FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero  190  -  Maggio / Giugno 2011

dal sito dell’F. B. I

SOMMARIO:

1) Fissata per il 18 agosto l’esecuzione di Larry                                             

2) Grande mobilitazione in favore del messicano Humberto Leal

3) Legge ad personam per Graves, innocente condannato a morte

4) Otto miti della giustizia penale

5) Grottesco fallimento dell’abolizione in Connecticut

6) L’uccisione di bin Laden, uno scacco per i diritti umani

7) Ratko Mladic dopo 16 anni incontra la giustizia internazionale

8) È uscito il rapporto annuale di Amnesty International

9) Fernando scrive a proposito degli intralci alla corrispondenza

10) Dal verbale dell’Assemblea di Firenze del 22 maggio 2011

11) Notiziario: Arabia Saudita, California, Cina, Gaza, New Hampshire,                  Texas,  Vietnam

 

 

1) FISSATA PER IL 18 AGOSTO L’ESECUZIONE DI LARRY

 

Il nostro amico Larry Swearingen è stato condannato a morte in Texas per lo stupro e l’uccisione di Melissa Trotter, una ragazza che conosceva. Numerose perizie dimostrano che la Trotter  fu uccisa mentre Larry si trovava in carcere, tuttavia la competente Corte federale d’Appello ha respinto l’ultimo ricorso del condannato consentendo allo stato del Texas di chiedere una data di esecuzione: Larry Swearingen dovrà ricevere l’iniezione letale il 18 agosto prossimo. Il valoroso avvocato difensore James Rytting non ha gettato la spugna ed è fiducioso di ottenere in extremis l’annullamento dell’esecuzione di Larry. Scrivete a Larry e all’avvocato Rytting per incoraggiarli.

 

Nella scorsa primavera il caso del nostro amico Larry Swearingen, condannato a morte in Texas, ha subito una svolta negativa che ha permesso all’accusa di ottenere una data di esecuzione: il 7 aprile la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito ha chiuso il normale l’iter giudiziario di Larry respingendo il suo ultimo ricorso; il 24 giugno, di conseguenza, il giudice di contea Fred Edwards ha stabilito che Larry dovrà essere sottoposto ad iniezione letale il 18 agosto.

Larry Swearingen, giunto già due volte sull’orlo dell’esecuzione, nel gennaio del 2007 e nel gennaio del 2009, finora si è salvato per la bravura dell’avvocato difensore James Rytting che si è battuto in suo favore con competenza, intelligenza e determinazione. I ricorsi avanzati da Rytting sono per lo più basati su perizie di esperti - in parte finanziate dal Comitato Paul Rougeau - le quali provano che nel momento in cui fu violentata ed uccisa Melissa Trotter, presunta vittima di Larry Swearingen, quest’ultimo si trovava in carcere (1).

Il ciclo conclusosi il 7 aprile scorso è cominciato il 26 gennaio 2009 quando Corte federale d’Appello del Quinto Circuito ha ordinato la sospensione dell’esecuzione di Larry, prevista per il giorno dopo, ed ha rimandato il caso alla Corte Distrettuale competente, per un riesame.

La Corte del Quinto Circuito, pur bloccando l’esecuzione, si è però limitata ad accogliere due soli punti tra i sette gruppi di argomenti avanzati dalla difesa (2). I due punti accettati ruotano intorno alla testimonianza della dottoressa Joye Carter. La Carter, che fece l’autopsia di Melissa Trotter, uccisa e abbandonata in un bosco, certificò durante il processo del 2000 una data di morte della giovane coincidente con quella affermata dall’accusa. Tale asserzione è stata da lei stessa smentita, in una dichiarazione giurata del 2007. All’avvocato originario di Larry è stata contestata l’omissione di contro-interrogare la Carter durante il processo su alcune prove riguardanti il momento dell’abbandono del corpo della Trotter.

Il 19 novembre 2009 la Corte federale Distrettuale del Sud del Texas, nella persona della giudice Melissa Harmon,  ha respinto il ricorso di Larry Swearingen. La Harmon ha scritto che le nuove prove di innocenza – le quali confermano che la diciannovenne Melissa Trotter fu uccisa mentre Larry Swearingen si trovava già in carcere - devono essere inserite nel contesto del caso ed ha ricordato le ‘prove di colpevolezza’ utilizzate al processo (in realtà soltanto indizi piuttosto deboli).

L’avvocato Rytting è allora ritornato alla Corte d’Appello del Quinto Circuito.

Il responso di tale Corte è arrivato un anno e mezzo dopo, il 7 aprile scorso, come abbiamo detto.   

Si tratta di un dispositivo scritto da un panel di tre giudici che si limita a confermare il rigetto operato dalla Corte federale Distrettuale del Sud del Texas il 19 novembre 2009 (3).   

Pur con l’argomento dell’effettiva innocenza (actual innocence) di Larry sullo sfondo, argomento che fu tirato esplicitamente in ballo dal giudice Jacques Wiener a gennaio del 2009 (4), evidentemente la Corte del Quinto Circuito ha ritenuto che non ci fosse ragione di impegnarsi ulteriormente in favore di Swearingen, né di riunirsi al completo.

Nel proprio brevissimo dispositivo, la Corte del Quinto Circuito ricorda che l’esecuzione di Larry Swearingen fu programmata per il 27 gennaio 2009. “Egli chiese il permesso di presentare [alla Corte Distrettuale] una petizione successiva di habeas corpus, che la Corte accordò in parte il giorno prima dell’esecuzione […] A sua volta, tuttavia, la Corte Distrettuale ha concluso che Swearingen ha mancato di soddisfare i requisiti [… che consentono di far valere una petizione successiva di habeas]. [E il ricorrente] si è appellato contro tale decisione.”

La Corte del Quinto Circuito sottolinea che una petizione successiva di habeas corpus è appropriata solo se supera un’altissima soglia nel provare l’innocenza: 1) “I fatti [… avanzati a sostegno dell’innocenza] non potevano essere scoperti in precedenza con l’esercizio della dovuta diligenza; e 2) i fatti […a sostegno dell’innocenza]  se provati e considerati alla luce del complesso delle prove, sono sufficienti a stabilire con chiara e convincente evidenza che […] nessun  ragionevole esaminatore dei fatti avrebbe trovato il ricorrente colpevole del delitto in questione.”

La Corte conclude: “Swearingen obietta che ha appreso per la prima volta nel 2008 dell’esistenza di campioni di tessuto umano che lo esonerano dall’omicidio di Melissa Trotter. Egli inoltre obietta che non avrebbe potuto scoprire l’esistenza dei campioni prima del 2008 e che i suoi avvocati offrirono una assistenza costituzionalmente inefficace per aver mancato di scoprire e di far valere tali campioni. Come ha spiegato la Corte Distrettuale, tuttavia, tali argomentazioni non tengono. Le prove esistevano al momento del processo […] e, anche se non era possibile scoprirle usando la dovuta diligenza, non costituivano ‘chiara e convincente evidenza che […] nessun ragionevole esaminatore dei fatti avrebbe trovato [Swearingen] colpevole del delitto in questione.’ […] Inoltre noi confermiamo la conclusione della Corte Distrettuale che Swearingen non ha dimostrato l’inefficacia dell’assistenza ricevuta dei difensori. L’avvocato di Swearingen al processo sviluppò una ragionevole strategia, comprendente la testimonianza di esperti riguardo al momento della morte della Trotter.”

Insomma, Swearingen potrebbe pure essere effettivamente innocente ma il suo ricorso non ha superato gli altissimi ostacoli che si frappongono all’inoltro, da parte dei condannati a morte, dei ricorsi di habes corpus successivi al primo.

La Corte Suprema degli Stati Uniti non si è mai espressa chiaramente sulla questione dell’effettiva innocenza (actual innocence)pur lasciando intendere l’esigenza di farlo. In tale ambigua situazione rimane in sospeso la domanda: “E’ costituzionalmente lecito ammazzare una persona che sia actual innocent, qualora si siano rispettate nel corso dell’iter giudiziario tutte le procedure previste per un giusto processo capitale?”

Sembra che la risposta in pectore della Corte Suprema a tale domanda sia “no”. Ma nella pratica della pena capitale statunitense la risposta è “sì”. Ciò per l’esigenza, sempre ripetuta dalle corti,  di porre un termine all’iter giudiziario nei casi capitali con l’esecuzione del ‘colpevole’ (anche a beneficio dei parenti delle vittime ecc.) Questa esigenza, in pratica, prevale su quella di evitare ad ogni costo di mettere a morte innocenti.

In effetti, sottintesa a tale problematica vi è una concezione probabilistica, anche se di probabilità le corti non amano parlare.

Al di là di ogni ipocrisia, potremmo formulare rozzamente l’interrogativo sull’actual innocence in questi termini: “l’esigenza di mettere a morte 100 colpevoli, rende tollerabile l’uccisione di un innocente, di due, di tre… o forse anche sette?”

Il fatto che negli Usa siano stati esonerati, spesso in extremis e fortunosamente, circa 140 condannati a morte dal 1976 ad oggi, rende del tutto plausibile la formulazione e la quantificazione della precedente brutale domanda.

Per Larry Swearingen, ancor prima di definirlo actual innocent, vogliamo ricordare che esistono solide prove forensi a dimostrazione che egli si trovava già in carcere (per violazioni al codice della strada) da almeno 10 giorni quando fu violentata e uccisa la sua presunta vittima, Melissa Trotter. Non vi è nessuna prova fisica a sfavore del condannato, anzi sotto le unghie della ragazza uccisa fu trovato sangue maschile non appartenente a Larry. Le circostanze indiziarie usate dall’accusa contro Larry al processo, sono state per lo più smontate dai suoi difensori.

L’attuale avvocato di Larry Swearingen, James Rytting, a cui va ascritto il merito di aver prolungato almeno di alcuni anni la vita del proprio cliente, non ha gettato la spugna. Prima di tutto ha fatto richiesta di riaudizione del caso di Larry da parte della Corte federale d’Appello del Quinto Circuito en banc, cioè al completo di tutti i suoi membri (mossa che ha scarse probabilità di successo). Poi ha inoltrato un ulteriore appello di habeas a livello statale (si tratta del sesto habeas statale!) presso la Corte Criminale d’Appello del Texas. L’habeas è basato su due perizie di autorevoli esperti, quella del dottor  Harrell Gill-King, e quella dei dottori White e Sisler.

Se non avranno effetto tali ricorsi, sicuramente Rytting si appellerà in extremis  alla Corte Suprema degli Stati Uniti contestando la recentissima sentenza negativa della Corte federale d’Appello del Quinto Circuito, sollevando anche la questione dell’actual innocence. Riteniamo che vi sia una buona probabilità che la massima corte statunitense voglia intervenire per correggere un caso che appare di un’ingiustizia paradossale. L’avvocato James Rytting rimane fiducioso.

La coincidenza del periodo cruciale degli appelli finali in favore di Larry Swearingen col Ferragosto potrebbe essere negativa per la scarsa presenza di giudici sul posto di lavoro; potrebbe per contro favorire un rinvio interlocutorio dell’esecuzione di Larry.

Scrivete a Larry per incoraggiarlo. Possibilmente mandate anche brevi calorosi messaggi all’avvocato James Ryttting ( james@hilderlaw.com ) per incoraggiare anche lui e per stimolarlo a fare di tutto per salvare il proprio cliente (non sempre Larry Swearingen e alcuni suoi sostenitori mostrano fiducia, rispetto e riconoscenza nei riguardi di Rytting).

Indirizzate a:

Mr. Larry Swearingen # 999361

Polunsky Unit  

3872 Fm 350 South

LIVINGSTON, TX   77351    U. S. A.

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(1) Vedi nn. 165, 166, 168, 174, 177, 183

(2) Vedi:  www.ca5.uscourts.gov/opinions/pub/09/09-20024-CV0.wpd.pdf

(3) Vedi:  www.ca5.uscourts.gov/opinions/unpub/09/09-70036.0.wpd.pdf

(4) Il giudice Wiener scrisse: “Dal momento che la Corte Suprema non ha mai riconosciuto espressamente l’effettiva innocenza come base per il proscioglimento in un caso capi­tale, questa corte  ha sempre respinto i reclami basati sulla pura e semplice innocenza […]. La Corte Suprema ha tuttavia fatto affermazioni che, come minimo, suggeriscono fortemente che, nelle giuste circostanze, gli accusati di reati capitali effettivamente innocenti potrebbero aggiungersi alla categorie che, secondo la Costituzione, non sono suscettibili di pena di morte, come quelle degli alienati, dei ri­tardati mentali e dei minorenni” (v. n. 166)

 

 

2) GRANDE MOBILITAZIONE IN FAVORE DEL MESSICANO HUMBERTO LEAL

 

Il messicano Humberto Leal Garcia fu arrestato, processato e condannato a morte in Texas senza potersi giovare dell’assistenza del proprio consolato, in violazione del Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari di cui fanno parte gli Stati Uniti. Nonostante ciò Leal è arrivato a pochi giorni dall’esecuzione senza che alcun organo federale o statale abbia fatto nulla per riparare alla violazione dei diritti consolari del condannato. Si moltiplicano le pressioni provenienti dall’interno e dall’estero degli Stati Uniti per ottenere una sospensione dell’esecuzione di Lael. Anche i soci e i simpatizzanti del Comitato Paul Rougeau hanno partecipato ad una massiccia petizione in favore di Humberto Leal diretta al Governatore e alla Commissione per le grazie del Texas.

 

Si moltiplicano le iniziative per salvare il cittadino messicano Humberto Leal Garcia dall’iniezione letale programmata per il 7 luglio in Texas. Sostenitori e avvocati difensori contestano la violazione dei diritti consolari di Leal cui non fu consentito di godere dell’assistenza legale del proprio consolato come previsto dal Trattato di Vienna sulle Relazioni Consolari di cui fanno parte gli Stati Uniti.

Humberto Leal ricevette una pessima difesa nel processo che subì nel 1995 accusato dello stupro e dell’uccisione di una sedicenne; un’ottima difesa legale avrebbe potuto evitargli la pena di morte e forse anche una condanna, contestando sul piano scientifico le prove a carico e facendo comunque valere le forti attenuanti costituite dai gravi abusi cui fu sottoposto Leal nell’infanzia.

Molte personalità statunitensi, tra cui gli ex presidenti Carter e Clinton , l’ex capo dell’F. B. I. William Session e l’ex governatore del Texas Mark White, si sono rivolti all’attuale governatore texano Rick Perry chiedendo clemenza per Humberto Leal. Una petizione con 25 mila firme (15 mila delle quali provenienti dagli Usa) è stata inoltrata al Governatore e alla Commissione per le grazie del Texas. (A tale petizione hanno partecipato soci e simpatizzanti del Comitato Paul Rougeau, sollecitati tramite un messaggio urgente inviato a tutta la nostra mailing list).

Il senatore Patrick Leahy, presidente della Commissione Giustizia del Senato federale,  ha presentato all’inizio di giugno una proposta di legge per la riparazione delle violazioni del Trattato di Vienna nei confronti dei condannati a morte stranieri, oltre 40 dei quali sono messicani, ma certamente tale legge  - anche se favorita dall’amministrazione Obama  - non potrà essere approvata dal Congresso prima del 7 luglio in tempo utile per salvare Leal.

Infine il 28 giugno il governo del Messico ha presentato un documento legale alla Corte Suprema degli Stati Uniti chiedendo, quale amicus curiae, di sospendere l’esecuzione per consentire una riparazione della violazione dei diritti consolari di Leal. “La parola degli Stati Uniti non può essere spensieratamente violata, né la loro posizione nella comunità internazionale così inutilmente compromessa,” scrive il governo messicano.

Ci si augura che non  avvenga come per il messicano José Medellin che, al termine di un’estenuante contesa legale con il Texas e con gli Stati Uniti, fu messo a morte in Texas il 5 agosto del 2008 senza che si fosse riparato in alcun modo alla violazione del Trattato di Vienna nei suoi riguardi. Allora la Corte Suprema federale aveva sentenziato, 6 voti contro 3, che in mancanza di una legge attuativa del Trattato approvata dal Congresso, Medellin poteva essere ucciso senza che si riparasse all'ingiustizia commessa nei sui confronti (v. n. 162). Tale legge attuativa allora non era stata approvata, non è stata ancora approvata e sicuramente non sarà approvata in tempo per Humberto Leal, ma ciò non toglie che gravi sugli Stati Uniti l’obbligo morale e giuridico di riparare alla violazione dei suoi diritti consolari tutelati dal Trattato di Vienna.

Si è pronunciato in anticipo il governatore Rick Perry, nel momento in cui è stata resa nota la sua candidatura ad una nomina repubblicana per la prossime elezioni presidenziali, facendo sapere che considera l’esecuzione di Humberto Leal un atto di giustizia.

 

 

3) LEGGE AD PERSONAM PER GRAVES, INNOCENTE CONDANNATO A MORTE

 

Ad Anthony Graves, innocente condannato a morte in Texas, che ha trascorso 18 anni della sua vita in carcere, non era stato riconosciuto alcun risarcimento ed anzi lo stato, che gli aveva chiesto un indennizzo, operava delle trattenute sul suo attuale stipendio. Ciò perché nel dispositivo che ha esonerato Graves non compaiono le parole “effettiva innocenza”. Ora una legge fatta approvare appositamente per Graves dal senatore nero Rodney Ellis correggerà tale assurda ingiustizia.

 

Alla fine di ottobre, subito dopo la liberazione di Anthony Graves, innocente condannato a morte, il governatore del Texas, Rick Perry, non si vergognò di dichiarare che la sua esonerazione “rappresenta un ottimo esempio di come il sistema funziona.” Una dichiarazione da perfetta ‘faccia di bronzo’ dal momento che il meschino si era salvato per miracolo dall’iniezione letale ed era stato liberato per l’ottimo lavoro svolto da volontari e non certo per merito del ‘sistema’ texano (v. nn. 98, 100, 122, 144, 173, 184, 189).

Lo stesso Rick Perry ci ha messo qualche settimana prima di decidersi, tra maggio e giugno, ma alla fine ha firmato una legge giacente sulla sua scrivania. Tale legge consentirà di indennizzare Anthony Graves per l’ingiusta detenzione, una detenzione subita per 18 anni dopo essere stato accusato di complicità in un’orrenda strage e scaraventato nel braccio della morte dell’accusatore Cherles Sebasta in assenza assoluta di prove a carico.

Sponsor al senato della legge “ad personam” approvata quasi all’unanimità, è il senatore nero Rodney Ellis, democratico, attivissimo promotore di norme avanzate. La stessa legge permetterà ad Anthony Graves - e naturalmente a tutti coloro che in futuro si dovessero trovare nelle sue stesse condizioni - di non pagare l’indennizzo allo stato del Texas per aver fornito assistenza sociale ai sui figli mentre egli si trovava nel braccio della morte (v. n. 189, “Anthony Graves sta perdendo la pazienza”).

In più la nuova legge fissa delle procedure per informare i detenuti esonerati dei loro diritti onde evitare che vengano spremuti da avvocati senza scrupoli: di recente un avvocato texano ha preteso un onorario da un milione di dollari da un esonerato che aveva assistito nella pratica di risarcimento. Un caso che Ellis ha definito “scandaloso”.

Ora Graves potrà ricevere l’indennizzo di 80 mila dollari per ogni anno di ingiusta carcerazione, indennizzo che fino ad ora gli è stato negato per il fatto che nel dispositivo della pubblica accusa che lo ha prosciolto non figurano esplicitamente le parole “actual innocence” (effettiva innocenza) (v. n. 189). Ha dichiarato saggiamente che della somma di 1,4 milioni di dollari che gli spetta spenderà soltanto una parte a favore di sua madre, poi starà molto attendo ad amministrare il resto.

Anthony Graves  attualmente lavora come investigatore in favore dei condannati a morte. Convinto abolizionista è felice di aiutare i suoi ex compagni di pena. In una intervista concessa a metà giugno, subito dopo essere rientrato per la prima volta nel braccio della morte (da uomo libero con un vestito civile e al di qua dal vetro che isola i detenuti, fantasmi nella squallida divisa bianca) ha dichiarato: “Prevedo di continuare a fare questo lavoro finché la pena di morte non sarà abolita. Voglio vedere la fine della pena di morte perché ho provato sulla mia pelle che cosa barbara sia. Ho avuto due date di esecuzione. Lo stato stava per ammazzarmi per una cosa che non ho fatto. Sarebbe ingenuo pensare che fossi solo io ad essere innocente. Se si arriva ad ammazzare un innocente allora la pena di morte non va.”

4) OTTO MITI DELLA GIUSTIZIA PENALE

 

Negli Stati Uniti molti innocenti vengono incriminati e incarcerati, alcuni di essi ‘giustiziati’. Nel suo  libro “False Justice” edito da Kaplan Publishing, Jim Petro spiega come ciò possa avve­nire.

 

Nessuno è in grado di conoscere con precisione il numero dei detenuti innocenti, specie tra i condannati a morte. Nel 2006 due giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, David Souter e Antonin Scalia, sostennero tesi contrapposte. Souter sosteneva che vengono spesso condannati a morte uomini e donne del tutto innocenti per il concorso di diversi motivi tra cui la difficoltà di indagare senza l’aiuto della vittima e la forte pressione per ottenere una condanna nei casi di omicidio. Scalia ribatteva che le condanne ingiuste sono molto rare nei casi capitali cui si dedica un’attenzione particolare ai vari livelli di giudizio tanto che i condannati a morte trascorrono molti anni prima di essere ‘giustiziati’.

Ora torna sull’argomento degli innocenti condannati il libro “Falsa giustizia” scritto da Jim Petro, ex procuratore generale dell’Ohio, un repubblicano tutt’altro che indulgente nei riguardi del crimine. Petro durante il suo mandato si accorse con sorpresa che vengono comminate molte condanne ingiuste e ha voluto studiare a fondo tale orribile fenomeno.

Secondo Jim Petro la condanna di innocenti deriva da otto “miti”, i seguenti otto modi di pensare apparentemente ovvi, condivisi dal pubblico ed anche in parte dagli addetti agli lavori, ma del tutto infondati:

“Tutti in prigione si dichiarano innocenti”. E’ vero invece che la maggior parte dei detenuti non si proclama tale perché la sua colpa è evidente. La maggior parte dei prigionieri si lamenta delle scorciatoie prese dalla polizia o delle offerte di patteggiamento con clausole troppo severe imposte dagli accusatori, ma raramente nega di aver commesso il crimine contestato.

“Il sistema penale americano non condanna quasi mai un innocente”.  Nessuno può conoscere il numero di detenuti innocenti, ma esistono centinaia di casi documentati di condanne di innocenti, e Petro, insieme ad altri, suggerisce che il numero degli innocenti condannati raggiunga le decine di migliaia.

“Solo i colpevoli confessano”. Confessioni false si riscontrano in almeno un quarto delle condanne ingiuste acclarate.

“La condanna ingiusta è il risultato di un errore umano in buona fede”. In numerosi casi vi sono prove che la polizia e gli avvocati dell’accusa avevano motivo di dubitare sulla validità dell’arresto, e tuttavia convalidarono l’arresto.

“Un testimone oculare è la miglior prova”. Solo a volte questo è vero; numerose ricerche suggeriscono che la percentuale di identificazioni accurate da parte di testimoni oculari non supera il 50 %.

“Agli errori nelle condanne si ripara in appello”. I giudici delle corti d’appello tendono a parteggiare per l’accusa perché lo scopo finale è di convalidare il sistema processuale.

“Domandarsi se una condanna è giusta disonora la vittima del crimine”. In realtà, molte vittime e i loro cari vogliono che siano i veri colpevoli a scontare la pena.

“Se il sistema giudiziario ha dei problemi, ha in sé dei correttivi che li risolveranno”. Ricerche in oltre 2.300 giurisdizioni di giustizia penale in tutti gli Stati Uniti, mostrano che i correttivi intrinseci al sistema non riescono neppure lontanamente a risolvere i problemi. Invece, le soluzioni dei problemi partono dagli avvocati volontari che lavorano gratuitamente per i “progetti innocenza”, dalle indagini giornalistiche, dai docenti di giurisprudenza e dai rari legislatori e funzionari pubblici che si prendono la briga di andare contro corrente scontrandosi con la struttura fortificata della giustizia penale. (Grazia)

 

 

5) GROTTESCO FALLIMENTO DELL’ABOLIZIONE IN CONNECTICUT

 

A maggio il Parlamento e il Governatore del Connecticut erano pronti a fare la loro parte per approvare una legge che abolisse la pena di morte. All’ultimo momento due senatori hanno dichiarato che non avrebbero votato a favore dell’abolizione quest’anno ma solo in futuro, facendo così fallire l’iniziativa e rinviando l’abolizione come minimo di un anno ma forse di parecchi anni.

 

Gli abolizionisti statunitensi erano pronti a festeggiare la seconda abolizione della pena capitale dell’anno dopo quella dell’Illinois (v. nn. 187, 188) ma sono stati delusi da un imprevedibile e insormontabile ostacolo sorto all’ultimo momento per la nuova legge abolizionista in gestazione in Connecticut.

In Connecticut, sia i parlamentari che il governatore erano pronti a fare la loro parte per l’abolizione della pena di morte (1): alla Camera dei Rappresentanti c’era una netta maggioranza a favore dell’abolizione, al Senato con la prevista parità di voti (18 a favore, 18 contro) avrebbe fatto pendere la bilancia dalla parte dell’abolizione il voto della vice governatrice Nancy Wyman. Il governatore  Dannel P. Malloy aveva anticipato la sua intenzione di firmare la legge comportandosi in modo ben diverso dalla precedente governatrice M. Jodi Rell, la quale aveva opposto il proprio veto alla legge abolizionista approvata dal Parlamento nel 2009 (v. n. 170).

Ma all’ultimo momento, l’11 maggio, la senatrice Edith G. Prague ha annunciato che non avrebbe votato per l’abolizione in seguito alla richiesta di William A. Petit, unico sopravvissuto di una famiglia di quattro persone che fu assalita nella propria casa da due pregiudicati, Steven Hayes, già condannato a morte, e Joshua Komisarjevsky, che si appresta ad affrontare un processo capitale.

Alla 85-enne senatrice, in carica da 16 anni, si è aggiunto il collega Andrew Maynard.      

Prague e Mynard, entrambi del partito democratico, non hanno però rinunciato alla loro posizione abolizionista e si sono detti disposti a votare l’abolizione in futuro quando al nuova legge non potrà intralciare nemmeno indirettamente la condanna a morte di Komisarjevsky (2), un criminale che la signora Prague vedrebbe volentieri appeso ad un albero per i genitali.

Gli abolizionisti a questo punto hanno rinunciato a portare avanti l’abolizione nella sessione legislativa che si è appena conclusa.

La grottesca incoerenza dei due senatori che hanno cambiato ‘momentaneamente’ la loro posizione potrebbe ritardare l’abolizione in  Connecticut di un solo anno, ma anche di parecchi anni qualora non si ripetesse la concordanza che c’era quest’anno tra i due rami del Parlamento e il Governatore. Anche perché la maggioranza della popolazione dello stato è ancora favorevole alla pena capitale.

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(1) Da sostituirsi con l’ergastolo senza possibilità di liberazione.

(2) La nuova legge si sarebbe applicata ai delitti futuri e non a quelli già commessi ma avrebbe aiutato gli avvocati difensori ad evitare ulteriori condanne ed esecuzioni (comunque assai improbabili in uno stato che ha compiuto una sola esecuzione dopo il ripristino della pena di morte nel 1976).

 

 

6) L’UCCISIONE DI BIN LADEN, UNO SCACCO PER I DIRITTI UMANI

 

Quando alla volontà di sapere, di comprendere e di reagire razionalmente, si sostituisce la semplice pulsione ad uccidere, la civiltà arretra ad uno stadio precedente all’affermarsi dei diritti umani. Ciò anche se ad essere ucciso è un personaggio esecrabile come Osama bin Laden.

 

Probabilmente non si conoscerà mai l’esatta dinamica degli eventi culminati nell’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan da parte delle forze speciali della Marina statunitense.   

E’ inutile domandarsi se l’uccisione, annunciata al mondo da Barack Obama la sera di domenica 1° maggio (1), sia stata, per caso, la conseguenza inevitabile di una risposta armata al tentativo di catturarlo: nessuno ha sentito il bisogno di sostenere una simile tesi.

Le massime autorità USA hanno dichiarato che si è trattato di una specifica ‘operazione mirata’, lungamente preparata, ordinata e seguita in diretta dal presidente Barack Obama.

La locuzione ‘operazione mirata’ ha un’assonanza non casuale con ‘assassinio mirato,’ una pratica intensificatasi nell’ambito della ‘guerra al terrore’. Si tratta di una ‘pena di morte’ decisa dal potere esecutivo senza neanche un processo, ormai inflitta in ogni dove nel mondo (v. ad es. nn. 90, 92, 117, 178, 179), una pratica da condannare senza riserve, così come le tradizionali ‘esecuzioni extragiudiziali’ (2)

La pulsione ad uccidere ha avuto il sopravvento sulla necessità di conoscere e di capire. La civiltà dei  diritti umani avrebbe dovuto mirare ad una conclusione ben diversa della vicenda di Osama bin Laden: un giusto processo davanti ad un’autorità internazionale indipendente che avesse avuto lo scopo primario di chiarire e provare, fin dove possibile, i crimini che gli sono stati attribuiti, nell’interesse dell’umanità, della storia, della giustizia.

Pienamente soddisfatto dell’operazione compiuta, Barack Obama, ha affermato, avviandosi a concludere la sua ampia articolata dichiarazione del 1° maggio: “Saremo instancabili nella difesa dei nostri cittadini, dei nostri amici ed alleati. Onoreremo i valori che ci fanno essere quello che siamo. In serate come questa noi possiamo dire alle famiglie che hanno perso i loro cari per il terrore di al Qaeda: giustizia è fatta.”

Il giorno dopo egli ha avvertito che: “chiunque metta in questione che il perpetratore di omicidi di massa sul suolo americano non meritava quello che ha ricevuto deve essere sottoposto ad esame psichiatrico”.

Non ci stupiscono più di tanto le uscite del presidente Obama, resosi sempre più indistinguibile dal suo predecessore George W. Bush. A lasciarci pressoché allibiti sono state le dichiarazioni a caldo degli esponenti dei più importanti organismi europei.

Tutti si sono congratulati. Nessuno ha avuto da eccepire, nessuno si è posto quanto meno dei dubbi sulla liceità dell’operazione statunitense.

Non troviamo alcuna eccezione nei riguardi degli Stati Uniti nella soddisfatta dichiarazione del presidente del Parlamento Europeo, Jerzy Buzek, né in quella di Thorbjorn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, massima istanza europea per quanto riguarda i diritti umani. Jagland, che è anche presidente del comitato per i premi Nobel, ha dichiarato: “La notizia della morte di Osama bin Laden è certamente un passo importante negli sforzi internazionali per combattere il terrorismo. Ha un immenso significato simbolico.”

In una dichiarazione congiunta, il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy – massima autorità dell’Unione Europea – e Pia Ahrenkilde Hansen, portavoce di José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, hanno affermato:

“Osama bin Laden fu un criminale responsabile di odiosi attacchi terroristici che costarono la vita di migliaia di persone innocenti. La sua morte rende il mondo più sicuro e mostra che tali crimini non rimangono impuniti. Questo è un grande risultato nei nostri sforzi per liberare il mondo dal terrorismo. L’Unione Europea continua a stare spalla a spalla con gli Stati Uniti…”

La portavoce di Barroso ha sentito il bisogno di aggiungere un suo commento e di concludere con una confusa excusatio non petita: “Bin Laden fu responsabile di molte morti e con la sua morte un nemico è scomparso e consideriamo questo come un passo in avanti per rendere il mondo più sicuro […] non si è trattato dell’esecuzione di una sentenza di morte, è stata una cosa completamente differente. Continuiamo ad essere contro la pena di morte.”

A rischio di rientrare nella ristrettissima categoria dei ‘folli’ che osano eccepire, noi ci interroghiamo sul tentativo di Barack Obama di racchiudere la ‘giustizia’ nei confini di una mera uccisione.

I motivi potrebbero essere diversi e tutti disdicevoli: vi sono certamente la perdurante confusione tra ‘giustizia’ e vendetta’(3) e la tendenza dei massimi poteri mondiali a regolare i conti tra di loro direttamente, per quanto possibile al di fuori del controllo democratico e di ogni vincolo legale. Secondo alcuni, inclini alle teorie complottiste, si sarebbe anche voluto evitare che certi aspetti degli eventi riguardanti bin Laden ed al Qaeda venissero divulgati in un processo.

Sta di fatto che l’oscura vicenda del 1° maggio ha ribadito l’arretramento dei diritti umani prodotto dalla ‘guerra al terrore’ scatenata in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001. Una ‘guerra’ che non ha ucciso solo Osama bin Laden, ma ha prodotto molte decine di migliaia di vittime - in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan… e - a qualsiasi latitudine ed in ogni emisfero - una moltitudine variegata di violazioni dei diritti umani fondamentali, individuali e collettivi.

Come osservammo già nel 2001, il crimine più raffinato connesso con gli attacchi dell’11 settembre di quell’anno, è stato proprio quello di imbarbarire coloro che venivano attaccati. Un crimine dichiarato dallo stesso Osama bin Laden (v. n. 93, “Un polverone...”).

In un articolo intitolato “Come Osama bin Laden ha pervertito la giustizia degli Stati Uniti”,Karen Greenberg, direttrice del Centro sulla Legge e la Sicurezza presso l’Università di New York, scrive: “E’ una variante del refrain che ha caratterizzato l’ultimo decennio dopo l’11 settembre: nella paura, nell’odio, nella vendetta, abbiamo bisogno di essere più forti rinnegando molti dei nostri ideali. Con questo ritornello in mente, noi Americani, nel nome di bin Laden siamo caduti in una situazione di compromesso con i nostri principi.” (4)

Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti – oltre che ai bombardieri stratosferici - ricorsero immediatamente alla tortura, ai trasferimenti segreti di detenuti, alla negazione del diritto alla difesa legale, alla detenzione indefinita senza processo, alla negazione di un giusto processo per coloro che furono definiti “nemici combattenti”, alle sparizioni, alle esecuzioni mirate (v. ad es. n. 159 e nn. ivi citati, n. 165, n. 189).

Ora l’uccisione di Osama bin Laden - anche se si tratta dell’uccisione di una sola persona tra le moltissime che avvengono ogni giorno nella ‘guerra al terrorismo’ - dovrebbe essere un’occasione rilevante e privilegiata per discutere sull’uso della violenza, un’occasione di svolta, un’occasione che per la verità ci sembra vada persa dai più.

“Una giustizia che uccide non è giustizia,” scrive, mettendosi contro corrente, l’associazione abolizionista francese ECPDM (Insieme Contro la Pena di Morte) ai presidenti Obama e Sarkozy, e prosegue:

“E’ importante tenere a mente che Osama bin Laden e quello che rappresenta ispirano orrore e condanna, che l’ideologia e i metodi di al Qaeda sono vili e spregevoli. E’ altrettanto importante ricordare un principio basilare su cui si fonda la nostra democrazia basata sullo stato di diritto: la giustizia non è vendetta, e non lo potrà mai essere!

“La vera giustizia avrebbe dovuto avere la possibilità di processare per i loro crimini bin Laden e i suoi accoliti in una corte. Avrebbe anche avuto la grande opportunità di mostrare la forza della legge e la sua superiorità sulla violenza e, attraverso ciò, i valori essenziali della nostra democrazia […]

“In questo giorno è essenziale ricordare le vittime, tutte le vittime di bin Laden e del suo movimento […] Un processo offre la possibilità di testimoniare, la possibilità di dare alle vittime un nome e a volte una faccia. Oltre ad avere un ruolo catartico, un processo permette di stabilire la verità nelle situazioni più complesse. Consente anche di spazzar via le teorie complottiste, sempre pericolose e detestabili.”

“In ogni caso, per tutte queste ragioni, noi esprimiamo oggi la nostra profonda delusione per le vostre dichiarazioni: “Per le vittime, giustizia è fatta”. I cittadini statunitensi devono beneficiare di una giustizia che non sia basata sull’antica frase “vivo o morto.”

“E’ opportuno ricordare il discorso di Robert Badinter per l’abolizione della pena di morte fatto nell’Assemblea Nazionale il 17 settembre 1981: “Ancorché combattere il terrorismo, la pena di morte lo nutre. A questa considerazione dobbiamo aggiungerne un’altra: l’uso della pena di morte contro i terroristi comporta per una democrazia l’adozione dei valori tipici del terrorismo […]”

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(1) Si tratta del 1° maggio secondo l’orario di Washington, del 2 maggio secondo l’orario del Pakistan.

(2) Amnesty International, da molti anni, utilizza la locuzione “esecuzione extragiudiziale” riferendosi per esempio agli assassini politici ordinati dai governanti in America Latina.

(3) La vendetta è diventata il principale motivo a sostegno della pena capitale negli USA, v. n. 189, “La pena di morte non aiuta…”

(4) L’articolo è stato pubblicato sul Guardian il 2 maggio, vedi: www.guardian.co.uk/commentisfree/cifamerica/2011/may/02/osama-bin-laden-justice

7) RATKO MLADIC DOPO 16 ANNI INCONTRA LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

 

L’ex generale Ratko Mladic che condusse il crudele assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1995 e beffò le Nazioni Unite ordinando di passare per le armi i cittadini maschi della città  Srebrenica da lui espugnata in Bosnia nel 1995, è stato arresto il 26 maggio, dopo 16 anni latitanza, dalla polizia serba e consegnato al  Tribunale Penale Interna­zionale ad hoc per la ex-Jugoslavia

 

Tre anni dopo l’arresto di Radovan Karadzic, leader della piccola Repubblica Serba di Bosnia creatasi nel quadro delle guerre che segnarono la dissoluzione della Jugoslavia, il 26 maggio è arrivato l’arresto dell’ex generale Ratko Mladic, collaboratore e complice di Karadzic nelle atrocità commesse tra il 1992 e il 1995 nel corso della ‘pulizia etnica’ contro la minoranza musulmana.

Mladic, catturato dalla polizia nella cittadina rurale di Lazarevo a nord di Belgrado, è stato subito trasferito all’Aia presso il Tribunale Penale Interna­zionale ad hoc per la ex-Jugoslavia dove Karadzic si trova ancora sotto processo (v. n. 162). Mladic, incriminato come Karadzic nel 1995 dal Tribunale dell’Aia, è riuscito ad eludere la giustizia internazionale per 16 anni contando su una rete di connivenze che si è via via dissolta.

L’attuale presidente serbo Boris Tadic - che ha ritenuto opportuno dare un deciso impulso alla caccia di Mladic soprattutto per consentire il futuro ingresso della Serbia nell’Unione Europea - ha dichiarato: “Ritengo che oggi abbiamo posto fine ad un difficile periodo della nostra storia recente”.   

La dichiarazione di Tadic suona quantomeno eufemistica dal momento che Karadzic e Maldic perseguirono una politica mostruosa che arrivò allo sterminio fisico della minoranza musulmana.  

Nell’enclave di Srebrenica tra 10 e il 19 luglio del 1995 furono passati per le armi da Mladic oltre 7000 uomini e ragazzi, violando la protezione assicurata dalle Nazioni Unite (sia pure con la presenza di soli 370 ‘caschi blu’ olandesi). Nel pluriennale assedio di Sarajevo – isolata e fatta segno dei colpi delle artiglierie e dei cecchini - morirono 10 mila cittadini tra cui 1.500 minorenni.   

Anche se le cifre relative alle vittime avrebbero bisogno di una seria verifica perché  – come sempre accade quando si denunciano a posteriori gravissime violazioni dei diritti umani – rischiano di essere esagerate, si tratta di crimini orribili che mai si sarebbero potuti immaginare in Europa dopo la seconda guerra mondiale, (v. nn.  119, Notiziario, 131, 147, Notiziario).

Ratko Mladic, invecchiato e malandato, reduce da alcuni ictus, è apparso l’ombra del generale spavaldo che disse alle donne terrorizzate di Srebrenica espugnata: “Nessuno verrà toccato”, mentre le sue guardie del corpo distribuivano cioccolatini ai bimbi. “Non avete nulla da temere. Sarete tutti evacuati,” aggiunse Mladic davanti alle telecamere ma i suoi soldati già formavano un cordone intorno a Srebrenica e iniziavano il massacro di tutti i maschi su una popolazione di circa 30 mila abitanti. Alcuni riferiscono che Mladic disse ai suoi uomini che si trattava della vendetta per il massacro dei Serbi compiuto 190 anni prima in quella zona dai Turchi Ottomani!

 

 

8) È USCITO IL RAPPORTO ANNUALE DI AMNESTY INTERNATIONAL

 

E’ uscito all’inizio di maggio il Rapporto annuale di Amnesty International 2011, che documenta la situazione dei diritti umani nel 2010 (*). Come negli anni precedenti, il voluminoso rapporto si occupa singolarmente della maggior parte dei paesi e territori del mondo, prendendone questa volta in esame 157 su circa 200. In tutti questi paesi, tra cui figura l’Italia, vi sono state gravi violazioni dei diritti umani.

In Italia richiedenti asilo e migranti hanno continuato a essere privati dei loro diritti, sono continuati i decessi sospetti di persone arrestate o detenute, e le discriminazioni e le persecuzioni delle minoranze, come quella dei Rom, ma si sono avuti anche dei risultati positivi. Tra questi  le conferme in appello delle condanne seguite ai processi contro i pubblici ufficiali che torturarono i contestatori del G8 di Genova del 2001 e contro i responsabili americani e italiani della rendition dell’imam Abu Omar avvenuta nel 2003 nell’ambito della ‘guerra al terrorismo’.

Per Amnesty, nel momento attuale – denso di avvenimenti e di cambiamenti in tantissimi paesi – si sta verificando nel mondo un passaggio ‘storico’.

Il 13 maggio, presentando il Rapporto, la presidente della Sezione Italiana di Amnesty, Christine Weise, ha osservato: “Cinquant’anni dopo che la candela di Amnesty International iniziò a fare luce sulla repressione, la rivoluzione dei diritti umani oggi è vicina a un cambiamento storico […]”

“La gente sfida la paura. Persone coraggiose, guidate soprattutto dai giovani, scendono in strada e prendono la parola nonostante le pallottole, le percosse, i gas lacrimogeni e i carri armati. Questo coraggio, insieme alle nuove tecnologie che aiutano le attiviste e gli attivisti ad aggirare e denunciare la soppressione della libertà di parola e la violenta repressione delle proteste pacifiche, sta dicendo ai governi repressivi che i loro giorni sono contati” – ha aggiunto la Weise.

“Tuttavia, è in corso una dura rappresaglia da parte delle forze della repressione. La comunità internazionale deve cogliere l’opportunità del cambiamento e assicurare che il 2011 non sarà una falsa alba per i diritti umani” – ha ammonito Christine Weise.

Amnesty rileva che è in atto “una battaglia cruciale per il controllo dell’accesso all’informazione, dei mezzi di comunicazione e delle nuove tecnologie della rete, proprio mentre i social network alimentano nuove forme di attivismo che i governi cercano di irreggimentare.”

Amnesty considera un fermento positivo, anche se carico di incognite, il cambiamento prodotto dalla “proteste che si sono propagate in tutto il Medio Oriente e l’Africa del Nord per chiedere la fine della repressione e della corruzione.” Proteste che “stanno mettendo in luce quanto sia profondo il desiderio di essere liberi dalla paura e dal bisogno e stanno dando voce alle persone senza voce. In Tunisia ed Egitto, hanno detronizzato i dittatori e il loro successo ha entusiasmato il mondo: ora i sussurri di malcontento vengono uditi dall’Azerbaigian allo Zimbabwe.”

Per contro “i governi di Libia, Siria, Yemen e Bahrein hanno mostrato l’intenzione di picchiare, malmenare e uccidere per poter restare al potere. Anche quando i dittatori cadono, le istituzioni che li sostenevano devono ancora essere smantellate e il lavoro delle attiviste e degli attivisti è lontano dall’essersi concluso. Governi repressivi quali quelli di Azerbaigian, Cina e Iran, stanno cercando di impedire una rivoluzione del genere.”

“Migliaia di difensori dei diritti umani sono stati minacciati, imprigionati, torturati e uccisi in molti paesi, tra cui Afghanistan, Angola, Brasile, Cina, Messico, Myanmar, Russia, Turchia, Uzbekistan, Vietnam e Zimbabwe”.

Il Rapporto rileva inoltre le violazioni che compiono gli Stati Uniti, specie nell’ambito della ‘guerra al terrorismo’, e molti altri paesi, spesso percorsi da rivoluzioni o conflitti conclamati o striscianti, in particolare Bielorussia, Kirghizistan, Ucraina, Nigeria, Ciad, Colombia, Iraq, Israele e Territori Palestinesi Occupati, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sri Lanka, Sudan…

“Era dai tempi della guerra fredda che così tanti governi repressivi non affrontavano una sfida al loro attaccamento al potere” – ha commentato Christine Weise.

Tra i successi più significativi del movimento per i diritti umani verificatisi nel 2010, Amnesty International ricorda il rilascio di Aung San Suu Kyi in Myanmar e l’assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, nonostante la forte opposizione del governo di Pechino.

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(*)Il Rapporto Annuale 2011 si può consultare integralmente online al seguente indirizzo:

http://www.50.amnesty.it/rapportoannuale2011 e si può acquistare per 23 euro nella versione cartacea presso l’editrice Fandango Libri.

 

 

9) FERNANDO SCRIVE A PROPOSITO DEGLI INTRALCI ALLA CORRISPONDENZA

 

Fernando, il nostro corrispondente privilegiato dal braccio della morte della California, in una lettera spedita a Grazia il 16 maggio conferma che negli ultimi tempi si sono verificati gravi disservizi nella trasmissione della posta ai prigionieri. Fernando parla anche del cibo servito ai condannati a morte, notevolmente peggiorato in conseguenza della crisi economica, e del giornale del carcere di San Quentin, una pubblicazione di ottima qualità in cui scrivono i detenuti, le guardie e non solo, di cui ci ha appena inviato un numero a titolo esemplificativo.

 

Ho ricevuto oggi la vostra lettera del 5 maggio, e sono molto contento di avere notizie. Grazie per le copie delle altre due lettere che mi avevi spedito e, no, non le avevo ricevute! Abbiamo un problema con alcune guardie che non ci danno la posta perché sono sadiche e mancano di professionalità. Ti ricordi quando scrissi all’avvocato Ellis e lui non ricevette le lettere? E’ successo anche con il mio avvocato. Mi è arrivata posta da amici che utilizzavano il mio vecchio numero di cella, quindi non è il numero di cella obsoleto che costituisce il problema.

Grazie degli auguri per Pasqua, mi piace l’illustrazione! Trascorsi la domenica di Pasqua in modo tranquillo e piacevole. Non ci fu molto da fare ma mi limitai a bere cioccolata calda e guardare dei programmi televisivi! Naturalmente, se fossi stato libero, sarei andato a trovare i miei genitori e avrei trascorso una giornata gioiosa con la mia famiglia.

Il giornale del carcere è redatto principalmente dai detenuti. Ci sono anche guardie e alcune persone esterne che lo supervisionano. Ma, come giustamente dici tu, tutti fanno proprio un buon lavoro. E ritengo contenga informazioni che non si trovano in alcun altro giornale. Sono contento che ti sia piaciuto. Credo ci sia un sito web dedicato.

Sì, il cibo che ci viene servito è peggiorato. Non era così negli anni ’80 e nei primi anni ’90, ma con la crisi economica nello stato, la qualità del cibo iniziò a peggiorare. Persino alcune guardie, quelle che ci servono i pasti, dicono che è diventato inappetibile. Quando però è tutto ciò che puoi ottenere per mangiare, cerchi di adattarti comprando e aggiungendo salse e spezie piccanti!

Il nostro nuovo governatore ha annullato il progetto di costruire un nuovo braccio della morte. Inoltre un giudice in pensione, che a suo tempo spedì 9 uomini nel braccio della morte, ha scritto al governatore chiedendogli di “uccidere” la pena di morte. Le cose qui stanno facendosi interessanti!

Concludo per adesso. Grazia per favore di’ un “ciao” a tutti da parte mia. Un abbraccio forte

Fernando

 

 

10) DAL VERBALE DELL’ASSEMBLEA DI FIRENZE DEL 22 MAGGIO 2011

 

L’Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau/Ellis One Unit si è riunita il 22 maggio 2011 […] L’ordine del giorno è il seguente: 1.  Relazioni sulle attività svolte dal Comitato Paul Rougeau dopo l’Assemblea del 6 giugno 2010; 2. situazione iscritti al Comitato Paul Rougeau, gestione dei soci; 3.  illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2010; 4. ratifica di eventuali dimissioni dal Consiglio Direttivo; elezione di membri del Consiglio Direttivo. […] 5. Programmazione di un eventuale tour in Italia di Dale e Susan Recinella nell’anno 2012 per una serie di conferenze; 6. redazione del Foglio di Collegamento; 7. discussione delle strategie abolizioniste; 8. discussione, programmazione e approvazione del prosieguo delle attività in corso; proposte di nuove attività da parte dei soci, programmazione ed approvazione delle stesse; 9. proposte rivolte ai soci che non fanno parte dello staff del Comitato di collaborare attivamente in iniziative consone alle loro rispettive possibilità ed esperienze; 10. raccolta fondi e allargamento della base associativa; 11. ricerca di adesioni ideali di personalità al Comitato Paul Rougeau; varie ed eventuali. In apertura di seduta si approva all’unanimità il verbale della precedente Assemblea dei Soci […] e si affronta quindi il punto 1. all’o. d. g. Giuseppe Lodoli, Stefania Silva, Grazia Guaschino, Andrea De Paoli e Paolo Cifariello relazionano sulle principali attività  svolte dal Comitato dopo l’Assemblea del 6 giugno 2010. Vi sono state 10 presenze attive del Comitato in eventi abolizionisti/culturali/formativi[…] a fronte delle 5 partecipazioni attive dell’anno precedente (10, 12 e 20 negli anni ancora precedenti). Rapporti con associazioni abolizioniste (Sezione Italiana di Amnesty International, Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte, Comunità di Sant’Egidio): al minimo e di routine. Giuseppe afferma che occorrerebbe incrementare l’apporto alla Coalizione Mondiale. E’ stata data assistenza ad una mezza dozzina di persone che hanno iniziato una corrispondenza con detenuti del braccio della morte segnalateci da Amnesty. […] Sono stati ricevuti oltre 10.000 messaggi e-mail e spediti oltre 2800 messaggi e-mail. La mailing list per l’invio del nostro Foglio di Collegamento (F. d. C.) si è stabilizzata sui 300 indirizzi come nei due anni precedenti […] Complessivamente ricevono il F. d. C. circa 320 persone come nell’anno precedente. Del  F. d. C. sono usciti 9 numeri, in luogo dei 10 programmati nel periodo di 11 mesi.  Infatti i numeri doppi sono stati due (luglio-agosto 2010 e marzo-aprile 2011) in luogo di uno. […] Per la preparazione del Foglio di Collegamento sono state raccolte ed esaminate oltre 1.000 pagine di documentazione. Abbiamo continuato una riflessione sull’ergastolo, soprattutto sull’ergastolo senza possibilità di liberazione, con diversi articoli sul F. d. C. ed intensificando i rapporti su questo tema con la Comunità Papa Giovani XXIII e con Carmelo Musumeci, ergastolano nel carcere di Spoleto […] Giuseppe osserva che occorre andare al di là della posizione attuale di Amnesty International, che non si esprime in materia, e riconoscere, almeno in linea di principio, che l’ergastolo senza possibilità di liberazione costituisce una violazione dei diritti umani fondamentali (nonché della Costituzione italiana). […] Per quanto riguarda la pubblicazione dell’Opuscolo del Comitato, […] è ormai il momento di produrre una edizione aggiornata di tale pubblicazione. Del libro su Gary Graham rimangono in giacenza quasi 200 copie. […] Occorre rilanciare la vendita di questo libro e di altri libri in giacenza, tra cui 5 copie di “Saai Maso” rimasteci delle 15 dateci in deposito da Marco Cinque. Grazia ha continuato a corrispondere con Fernando Eros Caro al ritmo di circa una lettera al mese traducendo qualche articolo scritto da quest’ultimo per il F. d. C. Si passa al punto 2. All’o. d. g. e Grazia riferisce sulla situazione del soci. Rimangono nell’elenco dei soci 104 persone. Grazia ricorda che 58 di queste persone erano state da lei sollecitate a mettersi in regola ad aprile del 2010 ottenendo una ventina di rinnovi. […] Grazia si propone di fare a breve un ulteriore sollecito generalizzato. Passando al punto 3. all’o. d. g. Paolo Cifariello distribuisce e illustra il rendiconto economico relativo al 2010 […]. Tra le entrate si è avuto un notevole aumento delle quote associative rispetto all’anno precedente […] Tra le uscite figurano i 663 euro inviati dal Comitato a Fernando Eros Caro e i 491 euro messi a disposizione in extremis dal Comitato per la difesa legale di Michael Perry, condannato a morte in Texas, purtroppo giustiziato il 1° luglio 2010. I 3.000 dollari inviati all’avvocato James Rytting per le difesa legale di Larry Swearingen, condannato a morte in Texas con plausibili prove di innocenza, sono stati interamente rimborsati da offerte specifiche di soci e simpatizzanti. […] Si discute molto sulle spese sostenute per la spedizione del F. d. C. su carta che appaiono ad alcuni troppo rilevanti. Si decide di chiedere a tutti i soci che ricevono il bollettino su carta in possesso di indirizzo e-mail se si contentano di ricevere il bollettino solo per via telematica. Si sono molto ridotte le rimesse ai condannati a morte per conto terzi (solo 522 euro nell’anno) e nel contempo sono aumentate le difficoltà per ottenere dalle banche italiane assegni pagabili negli Stati Uniti ai detenuti. Il rendiconto economico per il 2010 è approvato all’unanimità. Punto 4. all’o. d. g.: […]Vengono eletti all’unanimità nel Consiglio Direttivo del Comitato Paul Rougeau i soci Paolo Cifariello, Andrea De Paoli, Loredana Giannini, Grazia Guaschino, Giuseppe Lodoli, Lucia Squillace e Stefania Silva. […] Si eleggono all’unanimità: Giuseppe Lodoli a Presidente, Stefania Silva a Vice Presidente, mentre Paolo Cifariello viene eletto Tesoriere. […] si affronta il punto 5. All’o. d. g. Grazia riferisce che […] le Edizioni San Paolo hanno accettato di pubblicare in Italia il libro autobiografico di Dale Recinella “Now I Walk on Death Row: A Wall Street Finance Lawyer Stumbles into God’s Love” su licenza dell’editore americano; […]; si prevede un tour in Italia di Dale e Susan Recinella per presentare e lanciare il libro, con una ricaduta pubblicitaria anche per il Comitato Paul Rougeau. Il libro uscirà pure in Francia e in Norvegia. Giuliana è interessata a conoscere l’editore norvegese del libro […] Si affronta il punto 6. all’o. d. g. Si decide di inviare un questionario di una decina di domande ai lettori del F. d. C. – come programmato ma non fatto l’anno scorso – onde ricavare criteri per migliorare e rendere più interessante e meglio fruibile il bollettino […] Vengono avanzate dai presenti numerose e varie proposte per cambiare la struttura e/o la periodicità del F. d. C. […] Si decide di inviare ai lettori del bollettino che ricevono la versione su carta la richiesta di accontentarsi eventualmente dell’edizione e-mail al fine di risparmiare sulle spese di stampa e postali. Si unificano il punto 7. e il punto 8. all’o. d. g. Stefania chiede di precisare le modalità più opportune per riprendere la campagna sulle condizioni di detenzione nel braccio della morte del Texas […]  Passando ai punti 9. e 10. si decide di mandare un appello a tutta la nostra mailing list per chiedere ancora una volta una collaborazione attiva di soci e simpatizzanti con lo staff del Comitato; nello stesso messaggio o in un altro messaggio, si proporrà ai partecipanti alla lista di iscriversi al Comitato in modo da allargare la base associativa. Anche per corrispondere almeno in parte alle numerose richieste di partecipazione ad azioni urgenti che provengono dall’esterno del Comitato Paul Rougeau, si decide di costituire una ‘rete azioni urgenti’ composta da alcune decine di soci e simpatizzanti del Comitato che si impegnino ad aderire sistematicamente ad un numero limitato […] di azioni urgenti […] selezionate, semplificate ed approvate all’unanimità da un gruppo ristretto formato da Andy, Grazia, Giuseppe, Stefania. In qualche caso si aderirà alle azioni urgenti come Comitato Paul Rougeau in quanto tale e non soltanto come singole persone. Punto 11. Giuliana si incaricherà di proporre alla vedova di Antonino Caponnetto di aderire idealmente al Comitato Paul Rougeau. Il gruppo di Firenze si incaricherà di fare la stessa cosa nei riguardi di Carla Fracci. Paolo cercherà di avere l’adesione di Emilia Sarogni a Piacenza. […]

 

 

11) NOTIZIARIO

 

Arabia Saudita. Pagato il “prezzo del sangue”. Darsem, una domestica indonesiana, condannata a morte in Arabia Saudita per aver ucciso il proprio datore di lavoro, è stata salvata in extremis della decapitazione. Il 26 giugno si è saputo che l’ambasciata dell’Indonesia ha pagato ai parenti della vittima una somma corrispondente ad oltre 500 mila dollari, il “prezzo del sangue”, così come previsto dalla legge islamica, ottenendone in cambio il perdono. Ciò è avvenuto al termine di una trattativa cominciata in gennaio. Gli avvocati di Darsem ora sperano di arrivare a liberare la donna che sostiene di aver agito per legittima difesa dal momento che il suo padrone stava tentando di stuprarla. La positiva conclusione del caso di Darsem segue di una settimana la decapitazione di un’altra domestica indonesiana in Arabia Saudita, Royati binti Sapubi. Quest’ultima è stata messa a morte nonostante le richieste di clemenza del governo di Giacarta, che ha poi protesto vivacemente richiamando il proprio ambasciatore e decretando una moratoria sull’invio di lavoratori indonesiani in Arabia Saudita a partire dal 1° agosto.

 

California. Niente esecuzioni capitali prima del 2012. Vi sono 720 condannati a morte in California, 7 dei quali hanno esaurito gli appelli.  Ma non ci saranno esecuzioni in California nel 2011 per il fatto che è stato nominato una nuovo warden (direttore) del penitenziario di San Quentin.  Questi ha il compito di formare una sua squadra di esecuzione. I membri della squadra verranno scelti alla fine di agosto, dopo di che i condannati e i loro avvocati avranno tempo fino a dicembre per richiedere la documentazione che dimostri la qualificazione dei nuovi ‘boia’. Lo hanno assicurato gli avvocati dell’attorney general  (ministro della giustizia) californiano al giudice federale Jeremy Fogel che valuta le eccezioni avanzate dai condannati avverso la nuova procedura per l’iniezione letale, sospettata di essere crudele e inumana come la vecchia e perciò contraria all’Ottavo emendamento della Costituzione Usa (v. nn. 181, 183). Preso atto di ciò, Fogel ha prorogato a gennaio il termine delle udienze in merito all’iniezione letale. 

 

Cina. Invito alla moderazione nell’uso della pena di morte. Il 24 maggio la Corte Suprema del Popolo (CSP) ha chiesto alle corti cinesi di utilizzare l’opzione di sospendere per 2 anni la pena di morte per i criminali di cui non sia ‘necessaria’ l’esecuzione immediata (in vista di un loro ravvedimento e della conseguente commutazione); rilasciando il rapporto annuale sul lavoro delle corti cinesi, la CSP ha affermato che la pena di morte deve essere applicata solo ad un ‘piccolissimo numero’ di criminali che commettono ‘delitti estremamente gravi’. Usando la ‘giustizia temperata con la clemenza’ la sospensione della pena di morte deve essere concessa fin dove lo permette la legge. Secondo il rapporto, le corti popolari hanno mostrato rispetto, nell’uso della pena di morte, del diritto alla vita che è basilare tra i diritti umani. Il 1° maggio è entrata in vigore la legge che riduce le fattispecie di reato capitale a 55, dalle 68 previste nella legge penale vigente dal 1979 (v. n. 182). Si tratta di un altro passo nella giusta direzione dopo la decisione della Corte Suprema di rivedere tutte le sentenze capitali presa nel 2007. Tale decisione ha portato all’annullamento del 10% delle condanne capitali inflitte dalle corti periferiche. Pur dovendosi prendere l’invito alla moderazione con il beneficio del’inventario, è indubbio che la Cina ha imboccato da qualche anno la strada di una sia pur lenta riduzione dell’usa della pena capitale, pena di cui si comincia a discutere apertamente con il formarsi di gruppi abolizionisti. Amnesty International, sempre molto scettica nei riguardi della Cina, valuta in migliaia le esecuzioni effettuate nel paese asiatico lo scorso anno, ma non nega un certo contenimento dell’uso della pena capitale.

 

Gaza. Fucilazione di un collaborazionista. Il governo scissionista di Hamas che detiene il potere nella Striscia di Gaza ha reso noto di aver condannato a morte e fucilato un uomo, nominato solo con le iniziali A. S., accusato di collaborare con Israele e di “favorire l’occupazione israeliana.” L’esecuzione è avvenuta il 4 maggio in aperta sfida al presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas cui spetta la ratifica di ogni condanna capitale. Il brutale e sconcertante episodio è avvenuto proprio nel giorno in cui i leader di Hamas e il Presidente Abbas hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per porre fine alla scissione tra i Palestinesi. La “Commissione Indipendente per i Diritti Umani”, un gruppo palestinese, ha condannato l’esecuzione e reso noto che l’uomo fucilato si chiamava Abdel-Karim Shrair, aveva 37 anni ed era stato un membro della polizia locale quando la polizia dipendeva da Abbas. Hamas ha messo a morte 5 persone lo scorso anno, 2 delle quali accusate di collaborazionismo con Israele.

 

New Hampshire. Espansione delle fattispecie di reato capitale. Il 26 giugno è stata definitivamente approvata in New Hampshire una legge che aumenta le fattispecie di reato capitale includendovi gli omicidi commessi nel corso di intrusioni in abitazioni. “Credo fermamente che vi siano dei crimini così odiosi per i quali la pena di morte è giustificata. In questo stato abbiamo utilizzato il nostro statuto sulla pena di morte in modo giudizioso e prudente, come è giusto. Ma ci sono alcuni crimini orribili che non sono attualmente coperti dal nostro statuto,” ha dichiarato il governatore John Lynch firmando la nuova legge conseguita ad un fatto di cronaca verificatosi nel 2009. Si tratta di un notevole un passo indietro per uno stato che non ha fatto esecuzioni dopo la reintroduzione della pena di morte. Ricordiamo che la pena di morte era stata abolita dal Parlamento del New Hampshire nel 2000, ma l’abolizione fu vanificata dal veto della governatrice Jeanne Shaheen. Successivamente si è avuta una prima condanna a morte. (v. n. 155, Notiziario, 165, Notiziario).

 

Texas. Contro Delma Baks un nuovo processo capitale dopo 30 anni dal primo. Delma Banks ha 52 anni e capelli grigi; fu condannato a morte in Texas quando aveva 21 anni in un processo ingiusto tanto che la Corte Suprema federale nel 2004 lo prosciolse per le gravi irregolarità commesse dall’accusa onde ottenere la sentenza di morte (v. n. 105, 116, Notiziario). Ma James Elliott, lo stesso accusatore che lo fece condannare a morte 30 anni fa, è tornato alla carica è ha chiesto per lui un nuovo processo capitale nonostante il fatto che le prove d’accusa siano costituite soltanto dalle testimonianze di due sbandati, uno dei quali era un informatore pagato della polizia, che furono istruiti e costretti a testimoniare contro Banks. Non vi è alcun testimone dell’omicidio che fu attribuito a Banks e nessuna prova fisica che leghi Banks alla scena del delitto. Nell’udienza preliminare tenutasi il 9 maggio, gli avvocati di Delma Banks hanno chiesto al giudice Nathan E. White di squalificare sia James Elliott che il suo ufficio dal nuovo processo, dati i precedenti. White, che ha ascoltato accusa, difesa e alcuni esperti presentati dalla difesa, si è riservato di decidere in merito. Da notare che Delma Baks è vivo per miracolo avendo ricevuto ben 16 date di esecuzione ed essendo stato salvato con solo pochi minuti d’anticipo dall’iniezione letale il 12 marzo 2003 dalla Corte Suprema federale.

 

Texas. Ucciso Kerr con la nuova iniezione letale. Cary Kerr è stato il primo condannato a morte ad essere ucciso in Texas con la nuova sequenza di tre farmaci in cui l’anestetico ultrarapido Pentotal, diventato di difficilissimo reperimento, è stato sostituito dal Pentobarbitale, più facile a trovarsi, che ha effetti similari (v. n. 189). Il 3 maggio, sul lettino dell’esecuzione Kerr ha espresso amore e riconoscenza per gli amici e i parenti ed ha insistito sul fatto di essere innocente dello stupro e dell’uccisione di una donna avvenuti nel 2001. “Allo stato del Texas, dichiaro che sono un uomo innocente,” ha detto Kerr. “Non fidatevi mai di un avvocato d’ufficio”. La razione del condannato al nuovo farmaco è stata simile a quella degli oltre 400 che lo hanno preceduto ricevendo il Pentotal. “Me ne sto andando”, ha detto dopo un profondo respiro, ha tirato altri due profondi respiri ed ha aggiunto: “Signore Gesù”. Un medico lo ha dichiarato morto 9 minuti dopo l’avvio dell’iniezione letale. Le cronache osservano che Cary Kerr è stato il terzo condannato ad essere ‘giustiziato’ in Texas quest’anno, il 476-esimo a partire dal 1982 e il 228-esimo sotto il governatorato Perry. Noi, dopo aver studiato po’ il suo caso, diciamo che potrebbe essere stato effettivamente innocente.

 

Texas. Record di esecuzioni sotto il governatorato Perry. Dalla ripresa della pena di morte nel 1982 si sono avute in Texas 470 esecuzioni capitali. Di esse 231 si sono verificate sotto il governatorato di Rick Perry cha ha battuto nettamente il suo predecessore, il forcaiolo George W. Bush, accreditato di ‘sole’ 140 esecuzioni. Si prevede che entro l’anno le esecuzioni compiute sotto Perry saranno la maggioranza. Rick Perry ha concesso una sola grazia commutando la sentenza di morte del nostro amico Kenneth Foster (se si escludono le commutazioni inevitabili come quelle conseguenti alla sentenza della Corte Suprema federale che vieta la pena di morte per i minorenni all’epoca del crimine). Il governatore Perry ha persino vanificato una rarissima proposta di clemenza della Commissione per le grazie del Texas che nel 2004 gli raccomandò invano, con 6 voti contro 1, di salvare la vita a Kelsey Patterson, malato mentale grave (v. n. 118).

 

Vietnam. Iniezione letale al posto della fucilazione. Dal mese di luglio le esecuzioni capitali in Vietnam verranno compiute mediante iniezione letale invece che tramite fucilazione onde “ridurre il dolore fisico del condannato e diminuire lo stress psicologico della squadra di esecuzione”. Lo ha annunciato il 25 giugno il generale della polizia Cao Ngoc Oanh. Il cambiamento nel paese che compie un centinaio di esecuzioni in un anno è avvenuto solo ora ma se ne discute dal 2006 in conseguenza dei traumi mentali riportati dai membri del plotone di esecuzione.

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 giugno 2011