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FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 334  - Maggio - Giugno 2026

Derek Jamison

SOMMARIO :

1) Derek Jamison: vent’anni nel braccio della morte e una lunga battaglia per la riabilitazione

2) James Broadnax, il condannato a morte del Texas che fino all’ultimo proclamò la propria innocenza

3) Texas, la seicentesima esecuzione riapre il dibattito sulla pena di morte

4) La storia appartiene al futuro, non al boia

5) A Parigi il 9° Congresso Mondiale contro la Pena di Morte

1) DEREK JAMISON: VENT’ANNI NEL BRACCIO DELLA MORTE E UNA LUNGA BATTAGLIA PER LA RIABILITAZIONE

Dalla condanna a morte alla liberazione: la storia di un errore giudiziario che riapre il dibattito sulla pena capitale negli Stati Unit

Cincinnati, Ohio - La vicenda di Derek Jamison è uno dei casi più emblematici di errore giudiziario legato alla pena di morte negli Stati Uniti. Condannato negli anni Ottanta per un omicidio avvenuto a Cincinnati, in Ohio, Jamison ha trascorso circa vent’anni nel braccio della morte prima che i tribunali riconoscessero che il suo processo non era stato equo. Solo molti anni dopo la sua liberazione, un giudice ha stabilito formalmente che era stato ingiustamente incarcerato.

Il crimine e l’arresto

Il caso ebbe origine nel 1985, quando un barista fu ucciso durante una rapina in un locale nel quartiere West End di Cincinnati. All’epoca Jamison aveva 24 anni e fu arrestato e accusato di essere coinvolto nel delitto. Nonostante la gravità dell’accusa, il caso contro di lui si basava principalmente su testimonianze e non su prove fisiche dirette che lo collegassero alla scena del crimine.

Nel corso del processo, l’accusa sostenne che Jamison fosse responsabile dell’omicidio avvenuto durante la rapina. La giuria lo dichiarò colpevole e il tribunale lo condannò alla pena di morte sulla sedia elettrica. Jamison entrò così nel braccio della morte dell’Ohio.

La vita nel braccio della morte

Jamison trascorse circa vent’anni nel braccio della morte continuando a proclamare la propria innocenza. Durante quel periodo, la sua esecuzione venne programmata più volte. Secondo il suo racconto, le autorità si presentarono sei volte per prepararlo alla possibile esecuzione, chiedendogli persino quale sarebbe stato il suo ultimo pasto e dove avrebbe voluto che fosse portato il suo corpo.

Jamison ha spesso descritto quell’esperienza come un inferno: ha raccontato di aver visto più di una dozzina di altri detenuti messi a morte mentre lui attendeva la propria sorte.

I problemi nel processo

Con il passare degli anni, emersero sempre più dubbi sulla solidità del caso. Il processo si era basato quasi esclusivamente su testimonianze, alcune delle quali provenivano da informatori o testimoni la cui credibilità venne successivamente messa in discussione.

Durante gli appelli, venne scoperto che alcune prove potenzialmente favorevoli alla difesa non erano state comunicate agli avvocati di Jamison durante il processo. Tra queste vi erano rapporti della polizia che indicavano come un testimone oculare avesse identificato due sospetti diversi da Jamison e dal suo coimputato. Esistevano inoltre documenti che dimostravano che la polizia aveva indagato su un altro uomo che corrispondeva alla descrizione fornita dal testimone.

Secondo i giudici federali che riesaminarono il caso, la mancata divulgazione di queste informazioni rappresentava una violazione dei diritti costituzionali dell’imputato.

L’annullamento della condanna

Dopo anni di ricorsi, nel 2000 un giudice federale annullò la condanna a morte, stabilendo che i diritti di Jamison erano stati violati perché la difesa non aveva avuto accesso a prove importanti che avrebbero potuto essere utilizzate durante il processo.

Successivamente, nel 2005, l’ufficio del procuratore della contea di Hamilton decise di archiviare definitivamente il caso di omicidio. Dopo circa due decenni nel braccio della morte, Jamison tornò finalmente libero.

La riabilitazione giudiziaria

Molti anni dopo la sua liberazione, Jamison avviò una nuova battaglia legale per ottenere il riconoscimento ufficiale della sua ingiusta detenzione. Nel marzo 2024, il giudice Christopher McDowell della Corte di primo grado della contea di Hamilton stabilì formalmente che Jamison era stato ingiustamente incarcerato.

La decisione arrivò quasi quarant’anni dopo la sua condanna. Durante l’udienza, il giudice dichiarò che Jamison era stato formalmente imprigionato e condannato a morte da quel tribunale e che ora veniva ufficialmente riabilitato.

Grazie a questa sentenza, Jamison ha ora la possibilità di chiedere un risarcimento allo Stato dell’Ohio per gli anni trascorsi nel braccio della morte.

La vita dopo la liberazione

Dopo la sua liberazione, Jamison ha dedicato gran parte della sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli errori giudiziari e sulla pena di morte. Collabora con organizzazioni che riuniscono persone scagionate dal braccio della morte e viaggia per raccontare la propria esperienza.

La sua storia rappresenta uno dei casi più significativi di condanna ingiusta negli Stati Uniti e continua a essere citata nel dibattito sulla pena capitale. Dopo decenni di battaglie legali, Jamison ha finalmente ottenuto il riconoscimento ufficiale della sua innocenza, anche se nulla potrà restituirgli gli anni trascorsi nel braccio della morte.

(Fonti: WXIX News, CINCINNATI ENQUIRER)

2) JAMES BROADNAX, IL CONDANNATO A MORTE DEL TEXAS CHE FINO ALL’ULTIMO PROCLAMÒ LA PROPRIA INNOCENZA
 

Dal duplice omicidio del 2008 alla confessione tardiva del cugino Demarius Cummings: la storia del detenuto messo a morte il 30 aprile 2026 dopo 17 anni nel braccio della morte

Garland, Texas - La vicenda di James Broadnax riporta al centro del dibattito americano le questioni più controverse legate alla pena di morte: il peso delle responsabilità individuali, le possibili distorsioni del processo penale, il ruolo della discriminazione razziale e il significato della redenzione. Il suo caso, conclusosi con l’esecuzione del 30 aprile 2026, resta segnato dalla confessione tardiva del cugino e dalle domande rimaste aperte sulla reale dinamica del duplice omicidio.

Dalla rapina all’esecuzione

James Broadnax aveva 19 anni quando partecipò alla rapina che nel giugno 2008 costò la vita a due giovani produttori musicali cristiani, Matthew Butler e Stephen Swan, fuori da uno studio di registrazione di Garland, nella contea di Dallas. Diciassette anni dopo, il 30 aprile 2026, James è stato messo a morte tramite iniezione letale nel carcere di Huntsville, in Texas, dopo il rigetto degli ultimi ricorsi da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.

La sua vicenda è diventata uno dei casi più controversi degli ultimi anni nel dibattito americano sulla pena di morte: da una parte il duplice omicidio brutale e le confessioni rilasciate da Broadnax dopo l’arresto; dall’altra le accuse di discriminazione razziale durante il processo, l’utilizzo dei suoi testi rap come prova di pericolosità e, soprattutto, la confessione tardiva del cugino Demarius Cummings, che poco prima dell’esecuzione dichiarò di essere stato lui a sparare alle vittime.

Broadnax era cresciuto a Texarkana, nel Texas orientale, in un contesto familiare estremamente difficile. I documenti processuali descrivono un’infanzia fatta di abbandono, tossicodipendenza, violenze domestiche e miseria. Il padre era assente; la madre lottava contro una grave dipendenza dalle droghe e viveva relazioni instabili. La famiglia sopravviveva grazie ai buoni pasto e spesso rimaneva senza elettricità.

Parenti e conoscenti raccontarono che il ragazzo appariva costantemente affamato, sporco e ferito. Broadnax iniziò a fumare marijuana a nove anni. Durante l’adolescenza cambiò numerose case e frequentò almeno cinque scuole diverse. Abbandonò gli studi all’undicesimo anno, ma tentò successivamente di ottenere il diploma GED e cercò di entrare nel Job Corps per studiare architettura.

Nel giugno 2008 Broadnax e il cugino Demarius Cummings decisero di rapinare due produttori musicali fuori dallo studio di registrazione di Matthew Butler a Garland. La rapina fruttò appena due dollari e una vecchia Ford del 1995, ma terminò con l’uccisione di Butler, 28 anni, e Stephen Swan, 26 anni.

Butler era sposato con Jamie Cole e aveva due figli. Soffriva di disturbo bipolare e aveva aperto lo studio musicale per costruirsi una vita lavorativa compatibile con la propria condizione psicologica. Swan, tecnico del suono e amico stretto di Butler, veniva ricordato come una persona gentile e disponibile.

La condanna e le contestazioni al processo

Nel 2009 una giuria della contea di Dallas condannò Broadnax alla pena capitale. Cummings ricevette invece l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. Secondo l’accusa, Broadnax aveva confessato più volte di essere il responsabile degli spari. In alcune interviste registrate dal carcere dichiarò: “Ho premuto il grilletto” e affermò di non provare rimorso. Anni dopo sostenne invece che quelle confessioni fossero false, rilasciate quando era sotto l’effetto di droghe e in un periodo in cui non attribuiva alcun valore alla propria vita.

I suoi legali denunciarono anche gravi irregolarità nel processo. Accusarono i pubblici ministeri di aver escluso sistematicamente i potenziali giurati neri e di aver utilizzato stereotipi razziali durante la selezione della giuria. Un altro elemento controverso riguardava i testi rap scritti da Broadnax, usati dall’accusa per dipingerlo come un individuo violento e pericoloso. La questione attirò l’attenzione nazionale e il sostegno di diversi artisti hip hop statunitensi.

Broadnax trascorse 17 anni nel braccio della morte del Texas, dove i detenuti passano circa 22 ore al giorno in isolamento. Con il tempo, secondo amici, avvocati e volontari religiosi, sarebbe cambiato profondamente. Scriveva poesie, insegnava arteterapia, scacchi e scrittura creativa agli altri detenuti e partecipò a programmi religiosi basati sulla responsabilità personale e sulla crescita morale.

Nel 2026 sposò Tiana Krasniqi, studentessa di giurisprudenza britannica, in una cerimonia celebrata attraverso un divisorio di vetro all’interno della Allan B. Polunsky Unit, il carcere di massima sicurezza del Texas.

 

La confessione tardiva del cugino

A poche settimane dall’esecuzione, il caso prese una svolta inattesa. Demarius Cummings firmò una dichiarazione giurata e registrò un video in cui sosteneva di essere stato lui a sparare a Butler e Swan. Disse di aver convinto Broadnax ad assumersi la colpa perché pensava che un diciannovenne incensurato non sarebbe mai stato condannato a morte.

Secondo la difesa, la confessione era coerente con le prove forensi: soltanto il DNA di Cummings era stato trovato sull’arma del delitto e su una delle vittime. Ma i tribunali texani respinsero la richiesta di sospensione dell’esecuzione, stabilendo che Broadnax aveva comunque partecipato alla rapina e restava quindi legalmente responsabile del duplice omicidio.

Il 30 aprile 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti respinse l’ultimo ricorso. Poche ore dopo, James Broadnax venne portato nella camera della morte di Huntsville. Sul lettino dell’esecuzione, separata da un vetro, la moglie Tiana gridava ripetutamente: “Ti amo” e “Mi dispiace”.

Nelle sue ultime parole Broadnax ribadì ancora una volta la propria innocenza come autore materiale degli omicidi: “A prescindere da ciò che pensiate di me, il Texas ha sbagliato”. Chiese perdono alle famiglie delle vittime e disse di sperare che il suo caso potesse diventare l’inizio di una riflessione più ampia sulla giustizia e sulla pena di morte.

Un caso che continua a dividere

Il suo caso continua ancora oggi a dividere profondamente l’opinione pubblica americana: per alcuni Broadnax rimane un assassino responsabile di una rapina culminata in due morti; per altri è diventato il simbolo di un sistema giudiziario incapace di distinguere tra responsabilità morale, discriminazione razziale e possibilità di redenzione.

La voce delle vittime

Jamie Cole, moglie di Matthew Butler, ha affermato che solo Dio poteva decidere se l’esecuzione dovesse essere effettuata o meno. Ma se la morte è stato il prezzo che Broadnax ha dovuto pagare per le scelte fatte sulla Terra, Cole prega che l’aldilà gli conceda qualcosa che questa vita non gli ha potuto dare: misericordia, non perdono dovuto.

(fonte: Dallas Morning News)

3) TEXAS, LA SEICENTESIMA ESECUZIONE RIAPRE IL DIBATTITO SULLA PENA DI MORTE
 

George Mason, leader di Faith Commons, un’organizzazione statunitense impegnata nel dialogo pubblico tra fede, etica, giustizia sociale e diritti umani, denuncia a Dallas le contraddizioni del sistema giudiziario americano durante la veglia per Edward Busby, condannato a morte per l’omicidio di Laura Lee Crane
 

“Tutti noi dobbiamo diventare persone che

amano la vita più profondamente di quanto temiamo il prossimo.”

George Mason, teologo battista

DALLAS — Edward Busby è stato messo a morte in Texas per l’omicidio di Laura Lee Crane, residente di Fort Worth di 77 anni, assassinata nel 2005. Busby, uomo afroamericano indigente con un quoziente intellettivo stimato intorno a 75, rientrava secondo alcune interpretazioni giuridiche nella categoria delle persone con disabilità intellettiva. Il suo caso è diventato il simbolo delle profonde controversie che continuano a circondare la pena capitale negli Stati Uniti.

Il caso

Nel 2005, Edward Busby è stato condannato da una giuria della contea di Tarrant per l'omicidio di Laura Lee Crane, una madre e professoressa di pedagogia in pensione che aveva dedicato gran parte della sua vita alla cura di bambini con difficoltà di apprendimento. Anche la sua allora fidanzata e coimputata, Kathleen Latimer, è stata condannata all'ergastolo per lo stesso crimine. Edward Busby e Latimer rapirono Crane il 30 gennaio 2004 dal parcheggio di un supermercato Tom Thumb a Fort Worth. Secondo i documenti, la coppia guidò poi la sua auto fino in Oklahoma e, utilizzando le sue carte di credito e un assegno in bianco, rubò più di 750 dollari. Il corpo di Crane fu ritrovato giorni dopo a Davis, in Oklahoma. Secondo i documenti del tribunale, era stata costretta a entrare nel bagagliaio della sua auto, con la testa avvolta nel nastro adesivo. La causa della morte fu asfissia.

In un'intervista rilasciata in carcere e riportata dal Dallas Morning News nel 2004, Edward Busby pianse davanti ai giornalisti mentre raccontava il crimine, affermando di non aver mai avuto intenzione di uccidere nessuno.

"Ho fatto in modo che potesse respirare", ha detto. "Non so cosa sia successo."

Aveva intenzione di rilasciare Crane in Oklahoma, disse, dove sperava di trovare "una seconda possibilità di felicità" lontano dai problemi e dalle dipendenze che avevano consumato la sua vita in Texas.

Prima di morire, Edward Busby raccontò che Crane gli aveva chiesto cosa fosse successo nella sua vita per portarlo a quel punto e cosa avrebbe pensato sua madre delle sue scelte. "Sapevo che mia madre sarebbe stata disgustata da me", disse.

Ha detto di essersi scusato con Crane e di aver pregato con lei diverse volte.

«Mi ha detto che Dio mi avrebbe perdonato», ha detto Busby. «Non lo so. Forse sì. Forse no.» (fonte: Dallas Morning News)

A denunciare con forza la situazione è stato George Mason, leader di Faith Commons, intervenuto a Dallas in occasione della veglia di preghiera organizzata per commemorare quella che rappresenta la seicentesima esecuzione effettuata in Texas dalla reintroduzione della pena di morte nel 1976.

Le parole di George Mason

Avrei dovuto parlare questa sera a una veglia di preghiera per commemorare questa esecuzione, la seicentesima in Texas da quando la pena di morte è stata reintrodotta nel 1976. Poiché la Corte Suprema degli Stati Uniti si è presa il suo tempo e ha revocato la sospensione dell'esecuzione solo un'ora prima che venisse combattuta, non sono riuscito a partecipare. Ringrazio Human Rights Dallas, Hadi Jawad e Rick Halperin per aver organizzato e portato a termine la veglia. Eric Folkerth ha rappresentato il clero. Io e Nancy Kasten di Faith Commons ne siamo stati co-organizzatori.

Ecco cosa avevo intenzione di dire. Rappresenta ancora i miei sentimenti in questa triste occasione.

Questa sera ci riuniamo all'ombra di un terribile traguardo.

Seicento esecuzioni.

Seicento esseri umani sono stati messi a morte dallo stato del Texas da quando la pena capitale è stata reintrodotta nel 1976.

 

E stasera, l'uomo al centro di quel numero è una persona la cui disabilità intellettiva è entrata a far parte del dibattito pubblico. Avvocati e tribunali continueranno a dibattere su questi temi. Ma noi siamo qui stasera perché ci sono verità che vanno oltre le procedure legali.

 

Noi leader religiosi siamo qui, però, perché la fede pone domande diverse.

 

Non semplicemente:

“Cosa è permesso?”

Ma:

“Che cos’è la misericordia?”

“Che cos’è la giustizia?”

“Che tipo di persone stiamo diventando?”

E forse la cosa più importante:

«Possiamo onorare la dignità della vita umana senza eccezioni?»

 

Le grandi tradizioni religiose del mondo iniziano con un'affermazione sorprendente: che gli esseri umani portano in sé l'immagine di Dio.

 

Non alcuni esseri umani.

Non solo gli innocenti.

Non solo chi è utile.

Non solo il vincente.

Non solo i moralmente puri.

 

Esseri umani.

 

Il che significa che ogni vita è più della cosa peggiore che quella persona abbia mai fatto.

Ciò non cancella il dolore.

Ciò non cancella la violenza.

Ciò non elimina la responsabilità.

E stasera dobbiamo rivolgerci con tenerezza alle vittime e alle famiglie le cui ferite non si rimargineranno mai completamente. Nulla di quanto detto qui deve minimizzare la loro sofferenza. Il grido di giustizia è reale. Il dolore della perdita è reale.

 

Ma esiste una profonda differenza morale tra il dolore per la violenza e il ripeterla.

C'è una differenza tra proteggere la società e santificare la morte.

La questione che ci troviamo ad affrontare non è se il male esista. Esiste.

La questione è se uccidere ci insegni a superare l'atto stesso di uccidere.

E dopo seicento esecuzioni, possiamo onestamente affermare che ci sia riuscito?

 

La pena di morte ci chiede di credere che, in qualche modo, la guarigione arrivi attraverso un'altra morte. Ma l'arco morale della fede indica un'altra direzione. Ripetutamente, i profeti ci invitano ad allontanarci dalla vendetta e ad avvicinarci alla misericordia. Ripetutamente, le Scritture insistono sul fatto che la giustizia senza compassione si trasforma in crudeltà.

 

I profeti ebrei sognavano un giorno in cui gli uomini “non avrebbero più fatto del male né distrutto”.

Gesù si inseriva nella lunga tradizione di coloro che hanno interrotto i cicli di violenza anziché perpetuarli. Parlava di misericordia, perdono e dell'inestimabile valore di coloro che erano emarginati dalla società. Si rifiutava di ridurre le persone a un singolo atto, a una singola etichetta, a un singolo fallimento.

 

E qualunque sia la nostra tradizione religiosa, o anche se non ne professiamo alcuna, sappiamo che accade qualcosa di sacro quando ci rifiutiamo di abbandonare un altro essere umano alla disperazione.

 

Perché la disperazione è la teologia dell'esecuzione.

Dice che una vita non può più avere senso.

Non è più meritevole di redenzione.

Non è più possibile.

 

Ma la fede afferma il contrario.

 

La fede ci insegna che nessuno è al di fuori della portata della grazia.

Nessuna anima è sacrificabile.

Nessuna vita è al di fuori dell'interesse di Dio.

 

Questa sera non ci opponiamo solo a un'esecuzione, ma anche alla lenta erosione della compassione che può colpire una società, un'esecuzione alla volta.

 

Seicento esecuzioni non ci dicono nulla solo sulla criminalità.

Ci rivelano qualcosa su di noi.

Riguardo a ciò che temiamo.

Riguardo a ciò che consideriamo normale.

Riguardo a quanto facilmente gli esseri umani si trasformino in astrazioni una volta che si trovano dietro muri e filo spinato.

 

Ma stasera ci opponiamo all'astrazione.

Stasera ricordiamo che questa è una vita umana.

Il figlio di una madre.

Una vita fragile che porta in sé lo stesso soffio divino che anima ognuno di noi.

E ricordiamo anche che la misericordia non è debolezza.

La misericordia è una delle forme più profonde di coraggio morale.

 

Per uccidere non serve immaginazione.

Ci vuole una straordinaria immaginazione morale per credere che, anche adesso, sia possibile un'altra via.

 

Quindi stasera preghiamo:

Per le vittime.

Per le famiglie.

Per gli operatori penitenziari.

Per i giudici e gli avvocati.

Per i governatori e i tribunali.

Per i condannati.

Per tutti noi.

 

E preghiamo per una società abbastanza coraggiosa da credere che la giustizia non richieda l'esecuzione per essere reale.

Tutti noi dobbiamo diventare persone che amano la vita più profondamente di quanto temiamo il prossimo.

 

E che Dio abbia pietà di tutti noi.

(fonte: TCADP)

4) LA STORIA APPARTIENE AL FUTURO, NON AL BOIA
 

Il testamento politico e morale del prigioniero iraniano messo a morte nel 2026: una voce di resistenza contro repressione, tortura e pena di morte

Vahid Bani-Amerian

IRAN: Bani-Amerian era un prigioniero politico iraniano arrestato nel 2023 e messo a morte nell’aprile 2026 insieme ad altri detenuti accusati di legami con l’Unità di Resistenza dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK)

Il testamento immortale di Vahid Bani-Amerian

Nel calcolo del potere, i regimi che governano con la paura finiscono per scontrarsi con una semplice verità: nessuna cinta muraria, nessun verdetto predeterminato e nessuna tomba nascosta possono mettere a tacere un uomo che ha già scelto la sua parte nella storia. Alla vigilia della sua esecuzione nel carcere di Ghezel Hesar, nell'aprile del 2026, il prigioniero politico trentatreenne Vahid Bani-Amerian, ingegnere elettrico, laureato in una prestigiosa università e fedele membro delle Unità di Resistenza dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK), registrò un ultimo messaggio che da allora ha viaggiato ben oltre le mura che lo rinchiudevano. Pronunciato in persiano con la calma precisione di un uomo che aveva calcolato il prezzo da pagare e lo aveva accettato, il messaggio non è il lamento di una vittima, ma la ponderata accusa a un sistema che ha esaurito il suo capitale morale.

Bani-Amerian si rivolse direttamente al popolo iraniano e al mondo. Annunciò la sua imminente esecuzione non come una sconfitta, ma come una dichiarazione: avrebbe reso pubblica la sua difesa proprio perché si rifiutava di concedere qualsiasi legittimità ai tribunali del regime.

"Questo regime", affermò, "è quello che deve essere processato davanti al popolo". Respinse tutte le accuse mosse contro di lui, definendole estorte sotto tortura fisica e psicologica. Un tribunale il cui esito è già noto, osservò, rende qualsiasi difesa una mera messinscena; eppure scelse di parlare comunque.

Rivolgendosi implicitamente alla Guida Suprema, invocò la logica stessa del regime: Khomeini aveva decretato che chiunque rimanesse "fermo" dovesse essere messo a morte. "Sappi questo", replicò Bani-Amerian, "io sono fermo".

Raccontò le torture senza melodramma e lo spirito indomito che non erano riuscite a spezzare. Anche se il regime avesse nascosto i corpi delle sue vittime, avvertì, non avrebbe potuto nascondere l'inevitabilità del rovesciamento del regime. A coloro che gli avevano chiesto perché non avesse semplicemente condotto una "vita normale", rispose con una frase che squarcia il velo di disperazione che permea l'Iran di oggi: "Detesto una vita in cui molti vivono in povertà e miseria mentre altri saccheggiano. Trovo gioia nella lotta contro di voi".

La difesa finale del prigioniero politico Vahid Bani Amerian

Queste non sono parole di ideologia astratta. Sono la logica politica di una generazione che ha visto discriminazione, infiniti conflitti regionali, corruzione sistemica e povertà estrema spingere un'intera società al limite della sopportazione. Quando l'esistenza ordinaria diventa complicità nel saccheggio, il rifiuto diventa l'unica opzione dignitosa.

Quel rifiuto fu testimoniato in prima persona da qualcuno esterno alla mischia politica iraniana. Olivier Grondeau, il cittadino francese tenuto in ostaggio in Iran per quasi 900 giorni, condivise la cella con Bani-Amerian. Nella sua testimonianza pubblica dopo l'esecuzione, Grondeau descrisse il suo ex compagno di cella come "un uomo rispettoso e illuminato", un intellettuale "molto educato, razionale e coraggioso" che, ogni sera alle nove, recitava le poesie di Rumi per alleviare l'oscurità della loro prigionia. L'immagine è toccante nella sua umanità: un combattente della Resistenza iraniana che insegna versi mistici persiani a un ostaggio occidentale mentre entrambi vivevano sotto gli stessi carcerieri. Le parole di Grondeau spazzano via ogni caricatura del "fanatico" e la sostituiscono con il ritratto di una mente colta e disciplinata che scelse la resistenza anziché il compromesso.

Nel giro di pochi giorni, l'ultimo testamento di Bani-Amerian sfuggì al controllo del regime. Il video fu copiato, diffuso di mano in mano in Iran e condiviso oltre confine da milioni di persone che vi riconobbero qualcosa di più grande della morte di un singolo uomo. Nelle reti di opposizione, nelle comunità della diaspora e nelle conversazioni private all'interno del paese, il video divenne una silenziosa trasmissione di determinazione. I racconti orali lo amplificarono; la condivisione digitale gli diede una portata che la censura non poté sopprimere completamente. In un'epoca in cui gli stati autoritari investono massicciamente nel controllo della narrazione, la circolazione spontanea della voce di un singolo prigioniero rivela i limiti della coercizione. La repressione crea martiri; i martiri, a loro volta, creano memoria, e la memoria, col tempo, diventa mobilitazione.

L'ultimo messaggio di Vahid Bani Amerian a sua madre

Ciononostante, l'episodio riveste un chiaro peso sociologico e strategico. L'Iran di oggi è una società spinta al limite da fallimenti strutturali che il regime non può più celare: disuguaglianze crescenti, avventurismi militarizzati all'estero che prosciugano le risorse interne e un sistema giudiziario che funziona come strumento di eliminazione politica piuttosto che di applicazione della legge. Il calcolo del regime – secondo cui mettere a morte una manciata di oppositori organizzati scoraggerà gli altri – è già stato messo alla prova in passato e si è costantemente rivelato fallimentare. Ogni dimostrazione pubblica di fermezza erode l'aura di inevitabilità che sostiene il potere autoritario.

Non c'è quindi da stupirsi che, nonostante decine di brutali repressioni di precedenti rivolte nazionali e l'uccisione di decine di migliaia dei più coraggiosi cittadini iraniani, il Paese rimanga intatto e il suo coraggio immutato.

Le parole di Vahid Bani-Amerian, dunque, non sono una semplice nota a piè di pagina tragica. In una nazione dove discriminazione, guerra, corruzione e povertà hanno spinto milioni di persone al limite della sopportazione, il suo messaggio finale non è un lamento, ma una chiamata. Eppure la sua storia trascende il personale: come comandante di un'Unità di Resistenza, Bani-Amerian incarnava la risolutezza collettiva di un'intera rete di combattenti tenaci che condividevano le sue incrollabili qualità: coraggio, razionalità, chiarezza morale e gioia nella lotta.

Tutti i membri della sua unità possedevano le stesse caratteristiche che lo contraddistinguevano; come lui, anche loro furono messi a morte dal regime. Il loro sacrificio collettivo lega la sua testimonianza alla più ampia Resistenza iraniana e alla sua rete nazionale, dimostrando che questa sfida non è solitaria, ma rappresenta il cuore pulsante di un movimento che i mullah non possono estirpare. La scelta per gli attori esterni non è se intervenire o meno, ma da che parte schierarsi in questa contesa. La storia ricorda chi si è schierato con i carnefici e chi si è schierato con gli indomiti. Bani-Amerian ha già fatto la sua scelta. A noi altri spetta decidere la nostra.

 

(fonte: iranhr.net)

5) A PARIGI IL 9° CONGRESSO MONDIALE CONTRO LA PENA DI MORTE

Oltre mille partecipanti da tutto il mondo riuniti per rilanciare la campagna abolizionista e contrastare il ritorno delle esecuzioni in diversi Paesi

Parigi – Dal 30 giugno al 2 luglio 2026 la capitale francese ha ospitato il 9° Congresso Mondiale contro la Pena di Morte, il più importante appuntamento internazionale del movimento abolizionista. Organizzato da ECPM (Together Against the Death Penalty) con il sostegno della Francia, dell’Unione Europea e della Svizzera, il congresso ha riunito oltre mille partecipanti tra rappresentanti istituzionali, magistrati, avvocati, accademici, giornalisti, attivisti e giovani provenienti da decine di Paesi.

L’evento si è svolto tra la Maison de la Radio et de la Musique e l’Hôtel de Lassay, sede dell’Assemblea Nazionale francese, confermando il ruolo della Francia come uno dei principali promotori della lotta internazionale contro la pena capitale.

In un periodo in cui, nonostante il trend globale verso l’abolizione, alcuni Stati continuano ad aumentare le esecuzioni e in altri riemergono richieste di reintroduzione della pena di morte, il congresso ha rappresentato un momento di riflessione ma soprattutto di mobilitazione.

Un movimento globale che guarda all’abolizione universale

Il congresso si inserisce in una tradizione iniziata nel 2001 a Strasburgo e proseguita, ogni tre anni, in diverse città del mondo. Nel corso di oltre vent’anni questi appuntamenti sono diventati il principale luogo di incontro per il movimento abolizionista internazionale.

L’obiettivo dell’edizione parigina era chiaro: favorire nuovi progressi verso l’abolizione universale della pena di morte. Tra le priorità indicate dagli organizzatori figurano il rafforzamento della cooperazione tra governi e società civile, il sostegno ai difensori dei diritti umani, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e il contrasto ai tentativi di ripristino della pena capitale.

Particolare attenzione è stata dedicata ai giovani, considerati dagli organizzatori un elemento essenziale per il futuro del movimento. Workshop, dibattiti e spazi di confronto hanno coinvolto nuove generazioni di attivisti, chiamate a raccogliere il testimone di una battaglia che dura da decenni.

Tra i temi affrontati vi sono stati anche il ruolo della magistratura, la situazione dell’Asia orientale, le esecuzioni per reati di droga e la protezione di quanti operano nei Paesi dove opporsi alla pena di morte può comportare rischi personali e professionali.

L’allarme per il ritorno della pena di morte nel dibattito pubblico

Uno degli aspetti più significativi emersi durante il congresso è stato il richiamo alla necessità di non considerare irreversibili i progressi ottenuti negli ultimi decenni.

Nel suo intervento, il Presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Mattias Guyomar, ha sottolineato che la mobilitazione internazionale resta necessaria anche in regioni tradizionalmente abolizioniste. Secondo Guyomar, infatti, stanno emergendo nuovamente discorsi favorevoli alla reintroduzione della pena di morte perfino in Europa.

Il magistrato ha ricordato il ruolo svolto dal Consiglio d’Europa e dalla Corte di Strasburgo nel percorso che ha portato all’eliminazione della pena capitale nel continente europeo, ribadendo che essa è incompatibile con la dignità umana.

Il congresso ha evidenziato come il movimento abolizionista si trovi oggi di fronte a una sfida duplice: da un lato proseguire la campagna nei Paesi che ancora eseguono condanne a morte; dall’altro difendere i risultati raggiunti nei sistemi democratici dove, in alcuni contesti politici, riemergono richieste punitive sempre più radicali.

Il ricordo di Robert Badinter e le preoccupazioni per Iran e altre aree del mondo

L’edizione di Parigi ha avuto anche un forte valore simbolico. Quest’anno ricorre infatti il quarantacinquesimo anniversario della legge che abolì la pena di morte in Francia grazie all’impegno dell’allora Ministro della Giustizia Robert Badinter, figura storica dell’abolizionismo internazionale. A lui è stato dedicato uno dei momenti più significativi del congresso.

Nel suo intervento inaugurale, il Ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha ricordato che la battaglia non è conclusa e che la pena di morte continua a essere applicata in molte parti del mondo. Il ministro ha richiamato in particolare la situazione iraniana, sottolineando l’aumento delle esecuzioni registrato negli ultimi anni e invitando a non dimenticare le vittime della repressione.

Le discussioni hanno inoltre affrontato la situazione dei Paesi che continuano a fare ampio ricorso alla pena capitale, tra cui Iran, Cina, Arabia Saudita e altri Stati nei quali le organizzazioni per i diritti umani denunciano mancanza di trasparenza, processi iniqui e utilizzo della pena di morte come strumento politico.

Durante i lavori è stata richiamata anche la situazione degli Stati Uniti, unico Paese delle Americhe in cui la pena capitale continua a essere applicata con regolarità in alcuni Stati federati. Gli interventi hanno sottolineato come il caso statunitense resti particolarmente rilevante per il movimento abolizionista internazionale: accanto a Stati che hanno abolito la pena di morte o sospeso le esecuzioni, altri continuano infatti a procedere con condanne ed esecuzioni, alimentando un quadro frammentato e profondamente diseguale. In questo contesto sono stati ricordati i nodi più controversi del sistema americano, dalle disparità razziali e socio-economiche all’accesso alla difesa, fino al rischio di errori giudiziari, tema reso ancora più urgente dalle testimonianze di ex condannati a morte scagionati.

Un segnale di speranza in un contesto difficile

Nonostante le preoccupazioni espresse durante il congresso, il messaggio finale è stato improntato all’ottimismo. Gli organizzatori hanno ricordato che la tendenza globale resta favorevole all’abolizione: oltre cento Paesi hanno eliminato la pena di morte dalla propria legislazione e il numero degli Stati che effettuano esecuzioni continua a rappresentare una minoranza a livello internazionale.

Il congresso di Parigi ha voluto quindi riaffermare un principio semplice ma fondamentale: la difesa della dignità umana non può essere subordinata a logiche di vendetta o di repressione. In un periodo caratterizzato da guerre, tensioni politiche e crescenti richieste di sicurezza, il movimento abolizionista internazionale ha scelto di rilanciare con forza il proprio messaggio: la giustizia può e deve esistere senza ricorrere alla pena di morte.

 

(Fonti: [ecpm.org], [diplomatie.gouv.fr], [coe.int], [us.diplomaie.gouv.fr], [gcadp.org], [idpc.net])

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 giugno 2026

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