FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 229 -  Maggio / Giugno 2016

Elsa Alcala giudice nella Corte Criminale d’Appello del Texas

SOMMARIO:

 

 

1)  La pena di morte è da abolire, dice una giudice texana

2)  La Corte Suprema USA, divisa a metà sulla pena di morte, si blocca

3)  Eletto nelle Filippine Rodrigo Duterte, presidente forcaiolo

4)  Espianto di organi in Cina: non leggenda ma forse orrenda realtà

5)  Dopo 37 anni riconosciuta in Texas l’innocenza di Kerry Cook

6)  La casa farmaceutica Pfizer blocca la vendita dei farmaci letali

7)  Si è tenuto ad Oslo il VI Congresso contro la pena di morte

8)  Gerald Marshall ha scritto nel braccio un libro… ineffabile

9)  Considerazioni sugli omicidi americani nel 2015 di Claudio Giusti

10) Abbecedario abolizionista di Claudio Giusti

11) Dal verbale dell’Assemblea del Comitato Paul Rougeau del 19/6/2016

12) Notiziario: California, Egitto, Florida, Giappone, Iran, Italia, Louisiana,              Malawi, Texas

 

 

1) LA PENA DI MORTE È DA ABOLIRE, DICE UNA GIUDICE TEXANA

 

Elsa Alcala, giudice nella massima corte penale del Texas, si è dichiarata coraggiosamente abolizionista.  Le preoccupazioni da lei manifestate hanno attirato l’attenzione della Corte Suprema USA che ha reso noto di voler esaminare la costituzionalità delle condanne a morte di due Texani.

 

Elsa Alcala, giudice della Corte d’Appello Criminale del Texas - uno degli stati USA più forcaioli - ha dimostrato un notevole coraggio asserendo ufficialmente che la pena di morte non è come i cittadini la vorrebbero, ma è discriminante, inefficiente e immorale. La maggioranza dei Texani è

favorevole alla pena di morte perché la considera una punizione dura nei confronti dei peggiori criminali, giusta e indolore. La giudice Alcala pensa che non sia così e - come già aveva scritto in una recente opinione redatta per il caso di Julius Jermo Murphy, condannato a morte nel 1997 - ha dichiarato: “Ritengo ci siano importanti problemi collegati alla pena di morte. Ci sono moltissimi problemi e penso che il pubblico non ne sia consapevole”. 

La giudice Alcala ha scritto che le corti texane dovrebbero valutare l’incostituzionalità della pena capitale perché essa viene imposta arbitrariamente in base alla razza, colpendo in modo sproporzionato le minoranze etniche (1). Le corti dovrebbero inoltre valutare se il ritardo eccessivo nell’applicare la condanna costituisca una punizione crudele e inusuale, in quanto i condannati a morte sono tenuti in isolamento per anni e a volte per decenni. Alcala è giudice della Corte d’Appello texana dal 2011. Da allora ha spesso dimostrato i suoi dubbi riguardo al sistema della pena capitale. Per esempio per il caso di Bobby James Moore essa scrisse che lo standard, vecchio di decenni, adottato per stabilire la disabilità mentale, che non viene più utilizzato dai medici professionisti, è “costituzionalmente inaccettabile”. Nel caso di Duane Buck la Alcala aveva invece criticato la decisione di giustiziare Buck nonostante il fatto che un esperto avesse affermato nel corso del processo che questi costituiva un pericolo per la società perché era nero.

Le preoccupazioni manifestate dalla Alcala hanno attirato l’attenzione della Corte Suprema USA che ai primi di giugno ha annunciato di voler esaminare la costituzionalità delle condanne a morte sia di Moore che di Buck.

Vale la pena sottolineare che lo stato del Texas è in testa nella nazione per il numero di condannati scagionati nel 2015. Le cause delle condanne ingiuste sono molteplici: un’errata identificazione da parte dei testimoni, comportamento scorretto da parte della polizia o dell’accusa, sbagli commessi dai laboratori di analisi dei reperti o dagli avvocati difensori… la lista dei possibili errori umani è lunghissima. 

Per fortuna, finalmente, anche in uno stato forcaiolo come il Texas una voce autorevole ha sollevato quei dubbi che possono minare l’istituzione della pena di morte. (Grazia)

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(1) Nel Texas il 71% dei condannati a morte sono afroamericani o ispanici.

 

 

 

2) LA CORTE SUPREMA USA, DIVISA A METÀ SULLA PENA DI MORTE, SI BLOCCA

 

La Corte Suprema degli Stati Uniti, attualmente composta da 8 membri, non può prendere decisioni tutte le volte che una votazione finisce 4 a 4, come spesso avviene nei casi capitali.

 

L'improvviso decesso del giudice Antonin Scalia avvenuto il 13  febbraio (1) ha lasciato la Corte Suprema degli Stati Uniti divisa a metà per quanto riguarda la questione della pena di morte. E questo proprio nel momento in cui la liceità costituzionale della 'massima sanzione' viene messa apertamente in dubbio da uno dei giudici della massima corte, Stephen Breyer (2). 

Il numero pari di giudici crea una situazione anomala  che tuttavia il 12 maggio ha  salvato la vita di un prigioniero dell'Alabama: la votazione 4 a 4 non ha potuto rovesciare la decisione di una corte statale che aveva fermato l'esecuzione di Vernon Madison, un nero che uccise un poliziotto nel 1985.

Dopo essersi occupati di Vernon Madison, il 6 giugno gli otto giudici superstiti della massima corte hanno fatto sapere che discuteranno un caso capitale del Texas, quello del nero Bobby James Moore. La difesa di Moore contesta il metodo obsoleto usato in Texas per valutare la sanità mentale dei condannati a morte nonché la crudeltà di una condanna capitale pendente da 21 anni, come una "spada di Damocle". Questa volta una parità nella votazione avrebbe ovviamente un effetto negativo.

L'empasse della massima corte potrebbe durare fino alla nomina del prossimo presidente USA. Infatti il Presidente Barack Obama ha designato già dal mese di marzo il successore di Scalia, ma

l'opposizione repubblicana al Senato ha impedito l'entrata in carica del giudice Merrick B. Garland (3)
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(1) V. n. 226
(2) V. n. 228
(3) V. n. 227

 

 


3) ELETTO NELLE FILIPPINE RODRIGO DUTERTE, PRESIDENTE FORCAIOLO

L'elezione di Rodrigo Duterte, assertore del cappio e delle esecuzioni extragiudiziarie, potrebbe far fare un passo indietro ad un paese che si riteneva avesse abolito per sempre la pena di morte.

Rodrigo Duterte, diventato Presidente delle Filippine il 30 giugno, è un accanito assertore della pena di morte. È noto per il largo uso delle esecuzioni extragiudiziali mentre era sindaco della città di Davaio, pratica che, egli sostiene, avrebbe ridotto notevolmente il crimine. È stato soprannominato The Punisher (Il Giustiziere) dalla rivista Time Magazine.
Già prima che assumesse la massima carica sono state rese note le sue intenzioni di ottenere il ripristino della pena capitale nel paese, nonché di applicarla in maniera parossistica. L’8 giugno - durante una riunione con una rappresentanza di parlamentari -  ha rivelato il proposito di arrivare ad avere ‘almeno’ 50 esecuzioni capitali al mese.
Essendogli stata fatta presente la necessità di reperire fondi per l’allestimento di una camera della morte per somministrare le iniezioni letali nel carcere di Muntinlupa, Duterte ha risposto di preferire il metodo più semplice ed economico dell’impiccagione.
Il nuovo Presidente delle Filippine vorrebbe arrivare ad imporre la pena capitale perfino ai 15-enni, colpevoli di omicidio o anche solo di reati di droga.
Gli osservatori politici ritengono tuttavia che gli obiettivi stratosferici del nuovo Presidente non potranno essere raggiunti – se mai verranno raggiunti – che nell’arco di anni. E’ infatti fortissima la resistenza degli abolizionisti nel paese che ha da tempo abolito la pena capitale, a cominciare dai cattolici che si sono già espressi tramite la Conferenza episcopale contro le idee folli di Duterte.
Si prevedono incandescenti discussioni sul tema della pena capitale sia all’interno che all’esterno del Parlamento filippino.
Staremo a vedere. Rimaniamo nonostante tutto abbastanza ottimisti. E poi Duterte - se otterrà la pena di morte - non potrà ottenerla ai livelli da lui preannunciati.
Ci rattrista comunque che la questione della pena capitale si ripresenti in un paese che ormai ritenevamo abolizionista per sempre (Amnesty ricorda che la pena di morte – sempre poco usata nel paese – fu abolita nella Filippine nel 2006 e l’ultima esecuzione avvenne nel 2000).

 

 

 

 

4) ESPIANTO DI ORGANI IN CINA: NON LEGGENDA MA FORSE ORRENDA REALTÀ

Nonostante le smentite ufficiali, si fanno sempre più plausibili  le denunce di espianti di organi da prigionieri uccisi all'occorrenza in Cina. E anche da oppositori politici non condannati a morte. 

Sull’espianto (detto ‘predazione’) di organi dagli esseri umani si sono accumulate negli anni molteplici ‘leggende metropolitane’ prive di riscontri oggettivi. Nonostante la cautela che ci impone tale situazione, le notizie ben argomentate che continuano a filtrare dalla Cina (1) ci impongono di riferire quanto segue.
Nel mese di giugno è stata pubblicata una relazione firmata dall’ex parlamentare canadese David Kilgour, dall’avvocato David Matas e dal giornalista Ethan Gutman, in cui si denuncia il protrarsi, da parte del governo cinese, dell’orrenda pratica di espiantare gli organi da condannati appositamente ‘giustiziati’. 
In questa relazione viene puntato il dito contro il governo, contro il Partito Comunista Cinese, contro il sistema sanitario nazionale, contro i medici e contro gli ospedali.
Si legge nella relazione: “Il partito Comunista afferma che il numero totale di trapianti legali ammonta a circa 10.000 l’anno. Ma questa cifra ufficiale si rivela del tutto sottodimensionata anche solo controllando ciò che avviene in due o tre dei principali ospedali.” La relazione stima che ogni anno negli ospedali cinesi vengano trapiantati da 60.000 a 100.000 organi. Secondo la relazione, la differenza tra le cifre ufficiali e quelle effettive è colmata dai prigionieri giustiziati, molti dei quali condannati per il loro credo religioso o politico.
In una conferenza stampa la portavoce del Ministro degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha dichiarato che ci sono “leggi e regolamenti severissimi su questa problematica”. Ha aggiunto: “Circa l’affermazione pubblicata nella relazione, voglio dire che queste storie di organi espiantati con la forza in Cina sono immaginarie e prive di fondamento – non hanno basi reali”.
Invece, secondo la relazione Kilgour, migliaia di persone vengono uccise in segreto in Cina e i loro organi vengono utilizzati per i trapianti. Ad essere uccisi sono principalmente i prigionieri appartenenti a minoranze etniche e religiose, tra cui gli Uiguri, i Tibetani e gli appartenenti al movimento spirituale Falun Gong.
Secondo le statistiche ufficiali ci sono circa 100 ospedali in Cina autorizzati ad effettuare i trapianti di organi. Ma gli autori della relazione hanno verificato che ci sono in realtà 712 ospedali che effettuano trapianti di fegato e di reni.
Un osservatore di Human Rights Watch, Maya Wang, afferma: “Il governo cinese considera il Falun Gong come una minaccia al suo potere, e arresta, imprigiona e tortura i suoi seguaci. I prigionieri seguaci di Falun Gong sono costretti a subire esami del sangue e altri controlli medici. I risultati di questi esami sono inseriti in un database che fornisce informazioni sulle risorse viventi di possibili organi da donare, permettendo in questo modo di effettuare rapidamente i controlli per la compatibilità possibile a un trapianto”.
Questa massiccia e raccapricciante “scorta vivente” di organi è servita a favorire ospedali e medici, alimentando un’industria in continua crescita. 
Ricordiamo che per decenni le autorità cinesi hanno negato con forza di espiantare organi dai prigionieri, definendo le accuse al riguardo “aggressiva diffamazione”. Poi, finalmente, nel 2005, le autorità ammisero che questa pratica aveva luogo, utilizzando gli organi di prigionieri regolarmente condannati a morte, e promisero di correggerla. Ma cinque anni dopo nulla era cambiato e il dott. Huang Jiefu, direttore del Comitato Cinese per la Donazione degli Organi, dichiarò all’autorevolissima rivista medica inglese The Lancet che oltre il 90% degli organi trapiantati proveniva ancora dai detenuti giustiziati. 
Nel 2014 la Cina annunciò che avrebbe effettuato i prelievi di organi esclusivamente da donatori volontari. Questa affermazione fu accolta con grande scetticismo perché i donatori spontanei tra il 2012 e il 2013 erano stati circa 1.400 mentre in Cina ci sono 300.000 persone in attesa di un trapianto. I donatori volontari scarseggiano anche perché è credenza diffusa è che non sia bene mutilare il corpo di una persona morta.
Come Amnesty ripete in continuazione, non è dato di conoscere il numero delle esecuzioni che avvengono in Cina ogni anno ‘che è segreto di stato’, ma sicuramente è dell’ordine di alcune migliaia, e supera il totale di tutte le altre esecuzioni che avvengono nel resto del mondo. (Grazia)
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(1) v. n. 219

 

 

 

 

5) DOPO 37 ANNI RICONOSCIUTA IN TEXAS L’INNOCENZA DI KERRY COOK

 

Il texano Kerry Max Cook, ex condannato a morte, fu scarcerato nel 1999. Tuttavia il riconoscimento della sua innocenza, e un risarcimento in denaro, sono divenuti di attualità solo ora.

Il texano Kerry Max Cook fu scarcerato nel 1999 ma la sua innocenza è stata sancita solo il 6 giugno scorso con un accordo tra accusa e difesa.
Cook ha sostenuto la sua innocenza per 40 anni. Quando emersero prove, tra cui test del DNA, che legavano un’altra persona all’omicidio della 21-enne Linda Jo Edwards consumato nel 1977, egli aveva già trascorso 22 anni in carcere di cui 20 nel braccio della morte. 
Dopo la sua liberazione Cook si è sempre battuto contro la pena capitale e ha tenuto conferenze in tutti gli Stati Uniti e in Europa.
Il suo libro Chasing Justice che racconta la sua battaglia, è stato candidato per l'Edgar Award, un premio conferito dall’associazione degli scrittori polizieschi statunitensi Mystery Writers of America.
William S. Sessions, ex direttore del FBI e giudice federale, ha notato: “Kerry Max Cook ha scritto un brutale ma avvincente racconto dei suoi 22 anni nel braccio della morte del Texas per un delitto che non aveva commesso. Il suo libro descrive la battaglia contro un sistema giudiziario che non lo voleva lasciar andare nonostante le innumerevoli e sempre più evidenti prove della sua innocenza. È stupefacente la leggerezza con cui ora egli vive da uomo libero determinato ad impedire che altri soffrano gli orrori che lui ha vissuto”.
La conclusione positiva della vicenda di Kerry Cook è anche una vittoria dell’Innocence Project of Texas che lo ha tutelato legalmente.
Il 27 giugno Cook è apparso di nuovo davanti ad una corte per chiedere che la sua innocenza sia riconosciuta ufficialmente, cosa che potrebbe comportare per lui, ormai sessantenne, un risarcimento di 2 milioni di dollari o più. All’inizio di luglio - al momento di chiudere questo articolo - non è stata ancora resa nota la decisione della corte. (Pupa)

 

 

 


6) LA CASA FARMACEUTICA PFIZER BLOCCA LA VENDITA DEI FARMACI LETALI

Negli Stati Uniti non è più possibile acquistare legalmente i farmaci usati per le esecuzioni capitali.

Il 13 maggio la grande casa farmaceutica Pfizer ha bloccato la vendita in America dei farmaci utilizzabili per le iniezioni letali diffondendo una forte e inequivocabile dichiarazione in merito. 
Da quel giorno la vendita di tali farmaci non può più avvenire regolarmente tramite la FDA (Federazione Americana del Farmaco). 
Ora - con oltre 25 case farmaceutiche che hanno fatto la stessa cosa - non ci sono più sostanze letali acquistabili regolarmente negli USA.  Ciò rallenterà le esecuzioni come è avvenuto tutte le volte che si è interrotto il regolare flusso delle sostanze letali (per vari motivi ma soprattutto per l’opposizione delle case produttrici). E’ certo comunque che gli stati forcaioli riusciranno a continuare ad uccidere i condannati facendosi preparare farmaci da piccoli laboratori chimici privati o importandoli ‘di contrabbando’ da lontani paesi esteri.

 

 

 

7) SI È TENUTO AD OSLO IL VI CONGRESSO CONTRO LA PENA DI MORTE (1)

Riportiamo integralmente la Dichiarazione Finale del VI Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte svoltosi ad Oslo a fine giungo (2). Si tratta di un documento importante che fa un’ampia e precisa panoramica della situazione attuale alla pena di morte nel mondo e delinea chiaramente le direttrici secondo cui deve muoversi il movimento abolizionista.

Dichiarazione Finale del VI Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte

Noi, 

partecipanti al VI Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte, organizzato ad Oslo (Norvegia) dal 21 al 23 giugno 2016 da Ensemble Contre la Peine de Mort (ECPM), sponsorizzato da Norvegia, Australia e Francia, e in collaborazione con la Coalizione Mondiale Contro la pena di Morte, con questa scrittura

ADOTTIAMO la seguente Dichiarazione dopo di tre giorni di intensi dibattiti, scambi di esperienze, testimonianze, filmati; 

CI RALLEGRIAMO - che il movimento abolizionista si espanda in un mondo in cui quasi ¾ dei paesi hanno abolito la pena di morte per legge o in pratica; - che molti stati abolizionisti e organizzazioni intergovernative si siano associati al movimento abolizionista mondiale e che alcuni stati ritenzionisti abbiano espresso durante il Congresso il loro interesse per il movimento; - che dopo il Congresso Mondiale di Madrid del 2013, 6 paesi abbiano abolito la pena di morte per tutti i crimini: Madagascar, Mongolia, Nauru, Figi, Repubblica del Congo e Suriname, che la tendenza verso l’abolizione continui negli USA: - che il movimento abolizionista continui a crescere e a diversificarsi, con la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte forte di 158 aderenti, e con stati, coalizioni regionali e nazionali, che uniscono organizzazioni e attori della società civile, organizzazioni di parlamentari, organizzazioni di accademici, organizzazioni nazionali per i diritti umani, imprenditori e sindacati, e giornalisti, tutti alleati per la promozione dell’abolizione della pena di morte; - che alcuni stati abolizionisti stiano inserendo la questione dell’abolizione universale della pena di morte nelle loro relazioni internazionali; - che si siano rafforzati i legami tra attori della società civile e le organizzazioni intergovernative, regionali e internazionali con lo scopo di stabilire e rinforzare lo stato di diritto, - che preminenti attori economici internazionali come la Pfizer o la Richard Branson (fondatore del gruppo Virgin) stiano prendendo una posizione pubblica contro la pena di morte; - che ci siano annunci positivi come quelli fatti dai Vice Ministri della Giustizia della Repubblica Democratica del Congo e della Mongolia che voteranno per la moratoria alla Nazioni Unite nel prossimo mese di dicembre; - che vi sia una presa di coscienza della portata e della serietà dei danni causati dalla pena di morte alle famiglie e agli amici dei condannati, delle vittime del crimine, e altri membri della società. 

MA OSSERVIAMO: - che il riemergere della violenza terroristica su scala globale viene usata come pretesto da taluni governi, come quello dell’Egitto, per giustificare il mantenimento della pena di morte con la quale si opprimono i movimenti di opposizione; - che secondo Amnesty International 58 paesi e territori mantengono la pena di morte e spesso la applicano in modo arbitrario; - che nel 2015 1634 persone sono state messe a morte nel mondo, soprattutto in Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Iraq, Stati Uniti, e che tale numero  non include il numero sconosciuto dei giustiziati in Cina, - che il mantenimento della pena di morte per traffico di droga è in totale contraddizione con le raccomandazioni dell’ UNODC [Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la prevenzione del crimine] e con i risultati acclarati nel corso dell’ UNGASS [Sessione Speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulle Droghe] dell’aprile 2016 a New York. Infatti gli stati membri dell’ONU sono d’accordo sul fallimento delle politiche di  ‘lotta alla droga’ fondate solo su visioni repressive; - che certi paesi hanno ripreso le esecuzioni dopo lunghe moratorie, come l’Indonesia, il Pakistan e il Ciad; - che la pena di morte è ancora applicate a delinquenti minorenni e a persone con disabilità mentali, che è applicata in modo discriminatorio rispetto alle origini etniche, sociali, nazionali o religiose, al colore della pelle e all’orientamento sessuale; - che molte volte, come diretta conseguenza del loro stato, i reclusi nel braccio della morte soffrano deplorevoli condizioni di detenzione che violano la dignità umana e che spesso costituiscono un trattamento disumano e degradante. 

SOTTOLINEANDO LA NECESSITÀ DI COMPIERE ULTERIORI SIGNIFICATIVI PASSI IN AVANTI VERSO LA COMPLETA E UNIVERSALE ABOLIZIONE DELLA PENA DI MORTE, RIVOLGIAMO I SEGUENTI APPELLI: 

- Alle Organizzazioni intergovernative e alle Organizzazioni Internazionali: - continuino e intensifichino la loro cooperazione con gli stati e la società civile per promuovere l’abolizione universale della pena di morte; - includano le questioni relative alla ritenzione della pena di morte nelle discussioni tra l’UNODC [v. sopra] e tutti gli stakeholders; - includano sistematicamente, ogniqualvolta sia rilevante, la pena di morte nel lavoro fatto dai Relatori Speciali delle Nazioni Unite, specialmente sul terrorismo , le esecuzioni extragiudiziali, la tortura, i migranti e la povertà estrema; - adottino, il prima possibile, strumenti regionali, come il Protocollo Addizionale alla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli sull’abolizione della pena di morte; 

- Agli stati presenti al Congresso di Oslo: - mantengano gli impegni presi durante il congresso specialmente l’impegno della Guinea di promulgare un codice penale senza la pena di morte il 1° luglio 2016;

- Agli stati ritenzionisti, si impegnino: - a ridurre drasticamente i crimini passibili di pena di morte nelle loro legislazioni e, nell’immediato futuro, ad abolire la pena di morte obbligatoria lì dove esiste e discutere soluzioni alternative che riconoscano che ogni persona può ravvedersi; - a rispettare la Convenzione Internazionale sui Diritti dei Bambini e a rinunciare alla pena di morte nei riguardi dei minorenni e di coloro che erano minorenni al momento del crimine; -  a raccogliere e a pubblicare regolari, attendibili e indipendenti informazioni sul modo in cui essi applicano la pena di morte e sull’andamento della pubblica opinione riguardo alla pena di morte e alle pene alternative; - a incamminarsi verso l’abolizione della pena capitale adottando una moratoria sulle sentenze di morte e sulle esecuzioni, in accordo con la risoluzione sulla Moratoria della pena di morte votata dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite a partire dal 2007 e a seguire gli 81 paesi che hanno che hanno già ratificato il Secondo Protocollo Opzionale delle Nazioni Unite al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici; - a garantire una competente difesa legale agli indigenti accusati di reati capitali; 

- Agli stati abolizionisti: - di dare garanzie, aldilà delle dichiarazioni, di azioni concrete e visibili in favore dell’abolizione universale della pena di morte, in specie ponendo sanzioni per le violazioni di tali garanzie riguardo alla ripresa o alla continuazione delle loro relazioni diplomatiche ed economiche con i paesi ritenzionisti; - di firmare e ratificare il Secondo Protocollo Opzionale delle Nazioni Unite al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici; - di rendere l’aiuto finanziario che essi danno alla lotta internazionale al traffico di droga subordinato alla non applicazione della pena capitale; – di promuovere e garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali nella lotta al terrorismo, inclusa la rinuncia alla pena di morte; – di sostenere gli attori della società civile che lavorano per l’abolizione; - di votare a favore della Risoluzione per la Moratoria universale delle esecuzioni in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2016.

- Ai parlamentari:-  di tutto il mondo di incontrarsi nelle reti regionali, nazionali e internazionali per portare il dibattito abolizionista  nel cuore dei parlamenti ritenzionisti; -   degli stai abolizionisti per aiutare i loro colleghi degli stati ritenzionisti a proporre leggi abolizioniste.    

- Alle Istituzioni Nazionali per i Diritti umani: - di includere sistematicamente questioni sulla pena di morte nelle loro agende e incoraggiare i rispettivi stati a votare a favore dell’abolizione della pena di morte nell’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2016.

- Nei paesi ritenzionisti: - agli avvocati che tendano ad acquisire la migliore preparazione possibile al fine di difendere al meglio i clienti che rischiano la pena di morte; - agli accusatori che non chiedano la pena di morte; - ai giudici che esercitino il loro potere discrezionale per non imporre alcuna sentenza capitale e spingano le giurie a fare lo stesso.

- Agli operatori economici e culturali: rafforzino la loro determinazione di proclamare con vigore che l’applicazione di una punizione arcaica e degradante danneggia lo sviluppo armonioso dell’economia, del turismo, degli scambi culturali.

- Agli abolizionisti che operano in seno alla società civile: di agire all’unisono associandosi alla Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, per rafforzare le collaborazioni abolizioniste, o ad altre organizzazioni come la Rete delle Università Contro la Pena di Morte; - di stimolare il raggiungimento della consapevolezza e portare avanti campagne sull’abolizione presso il pubblico, presso i soggetti che prendono decisioni politiche, e gli studenti, collegandosi alla rete internazionale educativa e partecipando all’annuale Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte del 10 ottobre e alla manifestazione “Città per la Vita” del 30 novembre.
   Oslo, 23 giugno 2016

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(1) Il precedente Congresso Mondiale si era svolto tre anni prima a Madrid con la partecipazione di Andy De Paoli membro del Consiglio Direttivo del Comitato (v. n.  206).
(2) In una nostra traduzione dall’inglese. 

 

 

 

 

8) GERALD MARSHALL HA SCRITTO NEL BRACCIO UN LIBRO… INEFFABILE

Per darvi una autentica impressione di ciò che ha scritto Gerald Marshall nel braccio della morte del Texas, abbiamo composto un collage della sua autobiografia. Speriamo di farvi venire la voglia di comprare e leggere questo libro ineffabile, intitolato “999489 Dall’affido al braccio della morte”, che è stato tradotto in italiano, stampato in Polonia e distribuito da Amazon 
Vedi:  www.amazon.it/Dall-Affido-Braccio-Della-Morte/dp/1512175315

Prologo

Un giorno mi sono reso conto che non mi importava di me perché a nessuno era mai importato. Ero stato un tossicodipendente perché nella droga avevo trovato il sollievo al mio dolore. Questo ho capito durante i giorni trascorsi in solitudine nel braccio della morte ed in più ho anche capito che lo stato che mi ha trascurato da bambino e che non mi ha aiutato è lo stesso che ora vuole uccidermi.
 […] Ho scritto questo libro per dimostrare alla gente chi sono diventato e spero che leggendolo potrete capire meglio chi sono. Apprezzo davvero che abbiate permesso alla mia vita di entrare nella vostra, grazie per il sostegno.

Vivere con mia madre
Sono nato il giorno 11 luglio dell'anno 1982 da Johni e Gerald Marshall, sono il terzo di quattro figli.    […] Mia madre Johni la definirei semplicemente una tossicodipendente. […]
I miei ricordi più vivi su mia madre, completamente assuefatta alla cocaina, mostrano la sua volontà di rimanere in quello stato ad ogni costo. […] Non ricordo che lei mi abbia mai maltrattato, ma ricordo che maltrattava mio fratello e mia sorella maggiore. Loro hanno dovuto sopportare il peso dei suoi abusi anche quando noi altri facevamo qualcosa che ci metteva nei guai. […], lei li picchiava solo perché non aveva soldi per drogarsi. […]
Mia madre nel 1987 fu arrestata per abuso su minore e condannata a dieci anni in libertà vigilata. […] 
Vivevamo in una tipica casa di cocainomani senza mobili, eccetto un letto nella stanza di mia madre ed un divano. La casa era sempre sporca, noi indossavamo abiti sporchi e molto spesso eravamo senza luce.

Vivere con mio padre
Il mio cognome e quello delle mie due sorelle è Marshall, siamo tutti figli dello stesso padre (in base a quello che dice nostra madre), ma anche se mia sorella minore somiglia a mio padre ed ha il suo cognome, lui rifiuta di dire che è sua figlia. 
[…] Molte delle botte [che ci dava mio padre] non avevano motivo: chiamava me e mia sorella nel soggiorno e ci faceva domande riguardo a qualcosa di cui non sapevamo nulla, stavamo per essere picchiati solo con lo sguardo e quando riconoscevo quello stesso sguardo mi preparavo a quello che doveva succedermi.
[…] Quando mio padre mi picchiava correvo ovunque via da lui fino a che si stancava e smetteva di inseguirmi, lasciandomi intimorito a chiedermi se sarebbe tornato a frustarmi o no.
[…] Mio padre disse che era dispiaciuto e che non lo avrebbe fatto più. Mi chiese di abbracciarlo, vidi che stava piangendo, mi chiese anche se volessi ancora andare via e io stupidamente gli risposi di no. […]
C'erano momenti […] in cui ero felice di essere ancora vivo. In stanza io e Julia fummo costretti a sdraiarci sul letto e mio padre a turno ci picchiava senza sapere chi di noi sarebbe stato picchiato.
Colpiva le nostre gambe, i glutei, la schiena finché, stanco, mi faceva scendere dal letto per picchiare Julia fino a stancarsi nuovamente e riprendendo fiato mi comandava di risalire sul letto.
Mentre ci colpiva il pensiero che forse un giorno avrebbe potuto ucciderci si insediava nella mia testa, magari ci avrebbe colpito con qualcosa di letale. 
[…] Il giorno seguente mentre ero in classe fui chiamato dal preside, nel suo ufficio […] c'era anche mia sorella. Gli insegnanti ci guardavano e mia sorella mi spiegò cosa era successo. La sua insegnante notando i lividi sulle gambe aveva chiamato il preside che a sua volta aveva chiamato i servizi sociali.
Quando arrivarono, mio padre, non so come, lo seppe, entrò a scuola nello stesso momento in cui noi stavamo uscendo. Immediatamente cominciò ad urlare così come fece mia madre quando fummo portati via. Gridando, chiedeva perché ci stessero portando via, poi le sue urla si trasformarono in lacrime, poi di nuovo urla che costrinsero a chiamare la polizia che arrivò e scortò mio padre fuori dai locali scolastici. […]
Ho raggiunto la mia famiglia affidataria per la prima volta nel 1988 quando fui portato via da mia madre […]
Dopo due anni in questa casa nel 1990 fui mandato a vivere presso un’altra famiglia nella città di Missouri in Texas. […]

A scuola
La scuola qui era veramente un'altra storia. Ero davvero portato per gli studi, studiare e capire gli insegnanti divenne facile. Lì, nel Fifth Ward, però, la scuola non era solo la scuola, era un quartiere tutto per sé. I bambini facevano i bulli con gli altri bambini a causa della loro provenienza o perché erano troppo piccoli. Mi adattai ad entrambe le categorie. Arrivavo dal periodo trascorso poco tempo prima con mio padre in un quartiere chiamato Northwood Manor ed ero piccolo rispetto a tutti gli altri bambini di questa scuola. La buona notizia è che avendo subito tutte le botte di mio padre […] non ero affatto un ragazzino debole.
La mia prima sfida fu un ragazzo enorme, mi sono sempre chiesto perché fosse in prima media. Forse era lento o era solo enorme per qualche altro motivo. […] Faceva parte di una banda e per questo veniva costretto a battersi contro di me. I giorni passavano e ci incontravamo faccia a faccia, non facendo nulla. […] 
Lo scontro avvenne un giorno quando uscimmo dalla classe in cui eravamo insieme. Pensai che avrebbe fatto come al solito, guardarmi dritto in faccia per poi andare via, infatti così fu, ma quando mi voltai per andarmene mi colpì alla schiena. Non appena avvertii il suo colpo sentì urlare ovunque: "Stanno lottando, stanno lottando!". Mi voltai e colpii il ragazzo dritto sulla bocca, e neanche il tempo di iniziare che la rissa era finita. Il ragazzo mi afferrò, poi gli insegnanti cominciarono a dividerci […] In realtà, durante il percorso verso l'ufficio mi chiese perché l'avessi colpito con il lucchetto che usavo per bloccare le mie cose, tutto quello che potei fare fu sorridere e camminare nell'ufficio del preside. […] 
Avevo vinto […] quando pensai alla sua bocca che sanguinava copiosamente, pensai anche che i suoi denti erano andati, e per di più che stava piangendo. I membri di questo gruppo mi avvicinarono […] e mi dissero che mi avrebbero aspettato dopo la scuola perché avevo colpito uno di loro […] In quel momento ebbi paura!
[…]  Ma accadde qualcosa di strano. Il ragazzo che avevo colpito in precedenza con il labbro rotto e gonfio disse di lasciarmi stare, probabilmente avevo un paio di forbici o qualcosa di simile con me, e poi si rivolse a me dicendomi che non avrei dovuto colpirlo con quel lucchetto. Dopo prendemmo ognuno la propria strada.

Definitivamente solo
Mia madre [affidataria, Zelma] aveva 6 bambini in affido quindi […] lei percepiva 4000 dollari al mese.
Mia sorella fu portata via dalla casa di Zelma il 17 ottobre 1995 e […] e nei mesi successivi ebbi la conferma […] che dovevo rassegnarmi alla condizione di essere ormai solo.
[…] Gli incubi cominciarono a tornare quando mia madre si ripresentò nella mia vita. Ci dissero che stava seguendo tutti i suoi corsi di genitorialità e che si stava disintossicando, così sarebbe stata in grado di riavere la nostra custodia ben presto […].
I diritti di maternità le furono tolti nel 1995 quando era ormai evidente che non si sarebbe mai disintossicata. […]


La droga: una maschera che nasconde il dolore
Chi l'avrebbe mai detto che la droga mi avrebbe fatto sentire così bene? Questo fu quello che pensai la prima volta. Avevo undici anni e bevevo e fumavo erba come un uomo adulto. Pensavo di avere una ragione legittima […] a farlo, […] perché avevo la speranza di sperimentare qualcosa che cancellasse il dolore provato. La droga era sempre a mia disposizione, e un giorno pensai che avrei dovuto provare. Non c'era pressione da parte dei miei coetanei o dai miei amici, capirono che non volevo fumare erba, ma che avevo solo preso la decisione di provare. Un giorno stavamo giocando fuori e gironzolando nella zona, quando i miei amici iniziarono a fumare erba. Eravamo seduti lì a parlare e rilassarci un po’, quando chiesi di fumare con loro. Mi derisero un po’, pensando che stessi scherzando, fino a quando presi una canna da loro e iniziai a fumare.
[…] Dormivo meravigliosamente! Quella fu la mia scusa per iniziare a fumare erba ogni giorno. Non ero ancora dipendente, ma […] lo sarei stato presto. 
[…] All'età di 16 anni ero completamente dipendente da alcool ed erba. Con schiettezza fumavo, il mio ego crebbe e non mi si poteva dire nulla. Vendevo erba ai ragazzi a scuola assicurandomi così la mia dose. Poi iniziai a lavorare al Popeye. Poiché ero così intento ad affogare i miei dolori in droghe e alcool, iniziai a risparmiare parte del mio stipendio appositamente per stare su di giri e bere.
Il rapporto con [la mia madre affidataria] Zelma era inesistente, ci odiavamo a vicenda pertanto ogni volta che lei mi chiedeva di fare qualcosa al di fuori delle mie faccende non la facevo.
Portarle un bicchiere d'acqua? Rifiutavo! Tagliare l'erba? Mi chiedevo perché dovessi farlo sempre io, poi pensai che fosse un modo per uscire e fumare un po', anche se discutevo un po’ prima di andare finalmente fuori. Zelma ed io abbiamo sempre cercato di sbarazzarci l'uno dell'altro, saltavo fuori dalla finestra per andare a divertirmi con gli amici, tornavo ubriaco e fumato, e quando provavo a rientrare in casa lei aveva già chiuso la finestra, un modo per farmi sapere che non avrei potuto ingannarla.
[…] Quando avevo 17 anni, una famiglia di tre ragazzi entrò in casa: Debria ed i suoi due fratelli, Legammo subito e Debria mi raccontò che era stata portata via da sua madre a causa di un errore e che presto avrebbero lasciato quella casa. Per essere onesti, avevo visto così tanti bambini andare e venire che non mi importava. La droga era il mio rifugio sicuro ed ero concentrato su quello.
Il sesso non era mai stato un mio pensiero fino all'arrivo di Debria. Fino ad allora, avevo avuto fidanzate occasionali, ma non avevo mai avvicinato nessuna di loro a scopo sessuale. Ma con Debria fu diverso, lei si approcciò a me in quel modo e così cominciammo la nostra relazione sessuale. Senza capire come avere rapporti sessuali o come proteggere noi stessi, ci concedevamo al sesso ovunque e ogni volta che potevamo. Considerando che Zelma era così negligente, potevamo in qualsiasi momento assecondare i nostri desideri. Vorrei poter dire ora che il rapporto con Debria cambiò la mia vita. Non avevo mai sperimentato il sesso prima e mai mi ero sentito emotivamente completo con una donna, ma una volta provato, il sesso divenne un'altra abitudine.
Sei mesi prima del mio 18° compleanno, ero in cucina che lavavo i piatti quando Zelma venne a sedersi a tavola. Iniziò a parlare con me, ma io continuavo a lavare i piatti. “Tra sei mesi compirai 18 anni e perciò dovrai andare via”. La guardai appena che subito continuò: "A causa tua non mi hanno più affidato nessun altro bambino. So delle tue fughe dalla finestra e delle volte in cui fingevi di andare a lavoro e poi andavi in giro, Dio solo sa a fare cosa!". Mi voltai e la guardai, lei continuò dicendo che io ero la ragione per cui non le stavano affidando più nessuno e che sapeva anche della mia relazione sessuale con Debria, dei rapporti in bagno o sul frigorifero. Per tutte queste ragioni appena maggiorenne sarei dovuto andarmene. Io continuai a lavare i piatti. […]
Al compimento dei diciotto anni, superai l'età massima per essere sotto la tutela dei servizi sociali, ciò significava che lo stato del Texas non avrebbe più rimborsato Zelma per le spese sostenute per me. […]

La mia vita dopo l’affido
Compii diciotto anni e a nessuno rivolsi la parola andandomene di casa. Impacchettai tutte le mie cose con una busta della spazzatura e me ne andai senza che nessuno lo sapesse. 
[…] Il primo semestre [al college] andò bene, la maggior parte dei corsi erano ad un livello base in linea con quello che mi era stato insegnato al liceo, poi però durante il secondo semestre tutto cominciò a crollare. Invece di andare a casa e studiare, andavo alle feste con mio cugino, entrambi vendevamo droga fuori casa.
Grazie alle entrate extra fumavo sempre più erba, e ciò mi spinse ulteriormente lontano dallo studio. Dopo un anno e mezzo lasciai l'università.
[…] Avevo incontrato Kiesha dalla quale mi sentivo molto attratto e con la quale cominciai a passare molto tempo. Vedendo come viveva con i suoi bambini mi ricordai della mia infanzia, viveva sola con i suoi sei figli tutti adorabili. Dopo alcune settimane di conoscenza decidemmo di andare a vivere insieme. […]  All'inizio stare insieme fu fantastico, stavo fuori tutta la notte e facevo di tutto, vendevo e usavo droga oltre ad andare a caccia di donne, in pratica facevo tutto quello che non avrei dovuto fare. Un giorno tornai a casa e non vidi Kiesha, andai in bagno e la scoprii con polvere di cocaina sul naso. La chiesi cosa diavolo stesse facendo, mi rispose che non stava facendo nulla e allora replicai domandandole perché si stesse nascondendo, finimmo con il riderci su.  Ormai ero venuto a conoscenza del suo "vizietto". Ci sballavamo tutti giorni, lei fumava e faceva uso di cocaina io fumavo solo, finché decisi anch'io di provarla. Eravamo seduti e, mentre guardavamo la televisione, le chiesi di farmi provare e lei lo fece. Il mix di erba, alcool e cocaina fu una sensazione nuova per me e ne fui rapito tanto che cominciai a sniffare cocaina lutti i giorni. Fu l'inizio di un nuovo problema per me: stavo diventando come mia madre.
[…] Subito dopo, fui arrestato per spaccio di droga e messo ini libertà vigilata per tre anni. […] Cominciai a fare qualche piccolo furto ancora una volta per far fronte alle mie dipendenze e ciò causò attrito tra me e Kiesha. In verità era arrivato il momento di dividere le nostre strade prima che la nostra relazione entrasse in un vortice senza controllo. Me ne andai.  


Dalla strada al braccio della morte
Lasciai l'appartamento di Kiesha con un pacco pieno di vestiti e la consapevolezza che sarei diventato padre nell'arco di qualche mese. Me ne andai non sapendo dove andare, un problema che dovevo risolvere rapidamente. Pensai ad ipotetiche sistemazioni. […] L'unica soluzione plausibile era cercare mia sorella che per quello che sapevo si trovava a nord di Houston in una zona chiamata Greenspoint.    […] Incontrai un amico con cui in passato avevo avuto un legame molto stretto: Ronald Bo Worthy. Ci abbracciammo e subito gli chiesi se sapesse dove fosse mia sorella, e fui fortunato perché lo sapeva. […] Mia sorella […] subito capì […] che avevo bisogno di un posto dove stare, quelle furono le prime parole che uscirono dalla sua bocca Risposi di sì.
Non sapevo che mia sorella stava per essere sfrattata dal suo appartamento […]. Io avevo un figlio in arrivo, mia sorella già ne aveva due e stava per essere sfrattata. Sentivo che dovevo fare qualcosa.
Nel frattempo la mia dipendenza peggiorò, solo che non potevo più pagare per la droga perché non avevo un lavoro, perciò cominciai a fare dei piccoli furti nei negozi quando erano chiusi, rubando birra e vendendola a degli ubriaconi messicani il fine settimana. Feci qualsiasi cosa e dovevo anche trovare una soluzione ai miei problemi, avevo bisogno di soldi!
Un giorno io e Ronald, e un altro ragazzo chiamato Black, andavamo in giro cercando un posto per fare un po' di soldi quando ci imbattemmo in Gregory Love, gestore del Whataburger. Love propose l'idea di mettere in scena una finta rapina per vendicarsi dei suoi superiori e per aiutarmi a risolvere i miei problemi. All'inizio fui un po' restio, un rapina con delle persone presenti, anche se finta, era qualcosa di nuovo per me, ma avevo così tanti problemi che mi accordai per essere solo minimamente coinvolto anche perché ero convinto che nessuno sarebbe mai stato minacciato e ferito visto che si supponeva dovesse essere una farsa. […] La notte della falsa rapina arrivò e tutto stava andando secondo i piani finché Ronald entrò nel negozio. Fuori vidi alcuni impiegati dirigersi verso il retro e mi diressi anch'io in quella direzione per impedir loro di uscire da quella porta altrimenti avrebbero allertato la polizia, ma non appena oltrepassai la porta, nel buio della notte, sentii uno sparo: Ronald aveva sparato ad un certo Christopher Dean, un uomo con un leggero ritardo mentale. Dopo pochi giorni fui arrestato per omicidio. 
L'unica volta che ero stato in prigione fu quando venni arrestato per spaccio di droga, in realtà non ci rimasi per molto in quanto mi concessero la libertà vigilata per tre anni. Questa volta fu diverso. […]
Ho incontrato tanti detenuti con i quali si parlava del loro tempo trascorso in carcere. Un ragazzo in particolare, ha cambiato la mia prospettiva su come affrontare la prigione. […] Un giorno venne e si sedette sul mio letto. Mi disse: "Guarda ragazzo che qui […] ci sono diversi gruppi, Messicani, bianchi e neri e tu sei qui con i neri e stai creando un sacco di problemi. Ognuno di loro vuole farti fuori […] Gli chiesi di dire chi volesse farmi fuori, mi rispose solo dicendomi di calmarmi e che tutto sarebbe andato bene. […] Sentii parlare di shanks, coltelli artigianali fatti in carcere e me ne procurai uno per qualsiasi evenienza. Non succedeva mai niente, tranne il fatto che mi calmai e iniziai a frequente la biblioteca di legge. Nel frattempo imparai a giocare a scacchi. Questi due passatempi mi hanno permesso di star fuori dai guai nel carcere della contea di Harris.
All’incirca verso il mio ottavo mese [di carcerazione] cominciai a chiedermi perché non avessi sentito il mio avvocato, perché non mi avesse scritto o fosse venuto a trovarmi. Poi, una mattina questi venne e chiamarono il mio nome tra i prigionieri che avevano udienza in tribunale quel giorno. “Marshall si va in tribunale.” Feci il mio ingresso in aula, il mio avvocato sarebbe arrivato poche ore dopo. Quando lo vidi mi sorrise e mi domandò in maniera generica come stessi, io risposi di star bene e gli chiesi cosa stesse succedendo, se volessero darmi altro tempo [da passare in carcere]. Mi riferì che quella era un’udienza per informarmi che lo Stato intendeva chiedere una condanna a morte contro di me. Lo guardai incredulo chiedendogli di ripetere cosa aveva appena detto, proseguì dicendo che il giudice avrebbe dovuto notificare la richiesta di pena di morte nei miei confronti. Infatti il giudice mi confermò ciò che l'avvocato mi aveva appena riferito, aggiunse solo che avrebbe nominato un collaboratore per il mio avvocato.
Quella notte steso nel mio letto continuavo a chiedermi cosa fosse accaduto nella mia vita. Sapere che avrei avuto un bambino che avrei abbandonato come i miei genitori avevano fatto con me, sapere che, anche se non avevo ucciso nessuno, qualcuno era morto, tutto questo era troppo. Per la prima volta dopo tanto tempo piansi fino ad addormentarmi pregando di morire nel sonno. Sentivo che la mia vita non era più degna di essere vissuta. Pochi mesi dopo, parlai con [mia sorella] Julia al telefono, che mi disse che il 7 ottobre 2004 era nato mio figlio, Jaelon Marshall. […]

 


 

Jealon e Gerald Marshall in una foto recente

 

 

I miei ultimi nove mesi nel carcere della contea furono più tranquilli rispetto ai primi nove mesi. Iniziai ad andare in biblioteca per consultare testi di giurisprudenza e imparai a conoscere i miei diritti. Ero sicuro che non sarei stato condannato per aver ucciso qualcuno, perché in realtà non avevo ucciso nessuno. Costrinsi il mio avvocato a fissare una data per il processo. Pensai che se avessi dovuto passare del tempo in carcere avrei potuto anche iniziare a pagare il mio debito con la società. La data del processo fu fissata per il mese di ottobre del 2004.
[…]. La prima parte di ogni processo consiste nel cosiddetto voir dire, [è la fase durante la quale viene] scelta la giuria. Considerando che non ho alcun tipo di rapporto con la mia famiglia da quando sono vivo, sono stato costretto a chiedere al mio avvocato di comprarmi dei vestiti da indossare quel giorno. Procurò una vecchia giacca e alcuni pantaloni, ma non riuscì a trovare scarpe del mio numero così entrai nell'aula di giustizia colma di potenziali giurati e risatine. Tutti ridevano di me perché avevo le scarpe da tennis abbinate al vestito, persino il giudice rise divertito. Il voir dire era pieno di persone che avevano risposto al loro dovere civico di [candidarsi come] giurati, il procuratore distrettuale e il mio avvocato avrebbero dovuto valutare e scegliere chi avrebbe dovuto far parte della giuria. Questo fu il momento in cui iniziai a chiedermi se l'aver voluto un processo fosse stato un errore. Il terzo giorno del voir dire, il procuratore distrettuale entrò in aula dicendo di aver raggiunto un accordo con il mio co-imputato, Kenn Calliham, disposto a testimoniare contro di me in cambio di [una condanna a soli] dieci anni di libertà vigilata. Il mio avvocato non credeva alle sue orecchie, mi guardò mi disse: "Che cosa può testimoniare questo stronzo?" Gli chiesi se lo avesse già interrogato ma lui non lo aveva fatto. Ed ecco che così ebbe inizio la farsa. 
[…]  Sono stato condannato a morte nel novembre del 2004 e sono arrivato nel braccio della morte nel mese di dicembre.

 

 

 


9) CONSIDERAZIONI SUGLI OMICIDI AMERICANI NEL 2015 di Claudio Giusti


Omicidio e deterrenza della pena di morte

Negli Stati Uniti ci sono 15.000 omicidi criminali (murders e manslaughters) all’anno (25 anni fa erano 25.000. In Italia si è passati da 2.000 a meno di 500). 
Di questi 15.000 circa 10.000 sono colpiti da una sanzione, dallo schiaffetto sulla mano in su.
Dei 10.000 puniti la metà sarebbe passibile di pena di morte. Probabilmente i crimini potenzialmente mortali sono in realtà 7-8.000, visto che in questi 40 anni le aggravanti capitali sono cresciute a dismisura (le più strane e le più bislacche).
L’anno scorso a fronte di 15.000 omicidi criminali ci sono state 50 condanne a morte e 30 esecuzioni (le esecuzioni si riferiscono a crimini commessi 10, 20 e anche più di 30 anni fa).
Dei cinquanta condannati nel 2015 non più di una decina sarà ucciso nei prossimi 10, 20, 30 anni.
Nello stesso 2015 la polizia ha ucciso in scontri a fuoco più di 1.000 criminali, veri o presunti.    
Anche se non teniamo conto dei neri disarmati vediamo che per un delinquente americano l’ipotesi di essere ucciso dalla mano della giustizia è estremamente remota. 

 

 

 


10) ABBECEDARIO ABOLIZIONISTA di Claudio Giusti

A: Abolire la pena di morte in tutto il mondo, immediatamente e senza condizioni.
B: Dai tempi di Beccaria l’abolizionismo è divenuto coerente e scientificamente fondato.
C: Pena capitale significa che chi non ha il capitale si becca la pena.
D: La deterrenza della pena di morte è una bugia.
E: L’ergastolo non è un’alternativa alla pena di morte che, come tortura e schiavitù, non ne ha.
F: La pena di morte in Italia fu abolita nel 1888 e reintrodotta dal fascismo il 9 novembre 1926.
GH: Il “gallows humor” è l’unica forca accettabile.
I:  L’idea che un innocente possa salire sul patibolo dovrebbe togliere il sonno a tutti i forcaioli.
L: Cosa c’è di più democratico di un bel linciaggio?
M: È morale assassinare qualcuno a sangue freddo?
N: Neri, pazzi e minoranze sono le vittime preferite della pena di morte.
O: Occhio per occhio fa il mondo cieco. (Gandhi).
P: Tanta gente è stata “giustiziata” per avere pensato con la propria testa.
Q: La pena di morte è la soluzione qualunquista dei problemi
R: La pena di morte è ridicola perché uccidendo pretende di insegnare a non uccidere.
S: La pena di morte è un sacrificio umano.
T: La pena di morte è una forma di tortura.
U:La pena di morte è una violazione dei diritti umani e perciò non può essere applicata coerentemente e uniformemente.
V: Solo le vittime di alto valore sociale sono “vendicate” dalla pena di morte.
Z: Zero condanne a morte e zero esecuzioni.

 

 

 

 

11) DAL VERBALE DELL’ASSEMBLEA DEL COMITATO PAUL ROUGEAU DEL 19/6/2016

L’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau/Ellis One Unit si è riunita il 19/6/2016 alle ore 10:50 a Torino […]. Presiede il presidente del Consiglio Direttivo Giuseppe Lodoli, funge da segretaria Maria Grazia Guaschino per incarico del presidente. L'ordine del giorno è il seguente: 1) Relazioni sulle attività svolte dal Comitato Paul Rougeau dopo l'Assemblea del 31 maggio 2015. 2) Situazione iscritti al Comitato Paul Rougeau, gestione dei soci. 3) Illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2015. 4) Ratifica di eventuali dimissioni dal Consiglio Direttivo; elezione di membri del Consiglio Direttivo. Breve sospensione dei lavori dell'Assemblea per consentire una riunione del nuovo Consiglio Direttivo con il rinnovo delle cariche sociali. 5) Discussione, programmazione e approvazione del prosieguo delle attività in corso, inclusi: il sostegno ai detenuti Larry Swearingen e a Gerald Marshall, la diffusione del libro di Fernando Eros Caro “Non smettete mai di sognare”, la pubblicizzazione e la vendita dei libri di Dale S. Recinella e Gary Graham ancora in giacenza. 6) Acquisizione di un nuovo presidente onorario del Comitato, don Luigi Ciotti o altri, in sostituzione della defunta Margherita Hack. 7) Proposte di nuove attività nell'ambito del mandato del Comitato Paul Rougeau e approvazione delle stesse. 8) Ricerca di adesioni ideali di personalità al Comitato Paul Rougeau. 9) Varie ed eventuali.  In apertura di seduta si affronta il punto 1. All’o. d. g., illustrando le principali attività svolte dal Comitato dopo l’Assemblea del 31 maggio 2015. Prende la parola Grazia, che parla della pubblicazione del libro “Non smettete mai di sognare” con le lettere scritte dal braccio della morte di San Quentin da Fernando Eros Caro, uscito nel settembre 2015, libro curato da lei e da Giuseppe. Grazia ha partecipato come relatrice ad una serata con Karl Guillen – ex condannato all’ergastolo in Arizona – tenutasi a giugno del 2015 a Torino. Grazia parla del tour in Italia di Dale Recinella durato due settimane nel mese di ottobre, con numerose conferenze - anche nelle carceri di Torino - interviste, pubblicazione di numerosi articoli su e di Dale, sulle sue attività di cappellano carcerario e di attivista contro la pena di morte. […].  Il 6 febbraio scorso Grazia ha partecipato, insieme ad Enrico Peyretti del Centro Studi Sereno Regis, ad una puntata di “Uomini e Profeti”, una trasmissione di Radio 3 nel corso della quale è anche andata in onda un’intervista a suor Helen Prejean. Grazia continua a corrispondere con Fernando Eros Caro con una cadenza mensile e traduce gli articoli di Fernando per il bollettino del Comitato […].  Prende la parola Giuseppe che riferisce che è uscita, dopo quasi quattro anni dalla precedente, la nuova edizione dell’Opuscolo del Comitato, un libretto di 60 pagine che fornisce notizie essenziali sulla pena di morte e permette di documentarsi e prepararsi prima di cominciare una corrispondenza con i detenuti degli Stati Uniti. Nell’Opuscolo sono descritti i casi di alcuni detenuti seguiti dal Comitato. Del libro di Fernando da noi curato sono state vendute fino ad ora 49 copie delle 150 acquistate. […].  Del libro di Dale Recinella “Nel braccio della morte” rimangono da vendere (o da restituire alle Edizioni San Paolo) 29 copie. Del libro su Gary Graham rimangono da vendere 149 copie (delle 560 acquistate dalle edizioni Multimage nel 2004). Abbiamo in deposito una trentina di libri “Signornò” di Marco Cinque da vendere, i cui proventi sono devoluti a Fernando Eros Caro […].  Del Foglio di Collegamento sono usciti 7 numeri di cui 4 doppi (come nell’anno precedente […]. Raccolte e indicizzate 1.200 pagine di documentazione per la scrittura del bollettino che rimangono a disposizione di chi avesse interesse a consultarle. La Mailing list per l’invio del bollettino e di altre comunicazioni ha raggiunto […] l’ampiezza record di 541 indirizzi  […]. Andy si offre di scaricare materiale e articoli utili alla preparazione del bollettino dal sito della National Coalition Against the Death Penalty e di contattare tale organizzazione per ogni possibile collaborazione. Contatti di routine con Amnesty Sezione Italiana, Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, Comunità di Sant’Egidio. Consulenze a persone intenzionate cominciare una corrispondenza con condannati a morte. Si affronta il punto 2 all’o. d. g. e Grazia, responsabile dell’ufficio soci, riferisce che […] il totale dei soci alla data dell’assemblea è di 69, di cui 32 in regola con il pagamento della quota sociale. […]. Si decide di sollecitare i soci morosi, per email o per lettera, nel prossimo mese di settembre. Si passa al punto 6 e, dopo una approfondita discussione, si decide che se entro il 31 ottobre p. v. non si troverà il modo di contattate don Luigi Ciotti, si proporrà la presidenza onoraria del Comitato ad uno dei seguenti personaggi: Roberto Benigni, Andrea Camilleri (che è già socio onorario), Ernesto Olivero. […]. Si passa al punto 3 all’o. d. g. Paolo illustra il bilancio per il 2015 […].   La carenza di fondi per la nostra associazione è in aggravamento. A fine anno 2015 il fondo cassa risultava azzerato […]. Tra le uscite la principale - quasi 3600 euro - riguarda le spese per il tour di Dale Recinella in Italia  […]. Il bilancio è approvato all’unanimità. Punto 7: Andy si offre di andare a parlare nelle scuole a Roma, supportato da Giuseppe. Si approva l’iniziativa e si sottolinea la grande importanza di questa attività di coinvolgimento dei giovani nella problematica abolizionista, attività che ultimamente è andata scemando nel Comitato. Punto 4: Tutti i membri del Consiglio Direttivo dichiarano di essere dimissionari e quindi si rende necessario eleggere un nuovo Consiglio Direttivo. […]. L’Assemblea elegge all’unanimità nel Consiglio Direttivo del Comitato Paul Rougeau i soci Paolo Cifariello, Andrea De Paoli, Annamaria Esposito, Grazia Guaschino, Giuseppe Lodoli, Maria Antonietta Lodoli. Alle ore 14:20 i lavori dell’Assemblea vengono brevemente interrotti per consentire al Consiglio Direttivo appena eletto di nominare le cariche sociali. […]. Si eleggono all’unanimità dei presenti: Giuseppe Lodoli a Presidente, Maria Grazia Guaschino a Vice Presidente, mentre Paolo Cifariello viene eletto Tesoriere. Pertanto il Consiglio Direttivo risulta composto da: Giuseppe Lodoli (Presidente), Maria Grazia Guaschino (Vice presidente), Paolo Cifariello (Tesoriere), Andrea De Paoli, Anna Maria Esposito e Maria Antonietta Lodoli (Consiglieri). […]. Punto 5 : Non sono venute a conoscenza del Comitato novità riguardo ai casi giudiziari dei due condannati a morte seguiti, Larry Swearingen e Gerald Marshall. Andy si impegna a sentire l’avvocato James Rytting riguardo a Larry e Giuseppe, tramite Stefania Silva e/o Laura Silva, cercherà di sapere qualcosa riguardo a Gerald […]. Non essendoci varie ed eventuali da discutere, l’assemblea termina alle 15:30.

 

 

 


12) NOTIZIARIO

California. Due referendum di segno opposto sulla pena di morte. Il 17 giugno il Segretario di Stato della California, Alex Padilla, ha reso noto che la richiesta di un referendum sull'abolizione della pena di morte ha superato il quorum di 365.880 firme. A novembre quindi i Californiani andranno di nuovo alle urne per abolire la pena capitale, a 4 anni dal precedente analogo referendum che fallì per 4 punti percentuali. Sappiamo tuttavia che si stanno raccogliendo le firme per un referendum di segno opposto, sostenuto dai pubblici accusatori, che intende rimettere in moto la macchina delle esecuzioni ferma da anni. Tale referendum chiede che venga designato  un gran numero di avvocati ad occuparsi dei casi capitali e impone alla Corte Suprema della California di decidere gli appelli dei condannati a morte entro 5 anni. Se si tenessero entrambi i referendum  e - per assurdo - avessero entrambi successo, diventerebbe legge quello con la maggioranza più alta.

Egitto. All'ex presidente Morsi, già condannato a morte, 40 anni di carcere. Mohamed Morsi (o Mohammad / o Mursi), presidente regolarmente eletto in Egitto nel 2012 fu deposto con un colpo di stato nel 2013. Da allora in carcere perché accusato di tramare contro la sicurezza del paese, per aver passato documenti riservati al Qatar, il 18 giugno è stato condannato a 40 anni di carcere. Mohamed Morsi appartiene alla corrente religiosa della Fratellanza Musulmana, fuori legge in Egitto ma assi forte in Qatar. Si riteneva che dovesse subire una condanna a morte, come quella che hanno ricevuto 6 coimputati. Peraltro l'ex presidente egiziano si trovava già nel braccio della morte perché condannato alla pena capitale per aver favorito un'evasione di massa nel 2011 durante i disordini che portarono alla caduta del presidente Hosni Mubarak durante la 'primavera araba' (sulla vicenda di Morsi v. n. 222, Notiziario, e anche nn. 213, 214). 

Florida. Forse dopo l'estate si chiarirà la questione della pena di morte. La Corte Suprema della Florida, non ha risolto le questioni nate dalla sentenza Hurst v. Florida emessa della Corte Suprema degli Stati Uniti il 12 gennaio, e dalla risposta insufficiente a tale sentenza da parte del Parlamento dello stato. Ricordiamo che la sentenza Hurst dichiarò incostituzionale il sistema della pena di morte fino ad allora vigente in Florida perché assegnava in sostanza al giudice e non alle giurie il compito di scegliere tra ergastolo ed esecuzione nella seconda fase dei processi capitali (v. n. 226). La questione non fu risolta dalla risposta pasticciata data dal Parlamento floridiano e dal Governatore Rick Scott. Il 7 marzo è entrata in vigore una nuova legge che assegna il ruolo principale alla giuria ma richiede una votazione non unanime, con un minimo di 10 giurati su 12, nella seconda fase del processo, quella in cui si infligge la sentenza di morte (v. n. 227). Inoltre non è stato appurato se la sentenza  Hurst debba considerarsi retroattiva lasciando in una sorta di limbo  i 384 uomini e le 4 donne chiusi nel braccio della morte della Florida.

Giappone, Usa. Obama primo presidente Americano a recarsi ad Hiroshima. Il 27 maggio il presidente degli Stati Uniti, incontrando ad Hiroshima una delegazione di cittadini tra cui alcuni sopravvissuti all’olocausto nucleare del 7 agosto1945, ha pronunciato nobili e sagge parole. “71 anni fa, in un mattino luminoso e senza nuvole, la morte cadde dal cielo e il mondo cambiò […] Il progresso tecnologico senza un equivalente progresso nelle istituzioni umane ci può portare alla rovina” - ha esordito Obama, aggiungendo che le tecnologie richiedono “una rivoluzione morale.”  V. http://www.nytimes.com/video/world/asia/100000004440047/hiroshima-residents-on-obamas-visit.html

Iran. Incombe l'esecuzione di un 15-enne al momento del reato. In un comunicato diffuso il 31 maggio, il segretariato del gruppo di opposizione  NCRI (National Council of Resistance of Iran), denuncia l'incombente impiccagione in Iran di un 15-enne al momento del crimine, tale Reza Haddadi, detenuto da 13 anni nel carcere centrale di Shiraz. L' NCRI si rivolge disperatamente a tutte le organizzazioni per i diritti umani e specialmente all' Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, al Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, al Relatore Speciale dell'ONU per le Esecuzioni Extragiudiziarie, Sommarie e Arbitrarie e al Relatore Speciale dell'ONU per i Diritti Umani in Iran, chiedendo a tali soggetti di intervenire presso le autorità in favore di Haddadi. Nel comunicato viene ricordato che almeno 73 prigionieri sono stati messi a morte nel mese di maggio in Iran.

Iran. L’avvocato accusatore impicca personalmente due condannati a morte. In un comunicato del 5 giugno l’agenzia ufficiale iraniana FARS ha reso noto che due afgani sono stai impiccati dopo essere stati giudicati colpevoli di violenza sessuale e furti (ma non di omicidio). I nomi dei prigionieri, la data esatta dell'esecuzione e il luogo della stessa non sono stati resi noti nel comunicato nel quale però si può leggere una precisazione sconcertante: su richiesta delle parti offese, l’avvocato accusatore che aveva ottenuto le condanne a morte ha eseguito personalmente le impiccagioni. L'associazione per i diritti umani Iran Human Rights (IHR) ha condannato le esecuzioni per bocca del suo portavoce Mahmood Amiry-Moghaddam: “È scandaloso che gli avvocati eseguano le condanne. I leader iraniani sono responsabili di portare avanti la cultura della pena di morte in Iran.” In questa occasione, IHR ha ricordato che secondo il codice iraniano le sentenze capitali possono essere portate a termine anche dai familiari o dalle vittime del crimine.

Italia. Caso Ferrulli: Amnesty International Italia sulla sentenza di secondo grado. A seguito della sentenza di secondo grado emessa oggi dalla Corte d’assise d’appello di Milano riguardo al decesso di Michele Ferrulli, avvenuto nel capoluogo lombardo il 30 giugno 2011 per un arresto cardiaco mentre veniva ammanettato a terra, Amnesty International il 23 maggio 2016 ha rilasciato il seguente commento: “La sentenza odierna, confermando il verdetto di assoluzione nei confronti degli imputati, lascia ancora senza risposta, dopo quasi cinque anni, i familiari di Michele Ferrulli, che continueranno pertanto a chiedersi quali siano state le cause e quali le responsabilità della morte del loro congiunto”.

Louisiana. Lo stato spende per NON mettere i condizionatori nel braccio della morte. Nel sud degli Stati Uniti è ricorrente le richiesta di refrigerazione nelle carceri che diventano roventi d’estate, specie nelle sezioni in cui è praticato l’isolamento in minuscole celle, come i bracci della morte. In Louisiana - uno stato che ha attualmente un bilancio in profondo rosso - prosegue un’annosa causa civile intentata da tre detenuti del tristemente famoso penitenziario di Angola per ottenere l’istallazione di 9 impianti di condizionamento negli otto piani del braccio della morte. Il colmo è che la causa civile sta costando allo stato più di 1.000.000 di dollari (oltre ai propri avvocati la Louisiana deve pagare anche gli avvocato d’ufficio dei detenuti), una cifra superiore a quella necessaria per installare i condizionatori richiesti. Per ora la situazione viene affrontata con una doccia fredda al giorno, cestelli col ghiaccio nelle celle e ventilatori all’esterno delle celle.

Malawi. Non verrà comminata la pena di  morte agli uccisori di albini. il 20 giugno si è saputo che il  governo del Malawi ha respinto le pressioni ad adottare la pena di morte per coloro che uccidono gli albini ritenendo che le membra di costoro abbiano proprietà magiche (v. n. 229, Notiziario, Tanzania). Lo ha reso noto la Ministra dell'Informazione Patricia Kaliati: "Il Malawi ha sottoscritto molti trattati sui diritti umani e non vogliamo violarli. Non vogliamo che un ex capo di stato debba un domani rispondere riguardo alla pena di morte davanti alla Corte Criminale Internazionale". Madalitso Kazombo, un parlamentale del Partito del Congresso del Malawi, ora all'opposizione, aveva affermato di voler promuovere una legge che consentisse la pena di morte per gli uccisori di albini.

Texas. Un nuovo direttore per l’immenso sistema carcerario. Bryan Collier, attuale vice-direttore, il 1° agosto diventerà direttore del Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas (TDCJ). Amministrerà oltre 100 carceri, 40.000 dipendenti e 150.000 detenuti (v. www.tdcj.state.tx.us ). Dipenderà da lui la camera della morte più frequentata degli Stati Uniti. Collier viene dalla gavetta. Nell’arco di 30 anni ha lavorato nel Dipartimento come impiegato, poi come guardia carceraria, successivamente è stato responsabile del grande sistema dei detenuti in libertà vigilata. Ha lavorato con l’agenzia per oltre 30 anni. Tra le difficoltà che dovrà affrontare vi saranno quella dell’assunzione e del mantenimento in servizio dei dipendenti, la gestione di strutture degradate o fatiscenti, il contrasto del contrabbando di generi proibiti tra i carcerati. Ma potrà guadagnare parecchio: il direttore in scadenza, Brad Livingston, ha raggiunto uno stipendio di 266.500 dollari all’anno.

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 2 luglio 2016