tre funzionari governativi in febbraio. In favore di altri due minorenni, sul punto di essere ‘giustiziati’ in Somalia per il medesimo motivo, è intervenuta Amnesty International. Nel Puntland sono frequentissimi gli scontri tra truppe regolari e membri di Al-Shabaab con morti e feriti da entrambe le parti. Contro Al-Shabaab agiscono anche i bombardieri USA.

 

Turchia. Impressionante purga nel settore pubblico. Un nuovo Rapporto di Amnesty International pubblicato il 22 maggio il denuncia il licenziamento di oltre 100.000 lavoratori del settore pubblico sospettati di essere contrari al governo Erdogan. Tali lavoratori ora fanno la fame. Il rapporto, intitolato "Nessuna fine in vista: il futuro negato agli impiegati del settore pubblico della Turchia dopo la purga", rivela che decine di migliaia di persone - tra cui medici, agenti di polizia, insegnanti, docenti universitari e soldati - etichettate come "terroristi" ed estromesse dal settore pubblico, oggi stanno lottando per la sopravvivenza. "L'onda d'urto della repressione avviata dalle autorità turche dopo il tentato colpo di stato continua a devastare la vita di un gran numero di persone che non solo hanno perso il lavoro ma hanno visto anche la loro vita e la loro carriera professionale fatte a pezzi", ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia. "Dipinte come 'terroristi' e private delle loro fonti di reddito, molte persone in Turchia non possono più proseguire la loro carriera professionale e non riescono a trovare un impiego alternativo", ha aggiunto Gardner.

 

Turchia. La folla chiede la morte per i principali responsabili del tentato colpo di stato. Tra imponenti misure di sicurezza e l’ostentazione di un ordine di sapore nazista il 22 maggio è cominciato nel distretto di Sican ad Ankara il processo a carico di 221 persone accusate di essere le principali responsabili del tentato colpo di stato del 15 luglio 2016. Tra di essi vi sono 26 ex generali. 12 dei 221 processati sono contumaci, tra di essi vi il principale imputato, Fethullah Gulen, un religioso che si trova negli Stati Uniti. Davanti al tribunale una folla di manifestanti ha scagliato cappi contro gli imputati in arrivo mentre invocava la pena di morte per coloro che hanno tentato di esautorare il presidente Recep Tayyip Erdogan. Siccome Erdogan non è ancora riuscito a ripristinare la pena di morte nel suo paese, non è chiaro a quale pena possano andare incontro i golpisti. Secondo il governo turco il tentato colpo di stato fece 248 morti, senza contare i 24 golpisti che furono uccisi nella tragica notte tra il 15 e il 16 luglio scorsi.

 

USA. Impressionanti foto delle donne condannate a morte. Tramite il seguente link è possibile visualizzare le foto formato tessera delle oltre 50 donne condannate a morte negli Stati Uniti: giovani, vecchie, bruttissime, folli, raramente belle. http://www.abc15.com/news/news-photo-gallery/women-on-death-row-female-death-row-inmates-in-the-us

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 giugno 2017