FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 118   -   Maggio 2004

SOMMARIO:

 

 

1) Violazioni dei diritti umani e torture mediatiche   

2) Un elenco molto parziale di ciò che si sapeva

3) Bush chiede il rinnovo dell’ “Atto patriottico”

4) La Corte Suprema discute sulle detenzioni senza processo

5) Ridicola tutela del diritto alla difesa legale di Moussaoui

6) Il Texas uccide Kelsey Patterson malato mentale grave

7) Migliaia di innocenti nelle carceri americane ?

8) Dentro le prigioni del Texas, al di fuori della legge

9) Corrispondenza con un condannato a morte in Zambia

10) Pena di morte: una questione di principio

11) Una conferenza al liceo

12) Notiziario: Globale, Iran, Libia, Myanmar, New Hampshire,  Tennessee,           Texas, Usa

 

 

 

1) VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI E TORTURE MEDIATICHE

 

La notizia e le punizioni ‘esemplari’

 

La  pubblicazione nei media, tra aprile e maggio, di immagini che mettono sotto gli occhi del grande pubblico alcune delle violazioni dei diritti umani compiute dagli Stati Uniti nell’ambito della cosiddetta ‘guerra al terrore’ ha provocato condanne e parziali riconoscimenti di responsabilità, da parte delle autorità dei paesi della ‘coalizione’, che suonano assai ipocriti.

Grande impressione hanno suscitato le foto che documentano gli abusi ai danni di detenuti iracheni denudati ed umiliati dagli Americani nella prigione di Abu Ghraib di Baghdad.

Il procedimento promosso in fretta e furia contro una mezza dozzina di guardie carcerarie, ha poche probabilità di essere un procedimento sereno, giusto e imparziale. Non ci sorprenderebbe che anche nei riguardi di questi pochi capri espiatori si irrogassero soltanto ‘pene’ simboliche, soprattutto se costoro si tratterranno dal coinvolgere troppo insistentemente i loro mandanti. Per valutare il grado di ‘giustizia’ nei riguardi degli aguzzini di cui potrebbe accontentarsi l’America, basta tener presente il processo di ‘disumanizzazione’ messo in atto contro gli stessi ospiti delle carceri americane, le umiliazioni nei loro confronti, gli stupri, le violenze. Vogliamo solo ricordare il caso di Frank Valdes che fu massacrato da nove secondini nel braccio della morte della Florida (quattro dei quali assolti, cinque neppure processati, v. nn. 94, 97).

Ancora una volta dopo l’11 settembre 2001, in un momento di grande emozione,  sentiamo promettere al popolo ‘punizioni esemplari’. Sempre e soltanto la retorica delle ‘punizioni’. Punizioni e torture verso i ‘nemici’; ora anche punizioni annunciate nei riguardi di alcuni esecutori delle torture. Preferiremmo degli esami di coscienza.

Fasulla è la retorica, fasulle sono le scuse, fasulle anche le polemiche tra politici, su chi sapeva e chi non sapeva: il fatto grave è che queste violazioni, e violazioni ancora peggiori, ordinate da alcuni che hanno idee molto chiare ed eseguite da piccoli sgherri (a volte dotati di inventiva personale), non interessavano per nulla tutti gli altri – distratti dalla ricerca del proprio grande o piccolo spazio di potere – fino a che all’improvviso una violenta spettacolarizzazione operata dai media non si è tradotta in una destabilizzante propaganda negativa. Ora tutti sanno. Perlomeno che esiste un problema. Che cosa si fa per estirpare radicalmente la mala pianta? NULLA.

 

Abusi connaturati alla ‘guerra al terrore’

 

A partire dall’11 settembre 2001, vittima di crescenti – e sovente spietati – attacchi, il ‘Grande Satana’ americano adotta il metodo della rappresaglia indiscriminata. Un morto per ogni morto, meglio cinque ‘nemici’ morti per ogni perdita subita. Poco importa che il metodo scelto non rimedi nulla, purché risponda alla sete di ‘retribuzione’. La stessa logica della pena di morte.

Ma la ‘guerra al terrore’ va molto al di là della rappresaglia per gli attentati: è una guerra di dominio – ideologica, politica, diplomatica, legale oltre che militare - che si dipana in modo palese o segreto, finendo necessariamente per intaccare le garanzie dello stato di diritto e il godimento dei diritti umani e civili in tutto i mondo.

Per comprendere il fenomeno dei maltrattamenti e delle torture occorre situarli nel contesto di una  guerra infinita, i cui limiti sono provvisori e sempre superabili.

Non cessa di stupirci la mostruosità di una guerra tendenzialmente ‘illimitata’, sia riguardo ai tempi ed ai luoghi in cui si combatte, sia riguardo ai metodi usati, ma dobbiamo riconoscere la chiarezza con cui gli USA hanno imposto a tutto il mondo un aut aut (‘o con noi o contro di noi’) e programmato contro i ‘nemici’ una serie di guerre spettacolari, il dispiegamento di una potenza apocalittica (fino alle armi nucleari), nonché l’uso degli strumenti invisibili della guerra ‘sporca’ e segreta.

Una sostanziale sincerità dobbiamo riconoscerla anche nella dichiarazione dello scopo della ‘guerra al terrore’: al di là di nobili obiettivi citati nei discorsi istituzionali e nelle dichiarazioni mediatiche, è stato subito lasciato intendere che l’obiettivo minimo da perseguire era la difesa degli interessi nazionali americani sempre, dovunque e comunque. Dal momento che la giustificazione di questo scopo deriva da sentimenti di superiorità - non solo economica, tecnologica e militare ma anche etica – ben pochi appigli rimangono a chi vuole confutarlo sul piano della ragione, del diritto e della morale.

All’indomani degli attentati dell’’11 settembre 2001, dunque, sono state poste le premesse per un attacco senza precedenti allo stato di diritto e ai diritti umani (v. ed es. nn. 89, 91).  Col passare dei giorni, dei mesi e degli anni, le informazioni rilevate dagli osservatori più attenti, sia pure incomplete, dimostrano che le minacce iniziali si vanno progressivamente attuando.

In questi anni abbiamo ripetutamente espresso la nostra preoccupazione per quello che stava avvenendo: violazioni della libertà, della privacy e dei diritti alla difesa legale, crimini di guerra, torture, estesi maltrattamenti inflitti soprattutto a coloro che si trovano alla periferia dell’impero, (v. ed es. nn. 92, 105, 116, “Subito liberati…”).

I danni fatti dalle moderne armi da fuoco, in termini di distruzione e morte, sono ben visibili: su di essi indulgono quotidianamente i mezzi di comunicazione di massa. Più nascosti sono i danni della guerra sporca: esecuzioni extragiudiziali, minacce di morte, arresti arbitrari, detenzione illimitata senza processo, sparizioni, torture, estesi maltrattamenti.

 

 

I lugubri effetti della guerra sporca sono sempre gli stessi

 

Sopravvissuti arrivano in Italia da ogni parte del mondo portando cicatrici, nel fisico e nella psiche, molto simili tra loro, come sono simili le loro storie, le loro esperienze allucinanti nelle mani degli aguzzini. Ciò che è avvenuto negli ultimi decenni del secolo scorso -  per esempio in Argentina, in Cile, in Brasile, in Uruguay, in Centro America, in Indocina - è assai simile a quello che hanno sopportato e devono ancora sopportare i veri o presunti oppositori delle dittature africane ed asiatiche. Ciò che avviene ora, ad opera degli USA e di loro ‘alleati’, a Guantanamo, in Afghanistan, in Iraq e in parecchi altri paesi islamici fa parte della stessa tradizione.

La tortura, uno dei capisaldi della guerra sporca,  costituisce un fenomeno unitario. Sappiamo che essa, anche se formalmente proibita, viene praticata, in varia misura, in ogni continente. I metodi di ‘pressione’ nei riguardi dei prigionieri, descritti nei manuali dei medici che assistono gli ex torturati, sono uguali in tutto il mondo: minacce di morte, esecuzioni simulate; stupri; umiliazioni sessuali; falaka; ‘sottomarino’; elettricità applicata alle dita delle mani e dei piedi, a orecchie, capezzoli, labbra, genitali; sospensione a croce, del macellaio, palestinese, a gruccia di pappagallo, solo per fare qualche esempio.

Al di là di ogni utilità che possa avere la tortura (distruggere la personalità degli individui o acquisire informazioni), essa ha una sua dottrina, un suo fascino e una sua tradizione. E’ particolarmente cara ai conservatori. E’ esaltata da ogni genere di ‘destra’ e di fascismo. Del resto l’uso della tortura è materia di corsi a livello universitario. Fu insegnata per anni agli ufficiali dell’America Latina che frequentavano l’Escuela de las Americas, gestita dal Pentagono nella zona del Canale di Panama (oggi la sostituisce a Fort Benning, in Georgia, l'"Istituto dell'emisfero occidentale per la cooperazione  alla sicurezza", WHISC). Nell’ “università della tortura” sono passati circa 60 mila “quadri” degli eserciti dell’America centro-meridionale, tra i quali vi furono generali e ammiragli che si resero responsabili di crimini mostruosi.

 

Sono ‘torture’ le sevizie compiute dagli aguzzini americani nell’ambito della ‘guerra al terrore’ ?

 

Le informazioni disponibili fanno pensare che – in linea di massima – l’efferatezza delle sevizie inflitte dagli Americani ai loro prigionieri sia inversamente proporzionale al numero delle persone a cui vengono inflitte. Il peggiore trattamento sarebbe riservato ad alcune decine di persone detenute in posti sconosciuti. Si afferma che di tali siti non sia informato neanche il Presidente Bush. Quest’ultimo è però l’autore delle direttive segrete della ‘guerra sporca’ che presumibilmente autorizzano agenti ‘con licenza di uccidere’ a fare ciò che è vietato alla maggioranza degli aguzzini.

Lo stesso Ministro delle Difesa Donald Rumsfeld, facendo obtorto collo una improbabile autocritica, ha tenuto a puntualizzare il 5 maggio che ciò che è stato pubblicizzato non si può definire tortura: “Non sono un avvocato – ha dichiarato – ma la mia impressione è che i fatti contestati fin ad ora siano abusi, che ritengo tecnicamente differenti dalla tortura. Perciò io non adopererò il termine ‘tortura’. “

E’ del tutto probabile che umiliazioni e sevizie del tipo di quelle documentate ad Abu Ghraib riguardino la maggioranza dei prigionieri. Il rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa reso noto il 10 maggio non lascia dubbi sul fatto che metodi di coercizione fisica e psicologica degni del Cile di Pinochet siano usati dai militari americani “in maniera sistematica per ottenere confessioni e altre forme di cooperazione” da…  persone che – secondo fonti militari sentite dalla Croce Rossa - sarebbero state arrestate “per errore nel  70 - 90% dei casi.” (!)

D’altra parte, il 25 gennaio del 2002, Alberto R. Gonzales, il famigerato consulente legale della Casa Bianca (v. n. 109), aveva chiarito per iscritto a Colin Powell che “il nuovo paradigma del terrorismo… rende obsolete le strette limitazioni nell’interrogare i prigionieri nemici” previste dagli accordi di Ginevra.

Le regole previste dagli USA per limitare i maltrattamenti e le torture nei riguardi della maggioranza dei prigionieri, non impediscono che anche nei casi meno gravi (e più estesi) trattamenti crudeli, inumani e degradanti come quelli documentati fotograficamente per il carcere di Abu Ghraib in Iraq, possano causare inenarrabili sofferenze nonché la morte delle vittime.

Gli Stati Uniti d’America hanno accumulato un grande patrimonio di libertà, di democrazia e di diritti umani a partire dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Quello che è stato costruito in più di due secoli è stato profondamente intaccato. Rischia di essere rapidamente dilapidato.

 

 

2) UN ELENCO MOLTO PARZIALE DI CIO’ CHE SI SAPEVA

 

Per chi oggi ‘cade dalle nuvole’ ricordiamo alcune delle violazioni del diritto umanitario ad opera degli Americani e dei loro alleati nel corso della ‘guerra al terrore’, emerse da ricerche fatte incrociando dati provenienti da varie fonti. Ciò che si sa permette di immaginare facilmente ciò che è ancora nascosto e dovrebbe spingere ogni governo onesto ad esigere inchieste imparziali.

Naturalmente dobbiamo sempre tenere presenti anche le violazioni del diritto umanitario perpetrate dagli avversari degli USA e dei loro alleati – a cominciare dagli orribili attentati compiuti da kamikaze contro i civili. Tuttavia la condanna di tali atrocità non può essere minimamente usata per giustificare il comportamento delle ‘coalizioni’ promosse dagli Stati Uniti di cui noi Italiani siamo oggettivamente partecipi e complici.

 

Uccisioni di civili: E’ difficile conoscere dati considerati irrilevanti dalla ‘coalizione’. Sommando i numeri delle vittime relative a singoli episodi bellici resi noti da agenzie internazionali e giornalisti, si desume che in Afghanistan siano state oltre 5.000 le vittime civili  (10.000 militari). Per l’Iraq la cifra minima desumibile dalle notizie di stampa è di 9.000 vittime civili (molte in ospedali, mercati…). Attaccati e uccisi anche al­cuni giornalisti durante la presa di Baghdad.

 

Uso di armi proibite: bombe ad alto potenziale, bombe a grappolo, proiettili ad uranio impoverito.

 

Terrore e assedio contro le popolazioni civili: Per esempio nell’assedio di Bassora. Vengono ta­gliati i rifornimenti idrici e alimentari, l’energia elettrica. La città viene bombardata di continuo.

 

Uccisione di prigionieri: Almeno centinaia in Afghanistan, da parte delle forze anglo-americane e soprattutto dell’Alleanza del Nord. Il carcere di Qala-i-Jhangi  in rivolta, stipato di prigionieri di guerra, venne bombardato per tre giorni dal 25 al 27 novembre 2001. Molte decine di prigionieri mori­rono asfissiati nei container sigillati con cui venivano trasferiti da Kunduz a Shibarghan in un viaggio durato quasi tre giorni nella prima settimana di dicembre 2001.

 

Esecuzioni extragiudiziali: ordinate dal Presidente americano Bush. Vengono portate a termine senza pubblicità. Emblematico il caso di sei persone – una delle quali era un esponente di Al Qaeda - uccise con un missile nello Yemen dalla CIA il 3 novembre 2002.

 

Deportazione di prigionieri in condizioni inumane: Prigionieri talebani inginocchiati, rasati, ben­dati, legati mani e piedi, muniti perfino di guanti per deprivarli del tatto, hanno suscitato un certo scal­pore e molte proteste, più o meno convinte, anche da parte di governi. A partire dall’11 gennaio 2002 centinaia di prigionieri afgani vengono imbarcati su aerei cargo in con­dizioni di deprivazione senso­riale e tradotti dai militari USA nella base cubana di Guantanamo in un viaggio aereo della du­rata mi­nima di 22 ore – senza bere, mangiare e andare al gabinetto.

 

Trattamenti crudeli, inumani e degradanti e tortura: Gli USA non considerano tortura, ma ‘tec­ni­che di pressione accettabili’, le umiliazioni sessuali, la detenzione in incommunicado, gli inganni e le minacce di tortura e di morte (rese credibili dalle decine di decessi di individui in stato di detenzione), la privazione della luce e del sonno, il freddo e il caldo eccessivo, la sospensione dal cibo, acqua e cure mediche, non­ché la costrizione prolungata in posizioni innaturali. Pestaggi sono consentiti nei riguardi di coloro che non ubbidiscono agli ‘ordini’ dei carcerieri.  Detenuti ‘importanti’ vengono trasferiti dagli Usa in ‘paesi alle­ati’, noti per la pratica di ogni genere di tortura, per essere ‘interrogati’.

 

Detenzione arbitraria a tempo indeterminato: E’ prevista ad esempio dall’Ordine emanato il 13 Novembre 2001 da George W. Bush per “la deten­zione, il trattamento e il giudizio di determinati cit­tadini stranieri nella guerra al terrorismo.” Circa 600 ‘combattenti illegali’ sono detenuti nella base di Guantanamo a Cuba. Ancora alcune centinaia di immigrati sono detenuti dall’11 settembre nelle carceri americane. Centinaia di ex combattenti e talebani sono ancora rinchiusi, in condizioni paragonabili a quelle di Auschwitz, nei campi di detenzione in Afghanistan. Oltre 4.000 persone sono detenute, in incommunicado, negli aeroporti e in altre strutture in Iraq.

 

Mancato impedimento di devastazioni e saccheggi in un paese occupato:Le forze di occupazione in Iraq sono responsabili degli incalcolabili danni causati dalle devastazioni e dai saccheggi verificatisi in Iraq subito dopo la presa del potere, perfino negli ospedali e nel Museo archeologico di Baghdad.

 

Negazione di una sufficiente difesa legale e del giusto processo: L’Ordine presidenziale del 13 no­vembre 2001 istituisce Commissioni militari per il giudizio di cittadini stranieri che - a giudizio insin­daca­bile dell’Esecutivo USA - hanno legami con il terrorismo. Tali Commissioni saranno composte tutte da militari scelti da Rumsfeld e da Bush: giudici, accusatori, difensori, cancellieri. Si insedie­ranno al di fuori del territorio USA. La qualità del materiale probatorio verrà decisa da Rumsfeld e da Bush, pertanto la colpevolezza potrà essere provata al di fuori delle re­gole vigenti nelle normali corti di giustizia. Si è affermato che potranno essere ammesse testimonianze anonime e prove di origine se­greta, prove per sentito dire. Le udienze potranno essere secretate ‘per ra­gioni di sicurezza’ e con­dotte da giudici e accusatori anonimi e incappucciati.

 

 

3) BUSH CHIEDE IL RINNOVO DELL’ “ATTO PATRIOTTICO”

 

“Non dobbiamo ritornare ai giorni delle false speranze”, ha dichiarato Bush il 19 aprile. “Il Congresso deve rinnovare l’Atto patriottico. Dobbiamo continuare a restare all’offensiva quando si tratta di dare la caccia a questi assassini e di trascinarli davanti alla giustizia”. Con queste altisonanti parole, il Presidente Bush sta tentando di forzare il parlamento degli Stati Uniti a rinnovare la validità dell’Atto patriottico, che altrimenti scadrà il prossimo anno. Questo pacchetto legislativo, di cui abbiamo più volte parlato (v. ad es. nn. 107 “Verso la fine delle libertà civili?”, 111), è stato approvato subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e ha trovato largo impiego. Le gravi violazioni dei diritti civili che l’Atto consente (si possono spiare il telefono, il computer e dati di ogni cittadino, si può entrare nella sua casa senza mandati o permessi e in assenza di qualsiasi accusa formale), hanno già sollevato grandi polemiche, visto che il suo uso viene applicato di fatto a chiunque sia considerato un nemico dell’ordine costituito (anche i “no global”, ad esempio, possono essere fatti rientrare nella categoria di coloro che sono perseguibili in base all’Atto patriottico come terroristi).

Non solo Bush cerca disperatamente di rendere permanente l’Atto patriottico, ma vorrebbe rafforzarlo, aggiungendovi ulteriori norme: vorrebbe che la pena di morte federale venisse estesa ad un maggior numero di reati di ‘terrorismo’, vorrebbe che venissero limitate le possibilità di uscita dal carcere su cauzione per i sospetti di terrorismo e vorrebbe che potessero essere emessi provvedimenti di detenzione senza l’approvazione di un giudice o di un grand jury, quando “la velocità è essenziale”.

Questa grande affezione per una legge che viola i principi fondamentali della costituzione americana e che fa pensare più ad un regime autoritario sudamericano che ad una democrazia, sembra voler anche mascherare le mancanze che hanno permesso gli attacchi terroristici dell’11 settembre. Come ha giustamente osservato Timothy Edgar, consigliere legislativo dell’Unione per le Libertà Civili Americane, “Sembra che il presidente stia usando questo problema per distrarre l’attenzione dalle scoperte fatte dalla commissione di indagine sui fatti dell’11/9: con i suoi poteri di allora e con le leggi allora in vigore, il governo non ha fatto abbastanza per proteggerci dagli attacchi dell’11 settembre”.

Speriamo che la gente cominci ad averne abbastanza dell’espansione dei poteri discrezionali del Governo mascherata da esigenze di sicurezza. La libertà degli individui non ha prezzo. (Grazia)

 

 

4) LA CORTE SUPREMA DISCUTE SULLE DETENZIONI SENZA PROCESSO

 

“Nemici combattenti”: con questa definizione, coniata “ad hoc” per i prigionieri catturati nel corso della ‘guerra al terrore’, il Governo degli Stati Uniti si è arrogato il diritto di detenere all’infinito, senza accuse formali e senza assistenza legale, persone che altrimenti avrebbero dovuto essere considerate prigionieri di guerra o detenuti civili. Il 20 marzo la Corte Suprema americana ha tenuto un’udienza per ascoltare un ricorso, presentato dagli avvocati di quattro stranieri detenuti a Guantanamo, che contesta la liceità costituzionale della privazione del diritto di accesso alle corti di giustizia americane per questi derelitti (v. n. 112). Il 28 aprile un’analoga udienza è stata concessa ai legali degli statunitensi Yaser Esam Hamdi e Jose Padilla detenuti su una nave militare. Le decisioni della Corte verranno rese note all’inizio di luglio.

La strana definizione di ‘nemici combattenti’ permette agli onesti cittadini americani di dimenticarsi di oltre 600 uomini, ignorando i loro basilari diritti umani, permettendo che vengano trattati dai militari con durezza e anche molto spesso sottoposti ad autentiche torture. Infatti, se considerati prigionieri di guerra, essi avrebbero dovuto essere liberati al termine delle ostilità belliche in Afghanistan, non avrebbero dovuto subire interrogatori pressanti (in base alla III convenzione di Ginevra) e il loro trattamento dovrebbe essere estremamente corretto. Se si trattasse di criminali civili, avrebbero diritto all’assistenza legale, le accuse nei loro confronti dovrebbero essere formalizzate e un processo dovrebbe essere rapidamente intentato.

Tutto questo non accade. Per fortuna, una pallida speranza di sbloccare questa allucinante situazione si è accesa il 20 marzo con la discussione dell’appello presentato alla Corte Suprema degli Stati Uniti dai parenti di quattro prigionieri di Guantanamo – gli inglesi Shafiq Rasul e Asif Iqbal e gli australiani David Hicks e Mamdouh Habib - che hanno potuto usufruire di una qualche assistenza legale in quanto cittadini di paesi alleati (è invece negato lo stesso diritto ai cittadini di Paesi che all’America non interessano come potenziali alleati) .

La Corte Suprema dovrà stabilire se sussiste il diritto di essere giudicati dalle normali corti americane per i cittadini stranieri definiti ‘nemici combattenti’.

La massima Corte americana potrebbe sentenziare nello stesso modo per Yaser Esam Hamdi e Jose Padilla, classificati anch’essi ‘nemici combattenti, cittadini statunitensi che furono trasferiti, in quanto tali, da Guantanamo ad una nave militare in North Carolina. L’appello presentato dai parenti di questi ultimi è stato discusso il 28 aprile. Potrebbe anche darsi che ad una decisione positiva per i due Americani si accompagni una sentenza sfavorevole per i quattro che hanno la sventura di essere cittadini stranieri.

Dalle battute scambiate durante l’udienza del 20 aprile, si arguisce che la Corte Suprema è divisa al suo interno, con i due giudici più conservatori, Scalia e Rehnquist, chiaramente a favore di Bush. Ma altri giudici, come Stephen Breyer, hanno orientamento contrario.

Una condanna netta della linea adottata dall’Amministrazione USA da parte della Corte Suprema sarebbe tanto dirompente da risultare quasi impensabile. L’intromissione del potere giudiziario in quelli che sono considerati affari governativi, di competenza esclusiva del presidente Bush, è osteggiata, oltre che, naturalmente, dalla stessa Amministrazione, anche da esperti di legge ed esponenti del sistema giudiziario ultra conservatori. Il fatto stesso che la Corte Suprema abbia voluto occuparsi della questione è stato uno grosso smacco per il Governo.

Sul versante opposto, in favore cioè di un intervento delle corti americane, si sono schierati molti gruppi umanitari, diversi membri del Parlamento inglese ed ex diplomatici americani.

Durante una “guerra al terrore”, che si prospetta illimitata nel tempo e nello spazio, situazioni come quella di Guantanamo rischiano di proliferare, e la creazione di sempre nuovi campi di concentramento (perché di questo si tratta, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome) gestiti da militari americani, potrebbe diventare una drammatica consuetudine. Speriamo che la Corte Suprema si pronunci in maniera molto chiara contro tutto ciò invece di rifugiarsi – per opportunità politica - in sentenze confuse o contraddittorie. (Grazia)

 

 

5) RIDICOLA TUTELA DEL DIRITTO ALLA DIFESA LEGALE DI MOUSSAOUI

 

Zacarias Moussaoui, francese incriminato di cospirazione per gli attentati dell’11 settembre 2001, sotto processo nella Corte distrettuale di Alexandria in Virginia, ha chiamato a testimoniare in suo favore tre esponenti di al-Qaeda, imprigionati in luoghi segreti e sotto interrogatorio da parte dei ‘servizi’. Una sentenza della Corte d’Appello federale del Quarto Circuito resa nota il 22 aprile stabilisce che Moussaoui non vedrà mai tali testimoni.

Moussaoui sostiene che Ramzi Binalshibh, Khalid Shaikh Mohammed e Mustafa Ahmed al-Hawsawi possono attestare che egli non aveva nulla a che fare con gli attentati dell’11 settembre. L’imputato inoltre ha chiesto la presenza dei tre per interrompere presumibili torture nei loro riguardi. Per il motivo simmetricamente contrario il Governo americano si è sempre rifiutato di far comparire i testimoni richiesti: l’interruzione degli interrogatori (che per Ramzi Binalshibh durano da quasi due anni e per gli altri due prigionieri da circa 10 mesi) metterebbe in pericolo la sicurezza nazionale.

La Giudice del processo, Leonie Brinkema, in risposta al rifiuto secco e reiterato del Governo di permettere qualsiasi contatto con i testimoni, il 2 ottobre scorso aveva ‘punito’ l’accusa vietandole di chiedere la pena di morte e di portare prove relative ad una eventuale connessione di Moussaoui con gli attentati dell’11 settembre (v. nn. 111, 112). Il governo è ricorso alla Corte d’Appello del Quarto Circuito, riservandosi, nel caso avesse perso la causa, di deferire l’accusato ad una Commissione militare nell’isola di Cuba, con accuse, prove e testimonianze a sua completa discrezione.

L’udienza davanti alla Corte del Quarto Circuito si è tenuta all’inizio di dicembre ad ora si è conosciuta la sentenza: dopo aver riaffermato il diritto costituzionale dell’imputato a giovarsi di testimonianze a lui favorevoli, si stabilisce che Moussaoui potrà ottenere testimonianze scritte ma non il contraddittorio in collegamento video che Leonie Brinkema aveva accordato.

“Non sono consentite sanzioni punitive contro l’accusa dal momento che il governo ha giustamente esercitato la sua prerogativa di proteggere gli interessi di sicurezza nazionale rifiutando di produrre i testimoni,” ha affermato la Corte.

Possiamo immaginare quale validità possano avere testimonianze scritte provenienti da un luogo imprecisato e da persone completamente alla mercé dei loro carcerieri! C’è perfino da domandarsi se vi sia un modo di accertare l’autenticità di eventuali dichiarazioni.

La Corte che si è espressa il 22 aprile è nota per essere delle più conservatrici e vicine all’attuale amministrazione e la sentenza è quanto di meglio poteva aspettasi il Ministro della Giustizia Ashcroft.

Infatti John Ashcroft in una dichiarazione scritta ha affermato: “La Corte ritiene che il governo può concedere a Zacarias Moussaoui un giusto processo continuando a proteggere interessi critici di sicurezza nazionale…al governo non è richiesto di consentire a Moussaoui un accesso interattivo ai terroristi detenuti. Queste sentenza ci permette inoltre di chiedere la pena di morte e di presentare prove riguardo alla cospirazione negli attacchi terroristici dell’11 settembre.”

La sentenza del 22 aprile, che ribadisce il diritto di Moussaoui alle testimonianze favorevoli e di fatto lo nega e punisce la giudice Brinkema per aver punito in governo, rende la diatriba un’autentica farsa.

 

 

6) IL TEXAS UCCIDE KELSEY PATTERSON MALATO MENTALE GRAVE

 

Kelsey Patterson nel 1992 uccise due persone e fu condannato a morte. Riconosciuto affetto da schizofrenia paranoide già dal 1981, non era mai stato curato seriamente per la sua grave malattia mentale. Per due volte, coinvolto in incidenti con armi da fuoco, non fu processato perché incapace di intendere e volere. Quando fu arrestato passeggiava nudo per strada, indossando solo le scarpe.

Lo stato del Texas ha ucciso Kelsey Patterson il 18 maggio come programmato, nonostante la forte opposizione delle organizzazioni umanitarie, incurante degli appelli giunti da tutto il mondo.

Patterson fino all’ultimo ha sofferto di allucinazioni e confusione mentale nonché di alterazioni della percezione, delle emozioni e del comportamento. E’ stato ucciso mentre sosteneva di aver ricevuto ‘una sospensione permanente della sentenza basata sull’innocenza’.

La Commissione per le Grazie del Texas aveva raccomandato al governatore Perry, con 5 voti contro 1, di commutare la sentenza di morte. Provvedimento del tutto eccezionale. Infatti la Commissione ha raccomandato clemenza solo altre due volte dopo il 1999, a fronte delle 82 esecuzioni portate a temine.

Dagli anni Sessanta è la prima volta che in Texas un governatore rifiuta una proposta di clemenza.

Rick Perry ha aspettato fino all’ultimo momento per esporre il pollice verso. Un’ora prima dell’esecuzione ha rilasciato un comunicato che finiva con queste parole: “Il condannato è un individuo molto violento. […] Nell’interesse della giustizia e della sicurezza pubblica respingo le richieste di una commutazione o di una sospensione.”

 

 

7) MIGLIAIA DI INNOCENTI NELLE CARCERI AMERICANE ?

 

Una brillante ricerca resa nota a fine aprile analizza le principali cause degli errori giudiziari negli Stati Uniti – errate identificazioni, false confessioni, false testimonianze accusatorie - e suggerisce che su 2 milioni di persone attualmente detenute, migliaia potrebbero essere innocenti.

Lo studio, condotto dall’Università del Michigan sotto la supervisione del professore di giurisprudenza Samuel L. Gross, ha esaminato 328 condanne pronunciate a partire dal 1989 (anno in cui si cominciò ad applicare il test del DNA). Si tratta dei casi in cui il condannato è stato prosciolto dopo un periodo più o meno lungo di detenzione, che per la metà dei detenuti è durato oltre 10 anni. Delle 328 esonerazioni, 199 riguardavano condanne per omicidio, 73 delle quali capitali, 120 condanne per stupro e 9 condanne per altre tipologie di reato.

In 145 casi le esonerazioni sono conseguite a test del DNA. L’analisi del DNA è stata decisiva nell’88% dei casi di stupro e nel 20% dei casi di omicidio (in quasi tutti i casi di esonerazione, all’omicidio era associato uno stupro).

In circa il 90% delle errate condanne per violenza carnale hanno influito testimonianze oculari, più pesantemente a danno dei neri.

Mentre le esonerazioni nei casi di omicidio si ripartiscono in proporzione alle componenti razziali della popolazione carceraria, nei casi di violenza carnale gli errori giudiziari sono molto più frequenti nei processi a carico dei neri: sono neri il 29% dei carcerati ma il 65% degli esonerati da accuse di stupro.

Le violenze ai danni di donne bianche da parte dei neri sono abbastanza rare: solo il 10% del totale, ma è grandissima la probabilità di errori giudiziari in questi casi. Nel computo delle esonerazioni da accuse di stupro, ben il 50% riguarda neri accusati di violenza nei confronti di bianche. Una causa di questa preoccupante disparità può essere la difficoltà che hanno i testimoni bianchi di identificare correttamente persone di colore.

A produrre errori giudiziari nei casi di omicidio concorrono principalmente le false confessioni (v. anche n. 113); vi sono poi le false accuse di complici, informatori di polizia, poliziotti ed esperti chiamati a testimoniare dall’accusa.

A proposito di false confessioni, ricordiamo che uno studio pubblicato nella Rivista di Legge della North Carolina nel mese di febbraio mostra che le false confessioni sono molto più comuni nelle categorie deboli. “Ci sono tre gruppi di persone disposte a confessare facilmente, sono i ritardati mentali, i malati mentali e i minorenni” ha concluso il prof. Steven A. Drizin coautore della ricerca. Le false confessioni sono assai più frequenti nei casi di omicidio - in cui la pressione per arrivare a trovare rapidamente un colpevole è molto forte  - che negli altri casi. “La confessione è spesso l’unica via per risolvere questi casi, ” ha aggiunto il prof. Drizin

Gli autori della ricerca del Michigan, commentando l’elevatissimo tasso di esonerazioni nei casi di omicidio, suggeriscono due criteri di interpretazione del fenomeno. Il primo è la forte attenzione che suscitano i casi di omicidio, specie quando vi è una condanna a morte.

I condannati a morte rappresentano lo 0,25% dei 2 milioni di detenuti negli USA ma il 22% di coloro che vengono esonerati. Se negli ultimi 15 anni si fossero rivisti gli altri casi con la stessa attenzione con cui sono stati rivisti i casi capitali, si sarebbero dovute avere circa 28.500 esonerazioni in luogo delle 255 registrate tra i casi non capitali. Dei quasi trentamila innocenti oltre diecimila potrebbero trovarsi ancora in carcere!

Per temperare questa stupefacente conclusione si può tirare in ballo una seconda spiegazione,  anch’essa preoccupante. Cioè il fatto che gli errori giudiziari siano molto più frequenti nei casi di omicidio e specialmente in quelli capitali. 

8) DENTRO LE PRIGIONI DEL TEXAS, AL DI FUORI DELLA LEGGE

 

Sei detenuti – tra cui Alan Wade Johnson rinchiuso nella John M. Wynne Unit di Huntsville -  hanno avviato un’azione legale per i diritti civili contro le condizioni di detenzione e il trattamento disumano nelle prigioni del Texas. La denuncia riguarda il trattamento dei 150 mila detenuti del Texas tra i quali i 450 condannati a morte soffrono le peggiori restrizioni. Tale azione è al momento all’esame del giudice federale Lee Rosenthal di Houston. Riportiamo in sintesi un comunicato del 18 marzo sull’azione legale (trad. di Fabrizio De Rosso)

 

Le prigioni del Texas operano al di fuori della legge statale, federale e internazionale. L’azione legale contesta la crudeltà delle condizioni di detenzione sia in base alla Costituzione del Texas che a quella degli Stati Uniti. L’azione si basa anche sulla Convenzione internazionale sui Diritti Civili e Politici delle Nazioni Unite, che gli Stati Uniti hanno ratificato senza riserve nel 1999. I ricorrenti stanno anche sporgendo denuncia all’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. I detenuti affermano che gli Stati Uniti, attraverso il Presidente Bush, siano tenuti a salvaguardare i diritti dei prigionieri del Texas che derivano da trattati internazionali.

I ricorrenti sono consapevoli del fatto che molti nella società sono alla ricerca di una punizione per i criminali a causa dei delitti da loro commessi (per ragioni sia generali sia personali). Quando costoro verranno a sapere di quest’azione legale, affermeranno che i detenuti “hanno avuto ciò che si meritano!” I ricorrenti credono che coloro che nutrono tali sentimenti dovrebbero moderarli ricordando che quasi tutte le persone condannate al carcere in Texas verranno un giorno liberate e suggeriscono che essi valutino le conseguenze della loro ostilità e del loro risentimento verso i prigionieri. Chiedono poi come possano costoro, le loro famiglie e i loro amici  trarre vantaggio dal tollerare la crudeltà delle condizioni di detenzione e il trattamento disumano dei detenuti nelle prigioni del Texas, che rendono  gli uomini e le donne ivi incarcerati peggiori di quando furono condannati.

Quest’azione legale non mira ad avvolgere i detenuti nella bambagia. La crudeltà delle condizioni che noi affermiamo consegue dal comportamento scorretto del  personale,  dal rumore eccessivo, dalla mancanza di dispositivi antincendio e di sicurezza e riguarda il cibo, l’alloggio, la lavanderia, l’assistenza medica e dentaria, l’igiene, le docce, la ventilazione, la temperatura e l’accesso alle comunicazioni telefoniche. Queste condizioni di crudeltà sono violazioni dei diritti umani riconosciuti da tutte le democrazie del mondo libero. Le condizioni descritte nell’azione legale causano dolore e sofferenza gratuiti e danni fisici e costituiscono un pericolo imminente per la salute mentale e fisica – o pericolo di morte – per i ricorrenti e altri prigionieri che si trovano in condizioni simili.

I ricorrenti affermano che essere confinati in celle con uno spazio vivibile di 2 m x 3,5 m è incompatibile con gli standard previsti nella moderna legislazione sia degli Stati Uniti che del Texas. La legge sul benessere degli animali (del 2002) e quella sui requisiti e gli standard di detenzione di animali in gabbia (del 2001) adottano norme esplicite riguardo alle condizioni di segregazione degli animali (per la gabbia di ciascun primate non umano sono previsti da 11 a 33 metri quadrati di superficie libera da ostacoli).

 

 

9) CORRISPONDENZA CON UN CONDANNATO A MORTE IN ZAMBIA

 

Secondo Mosso ci manda questa sua vivida testimonianza di amicizia sincera, che ci fa molto piacere condividere con i lettori nella speranza che altri si aggiungano alla lista di corrispondenti di Webby, detenuto nel braccio della morte dello Zambia.

 

“…voglio confessarti che  ora sento di essere stato identificato come un essere umano. Non so come vivrei senza le tue parole di incoraggiamento. La vita per me sarebbe insopportabile. Ti ringrazio per il denaro che mi hai inviato; lo darò ai miei figli in modo che si comprino le scarpe per andare a scuola”

In questi giorni ho riletto le dodici lettere ricevute da Webby dal momento in cui iniziò la nostra corrispondenza. Spedii la mia lettera per posta prioritaria il 20 giugno e la sua risposta giunse a fine luglio dopo circa 20 giorni dalla spedizione, alcune lettere arrivano dopo più di un mese.

Quando Rex Powell mi inviò dal Texas la sua lettera di addio, alcuni giorni prima di essere “giustiziato” per un crimine che non aveva commesso, mi scrisse che anch’io avevo fatto la differenza per lui nel mantenere vivo, con la corrispondenza, un rapporto di amicizia che, anche se attraverso molti ostacoli, era servito a rendere la sua mente abbastanza forte per non crollare nella sua cella.

Nel rileggere queste righe che Webby mi invia dal carcere di Kabwe, provo una profonda emozione riflettendo che, mentre mi domando se l’aver iniziato questa corrispondenza sia servito a qualcosa, giunge attraverso la sua personale scrittura un ringraziamento del genere.

Era sabato quando giunse la sua lettera; indugiai un po’ prima di aprirla. Una lettera ripiegata in tre parti e scritta sui lati interni. Uno splendido francobollo e l’immagine delle cascate Vittoria sul fiume Zambesi, sul retro. Nello spiegarmi la situazione disastrosa dell’economia dello Zambia scriveva: ”…l’altro problema è il cibo, noi mangiamo una volta al giorno. Il cibo non è mai abbastanza in una giornata, poiché lo Zambia è una delle nazioni più povere in questa parte dell’Africa…”
Io avevo l’intenzione di cominciare la mia classica merenda pomeridiana…mi accorsi che il rispetto per questa persona era la prima cosa che avrei sempre dovuto tenere presente nel rispondergli.

Pochi giorni dopo giunse una sua nuova lettera. Mi spiegava le regole interne del carcere e, leggendo oltre, alcune righe rimasero impresse nella mia mente più di altre:

”La situazione della prigione in Zambia è pietosa. Per ogni cosa noi facciamo affidamento completamente su Dio attraverso voi Popolo di Dio.”

Non avevo fatto caso prima d’ora, in questo modo, di avere fra le mani una scelta di responsabilità per il fatto di considerarmi religioso e Cristiano. Non voglio dire che i non Cristiani non siano Popolo di Dio, ma questa sua considerazione mi ha fatto riflettere che sono tra quelle persone che si ispirano ad una visione della Vita nata in origine come rivoluzionaria ed ora ridotta quasi ad apatia e rassegnazione; è un pensiero banale, ma dentro me assunse un significato particolare.

Avvicinarsi con fiducia e con rispetto alle persone condannate a morte io credo aiuti la nostra e la loro anima, e chi vuole può sostituire ad anima il termine essenza.

Ad agosto giunse una e-mail, sorpresa!, del cappellano del carcere di Kabwe, Padre Bohan, a cui avevo scritto per poter avere un punto di riferimento esterno al carcere. Attraverso di lui molte persone inviano denaro e aiuti per i detenuti, anche se in Zambia si può spedire praticamente ogni cosa direttamente alla prigione. Scriveva Bohan:

“…..Io stesso fui testimone di un’esecuzione. Era il 25 gennaio 1997 quando otto uomini furono impiccati nella prigione di Mukobeko dove io ero cappellano. Da allora io mi sono attivato nella campagna per l’abolizione della pena di morte in Zambia. Pare che la campagna abbia avuto successo, poiché nessuna esecuzione è stata portata a termine da allora. Speriamo non debba mai più essere applicata, anche se fa ancora parte del Diritto della Zambia finché il Parlamento non l’abolirà. Attualmente abbiamo un Presidente molto comprensivo e speriamo che questo porti ad una rapida abolizione della pena di morte.

Comunque ci sono quasi 300 uomini nella sezione condannati a morte della prigione di Mukobeko. Alcuni di loro sono qui dentro da più di 20 anni.”

Fui sollevato nel leggere questo: per me e per Webby non si sarebbe probabilmente ripresentato il periodo di angoscia che precede una esecuzione.

Ma pochi mesi dopo in una e-mail di Padre Bohan lessi:”…Ci sono 300 uomini nella sezione condannati a morte, ma solo 48 celle. Questo vuol dire 6 uomini per cella, che misura 3 metri per due”
Alla sera andai in cucina e feci alcuni passi per misurare la dimensione che corrispondeva a 3 m x 2 m… pochi mesi prima ero quasi depresso all’idea di traslocare nella casa dove abito e dover vivere in spazi molto più ristretti dei precedenti…ma in uno spazio più piccolo della mia cucina ora venivo a sapere che per molti anni erano rinchiuse  6 persone!

E’ ovvio che c’è un disperato bisogno di aiuti di ogni genere per quelle povere persone!

 

Chi vuole aggiungersi ad un progetto di sostegno per Webby ed i detenuti rinchiusi a Kabwe (corrispondenza, invio di libri, etc…), oppure chi desidera avere informazioni sul caso di Webby (la sua è una storia davvero allucinante!) può mettersi in contatto con il Comitato scrivendo un’e-mail a m_secondo@iol.it oppure a mailto:guygre@libero.it.

Per chi invece volesse scrivere direttamente a Webby, ecco il suo indirizzo: Webby Chisanga - Maximum Security Prison - P.O. Box 80915 - Kabwe, Zambia AFRICA.

Visitate i seguenti siti se volete altre informazioni sui detenuti in Africa e indirizzi di carcerati:

www.santegidio.org/it/solidarieta/carcere/liberare.htm
www.panorama.it/mondo/asiaafrica/articolo/ix1-A020001020537
ccadp.org/inmates.htm
www.todesstrafe-usa.de/death_penalty/voices_africa.htm
Informazioni sulle realtà della Zambia:

www.jctr.org.zm/www.ccjp.org.zm/death_penalty.htm
www.ccjp.org.zm/publications.htm

 

 

10) PENA DI MORTE: UNA QUESTIONE DI PRINCIPIO

 

La pena di morte è un segno di contraddizione che ‘divide’. Divide le persone, divide gli stati. Il 10 maggio Antonio Marchesi, presentando a Roma il suo nuovo importante libro “Pena di morte, una questione di principio”, ha sottolineato alcune contrapposizioni che caratterizzano attualmente la questione della pena capitale.

Il processo di abolizione della pena di morte nel mondo – promosso soprattutto dall’Europa occidentale - appare vincente, tuttavia la resistenza di alcuni paesi che negli ultimi decenni hanno assunto una rigida posizione a difesa della sanzione capitale, a cominciare dagli Stati Uniti d’America, impedisce il suo rapido completamento e mette e dura prova l’impegno degli abolizionisti.

Se le persone si dividono sulla pena di morte tra ‘favorevoli e ‘contrari’, gli stati – in base alle leggi che hanno - si dividono ancora più nettamente tra “abolizionisti” e “mantenitori”. Ne deriva una contrapposizione tra paesi che mette in luce un’altra dicotomia: la divisione tra coloro che danno alla questione della pena di morte (e quindi della sua abolizione) una portata internazionale e coloro che la considerano un “affare” strettamente “interno”, sottratto ad ogni “ingerenza umanitaria”. La considerano un affare interno gli Stati che la mantengono, concordi nell’affermare che essa non è collegata con la problematica dei diritti umani. Gli stati abolizionisti invece riconoscono al tema della pena di morte una dimensione internazionale: ritenendo che essa violi i diritti umani fondamentali  - soprattutto il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposti a tortura - si sentono autorizzati a chiedere agli stati che la mantengono di abolirla (ed accompagnano tale richiesta con ogni genere di pressione ammissibile, per esempio resistendo all’estradizione di criminali). 

La terza contrapposizione individuata da Marchesi è quella tra il versante etico e il versante pratico del problema della pena capitale. Gli stati che aboliscono la pena di morte dichiarano di farlo per motivi etici, richiamandosi esplicitamente alla dottrina dei diritti umani. Invece nei paesi in cui la pena di morte non è stata abolita, i politici ne soppesano il ‘ritorno’ elettorale, con un occhio ai sondaggi di opinione, e gli interrogativi si incentrano per lo più su aspetti pratici: essa serve per limitare la criminalità? Quale rischio vi è di mettere a morte degli innocenti?

Ricercatore nel campo del Diritto internazionale, Marchesi è portato a svolgere le sue argomentazioni riferendosi agli accordi tra gli stati in materia penale e ai trattati riguardanti i diritti umani. In maniera chiara e comprensibile l’Autore richiama, discute e situa storicamente l’ampia gamma di testi giuridici che accompagnano il progresso della civiltà umana verso l’abolizione universale e incondizionata della pena di morte. Una mole imponente di note e di riferimenti bibliografici dimostra la competenza di Antonio Marchesi in materia e la profondità della ricerca da cui scaturisce questo libro che consigliamo ai lettori interessati ad approfondire le ragioni delle pena di morte e della sua abolizione.

Contenuti: pena di morte e diritti umani; limitazioni: categorie di persone e tipi di reati esclusi dalla pena di morte; pena di morte come tortura; rapporti internazionali: pressioni abolizioniste nei riguardi degli stati; assenza della pena di morte nei tribunali internazionali attualmente operanti.

In libreria: Antonio Marchesi: “La pena di morte – Una questione di principio” Editori Laterza, 2004, pagg. 180, 10 euro.

 

 

11) UNA CONFERENZA AL LICEO

 

Qui sotto pubblichiamo ciò che ha scritto Grazia di ritorno da una conferenza tenuta in un liceo di Torino. Invitiamo tutti a mandarci delle brevi relazioni sulle iniziative abolizioniste di cui sono protagonisti. Queste relazioni interessano molto i lettori e stimolano altri soci ad impegnarsi in prima persona contro la pena di morte.

 

Finora avevo sempre tenuto conferenze nelle scuole medie inferiori, a ragazzini di 13-14 anni, e sapevo come comportarmi, ma come me la sarei cavata con diciottenni maturi e “agguerriti”? Avevo rivisto tutto il materiale che normalmente utilizzo, mi ero preparata a fondo con dati e cifre aggiornate, consapevole del fatto che con questi ragazzi avrei dovuto essere pronta a rispondere anche a domande molto dettagliate e specifiche.

La mattina della conferenza (26 aprile), dopo una notte piuttosto agitata, mi  presento al Liceo Maria Ausiliatrice di Torino alle sette e mezza (la conferenza doveva iniziare alle 8).

Il professor Riva mi aiuta ad allestire la”cella virtuale” e a distribuire i volantini del Comitato sulle sedie della sala in cui dovrò parlare tra pochi minuti.

Arrivano i ragazzi, mi salutano gentilmente e cercano di accaparrarsi… gli ultimi posti. Li invito ad avvicinarsi e questo non mi rende molto simpatica. Quando si sono sistemati, comincio a parlare: quaranta paia di occhi mi scrutano incuriositi e un po’ assonnati.

Mi accorgo, con piacevole sorpresa, che mentre parlo la loro attenzione si accentua, gli sguardi sembrano più vigili, nessuno chiacchiera con il vicino, qualcuno prende appunti.

Questo atteggiamento positivo mi incoraggia: continuo a parlare, mettendoci tutto l’entusiasmo e la passione che mi vengono naturali quando tratto un argomento che mi sta così a cuore, e, quando sbircio di nuovo l’orologio, noto che è passata, volando, quasi un’ora e mezza!

Chiedo ai ragazzi di intervenire: molti alzano la mano, tante domande, tutte intelligenti, rivelano che hanno sempre prestato attenzione: “Come funziona la procedura per ottenere una grazia?”, “Se gli avvocati d’ufficio sono incompetenti, possono gli imputati chiedere di difendersi da soli?”, “Perché le ultime visite prima dell’esecuzione vengono fatte senza contatto?”, “La posta in uscita e in entrata è sottoposta a censura?”, “E’ duro essere nei panni di un governatore e dover fare scelte di vita o di morte?”, e così via per una buona mezz’ora…

Allo scadere delle due ore a disposizione, li ringrazio del tutto sincera per l’attenzione e per il contributo costruttivo al dialogo, e loro… applaudono! Sono sbalordita.

Lasciano l’aula salutandomi in modo molto più cordiale che all’entrata e vedo che quasi tutti hanno preso con sé il volantino.

La preside mi dice che è molto soddisfatta di come si sono svolte le cose e mi invita a tornare a parlare, alla fine di maggio, alle sei classi riunite di prima e seconda. Accetto subito e, questa volta, mi sento molto più sicura. (Grazia)

 

 

12) NOTIZIARIO

 

Globale. Risoluzione contro la pena di morte della Commissione ONU per i Diritti Umani. Il 22 aprile la Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha approvato, con la maggioranza record di 29 voti su 53, una risoluzione che condanna la pena di morte. Hanno votato a sfavore 19 paesi, tra cui la Cina, l’India e gli Stati Uniti e si sono astenuti 5 paesi. Per l’ottava volta consecutiva questo prestigioso organo dell’ONU chiede agli stati che ancora la prevedono di abolire la pena capitale e di stabilire un’immediata moratoria delle esecuzioni. Un severo richiamo è rivolto ai paesi che mettono a morte minorenni, donne incinte, madri con figli piccoli e malati mentali. Le giurisdizioni “come minimo” non devono aumentare il numero di fattispecie di reato punibili con la pena di morte. Il rappresentante degli Stati Uniti Jeffrey De Laurentis ha contestato la risoluzione affermando che “ogni nazione deve poter decidere da sé con un processo democratico se le leggi interne debbano comprendere la pena di morte in accordo con le leggi internazionali” le quali, a suo avviso, non proibiscono la pena capitale inflitta per i più gravi crimini in un giusto processo con tutte le garanzie per gli imputati.

 

Iran. Ripristinata la condanna a morte per l’oppositore Aghajari. Il professore universitario di storia Hashem Aghajari – noto attivista per la democrazia - era stato condannato a morte nel novembre 2002 per aver offeso in un discorso il regime teocratico iraniano. A grandi manifestazioni in suo favore e all’aperto appoggio del Presidente progressista Mohammad Khatami, aveva fatto seguito, nel febbraio 2003, l’annullamento della condanna da parte della Corte suprema (v. nn. 102, 104). Tuttavia all’inizio di maggio la Corte della provincia di Hamedan in cui fu pronunciato il fatidico discorso ha rivisto il caso e imposto di nuovo la pena di morte ad Aghajari! Si profila un altro braccio di ferro tra progressisti e conservatori sulla pelle di questo valoroso oppositore.

 

Libia. Pena capitale per sei stranieri dopo un processo iniquo. Cinque paramedici bulgari, Kristiana Malinova Valcheva, Nasya Stojcheva Nenova, Valentina Manolova Siropulo, Valya Georgieva Chervenyashka e Snezhanka Ivanova Dimitrova, e un medico palestinese, Ashraf Ahmad Jum'a, sono stati condannati a morte in Libia il 6 maggio per aver intenzionalmente infettato 426 bambini con il virus HIV nell’ospedale di Bengasi. I sei hanno confessato sotto tortura e poi ritrattato. In seguito ad un intervento di Amnesty International 10 torturatori sono finiti sotto inchiesta. Gli accusati sostengono che il gran numero di casi di AIDS verificatisi nell’ospedale di Bengasi derivano dalla trascuratezza delle normali precauzioni per evitare il contagio da sangue infetto. Nove medici libici sono stati assolti.

 

Myanmar. Annullate le condanne a morte per i nove sindacalisti. A seguito della grande mobilitazione internazionale per scongiurare l’esecuzione di nove sindacalisti condannati a morte il 28 novembre 2003 (v.n.117), il 12 maggio la Corte Suprema birmana ha deciso di commutare 5 sentenze in ergastolo e le rimanenti 4 in tre anni di carcere. L’importante vittoria del movimento internazionale per i diritti umani non deve far dimenticare queste nove persone che restano comunque in carcere e il pugno di ferro con cui il governo militare schiaccia l’opposizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi.

 

New Hampshire. Veto del Governatore all’abolizione della pena di morte per i minorenni. Una legge per elevare a 18 anni l’età minima per essere condannati a morte è stata approvata con larghissima maggioranza alla Camera del New Hampshire (272 voti contro 72) e di stretta misura al Senato (12 voti a 11). Tuttavia il governatore Craig Benson il 3 maggio ha pensato bene di celebrare la festa della polizia con il suo veto contro la legge. Attorniato da due dozzine di poliziotti ha detto: “Mi sembra che se qualcuno – indipendentemente dall’età – è abbastanza temerario da togliere la vita ad un poliziotto non si possano fare eccezioni, dobbiamo essere sicuri che paghi l’ultimo prezzo.” In pratica la pena di morte non viene usata nel New Hampshire. L’ultima esecuzione risale al 1939. Nel 2000 una legge che aboliva per tutti la pena capitale aveva subito il veto della precedente governatrice Jeanne Shaheen. 

 

Tennessee. Fissata per il 22 settembre l’esecuzione di Philip Workman. Poco dopo la scadenza della sospensione ordinata dal governatore Bredesen (v. n. 117) è stata fissata la data per l’esecuzione del nostro amico Philip Workman in Tennessee. Philip ha dichiarato: “Cerco di aggrapparmi alla speranza che qualcuno in qualche luogo decida di fare la cosa giusta ordinando per me un nuovo processo.” Nel prossimo numero proporremo ai lettori una mobilitazione per tentare di scongiurare l’assassinio legale di Philip programmato per il 22 settembre p. v.

 

Texas. Annullata la sentenza di morte per Max Soffar. La sentenza di morte di Max Soffar – amico di Kenneth Foster (v. intervista nel n. 114) è stata annullata da una Commissione di tre giudici della Corte d’Appello federale del Quinto Circuito. Il motivo è l’inadeguatezza della difesa legale di cui poté giovarsi Max nel processo del 1981, quando fu condannato a morte per aver partecipato all’uccisione di tre giovani in un impianto di Bowling. Egli rilasciò tre distinte confessioni, contrastanti l’una con l’altra e con i dati di fatto, in seguito ritrattate. Non ci sono prove che lo leghino al crimine. Ora Max Soffar, che si dichiara innocente, dovrebbe essere riprocessato o liberato entro 120 giorni.

 

Usa. Verso una rapida approvazione la legge per i ‘diritti’ delle vittime del crimine. La maggior parte delle numerose associazioni che operano in favore delle vittime della criminalità negli USA si preoccupano innanzitutto di rendere sempre più aspre e certe le pene per i delinquenti e sostengono appassionatamente la pena di morte. Il 22 aprile è passata al Senato – con un solo voto contrario su 97 – una legge federale sostenuta da queste associazioni che prevede la tutela dei seguenti diritti: essere ‘ragionevolmente protetti’ dagli imputati; ricevere notifica di ogni procedimento giudiziario relativo al crimine; non essere esclusi da alcun procedimento; ricevere notifica di ogni scarcerazione o evasione dell’accusato; essere sentiti in ogni circostanza riguardante il rilascio, il patteggiamento, la condanna, la sospensione dell’esecuzione o la grazia; conferire con la pubblica accusa; essere pienamente e rapidamente indennizzati dal criminale condannato. In concomitanza con l’avvio dell’iter della legge, le associazioni pro-vittime hanno rinunciato a perseguire l’obiettivo più ambizioso di un emendamento costituzionale che codificasse tali ‘diritti’.

 

 

Questo numero è stato chiuso il 19 maggio 2004