FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 139  -   Maggio 2006

SOMMARIO:

 

1) Moussaoui condannato al carcere a vita 

2) Ergastolo per l’unico attentatore di Beslan sopravvissuto

3) Saddam Hussein rifiuta di dichiararsi colpevole

4) Esecuzione ‘mal riuscita’ in Ohio

5) Contestazione dell’iniezione letale fallisce in Texas e in Tennessee     

6) Eric ha esaurito gli appelli e riceverà una data molto presto

7) Earl Washington risarcito con due milioni di dollari 

8) Autorevoli accuse di tortura agli Stati Uniti      

9) E’ uscito il rapporto annuale  di Amnesty International 

10) L’ Inglese venditore di forche 

11) Abolire il carcere           

12) Per migliori condizioni nel braccio della morte del Texas 

13) Notiziario: Globale, Somalia, Wisconsin       

 

                                                           

1) MOUSSAOUI CONDANNATO AL CARCERE A VITA 

 

Il 3 maggio, ad Alexandria in Virginia, dopo animate discussioni e reiterate votazioni protrattesi per sette giorni, la giuria federale incaricata di decidere la sorte di Zacarias Moussaoui ha optato per una condanna a vita senza possibilità di uscita sulla parola, in alternativa alla pena di morte. La sentenza ha suscitato stupore nel pubblico statunitense che si aspettava una condanna capitale dopo gli enormi sforzi fatti dal governo per consegnare l’accusato nelle mani del boia (v. n. 138). Ora Moussaoui è destinato a spegnersi in isolamento, al temine di un processo di degrado fisico e mentale, nel carcere federale di super massima sicurezza di Florence nel Colorado.

 

Il governo americano fin dal marzo 2002 (v. n. 95) ha studiato ogni possibilità e impiegato ingenti risorse per ottenere la condanna a morte del singolare personaggio scelto come unico capro espiatorio per le stragi dell’11 settembre 2001, i cui veri e diretti responsabili – alcuni dei quali si afferma siano detenuti a tempo indeterminato in località segreta dagli Americani - probabilmente non saranno mai processati. Durante la fase terminale del processo l’accusa aveva prodotto decine di testimonianze da parte di familiari delle vittime delle stragi, e decine di registrazioni audio e video degli eventi più strazianti di quel tragico giorno (v. n. 138).

La difesa dal canto suo aveva presentato come testimoni altri familiari delle vittime: persone che avevano trovato sollievo nel superamento del desiderio di vendetta. Non era stato loro permesso di chiedere apertamente di risparmiare la vita di Moussaoui, ma il messaggio era chiaro. La difesa aveva anche descritto l’infanzia abusata ed infelicissima di Zacarias, rinchiuso già in tenera età in orfanotrofio a causa dei violenti rapporti con i genitori, e le cui due sorelle sono attualmente ricoverate in istituti per malattie mentali in Francia.

I nove uomini e le tre donne della giuria hanno dovuto scegliere tra l’ergastolo e la pena di morte esaminando, fra l’altro, tre accuse fondamentali, che costituivano le principali circostanze aggravanti e rendevano Zacarias passibile della pena capitale. Essi sono riusciti a trovare l’accordo su due delle tre: che Moussaoui aveva “consapevolmente creato un grave rischio di morte” collaborando agli attacchi dell’11 settembre e, inoltre, che egli nel 2001 era coinvolto in “premeditate attività di cospirazione, prendendo lezioni di pilotaggio, acquistando taglierini e accettando grandi somme di denaro provenienti dai capi di al Qaeda residenti all’estero”. La giuria non ha concordato invece sul fatto che Moussaoui fosse coinvolto nei fatti dell’11 settembre “in modo perfido, crudele o depravato tale da provocare tortura o seri abusi fisici sulle vittime”.

La giuria ha dovuto poi analizzare altri sette fattori aggravanti e ventiquattro possibili fattori mitiganti. Il lavoro di decidere per la vita o la morte dell’imputato ha richiesto un grande dispendio di energie mentali e fisiche.

Quando la sentenza è stata letta in aula, Moussaoui ha reagito passivamente, fissando il vuoto, ma, poco dopo, mentre l’aula si svuotava,  ha battuto le mani e si è messo a gridare “America hai perso! David Novak hai perso! Io ho vinto!” Tra gli accusatori, David Novak era stato infatti quello che maggiormente si era battuto per procurare a Moussaoui una condanna a morte.

I commenti e le reazioni a questa sentenza inattesa dai più sono stati svariati. I rappresentanti del governo e molti familiari delle vittime si sono dichiarati delusi e amareggiati, ma hanno comunque fatto, almeno ufficialmente, buon viso a cattivo gioco, affermando che il processo è stato condotto in modo corretto e che la giuria ha deliberato con grande impegno e con animo aperto. Il presidente Bush, che aveva personalmente supervisionato la strategia dell’accusa, ha dichiarato: “Il Sig. Moussaoui ha ricevuto un processo equo… La sua vita è stata risparmiata, cosa che lui non ha fatto con gli innocenti cittadini americani”.

In realtà il processo non può dirsi soddisfacente ed equo, sia per la violazione del diritto della difesa di ascoltare tre testimoni appartenenti ad al-Quaeda, sia per il fatto che l’accusa ha approfittato slealmente del comportamento incoerente dell’imputato (v. ad es. nn. 118  e 138).

I familiari delle vittime che avevano testimoniato per la difesa di Moussaoui si sono dichiarati soddisfatti delle sentenza, dicendo che non avrebbero davvero voluto un’altra morte, specie poi di una persona che nei fatti dell’11 settembre non era mai stata direttamente coinvolta, e il cui coinvolgimento indiretto era difficilmente dimostrabile.

La lettura ufficiale della sentenza è avvenuta il 4 maggio, da parte della giudice Leonie M. Brinkema. In quel giorno, l’ultimo in cui Moussaoui ha potuto dire qualche parola in pubblico, vi è stato anche un vivace scambio di battute tra l’imputato e la giudice.

Quando la Brinkema ha invitato Moussaoui a rilasciare un’ultima dichiarazione, prima della lettura delle sentenza, egli ha pronunciato alcune frasi che non farebbero pensare a lui come ad un folle: “…La testimone che ha dichiarato che ho distrutto la sua vita e che ha perso suo marito, forse un giorno potrà pensare alla quantità di persone alle quali la C.I.A. ha distrutto la vita”. Ha poi aggiunto che l’America soffre di “un’ipocrisia al di là del credibile. La vostra umanità è molto selettiva: solo voi pensate di soffrire, solo voi pensate di avere sentimenti”.

Uscendo dall’aula la Brinkema ha detto a Zacarias, facendo riferimento alla sua affermazione sul fatto che egli aveva vinto e l’America perso: “[Mentre tutti i presenti usciranno di qui e se ne andranno liberi] tu trascorrerai il resto della tua vita in un carcere di super-massima sicurezza. In termini di vincitori e perdenti, è molto chiaro chi ha vinto e chi ha perso”. Subito dopo la lettura della sentenza, ella aveva detto all’imputato che con una condanna all’ergastolo gli veniva negato il desiderio di morire in una ‘fiammata di gloria’ e che invece egli sarebbe “morto gemendo”.

Per consolare coloro che volevano morto Moussaoui, i media si sono dati da fare nei giorni immediatamente successivi alla sentenza, a descrivere minutamente le sofferenze che Moussaoui patirà nel carcere di Florence nel Colorado. In esso sono già rinchiusi vari attentatori alla sicurezza nazionale (tra i quali ‘unabomber’ Theodore Kaczynski, Terry Nichols, complice di Timothy McVeigh nell’attentato dinamitardo di Oklahoma City, e Richard Reid, il cosiddetto ‘attentatore con la scarpa’).

Si tratta di una prigione dove la gente trascorre ogni giorno 23 ore rinchiusa in celle singole piccolissime parzialmente sotterranee e un’ora (di ricreazione, sempre solitaria) in un cortiletto che ha tutte le sembianze di un canile. I televisori nelle celle trasmettono solo programmi religiosi o di terapia anti-violenza. Si tratta di un luogo dal quale i condannati non usciranno mai vivi, destinato non alla riabilitazione, ma a distruggerli progressivamente.

“Lì Moussaoui marcirà per il resto della sua vita. Marcirà,” aveva dichiarato alla giuria durante il processo l’esperto di carceri James E. Alken.

Pochi giorni dopo la sentenza Moussaoui ha tentato di ritrattare la sua dichiarazione di colpevolezza e ha chiesto che gli venisse concesso un nuovo processo, cosa che ovviamente gli è stata negata.

Dopo che le porte del carcere di Florence si sono richiuse su di lui, è emerso che Zacarias Moussaoui ha evitato la condanna a morte per un solo voto. La portavoce della giuria, un’insegnante di matematica della Virginia rimasta anonima per ragioni di sicurezza,  ha dichiarato alla stampa che il voto segreto dei giurati a favore della pena di morte è stato per due volte di 10 a 2 e alla fine di 11 a 1 (per una sentenza di morte occorreva l’unanimità). Il solo votante contrario alla pena capitale non si è mai rivelato, neppure agli altri giurati, perché durante le discussioni nessuno si è dichiarato contrario alla condanna a morte. Probabilmente questo singolo giurato si sentiva in soggezione nei riguardi degli altri, desiderosi di morte, e ha preferito tener duro nelle votazioni senza però dichiararsi. (Grazia)

 

 

2) ERGASTOLO PER L’UNICO ATTENTATORE DI BESLAN SOPRAVVISSUTO

 

Il 26 maggio si è concluso il processo contro Nur-Pashi Kulayev, carpentiere venticinquenne e guerrigliero separatista ceceno, unico attaccante sopravvissuto all’atroce strage nella scuola di Beslan del 2004. Il giudice Tamerlan Aguzarov della Corte Suprema dell’Ossezia del nord ha pronunciato una condanna capitale. Tuttavia lo stesso giudice ha contestualmente commutato la condanna in ergastolo conformandosi alla sospensione della pena di morte ordinata dal presidente Boris Yelsin nel 1996 e alla dichiarazione di incostituzionalità della medesima pena da parte della Corte Costituzionale russa del 1999.      

 

A partire dal 1° settembre del 2004, nella scuola di Beslan, assediata dalle forze speciali russe, furono tenuti prigionieri da un commando di guerriglieri più di 1.000 persone, tra alunni, loro parenti e personale scolastico. La crisi si sbloccò dopo tre giorni con una impressionante serie di esplosioni ed una sparatoria. Morirono almeno 371 persone. Oltre a un gran numero di ostaggi, di cui 186 bambini, persero la vita 31 ribelli e alcuni militari delle forze speciali. Alla conclusione dell’assedio, la televisione russa mostrò un unico giovane guerrigliero che veniva catturato e malmenato dalle forze speciali, si trattava di Nur-Pashi Kulayev.

Allorché sono state rese note la condanna a morte di Kulayev e la contestuale commutazione, è scoppiata in aula l’ostilità contro il guerrigliero. Una donna è stata portata via a forza dopo aver dato in escandescenze. Fuori del tribunale è avvenuta una rissa tra parenti delle vittime con differenti pareri riguardo alla sentenza. Un’anziana signora ha colpito in faccia Ella Kasayeva, leader di un gruppo di vittime che si oppone alla pena di morte.

“La pena deve corrispondere al crimine,” ha dichiarato Aneta Gadzhiyeva, esponente del Comitato delle Madri di Beslan, un altro gruppo di vittime. “Kulayev deve essere giustiziato, dal momento che una sentenza a vita gli dà la possibilità di provare, dopo tutto, almeno di quei piccoli piaceri che sono compatibili con la prigione.”

Ricordiamo che il leader separatista Shamil Basayev ordinò la presa della scuola di Beslan da parte di oltre 30 guerriglieri ceceni e inguscezi per ottenere il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia (*).

E’ fondato il sospetto che la dimensione raggiunta della strage di Beslan sia da attribuire in gran parte all’attacco massiccio ed indiscriminato delle forze speciali russe, cui sarebbe stato dato l’ordine di agire in modo molto energico ed esemplare.

“Vogliamo che le autorità siano messe sotto accusa,” ha dichiarato Fatima Dudiyeva, un ex ostaggio presente al processo. “Ma questo caso non potrà essere investigato obiettivamente, dal momento che sono implicate persone molto in alto. Non gente qualunque. Non dei Kulayev.”

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(*) La Cecenia, resasi indipendente da Mosca con la guerra del 1994-96, fu riconquistata dalle truppe russe nel 1999

 

 

3) SADDAM HUSSEIN RIFIUTA DI DICHIARARSI COLPEVOLE

 

Il 15 maggio, alla ripresa del processo contro Saddam Hussein e sette suoi ex collaboratori, il Tribunale speciale iracheno ha formalizzato un pesante carico di accuse per crimini contro l’umanità che comportano la pena di morte nei riguardi di tutti e otto gli imputati. Preso atto dell’atteggiamento di Saddam e degli altri che negano la legittimità della corte, il giudice presidente Raouf Rasheed Abdel Rahman ha fatto in loro vece la dichiarazione di “non colpevolezza.” Dopo di ciò sono cominciate le testimonianze a discarico.

 

Durante i sette mesi che sono passati dall’inizio del processo contro Saddam Hussein, si sono potute tenere solo 24 udienze, in gran parte dedicate alla presentazione del caso da parte dell’accusa. Secondo le procedure che regolano il Tribunale speciale iracheno, i capi di imputazione sono stati formalizzati dopo la chiusura della fase accusatoria e prima che l’iniziativa passasse alla difesa.

Un lunga serie di gravissimi reati sono stati elencati agli imputati il 15 maggio.

La loro formalizzazione implica che via sia stato un primo riconoscimento delle prove a carico da parte della corte composta da cinque giudici. Per la verità le prove e le testimonianze portate faticosamente in aula dall’accusa non sembrano sorreggere sufficientemente tali precisi capi di imputazione, per altro plausibili date le caratteristiche del passato regime iracheno.

Nell’atto di accusa letto dal giudice Raouf Rasheed Abdel Rahman il 15 maggio si sostiene che le azioni ordinate da Saddam, o prese sotto la sua autorità, raggiungono gli standard previsti delle leggi internazionali per configurare crimini contro l’umanità. Si tratterebbe di crimini che comportano un “diffuso o sistematico attacco contro una popolazione civile,” comprendenti l’omicidio, la deportazione, la tortura, l’imprigionamento in condizioni che violano le norme internazionali, la sparizione ed “altri atti inumani” che hanno causato grande sofferenza o danno fisico o mentale.

Saddam Hussein viene incriminato per ognuna delle fasi della repressione nel villaggio di Dujayl cominciata nel 1982 dopo il fallito attentato contro di lui: attacchi con elicotteri che uccisero nove cittadini subito dopo l’attentato, l’arresto di centinaia di persone, la tortura e le uccisioni che avvennero in seguito nel quartier generale dei servizi segreti di Baghdad e poi nel carcere di Abu Ghraib e infine l’ordine di esecuzione di 148 persone, di cui 32 minorenni all’epoca dei fatti. Nel documento di accusa si contesta la morte di 46 dei 148 detenuti avvenuta almeno un anno prima dell’emissione delle relative sentenze di morte.

Ramsey Clark, ex Ministro della giustizia americano ora nel team di difensori di Saddam, aveva tenuto una conferenza stampa a Washington il 9 maggio denunciando l’irregolarità del processo di Baghdad, definito caotico e infarcito di pregiudizi e di intenti politici. Clark ha lamentato il fatto che la difesa non sia stata messa in grado di eseguire il proprio lavoro, per carenza di sicurezza (un giudice e due avvocati sono stati uccisi dall’inizio del procedimento), per mancanza della dovuta collaborazione da parte della corte (che non ha fornito neanche le trascrizioni delle testimonianze a carico) ed ha chiesto lo spostamento del processo in una sede internazionale (quanto meno negli Stati Uniti) o, in ultima istanza, un rinvio di un mese della fase processuale dedicata alla difesa.

Nonostante tali richieste, il 15 settembre il processo è continuato dopo la lettura dei capi di imputazione con l’escussione di un testimone della difesa che ha parlato in favore di uno degli imputati minori. Il 22 maggio il primo a prendere la parola a beneficio di Saddam Hussein è stato Sabawi Ibrahim Hassan Tikriti, fratellastro di Saddam ed ex esponente dei servizi segreti. Costui ha descritto il dittatore iracheno come una persona amata del popolo e molto preoccupata del benessere della sua gente; pur ammettendo la durezza del regime di allora egli ha sostenuto l’assoluta necessità di difendere il paese in maniera energica in tempo di guerra: “Si sarebbe verificato un disastro se non si fossero presi provvedimenti molto fermi in quel periodo,” ha affermato. Il 25 è stata la volta di Tarek Aziz, ex incaricato di Saddam per i rapporti internazionali. Aziz, malfermo e in pigiama, è apparso provenire direttamente da un ospedale. Egli ha dimostrato grande ammirazione e deferenza nei riguardi del principale imputato ed ha difeso il comportamento di Hussein. Ha descritto la minaccia del partito sciita Dawa contro il regime e ha parlato di diversi attentati organizzati da questo partito in accordo col nemico iraniano. Appare strano il comportamento di Aziz se è vero che, come affermano fonti anonime statunitensi, egli, consegnatosi agli Americani poco dopo la caduta di Hussein, si sia offerto inutilmente di testimoniare contro il suo ex capo in cambio di una sollecita liberazione. Una testimonianza sorprendente è stata infine quella resa il 30 maggio da un cittadino di Dujayl (rimasto anonimo per ragioni di sicurezza) che ha sostenuto – subito attaccato dall’accusa – che 23 dei 148 condannati a morte degli anni ottanta sarebbero ancora vivi.

Si è appreso nello stesso giorno che uno dei testimoni della difesa sarebbe stato ucciso. “La difesa non è libera di presentare i suoi testimoni nello stesso modo in cui ha potuto farlo l’accusa,” ha denunciato uno degli avvocati difensori. “Vi sono restrizioni che ci limitano, così come l’insufficienza dei provvedimenti di sicurezza necessari a portare in aula i testimoni. Alcuni giorni fa, uno dei testimoni che abbiamo ascoltato qui è stato ucciso.”

Si ritiene che le udienze della difesa si terranno nell’arco di due o tre mesi e che la corte si riserverà un periodo di tempo all’incirca uguale per deliberare, sicché il processo non potrà terminare prima di settembre. Nel caso molto probabile di una condanna a morte degli imputati, seguirà un appello automatico ad una corte di nove giudici che non dovrebbe terminare prima del 2008.

La legge vigente prevede che le sentenze di morte debbano essere eseguite tassativamente entro il termine di 30 giorni dal respingimento dell’appello. Ciò comporterebbe un delicato problema per le corti se tale termine cadesse dopo l’inizio del secondo processo contro Saddam che deve rispondere della cosiddetta Operazione Anfal del 1988 nel corso della quale sarebbero stati uccisi decine di migliaia di Curdi iracheni (v. n. 138)

 

 

4) ESECUZIONE ‘MAL RIUSCITA’ IN OHIO

 

Sono molte negli ultimi decenni in America le esecuzioni mal riuscite - definite ‘botched’ (rabberciate) dalla stampa - sia con la camera a gas, sia con la sedia elettrica, sia con l’iniezione letale. Un’esecuzione mal riuscita si conclude comunque con la morte del prigioniero, tuttavia questi patisce atroci pene psichiche e fisiche per un tempo assai prolungato. Il ‘team di esecuzione’ soffre solo un grande imbarazzo e un senso di frustrazione. Nella mattinata del 2 maggio l’esecuzione con l’iniezione letale di Joseph Lewis Clark in Ohio è durata circa 90 minuti, cosa che le assegna un primato di durata su tutte le esecuzioni nella storia recente degli Stati Uniti.

 

Nella Southern Ohio Correctional Facility gli addetti hanno faticato 25 minuti per inserire un ago nelle vene di Joseph Clark. All’apertura delle tende della camera della morte di fronte ai testimoni l’unico risultato ottenuto dai boia è stato il lamento del condannato che – dopo aver reso la sua ultima dichiarazione - sentiva il liquido infiltrasi lentamente sotto pelle anziché scorrere in vena: "Non funziona!  Non funziona!”

A questo punto il personale della prigione ha chiuso di nuovo le tende, tentando in tutti modi per decine di minuti di inserire un ago in una vena. Nel frattempo i testimoni udivano i lamenti e i gemiti di Clark, cha alla fine ha chiesto che gli venisse dato per bocca un farmaco in grado di porre fine alla sua vita e allo strazio.

Oltre un’ora dopo l’inizio della procedura, ecco riaprirsi le tende della camera della morte. Due linee apparivano collegate alle vene di Joseph Clark.

Clark ha sollevato la testa diverse volte e ha respirato profondamente prima di restare immobile.   

Il lavoro dei boia era cominciato alle 10; alle 11 e 26’ il direttore del carcere ha dichiarato con sollevo la morte del prigioniero.

Riguardo a questa macabra esecuzione, Jonathan I. Groner (*), considerato un esperto nazionale di iniezioni letali ha commentato: “La tenda che faceva da schermo tra i testimoni e il detenuto non poteva nascondere il fatto che quest'uomo è stato torturato fino alla morte. Inoltre, il metodo dell’iniezione dei tre farmaci per procurare la morte è una pratica tanto inumana da essere vietata persino ai veterinari, per l'eutanasia animale.

L'esecuzione di oggi dimostra come il dilemma sull'iniezione letale sia irrisolvibile dal punto di vista medico. Da un lato, tale procedura per un'uccisione "medicalizzata" attraverso l'iniezione endovenosa, anestetici e altri strumenti medici, nelle mani di personale non qualificato si trasforma in tortura. D'altro lato nelle esecuzioni il coinvolgimento di professionisti quali medici o infermieri viola i principi etici fondamentali di queste professioni".

"Nessun essere umano, quale ne sia il crimine, dovrebbe subire la tortura di Clark. Un'esecuzione tanto barbara da essere riportata in prima pagina dei giornali in tutto il mondo. Perciò sollecito con forza i leader politici dell'Ohio a compiere passi verso la moratoria immediata dell'iniezione letale".

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(*)  Il dottor Groner (Jonathan I. Groner MD - mailto:Gronerj@chi.osu.edu) è professore associato di Chirurgia all'Università Statale di Medicina e Salute Pubblica dell'Ohio. Ha scritto e detto molto sull'iniezione letale e sulla medicalizzazione della pena di morte.

 

 

5) CONTESTAZIONE DELL’INIEZIONE LETALE FALLISCE IN TEXAS E IN TENNESSEE

 

L’uso dell’iniezione letale è proseguito a pieno ritmo in Texas nonostante la contestazione di questo metodo per uccidere abbia portato da diversi mesi in altri stati, a cominciare dalla Florida e dalla California, ad una sospensione delle esecuzioni. Il 15 maggio ha pertanto generato grande sorpresa - e qualche speranza - l’intervento in extremis della Corte di Appello criminale del Texas che ha sospeso l’esecuzione di tale Derrick Sean O’Brien. Purtroppo la massima corte del Texas ha fatto subito marcia indietro lasciando uccidere un altro prigioniero due giorni dopo. Assai più grave è il diniego della Corte Suprema federale di esaminare lo storico ricorso contro l’iniezione letale avanzato nel 2003 da Abu-Ali Abdur’Rahman condannato a morte in Tennessee.

 

Il 15 maggio i genitori di Jennifer Ertman ed Elizabeth Peña, due adolescenti trucidate in Texas nel 1993 da una banda di sei giovanissimi, si preparavano ad assaporare, dopo molte delusioni, l’esecuzione di un primo membro della banda: Derrick Sean O’Brien. Dopo tutto si erano fortemente impegnati negli anni novanta per ottenere che i parenti delle vittime potessero assistere alle esecuzioni capitali e i rinvii, per vari motivi, delle esecuzioni più volte fissate per altri membri della banda li avevano logorati. (*)

A sconvolgere ancora una volta le prospettive delle famiglie Ertman e Peña è arrivato all’ultimo momento l’ordine di sospensione dell’esecuzione di O’Brien da parte della Corte Criminale d’Appello del Texas: la Corte si riservava di esaminare il ricorso del condannato contro l’iniezione letale. Non era la prima volta che ciò succedeva in Texas e sempre le sospensioni si erano rivelate effimere. Tuttavia questa volta l’intervento della corte, che cadeva in un momento in cui la questione dell’iniezione letale era fortemente dibattuta in tutti gli Stati Uniti, è stato preso più sul serio. E ciò soprattutto dai parenti delle vittime, che hanno subito dichiarato il loro sconforto, e da Dianne Clements, leader dall’associazione per le vittime dei crimini Justice For All. “Questo chiude la porta della camera della morte,” ha dichiarato la Clements.

La delusione di Dianne Clements, nonché il sollievo del condannato, dei suoi parenti e dei suoi avvocati, sono però durati poco perché la medesima Corte Criminale d’Appello il giorno dopo ha dato via libera all’esecuzione di Jermaine Herron, un condannato che aveva presentato un ricorso del tutto simile a quello di O’Brien. Mentre Herron veniva ‘regolarmente’ messo a morte il giorno successivo, 17 maggio, arrivava l’ordine di annullamento dello ‘stay’ per O’Brian per il quale dunque sarà presto fissata una nuova data di esecuzione.

Gli abolizionisti più avveduti, rimasti piuttosto scettici sulla reale volontà della corte texana, conservavano la speranza che la Corte Suprema federale potesse prendere in considerazione l’appello contro l’iniezione letale presentato fin dal 2003 da Abu-Ali Abdur’Rahman condannato a morte in Tennessee. Se la massima corte statunitense avesse accettato di esaminare l’appello di Abdur’Rahman le esecuzioni si sarebbero infatti davvero fermate in tutti gli Stati Uniti almeno per diversi mesi. Purtroppo pochi giorni dopo, il 22 maggio, la Corte Suprema ha fatto sapere che non intendeva prendere in considerazione tale appello. Questo è certamente un fatto grave che fa pensare che la Corte Suprema non interverrà per un lungo periodo in merito ai metodi di esecuzione (il ricorso di Clarence Hill che ha bloccato le esecuzioni in Florida è basato su motivi diversi dall’incostituzionalità in sé e per sé dell’iniezione letale, v. n. 138).

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(*) Cinque dei sei membri della banda furono condannati a morte. Le sentenze di Efrain Perez e di Raul Villarreal sono state commutate l’anno scorso perché i due erano minorenni all’epoca del crimine (v. n. 126). Sia per Perez che per Villarreal le date di esecuzione erano state fissate nel 2003 (v. nn. 112, 113, 114).

6) ERIC HA ESAURITO GLI APPELLI E RICEVERA’ UNA DATA MOLTO PRESTO

 

Non conosciamo il caso di Eric Cathey, ma Bonnie Caraway è convinta che lui sia innocente ed è disperata perché il Texas si accinge ad ucciderlo. Riportiamo un articolo di Bonnie sul caso di Eric.

 

Ho 65 anni e finora sono stato sempre molto fiera di essere Texana. Ma negli ultimi tempi ho preso sempre più consapevolezza del sistema giudiziario e di quanto sia divenuto ingiusto. So che molte persone ritengono che la pena di morte sia l’unico modo per prevenire la criminalità… davvero? Allora perché il tasso di omicidi nel nostro stato aumenta di anno in anno? Credete che quando viene commesso un omicidio l’autore sia pensando: “Oddio, c’è la pena di morte in Texas”? Non solo il Texas non riesce a prevenire il crimine uccidendo esseri umani. Ma sta ammazzando persone innocenti. Questo è un fatto, non un’affermazione.

Anche tutta questa discussione sul problema dell’iniezione letale. E’ strano che debba persino esservi una simile discussione. Dal momento che i veterinari hanno bandito le sostanze chimiche che noi utilizziamo per uccidere gli esseri umani - non vogliono usarle per i cani - questo non ci dice qualcosa?

So che molte persone credono che tutti i condannati a morte affermino di essere innocenti… ma credetemi… non sono tutti colpevoli.  [...]

Ecco il caso di Eric Cathey.

Il 12 settembre 1995, una ragazza, una nota spacciatrice che viveva con il suo ragazzo, fu trovata assassinata. Si sapeva che dovevano dei soldi ad un altro spacciatore… non lo nomino perché non credo sarebbe corretto. Non lontano dal luogo del delitto c’era un’auto rubata e bruciata, dentro quell’auto la polizia trovò oggetti appartenenti all’altro spacciatore che non nomino.

Poi la Chicano Task Force ricevette una lettera scritta in spagnolo dal fidanzato sopravvissuto della vittima. In questa lettera egli diceva alla polizia di conoscere l’assassino della ragazza e ne forniva il nome. Si trattava dello spacciatore già citato… nella lettera il ragazzo diceva che aveva paura per la sua vita e che scriveva quella lettera mentre tornava in Messico.

Poi un altro detenuto volle fare un patto per ottenere una sentenza ridotta. Chiamò gli investigatori. Disse loro di conoscere l’assassino della ragazza e diede loro il nome del solito spacciatore.

Infine arrestano Eric Cathey. Pare che tutte le informazioni precedenti non avessero avuto alcuna importanza. Lo incriminarono soprattutto basandosi sulla parola di un uomo già nei guai. Più tardi quell’uomo desiderò cambiare la sua testimonianza ma gli dissero che avrebbe avuto altri dieci anni di carcere se l’avesse fatto.

Una ragazza di Eric era  con lui quella notte. Voleva testimoniare in favore di Eric e dire che era con lui quella notte. Ma la polizia la spaventò dicendole che se l’avesse fatto avrebbero fatto in modo di farle perdere il diritto alla custodia dei suoi figli.

C’era una pistola. Dissero che fu trovata in possesso di Eric. Ma anche quello non era vero. Fu trovata addosso a qualcun altro. Dissero che questa pistola era l’arma del delitto. Lo specialista forense testimoniò che era l’arma del delitto. E proveniva dai laboratori della contea di Harris… come mai crediamo ancora a qualcosa di quel laboratorio ora che sappiamo come funziona?

La conclusione è che Eric ha esaurito i suoi appelli. Riceverà una data di esecuzione molto presto. Morirà per un crimine con il quale non aveva nulla a che fare, mentre il vero assassino camminerà libero per le strade. E molto probabilmente ammazzerà di nuovo o ha già ammazzato ancora. Come si può chiamare tutto ciò giustizia?

Ovviamente, se ci fosse stato denaro… molto denaro… allora Eric non sarebbe dove è, in attesa di morire nelle mani del Texas… Un’indagine accurate non è mai stata fatta. Quindi, dovremo stare seduti a guardare mentre il Texas uccide quest’uomo. Non posso onestamente affermare che il Texas ha un sistema giudiziario; sono troppo avidi di uccidere. Poi quando lo fanno nascondono tutto ciò che possono al pubblico. E questo è il nostro cosiddetto sistema giudiziario.

Se noi, la società del Texas, non interveniamo ed iniziamo a porre domande su che cosa sta facendo il sistema, questo continuerà. Intanto lo stato ucciderà Eric. E io non sono sicura che non sappiano quello che fanno.

Vi prego di sottoscrivere on-line la petizione che ho preparato per Eric, la trovate all’indirizzo:

http://www.thepetitionsite.com/takeaction/201201354

 

Bonnie Caraway
P.O. Box 545 - Hardin, Texas 77561  USA

 

 

7) EARL WASHINGTON RISARCITO CON DUE MILIONI DI DOLLARI

 

Il 5 maggio, in Virginia, a Earl Washington è stato riconosciuto da una giuria federale il diritto ad un risarcimento di 2,25 milioni di dollari, per essere stato condannato a morte ingiustamente nel 1984. Washington nel 1985 è arrivato a pochi giorni dall’esecuzione. Esonerato da un test del DNA nel 1993, la sua condanna fu commutata in ergastolo dal governatore nel 1994. Fu liberato solo nel 2001 dopo che gli fu concessa la grazia. Il tutto origina da una falsa confessione estortagli durante gli interrogatori. Il risarcimento sarà ricavato dalla vendita dell’eredità dell’investigatore della polizia Curtis Reese Wilmore.

 

Il 4 giugno 1982 fu stuprata e uccisa Rebecca Lynn Williams, bianca diciannovenne madre di tre figli. Il nero Earl Washington, lievemente ritardato mentale, che lavorava come bracciante in una fattoria nella Contea di Fauquier, fu arrestato e accusato dell’omicidio. Fu condannato a morte nel 1984, sulla base della sua dettagliatissima confessione. In essa Earl rivelava particolari della scena del crimine, che non erano mai stati divulgati dai media e che potevano essere noti solo all’assassino… o a chi avesse svolto le indagini.

Numerosi poliziotti interrogarono Earl, ma uno solo fu quello che ottenne la dettagliata confessione: un certo Curtis Reese Wilmore. Questi fece sottoscrivere ad Earl una dichiarazione talmente dettagliata, da indurre chiunque a ritenere Earl responsabile dell’omicidio. In realtà i particolari dell’assassinio e i dettagli degli oggetti della scena del delitto erano noti a Wilmore e non a Earl. Grazie al ritardo mentale di Earl, fu facile per Wilmore suggerire i particolari a Earl e fargli dire cose che in realtà non sapeva.

A seguito della condanna a morte, Earl nel 1985 arrivò a nove giorni dall’esecuzione. Un avvocato ottenne la sospensione della procedura. Nel 1993 un test del DNA esonerò il condannato e, di conseguenza, l’anno seguente il governatore Dougles Wilder commutò la sentenza in ergastolo.

Passarono però anni prima che - il 2 ottobre 2000 - il successivo governatore della Virginia, James Gilmore, concedesse la grazia a Earl, senza riconoscere però che il test del DNA aveva dimostrato la sua innocenza. Earl fu completamente scagionato del crimine e scarcerato solo nel 2001 (*) dopo che ripetuti test del DNA confermarono che lo sperma trovato sul corpo della vittima apparteneva a Kenneth Maurice Tinsley, uno stupratore già noto alla polizia che Earl neppure conosceva.

Nel 2002 gli avvocati di Earl Washington promossero una causa civile contro i poliziotti che lo avevano interrogato, e alla fine i sospetti di una confessione estorta e prefabbricata si concentrarono su Wilmore, che nel frattempo era morto.

Il 5 maggio scorso, il giudice federale distrettuale Norman K. Moon ha detto ai giurati che prima di stabilire i danni da risarcire ad Earl, essi avrebbero dovuto valutare se Wilmore avesse costruito prove contro Washington, se lo avesse fatto deliberatamente e se questo avesse provocato l’incriminazione di Washington e la sua condanna a morte. Il processo, di fatto, non doveva più ormai stabilire se la condanna a morte di Washington fosse giusta o sbagliata, questo era ormai un fatto assodato, ma se Wilmore era davvero colpevole di aver provocato la condanna stessa.

Valutati i pro e i contro, la giuria federale ha stabilito la responsabilità di Wilmore e ha decretato che dalla vendita dell’eredità di quest’uomo vengano ricavati 2,25 milioni di dollari di risarcimento per Washington. Potrebbe intervenire anche l’assicurazione di cui Wilmore godette a suo tempo in qualità di dipendente statale. Il figlio dell’investigatore ha preannunciato appello ma difficilmente la sentenza potrà cambiare.

Si tratta del risarcimento record e di un evento comunque eccezionale nella storia della pena di morte: chissà quali beni dovrebbero essere espropriati a poliziotti, avvocati, accusatori e giudici, per aver inflitto sofferenze, condanne ingiuste, e spesso la morte, a tanti innocenti!

Desideriamo riportare il commento dell’avvocato di Washington, Steven Rosenfield: “Speriamo che il lungo viaggio di Earl dall’incriminazione ingiusta, al braccio della morte, alla grazia, all’assoluzione, e adesso al risarcimento, sia una lezione per lo stato della Virginia in merito ai pericoli cui andiamo incontro in ogni processo capitale. La pena di morte deve essere abolita. Il signor Washington è arrivato a nove giorni dall’esecuzione. Non è vivo perché il sistema funziona. E’ vivo perché uno scalcinato gruppo di avvocati e di attivisti ha lottato per salvargli la vita nonostante il fatto che le corti abbiano sempre confermato la sua condanna. In ultima analisi il governatore Kaine dovrebbe cogliere in questo verdetto l’opportunità per mettere in atto un’immediata moratoria su tutte le esecuzioni in Virginia e incaricare una commissione di esaminare non solo che cosa andò storto in questo processo ma di eseguire un approfondito studio del sistema della pena capitale della Virginia”. (Grazia)

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(*) Earl Washington è l’unico condannato a morte ad essere stato esonerato in Virginia dal ripristino della pena capitale. La Virginia ha compiuto 95 esecuzioni dal 1982 in poi. La prossima esecuzione in questo stato forcaiolo è programmata per l’8 giugno p. v.

 

 

8) AUTOREVOLI ACCUSE DI TORTURA AGLI STATI UNITI

 

Durante la sessione del Comitato ONU contro la Tortura, tra il 5 e il 19 maggio, gli Stati Uniti sono stati messi sotto pressione come non era mai avvenuto dall’inizio della cosiddetta ‘guerra al terrore’. I dieci membri del Comitato hanno contestato alla folta delegazione USA gravi violazioni del trattato globale del 1987 che bandisce la tortura, respingendo le versioni fornite degli Americani e facendo ‘raccomandazioni’ che suonano come ulteriori rimproveri. Gli Stati Uniti, presentatisi in forze a Ginevra per esigere un risarcimento del decoro in materia di diritti umani, hanno fallito lo scopo.

 

Gli Stati Uniti in maggio si sono recati ben preparati a Ginevra presso il Comitato Contro la Tortura, con una delegazione composta da ben 25 persone presieduta dall’avvocato John B. Bellinger III, consulente del Dipartimento di Stato. Lo scopo era di ottenere un riconoscimento del rispetto dell’amministrazione Bush della Convenzione internazionale contro la tortura (*) adottata dagli USA e da altri 140 paesi.

Nella sua dichiarazione di apertura, Belliger ha retoricamente affermato: “Voglio ribadire l’assoluto impegno del governo degli Stati Uniti di rispettare i nostri obblighi nazionali e internazionali per sradicare la tortura e prevenire trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti in ogni luogo.”

In un primo momento gli Stati Uniti hanno fornito risposte scritte a domande scritte del Comitato sostenendo che - nonostante le accuse di aver abusato dei prigionieri in Afghanistan, in Iraq, a Guantanamo e in altri luoghi - non vi sono mai stati sistematici maltrattamenti di prigionieri da parte degli Americani che permangono rispettosi della Convenzione. Ma il voluminoso fascicolo presentato il 5 maggio non ha soddisfatto il Comitato che ha contestato la minimizzazione dei problemi e le  reticenze motivate da ragioni di sicurezza. Il cipriota Andreas Mavrommatis, presidente del Comitato, ha chiarito: “Se durante attività segrete di intelligence si verificano violazioni della Convenzione, è nostro dovere investigare su di esse ed è vostro dovere  rispondere in proposito.”

“Sono ben cosciente di innumerevoli accuse... riguardo a diverse azioni degli USA, le chiedo di non credere ad ogni accusa che ha udito. Le accuse contro militari e agenti dei servizi segreti degli Stati Uniti sono diventate tanto iperboliche da essere assurde.” Ha detto Bellinger.

Gli USA sono stati ‘grigliati’ specialmente a proposito di: restrizione della definizione di tortura nei famosi ‘memorandum’ del Dipartimento di Giustizia del 2002  e del 2004, torture e maltrattamenti ai danni di persone da loro detenute, prigioni segrete, metodi di interrogazione, pratica della ‘rendition’ di detenuti a paesi noti per l’uso della tortura, immunità del personale di intelligence americano che opera all’estero (sono state anche discusse le condizioni di detenzione nelle carceri in America e in particolare nei bracci della morte.)

Secondo la delegazione statunitense sarebbero deceduti in prigionia 120 sospetti terroristi – nessuno sarebbe morto a Guantanamo – ma solo per 29 decessi sarebbero emersi elementi tali da giustificare un’inchiesta e appropriate azioni. Gli USA avrebbero investigato su più di 600 casi di maltrattamenti ai danni di prigionieri all’estero e accertato la responsabilità di oltre 250 persone. Per quanto riguarda la pratica della rendition questa fino ad ora avrebbe riguardato in tutto non più di 150 prigionieri e avverrebbe sempre previa richiesta per via diplomatica ai paesi terzi di non torturare i prigionieri.

Il 19 maggio, ultimo giorno della sessione, il Comitato, in sede di conclusioni e di raccomandazioni, ha rincarato la dose nei riguardi degli USA. La delegazione degli Stati Uniti si è lamentata del fatto che la sua dettagliata relazione non sia servita contro un atteggiamento pregiudiziale basato più “sulle preoccupazioni popolari che sulla rigorosa lettura della Convenzione.”

Tra le raccomandazioni del Comitato contro la Tortura agli Stati Uniti vi sono le seguenti: por termine alla consuetudine di detenere in segreto senza registrarli prigionieri di ‘alto valore’ sottraendoli alle visite del Comitato Internazionale della Croce Rossa;  bandire ‘tecniche di interrogazione’ che violano la Convenzione, tra queste le umiliazioni sessuali e la pratica del ‘sottomarino’. Gli Stati Uniti sono stati invitati a “investigare prontamente, accuratamente e imparzialmente, ogni responsabilità di quadri militari o civili che autorizzino, tollerino o consentano in qualsiasi maniera gli atti di tortura commessi dai loro subordinati.”

Il Comitato ha inoltre raccomandato che gli Stati Uniti approvino una legge penale federale contro la tortura ed ha insistito che gli USA “devono investigare, perseguire e punire” i cittadini americani che torturano la gente all’estero.

Il Comitato contro la Tortura ha infine chiesto la chiusura del campo di Guantanamo, aggiungendo la propria voce a quella di autorevoli personalità a cominciare da quelle del Segretario Generale dell’ONU Kofi Hannan e dell’Attorney General (Ministro della Giustizia) britannico Peter Goldsmith il quale il 10 maggio aveva definito il campo “inaccettabile”, stigmatizzando anche l’uso delle ‘commissioni militari’ (corti speciali sinistramente note come ‘tribunali di canguri’, v. ad es. nn. 91, 92, 95, 120). 

La sessione si concludeva in concomitanza della più energica contestazione che si sia mai verificata  nel campo Delta di Guantanamo, con due prigionieri in coma dopo aver tentato il suicidio, disordini repressi con estrema durezza da squadre anti-sommossa, che hanno fatto fuoco con munizioni non-letali, e l’entrata in sciopero della fame di 75 detenuti. Questi si sono aggiunti ai tre digiunatori che ancora resistevano nella protesta dall’8 agosto scorso nonostante la nutrizione forzata che costituisce una vera e propria tortura (v. nn. 133, notiziario, 136).

Autorità americane hanno denunciato la contestazione come una ben orchestrata azione politica scatenata proprio nel periodo della sessione del Comitato contro la Tortura e all’inizio di una serie di udienze da parte delle ‘commissioni militari’ di Guantanamo.

“Questo sciopero della fame è probabilmente un sforzo coordinato, ma a breve termine, in occasione delle udienze delle commissioni militari delle prossime settimane che convoglieranno avvocati ed esponenti dei media a Guantanamo” ha dichiarato il comandante Robert Durand, portavoce del ‘campo Delta’, minimizzando la portata dell’iniziativa.

Gli esiti della missione degli USA a Ginevra si potranno leggere nel Rapporto che pubblicherà il Comitato contro la Tortura. Date le premesse, non si prefigura un momento di gloria per la massima potenza mondiale.

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(*) Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, in vigore dal 1987

 

9) E’ USCITO IL RAPPORTO ANNUALE  DI AMNESTY INTERNATIONAL

 

Il 23 maggio è stato presentato in Italia dal presidente delle Sezione Italiana Paolo Pobbiati il Rapporto Annuale 2006 di Amnesty International. Nel rapporto viene descritto lo stato del godimento dei diritti umani in ciascuno di 150 paesi e territori, cioè in quasi tutti i paesi del Pianeta. Il quadro di insieme che ne risulta vede il mondo percorso nel 2005 da segnali di speranza “indeboliti dagli inganni e dalle false promesse dei governi che hanno più voce in capitolo.” I poveri e gli svantaggiati della terra pagano il più alto prezzo nella cosiddetta ‘guerra al terrore’ mentre i governi, da soli e collettivamente, paralizzano le istituzioni internazionali, sperperano risorse pubbliche e sacrificano valori ideali di grande respiro per perseguire miopi obiettivi di sicurezza e chiudono gli occhi di fronte a gravissime violazioni dei diritti umani diffuse in tutto il mondo e concentrate in modo massiccio in alcune aree di crisi.

 

Come avviene sempre in primavera, l’imponente ricerca della principale organizzazione per i diritti umani riguardante l’anno precedente è stata resa nota in contemporanea in tutto il mondo. Anche quest’anno, come nel 2005, nel presentare il Rapporto, Amnesty non ha esitato a denunciare in modo chiaro e forte lo strapotere degli Stati Uniti e di altre grandi potenze che influiscono sugli avvenimenti mondiali, senza tuttavia dimenticare di “condannare nella maniera più assoluta gli attacchi terroristici contro i civili.”

L’ipocrisia delle grandi potenze - sostiene Amnesty – è particolarmente pericolosa “perché indebolisce la capacità della comunità internazionale di affrontare gravi crisi dei diritti umani come quelle in Darfur, Cecenia, Colombia, Afghanistan, Iran, Uzbekistan e Corea del Nord. Questo atteggiamento consente agli autori delle violazioni dei diritti umani, in questi e altri paesi, di continuare ad agire in impunità.”

“Quando il governo di Londra rimane muto di fronte alla detenzione arbitraria e ai maltrattamenti a Guantánamo, quando gli Usa ignorano la proibizione assoluta di tortura, quando i governi europei tacciono sulle proprie responsabilità in tema di trasferimenti illegali di prigionieri, razzismo e rifugiati, essi pregiudicano la propria autorità morale di difendere i diritti umani nel mondo”.

“In un anno in cui hanno speso gran parte del tempo a parlare di riforme e di composizione dei loro principali organismi, le Nazioni Unite non hanno prestato attenzione al comportamento di due membri-chiave come la Russia e la Cina, che hanno fatto prevalere i propri limitati interessi economici e politici nei confronti delle preoccupazioni sui diritti umani a livello nazionale e internazionale.”

Il poderoso volume di 700 pagine che contiene il Rapporto 2006 (“La situazione dei diritti umani nel mondo”, EGA, Torino, 2006) può essere acquistato per 20 euro. Lo stesso Rapporto può essere consultato on-line nel sito della Sezione Italiana di Amnesty International (www.amnesty.it)

 

 

10) L’ INGLESE VENDITORE DI FORCHE

 

Nella pubblicità di David Lucas, cittadino inglese conduttore di una fattoria nel Suffolk, si legge: “Siamo in grado di costruire, fornire e consegnare a domicilio stalle e altre piccole attrezzature”. Da un’inchiesta di “The People” del 7 maggio risulta che le “piccole attrezzature” altro non sono che forche, adatte ad una singola esecuzione o a “impiccagioni pubbliche multiple”, che il signor Lucas produce su ordinazione ed esporta, dato che in Inghilterra la pena di morte è stata abolita da decenni.

 

Le forche realizzate da Lucas sono complesse apparecchiature dotate di botola e realizzate in modo tale da poter essere agevolmente smontate e trasportate nei luoghi di pubblica esecuzione. Sembra che egli abbia venduto soprattutto nei paesi africani in cui vige la pena di morte, come lo Zimbabwe e la Libia.  Lucas – un sostenitore della pena capitale - assicura che ogni unità multipla “è dotata di 5 cappi individuali, con il vantaggio che essi possono essere usati molte volte di seguito”.

L’imprenditore, che ricava un modesto guadagno dalla produzione di lettiere per animali e accessori per l’allevamento e l’agricoltura, ha trovato il modo di integrare le sue entrate realizzando, sin dal 1996, questi prodotti decisamente “alternativi”, il cui costo oscilla tra le 12.000 e le 100.000 sterline.

La responsabile della Sezione britannica di Amnesty International, Kate Allen, ha dichiarato che questa attività è un’aperta presa in giro degli sforzi fatti dal Regno Unito di opporsi alla pena di morte nel mondo.

In Inghilterra non esistono però norme che impediscano la fornitura e produzione di apparecchiature per le esecuzioni e la macabra attività del signor Lucas, anziché essere immediatamente stroncata, proseguirà almeno fino al 31 luglio prossimo, data in cui si spera entrerà in vigore il nuovo Regolamento del Commercio della Commissione Europea, che vieta di esportare qualsiasi tipo di apparecchiatura realizzata per torturare.

Siamo sbalorditi e inorriditi? Non dovremmo in realtà stupirci più di tanto, vista l’entità delle violazioni dei diritti umani che avvengono in tanti paesi che hanno abolito la pena di morte e che ufficialmente vietano l’uso della tortura.  (Grazia)

 

 

11) ABOLIRE IL CARCERE

 

Nel nostro paese - pur lontano dagli astronomici livelli di incarcerazione e di repressione degli USA, della Russia e della Cina e dalla pena di morte - è in rapida preoccupante crescita il numero dei detenuti. Si può riflettere su questo problema da varie angolature. Riteniamo intanto interessante pubblicare la seguente analisi di "Firenze contro il carcere" diffusa in occasione di una manifestazione tenutasi davanti al carcere di Sollicciano il 13 maggio, “in solidarietà con i prigionieri e contro ogni carcere.” La tesi dell’abolizione del carcere non è certo nuova anche se sconosciuta al grande pubblico. A prima vista sorprendente, viene sostenuta da alcuni studiosi con argomentazioni che meriterebbero di essere approfondite.

 

Sono ormai oltre sessantamila le persone detenute ogni giorno nelle carceri italiane, il doppio rispetto a soli quindici anni fa. E' il risultato della ristrutturazione del mercato del lavoro e dello smantellamento del welfare; è il risultato di leggi repressive come la Bossi-Fini sull'immigrazione, continuazione della Turco-Napolitano; situazione che peggiorerà con la Fini-Giovanardi sulle droghe, basata sulla Jervolino-Vassalli-Craxi , con la Cirielli sulla recidiva, con l'ulteriore inasprimento della legislazione contro i “reati politici”, con l'ennesimo potenziamento dell'art. 270 e non solo, della legge Pisanu per reprimere ogni dissenso politico e sociale, di immigrati o “indigeni”, dentro e fuori il carcere stesso.

In altri paesi le leggi hanno nomi diversi ma producono lo stesso effetto: quello di un processo di incarcerazione di massa.

In carcere, dove spesso attendono a lungo una sentenza definitiva, i detenuti sono costretti a vivere in condizioni intollerabili. Come a Sollicciano, costruito per 460 e popolato da 1000 detenuti, privati della loro libertà fisica e mentale, letteralmente accatastati per ventuno ore al giorno a tre a tre in celle di dieci metri quadri. Minacciati dallo spettro della negazione delle misure alternative, dei trasferimenti punitivi e dell'isolamento, da quel regime di vera e propria tortura psicofisica che è il 41bis.

Chi va in carcere oggi? Sono immigrati, tossicodipendenti, persone con problemi di salute mentale, prostitute, transessuali, giovani delle periferie delle grandi città. Persone a cui sono stati negati i diritti sociali prima e ancora di più dopo l'entrata in carcere.

Oggi più che mai la 'questione carcere' è un problema di tutti. Si rinchiudono decine di migliaia di persone nelle carceri per controllare le vite e i comportamenti di interi gruppi sociali, interi spezzoni di classe. E' tempo di rilanciare nella società un ampio dibattito sulla funzione dell'istituzione penitenziaria al fine del suo superamento.

Noi lavoriamo per l'abolizione del carcere, che è e non può che essere lo strumento violento di una sistematica e radicale selezione su base di classe, continuando comunque a sostenere ogni rivendicazione specifica che, partendo dai detenuti stessi, tenda a migliorare le condizioni di detenzione: il diritto all'assistenza sanitaria, alla difesa e all'affettività, contro l'uso sistematico degli psicofarmaci, contro gli arbitri costanti degli agenti di custodia quando non veri e propri pestaggi delle squadrette (come nel mese di novembre 2005).  Assemblea 'Firenze contro il carcere'

 

 

12) PER MIGLIORI CONDIZIONI NEL BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS

 

Da un primo bilancio della Campagna per ottenere migliori condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas, risulta che da soci e simpatizzanti del Comitato sono partite almeno 63 lettere per il signor Doug Dretke, direttore del sistema carcerario texano, con copie mandate per conoscenza al governatore Rick Perry e ai due più importanti quotidiani dello stato. Le lettere sono state sottoscritte da  un totale di oltre 500 persone. Fino ad ora non risulta che il destinatario abbia risposto a qualcuno.

 

Fra i tanti ingraziamo particolarmente, anche a nome dei detenuti, per la solidarietà e l’impegno dimostrati: Emanuela O., Grazia, Paolo, Nadine, Giorgio, Graziella, Emanuela A., Mauro, Walter, Riccardo, Laura, Aldo, Stefania, Federica, Katia, Marco, Luca, Carmen, Tiziana, Sabrina,  Claudio,  Giuseppe, Loredana, Luciana, Christian, Margherita, Lorenzo, Anna, Luana, Stefania,  Cinzia, Luisa.

Siccome l’invio di lettere non è cessato, faremo un bilancio definitivo della Campagna nel prossimo numero del Foglio di Collegamento.

 

 

13) NOTIZIARIO

 

Globale. Amnesty saluta il nuovo Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Il 10 maggio Amnesty International si è congratulata con i membri eletti a maggioranza assoluta dall’Assemblea Generale dell’ONU nel nuovo Consiglio per i Diritti umani, dichiarando che “ogni membro ha il  dovere di garantire che il Consiglio sia forte ed efficace e dia la migliore protezione possibile alle vittime delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo”. Amnesty sottolinea che il nuovo Consiglio elettivo, che si sostituisce alla precedente Commissione per i Diritti umani espressione dei governi, ha “la responsabilità di dare vita a strutture e procedure che consentano di aprire una nuova fase nell’azione dell’ONU per promuovere e proteggere tutti i diritti umani in tutti i paesi,” accantonando le vecchie pratiche di selettività, ipocrisia e politicizzazione eccessiva. Gli Stati Uniti, praticamente isolati, si sono opposti alla creazione dell’organismo elettivo. Ci si augura tuttavia che finiscano per adeguarsi alla nuova realtà e per rapportarsi costruttivamente al Comitato per i Diritti umani.

 

Somalia. Boia sedicenne. Per quella che si ritiene sia la prima esecuzione pubblica da un decennio a questa parte avvenuta a Mogadiscio, all’inizio di maggio il sedicenne Mohamed Moalim si è avvicinato al condannato Omar Hussein, legato ad un palo e bendato, e lo ha accoltellato a morte colpendolo al torace, al collo e alla testa. Assistevano centinaia di persone. “L’assassino di mio padre è andato,” ha dichiarato il giovane boia all’agenzia France Presse dopo l’esecuzione. Alcuni familiari del giustiziato hanno lamentato che non sia stato loro consentito di riscattare il proprio congiunto con una somma di denaro, come previsto dalla legge islamica. Un imam di Bermuda, il sobborgo di Mogadisco in cui è avvenuta l’esecuzione, ha ammonito: “Il pubblico sa che da ora in poi a Bermuda un assassino non andrà impunito come è avvenuto in passato”. “Non si può fermare la violenza con la violenza,” ha dal canto suo confidato all’inviato di France Presse un giovane che aveva assistito al macabro spettacolo.

 

Wisconsin. Si terrà un referendum consultivo sulla pena di morte. Si terrà in novembre – in concomitanza con le elezioni governatoriali - un  referendum sull’eventuale reintroduzione della pena di morte in Wisconsin, stato che viene considerato abolizionista ‘da sempre’ perché vide l’ultima esecuzione nel lontano 1851. Allora fu impiccato davanti a 3.000 persone l’uxoricida Dean Kaufert; il disgraziato continuò a dibattersi per oltre cinque minuti, suscitando orrore tra la folla e accelerando in tal modo il processo abolizionista. Oggi il parlamento del Wisconsin ha approvato l’indizione di un referendum per sapere se i cittadini approvano la pena capitale per i responsabili di omicidio di primo grado che siano sicuramente colpevoli perché inchiodati dal test del DNA. L’iniziativa del referendum, perseguita con determinazione in periodo elettorale dal deputato repubblicano Dean Kaufert, ha chiari fini politico-demagogici ed è stata approvata a stretta maggioranza nei due rami del parlamento. L’ultima e definitiva approvazione è avvenuta al senato il 16 maggio. L’eventuale successo del referendum che si terrà l’8 novembre non vincolerà in alcun modo il parlamento a ripristinare la pena capitale nel Wisconsin ma certo il fatto stesso che si sia indetto un referendum su una materia tanto delicata che non può essere decisa a maggioranza lancia un segnale preoccupante.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 31 maggio 2006