FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 222  -  Maggio / Giugno 2015

Padre Vito e Paula Cooper - Braccio della morte dell'Indiana, 19 giugno 1987

SOMMARIO:

1) Paula Cooper si è suicidata

2) La mobilitazione dell'Italia per la salvezza di Paula Cooper di Giuseppe        Lodoli

3) Dal braccio della morte a 16 anni al suicidio a 45 la vita e la morte di            Paula Cooper

4) Glossip è andato buca, come era prevedibile... ma ora nella Corte                  Suprema c'è chi attacca la costituzionalità della pena di morte

5) Gli USA, non il Massachusetts, condannano a morte Djokhar

6) Nuove sospensioni dell'esecuzione di Shafqat Hussain in Pakistan

7) Condannati dieci uomini per l’attentato a Malala, anzi no solo due

8) In semilibertà il più giovane tra i prigionieri di Guantánamo

9) Il Nebraska abolisce la pena di morte ma il Governatore non ci sta

10) Una serata con Karl Guillen  di Grazia Guaschino

11) Dal verbale dell'Assemblea del Comitato Paul Rougeau del 31/5/2015

12) Riceviamo da Fernando Eros Caro

13) Notiziario: Arabia Saudita. California. Egitto. Globale. Iran, Italia, Texas

 

 

1) PAULA COOPER SI È SUICIDATA

 

Paula Cooper, salvata dalla sedia elettrica dell'Indiana nel 1988, è morta suicida il 26 maggio scorso. Era uscita dal carcere appena due anni fa.

La tragica conclusione della vicenda di Paula addolora profondamente coloro che, scossi dalla sua condanna a morte, si dedicarono alla causa abolizionista.

Afro-americana nata nella cittadina di Gary il 25 agosto 1969, Paula fu condannata a morte l'11 luglio 1986 per l'omicidio della 78-enne Ruth Pelke avvenuto il 14 maggio 1985. L'omicidio per rapina, che fruttò un misero bottino (10 dollari e una vecchia auto), fu da lei compiuto insieme a tre ragazze di età compresa tra i 14 e i 16 anni: Karen Corder, April Beverly e Denise Thomas.  

Nel 1986 la risonanza che ebbe in Italia la condanna a morte di Paula Cooper - quindicenne al momento del reato -  trasformò l'attivismo contro la pena di morte in un movimento popolare di massa.

La mobilitazione in favore di Paula costituì una spinta importante, forse determinante, per l’evoluzione del suo caso: la condanna capitale di Paula Cooper fu commutata in pena detentiva il 13 luglio 1989.

 

 

2) LA MOBILITAZIONE DELL'ITALIA PER LA SALVEZZA DI PAULA COOPER

di Giuseppe Lodoli

 

Per la salvezza di Paula Cooper si impegnarono autorità religiose e laiche, forze politiche, associazioni, sindacati, ordini religiosi e centinaia di migliaia di cittadini italiani.

 

Nell'estate del 1986, immediatamente dopo la condanna a morte di Paula Cooper, prima il Partito Radicale, poi il Governo e i parlamentari italiani, si rivolgono alle autorità americane per ottenere la commutazione della condanna capitale.

Dal 1° al 10 agosto del 1986 al Campo nazionale dell'Agesci ai Piani di Pezza (Route R/S) gli scout italiani sottoscrivono in 5681 una petizione in favore di Paula e la consegnano al papa Giovanni Paolo II, in visita al campo, pregandolo di intervenire.

Il 6 novembre 1986 cominciarono a Roma, presso l'Associazione Carcere e Comunità presieduta da don Germano Greganti, una serie di riunioni interconfessionali e interassociative - con la partecipazione determinante dei radicali, della Chiesa battista e della Chiesa valdese - per organizzare la mobilitazione popolare in favore di Paula Cooper.

Alle riunioni vengono via via chiamate a partecipare numerose associazioni, ordini religiosi e forze politiche e sindacali: Acli, Agesci, Arci, Azione Cattolica, Chiesa Valdese di Roma, Cisl, Comunità di Sant'Egidio, Democrazia Cristiana, Francescani, Gesuiti, Gioventù Liberale, Missionari C. I. C. M., Movimento Giovanile Socialista, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento per la Vita, Sinistra Giovanile, Partito Radicale, Salesiani, Sottocommissione Diritti umani del Parlamento Europeo, Suore ICM, Ucebi (Unione Cristiana Evangelica Battista d'Italia), Uil.

Le consultazioni reciproche, le riunioni e le azioni anche spericolate (Paolo Pietrosanti viene bloccato dalla polizia mentre contesta George Bush Sr. in visita al cimitero militare di Anzio) continuano fino alla risoluzione del caso Cooper (13 luglio 1989)...

Solidarietà reciproca ed amicizia tra i sostenitori di Paula scaturirono abbondantemente sin  dalle prime riunioni (chiamate 'adunanze' da don Germano) ed anche prima della costituzione formale di un organismo di collegamento delle forze impegnate in favore di Paula Cooper.

Nel marzo 1987 venne fondato il Coordinamento "Non uccidere" tra enti ed associazioni religiose e laiche per l'abolizione della pena di morte, con lo scopo prioritario di salvare la Cooper dalla sedia elettrica. Chi scrive fu nominato Segretario del Coordinamento da don Germano durante una riunione, (probabilmente perché lui aveva bisogno di qualcuno che gli facesse il verbale...).

"Non uccidere"  'perseguitò' personalità grandi e piccole, a cominciare dal papa Giovanni Paolo II, il quale, dopo un anno di resistenza, cedette e scese in  campo a favore di Paula Cooper e contro la pena di morte... per finire con Raffaella Carrà che nel suo show settimanale ripeteva l'invito a sottoscrivere l'enorme petizione in favore di Paul Cooper che raggiunse il milione di firme, buona parte delle quali furono recapitate ufficialmente alle Nazioni Unite.

Vogliamo ricordare alla rinfusa un po' di persone - qualcuna nel frattempo passata a miglior vita seguendo don Germano - che si spesero per Paula: Ivan Novelli e Paolo Pietrosanti, Maurizio Stefanini,  Marilia Di Meo, Mario Monge, Adriano Roccucci e Marina Ceccarelli, Alassandro Geria, Sergio Gatti, il pastore Guarna, Antonio Ventura, Bill Pelke, Bill Touchette, Gesuina e Silvana...

Ma furono soprattutto due ecclesiastici - molto diversi per carattere, look e storia personale - che ebbero un ruolo fondamentale nella vicenda di Paula Cooper. Si trattò di don Germano Greganti, prete secolare, monsignore e anziano presidente dell'Associazione Carcere e Comunità, e del francescano padre Vito Bracone, un meridionale che parlava bene l'inglese e si muoveva altrettanto a suo agio negli Stati Uniti e in Italia, magari all'inseguimento in strada di madre Teresa di Calcutta per ottenere un suo intervento presso le autorità dell'Indiana.

 

 

3) DAL BRACCIO DELLA MORTE A 16 ANNI AL SUICIDIO A 45. LA VITA E LA MORTE DI PAULA COOPER (1)

 

Riportiamo in parte - in una nostra traduzione - un articolo di Liliana Segura comparso sul The Intercept all'inizio di giugno, che contiene le testimonianze di due amiche di Paula Cooper, preziose per tentare di comprendere ciò che è avvenuto negli ultimi anni e gli ultimi giorni di vita della ex condannata a morte dell'Indiana.

 

Lo scorso Memorial Day (2), poco prima delle otto di sera, la 45-enne Paula Cooper decise di andare a fare shopping per un nuovo look. "Voleva andare da Rainbow" ricorda la sua amica Orneshia Linton, riferendosi ai grandi magazzini che vendono abiti e accessori per giovani, "Rainbow è chiuso, baby' - dissi - 'oggi è il Memorial Day. Al massimo possiamo andare da Wallmart". Così fecero.

Orneshia  era preoccupata per Paula. Le due donne erano molto amiche sin da quando si incontrarono in una prigione dell'Indiana nel 1995. Paula era lì già da una decina d'anni quando Orneshia arrivò al carcere di Rockville con una condanna a trent'anni per droga. Paula decise immediatamente di prendersi cura della nuova ragazza, offrendosi di farle i capelli. Orneshia ne fu sorpresa. All'esterno Paula Cooper era conosciuta solo per il suo crimine, l'infame delitto che aveva commesso quando aveva 15 anni. Ma a Rockville era nota solo come persona gentile. Paula era solita mettere insieme pacchi di pasta e altri generi alimentari per i detenuti che non avevano soldi da spendere allo spaccio.

Quando Orneshia e Paula finalmente furono rilasciate, rispettivamente nel 2010 e nel 2013, era Paula che aveva avuto bisogno di aiuto per muoversi nel mondo intorno a lei. A quel tempo aveva 43 anni ed era stata in prigione per tutta la sua vita di adulta.

Prima che le due si incontrassero per andare da Wallmart quel lunedì sera, Orneshia aveva ricevuto una telefonata da Paula: "Capii che c'era qualcosa che non andava in Paula". Orneshia l'aveva invitata a raggiungerla al lavoro durante la pausa pranzo."Naturalmente si perse". Paula non sapeva ancora orientarsi a Indianapolis. Si affidava unicamente al suo navigatore GPS. Ed era una pessima guidatrice. Dalla sua finestra Orneshia vedeva Paula affannarsi per trovare l'indirizzo. Quando finalmente giunse e si misero a sedere ad un tavolo, Paula cominciò a piangere a dirotto. "Sembrava una bambina... come se fosse sconfitta ed esaurita" racconta Orneshia. Paula disse: "Amica non ce la faccio più". E continuava a portare la mano al petto dicendo: "È dentro di me".

Orneshia non volle indagare - Paula era una persona riservata - si immaginò che ci fossero problemi tra lei e il fidanzato. Invitò Paula a venire a stare da lei per qualche giorno, in una stanza disponibile nella sua nuova casa.

Più tardi da Wallmart Paula appariva di miglior umore. Comprò un nuovo completo: un pantalone grigio kaki, un top grigio nero e bianco, sandali Dottor Scholl's neri. Comprò anche della biancheria, delle mutandine di satin bordate di merletto. Di ritorno a casa, Paula chiese a Orneshia della carta da lettera e delle buste, poi trascorse un po' di tempo nel patio fumando sigarette e scrivendo.

Fu solo la mattina seguente, il 26 maggio, molto presto, quando si svegliò, che Orneshia scoprì che Paula se n'era andata, lasciando le targhette dei vestiti nuovi sul letto.

Le tessere del puzzle si ricomponevano in un disegno comprensibile! Il marito di Orneshia andò giù in cucina e cominciò a gridare "Meshia! Meshia!"

Orneshia scese giù. Racconta: "Mio marito mi porse tre buste e una lettera per me. Ho letto l'inizio della lettera a me indirizzata e l'ho lasciata cadere. Ho detto 'andiamo!' "

Orneshia in realtà non sapeva dove andare. Ma le lettere rendevano chiare le intenzioni di Paula: "disse che voleva andare dove nessuno potesse vederla, ascoltare il cinguettio degli uccelli per l'ultima volta e veder sorgere il sole".

Più tardi quel giorno, dopo una ricerca infruttuosa della sua amica, Orneshia parlò al telefono con la polizia. Apprese che Paula era stata trovata sotto un albero nella zona nord della città, uccisa da un colpo di pistola che si era sparato alla testa.

La notizia del suicidio di Paula Cooper si è diffusa velocemente nello stato dell'Indiana, dove il suo rilascio nel 2013 era stato un grande avvenimento. Paula era famosa un tempo per essere la più giovane prigioniera nel braccio della morte del paese: una ragazza condannata all'età di16 anni alla sedia elettrica per la brutale uccisione di un'insegnante di Bibbia di 78 anni, di nome Ruth Pelke. Altre tre ragazze presero parte nel 1985 a questo crimine. Fuggirono con 10 dollari e la vecchia macchina della vittima. Ma Paula fu descritta dalle coimputate come la capobanda. Solo lei fu mandata nel braccio della morte.  [...]

[Dopo la commutazione della sentenza capitale di Paula e il completamento di una pena detentiva di 28 anni,] nessuno aveva pensato che il reinserimento di Paula sarebbe stato facile. "La mia più grande preoccupazione è di vederla sistemata e che trovi un lavoro," riferì Bill Pelke [nipote della vittima di Paula] al giornale USA Today la vigilia del suo rilascio, rifiutando di fare altri commenti. Aveva paura che l'attenzione della stampa potesse rendere ancora più difficile il già complicato processo di riadattamento alla libertà.

Infatti il giorno che lasciò la prigione le macchine fotografiche e le cineprese aspettavano nel parcheggio, tanto che Paula fu scortata fuori dal retro e poi portata in una località sconosciuta. C'erano voci di minacce di morte: "La gente fu veramente cattiva in tale occasione," ricorda l'avvocatessa Monica Foster che si occupò di lei per molto tempo.

Tradizionalmente, ad una persona che lascia il carcere in Indiana viene dato un biglietto dell'autobus e un assegno di $ 75. Paula in confronto ebbe più sostegno - l'arcivescovo di Indianapolis l'aiutò a trovare un luogo dove vivere. Tuttavia ella era veramente sconvolta. Non era stata mai da adulta nel mondo - figuriamoci cominciare a starci nel 2013.

Tre giorni dopo aver lasciato il carcere, Paula ha chiamato la sua amica Melissa Marple, soprannominata Precious, che viveva a Marion in Indiana.  "Sai, Precious, ho bisogno che tu venga qui" le disse Paula. Melissa finì con l'andare ad Indianapolis per aiutare la sua amica: "Eravamo grandi amiche, volevo essere lì per Paula " dice.

Quando, nel soggiorno della propria casa, Melissa ci ha raccontato di Paula Cooper, era il primo sabato di giugno, meno di due settimane dopo il suicidio di Paula. Melissa aveva una scatola di fazzoletti sul divano vicino a lei e Ormeshia Linton sedeva su una sedia alla sua sinistra. Le due donne non si erano mai incontrate in prigione, tuttavia ciascuna era in grado di finire le frasi dell'altra mentre ricordavano l'amica. Melissa aveva incontrato Paula nel 1993 mentre era in prigione per una condanna per droga. Ella ammirava il suo sorriso e la sua empatia verso le detenute che erano emarginate a causa dei loro crimini. Melissa racconta che una donna era arrivata a Rockville dopo aver ucciso la sua bambina e la gente diceva in continuazione un sacco di cose cattive contro di lei, ammettendo: "anche io"; ma Paula fece di tutto per assicurarsi che la ragazza si sentisse a suo agio.

Appena Paula cominciò a mettere ordine nella sua vita, Melissa la vide meno frequentemente. Paula non aveva mai avuto un lavoro fuori dalla prigione ma era abile in cucina. Presto fu assunta al Five Guys da un manager che assumeva di preferenza ex carcerati. Paula divenne lei stessa manager. In seguito divenne assistente legale nel Centro per la difesa legale degli indigenti dello Stato dell'Indiana (3), dove lavorò con Monica Foster, che l'aveva difesa sin da quando era una teenager. Le due donne cominciarono a parlare di questioni sociali nelle classi dei college. "L'agitava parlare in pubblico" mi disse una volta per telefono la Foster, ma voleva risarcire la comunità, particolarmente parlando ai giovani "si sentiva di poter dire loro qualcosa che gli altri adulti non avrebbero potuto dire. [...]

Quando Monica Foster incontrò per la prima volta Paula era una giovane avvocatessa. Si meravigliò del fatto che "nessuno si fosse preoccupato di dire alla detenuta che non era possibile che lei venisse prelevata dalla sua cella e messa a morte in qualsiasi momento per il ghiribizzo di qualcuno." La ragazza pensava che potesse essere messa sulla sedia elettrica in qualsiasi momento. "Era veramente atterrita."

I tormenti di Paula Cooper non finirono dopo che la sua sentenza di morte fu commutata. Una volta, dopo essere venuta alle mani con una guardia, Paula finì in segregazione solitaria per tre anni - 23 ore al giorno in una cella delle dimensioni di un bagno. Tale punizione fu eccezionalmente lunga, andando dal 1995 al 1998. "Sono stata per un certo tempo in segregazione anch'io," ha detto Melissa. "Anche dopo un breve periodo in segregazione solitaria, non sei più la stessa che eri prima."

Tutti quelli con cui ho parlato, hanno detto che Paula aveva soprattutto bisogno di un sostegno psicologico, tanto quanto di una casa e di un lavoro.

"Sono arrivata alla conclusione che chiunque trascorra molto tempo recluso a quell'età abbia bisogno di un trattamento psicoterapeutico" mi ha detto la Foster "che lo voglia o no."

"L'aspetto psicologico, penso, è una delle ragioni importanti per cui siamo seduti qui [a parlare del caso di Paula]," ha detto Melissa. "L'abuso subìto a casa dai genitori, l'abuso in prigione, un lungo periodo di reclusione ... portava tutto dentro di sé, compreso il suo crimine." Il suo crimine era una grande parte del suo carico. La maggior parte delle persone l'aveva condannata sin da quando aveva 15 anni, indipendentemente da qualsiasi altra cosa avesse fatto in seguito. Bill Pelke poteva averla perdonata - aveva perfino lanciato un movimento basato sul perdono. Ma gli amici dicevano che Paula non si sentiva degna di ciò. Lei non si era mai perdonata. [...]  Trad. di M. A. Zezza

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(1) Il titolo originale dell'articolo di Liliana Segura comparso sul The Intercept il 12/06/2015, qui tradotto in parte, è "From Death Row at 16 to Suicide at 45: The Life and Death of Paula Cooper".

(2) Il Memorial Day cade il 25 maggio.

(3) Si tratta dell' Indiana Federal Community Defenders

 

 

4) GLOSSIP È ANDATO BUCA, COME ERA PREVEDIBILE...

... ma ora nella Corte Suprema c'è chi attacca la costituzionalità della pena di morte

 

Si è aperto uno spiraglio nella Corte Suprema degli Stati Uniti: da esso potrebbe passare la futura abolizione della pena di morte in quanto contraria alla Costituzione che proibisce le pene 'crudeli e inusuali'.

 

La questione era giunta (quasi per miracolo) all'esame della massima corte a seguito del ricorso avanzato da tre condannati dell'Oklahoma: Richard Glossip, John Grant e Benjamin Cole. Per alcuni mesi abbiamo seguito l'andamento del ricorso Glossip v. Gross presso la Corte Suprema degli Stati Uniti (1). Il ricorso riguardava in particolare la liceità dell’uso di midazolam, il primo dei tre farmaci utilizzati per uccidere i condannati in Oklahoma. La sentenza era attesa entro giugno e infatti lunedì 29, con un voto a stretta maggioranza (5 a 4), è stato dato il via libera all’Oklahoma, e di conseguenza alla Florida e ad altri stati, di continuare ad uccidere con l'iniezione letale (2).

A sorpresa però, due dei quattro giudici dissenzienti hanno aperto la porta di quella che potrebbe divenire una sfida storica alla pena di morte in sé. Il giudice Stephen G. Breyer ha scritto che la pena di morte “è ingiusta, crudele e inusuale” e quindi contraria alla Costituzione. A lui si è accodata la giudice Ruth Bader Ginsburg.

Richard Dieter, del Death Penalty Information Center di Washington, ha dichiarato: “Penso che questo caso verrà ricordato più per tale osservazione che per la sentenza in sé. Breyer ha in qualche modo piantato un paletto dando il via alle corti di discutere sulla pena di morte in sé. Ha tracciato il percorso su cui si muoverà il Paese dopo aver girato l’angolo riguardo alla pena di morte.”

Le altre due giudici 'liberali', Sonia Sotomayor ed Elena Kagan, pur distinguendosi da Breyer e Bader Ginsburg, hanno dissentito energicamente dalla decisione presa dalla maggioranza della Corte Suprema di dare disco verde al metodo dell'iniezione letale.

Sonia Sotomayor ha accusato la maggioranza di far sopravvivere “un metodo di esecuzione intollerabilmente doloroso – al punto di essere l’equivalente chimico del bruciare viva una persona”. La giudice Elena Kagan ha concordato con questa affermazione.

E’ insolito che i giudici di minoranza leggano le loro osservazioni di dissenso, ma il 29 giugno sia Breyer che Sotomayor lo hanno fatto, e ad alta voce.

Il giudice Breyer ha sostenuto la sua tesi affermando che le esecuzioni sono costose, non hanno uno scopo di deterrenza e sono inaffidabili. Ha dichiarato: “L’anno scorso, nel 2014, sei condannati a morte sono stati esonerati perché trovati innocenti. Tutti erano stati in carcere da oltre 30 anni”. Ha aggiunto che sarebbe un errore accelerare le esecuzioni, perché così facendo quasi certamente si ucciderebbero degli innocenti. Ha quindi concluso: “Insomma, la somministrazione della pena di morte può avvenire velocemente ma in modo inaffidabile oppure con grandi ritardi ma senza una giustificazione significativa. Non possiamo ottenere che sia positiva in nessuno dei due modi”.  (3)

E veniamo alla maggioranza forcaiola.

“Benvenuti al Giorno della Marmotta”, ha scritto in tono derisorio l'ineffabile giudice Antonin Scalia (il riferimento è alle marmotte che escono per un po’ dalle loro tane per poi tornare in letargo per molto tempo). Scalia ha contestato i giudici liberali della Corte per aver impedito per mesi di eseguire le sentenze in tempi ragionevoli, chiedendo una revisione esaustiva della procedura, per poi lamentarsi dei ritardi e dei costi nell'eseguire le sentenze. “Il giudice Breyer è stato il 'primo tamburo' in questa parata”, ha detto Scalia.

L'evoluzione positiva della Corte Suprema è in sintonia  con la riduzione del sostegno alla pena di morte da parte del popolo americano in generale e dei Democratici in particolare (ora secondo il Pew Research Center solo il 40% di questi ultimi è favorevole alla massima punizione, mentre lo “zoccolo duro” è costituito dai Repubblicani, che sono per il 75% ancora favorevoli alle esecuzioni) e con l’aumento degli stati americani che stanno abolendo la pena di morte nelle loro giurisdizioni (ultimo, come annunciamo qui sotto, è il Nebraska che ha portato a 19 il numero degli stati USA in cui il boia è ormai disoccupato).

Dobbiamo comunque tener presente che  la maggioranza dei giudici della Corte Suprema è ancora favorevole alla pena capitale. Lo è il giudice presidente, John G. Roberts Jr., lo sono i giudici Antonin Scalia, Anthony M. Kennedy e Clarence Thomas. E lo è Samuel e A. Alito Jr., che ha scritto la sentenza Glossip vs. Gross.

Il giudice Alito ha scritto, a proposito delle possibili sofferenze provocate dall’esecuzione: “Dal momento che qualche rischio di provocare sofferenza è insito in qualsiasi metodo di esecuzione, abbiamo sentenziato che la Costituzione non richiede di evitare qualsiasi rischio di sofferenza. Dopo tutto, mentre la maggior parte degli esseri umani si augura una morte indolore, a molti questa fortuna non è data.”

Da notare che l’Oklahoma non ha perso tempo e, appena la sentenza è stata emessa, ha fissato per il 16 settembre prossimo la data di esecuzione di Richard Glossip.   (Grazia)

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(1)  V. nn. 220, 221.

(2) In questo frangente, in California, stato in cui i condannati a morte sono più numerosi che in ogni altro stato, l’amministrazione del governatore Jerry Brown si è proposta di mettere a punto un nuovo procedimento di iniezione letale entro 120 giorni.

(3) L’articolata argomentazione del giudice Stephen G. Breyer sull’incostituzionalità delle pena di morte comincia con queste parole:  “Nel 1976, la Corte ritenne che le infermità costituzionali della pena di morte potessero essere sanate; la Corte in effetti delegò significative responsabilità ai singoli stati per lo sviluppo di procedure che avrebbero dovuto ovviare a questi problemi costituzionali. Circa 40 anni di studi, ricerche sul campo ed esperienze indicano, tuttavia, che lo sforzo in tal senso è fallito. Oggi l’amministrazione della pena di morte ha 3 fondamentali difetti dal punto di vista costituzionale: (1) una grave inaffidabilità, (2) arbitrarietà nell’applicazione e (3) e ritardi immorali nell’applicazione che inficiano lo scopo della pena. Probabilmente in conseguenza di tutto ciò in molte parti degli Stati Uniti si è abbandonato l’uso della pena di morte. Voglio entrare in dettaglio in ciascuna di tali considerazioni, mettendo in rilievo i cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi 4 decenni. Perché sono proprio questi cambiamenti che, uniti all’esperienza ventennale da me maturata in questa Corte, mi portano a ritenere che la pena di morte, in se stessa, costituisca ora plausibilmente una 'punizione crudele e inusuale', quindi proibita per legge. [...]”

 

 

5) GLI USA, NON IL MASSACHUSETTS, CONDANNANO A MORTE DJOKHAR

 

Djokhar Tsarnaev: l'unico dei due fratelli attentatori alla maratona di Boston sopravvissuto è stato condannato a morte. La sentenza capitale è stata pronunciata il 15 maggio.

L'esito del processo costituisce una sconfitta per la famosa avvocatessa Judy Clarke che ha difeso il condannato: ella aveva fatto il possibile per ottenere una condanna all'ergastolo argomentando che Djokhar era stato manipolato dal fratello più grande Tamerlan.

La giuria federale composta di 12 membri prima di emettere il verdetto ha discusso per 14 ore.  L'imputato è stato giudicato colpevole di tutti e 30 i capi di accusa, 17 dei quali comportano la pena di morte.

Gli accusatori avevano descritto Djokhar Tsarnaev - immigrato con la famiglia dal Caucaso nel 2002 - come un freddo jihadista intenzionato ad uccidere Americani innocenti per vendicare le morti di Mussulmani innocenti nelle guerre combattute dagli Americani in Iraq e in Afghanistan

"Dopo la carneficina, la paura e il terrore che ha causato, la decisione è chiara," aveva dichiarato l'accusatore Steven Mellin alla conclusione del processo, aggiungendo: "La sola sentenza che faccia giustizia in questo caso è la morte".

Ricordiamo che il 19-enne Djokhar insieme al fratello più grande Tamerlan fece esplodere due bombe nei pressi dell'arrivo della maratona di Boston il 15 aprile 2013 provocando 3 morti e centinaia di  ferimenti (240 persone furono ferite gravemente, 17 persero almeno un membro). Tamerlan fu ucciso in uno sconto a fuoco con la polizia tre giorni dopo l'attentato.

L'8 aprile era finita la prima fase del processo in cui Djokhar era stato giudicato colpevole di reato capitale (1). Dato che la fase preliminare del processo con la scelta dei giurati è durata due mesi e il processo due mesi e mezzo, possiamo dire che  la 'vendetta' per l'attentato 'terroristico' avvenuto in territorio americano è stata sul palcoscenico nazionale per quattro mesi e mezzo. E non è finita dato che l'iter degli appelli durerà anni...

Dal momento che il caso è chiarissimo, ci domandiamo se tanto tempo, tanta enfasi e tanta energia siano davvero necessarie per arrivare a giudicare Djokhar Tsarnaev o se, invece, non vi sia anche l'intento di fare scena.

Come era prevedibile, i sondaggi fatti sull'intero territorio nazionale danno un 70% di cittadini statunitensi favorevoli alla sentenza di morte, ma in Massachusetts un'ampia maggioranza di abitanti è contraria alla sentenza capitale. Quindi dobbiamo pensare che si tratti più della vendetta degli Americani nel loro complesso che degli abitanti dello stato colpito. Ciò è coerente con il fatto che  il Massachusetts non ha la pena di morte ed il processo contro Tsarnaev si è tenuto in una corte federale.

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(1) v. nn. 206 e 221

 

 

6) NUOVE SOSPENSIONI DELL'ESECUZIONE DI SHAFQAT HUSSAIN IN PAKISTAN

Il 9 Giugno 2015 è stata di nuovo sospesa in extremis, a Karachi in Pakistan, l'esecuzione del giovane Shafqat Hussain, condannato a morte per aver rapito un bambino di sette anni nel 2004 a Karachi e per averne causato involontariamente la morte (1).

La Corte Suprema del Pakistan poche ore prima dell'impiccagione aveva disposto la revisione del caso di Shafqat da parte di una Commissione di tre giudici. L'avvocato del giovane, Tariq Hassan, ha dichiarato che a quel punto sia il condannato che la sua famiglia avevano perso ogni speranza.

Si è trattato della quarta sospensione.

La sua esecuzione, inizialmente fissata per il 19 marzo era stata sospesa una prima volta dal presidente del Pakistan Mamnoon Hussain (1).  Quando è arrivata la notifica della sospensione, il meschino Shafqat era stato già stato vestito con un'uniforme bianca per l'impiccagione  e gli era stato detto di scrivere le sue ultime volontà.

Dopo un'ulteriore sospensione disposta dal presidente, il 5 maggio era stato un giudice a sospendere l'esecuzione.

L'ultima sospensione, quella del 9 giugno, è stata disposta, come abbiamo detto, da una commissione di tre giudici che hanno iniziato una revisione del caso.  In precedenza la revisione del caso era stata affidata alla FIA, il servizio di investigazioni pakistano equivalente all'FBI. Pare che il potere giudiziario abbia dichiarato incompetente la FIA e si sia riservato di indagare sui vari aspetti dell'affare Shafqat, a cominciare dall'età del condannato all'epoca dei fatti.

La difesa di Hussain Shafqat, e varie ong internazionali tra cui Amnesty International, sostengono che il detenuto aveva 14 anni al momento del reato. 

Shafqat ha passato dieci anni nel braccio della morte con il continuo terrore dell'esecuzione; soffre psichicamente e fisicamente per le torture inflittegli al fine di strappargli una confessione (gli sono state estirpate le unghie e spente sigarette sul corpo).

Sta di fatto che in mezzo al turbine delle esecuzioni pakistane egli è ancora vivo. E forse si salverà. Solo perché il suo caso ha assunto una notorietà internazionale e si sono occupati di lui varie personalità?  

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(1) V. n. 221

 

 

7) CONDANNATI DIECI UOMINI PER L’ATTENTATO A MALALA, ANZI NO SOLO DUE

 

E difficile capire in che modo il Pakistan stia perseguendo i talebani attentatori della giovanissima Malala Yousafzai, che ha ricevuto il premio Nobel per la Pace nell'ottobre scorso.

 

Il 30 aprile scorso il Los Angeles Times pubblicava un articolo del suo corrispondente in Pakistan, Ali Zulfiqar. In questo articolo si diceva che dieci uomini erano stati condannati in Pakistan per la loro partecipazione all’attentato alla giovanissima attivista Malala Yousafzai, avvenuto nel 2012, quando alla ragazzina, allora quindicenne, furono sparati alcuni colpi alla testa mentre si recava a scuola (1).

Ricordiamo che Malala sopravvisse a stento e fu poi trasferita  in un ospedale inglese, dove subì diversi interventi chirurgici. Dopo essere guarita, Malala è rimasta in Inghilterra ed è diventata il simbolo della lotta per l’emancipazione femminile nel suo Paese, per il diritto alla cultura e all’educazione e ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace nell’ottobre scorso.

Secondo l’articolo del 1° maggio, i dieci attentatori erano stati condannati all’ergastolo (secondo un’altra fonte a 25 anni di carcere) in base alla 'legge antiterrorismo'. Il processo si era tenuto nella città natale di Malala, Mingora, nella Swat Valley nel Pakistan settentrionale. La sede del processo e altri dettagli erano stati tenuti segreti 'per ragioni di sicurezza'. I dieci uomini erano stati arrestati nello scorso settembre, come militanti agli ordini del Mullah Fazlullah, capo dei Talebani pakistani, fuggito in Afghanistan. Uno degli avvocati dell’accusa aveva dichiarato ai media che tutti e 10 gli imputati avevano ammesso la loro responsabilità nell’attentato.

Sia che si trattasse di ergastolo o di 25 anni di detenzione, la notizia di questa condanna esemplare era stata accolta con una certa sorpresa dall'opinione pubblica mondiale...

Peccato che un mese dopo, tra il 5 e il 6 giugno, sia comparsa una smentita colossale sui maggiori quotidiani!

Il 6 giugno il giornalista Declan Walsh ha scritto in un articolo pubblicato dal New York Times:        “Le autorità pakistane hanno dichiarato venerdì che la corte ha mandato liberi otto dei dieci uomini accusati di aver partecipato all’attentato all'attivista Malala Yousafzai. Un'affermazione che ha indotto a riesaminare accuratamente gli sforzi incoerenti del Pakistan di processare i militanti islamici.”

Il vice comandante della polizia distrettuale, Azad Khan, ha dichiarato che gli otto uomini liberati sono stati rilasciati per mancanza di prove, e ha aggiunto che il governo probabilmente si appellerà contro questa decisione. Ha anche affermato che non ci sono state cospirazioni o misteri nel processo, ma che le notizie iniziali errate si dovevano attribuire alla segretezza del processo.

Si ritiene che, in realtà, le notizie contraddittorie sulla condanna dei cospiratori originino dai problemi del sistema giudiziario pakistano, in cui l’incompetenza, l’intimidazione e i sotterfugi concorrono nel frustrare la giustizia anche nei casi di alto profilo come quello di Malala.

La situazione si aggrava ulteriormente nella Swat Valley, in cui le autorità civili sono ampiamente subordinate a quelle militari. 

Qui, nonostante la forte presenza dell’esercito, i militanti Talebani continuano ad effettuare attacchi sporadici, spesso infiltrandosi nella valle provenendo da nascondigli oltre confine, nelle montagne afghane, dove si nascondono anche i principali responsabili dell’attentato a Malala, ossia, oltre al capo dei Talebani, Maulana Fazlullah, il suo portavoce Sirajuddin, Habib ur-Rehmane, e un militante noto col solo nome di Abdullah.  (Grazia)

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(1) I nomi dei due attentatori, condannati in quanto autori materiali della sparatoria, vengono trascritti in molti modi differenti dai vari media, ad es. come Israr ur Rehman e Izhar Ullah o come Israrur Rehman e Izharullah Rehman.

 

 

8) IN SEMILIBERTÀ IL PIÙ GIOVANE TRA I PRIGIONIERI DI GUANTÁNAMO

 

Omar Khadr, accusato dell'uccisione di un militare statunitense, aveva 15 anni quando fu scaraventato dall'Afghanistan a Guantánamo nel 2002. Ora è in libertà sia pure sottoposto a pesanti vincoli.

 

Abbiamo appreso il 7 maggio, da un comunicato di Amnesty International USA, del rilascio  dietro cauzione del più giovane detenuto di Guantánamo (1), Omar Khadr.

Omar Khadr, cittadino canadese, arrestato quindicenne nel 2002 in Afghanistan per aver ucciso un militare statunitense (2), è stato detenuto per quasi 13 anni subendo torture e maltrattamenti. Processato da una Commissione Militare nel 2010 aveva dovuto riconoscersi colpevole ricevendo una condanna a 8 anni di detenzione (in aggiunta a quelli già scontati).

Ora, finalmente Omar vivrà con la famiglia del suo avvocato Dennis Edney, anche se sottoposto a molti controlli e alle condizioni imposte dalla semilibertà  (dovrà indossare un bracciale GPS; potrà collegarsi ad Internet solo da un  computer fisso sorvegliato; dalle 10 di sera alle 7 di mattina dovrà rimanere chiuso in casa). (3)

Per Amnesty  USA la storia del giovane Khadr è una delle ragioni per cui dovrebbe essere chiuso il famigerato carcere di Guantánamo. Amnesty sottolinea che i 122 prigionieri che rimangono detenuti in quel carcere hanno il diritto ad essere trattati come persone, ad avere un giusto processo o ad essere rilasciati.

Ricordiamo che Barack Obama, parecchi anni fa, promise di chiudere il centro di detenzione di Guantánamo. Si tratta di una delle molte promesse di migliorare la situazione dei diritti umani da lui non mantenute.

Il Congresso, al contrario, potrebbe addirittura approvare una nuova legge che di fatto bloccherebbe qualsiasi uscita dal carcere di Guantánamo, persino delle 57 persone che il Governo ha già ritenuto idonee per un trasferimento.

Nel caso la legge venga approvata e Obama non opponga il suo veto, il carcere di Guantánamo rimarrebbe aperto indefinitamente e potrebbe essere addirittura usato da un nuovo governo per inviarvi altri detenuti.

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(1) Sulle Commissioni Militari e sul centro di detenzione di Guantánamo Bay nell'isola di Cuba, v. ad es. nn. 91, 95, 92, 112, 116, 120, 125, 131, 139, 140, 142, 148, 166, 189, 198, 205.

(3) Ricordiamo che la guerra in Afghanistan fu scatenata dagli USA in risposta agli attentati dell'11 settembre 2001: si riteneva che il regime dei Talebani ivi al potere ospitasse Osama bin-Laden.

(3) Anche se Amnesty esprime soddisfazione per l'evoluzione del caso, si sa che la decisione favorevole a Khadr verrà appellata in tutti i modi possibili dall'accusa (perché il Canada vuole mantenere buoni rapporti con gli USA).

 

 

9) IL NEBRASKA ABOLISCE LA PENA DI MORTE MA IL GOVERNATORE NON CI STA

 

L'abolizione della pena di morte in Nebraska potrebbe essere vanificata da un referendum.

 

Mercoledì 27 maggio, il parlamento del Nebraska (1) ha approvato definitivamente la legge che abolisce la pena di morte. Il fatto ha destato una certa meraviglia negli Stati Uniti dal momento che in Nebraska vi è una forte maggioranza di Repubblicani e conservatori.

Ciò è avvenuto al termine di un braccio di ferro al cardiopalma con il Governatore Pete Ricketts. Il duello con il governatore si è svolto in tre fasi: I fase: Il 20 maggio il Parlamento vota con 32 voti a favore e 15 contro la legge abolizionista. II fase: Il 26 maggio Ricketts oppone il suo veto alla legge. III fase: il 27 maggio il Parlamento vota di nuovo per superare il veto. Per ottenere lo scopo è necessario un minimo di 30 voti a favore, l'esito della votazione è di 30 voti a favore del supermento del veto, 19 contro: il veto è superato! (2)

Pete Ricketts ha motivato così il suo veto: "Oggi oppongo il veto alla legge LB268 tendente ad abolire la pena di morte in Nebraska. Abolire la pena di morte manderebbe un cattivo messaggio agli abitanti del Nebraska che in grande maggioranza sono a favore della pena capitale e vogliono che il Governo rafforzi la pubblica sicurezza, ancorché indebolirla. Con questa legge non ci sarebbe garanzia che gli assassini rimangano dietro le sbarre per tutta la vita o non minaccino altre vite innocenti."

Il Governatore Pete Ricketts

 

 

Rispetto a ciò che era avvenuto nella prima votazione, nella seconda, quella per il superamento del veto, la maggioranza ha perso due voti, con il voltafaccia di due senatori. "Sono personalmente in conflitto riguardo alla pena di morte," - ha dichiarato il senatore John Murante dicendo di essere un cattolico praticante. "Una cosa è innegabile: togliere una vita umana in determinate circostanze può essere giustificato."

Nei giorni successivi il governatore Ricketts ha dimostrato di non volerci stare. Ha cominciato col dire che gli 11 condannati a morte dello stato sarebbero stati comunque uccisi (la legge abolizionista va vigore dopo tre mesi dall'approvazione) e non sarebbe stato annullato un ordine per l'acquisto di farmaci letali già fatto. (Tutto ciò anche se il Nebraska non fa esecuzioni dal 1997)

Per di più l'ufficio del procuratore generale Doug Peterson ha fatto sapere che intende contestare la regolarità della legge abolizionista che violerebbe la Costituzione dello stato per quanto riguarda la commutazione delle sentenze di morte in essere in ergastolo. Secondo lui la Costituzione conferisce unicamente alla Commissione per le Grazie la facoltà di commutare le condanne capitali.

Se quanto annunciato dal governatore e dal procuratore generale non spaventa più di tanto gli abolizionisti, una più seria minaccia all'abolizione della pena di morte in Nebraska consegue dal progetto di indire un referendum popolare in materia nel 2016. Per il finanziamento del referendum (raccolta delle firme ecc.) il governatore ha già offerto 100 mila dollari e altri 100 mila sono stati offerti da suo padre Joe Ricketts, ricco fondatore della catena di discount TD Ameritrade.

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(1) Costituito dal solo Senato composto da 50 membri

(2) L'iter della legge era cominciato il 14 gennaio.

 

 

10) UNA SERATA CON KARL GUILLEN  di Grazia Guaschino

 

Il 26 giugno, nei locali della “Casa Umanista” a Torino, Karl Guillen, ex detenuto dell’Arizona, in Italia per una serie di conferenze, ha parlato del suo caso e in generale delle iniquità del sistema penale americano. Lo ha fatto nel corso di un evento che si è protratto dalle 17 fin quasi a mezzanotte. Ecco la descrizione della varie fasi dell’incontro con Karl Guillen, cui ho partecipato attivamente facendo da interprete.  

Ore 17: Arrivo nella sede della Casa Umanista dove un ampio locale polivalente ospiterà la conferenza e, prima, le interviste da parte dei cronisti. Poco dopo arriva anche Karl, alto e muscoloso, ma zoppicante per una patologia contratta in carcere. Abbraccia calorosamente tutti i presenti, poi iniziamo a chiacchierare. Gli spiego che sarò la sua voce in italiano e che quindi desidero conoscerlo e sapere che cosa intende dire durante le interviste e nel corso della conferenza serale. Comincia a raccontarmi la storia dei suoi anni in prigione, degli eventi più tragici, come quando fu rinchiuso in un “buco”, una celletta con totale deprivazione sensoriale, per alcune settimane, e degli eventi più lievi, quando lavorava in infermeria come aiutante e quando collaborava alla redazione del giornale del carcere.

Ore 18: Arrivano i giornalisti, un reporter della rete televisiva Pandora TV, che fa a Karl una videointervista, e una giornalista de “La Stampa”. Io traduco per tutti. Karl riferisce cose incredibili: diverse volte in carcere hanno attentato alla sua vita, perché si era schierato a difendere un ragazzo di colore contro una setta di bianchi razzisti (membri della “Fratellanza Ariana”).  Una volta gli conficcarono in un ginocchio una lama ricavata da una scheggia di plexiglas. La lama si ruppe all’interno del ginocchio e Karl dovette essere ricoverato nell’infermeria del carcere. Karl parla del suo libro “Il tritacarne”, che è una raccolta di lettere e documenti relativi al suo primo periodo in prigione, dal 1988 al 2000. Afferma che la prima versione di questo libro non fu scritta per essere pubblicata e gli fu confiscata dalle guardie che, per di più, gli ruppero le dita delle mani per impedirgli di rimettersi a scrivere. Non fu mai portato in infermeria per curare le  lesioni, perché le guardie non volevano rendere nota la violenza da loro commessa. Karl si fasciò le dita con la carta igienica e soffrì moltissimo, ma riuscì a guarire e... riscrisse il libro decidendo di farlo pubblicare come forma di rivalsa nonviolenta contro coloro che avevano cercato di metterlo a tacere.

Ore 20: Dopo un’ottima “apericena” vegetariana, a cui tutti abbiamo contribuito, la sala polivalente viene rapidamente trasformata in una sala per conferenze, allineando sedili e panche, e le persone invitate cominciano ad arrivare.

Ore 21: Di fronte a una cinquantina di persone, inizia la conferenza vera e propria. Introduce e presenta l’evento Giorgio Mancuso, dell’organizzazione “Help to Change”. Tra un intervento e l’altro delle persone invitate a parlare, la brava attrice Alessandra Terni legge, con grande impatto emotivo, brani del libro “Il tritacarne” e alcune poesie di Karl.

Poi un breve ma efficace intervento di Davide Cerrato, giovane attivista di Amnesty International, che illustra il prezioso lavoro svolto da Amnesty nel mondo e dà buone e cattive notizie, accompagnate da cifre e dati, sull’andamento delle violazioni dei diritti umani nel pianeta.

Parlo anch’io per una decina di minuti, presentando al pubblico il nostro piccolo ma efficiente Comitato, la sua storia e ciò che facciamo. Tratteggio le principali caratteristiche degli uomini e dalle donne che affollano i bracci della morte in America: povertà, appartenenza a minoranze etniche, infanzie travagliatissime, malattie mentali – incluse quelle derivanti dall’aver combattuto per il proprio Paese nelle guerre che l’America 'esporta' nel mondo  – persone “incastrate” dai loro complici o da altri detenuti, in cambio di riduzioni di pena, o dalla polizia stessa, o, peggio, dagli avvocati dell’accusa, per risolvere velocemente i casi, anche se in modo ingiusto e falsato.

La serata però è soprattutto per Karl e lui parla, racconta, a volte divagando, di tutte le mostruosità che gli sono capitate e a cui ha assistito nel corso degli anni in carcere. Dice perfino che le guardie ogni tanto aprono due celle e fanno lottare tra loro i detenuti, scommettendo su chi vincerà. L’esito di questi combattimenti può essere anche letale per uno dei due, ma sul certificato di morte di questi poveri esseri umani viene sempre scritto che il decesso fu dovuto a “cause naturali”. Racconta di aver visto molte persone suicidarsi. L'ultimo suicidio a cui assistette fu nel 2013, poco prima che lui venisse scarcerato: un giovane si cosparse di burro – aveva conservato per mesi i pezzetti di burro che vengono distribuiti ai pasti – e si diede fuoco, morendo bruciato e rischiando di far morire altri detenuti, perché il fuoco si propagò e il fumo intossicò molti prigionieri. Karl afferma che le guardie intervennero solo quando capirono che il fatto non avrebbe potuto essere tenuto nascosto, ma, pur avendo visto fin dall’inizio sui monitor quello che il ragazzo stava facendo, lo lasciarono morire arso vivo. Karl racconta anche di aver aiutato altri a non suicidarsi, perché ha letto libri di varie religioni e ha raggiunto una sua forma di spiritualità che lo aiuta ad essere sereno e a dare conforto agli altri. Dice che ha pure studiato legge in carcere, e ha potuto aiutare altri detenuti a difendersi, salvandoli così da condanne più dure. Parla anche di esecuzioni fallite negli USA, di quando un uomo morì lentamente nella camera a gas perdendo sangue da tutti gli orifizi, mentre i testimoni vomitavano per l’orrore; o quando con l' “umanissima” iniezione letale un condannato impiegò due ore a morire. Karl dice di non provare odio per nessuno, ma anzi compassione; anche per le guardie violente, perché, abbrutite dal sistema, non capiscono quanto sia grave ciò che fanno. Dice che la sua vendetta nonviolenta è costituita dalla sua testimonianza.

Vorrebbe continuare a lavorare per la verità, realizzando documentari che testimonino le violazioni dei diritti umani, di qualsiasi genere, e gli piacerebbe rimanere in Italia.

Ore 23,15: Karl, al termine del suo lungo intervento risponde ad alcune domande e poi tutti gli si affollano intorno per farsi firmare le copie dei suoi libri (oltre al  “Tritacarne” è stato pubblicato un suo secondo libro “Il sangue d’altri – Arma di controllo – una guida al sistema d’ingiustizia americano…”, che parla della sua vicenda giudiziaria dal 2000 al 2013). Io sono piuttosto stanca (ho tradotto tutto il tempo), ma molto soddisfatta.

23,40: Mio marito Guido, impareggiabile aiutante in queste occasioni, raccoglie alcuni indirizzi di nuovi amici che vogliono ricevere il Foglio di collegamento del Comitato e infine salutiamo tutti e torniamo a casa.

E’ stato nell’insieme un evento molto interessante, coinvolgente e ben organizzato: speriamo che il successo di questo tour in Italia di Karl Guillen aiuti a sensibilizzare tante persone e contribuisca ad un “effetto boomerang” sull’America, che vuole essere considerata un faro di civiltà per il resto del mondo.

 

 

11) DAL VERBALE DELL'ASSEMBLEA DEL COMITATO PAUL ROUGEAU DEL 31/5/2015

 

L’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau/Ellis One Unit si è riunita il 31 maggio 2015 alle ore 10:30 a Torino [...]. L'ordine del giorno è il seguente: 1. Relazioni sulle attività svolte dal Comitato Paul Rougeau dopo l'Assemblea del 1 giugno 2014. 2. Situazione iscritti al Comitato Paul Rougeau, gestione dei soci. 3. Illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2014. 4. Ratifica di eventuali dimissioni dal Consiglio direttivo; elezione di membri del Consiglio direttivo. Breve sospensione dei lavori dell'Assemblea per consentire una riunione del nuovo Consiglio direttivo con il rinnovo delle cariche sociali. 5. Discussione, programmazione e approvazione del prosieguo delle attività in corso, inclusi: il sostegno ai detenuti Larry Swearingen e Gerald Marshall, la pubblicazione del libro di Fernando Eros Caro “Non smettete mai di sognare”, l'organizzazione di un ciclo di conferenze in Italia di Dale S. Recinella da tenersi in ottobre. 6. Proposte di pubblicazioni di altri libri (ristampa del libro di Paul Rougeau "Mi uccideranno in maggio", pubblicazione delle poesie di Fernando Eros Caro o altro). 7. Scelta di un nuovo presidente onorario del Comitato: don Luigi Ciotti o altri. 8. Proposte di nuove attività nell'ambito del mandato del Comitato Paul Rougeau e approvazione delle stesse. 9. Ricerca di adesioni ideali di personalità al Comitato Paul Rougeau. 10. Varie ed eventuali. In apertura di seduta si affrontano il punto 1. all’o. d. g., e in parte il punto 5.  [...] Grazia Guaschino relaziona sul ciclo di conferenze tenute daDale S. Recinella dal 11 al 18 ottobre 2014 in Piemonte.  Dale Recinella è stato accompagnato da Grazia che ha tradotto passo passo i suoi interventi. Dale è arrivato in Italia provenendo da Parigi e da Lourdes dove si è occupato della diffusione del suo ultimo libro che in Francia è comparso col titolo "Couloir de la Mort, Chemin de Vie". Dale ha parlato a Torino, Pinerolo e Novara complessivamente a 1.500 persone: studenti di scuola secondaria e universitari, parrocchiani, attivisti di Amnesty International ed anche membri dell’Ordine di Malta. Ha suscitato ovunque simpatia e commozione. Durante il tour sono state raccolte decine di indirizzi e-mail di persone che hanno espresso il desiderio di rimanere in contatto con il Comitato Paul Rougeau. Il prossimo tour in Italia di Dale Recinella avverrà tra il 17 e il 31 ottobre pp. vv. Tale tour è in fase di avanzata organizzazione per merito di Grazia e Guido. Gli impegni già ipotizzati a Torino per Dale sarebbero per il 18 ottobre nella parrocchia San Giulio d'Orta, il 19 all'UCID (Unione Imprenditori), il 21 all'Arciconfraternita della Misericordia, il 22 e il 29 alla Facoltà di Giurisprudenza, il 22 sera al SERMIG, nonché, in date che saranno concordate, alla Casa Circondariale di Torino e al Carcere minorile di Torino. Dale arriverà probabilmente fino a Vercelli e a Novara per parlare nelle scuole. A Novara Dale potrebbe tenere anche una conferenza per l'associazione "La logica del cuore" che si occupa di 'giustizia riparativa'. [...] Grazia ha continuato lo scambio epistolare con Fernando Eros Caro, corrispondente del Comitato dal braccio della morte della California. Quattro ottimi articoli di Fernando sono stati tradotti da Grazia per il nostro Foglio di Collegamento. Giuseppe fornisce alcuni dati sulle pubblicazioni in distribuzione da parte del Comitato.  Dell’Opuscolo del Comitato, non è uscita una nuova edizione [...] Occorre mettere mano ad una nuova edizione [...] Del libro di Gary Graham "Muoio assassinato questa notte" non è stata venduta alcuna copia nell'ultimo anno, rimangono in giacenza oltre 150 copie delle 560 acquistate a suo tempo [...]. Grazia riferisce che le Edizioni San Paolo hanno messo a disposizione del Comitato, in conto vendita, 100 copie del libro di Dale Recinella "Nel braccio della morte"  [...] Giuseppe propone anche di vendere una trentina di copie del libro "Signornò" di Marco Cinque e Phil Rushton, appena uscito, dal momento che il ricavato netto della vendita [...] viene devoluto a Fernando Eros Caro. Giuseppe dice che bisogna fare una grossa pubblicità ai libri in vendita da parte del Comitato, offrendo anche sconti sui prezzi di copertina. Al problema della vendita dei precedenti libri, si aggiunge quello della vendita del nuovo libro di Fernando [...] Per quanto riguarda il Foglio di Collegamento, Giuseppe riferisce che ne sono usciti nell’ultimo anno7 numeri [...] di cui 4 doppi [...] per un totale di 120 pagine [...]Giuseppe riferisce che il giornalista Daniele Barbieri pubblica sempre nel suo blog "La bottega del Barbieri" un articolo particolarmente significativo del Foglio di Collegamento, l'indice degli articoli e il messaggio di accompagnamento. Il bollettino su carta viene ora inviato a 17 persone, con alti costi di affrancatura. Rapporti con organizzazioni abolizioniste (Sezione Italiana di Amnesty International, Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, Comunità di Sant’Egidio): al minimo e di routine, per lo più via e-mail. Durante il tour di Dale Recinella alcuni gruppi locali di Amnesty hanno collaborato ad organizzare incontri partecipando alle relative spese. Facendo seguito ad un'osservazione di Anna Maria, Giuseppe parla della  morte violenta di Paula Cooper, uccisa da un colpo di pistola alla testa 4 giorni prima a Indianapolis. Il fatto che la condannata a morte che ha dato il via alla lotta contro al pena di morte in Italia nel 1986, liberata due anni fa, sia morta miseramente a 45 anni angoscia profondamente gli abolizionisti di vecchia data. [...]. Si parla poi dell'assistenza, in termini di incoraggiamento e consulenza, a corrispondenti con detenuti del braccio della morte per lo più segnalatici negli ultimi anni da Amnesty Italia. Nel 2014 è cominciata una corrispondenza con due condannati a morte [...] da parte di Anna Salvatorini, una studentessa di Verona, dei suoi compagni di scuola e del gruppo giovanile di Amnesty di cui lei fa parte [...] con l'assistenza della socia Margherita De Rossi (che ora risiede in provincia di Mantova). Grazia riporta una proposta fatta dal socio Palmiro Possanzini: quella di ottenere una rubrica sul un giornale nazionale, ad esempio "il manifesto" che riporti con regolarità contenuti salienti del Foglio di Collegamento. [...] La mailing list per l’invio mensile del Foglio di Collegamento e di proposte di mobilitazione comprende ora 410 indirizzi [...]. Parlando del sito del Comitato, [...] Giuseppe ribadisce che il lavoro per il sito deve essere fatto da tutti ma ritiene che Andy, il webmaster, dovrebbe essere aiutato da una seconda persona anch'essa dotata di competenze informatiche. Ciò tenendo conto del grosso lavoro che richiede il sito e degli impegni di lavoro di Andy [...]. Grazia chiede, come l'anno scorso, di dotare il sito di un motore di ricerca interno che permetta di trovare facilmente ciò che interessa di volta in volta. Andy affronterà la [...] questione giovandosi anche dei consigli dei tecnici dell'azienda S. G. S. che fornisce la spazio Web al Comitato. [...] Grazia riferisce sulla situazione del soci. Rimangono nell’elenco dei soci 66 persone, di cui 48 in regola con il pagamento della quota associativa. Giuseppe per e-mail nelle prossime settimane e successivamente Grazia, a novembre in modo sistematico e per lettera, solleciteranno i morosi a mettersi in regola. [...] Il Tesoriere del Comitato,Paolo Cifariello, impossibilitato a presenziare per gravi ragioni di famiglia, ha incaricato Grazia di distribuire il rendiconto economico del Comitato per l’anno solare 2014 [...] Il tour di Dale Recinella in Italia del 2014 è costato 1.675 euro. É stata regolarmente pagata la quota di iscrizione alla Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte [...] Il rendiconto è approvato all'unanimità. Punto 4. all’o. d. g.: [...] Vengono eletti all’unanimità nel Consiglio Direttivo del Comitato Paul Rougeau i soci Paolo Cifariello, Andrea De Paoli, Annamaria Esposito, Grazia Guaschino, Giuseppe Lodoli. [...] Si eleggono all’unanimità: Giuseppe Lodoli a Presidente, Maria Grazia Guaschino a Vice Presidente, mentre Paolo Cifariello viene eletto Tesoriere. Pertanto il Consiglio Direttivo risulta composto da: Giuseppe Lodoli (Presidente), Maria Grazia Guaschino (Vice presidente), Paolo Cifariello (Tesoriere), Andrea De Paoli e Anna Maria Esposito (Consiglieri). [...] L’Assemblea affronta ciò che non è stato già discusso e deciso all'inizio riguardo al punto 5. all’o. d. g. Giuseppe riferisce che nell'ultimo anno non vi sono state notizie di rilievo sull'evoluzione dei casi dei due detenuti adottati dal Comitato, Larry Swearingen e Gerald Marshall. In favore di Larry Swearingen, il cui caso è ritornato al giudice di contea Kelly Case, l'avvocato difensore James Rytting sta cercando di far valere ulteriori prove del DNA. Nessuna novità per Gerald Marshall che si difende da solo - avendo perso fiducia nell'avvocato d'ufficio James Godinich - e in cui caso è ancora fermo a livello statale. Punto 6. all'o. d. g. Dopo approfondita discussione si decide di rimandare all'inizio dell'anno prossimo la nuova edizione del libro di Paul Rougeau "Mi uccideranno in maggio"; tale pubblicazione avverrà a totale cura del socio Alberto Moreni di Firenze. Una volta ricevuto l'assenso di Fernando Eros Caro [...] verrà consegnato alle Edizioni SEAM - proposte da Marco Cinque - il libro in italiano, già pronto, contenente la corrispondenza tra lo stesso Fernando e Maria Grazia Guaschino negli ultimi 6 anni. Il libro è vivacizzato da 7 affascinanti dipinti di Fernando riprodotti in bianco e nero. Il libro, intitolato "Non smettete mai di sognare", uscirà nelle librerie con un prezzo di copertina di 10 euro. L'utile netto della vendita [...] per volere di Fernando sarà utilizzato per gli scopi del Comitato Paul Rougeau. Fernando spera che i quadri riprodotti nel libro possano essere acquistati dai lettori del libro (il ricavato di tali vendite andrà a Fernando). [...] Grazia chiede ad Andy di mettere le riproduzioni dei suddetti quadri nel sito per promuoverne la vendita. [...] Anna Maria e Gianni, non avendo ricevuto risposta alla richiesta fatta l'anno scorso, invieranno di nuovo a don Luigi Ciotti la richiesta di diventare Presidente Onorario del Comitato, al posto della scomparsa professoressa Margherita Hack.  [...] Grazia propone di chiedere l'adesione ideale al Comitato del prof. Claudio Magris, e di occuparsene in prima persona. La proposta è accettata all'unanimità. [...] Non essendoci 'varie ed eventuali' da discutere (Punto10. all'o. d. g.), l'assemblea termina alle 15 e 25’.

 

 

12) RICEVIAMO DA FERNANDO EROS CARO

 

Il nostro caro amico Fernando Eros Caro continua a mandarci con regolarità articoli che parlano dell'atmosfera  pesantissima in cui vivono i condannati a morte della California.

                                                                                                             

San Quentin, 2 luglio 2015

Se i muri di questa cella potessero parlare, che cosa vi direbbero e che cosa provereste?

Le esperienze della vita quotidiana cambiano fortemente in un ambiente dove il colore della normalità è alterato dall’odio e dalla necessità di guardarsi continuamente dalle aggressioni altrui.

La vera natura delle paure intime di un uomo, e la sua aggressività, vengono fuori quando egli è esposto ad altri esseri umani in condizioni simili alle sue. Le persone che ho conosciuto qui dentro applicano una loro forma di moralità. Qui dentro la moralità ha lo stesso colore del vento, se c'è non riesci a vederla.

Non molto tempo fa, quattro uomini si sono scontrati fisicamente: tre di loro hanno aggredito un quarto. Quel poveretto fu picchiato e ferito, e finì in ospedale. Gli altri tre furono rinchiusi in isolamento per separarli dagli altri.

In nessun luogo come la prigione si trova tanta violenza! Anni di convivenza con questo tipo di persone mi hanno dimostrato che molti si comportano in maniera anomala a causa della grande frustrazione! Un piccolo affronto, non importa quanto piccolo, viene esagerato dall’offeso. Un’osservazione generica impersonale può diventare personale! L’offeso sente di doversi riconquistare il rispetto confrontandosi, e questo di solito sfocia in atti di violenza.

La frustrazione per l'incertezza del nostro destino è alla base dei nostri problemi nel braccio della morte! Capisco gli uomini con i quali convivo. Tutti noi cerchiamo di evadere per un po' dal pensiero del nostro confinamento per alleviare la pena provocata dall’oscurità che ci circonda. Per sfuggire al confinamento nelle nostre celle, fissiamo la nostra dimora nei sogni. Quante volte ho visto me stesso camminare libero lontano da questo carcere, da uomo libero! Ma è stata solo una visione, una fantasia, che mi ha lasciato più frustrato e con un senso di vuoto.

I miei avvocati difensori d’ufficio sono venuti a trovarmi, solo per dirmi che l’accusa ha trascinato le cose riguardo alla preparazione del mio nuovo processo. Non si parlerà di una data per il processo per almeno un altro anno. L Un altro anno di attesa, trascorso chiedendomi se mi verrà detto poi che dovrò aspettare ancora. E adesso la California vuole riprendere le esecuzioni perché la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sta valutando se la pena di morte sia costituzionale! La California vuole giustiziare le persone prima che le venga detto di nuovo che non può più farlo!

Tutto questo si aggiunge alla frustrazione contro cui dobbiamo lottare quotidianamente. Non condanno questi uomini, con i quali convivo, per il modo in cui si comportano. La violenza genera violenza. Quando le persone mettono a morte altre persone, ne stanno volendo di più di violenza. Forse, anche coloro che infliggono la pena di morte agiscono così a motivo delle loro frustrazioni. Dov’è la differenza tra i due casi??

Vi voglio bene         

Fernando

 

13) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita: orgia di esecuzioni. Un allarmate rapporto di Human Rights Watch del 16 giugno denuncia la 100-esima esecuzione compiuta in Arabia Saudita nel 2015 fino a quella data. Cifra da confrontare con le 88 esecuzioni portate a termine in tutto il 2014. 47 delle decapitazioni ordinate dai giudici sauditi (l'Arabia Saudita non ha un codice penale) conseguivano a reati di droga. Dei 100 detenuti decapitati, 57 erano cittadini sauditi. Degli stranieri il gruppo più ampio era quello dei Pakistani, 14 dei quali colpevoli di reati di droga.

 

Arabia Saudita. Ancora frustate per il blogger Raif Badawi? Un comunicato dell'8 giugno di Amnesty International avvisa che il giorno precedente "la Corte suprema dell'Arabia Saudita ha confermato le condanne a 10 anni di carcere e a 1000 frustate nei confronti di Raif Badawi". "La decisione di confermare le sentenze è agghiacciante. Avere un blog non è un reato. Raif Badawi è stato condannato solo per aver osato esercitare il suo diritto alla libertà d'espressione” - ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Rinunciando ad annullare le sentenze, le autorità dell'Arabia Saudita hanno mostrato un vergognoso disprezzo per la giustizia e per le decine di migliaia di voci che nel mondo si sono levate per chiedere il rilascio incondizionato e immediato di Raif Badawi". Ricordiamo che Badawi il 7 maggio 2014 fu  condannato a 10 anni di detenzione, a 1000 frustate e a una multa di un milione di rial per aver creato un forum online per favorire il dibattito pubblico. Il 9 gennaio 2015, Raif Badawi ha ricevuto le prime 50 frustate a Gedda, in pubblico, alla fine della preghiera del venerdì. V. n. 220.

 

California. Ci si può difendere dalla polizia mandando video all'Aclu. I Californiani che usano i loro cellulari per registrare scontri con la polizia saranno in grado di trasmettere automaticamente i video alla sezione locale dell'Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) usando un'app per smartphone lanciata il 30 aprile. Usando l'app Mobile Justice CA per mandare registrazioni all'ACLU, le persone possono essere sicure che i video con registrazioni di comportamenti potenzialmente scorretti della polizia saranno conservati anche nel caso di manomissione o distruzione del loro telefonino.

 

Egitto. Condannato alla pena di morte l'ex presidente Morsi in un processo di massa. Nei due processi conclusisi il 16 giugno in Egitto, sono state condannate a morte complessivamente 103 persone. Il più ampio processo riguardava l'ex presidente Mohamed Morsi deposto il 3 luglio 2013 e altri 80 imputati tra cui esponenti della "Fratellanza musulmana", tutti costoro  sono stati condannati a morte per aver diretto un'evasione di massa il 25 gennaio 2011, aiutati da Hamas ed Hezbollah. Nell'altro processo sono state condannate a morte 16 persone, tra cui esponenti della Fratellanza musulmana, per spionaggio in favore dell'Organizzazione Internazionale della Fratellanza musulmana e di Hamas. Le sentenze di morte sono state approvate dal Gran muftì ma si spera in un rovesciamento dei casi da parte della Corte Suprema egiziana (anche perché in Egitto vengono pronunciate molte più condanne a morte di quante ne vengono eseguite).

 

Globale. Rifugiati: cifre spaventose esposte da Amnesty. Il 19 giugno, vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato, Amnesty International ha presentato a Beirut un rapporto che denuncia "la peggiore crisi dei rifugiati dalla seconda guerra mondiale". "I leader del mondo abbandonano i rifugiati al loro destino, condannandone milioni a una vita di miseria e migliaia a morire," afferma Amnesty. "Un milione di rifugiati ha disperatamente bisogno di essere reinsediato; quattro milioni di rifugiati siriani lottano per la sopravvivenza in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto; nell'Africa sub-sahariana si trovano oltre tre milioni di rifugiati e dal 2013 solo a una piccola parte di loro è stato offerto il reinsediamento; nel mar Mediterraneo sono annegate 3500 persone nel 2014 e 1865 dall'inizio del 2015; nei primi tre mesi del 2015, 300 persone sono morte nel mar delle Andamane a causa della fame, della disidratazione e della violenza degli equipaggi delle navi su cui erano a bordo."

 

Iran. Per Soheil Arabi un  nuovo processo. La 34-esima sezione della Corte Suprema iraniana ha accolto la richiesta di annullamento della sentenza capitale di Soheil Arabi, il blogger condannato all'impiccagione per insulto al profeta Maometto (v. n. 219). Dell'annullamento i legali del condannato hanno saputo il 27 giugno. Nel dare la buona notizia, Iran Human Rights avverte che una nuova sentenza di morte potrebbe scaturire da un secondo processo. Amnesty denuncia che prima di quella di Soheil Arabi, nel 2008 vi fu la condanna a morte di Saeed Malekpour, sviluppatore di siti Web. La condanna a morte di costui fu commutata in ergastolo ed egli è tuttora detenuto. 

 

Italia. Per Nessuno tocchi Caino, è papa Francesco l'abolizionista dell'anno. "Nessuno tocchi Caino" ha eletto Papa Francesco "abolizionista dell'anno", lo apprendiamo da un comunicato diffuso a fine aprile. Il riconoscimento viene conferito dall'associazione radicale a chi si impegna di più nella lotta per la moratoria e per l'abolizione della pena capitale. Dopo l'abolizione dell'ergastolo e l'introduzione del reato di tortura nel Codice Penale dello Stato Vaticano, papa Francesco ha ribadito con forza che l'ergastolo non è altro che una pena capitale dissimulata e che vanno perciò aboliti entrambi. Ha altresì condannato l'isolamento nelle prigioni di massima sicurezza, "una forma di tortura psicologica".

 

Texas. Protesta dei condannati a morte contro le condizioni di detenzione. Il Texas Death Penalty Abolition Movement ha reso noto il 21 maggio che  i detenuti del braccio della morte stanno protestando per le orribili condizioni di detenzione. Protestano contro l'isolamento totale e perenne, il sudiciume, le regole arbitrarie, il divieto d'accesso: alle attività lavorative, ai servizi religiosi, alle attività artigianali e artistiche. Ricordiamo che i 258 prigionieri della Polunsky Unit vivono in totale isolamento, in celle singole, chiuse da solide porte d'acciaio. Mangiano da soli,vanno all'ora d'aria da soli. Non possono partecipare a programmi di lavoro, a servizi religiosi, o fare opere d'artigianato nelle loro celle. I prigionieri usano tattiche non violente per protestare contro queste condizioni. Le loro famiglie, gli amici e gli attivisti li sostengono nei loro sforzi  per conquistare il diritto di vivere in condizioni umane.

 

Texas. Approvata la legge che consente di portare armi nei campus. Il 31 maggio la Camera dei Rappresentanti del Texas ha dato l'approvazione finale alla legge che permette a docenti e non docenti e agli studenti di detenere armi nelle università. Armi personali, anche nascoste, potranno essere detenute nei dormitori, nelle aule e altri locali delle università pubbliche. Il relativo progetto proposto dal Senato è stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti con 98 a favore e 47 contro. Ora va alla firma del Governatore Greg Abbott, che ha già detto che firmerà qualsiasi legge che estenda il diritto costituzionale a detenere armi.

 

Texas. Charles Sebasta accusatore di Anthony Graves radiato dall'Albo degli Avvocati. Il 16 giugno l'ex accusatore Charles Sebasta, che fece condannare Anthony Graves alla pena capitale, è stato radiato dall'Albo degli Avvocati. Sono passati 9 anni da quando in Texas la Corte d'Appello del Quinto Circuito sentenzio che l'accusatore Charles Sebasta aveva fatto condannare Antony Graves alla pena capitale trascurando prove di innocenza e usando false testimonianze. Per Charles Sebasta la radiazione dall'Albo ha segnato un vero capovolgimento di fortuna, dopo che per molti anni era stato uno degli uomini più potenti delle contee di Burleson e di Washington (nel Texas). Sebasta fino all'inizio di quest'anno ha continuato a dichiarare alla stampa che Graves era colpevole. Anthony Graves ha passato 18 anni in carcere e gli sono state fissate due date di esecuzione (v. n. 190 e nn. ivi citati). Ad una giornalista che gli ha chiesto se ritenesse punizione sufficiente per Sebasta la radiazione dall'Albo, Anthony Graves ha risposto: "Penso che egli dovrebbe essere portato davanti ad una corte per essere giudicato per tentato omicidio."

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino 2 luglio 2015