FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 282  -  Aprile 2021

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Clarence Dixon

Frank Atwood

SOMMARIO:

 

1) Dopo 7 anni l’Arizona vuole riprendere le esecuzioni

2) Febbrile mobilitazione in Tennessee per salvare Pervis Payne

3) Ruben Gutierrez, ancora vivo in Texas per miracolo, si salverà?

4) Messo in libertà in Florida un detenuto probabilmente innocente

5) Joe Biden sollecitato a porre fine alla pena di morte federale

6) Parla la donna che ha assistito ad oltre 280 esecuzioni in Texas

7) Pena di morte: qualche riflessione filosofica

8) Pena di morte nel 2020: i dati comunicati da Amnesty International

9) Notiziario: Malawi, Texas

1) DOPO 7 ANNI L’ARIZONA VUOLE RIPRENDERE LE ESECUZIONI

 

Il Procuratore Generale dell’Arizona Mark Brnovich ha chiesto di riattivare la macchina della morte nel suo stato, ferma da 7 anni a causa di un macabro ‘incidente’, e ha chiesto alla Corte Suprema dell’Arizona di fissare le date di esecuzione per due condannati: Clarence Dixon e Frank Atwood. La mossa di Brnovich ha suscitato, giustamente, aspre polemiche in Arizona.

 

Sono passati sette 7 anni da quando l’Arizona portò a termine l’ultima esecuzione capitale, quella di Joseph Wood. Un’esecuzione ‘fallita’ nel corso della quale il condannato rantolò per due ore prima di morire (1).

Il 6 aprile u. s. si è saputo che il Procuratore Generale dell’Arizona Mark Brnovich ha chiesto alla Corte Suprema dell’Arizona di fissare le date di esecuzione per due condannati: Clarence Dixon e Frank Atwood. A marzo il dipartimento carcerario rese noto di aver ottenuto una fornitura del barbiturico pentobarbital e di essere pronto a riprendere le esecuzioni. Notiamo che fino ad ora nessuno stato USA, tranne il Texas, ha programmato esecuzioni per il 2021.

L’annuncio del Procuratore Generale Brnovich ha suscitato l’immediata reazione dei gruppi per la giustizia razziale e per i diritti civili.

Gli avvocati di Dixon e di Atwood hanno contestato aspramente le dichiarazioni del Procuratore Generale riguardo ai due casi. Dixon, dicono, è malato di mente e ha anche gravi disabilità fisiche, e il suo stato mentale non può essere adeguatamente valutato mentre le preoccupazioni legate alla pandemia limitano la possibilità degli esperti di viaggiare e di condurre gli accertamenti necessari. Atwood sostiene la sua innocenza, ma la possibilità dei suoi avvocati difensori di indagare e presentare prove a sostegno di quanto afferma è ostacolata dalla pandemia.

Alla luce della grave malattia mentale di Clarence Dixon e delle disabilità fisiche, compresa la cecità, sarebbe inconcepibile per lo stato dell'Arizona giustiziarlo”, ha dichiarato l'avvocato di Dixon, Dale Baich. "Inoltre, cercando di giustiziare Dixon, lo stato sta tentando di aggirare la propria responsabilità per non averlo protetto dagli orribili abusi e dall'abbandono che ha subito da bambino, per non aver attuato un'adeguata supervisione quando Dixon è stato trovato non colpevole per motivi di follia in relazione a un altro crimine solo pochi giorni prima dell'omicidio, e per non aver condotto un'indagine approfondita e affidabile sul caso".

In un articolo dell'8 aprile, intitolato: “Non è folle giustiziare un assassino malato di mente?”, l'editorialista dell'Arizona Republic, E. J. Montini, ha notato che la "storia di malattia mentale di Dixon è lunga e incontestata". Ci sarebbe "qualcosa di squilibrato in un sistema che lo dovesse mettere a morte", ha scritto Montini.

L'avvocato di Atwood, Joseph Perkovich, ha detto che anche nel suo caso erano presenti problemi significativi. "La causa di Frank Atwood dall'inizio del 2020 è stata compromessa dalla pandemia di COVID-19", ha dichiarato Perkovich. "Lo Stato sta ora tentando di spazzare via le problematiche più profonde che possono sorgere nel nostro sistema giuridico, tra cui l’effettiva colpevolezza del condannato per il crimine di cui è accusato, e se la morte sia una punizione moralmente o legalmente sostenibile. Atwood deve avere l’opportunità di presentare tali questioni prima che la Corte Suprema dell'Arizona decida di fissare una data per l’esecuzione". Atwood dice che testimoni oculari hanno visto la vittima del suo caso viva diverse ore dopo il presunto incontro con lui.

Anche i sostenitori della giustizia sociale hanno fortemente criticato l'annuncio di Brnovich. In una lettera al governatore Doug Ducey, 18 gruppi per i diritti civili nazionali e locali guidati dall'ACLU statale e nazionale hanno esortato il governatore a "riconsiderare la decisione di riprendere le esecuzioni". Nella loro lettera hanno notato che la pena capitale "continua a essere applicata in modo razzista, è soggetta a errori, è costosa e colpisce in modo sproporzionato gli individui vulnerabili". La lettera mette in guardia sull'inaffidabilità della pena di morte, sottolineando le 10 assoluzioni di condannati nel braccio della morte in Arizona e le 185 a livello nazionale da quando la pena capitale è stata riattivata negli Stati Uniti negli anni '70.

21 ex agenti penitenziari hanno scritto al governatore Ducey, avvertendolo che la ripresa delle esecuzioni potrebbe esigere un tributo significativo a carico dei lavoratori della prigione incaricati di effettuare le esecuzioni. "Quelli di noi che hanno partecipato ad esecuzioni hanno vissuto il trauma in prima persona, mentre altri sono stati testimoni dell’onere sopportato dai colleghi. Disordini da stress post-traumatico, abuso di sostanze e persino suicidi aumentano tra il personale penitenziario nella vicinanza di un'esecuzione, anche tra coloro che non vi partecipano direttamente", hanno scritto. "Gli uomini e le donne che hanno intrapreso l'importante e impegnativo lavoro di mantenere le prigioni dell'Arizona sicure e protette non dovrebbero affrontare questo ulteriore peso".

Quattro consiglieri spirituali che hanno seguito prigionieri giustiziati dal governo federale hanno fatto presente al governatore Ducey il trauma causato dalle esecuzioni. “Riconosciamo il profondo dolore delle famiglie delle vittime di omicidio, e auguriamo loro pace e guarigione”, hanno scritto al governatore. “Ma allo stesso tempo, abbiamo constatato che le esecuzioni non danno conforto, bensì perpetuano il ciclo della violenza e del dolore”. (Pupa)

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(1) Vedi n. 215

2) FEBBRILE MOBILITAZIONE IN TENNESSEE PER SALVARE PERVIS PAYNE

 

In Tennessee era stata fissata per il 3 dicembre scorso l’esecuzione del nero Pervis Payne. Ma il condannato è ancora vivo anche a causa della fortissima e crescente mobilitazione in suo favore, non solo in Tennessee ma in tutti gli Stati Uniti d’America.

 

L’esecuzione di Pervis Payne condannato a morte in Tennessee era stata fissata per il 3 dicembre 2020 e nei mesi precedenti si era sviluppata una forte mobilitazione in suo favore. (1).

L’esecuzione di Payne era stata poi sospesa fino al 9 aprile u. s. Avvicinandosi tale data è cresciuta la mobilitazione in ambito nazionale e internazionale per salvare il condannato. Una petizione in cui si chiede la grazia per Payne, lanciata dal The Innocence Project, è stata firmata da oltre 600.000 persone.

I sostenitori di Payne fanno parte di numerose organizzazioni religiose, legali e per i diritti civili, tra i quali il Comitato dei Parlamentari di Colore del Tennessee, l’ACLU del Tennessee, l’associazione giudaica Bend the Arc, l’Associazione degli avvocati penalisti del Tennessee, i vescovi cattolici del Tennessee, l’Associazione dei Conservatori Preoccupati per la Pena di Morte, la Coalizione dei Disabili del Tennessee, l’Associazione Nazionale degli Avvocati di Colore (2).

Note personalità, tra le quali l’attivista per i diritti civili Martin Luther King III, l’ex giudice e accusatore Ken Starr, l’attrice Alyssa Milano, si sono unite a coloro che chiedono al Governatore Bill Lee di commutare la sentenza capitale di Peyne.

Oltre alla petizione promossa dall’Innocence Project, è stato realizzato e postato su TikTok un video che sostiene la causa di Peyne. Tale video è stato visualizzato oltre 9 milioni di volte.

Per contrastare gli sforzi dell’accusa di ottenere l’esecuzione di Payne, il Tennessee Black Caucus of State Legislators, un’associazione di parlamentari che difende gli afroamericani, è riuscita a far approvare il 14 aprile u. s. una legge che consente a tutti i condannati a morte di contestare la loro condanna a motivo della disabilità mentale (anche a coloro che, come Payne, furono condannati prima che la Corte Suprema USA consentisse ai condannati a morte di contestare la condanna a motivo della disabilità intellettuale). Per l’entrata in vigore di tale legge manca solo la firma del Governatore Bill Lee.

Payne si è sempre dichiarato innocente dell'omicidio di Charisse Christopher e della figlia di due anni avvenuto nel 1987. Dice di aver sentito grida di aiuto provenire dall'appartamento della Christopher, di essere accorso e di essersi imbattuto nella raccapricciante scena del crimine. Dice che durante il tentativo di aiutare la Christopher toccò il coltello che era ancora incastrato nella sua gola e si macchiò di sangue i vestiti. I Risultati di recenti test del DNA sono coerenti con la versione di Payne: il DNA di Payne è presente sulla lama del coltello, ma non sul manico dove è stato rilevato il DNA di un uomo non identificato (3). Il profilo del DNA di quell'uomo non è sufficientemente completo per essere rintracciato nel database nazionale del DNA e la giudice della Corte Penale della contea di Shelby, Paula Skahan, ha affermato che la presenza del DNA dell'uomo non identificato non è sufficiente a dimostrare l'innocenza di Payne.

La difesa di Payne sostiene che la sua condanna è anche frutto di pregiudizi razziali e di azioni scorrette dell’accusa. Nel dicembre 2019, un ordine della corte consentì per la prima volta alla difesa di accedere alle prove costituite da macchie di sangue su una sciarpa, sulle lenzuola e su un cuscino. Kelley Henry, uno degli avvocati che rappresenta Payne, ha detto: “L’accusa ha nascosto illegalmente queste prove per tre decenni. Questo è male”.

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(1) Vedi nn.: 276; 277, Notiziario; 279.

(2) Riportiamo i nomi originali in inglese dei gruppi qui citati: Tennessee Black Caucus of State Legislators, ACLU of Tennessee, Bend the Arc, Tennessee Association of Criminal Defense Lawyers, Tennessee Catholic Bishops, Tennessee Conservatives Concerned About the Death Penalty, Tennessee Disability Coalition, Ben F. Jones chapter of the National Bar Association.

(3) Vedi n. 279

3) RUBEN GUTIERREZ, ANCORA VIVO IN TEXAS PER MIRACOLO, SI SALVERÀ?

Il 23 marzo u.s. è stato concesso un test del DNA a Ruben Gutierrez, la cui esecuzione era stata miracolosamente sospesa all’ultimo minuto avendo il Texas rifiutato al suo consigliere spirituale di entrare nella camera di esecuzione (1).

In una sentenza di 26 pagine emessa il 23 marzo, la giudice federale distrettuale Hilda Tagle ha aperto la strada a Ruben Gutierrez per ottenere il test del DNA che lui sostiene proverà la sua innocenza.

La sentenza è l’ultima svolta in un viaggio tortuoso attraverso il sistema legale in cui Gutierrez per due volte dal 2019 è stato sul punto di essere messo a morte.

Gutierrez fu condannato alla pena capitale per l’omicidio di un'anziana donna di Brownsville in Texas nel 1988, commesso durante una rapina. Gutierrez dichiarò alla polizia di essere a conoscenza del fatto che i suoi coimputati avevano intenzione di commettere una rapina ma che, mentre i coimputati rapinavano e pugnalavano a morte la vittima, lui stava aspettando in un parco. Ruben Gutierrez ha richiesto il test del DNA a sostegno della sua innocenza e ripetendo che l'omicidio fu commesso da uno dei coimputati.

Sotto le unghie della vittima la polizia aveva prelevato materiale organico e un capello ma senza che venisse fatto alcun test.

La legge del Texas concede ai condannati a morte il diritto al test del DNA e il diritto di presentare una petizione di habeas corpus per dimostrare la propria innocenza. Tuttavia, ha scritto la giudice Tagle, lo Stato ha reso tali diritti “illusori” limitando l’accesso al test del DNA solo ai casi in cui si vuole provare l’estraneità dell’imputato dal crimine. “Una procedura che equivale a un ‘rituale senza senso’ è storicamente e contemporaneamente smentita dai tribunali”, ha scritto la Tagle. “Dare a un imputato il diritto a una successiva petizione per la non colpevolezza ... ma poi negargli il test del DNA ... a meno che non possa dimostrare l’innocenza rispetto al crimine è fondamentalmente ingiusto e viola l’equità di un processo”.

Gli accusatori statali avevano sostenuto che Gutierrez non aveva diritto al test del DNA perché secondo la legge del Texas si può essere condannati a morte indipendentemente dal fatto che si sia personalmente commesso l’omicidio. La controversa “legge delle parti” ritiene un partecipante a un reato penalmente responsabile per gli atti compiuti dagli altri.

La difesa di Gutierrez, al contrario, ha sostenuto che la giuria non può votare per la condanna a morte a meno che non trovi che l’'imputato abbia ucciso o inteso uccidere nel corso del crimine. Gli avvocati difensori affermano che la prova del DNA dimostrando che lui non è l’assassino avrebbe fatto la differenza tra la vita e la morte.

Il team di difesa di Gutierrez ha dichiarato che l’accusatore distrettuale di Brownsville Louis Saenz ha, “senza dare spiegazioni,” ripetutamente rifiutato le richieste della difesa di accedere alle prove per condurre il test del DNA. “Se [Saenz] è così sicuro che la condanna del signor Gutierrez e la sentenza di morte siano valide e che il signor Gutierrez meriti di morire”, ha detto il difensore federale Shawn Nolan, “non ci può essere motivo di continuare a rifiutare le nostre ragionevoli richieste di questo test”.

Gutierrez è arrivato a 8 giorni dall'esecuzione nell’ottobre 2019, quando, senza pronunciarsi sulla sua richiesta di test del DNA, la Corte d'appello penale del Texas sospese la sua esecuzione a causa del mancato rispetto da parte dello Stato dei passi procedurali obbligatori nell'emissione e nella notifica del suo mandato di morte. Nel giugno 2020 Gutierrez era arrivato ad un’ora dall’esecuzione prima che la Corte Suprema degli Stati Uniti la sospendesse per il rifiuto del Texas di permettere a un cappellano di accompagnare Gutierrez nella camera della morte.

L’accusa ha immediatamente fatto ricorso contro la sentenza favorevole a Gutierrez. (Pupa)

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(1) Vedi n. 272

4) MESSO IN LIBERTÀ IN FLORIDA UN DETENUTO PROBABILMENTE INNOCENTE

 

Crosley Green, un condannato a morte che si dichiara innocente ed è in attesa di un nuovo processo, è stato liberato in Florida dopo più di 30 anni di detenzione. Ciò a causa della pandemia e delle sue non buone condizioni di salute.

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Crosley Green

Crosley Green, condannato a morte in Florida nel 1990 da una giuria di soli bianchi, per un crimine che ha sempre negato di aver commesso, è stato messo in libertà dopo più di trent’anni.

Il 7 aprile 2021 il giudice Roy B. Dalton della Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Medio Distretto della Florida ha ordinato il rilascio di Crosley Green considerando l’età del prigioniero e i rischi per la sua salute derivanti dalla detenzione durante la pandemia.

Il giudice ha tenuto in considerazione sia il tempo necessario alla Corte d’appello federale per prendere in esame il ricorso dell’accusa contro la decisione della Corte distrettuale federale del luglio 2018, che aveva annullato la condanna di Green e ordinato un nuovo processo, sia la pubblica opinione favorevole al rilascio del prigioniero.

Crosley Green fu condannato a morte nel 1990 per l’omicidio del 1989 di Charles “Chip” Flynn. Una giuria composta tutta da bianchi condannò Green, che è nero. Nessuna prova fisica collegava Green al crimine, e l’unica testimone del crimine era l’ex fidanzata della vittima, che i soccorritori avevano inizialmente ritenuto la probabile colpevole. I due agenti di polizia che arrivarono sulla scena del crimine infatti dissero ai pubblici ministeri che credevano che fosse stata l’ex fidanzata a uccidere Flynn, ma i pubblici ministeri non rivelarono la testimonianza dei due agenti al collegio di difesa di Green, impedendo l’accesso a prove favorevoli.

Green ha dichiarato che all’ora del delitto si trovava a un party, ma l’ex-fidanzata di Flynn ha raccontato di aver visto un tipo di colore, che si aggirava attorno al loro pickup, derubarli ed uccidere il compagno. Ha mostrato di riconoscere il tipo in una foto tra sei.

Benché tutti e tre i testimoni che avevano affermato che Green avesse confessato l’omicidio abbiano poi ritrattato le loro dichiarazioni, in quanto erano stati costretti a dichiarare il falso dai procuratori federali, e nonostante il fatto che nessuna traccia della sua presenza fosse stata rinvenuta nel pickup, Green fu condannato.

Nel 2007, la Corte d'Appello ha ribaltato la sentenza di morte di Green, perché l’avvocato difensore durante il processo non aveva indagato sui registri del tribunale che avrebbero smentito l’affermazione dell'accusa, secondo la quale Green avrebbe avuto una precedente condanna a New York per un crimine violento. Nonostante ciò nel 2008 la Corte Suprema della Florida ha confermato la sentenza originale e Green è stato nuovamente condannato, questa volta all'ergastolo, nel 2009.

Gli avvocati pro bono di Green, appartenenti allo studio legale Crowell & Moring di Washington D.C., hanno continuato i loro sforzi per annullare la condanna.

Il 20 luglio 2018, il giudice Dalton ha ribaltato la condanna di Green, stabilendo che la soppressione delle prove a discarico da parte dei pubblici ministeri violò le regole del giusto processo. Gli accusatori della Florida hanno fatto appello contro questa sentenza.

La Corte d'Appello degli Stati Uniti dell’Undicesimo Circuito ha discusso il caso di Green nel marzo 2020, ma non ha ancora reso nota una decisione in merito.

Dopo aver combattuto per dimostrare la sua innocenza per più di tre decenni, Crosley Green è finalmente libero e sarà di nuovo con la sua famiglia”, ha detto Keith J. Harrison, un avvocato dello studio Crowell & Moring. “Siamo estremamente grati al giudice Roy Dalton Jr. che ha concesso l’immediato rilascio del signor Green in attesa della sentenza della Corte d'Appello dell’Undicesimo Circuito. Non c’è mai stato uno straccio di prova credibile che Crosley Green abbia commesso quel crimine. Abbiamo combattuto senza sosta dal 2008 per dimostrare la sua innocenza, e abbiamo fede che la giustizia prevarrà”.

Prima della sua udienza all'Undicesimo Circuito nel 2020, Crosley Green ha dichiarato di aver rinunciato ad arrabbiarsi. “Ero un uomo arrabbiato quando sono arrivato nel braccio della morte” ha detto. “Ero proprio arrabbiato. Ma nel '93 sono rimasto folgorato e da quell'anno fino ad ora sto solo con il Signore, sapete? Quindi non sono più arrabbiato. Ogni volta che posso svegliarmi e pregare il buon Dio lassù, sapete, non posso essere arrabbiato. E i miei giorni passano facilmente”. (Pupa)

5) JOE BIDEN SOLLECITATO A PORRE FINE ALLA PENA DI MORTE FEDERALE

 

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato in campagna elettorale, senza mezzi termini, la sua contrarietà alla pena di morte. Ora, dopo tre mesi dalla sua entrata in carica, viene sollecitato ad usare i suoi poteri per contrastare la pena di morte a livello federale. Biden ha diverse opzioni. La più spinta sarebbe quella di indurre il Congresso a legiferare per abolire della pena di morte federale.

 

Il caso del suprematista bianco Dylann Roof, che 6 anni fa uccise 9 neri di una chiesa della Carolina del Sud durante un corso di studi biblico, e quello dell'attentatore della Maratona di Boston, Dzhokhar Tsarnaev, sono casi emblematici della pena capitale.

Ma non tutti i casi di pena di morte sono così chiari. In effetti, molti non lo sono. Spesso gli imputati sono giudicati colpevoli e condannati a morte con prove inconsistenti, oppure dopo che la polizia o gli accusatori hanno agito scorrettamente.

Tutto ciò il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden lo sa bene. Per questo durante la campagna elettorale si è impegnato a porre fine alla pena di morte federale. Ora deve agire.

Biden ha diverse opzioni. Potrebbe commutare in ergastolo le condanne delle 49 persone nel braccio della morte federale, il che bloccherebbe le esecuzioni fino a quando non vi siano nuove condanne a morte. Potrebbe dichiarare una moratoria sulle esecuzioni durante il suo mandato, ma ciò potrebbe finire con il successivo presidente.

Biden potrebbe ordinare al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di non chiedere la pena di morte nei nuovi casi, un'opzione che l'Associated Press riferisce egli abbia discusso in privato.

Potrebbe ordinare al Dipartimento di non chiedere la pena di morte nei casi in corso e di riesaminare i casi di pena di morte per vedere se sono viziati.

Oppure Biden potrebbe spingere il Congresso a legiferare l’abolizione della pena di morte federale, come hanno fatto molti stati. Questa sarebbe l'opzione migliore anche se dipenderebbe dal Congresso.

Ciò che conta di più è che Biden mandi un messaggio: la pena di morte è fallita e non può essere restaurata.

La corsa dell’amministrazione Trump a giustiziare 13 persone nei suoi ultimi sei mesi oscura il fatto che nessuno stato ha eseguito condanne a morte da luglio 2020, la pausa più lunga nelle esecuzioni dopo gli anni '80.

Il mese scorso, la Virginia è stata il 23° stato, oltre al Distretto di Columbia, ad abolire la pena capitale.

Mentre casi emblematici come quello di George Floyd (1) attirano l’attenzione del pubblico, gli Americani si stanno sempre più rendendo conto che il sistema di giustizia penale non è sempre giusto e non gli si dovrebbe dare il potere di uccidere. Dal 1973, 185 prigionieri nel braccio della morte, ritenuti ingiustamente colpevoli, sono stati prosciolti.

Come ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, gli stati che sostengono più fortemente la pena di morte sono generalmente quelli che hanno contestato i risultati delle elezioni presidenziali del 2020. Gli stati con elezioni regolari tendono ad eleggere i parlamentari, molti provenienti da gruppi storicamente discriminati, che comprendono i pericoli della pena capitale.

Il più grande nemico a lungo termine della pena di morte è la democrazia”, ha detto Dunham. (Anna Maria)

 

(1) Ricordiamo che George Floyd, un afroamericano disarmato, arrestato e ammanettato, morì il 25 maggio del 2020 a Minneapolis mentre giaceva ansimante per mancanza di respiro con il collo bloccato a terra dal ginocchio di un poliziotto.

6) PARLA LA DONNA CHE HA ASSISTITO AD OLTRE 280 ESECUZIONI IN TEXAS

 

Senza dirsi favorevole - ma neanche contraria - alla pena di morte, la donna che per motivi professionali ha assistito ad oltre 280 esecuzioni in Texas, racconta in dettaglio la sua esperienza.

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La Huntsville Unit in cui è situata la camera della morte del Texas

In un’intervista pubblicata il 7 aprile, l’ex portavoce del Dipartimento di Giustizia Penale del Texas, Michelle Lyons, racconta la sua esperienza di testimone di quasi 300 esecuzioni. Di questa donna abbiamo già parlato nel 2018 (Vedi n. 249); ora emergono altri dettagli della sua esperienza.

La Lyons aveva 22 anni quando assistette per la prima volta ad un’esecuzione, e fu colpita dall’indifferenza con cui visse questo evento. All’epoca era giornalista del The Huntsville Item. Parlando della sua prima volta, spiega: “In qualità di giovane donna e giornalista, c'è comunque una certa pressione su di te - costantemente - per dimostrare che puoi fare questo lavoro e che puoi farlo bene, che puoi essere completamente imparziale”. E continua: “A 22 anni avevo un lavoro in un giornale e mi occupavo di brutte vicende, perché seguivo la cronaca nera, quindi la mia mentalità era: OK, entrerò, e in base a ciò che tutti mi hanno descritto, andrò a vedere qualcuno che viene messo a dormire.”

Michelle continua: “È stato così clinico e così veloce. Questa è stata davvero la cosa che mi ha colpito. Sono tornata al giornale, ho archiviato la mia storia, ed ero soprattutto turbata dal fatto che fosse così deludente.

Successivamente la Lyons accettò di diventare portavoce del Dipartimento di Giustizia Penale del Texas e svolse questo incarico dal 2000 al 2012. A quel punto si rese conto rapidamente di com’era la situazione nascosta dall’aspetto asettico della procedura nella camera delle esecuzioni.

Essere all’interno del carcere significava incontrare i prigionieri ore prima della loro morte, vedere i cappellani della prigione che danno consigli su come ‘morire bene’ e saperne di più dell'uomo legato alla barella oltre che dei suoi soli crimini. In particolare fu colpita da come i condannati affrontavano i loro ultimi momenti di vita.

La Lyons spiega: “Quando tutti i testimoni sono al loro posto (ci sono cinque testimoni parenti della vittima e cinque testimoni parenti del detenuto, in due stanze separate, e cinque membri dei media sparsi tra le due stanze), uno dei funzionari della prigione entra e dice al direttore di procedere. A quel punto il direttore dà al detenuto l'opportunità di fare un'ultima dichiarazione. Ai detenuti viene sempre data l’opportunità di parlare e la maggior parte di loro parla e ha qualcosa da dire.

La Lyons continua, dicendo che le dichiarazioni erano molto varie: “C'era chi professava ancora la propria innocenza, alcuni chiedevano scusa per il crimine e altri non si scusavano, ma parlavano con le proprie famiglie e dicevano: ‘Mi dispiace tanto di avervi fatto passare tutto questo’. Alcuni dicevano cose stravaganti. Un tipo raccontò barzellette, un altro citò la canzone di un cantautore texano. Alcuni non parlavano affatto, e ciò lo trovavo inquietante.

Quelli che hanno aggravato con le loro dichiarazioni in punto di morte i loro atti atroci hanno lasciato nella Lyons un segno. Anche se questo non è accaduto molto spesso, si è trattato di coloro che ‘si sono distinti perché erano così cattivi’. La Lyons ha raccontato: “Ci fu l’esecuzione di due condannati in una stessa notte. Il primo condannato si rivolse crudelmente ai familiari delle vittime: ‘Spero che vi capiti un incidente e moriate tutti mentre tornate a casa. Potete baciarmi il culo’. Invece colui che fu sottoposto della seconda esecuzione si scusò e piangendo disse alla famiglia della vittima: ‘Mi dispiace tanto di avervi fatto questo’ È stato un contrasto pazzesco nell’arco di 30 minuti. Mi è rimasto impresso".

Dopo l’ultima dichiarazione inizia il processo dell’esecuzione. Durante il periodo di attività della Lyons, in Texas per l’iniezione letale si usavano tre farmaci, anziché uno come attualmente avviene.

Michelle spiega: “Il primo farmaco era un sedativo che faceva dormire. Il secondo era un miorilassante che faceva collassare i polmoni e il diaframma, il terzo era un farmaco che faceva fermare il cuore. Quando vengono somministrati in quella rapida successione - perché vengono somministrati nell'arco di 30-45 secondi, è molto veloce - a quanto pare, quando il secondo farmaco agisce e i polmoni stanno collassando, quello è il momento in cui può esserci un problema. Questo è il punto della sequenza in cui entra in gioco il consiglio del cappellano della prigione, Jim Brazell, su come ‘morire bene’. Jim si è reso conto che le cose cambiavano se le persone cercavano di combattere contro l’effetto del farmaco o no. Diceva quindi loro di pensarlo come un'onda. ‘Puoi combattere l'onda o andare con l'onda. Segui l’onda’. È così che lo descriveva ai condannati.

Attualmente la Lyons vede la pena capitale come un’area grigia, e non si schiera con decisione su nessun fronte. Ammette liberamente che alcune delle esecuzioni a cui ha assistito l’hanno ‘infastidita’ a causa dell’assoluta complessità dei casi e che la nascita di suo figlio l’ha indotta a propendere contro la pena di morte. “Non è che i crimini siano meno terribili o che il caso sia meno grave. Di solito ho assistito alle esecuzioni stando nella stanza dei familiari delle vittime, ma ho sentito attraverso il divisorio una donna piangere, perché stava guardando suo figlio morire. Questo mi ha davvero turbato perché pensavo: come si fa? Come fai a stare lì a guardarlo da genitore?”, e aggiunge: “Penso che [la pena di morte] sia ancora appropriata per alcuni crimini, ma che ci siano tanti problemi che devono essere affrontati.

Un problema che è stato affrontato era la mancanza in Texas dell’ergastolo senza possibilità di liberazione. “Alcune giurie si sentivano a disagio all'idea che una persona che aveva commesso un brutto crimine potesse uscire, quindi dicevano: ‘Non possiamo permetterlo, votiamo per la morte’. Il numero di persone nel braccio della morte è diminuito drasticamente da quando l’ergastolo senza possibilità di liberazione è stato introdotto”. Anche la legge sulla complicità - in base alla quale una persona può essere condannata a morte per un crimine senza averlo effettivamente commesso - pone un problema. “Ho assistito all’esecuzione di un uomo di cui tutti sapevano che non aveva commesso l’omicidio. Era presente come complice, ma non aveva ucciso. Il vero assassino aveva patteggiato... e aveva ottenuto l'ergastolo. Ho avuto un grosso problema in quell’occasione."

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Comunque la Lyons (nella foto) continua a vedere la pena di morte come possibile: “Non è bianco o nero per me. Alcuni uomini che ho incontrato erano così malvagi che non avrei mai voluto che camminassero di nuovo tra noi, ma erano una minoranza. La vedrei in questo modo: degli uomini nel braccio della morte, se lo dividessi in percentuali, circa il 10% sarebbe nel campo 'davvero malvagio': gli psicopatici, i sociopatici… Però il 90% magari non erano persone proprio fantastiche o hanno avuto un’infanzia davvero negativa, o davvero non intendevano commettere un crimine. Non so dire se potrebbero redimersi.

Prima di finire di scrivere questo articolo mi sento in dovere di aggiungere una mia riflessione personale: come può un essere umano sano di mente assistere a quasi 300 esecuzioni? A 22 anni a Michelle Lyons non fece effetto la prima esecuzione, posso capire (ma non tanto) che fosse così giovane da non rendersi neppure ben conto di cosa stesse accadendo sotto i suoi occhi, ma dopo? Ha dovuto aspettare 12 anni e 284 altre uccisioni per cominciare ad avere qualche problema con questa atrocità in serie? Io continuo a leggere tra le righe della sua intervista un’incredibile dose di cinismo e di autocompiacimento. (Grazia)

7) PENA DI MORTE: QUALCHE RIFLESSIONE FILOSOFICA

 

Riportiamo un articolo scritto dal nostro amico Roberto Fantini, professore di storia e filosofia e attivista di Amnesty International. L’articolo è stato pubblicato da Flip News il 12 aprile u. s. Di Roberto Fantini segnaliamo l’importante opera didattica sulla pena di morte scaricabile gratuitamente dal seguente link: https://www.amnesty.it/pubblicazioni/pena-di-morte-parliamone-in-classe/

 

La pena di morte non è soltanto la morte di qualche uomo e neanche quella di tanti uomini. La pena di morte è la morte dell’uomo.

Con la pena di morte si attua la negazione istituzionalizzata della sacralità della vita umana. Si celebra la negazione del valore della dignità della persona, del suo diritto intangibile a non essere abbassata alla dimensione animale, a cosa, a mero fenomeno da eliminare.

La pena di morte è il naufragio della ragione. La ragione, infatti, viene arrogantemente e dogmaticamente ritenuta in grado di comprendere l’uomo, di leggere il suo cuore, di comprendere la genesi del male, di saper individuare per il male la giusta, necessaria, efficace terapia. È il trionfo di una ragione che si attribuisce poteri illimitati, che sconfina nel metafisico, che crede illimitatamente in se stessa, nella sua capacità di giudizio, nella sua capacità di darsi criteri di valutazione infallibili, di saperli applicare con altrettanta infallibilità. È la tragedia della presunzione metafisica che pretende di far assurgere la ragione dell’uomo al rango della divinità.

È, altresì, il naufragio del pensiero etico che fa dell’essere umano un soggetto chiamato a dare a se stesso un’identità e un destino. Chi dice sì alla pena di morte nega che l’uomo sia un soggetto in divenire, nega che sia perennemente chiamato a scegliere di sé, dei cammini che vorrà intraprendere. Nega, in definitiva, l’unica cosa che è possibile affermare della natura umana: che sia una realtà dinamica, plastica, modellabile e rimodellabile all’infinito, che sia realtà gravida di insondabili potenzialità, che sia realtà votata (condannata) a ripensarsi e a riprogettarsi, che sia, cioè, realtà aperta, un crescere inarrestabile e imprevedibile.

Chi dice sì alla pena di morte staticizza il cuore dell’uomo che pretende di poter pienamente comprendere.

Chi dice sì alla pena di morte pensa che la ragione dell’uomo sia in grado e in diritto di tracciare un confine netto e irrevocabile fra coloro che possono continuare a vivere e chi no. Fra coloro che meritano la vita e coloro che meritano la morte. Pensa che la ragione dell’uomo sappia scovare le incarnazioni del male nel mondo e le possa e le debba circoscrivere come cancrene infettanti, come metastasi impazzite, isolandole e recidendole affinché l’organismo sociale sia difeso, sia salvato.

Chi dice sì alla pena di morte non comprende che, in questo modo, si colpisce, si infrange il legame basilare della solidarietà umana, si spacca l’umanità, si frantuma il sentimento di una comune appartenenza, il sentimento di essere un’unica cosa.

Si recide, in particolar modo, come afferma Albert Camus, il legame di solidarietà di fronte alla morte. Non ci sentiamo più uguali e fratelli di fronte al comune, universale destino del morire che su noi tutti incombe, ma proiettiamo una parte di umanità nel ruolo di Natura selezionatrice o nel ruolo di Dio giustiziere e vendicatore. La morte, che dovrebbe costituire il fattore maggiormente capace di avvicinarci gli uni agli altri, diventa una mannaia che separa l’umanità in coloro che vivranno ancora e in coloro che più non dovranno vivere ...

Chi dice sì alla pena di morte dimostra di non comprendere gli effetti devastanti della violenza che dichiara di voler combattere.

Non comprende nulla della genesi della violenza, non comprende la complessità del fenomeno, non comprende nulla dell’intreccio fittissimo di elementi che concorrono nella produzione della violenza. Della violenza si fa un’immagine banalizzata, ben delimitata. Di fronte ad un oggetto così sfuggente e così presente, almeno nelle sue potenzialità, nelle viscere dell’universale natura dell’uomo, reagisce con la logica e con la prassi dell’ipersemplificazione del reale: la violenza che voglio combattere, il male che debbo/dobbiamo estirpare sei tu che hai commesso il crimine. Non c’è altro da indagare, non c’è altro da sapere. Posso mettermi al riparo dal dubbio, dal sospetto che la violenza abbia radici più profonde, più sottili, più estese, soprattutto, aggrovigliate assieme alle mille cose del nostro vivere comune da noi chiamato “sano”. Mi rifugio nella certezza che la causa è rintracciata: il vero, l’unico responsabile è scoperto. Lo consegno nelle mani del boia (che, se fossi davvero coerente, dovrei considerare vero “ministro della volontà popolare” o, addirittura, “ministro di Dio”) e sono liberato dal problema. Il capitolo, la questione sono chiusi. Inutile perdere tempo in quisquilie oziosamente concettose: chi ha sbagliato deve pagare, la collettività deve difendersi.

Chi dice sì alla pena di morte sceglie una civiltà che, per salvarci dall’incubo della paura del male e della violenza che l’uomo può esercitare sull’uomo, innalza la violenza (gelida, pianificata, ponderata) di un’intera società nei confronti dei singoli a strumento di salvezza collettiva.

Il peggior ottimismo e il peggior pessimismo si fondono insieme: fede cieca nel potere umano di compiere giustizia, e sfiducia assoluta nel potere umano di porre rimedio all’ingiustizia, di rinnegare l’ingiustizia. Si teme il singolo, gli si nega ogni possibilità di progresso, di metamorfosi interiore, di redenzione dal male. Si enfatizzano fino all’estremo limite il potere conoscitivo e le capacità operative di un insieme composto da tanti singoli, da quegli stessi singoli individui verso cui ci si mostra radicalmente privi di fiducia e di speranza.

Come possono convivere due cose tanto contrastanti?

8) PENA DI MORTE NEL 2020: I DATI COMUNICATI DA AMNESTY INTERNATIONAL

 

C’è un grande divario tra il numero di esecuzioni capitali effettuate nel mondo e il numero di esecuzioni accertate. I dati raccolti da Amnesty International sulle esecuzioni indicano una forte diminuzione delle esecuzioni accertate nel 2020 (483) rispetto a quelle accertate nel 2019 (657).

 

DATI GLOBALI

 

Amnesty International ha registrato almeno 483 esecuzioni in 18 paesi nel 2020, un calo del 26% rispetto alle 657 registrate nel 2019. Questa cifra rappresenta il numero più basso di esecuzioni registrate da Amnesty International negli ultimi dieci anni.

Le esecuzioni più numerose sono state portate a termine in Cina, Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita - in quest’ordine.

La Cina è rimasta il principale carnefice del mondo, ma la reale portata dell’uso della pena capitale in Cina è sconosciuta poiché i dati sulla pena di morte sono classificati come segreto di stato; la cifra di almeno 483 non comprende le migliaia di esecuzioni che si ritiene siano state effettuate in Cina.

Escludendo la Cina, l’88% di tutte le esecuzioni registrate ha avuto luogo in soli quattro paesi: Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita.

Amnesty International ha appreso che 16 donne erano tra le almeno 483 persone messe a morte nel 2020 (3%), nei seguenti paesi: Egitto (4), Iran (9), Oman (1), Arabia Saudita (2).

India, Oman, Qatar e Taiwan hanno ripreso le esecuzioni. Amnesty International non ha registrato esecuzioni in Bielorussia, Giappone, Pakistan, Singapore e Sudan, nonostante lo abbia fatto nel 2019 e nel 2018, così come in Bahrain, che ha effettuato esecuzioni nel 2019 ma non nel 2018.

L’Egitto ha più che triplicato le esecuzioni rese note (da un minimo di 32 ad almeno 107).

Le esecuzioni registrate in Iraq si sono più che dimezzate (da 100 nel 2019 a 45 nel 2020). L’Arabia Saudita ha ridotto il suo apporto dell’85%, passando da 184 a 27 esecuzioni.

Il Ciad ha abolito la pena di morte per tutti i crimini a maggio. Il Kazakistan ha firmato e in dicembre ha avviato la ratifica del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, volto all’abolizione della pena di morte. Negli Stati Uniti, il Colorado è diventato il ventiduesimo stato abolizionista degli Stati Uniti. Lo stato insulare del Barbados ha concluso le riforme per abrogare la pena di morte.

Alla fine del 2020, 108 stati (la maggioranza degli stati del mondo) avevano abolito la pena di morte per legge per tutti i crimini portando a 144 il numero dei paesi che avevano abolito la pena di morte per legge o nella pratica.

Amnesty International ha appreso di commutazioni o grazie concesse ai condannati a morte in 33 paesi: Afghanistan, Bangladesh, Barbados, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Guyana, India, Indonesia, Giappone, Kenya, Kuwait, Lesotho, Malesia, Marocco / Sahara occidentale, Myanmar, Niger, Nigeria, Oman, Pakistan, Sierra Leone, Singapore, Corea del Sud, Sri Lanka, Sudan, Siria, Tanzania, Tailandia, Trinidad e Tobago, USA, Yemen, Zambia e Zimbabwe.

Sono state registrate almeno 18 esonerazioni di detenuti condannati a morte: in Camerun (3), Cina (1), Singapore (1), Taiwan (1), USA (6) e Zambia (6).

Amnesty International ha appreso che nel 2020 sono state comminate almeno 1.477 condanne a morte in 54 paesi: un calo del 36% rispetto alle almeno 2.307 condanne capitali del 2019.

Alla fine del 2020, almeno 28.567 persone risultavano condannate a morte.

Nel 2020 sono stati utilizzati in tutto il mondo i seguenti metodi di esecuzione: decapitazione, elettrocuzione, impiccagione, iniezione letale e fucilazione.

In Iran 3 persone sono state giustiziate per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni. I rapporti hanno indicato che altre persone di questa categoria sono nel braccio della morte nelle Maldive e in Iran.

Si è appreso che almeno 30 esecuzioni per reati di droga sono state eseguite in 3 paesi (Cina, Iran e Arabia Saudita), con un calo del 75% rispetto al 2019 (118).

Sono state inflitte condanne a morte, dopo procedimenti che non corrispondevano agli standard internazionali del giusto processo, in diversi paesi tra cui Bahrain, Bangladesh, Egitto, Iran, Iraq, Malesia, Pakistan, Arabia Saudita, Singapore, Vietnam e Yemen.

 

ANALISI REGIONALI

 

Americhe

 

Per il 12° anno consecutivo, gli Stati Uniti sono rimasti l’unico paese a compiere esecuzioni nella regione.

Il numero di esecuzioni (17) nel 2020 è diminuito rispetto a quello del 2019 (22). Il numero di condanne a morte registrate negli Stati Uniti (18) è diminuito di quasi la metà rispetto al 2019 (35).

Dopo 17 anni, l'amministrazione Trump ha ripreso le esecuzioni in ambito federale, mettendo a morte 10 uomini nell’arco di 5 mesi e mezzo.

Solo 2 paesi, USA e Trinidad e Tobago, hanno comminato condanne a morte nella regione.

 

Asia sul Pacifico

 

Bangladesh, Cina, India, Corea del Nord, Taiwan e Vietnam hanno portato a termine esecuzioni nel 2020.

Il numero di nuove condanne a morte registrate nel 2020 (517) si è più che dimezzato rispetto al 2019, anno in cui ne furono registrate 1.227.

Il numero di paesi che hanno imposto condanne a morte (16) è rimasto simile al 2019 (17).

Giappone, Pakistan e Singapore non hanno segnalato alcuna esecuzione per la prima volta dopo diversi anni.

 

Europa e Asia centrale

 

Sebbene la Bielorussia abbia continuato a emettere condanne a morte, non ci sono state esecuzioni in quel paese nel 2020.

Il Kazakistan, la Federazione russa e il Tagikistan hanno continuato a osservare le moratorie sulle esecuzioni.

Il Kazakistan ha firmato e avviato la ratifica del Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, riguardante l’abolizione della pena di morte.

 

Medio Oriente e Nord Africa

 

Il numero di esecuzioni registrate è diminuito del 25%, da 579 nel 2019 a 437 nel 2020, mentre le condanne a morte registrate sono diminuite dell'11%, da 707 nel 2019 a 632 nel 2020.

Amnesty International ha registrato esecuzioni in 8 paesi della regione: Egitto, Iran, Iraq, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Siria e Yemen.

L’Oman e il Qatar hanno ripreso le esecuzioni, portando a termine le loro prime esecuzioni note dopo anni.

 

Africa sub-sahariana

 

Le esecuzioni registrate nella regione sono diminuite del 36%, da 25 nel 2019 a 16 nel 2020. Sono state registrate esecuzioni in 3 paesi: Botswana, Somalia e Sud Sudan; uno in meno rispetto al 2019.

Le condanne a morte registrate sono diminuite del 6%, da 325 nel 2019 a 305 nel 2020.

Sono state registrate condanne a morte in 18 paesi nel 2020, come nel 2019.

Il Ciad è diventato il ventunesimo paese dell'Africa subsahariana ad abolire la pena di morte per tutti i crimini.

Nel 2020 le commutazioni di condanne a morte note sono aumentate dell’87%, dalle 165 registrate nel 2019 alle 309 registrate nel 2020.

(Anna Maria)

9) NOTIZIARIO

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Malawi. Abolita la pena di morte. Commentando la notizia che la pena di morte è stata dichiarata contraria alla Costituzione del Malawi il 28 aprile, Deprose Muchena, Direttore Regionale di Amnesty International per l’Africa Orientale e Meridionale, ha dichiarato: “Salutiamo la decisione della Corte Suprema di Appello che ha dichiarato la pena di morte contraria alla costituzione del Malawi. Si tratta di una grande vittoria contro la pena di morte che rafforza il godimento del diritto alla vita nel paese." Mentre la notizia proveniente dal Malawi è positiva, la pena di morte rimane in essere nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-Sahariana. I governi devono impegnarsi affinché la regione si liberi dalla pena di morte una volta per tutte. Dal canto suo Alexious Kamangila, esponente della Comunità di Sant’Egidio in Malawi (nella foto), ha detto che l’abolizione della pena di morte è una risposta alle preghiere dei malaisiani poveri frequentemente condannati a morte perché non possono pagare per la loro difesa legale. Ed ha aggiunto che la dichiarazione di incostituzionalità della pena di morte era solo una questione di tempo perché il diritto alla vita concesso e dichiarato senza limiti dalla Costituzione risultava non solo limitato ma del tutto negato dal Codice Penale. Alexious Kamangila ha sottolineato che la pena di morte non costituisce un deterrente speciale per il crimine.

 

 

Texas. Annullata la condanna a morte di Raymond Riles. Il 14 aprile u. s. la Corte Penale d’Appello del Texas (TCCA) ha annullato la condanna a morte inflitta a Raymond Riles 45 anni fa ed ha ordinato che egli venga sottoposto ad un nuovo processo. Al processo contro Riles la sua difesa sostenne che lui era un malato mentale e presentò le testimonianze di psicologi e psichiatri che asserirono che era affetto da schizofrenia. Anche alcuni suoi familiari testimoniarono in tal senso. Inutile: la giuria rigettò gli argomenti avanzati dalla difesa e egli fu condannato a morte. Sono passati decenni e il condannato non è stato mai capace di comprendere la ragione della sua condanna e quindi non lo si è potuto mettere a morte. Gli avvocati difensori di Riles, Thea Posel e Jim Marcus, si sono detti ‘veramente felici’ della decisione presa dalla Corte d’Appello del Texas. Essi hanno definito la condanna a morte del loro assistito un “relitto incostituzionale di un modo di sentenziare da tempo non più valido”. Ed hanno aggiunto: “Dal momento che è troppo malato mentale per essere messo a morte, Riles ha passato decenni – tra i quali alcuni in isolamento – in un limbo tra la vita e la morte. La decisione di oggi potrà, lo speriamo, porre fine al suo caso”. (Un ampio articolo sul caso di Raymond Riles è stato pubblicato nel n. 280).

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 aprile 2021