FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 258  -  Aprile 2019

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John William King, suprematista bianco, messo a morte in Texas

SOMMARIO:

 

1) Non mancate alle conferenze di Dale e Susan!

2) Messo a morte in Texas John William King suprematista bianco

3) Scotty Morrow, detenuto modello, messo a morte in Georgia

4) Condannato a morte prosciolto in Florida chiede un risarcimento

5) Chiromanti giustiziate in Corea "per mantenere l’ordine sociale”

6) In un solo giorno compiute in Arabia Saudita 37 esecuzioni

7) Arrestati in Iran a 15 anni di età e dopo due anni messi a morte

8) Argomenti di un pastore battista a favore della pena di morte

9) Tortura e accuse inventate per condannare a morte un egiziano

10) Il ‘Codice Sanguinario’ e i metodi di esecuzione in Inghilterra

11) Auguri a Emanuele nuovo presidente di Amnesty, e grazie ad Antonio!

12) Amnesty International: nel 2018 un drastico calo delle esecuzioni

13) Notiziario: Emirati Arabi Uniti, New Hampshire, Texas

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1) NON MANCATE ALLE CONFERENZE DI DALE E SUSAN!

 

Ricordiamo il grande, importante impegno assunto dal Comitato Paul Rougeau: l'organizzazione del prossimo tour in Italia dell'amico Dale Recinella, cappellano laico nel braccio della morte della Florida, e di sua moglie Susan.

 

Cari amici,

come abbiamo annunciato nel precedente Foglio di Collegamento, Dale Recinella, il nostro amico cappellano cattolico laico nel braccio della morte della Florida, tornerà in Italia a fine maggio e sarà ospite del Comitato Paul Rougeau per un lungo tour di conferenze (sia aperte al pubblico che in alcune carceri) e per rilasciare interviste. Con lui quest’anno verrà anche sua moglie Susan, psicologa, che affianca il marito in questa preziosa attività di volontariato, assistendo i familiari dei condannati a morte e i familiari delle vittime dei crimini.

Vi ricordiamo il calendario degli incontri con Dale e Susan aperti al pubblico, invitando caldamente chi può ad essere presente, perché ascoltare la testimonianza di Dale e Susan è un’occasione da non lasciarsi sfuggire!

 

  • LUNEDI’ 27 MAGGIO ALLE ORE 20,45: PARROCCHIA SANTI APOSTOLI, Via Pinerolo 161, Piossasco (TO)

  • MARTEDI’ 28 MAGGIO ALLE ORE 18,30: TEATRO NELL’EX CARCERE “LE NUOVE”, Via Paolo Borsellino 3, Torino

  • MERCOLEDI’ 29 MAGGIO ALLE ORE 18,45: SERMIG, Piazza Borgo Dora 61, Torino

  • SABATO 1° GIUGNO ALLE ORE 11: SANTA VERGINE DELLE GRAZIE, Corso Einaudi 21, ingresso oratorio, Torino

  • SABATO 1° GIUGNO ALLE ORE 18: S. MESSA NELLA CHIESA DI SAN GIULIO D’ORTA, Corso Cadore 17, Torino (Dale farà l’omelia e dopo la Messa ci sarà un piccolo brindisi nei locali della parrocchia)

  • MERCOLEDI’ 5 GIUGNO ALLE ORE 21: MONASTERO DOMENICANO S. MARIA DELLA NEVE E S. DOMENICO, Località San Donato 20/A, Pratovecchio (AR)

 

Vi ricordiamo anche che durante ogni conferenza verrà presentato il nuovo libro di Dale “Quando visitiamo Gesù in prigione” (cfr. recensione nel precedente Foglio di Collegamento), che è stato di recente tradotto in italiano e pubblicato dalla EDI e che potete anche ordinare direttamente a noi scrivendo a prougeau@tiscali.it oppure a g.guaschino@gmail.com. Vi ricordiamo che il libro costa solo 16 Euro e che le spese di spedizione non sono richieste ai soci in regola con la quota associativa.

2) MESSO A MORTE IN TEXAS JOHN WILLIAM KING SUPREMATISTA BIANCO

 

Si è conclusa in Texas, con l'esecuzione di John William King, l'assurda mortifera vicenda di tre giovani texani che uccisero un nero nel 1998 per... affermare la superiorità della razza bianca.

 

Il 24 aprile è stato messo a morte con l'iniezione letale nel carcere di Huntsville in Texas John William King, un 'suprematista' bianco che uccise insieme a due complici il nero James Byrd Jr. di 49 anni.

King, allora 23-enne, e i suoi compagni aggredirono di notte, nelle prime ore del 7 giugno del 1998, la loro vittima, la incatenarono ad un furgoncino e la trascinarono per oltre 5 chilometri in una strada secondaria poco frequentata della cittadina di Jasper nel Texas. Byrd morì e il suo corpo fu dilaniato...

Il motivo di tanta crudeltà? L'affermazione della supremazia della razza bianca sulle altre razze e in particolare sulla razza nera.

Un motivo per noi difficilmente comprensibile ma fortemente presente negli Stati Uniti, retaggio della difficile integrazione tra le diverse razze venute a popolare il 'nuovo mondo'.

Da notare che King era dichiaratamente razzista e aveva tatuata su un braccio la scena dell'impiccagione di un nero ad un albero. È stato l'ideatore del crimine e si è comportato come il capobanda durante l'attuazione dello stesso.

Le cronache dicono che il condannato ha mantenuto gli occhi chiusi mentre i testimoni dell'esecuzione affluivano e si sedevano ai loro posti. Quando il direttore della prigione gli ha chiesto se avesse un'ultima dichiarazione da fare, King ha risposto: "No."

Per la verità in precedenza egli aveva rilasciato per iscritto un'ultima brevissima dichiarazione, con la frase famosa: "Pena capitale: coloro che sono senza capitali ricevono la pena capitale".

Dopo l'inizio dell'iniezione letale ha fatto alcuni sospiri e poi nessun altro movimento. É stato dichiarato morto nel giro di 12 minuti alle 19 e 8'. Tutto qui.

Quando i testimoni sono usciti dal braccio della morte sono stati accolti dagli applausi di una piccola folla che sostava fuori del carcere.

Nessun parente o amico del condannato ha presenziato all'esecuzione, alla quale hanno assistito due sorelle e una nipote della sua vittima.

Una delle due sorelle della vittima di King, Clara Taylor, ha detto amaramente: "Egli non ha mostrato nessun rimorso allora e non ha mostrato nessun rimorso stasera." Aggiungendo: "L'esecuzione è stata la giusta punizione per il suo crimine. Non provo nulla, né sollievo né piacere per il fatto che la vicenda si sia conclusa".

Un'altra sorella di James Byrd, Louvon Byrd Harris, ha detto che l'esecuzione "ha mandato un messaggio al mondo: quando commetti un atto così terribile, devi pagare con la massima pena." In confronto a tutte le sofferenze subite dalla sua vittima il suo "è stato un modo facile per andarsene", ha aggiunto.

Da notare: uno dei complici di King, Lawrence Russell Brewer, è stato messo a morte nel 2011. Un altro, Shawn Allen Berry, è stato condannato all'ergastolo. Ora il caso è chiuso.

Che dire? Siamo d'accordo con il professor Rick Halperin, direttore del Centro per i Diritti Umani nell’Università Metodista del Sud del Texas, indomito abolizionista, che in occasione dell'esecuzione di Brewer scrisse: "Piuttosto che usare la legge per mettere a morte l’innocente come il colpevole, dovremmo usare la legge per portare questo paese ad un più illuminato insieme di comportamenti, che ci rendano migliori come popolo, migliori di quel che possiamo immaginare."

Rick Halperin ha precisato che King è stato il quarto condannato ad essere messo a morte quest'anno in Texas e il 1.494-esimo negli Stati Uniti da quando sono ricominciate le esecuzioni il 17 gennaio 1977.

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3) SCOTTY MORROW, DETENUTO MODELLO, MESSO A MORTE IN GEORGIA

 

Un isolato momento di follia omicida è costato la vita di due donne alla fine del 1994 e l'esecuzione del colpevole il 2 maggio scorso. Prima e dopo aver commesso gli omicidi, Scotty Morrow, un nero socialmente emarginato ed abusato, si è comportato in maniera esemplare.

 

Conclusesi le ultime schermaglie legali che hanno fatto ritardare l'esecuzione di quasi 3 ore, a Jackson in Georgia è stata somministrata l'iniezione letale al 52-enne nero Scotty Morrow.

Morrow è stato dichiarato morto alle 21:38' del 2 maggio nel carcere denominato Georgia Diagnostic and Classification Prison.

Scotty Morrow si era subito profondamente pentito del delitto compiuto il 29 dicembre del 1994, quando aveva ucciso in un impulso d'ira Barbara Ann Young, la sua ex che lo aveva abbandonato, e un'amica di costei, Tonya Woods (egli sparò anche ad una terza donna che soprav-visse).

Il personale carcerario ha detto che egli ha sempre mantenuto una condotta esemplare.

Negli ultimi minuti di vita il condannato ha dichiarato: "Sono veramente addolorato di quel che ho fatto. Desidero manifestare il mio più profondo e sincero pentimento alla famiglia Woods e alla famiglia Young."

Scotty Morrow ha anche ringraziato la propria famiglia per il sostegno ricevuto, chiedendo perdono.

Un imam, dopo aver recitato una preghiera, ha detto a Morrow di volergli bene.

Le ultime parole del condannato sono state: "Vi amo tutti. Dio vi benedica"

In precedenza Scotty Morrow aveva ricevuto le visite di un amico, di dieci familiari, di due membri del clero e di quatto dei suoi avvocati difensori.

Morrow fu arrestato subito dopo aver commesso i crimini dei quali si assunse la piena responsabilità dicendo che qualcosa era 'esploso' dentro di lui.

Gli avvocati difensori hanno puntato sul fatto che negli Stati Uniti i delitti d'impulso non premeditati raramente sono puniti con la pena di morte ed hanno ricordato gli eventi drammatici che avevano costellato al vita di Scotty Morrow fin dall'infanzia.

A tre anni di età Morrow aveva visto suo padre calpestare l'addome di sua madre incinta provocando l'aborto. Con la madre si spostò nella casa di un parente ma non fu una buona idea: il parente cominciò ad abusare sessualmente di Morrow quando lui aveva 7 anni. Un altro parente lo violentò un anno dopo. In seguito, spostatosi a New York, fu ripetutamente picchiato dal nuovo compagno di sua madre.

4) CONDANNATO A MORTE PROSCIOLTO IN FLORIDA CHIEDE UN RISARCIMENTO

 

Raramente i condannati a morte innocenti vengono prosciolti e ancor più raramente vengono indennizzati per l'ingiusta detenzione. Potrebbe riuscirci Clemente Aguirre-Jarquin - condannato a morte nel 2004 e scarcerato nel 2018 - che ha intentato una causa contro lo stato della Florida.

 

Nello scorso numero del Foglio di Collegamento abbiamo scritto del caso di Alfred Brown che, a 4 anni di distanza dall’assoluzione, e dopo aver trascorso ingiustamente dieci anni nel braccio della morte, otterrà un risarcimento dallo stato del Texas.

Un fatto analogo si sta verificando in Florida: Clemente Aguirre-Jarquin, originario dell’Honduras ora 38-enne, si è presentato il 4 aprile davanti ad un giudice della Contea di Seminole per ottenere un risarcimento per gli anni trascorsi ingiustamente nel braccio della morte.

Clemente Aguirre-Jarquin fu condannato alla pena capitale nel 2004 per il duplice omicidio di Cheryl Williams e di sua madre Carol Breis. Le due donne furono uccise (la prima fu colpita con 120 coltellate e la seconda, che era paralitica, con due) nella roulotte dove abitavano, vicino alla baracca in cui viveva Aguirre-Jarquin. All’epoca quest'ultimo, che era amico della figlia di Cheryl, Samantha, in un primo tempo negò di essere al corrente delle due morti, poi, messo alle strette, sostenne di essere entrato nella roulotte in cerca di qualcosa da bere e di aver trovato i due cadaveri. Affermò di essersi sporcato con il loro sangue quando verificò se le donne erano ancora in vita, e di aver preso in mano un coltello che trovò vicino ai corpi perché non sapeva se l’assassino si trovava ancora dentro alla roulotte (le roulotte americane sono molto grandi ed hanno diverse stanze al loro interno). Lasciò poi cadere il coltello nei pressi della roulotte, quindi impacchettò e gettò i suoi vestiti sporchi di sangue sul tetto della sua baracca. Dichiarò inoltre di non aver allertato la polizia e di aver dichiarato il falso all’inizio delle indagini perché, essendo un immigrato clandestino, temeva di essere deportato in Honduras, dove delle bande avevano ucciso un suo amico e minacciato lui di morte.

Al processo del 2006 Clemente Aguirre-Jarquin fu l’unico testimone in suo favore e la giuria ci mise pochissimo tempo a condannarlo a morte. Il giudice O. H. Eaton, che all’epoca lo condannò, dichiarò lo scorso anno all’Orlando Sentinel di essersi pentito e che Aguirre-Jarquin è un caso emblematico delle pecche del sistema giudiziario nei casi capitali.

Mentre era in carcere, gli avvocati del condannato scoprirono che Samantha Williams aveva più volte detto in giro di essere stata lei ad uccidere la madre e la nonna. I test effettuati sul sangue nella roulotte (test che non erano stati fatti prima del processo) dimostrarono la presenza di numerose gocce di sangue di Samantha e nessuna traccia del sangue di Clemente.

Nel 2016 la Corte Suprema della Florida annullò la condanna di Aguirre-Jarquin e ordinò un nuovo processo, definendo il condannato “il capro espiatorio” di Samantha Williams che non fu mai accusata degli omicidi. L’accusa in un primo momento optò per riprocessare Aguirre-Jarquin, ma abbandonò il caso nel novembre 2018 quando fu smantellato l’alibi di Samantha Williams per la notte degli omicidi. Aguirre-Jarquin fu assolto da ogni accusa e scarcerato.

Adesso egli chiede allo stato della Florida il risarcimento che gli spetta in base a una legge del 2008 - l’Atto di Compensazione per le Vittime di Incarcerazioni Ingiuste - che prevedere l’indennizzo di 50.000 dollari per ogni anno di ingiusta detenzione. Aguirre-Jarquin potrebbe ricevere un risarcimento di circa 700.000 dollari.

L’accusa sta però ancora arrampicandosi sugli specchi per negare la sua innocenza. Il vice procuratore dello stato, Stewart Stone, ha citato la disonestà iniziale di Clemente e il fatto che lui affermò di aver toccato poco il corpo di Cheryl, mentre in realtà i suoi vestiti erano bagnati di sangue. Stone ha aggiunto che la richiesta di risarcimento è pervenuta troppo tardi, perché, in base alla legge del 2008, egli avrebbe dovuto presentarla entro 90 giorni da quando la Corte Suprema annullò la sua condanna nel 2016. Gli avvocati difensori di Aguirre-Jarquin hanno definito questa iniziativa dell’accusa “assurda” e “Orwelliana”.

Aguirre-Jarquin vive attualmente a Tampa in Florida in una comunità per ex detenuti. Sta anche pensando di presentare una domanda di asilo per evitare di essere deportato in Honduras. (Grazia)

5) CHIROMANTI GIUSTIZIATE IN COREA "PER MANTENERE L’ORDINE SOCIALE”

 

In Corea del Nord, il paese governato dal dittatore sanguinario Kim Jong-un, si può essere condannati a morte e giustiziati in pubblico per una miriade di motivi, anche perché si pratica la chiromanzia.

 

La Corea del Nord ha messo a morte in pubblico 2 donne e ha condannato all’ergastolo una terza. Le tre erano state accusate di chiromanzia. Avevano formato un trio chiamato Seven Star Group e sostenevano che i loro clienti, attraverso 2 bambini di 3 e 5 anni, potessero essere messi in comunicazione con uno spirito capace di prevedere il futuro.

Una fonte locale ha riferito che l’esecuzione è stata ordinata per “mantenere l’ordine sociale” dal momento che la chiromanzia si è estesa troppo e che perfino ufficiali di alto grado e famiglie di autorità giudiziarie spesso si rivolgono a chiromanti prima di combinare matrimoni o concludere affari.

Secondo quanto riportato, migliaia di persone hanno assistito all’esecuzione delle 2 donne avvenuta a Chongjin, nella provincia del North Hamgyong.

Nella Corea del Nord governata dal dittatore Kim Jong-un la pena di morte può essere comminata per reati vagamente definiti, come i “crimini contro lo stato” e i “crimini contro il popolo” (1).

La politica di compiere esecuzioni pubbliche con regolarità serve a incutere paura nella popolazione. La pena di morte è prevista per crimini non violenti come il contrabbando, e le autorità sono abilitate ad ordinare una esecuzione se ritengono che un crimine sia “estremamente serio”.

Il disertore nord-coreano Gim Gyu Min ha raccontato al giornale on line Metro.co.uk di essere stato costretto ad assistere alle esecuzioni dall’età di 6 anni. Ha detto: “Gli ufficiali di solito annunciavano un’esecuzione con circa una settimana di anticipo nella zona in cui doveva avvenire. Tutti dovevano assistere all’esecuzione, i lavoratori venivano raccolti e portati sul luogo dell’esecuzione. C’era uno spiazzo con un palo al centro dove la persona sarebbe stata legata, con gli amici e i familiari molto vicini. “Il condannato era tenuto dietro una tenda e picchiato alla testa perché perdesse i sensi, così quando era legato non opponeva resistenza. Le guardie allora lo legavano, miravano e sparavano. (Anna Maria)

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(1) Sulla furia omicida del presidente Kim Jong-un v. nn. 241; 238, Notiziario; n. 239, Notiziario; e i numerosi articoli ivi citati.

6) IN UN SOLO GIORNO COMPIUTE IN ARABIA SAUDITA 37 ESECUZIONI

 

La decapitazione in un solo giorno di 37 condannati accusati di 'terrorismo' in Arabia Saudita ha sucitato scalpore in tutto il mondo. Riportiamo il comunicato di Amnesty International in proposito.

 

L’esecuzione di 37 prigionieri condannati per “terrorismo”, uno dei quali minorenne al momento del reato, segna un’allarmante escalation nell’uso della pena di morte in Arabia Saudita.

Questa esecuzione di massa mostra ancora una volta e in modo agghiacciante il profondo disprezzo delle autorità saudite per la vita umana e l’uso della pena di morte come strumento di repressione politica contro la minoranza sciita del paese“, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

La maggior parte delle persone messe a morte, al termine di processi irregolari basatisi su “confessioni” estorte con la tortura, era costituita da uomini sciiti.

Undici di loro erano stati condannati per spionaggio in favore dell’Iran, almeno altri 14 per reati violenti nell’ambito di manifestazioni contro il governo che si erano svolte tra il 2011 e il 2012 nella Provincia orientale a maggioranza sciita.

I 14 sciiti erano stati sottoposti a un lungo periodo di detenzione preventiva nel corso del quale erano stati torturati affinché rilasciassero una “confessione”.

Tra i prigionieri messi a morte c’era anche Abdulkareem al-Hawaj, un giovane sciita arrestato a 16 anni sempre per reati commessi durante le manifestazioni antigovernative. La sua esecuzione costituisce una violazione del divieto assoluto di usare la pena di morte contro rei minorenni.

Secondo quanto appreso da Amnesty International, le famiglie dei prigionieri messi a morte non hanno ricevuto alcun preavviso.

Finora nel 2019 in Arabia Saudita sono state eseguite almeno 104 condanne a morte, 44 delle quali nei confronti di cittadini stranieri per lo più per reati di droga. In tutto il 2018 le esecuzioni furono 149.

Tra coloro che restano in attesa di esecuzione vi sono Ali al-Nimr, Dawood al-Marhoon e Abdullah al-Zaher, tre sciiti minorenni al momento del reato per cui sono stati condannati a morte.

7) ARRESTATI IN IRAN A 15 ANNI DI ETÀ E DOPO DUE ANNI MESSI MORTE

 

Il 29 aprile u. s. è stato pubblicato da Amnesty International un comunicato dal titolo “Iran: Two 17-year-old boys flogged and secretly executed in abhorrent violation of international law” [Iran: due ragazzi di 17 anni fustigati e giustiziati segretamente con un’aberrante violazione del diritto internazionale]. Articolo che riportiamo qui sotto in una nostra traduzione dall’inglese.

 

Amnesty International ha appreso che le autorità iraniane hanno frustato e poi messo a morte due ragazzi di età inferiore ai 18 anni, in totale disprezzo del diritto internazionale e dei diritti dei minori.

Mehdi Sohrabifar e Amin Sedaghat, due cugini, sono stati giustiziati il 25 aprile nel carcere di Adelabad a Shiraz, nella provincia di Fars, nel sud dell'Iran. Entrambi sono stati arrestati a 15 anni di età, accusati di stupro in un processo iniquo e condannati a morte.

Secondo le informazioni ricevute da Amnesty International, gli adolescenti non erano a conoscenza di essere stati condannati a morte fino a poco prima di essere uccisi e portavano segni di sferzate sui loro corpi, a riprova che erano stati fustigati prima dell’esecuzione. Le loro famiglie e gli avvocati non sono stati informati in anticipo delle esecuzioni e sono rimasti scioccati nell'apprendere la notizia.

"Le autorità iraniane hanno ancora una volta dimostrato di essere disgustosamente preparate a mettere a morte bambini, in flagrante disprezzo del diritto internazionale.

“Risulta che abbiano crudelmente tenuto per due anni questi due ragazzi all'oscuro riguardo alle loro condanne a morte, li hanno frustati negli ultimi istanti della loro vita e poi li hanno giustiziati in segreto" così ha riferito Philip Luther, direttore per il Medio Oriente e dell'Africa del Nord ad Amnesty International.

L'utilizzo della pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del crimine è severamente proibito dalla legislazione internazionale sui diritti umani ed è un flagrante attacco ai diritti dei minori. È da lungo tempo che i parlamentari iraniani dovrebbero porre fine a questa situazione straziante modificando il codice penale per vietare l'uso della pena di morte nei confronti di chiunque abbia meno di 18 anni al momento del reato ".

L'Iran rimane il principale carnefice di bambini nel mondo.

In quanto Stato partecipe della Convenzione sui diritti dell'infanzia e della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, l'Iran è legalmente obbligato a considerare bambino chiunque abbia un’età inferiore a 18 anni e ad assicurare che non sia mai sottoposto alla pena di morte o condannato all’ergastolo.

Mehdi Sohrabifar e Amin Sedaghat erano stati tenuti in un centro di correzione minorile a Shiraz dal 2017. Il 24 aprile, sono stati trasferiti nella prigione di Adelabad, apparentemente senza conoscerne il motivo. Lo stesso giorno, alle loro famiglie è stata concesso di far loro visita, senza comunicare loro che era in preparazione l’esecuzione dei giovani. Il giorno seguente, il 25 aprile, le famiglie hanno ricevuto improvvisamente una chiamata dall' Iran's Legal Medicine Organisation, un istituto forense statale, che le informava delle esecuzioni e chiedeva loro di raccogliere i corpi.

La pratica di sottoporre i bambini a interrogatori di polizia in assenza di un tutore o di un avvocato viola la Convenzione sui diritti dell'infanzia, che prevede che i bambini in conflitto con la legge debbano essere garantiti tempestivamente.

Amnesty International ha registrato in Iran tra il 1990 e il 2018 l’esecuzione di 97 persone che avevano meno di 18 anni all’epoca del reato. Più di 90 persone, inoltre, restano a rischio di essere giustiziate.

Il fatto che le esecuzioni di Mehdi Sohrabifar e Amin Sedaghat non siano state rese pubbliche prima che Amnesty International fosse venuta a conoscenza dei loro casi, rinforza i sospetti dell’organizzazione che il numero di esecuzioni nei confronti di minori nel paese sia di fatto maggiore rispetto a quello noto. I minorenni nel braccio della morte sono a rischio di essere giustiziati in segreto se i loro casi non sono portati a conoscenza delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani che avrebbero promosso campagne pubbliche e li avrebbero patrocinati.

"Abbiamo identificato una tendenza secondo cui le autorità iraniane stanno portando a termine esecuzioni di delinquenti minorenni senza dare preavviso alle famiglie, apparentemente in un tentativo deliberato di evitare l'indignazione globale. Ciò rende ancora più importante che influenti attori internazionali come l’Unione Europea aumentino le pressioni diplomatiche e pubbliche per spingere l'Iran a porre fine all’utilizzo della pena di morte contro i minorenni ", ha affermato Philip Luther.

Molti hanno trascorso periodi prolungati nel braccio della morte - in alcuni casi più di un decennio. Alcuni hanno avuto le loro esecuzioni programmate e posticipate ripetutamente, aumentando il loro tormento. Tali condizioni di incertezza che causano gravi angosce e disturbi mentali equivalgono a trattamenti crudeli, inumani e degradanti.

L'uso della pena di morte per stupro non è consentito dal diritto internazionale, il quale stabilisce che il suo uso deve essere limitato ai crimini più gravi comprendenti omicidi intenzionali.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi, senza eccezioni, indipendentemente dalla natura del crimine, dalle caratteristiche del reo o dal metodo utilizzato dallo stato per uccidere il prigioniero. La pena di morte è una violazione del diritto alla vita e l'ultima punizione crudele, inumana e degradante. (Pupa)

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Mark H. Creech

8) ARGOMENTI DI UN PASTORE BATTISTA A FAVORE DELLA PENA DI MORTE

 

Il pastore battista Mark H. Creech è ora direttore esecutivo della Christian Action League nella North Carolina (1). Prima di assumere l'attuale incarico, era stato in sei diverse chiese battiste nel North Carolina e nello stato di New York. È sorprendete la sicurezza nella liceità e nell'utilità della pena di morte con cui il pastore Mark Creech ha scritto un articolo pubblicato il 5 aprile scorso nel sito http://www.renewamerica.com Articolo che riportiamo qui, in una nostra traduzione.

 

Secondo il Dipartimento di Pubblica Sicurezza del North Carolina, dal 1910, anno in cui lo stato adottò la pena capitale, vi sono state più di 1000 condanne a morte. I condannati maschi sono detenuti nella Prigione Centrale. Le condannate sono rinchiuse nel North Carolina Correctional Institution for Women.

Ci sono attualmente 141 delinquenti condannati alla pena capitale nel North Carolina, ma non c'è modo di compiere un'esecuzione dal 2006. Per di più, se alcuni parlamentari democratici riusciranno a far approvare una proposta di legge presentata pochi giorni fa, la pena di morte sarà presto abolita.

La proposta di legge HB 587 - Abrogazione della Pena di morte - è sostenuta dai parlamentari democratici Graig R. Meyer, MaryAnn Black e Zack Hawkins.

 

La proposta cita molti degli stessi vecchi e logori argomenti per porre fine alla pena capitale Ogni argomento viene citato dopo la parola "Considerando". Ognuno di essi è pretestuoso.

Lasciatemi commentare brevemente tali argomenti.

 

1. Considerando che nove persone nella Carolina del Nord mandate nel braccio della morte sono state trovate innocenti dal crimine per il quale sono state condannate...

 

Sarebbe questa una ragione per porre fine alla pena di morte? I detenuti del braccio della morte ricevono un super processo che comporta una media di 12 anni di ricorsi! È ovvio che l'attuale procedimento legale consente di prendere in esame ogni possibilità d’innocenza. Non esiste alcuna prova concreta che un solo innocente sia stato giustiziato nell’ultimo secolo. E con la moderna scienza forense, alcuni giustamente sostengono che oggi le possibilità di giustiziare un innocente si sono ridotte praticamente a zero.

 

2. Considerando che la pena di morte continua a essere imposta in modo sproporzionato ai membri di gruppi di minoranza, persone a basso reddito e persone con disabilità mentali e intellettuali...

 

Penso che John McAdams, professore di scienze politiche alla Marquette University, parli efficacemente di questo. Egli sostiene: "Nessuno potrebbe nemmeno pensare di provare ad applicare questo principio in modo coerente. Se scopriamo che i quartieri neri hanno meno protezione della polizia rispetto ai quartieri bianchi, dovremmo ritirare i poliziotti sia dai quartieri bianchi che da quelli neri? Se le banche discriminano i neri richiedenti mutui ipotecari, dovremo chiedere che smettano di concedere tutti i mutui ipotecari? Se troviamo che l'IRS (Istituto per la Riscossione delle Imposte) sta discriminando i contribuenti della classe media e quelli poveri, dovremmo abolire l'IRS? ... ciò che abbiamo, in termini di prove statistiche, non è in grado di dimostrare la tesi politicamente corretta di una massiccia discriminazione. La pena di morte è amministrata con perfetta imparzialità? No. È amministrata in modo equo come le altre sanzioni penali? Sì."

 

3. Considerando che gli studi hanno dimostrato che la pena di morte non scoraggia il crimine...

 

Bene, è ovvio che scoraggia il criminale giustiziato!

Inoltre, vorrei osservare che non è la legge che scoraggia; è l'applicazione di essa. Se la pena di morte in North Carolina o in altri stati non scoraggia, è perché non viene applicata quanto si dovrebbe.

Senza la pena di morte, rischieremmo il sacrificio di più vite innocenti. Con essa stiamo tentando di salvare più vite innocenti. Qual è il rischio peggiore?

La risposta è chiara?

 

4. Considerando che il North Carolina spende circa 11 milioni di dollari all'anno per la pena di morte, anche se l'ultima persona è stata giustiziata nel North Carolina nel 2006...

 

Ho contattato riguardo questo argomento il mio amico Dudley Sharp, uno dei principali sostenitori della pena capitale. Sharp mi ha detto che furbescamente gli sponsor del progetto evitano di confrontare gli 11 milioni di dollari con il costo dell'ergastolo. Dice che non c'è motivo di ritenere esatta la valutazione degli 11 milioni di dollari. Dice che la stima è stata menzionata per la prima volta nel 2004 dal professor Philip Cook della Duke University. Si tratterebbe delle spese sostenute per processare i casi di omicidio, ma è un dato puramente ipotetico.

Sharp ha detto: "11 milioni di dollari corrispondono a circa 0,09 dollari al mese per ogni cittadino della North Carolina, probabilmente il più piccolo componente delle tasse del North Carolina. Gli abitanti della North Carolina si lamentano di spendere 9 centesimi al mese? "

In altre parole, se l'ergastolo senza possibilità di liberazione costa sostanzialmente lo stesso, cosa importa se la pena di morte costa 11 milioni di dollari? Non è una ragione sufficiente per non avere una giustizia corrispondente al reato. Il reato di omicidio dovrebbe comportare la perdita della vita dell'omicida.

Come dice William H. Baker nel suo libro, “Punizione capitale". La pena capitale come forma di retribuzione è un dettame della natura morale, che richiede che ci sia una giusta proporzione tra il reato e la pena." Per il criminale ricevere una condanna a vita, quando la sua vittima è morta, non livella la bilancia della giustizia.

 

5. Considerando che giudice William Brennan e Thurgood Marshall della Corte Suprema degli Stati Uniti hanno rilevato che la pena di morte è intrinsecamente incostituzionale quale violazione dell'Ottavo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti...

 

Sharp mi ha ricordato che c'erano 114 giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti. "Due di loro", ha detto, "i giudici William Brennan e Thurgood Marshall hanno scoperto che la pena di morte era intrinsecamente incostituzionale. Dire che la loro opinione è di minoranza è una penosa sottostima".

 

6. Considerando che i Pubblici Ministeri eletti prendono le decisioni sui prigionieri per cui chiedere la pena di morte, ciò risente della politica...

 

Sono le giurie che valutano se un individuo è degno di morte. Un pubblico ministero applica solo la legge, che è la volontà popolare. Si potrebbe anche dire che se il pubblico ministero decide di non chiedere la pena di morte, quando il livello del crimine soddisfa l'obbligo di pena capitale, allora il pubblico ministero per suo pregiudizio, politico o di altro tipo, diventa l'unico arbitro, annullando la volontà del pubblico come dichiarato nella legge. Quindi questa è un'arma a doppio taglio.

La proposta di legge HB 587 abrogherebbe la pena di morte in North Carolina per la più triste delle ragioni.

La pena capitale è morale, una responsabilità che Dio ha dato solo allo Stato in Genesi 9:6, dicendo: "Chiunque versa il sangue dell'uomo, per mezzo dell'uomo si spargerà il suo sangue, perché Dio ha fatto l'uomo a sua immagine". Questo comando di Dio, che deve essere una legge modello per ogni nazione di ogni epoca, Dio non l’ha mai abrogato. Proibisce la vendetta personale, ma serve giustamente per garantire giustizia alle vittime, ripristinando nell'universo un equilibrio compromesso, proteggendo allo stesso tempo la vita degli innocenti.

Se questo disegno di legge verrà considerato dall'Assemblea Generale del North Carolina passibile di essere messo ai voti, prego sinceramente che i legislatori lo condannino a morte. (Pupa)

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(1) Vedi: https://christianactionleague.org/about-us/

9) TORTURA E ACCUSE INVENTATE PER CONDANNARE A MORTE UN EGIZIANO

 

La prima volta che l'avvocatessa egiziana Nusela Harun vide suo figlio Ahmed dopo che era stato arrestato, notò che egli aveva ustioni da sigaretta disposte geometricamente attorno al collo.

“Era come se si fossero divertiti a fare dei disegni sul suo collo”, ha riferito Nusela Harun al Middle East Eye (MEE) (1) nella seconda metà di aprile.

Il trentenne Ahmed el-Shal aveva i nervi delle mani danneggiati per essere stato appeso per i polsi durante gli interrogatori.

Nusela Harun aveva già perso il figlio più grande, Khaled el-Shal, che fu ucciso dalle forze di sicurezza egiziane, insieme ad un altro migliaio di persone, durante il massacro di Rabaa del 2013 (2).

Adesso teme di perdere quest'altro figlio che è stato condannato alla pena capitale sulla base di una falsa confessione, estorta sotto tortura. Se verrà messo a morte si unirà ai 15 giovani giustiziati in Egitto dall’inizio del 2019, condannati a morte in processi giudicati molto dubbi dalle Nazioni Unite. Un cinquantina di condannati, oltre a Shal, sono in attesa di esecuzione.

 

Ahmed sparisce

 

La tragedia di Shal e Harun iniziò il 28 febbraio 2014, quando fecero visita alla tomba di Kahled nella città di Mansura, sul delta del Nilo, dove vive la famiglia. La visita alla tomba di Kahled era diventato un rito settimanale, da uccisero Kahled in piazza Rabaa al-Adaweya, al Cairo, durante l’attacco delle forze di polizia contro i sostenitori del presidente Mohamad Morsi, destituito da un golpe militare del 2013 (3).

Le notizie riferite da amici e vicini al loro ritorno a casa, sovvertirono però quella routine. Quella mattina avevano sparato e ucciso Abdullah Metwalli, guardia del corpo di un giudice che aveva processato Morsi in un processo giudicato da Human Rights Watch “decisamente ingiusto”.

Metwalli stava percorrendo l’autostrada di Mansoura, quando un uomo armato dal sedile posteriore di una motocicletta lo affiancò e lo colpì alla testa. Tre giorni dopo l’omicidio, il pubblico ministero per la sicurezza dello stato emise mandati di arresto per 18 persone accusandole di aver formato una “cellula militante” per uccidere Metwalli.

Una settimana dopo, il 6 marzo, Shal scomparve mentre andava all’università dove studiava. Shal non aveva mai nascosto la sua opposizione al golpe militare o nei confronti di Abdel Fattah el-Sisi, il generale che guidò il golpe prima di diventare presidente. Prendeva parte con i suoi amici a sit-in pacifici per protestare contro la deposizione di Morsi. “Non fece però mai ricorso alla violenza, neppure dopo l’uccisione di suo fratello a Rabaa”, ha dichiarato la signora Harun al MEE.

Shal, ora trentenne, aveva appena concluso la facoltà di medicina e stava frequentando un anno di pratica medica. “Sognava di diventare un pediatra, stava progettando di andare negli Stati Uniti a proseguire gli studi”, ha dichiarato la Harun. Poche ore dopo l’arresto di Shal, la polizia fece irruzione nella casa di Harun senza un mandato. Perquisirono la casa “buttando tutto all’aria”, ha detto la donna.

“Cercarono di estorcermi la confessione che Ahmed aveva intenzione di uccidere dei poliziotti per vendicare la morte del fratello a Rabaa”, ha detto la mamma di Shal. Le parve di rivivere un incubo ricorrente. Dopo l’uccisione di Khaled, le autorità avevano arrestato e torturato un altro suo figlio, Osama. Questi riuscì però poi a fuggire dall’Egitto, per salvarsi la vita. Shal non è stato così fortunato.

 

“Confessione” trasmessa in tv

 

Da quel momento, il processo di Shal è stato irregolare, controverso e anche violento. Circa un anno dopo il suo arresto, un Shal dall’aspetto molto mogio apparve in tv accanto ad altri due coimputati. Davanti a un microfono collocato tra loro, i giovani confessarono l’assassinio di Metwalli. Shal, con gli occhi cerchiati, dichiarò di aver sparato alla guardia del corpo del giudice sei volte, dal sellino posteriore di una motocicletta. Durante la confessione la telecamera mostrò immagini di un tavolo coperto di armi che, secondo quanto detto durante la trasmissione, erano in possesso dei tre imputati: fucili d’assalto, pistole, coltelli, un fucile a pompa e montagne di munizioni.

Fu la prima volta che Harun vide suo figlio da quando era stato arrestato. “Stavo per impazzire” ha raccontato. “Mi pareva di non riconoscere mio figlio". Quando lo incontrò dopo la trasmissione, le disse: "Ho dovuto farlo per salvarti, perché avevano minacciato di stuprarti se non confessavo". Trascorsero dieci giorni prima che avesse di nuovo sue notizie, quando un avvocato disse ai familiari di Shal che egli era detenuto nel famigerato carcere di massima sicurezza nella periferia del Cairo.

Tre mesi dopo, Shal e altre 23 persone furono deferite dall’accusa al tribunale penale con l’imputazione di essere membri del gruppo diventato fuorilegge Muslim Brotherhood (Fratellanza Musulmana), del quale Morsi era un membro di spicco. Alcuni degli imputati furono accusati di “omicidio premeditato” e altri di complicità. Dopo un processo che si trascinò per tre anni, nel giugno 2017 la massima corte egiziana confermò la condanna a morte di sei imputati: Shal, Basem Mohsen Elkhorieby (anche conosciuto come Bassem Mohsen), Khaled Askar, Mahmoud Mamhouh Wahba, Ibrahim Yahia Azab e Abd Elrahman Attia.

Shal è l’imputato numero uno di quello che è ora conosciuto come il caso dell’Omicidio della Guardia di Mansoura, accusato di aver sparato a Metwalli. Gli altri 5 imputati furono incriminati come complici nell’omicidio.

 

Schiaffeggiato, denudato e appeso

 

Secondo la signora Harun, però, la condanna si è basata soprattutto su false confessioni estorte a Shal con “torture mortali”. Dopo “avergli inflitto scosse elettriche e averlo stuprato con un bastone”, Shal si rifiutò ancora di dire ai suoi torturatori ciò che volevano sentire, ha detto Harun. A quel punto lo minacciarono di stuprare la madre davanti a lui. “Fu allora che egli accettò che registrassero la sua confessione”. Dopo averla registrata, Shal fu trasferito bendato al quartier generale dell’agenzia di sicurezza nazionale. Sua madre ha dichiarato che una guardia minacciò di torturarlo di nuovo, se mai avesse ritrattato la sua confessione. Harun ha dichiarato di aver letto la testimonianza delle torture inflitte a suo figlio sei mesi dopo che questa fu raccolta. Appena Harun la ricevette, l’avvocato presentò un’istanza al procuratore generale, ma non fu effettuata nessuna indagine. Shal disse a sua madre di aver presenziato a un’udienza con il procuratore generale il 21 marzo, senza un avvocato difensore, e di avergli detto di essere innocente e costretto a confessare. Anche questa dichiarazione fu ignorata, ha detto la donna. Il Middle East Eye ha ottenuto una copia della testimonianza di Shal durante un interrogatorio, riportata dai suoi avvocati. In essa, Shal descrive dettagliatamente i metodi di tortura applicati dalle forze di sicurezza.

 

La testimonianza delle torture subite da Shal

 

“Nego tutte le accuse, perché non ero del tutto cosciente quando dissi ciò che ho detto prima. Quando fui arrestato, fui condotto nel quartier generale della polizia di Mansoura, bendato, schiaffeggiato sul volto, colpito con scosse elettriche, appeso per le ascelle a una porta. Quando fui arrestato mi bendarono gli occhi e qualcuno iniziò a prendermi a calci, ma non so chi fosse perché ero bendato. Poi qualcuno mi colpì con scosse elettriche sulla faccia, fui portato nella stanza di una guardia, che mi tolse i pantaloni, mi appese a un bastone per le mani e per i piedi, poi qualcuno mi inserì ripetutamente un bastone nell’ano, e lo fece ruotare, mentre qualcun altro iniziò a infliggermi scosse elettriche sulle gambe e sul collo. Poi mi tolsero la benda dagli occhi e vidi una guardia che si chiama Sherif Abu el-Naga. Era la stessa guardia che mi aveva chiesto di togliermi i pantaloni e poi mi chiese di rimetterli. Dopo mi appesero dalle ascelle alla porta. Quando mi tirarono giù, sentii che le mie mani erano paralizzate. Non so chi mi stuprò con un bastone, perché avevo il viso girato dall’altra parte. Ho lividi sulla spalla e sul collo, e ustioni perché mi bruciarono con mozziconi di sigaretta.”

Tutti gli imputati del caso di Shal hanno poi ritrattato le loro confessioni.

 

“Sopravvivendo a stento”

 

Shal non sta bene. Harun dice che suo figlio subì due interventi al cervello per rimuovere delle cisti che danneggiavano il suo equilibrio. “Sognava di andare a cavallo, ma non ha mai potuto farlo”, ha dichiarato Harun. “Non poteva neppure andare in moto per la stessa ragione.”, ha aggiunto. Gli avvocati di Shal dissero al processo che le sue condizioni di salute gli impedivano di sparare colpendo in modo accurato qualsiasi bersaglio, figurarsi un bersaglio in movimento dal sellino posteriore di una motocicletta. “Non è possibile”, ha aggiunto Harun. Adesso Shal è detenuto alla prigione di Wadi Natroun, in una piccolissima cella, lunga appena per consentirgli di coricarsi, ha detto Harun. Gli è permesso di lasciare la cella un’ora al giorno. “Non c’è il gabinetto. Usano borse di plastica e secchi per i loro bisogni”, ha detto Harun. Anche a casa la situazione è dura. Harun e i suoi cari stanno vivendo in una sorta di limbo, col terrore che capiti il peggio. “La vita è molto faticosa dopo la morte di Khaled e l’arresto di Ahmed. Sopravviviamo a stento”. (Grazia)

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(1) Vedi: https://www.middleeasteye.net/news/torture-threats-and-trumped-charges-story-egyptian-death-row

(2) Vedi: https://www.aljazeera.com/news/2018/08/egypt-years-rabaa-massacre-180813145929087.html

(3) Sulle vicende egiziane negli ultimi 6 anni vedi i nostri articoli nei nn.: 252; 229, Notiziario; 222, Notiziario, e anche nn. 213, 214.

10) IL ‘CODICE SANGUINARIO’ E I METODI DI ESECUZIONE IN INGHILTERRA

 

I residui orrori della pena di morte nel presente, sono stati preceduti da indescivibili orrori nel passato.

 

Il codice penale vigente in Inghilterra nel 1800 è stato chiamato Bloody Code (Codice Sanguinario) per il gran numero di crimini punibili con la morte che comprendeva (1).

Nel 1688, i crimini che comportavano la pena di morte erano 50. Nel 1815 arrivarono a 215.

Se eri un criminale ai tempi del Bloody Code, era altrettanto probabile che saresti stato giustiziato, sia che avessi commesso un omicidio, rubato un coniglio, o cercato di distruggere un vivaio di pesci.

I giudici raramente mostravano comprensione e, poiché i ricchi facevano le leggi, le facevano per proteggersi – qualsiasi crimine contro la loro proprietà era punibile con la morte.

Il Bloody Code fu pensato come perfetto deterrente e quei tempi videro un aumento delle impiccagioni. E delle impicagioni eseguite in pubblico perché si pensava che se più persone assistevano alle esecuzioni, più persone avrebbero rispettato la legge.

Infine fortunatamante arrivò un manipolo di riformisti, guidati da Samuel Romilly, inorriditi dal fatto che la gente potesse essere giustiziata per crimini insignificanti.

Sono passati esattamante 216 anni da quando il temuto Bloody Code fu disinnescato da Sir Samuel Romilly con una riforma che assicurò che non si fosse messi a morte per aver abbattuto un albero, per essersi imbrattato di nero il viso, od assersi spacciato per un ospite del pensionato per militari di Chelsea.

Romilly, un avvocato, riteneva che i giudici detenessero troppo potere e spesso condannasero le persone in base a criteri soggettivi. Egli riuscì a far abolire la pena di morte per alcuni reati minori e a porre fine alla disgustosa pratica di sventrare i criminali ancora vivi.

 

Ecco alcuni crimini per i quali il Bloody Code prevedeva la pena di morte:

 

  • Furto da un relitto

  • Una madre non sposata che nasconde un bimbo nato morto

  • Falsificazione

  • Spacciarsi per un ospite del pensionato per militari di Chelsea

  • Elemosinare senza permesso se sei un soldato o marinaio

  • Furto di cavalli o pecore

  • Incendio doloso

  • Uscire di notte con il viso tinto di nero

  • Forte evidenza di malizia in bambini tra i 7 e i 14 anni

  • Abbattere alberi

  • Danneggiare strade interdette al traffico

  • Distruggere un vivaio di pesci

  • Rubare da una conigliera

  • Scrivere una lettera di minacce ……

 

Secondo la storica Lizzie Steel, lo scopo principale del Bloody Code era la deterrenza.

L’altro aspetto che rendeva il Bloody Code tanto crudele era che gli imputati in tale sistema brutale dovevano difendesi da soli. E per coloro che venivano condannti c’erano pochissime speranze.

 

Ricordiamo i più diffusi metodi esecuzione in Inghilterra:

 

Impiccagione

 

All’inizio l’impiccagione consisteva semplicemente nel mettere un cappio intorno al collo del criminale e sospenderlo a un albero. Si usavano scale o carretti per appendere le persone a forche di legno.

Ma verso la fine del 13° secolo fu introdotta l’orripilante pratica del trascinamanto, dell’impiccagione, e dello squartamento. Questa era una morte riservata soprattutto ai traditori. Innanzitutto, il criminale era trascinato da cavalli verso il luogo dell’esecuzione, poi era impiccato, e poi avveniva la cosa peggiore, lo “squartamento”.

La povera vittima veniva sbudellata e decapitata e le sue membra venivano tagliate. Dopo, la testa e gli arti erano lasciati in mostra perché tutti vedessero - come macabro promemoria di ciò che accade quando uno è così sciocco da infrangere la legge.

Secondo la storica Lizzie Steel, nel 1783 fu introdotta la forca "New Drop", per poter impiccare fino a tre criminali contemporaneamente. Ciò consisteva in una piattaforma di legno con botole attraverso cui cadevano gli impiccati. Il metodo fu migliorato nel tardo XIX secolo, quando si prese in considerazione il peso del prigioniero e la lunghezza della caduta attraverso la botola. Si posizionò il nodo del cappio in modo da rompere il collo del condannato e assicurare una morte molto più rapida di quella prodotta dallo strangolamento.

Da notare: nel 1752 una nuova legge stabilì che il corpo di una persona giustiziata doveva essere consegnato ai medici perché lo sezionassero, a scopo di ricerca. Ai nostri giorni sembra giusto sezionare i cadaveri nei corsi di anatomia ma a quei tempi l'idea di avere il proprio corpo tagliato e usato per la ricerca era terrificante. Questa nuova legge fu vista come una punizione aggiuntiva all’esecuzione stessa.

 

Rogo

 

Dall'undicesimo secolo, la condanna al rogo fu usata in Inghilterra soprattutto per gli eretici e in seguito (nel 13° secolo) per tradimento. La maggior parte dei condannati bruciati sul rogo erano donne condannate per omicidio del marito o del datore di lavoro. Tale pratica continuò in Gran Bretagna fino al XVIII secolo. La procedura per bruciare una persdona sul rogo era relativamente semplice. Tutto ciò che serviva era una pila di legna e un palo nel mezzo al quale legare il criminale. Poi il fuoco veniva acceso. Ma la morte non arrivava rapidamente. Raramente ci voleva meno di mezz'ora prima che la vittima morisse e spesso più di due ore. Se c'era vento e il fuoco si allontanava dalla persona sul rogo, potevano essere necessarie ore per essere lentamente bruciati fino alla morte.

Dal 1790 l’impiccagione sostituì il rogo. Tuttavia in Scozia dopo qulla data alcune donne sospettate di stregoneria furono ancora bruciate sul rogo.

 

Annegamento

 

Mettere la testa del condannato sott’acqua non era un metodo di esecuzione ma una tortura per estorcere confessioni (che di solito portavano all’esecuzione). Ovviamente, se le persone erano accidentalmente trattenute per lungo tempo sotto l'acqua, affogavano.

Il 1809 fu l'ultimo anno in cui l’annegamanto venne praticato in Inghilterra.

 

Decapitazione

 

Si può pensare che la decapitazione potesse essere meno orrenda dell’impiccagione ma, per il fatto che l’esecuzione avveniva con ascia o con la spada, era spesso da classificare tra i peggiori metodi di esecuzione. Questo perché se il boia non era sufficientemente abile nel colpire con l’ascia, aveva bisogno di dare diversi colpi prima che la testa venisse tagliata.

La decapitazione era solitamente riservata ai nobili perché era considerata più dignitosa di un'impiccagione. Nel sedicesimo secolo, durante l'esecuzione della regina Mary di Scozia, ci vollero 3 colpi d’ascia prima che la sua testa fosse rimossa, i testimoni dissero che le sue labbra si mossero ancora per alcuni minuti dopo la sua morte. (Anna Maria)

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(1) Vedi il seguente articolo, che contiene informazioni aggiuntive e alcune suggestive illustrazioni dell’epoca: https://www.news.com.au/world/europe/the-bloody-code-the-worst-ways-to-be-executed-in-britain-in-the-18th-century/news-story/27a617a6e79ea14b0bdd09b6c0e60f8c

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11) AUGURI A EMANUELE NUOVO PRESIDENTE DI AMNESTY, E GRAZIE AD ANTONIO!

 

La Sezione Italiana di Amnesty International ha un nuovo giovane presidente al quale facciamo i migliori auguri di buon lavoro mentre ringraziamo il suo predecessore, l'amico Antonio Marchesi.

 

Emanuele Russo è stato eletto presidente di Amnesty International Italia, al termine della XXXIV Assemblea generale dell’associazione, svoltasi a Villanova di Castenaso (Bologna) dal 26 al 28 aprile e alla quale hanno preso parte oltre 350 tra delegati e soci singoli.

Emanuele Russo, di Torino, attivista del movimento da 15 anni, ha collaborato con il Segretariato Internazionale, le Sezioni di Amnesty International Marocco, Polonia, Slovenia e le strutture di Nairobi e Johannesburg in progetti di Educazione ai Diritti Umani. Lavora nel campo dell’Educazione alla Cittadinanza Globale a CIFA Onlus ed è coordinatore italiano della Campagna Globale per l’Educazione. É in possesso di un Dottorato di Ricerca in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche presso l’Università di Torino.

Nel corso dell’Assemblea, sono stati approvati la relazione del Comitato direttivo uscente e il bilancio consuntivo 2018 e sono state elette le nuove cariche direttive del movimento. É stata riconfermata come Tesoriera Maria Grazia Di Cerbo. Gli altri membri del nuovo Comitato direttivo sono: Osvalda Barbin, Chiara Bianchi, Miriam Cusati, Simona Di Dio, Giuseppe Provenza, Simone Samuele Rizza e Gerardo Romei.

Esprimendo la nostra soddisfazione per l'elezione del nuovo presidente, così titolato, al quale facciamo tanti auguri di buon lavoro, non possiamo trattenerci dal mandare un grande ringraziamento al suo predecessore, l'amico Antonio Marchesi, che per tanti anni ha guidato la Sezione Italiana della più grande associazione per i diritti umani (ne è stato presidente dal 1990 al 1994 e poi dal 2013 ininterrottamente fino all'attuale avvento di Emanuele Russo).

12) AMNESTY INTERNATIONAL: NEL 2018 UN DRASTICO CALO DELLE ESECUZIONI

 

Il 10 aprile Amnesty International ha pubblicato il suo Rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2018, un rapporto sostanzialmente ottimistico. Riportiamo il comunicato di Amnesty in proposito e, in fondo, il link dal quale si può accedere al Rapporto in italiano che consta di 51 pagine.

 

In evidenza:

- il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione globale del 31 per cento;

- aumento delle esecuzioni in alcuni stati tra cui Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa;

- la Thailandia ha ripreso le esecuzioni, lo Sri Lanka minaccia di farlo presto;

- la Cina rimane al primo posto per numero di esecuzioni, seguita da Iran, Arabia Saudita, Vietnam e Iraq.

 

Nel suo rapporto globale sulla pena di morte, Amnesty International ha reso noto che nel 2018 ha registrato il più basso numero di esecuzioni in almeno un decennio, con una diminuzione di quasi un terzo rispetto all'anno precedente. Il rapporto prende in esame le esecuzioni in tutto il mondo con l'eccezione della Cina, dove si ritiene siano state migliaia ma il dato rimane un segreto di stato.

Dopo la modifica alla legislazione contro la droga, in Iran - dove comunque l'uso della pena di morte resta elevato - le esecuzioni sono diminuite di uno sbalorditivo 50 per cento. Una significativa riduzione delle esecuzioni è stata registrata anche in Iraq, Pakistan e Somalia. Di conseguenza, il numero delle esecuzioni verificate a livello globale è calato da almeno 993 nel 2017 ad almeno 690 nel 2018.

"La drastica diminuzione delle esecuzioni dimostra che persino gli stati più riluttanti stanno iniziando a cambiare idea e a rendersi conto che la pena di morte non è la risposta", ha dichiarato Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International.

"Nonostante passi indietro da parte di alcuni stati, il numero delle esecuzioni portate a termine da parecchi dei più accaniti utilizzatori della pena di morte è significativamente diminuito. Si tratta di un auspicabile indizio che sarà solo questione di tempo e poi questa crudele punizione sarà consegnata alla storia, dove deve appartenere", ha commentato Naidoo.

 

Ripristino della pena di morte

 

Nel rapporto di Amnesty International non vi sono solo buone notizie. Le esecuzioni sono aumentate in Bielorussia, Giappone, Singapore, Sud Sudan e Usa. La Thailandia ha eseguito la prima condanna a morte dal 2009 mentre il presidente dello Sri Lanka ha annunciato la ripresa delle esecuzioni dopo oltre 40 anni, pubblicando un bando per l'assunzione dei boia.

"Le notizie positive del 2018 sono state rovinate da un piccolo numero di stati che è vergognosamente determinato ad andare controcorrente", ha sottolineato Naidoo.

"Giappone, Singapore e Sud Sudan hanno fatto registrare un livello di esecuzioni che non si vedeva da anni e la Thailandia ha ripreso a eseguire condanne a morte dopo quasi un decennio. Ma questi stati ora costituiscono una minoranza in calo. A tutti gli stati che ancora ricorrono alla pena di morte, lancio la sfida: siate coraggiosi e ponete fine a questa abominevole sanzione", ha proseguito Naidoo.

Noura Hussein è una giovane sudanese condannata a morte nel maggio 2018 per aver ucciso l'uomo che era stata costretta a sposare mentre cercava di stuprarla. Dopo uno scandalo mondiale, grazie anche alla campagna di Amnesty International, la condanna è stata commutata in cinque anni di carcere.

"Fu uno shock assoluto quando il giudice mi disse che ero stata condannata a morte. Non avevo fatto nulla per meritare di morire. Non potevo credere a che livello d'ingiustizia fossimo arrivati, soprattutto contro le donne. Non avevo mai pensato di poter essere messa a morte fino a quel momento. La prima cosa cui pensai fu 'Cosa provano le persone quando vengono messe a morte? Cosa fanno?'. La mia vicenda era decisamente drammatica in quel momento, la mia famiglia mi aveva ripudiato. Affrontavo quello shock completamente da sola", ha raccontato Noura Hussein ad Amnesty International.

 

In testa alla classifica

Nel 2018 la Cina è rimasta al primo posto per numero di esecuzioni, anche se il livello effettivo dell'uso della pena di morte è ignoto poiché i dati sono considerati un segreto di stato. Amnesty International ritiene che migliaia di persone siano condannate alla pena capitale e messe a morte ogni anno.

Con una decisione senza precedenti, le autorità del Vietnam hanno reso noti i dati sulla pena di morte: nel 2018 le esecuzioni sono state 85. I primi cinque stati per numero di esecuzioni sono stati dunque la Cina (migliaia), l'Iran (almeno 253), l'Arabia Saudita (149), il Vietnam (85) e l'Iraq (almeno 52).

Ho Duy Hai, condannato per rapina e omicidio dopo essere stato costretto - secondo quanto ha dichiarato - a "confessare" sotto tortura, è stato condannato a morte nel 2008. Lo stress dell'attesa dell'esecuzione ha avuto effetti profondamente negativi sulla sua famiglia:

"Sono passati 11 anni da quando è stato arrestato e la nostra famiglia è a pezzi. Non ce la faccio più a sopportare questo dolore. Solo pensare a quanto mio figlio stia soffrendo in carcere mi annienta. Vorrei che la comunità internazionale ci aiutasse a far tornare unita la nostra famiglia. Siete la mia unica speranza!", ha dichiarato ad Amnesty International sua madre, Nguyen Thi Loan.

Nonostante un significativo calo, l'Iran è stato ancora responsabile di oltre un terzo delle esecuzioni registrate nel mondo.

Amnesty International si è detta inoltre preoccupata per il notevole aumento delle condanne a morte emesse in alcuni stati nel corso del 2018.

In Iraq il numero è quadruplicato da almeno 65 nel 2017 ad almeno 271 nel 2018. In Egitto il totale è cresciuto di oltre il 75 per cento, da almeno 402 nel 2017 ad almeno 717 nel 2018, a causa dell'attitudine delle autorità egiziane di emettere condanne a morte in massa al termine di processi gravemente iniqui, basati su "confessioni" estorte con la tortura e nel corso di interrogatori di polizia irregolari.

 

La tendenza globale verso l'abolizione

 

Complessivamente i dati del 2018 mostrano che la pena di morte è stabilmente in declino e che in varie parti del mondo vengono prese iniziative per porre fine a questa punizione crudele e inumana.

Ad esempio, a giugno il Burkina Faso ha adottato un nuovo codice penale abolizionista. Rispettivamente a febbraio e a luglio, Gambia e Malaysia hanno annunciato una moratoria ufficiale sulle esecuzioni. Negli Usa, a ottobre, la legge sulla pena di morte dello stato di Washington è stata dichiarata incostituzionale.

A dicembre, nel corso dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, 121 stati (un numero senza precedenti) hanno votato a favore di una moratoria globale sulla pena di morte, cui si sono opposti solo 35 stati.

"Lentamente ma stabilmente, assistiamo alla crescita di un consenso globale verso la fine dell'uso della pena di morte. La campagna mondiale di Amnesty International per fermare le esecuzioni va avanti da oltre 40 anni, ma con più di 19.000 detenuti nei bracci della morte la battaglia è lungi dall'essere finita", ha sottolineato Naidoo.

"Dal Burkina Faso agli Usa, vengono fatti passi concreti per abolire la pena di morte. Ora tocca agli altri paesi seguire l'esempio. Tutti noi vogliamo vivere in una società sicura ma le esecuzioni non sono mai la soluzione. Col continuo sostegno delle persone nel mondo, possiamo porre fine alla pena di morte una volta per tutte. E ce la faremo", ha concluso Naidoo.

Alla fine del 2018 142 stati avevano abolito la pena di morte per legge o nella prassi. Di questi, 106 erano abolizionisti totali. Roma, 10 aprile 2019

 

N. B. Il rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2018 e ulteriori materiali di approfondimento sono online all’indirizzo: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2019/04/11122845/Rapporto-pena-morte-amnesty-2018.pdf

13) NOTIZIARIO

 

Emirati Arabi Uniti. Otto condannati a morte pagano il 'prezzo del sangue' per aver salva la vita. Il tribunale di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, ha ordinato a otto uomini accusati di omicidio di versare 200.000 Dirham (equivalenti a 48.000 euro) come 'prezzo del sangue' alla famiglia della loro vittima, e li ha condannati a 3 anni e 6 mesi di carcere seguiti dall’espulsione. Lo si è appreso l'8 aprile scorso. I condannati sono stati giudicati colpevoli di aver derubato e pugnalato a morte un connazionale. In base agli atti l’omicidio è avvenuto quando gli accusati, tutti asiatici, hanno attaccato la vittima che camminava lungo un'autostrada a Sharjah. Dopo aver aggredito e pugnalato l’uomo, hanno rubato i suoi soldi e sono fuggiti. La vittima è stata portata di corsa all'ospedale di Al Qasimi, dove è morta a causa delle gravi ferite. L’accusa nei confronti degli otto era di omicidio premeditato per aver pugnalato l'uomo, tuttavia gli imputati hanno respinto l’accusa. L'avvocato d'ufficio degli imputati aveva chiesto l'assoluzione. I genitori della vittima hanno accettato il prezzo del sangue e hanno ritirato la loro richiesta di pena capitale.

Vedi: https://www.khaleejtimes.com/news/crime-and-courts/8-alleged-murderers-in-uae-to-pay-dh200000-blood-money

 

New Hampshire. Il Parlamento sta per vincere la battaglia per l'abolizione. Il disegno di legge riguardante l'abolizione della pana di morte nello stato che non fa più esecuzioni dal 1939, ha ricevuto l'approvazione definitiva dal Senato del New Hampshire l'11 aprile con 17 voti contro 6. In marzo la Camera dei Rappresentanti lo aveva approvato con 279 voti contro 88. Ciò significa che ormai in Parlamento gli abolizionisti sono in numero tale da superare un probabile veto posto nuovamente dal Governatore Chris Sununu. Ricordiamo che l'abolizione della pena di morte in New Hampshire fu vanificata dal veto posto da Sununu a giugno e a settembre dello scorso anno (v. n. 248, 250, 252).

 

Texas. Vendette sui prossimi condannati giustiziati, 1. All'inizio di aprile, il Texas ha deciso di non consentire più agli assistenti spirituali di qualsiasi religione di stare accanto ai condannati durante le esecuzioni. Ciò per vendicarsi della sospensione dell'esecuzione di Patrick Murphy, ordinata in extremis dalla Corte Suprema degli Stati Uniti il 28 marzo in quanto non era stato consentito all'assistente spirituale buddista di Murphy di rimanere accanto a lui (v. n. 257).

 

Texas. Vendette sui prossimi condannati giustiziati, 2. Il 30 aprile all'improvviso si è deciso di non divulgare più le ultime dichiarazioni rilasciate per iscritto dai condannati a morte del Texas. Ciò perché James Byrd Jr. il 24 aprile non ha voluto pronunciare nulla sul lettino dell'esecuzione, rimandando alla dichiarazione da lui scritta in precedenza: "Pena capitale: coloro che sono senza capitali ricevono la pena capitale" (v. il primo articolo qui sopra).

 

Texas. Il bianco Mark Robertson salvato in extremis per una questione razziale. La Corte Criminale d’Appello del Texas ha bloccato con 3 gioni di anticipo l’esecuzione del duplice omicida Mark Robertson programmata per l’11 aprile. Il motivo dell’intervento della corte a noi potrebbe sembrare piuttosto strano: l’avvocato difensore all’epoca del processo, Michael Byck, ottenne l’esclusione dalla giuria di tutti i potenziali giurati di razza nera. La ragione esplicitamente addotta da Byck per impedire l’entrata di giurati neri nella giuria fu che i giurati neri avrebbero potuto “non avere simpatia” per un imputato bianco. La discriminazione razziale nei processi è stata condannata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, in un caso speculare, con una sentenza emessa nel 2017 in favore del condannato texano nero Duane Buck, per il motivo che durante il processo contro Buck uno psichiatra disse che l’imputato aveva più probabilità di costituire una minaccia per la società dal momento che era nero. Il giudice John Roberts, presidente della Corte Suprema, disse allora che ogni pregiudizio razziale danneggia la giustizia, osservando che “certi veleni possono risultare mortali anche in piccole dosi.”

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 2 maggio 2019