FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 248  -  Aprile 2018

Jefferson Beauregard "Jeff" Sessions III, nominato Attorney General da Trump

SOMMARIO:

 

1) USA: Trump e Sessions fermeranno il declino della pena capitale?

2) Nero omicida, vittima della cultura in cui viveva, ucciso in Texas

3) Alabama: ucciso 83-enne che inviò ad un giudice un pacco bomba

4) L'abolizione in New Hampshire rischia il veto governatoriale

5) Il Nebraska avanza faticosamente verso la prima esecuzione

6) Orribile sopravvivenza nel braccio della morte del Texas

7) Il braccio della morte americano di Claudio Giusti

8) Condanne a morte in processi di 10 minuti in Iraq

9) In Pakistan rigettate 513 domande di grazia in 5 anni

10) Già 48 esecuzioni in Arabia Saudita nel 2018

11) È uscito il rapporto annuale di Amnesty sulla pena di morte

12) Paesi abolizionisti e mantenitori al 31 dicembre 2017

13) Notiziario: Alabama, Algeria

1) USA: TRUMP E SESSIONS FERMERANNO IL DECLINO DELLA PENA CAPITALE?

Da 20 anni a questa parte la pena di morte è in declino negli Stati Uniti. Ma il Presidente Donald Trump e il Ministro della Giustizia Jeff Sessions cercano in vari modi di invertire tale tendenza.

 

Il presidente Donald Trump e il suo Attorney General (Ministro della Giustizia) Jeff Sessions sembrano intenzionati a fermare il declino della pena di morte negli Stati Uniti e potrebbero anche riuscirci.

Sessions è in perfetta sintonia con le autorità degli stati più forcaioli come il Texas che vogliono rendere più rapida e sicura l’esecuzione dei condannati a morte, aumentando di conseguenza la probabilità di ‘giustiziare’ degli innocenti.

Sessions ha incoraggiato il Texas e l’Arizona a chiedere di entrare al massimo livello nell’AEDPA (Atto Antiterrorismo e per il Rafforzamento della Pena di Morte) del 1996, adottato dopo il famoso attentato terroristico di Oklahoma City (1). A tale Atto infatti i singoli stati possono aderire a due livelli, uno di base che già limita le possibilità di appello dei condannati alla pena capitale in tutti gli USA, e uno più spinto (2).

La politica di Trump e di Sessions potrebbe inoltre far scendere la civiltà degli Stati Uniti al livello di paesi quali l’Iran e l’Arabia Saudita, paesi che comminano ed eseguono condanne a morte per reati di droga. Esplicita è la richiesta fatta da Jeff Sessions agli accusatori federali di chiedere la pena di morte per gravi reati di droga, applicando le leggi in tal senso già esistenti ma mai applicate fino ad ora (2)

Anche se i poteri a livello federale riguardo alla pena capitale sono piuttosto limitati, a questo punto occorre domandarsi se l’amministrazione Trump riuscirà a bloccare il declino della pena di morte in atto da circa vent’anni negli Stati Uniti d’America.

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(1) L’AEDPA è inteso ad annullare gli appelli “frivoli” dei condannati a morte, assegnando ai giudici federali il compito di stabilire che cosa significa l’aggettivo “frivolo” in ogni singolo caso.

(2) V. n. 247.

 

 

 

2) NERO OMICIDA VITTIMA DELLA CULTURA IN CUI VIVEVA UCCISO IN TEXAS

 

Erick Daniel Davila, dotato di un basso quoziente intellettuale, nato da una violenza sessuale subita da sua madre tredicenne, cresciuto in mezzo al crimine, uccise le persone sbagliate in un regolamento di conti tra bande. Ora il Texas ha ucciso lui.

 

Il 25 aprile il Texas ha messo a morte il nero 31-enne Erick Daniel Davila, riconosciuto colpevole dell’uccisione di 2 persone tra cui una bambina di 5 anni. L'esecuzione è cominciata puntualmente alle 18 di mercoledì 25 aprile.

Erick Davila il 6 aprile del 2008 aveva effettuato una spedizione punitiva contro un membro di una gang rivale, Jerry Stevenson, cercando di colpirlo mentre era a una festa di compleanno.

Insieme a tale Garfield Thompson si era recato, armato di un fucile a raggio laser, alla dimora della madre di Jerry, Annette Stevenson, intenta a organizzare la festa di compleanno. Sparò diversi colpi all’interno della casa di Annette poi dalla strada continuò a sparare prima di allontanarsi.

Rimasero uccisi Queshawn Stevenson di 5 anni e la nonna della bambina, Annette Stevenson di 47 anni. Ma non Jerry Stevenson.

Due giorni dopo, accusato dalla sua compagna Nichole Blackwell, dalla quale aveva preso in prestito la macchina, e da testimoni oculari, fu arrestato dalla polizia.

Erick Davila ha avuto un’infanzia tormentata con un cattivo rapporto con la madre, che lo aveva concepito in seguito ad uno stupro all’età di 13 anni. Gli era stato diagnosticato un Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e un basso QI. Era cresciuto in un'area criminale in cui si fronteggiavano diverse gang.

Davila ha trascorso 9 anni nel braccio della morte del Texas. Era stato condannato a morte nel 2009. Durante il processo fu accusato di altri due omicidi e di aggressione alle guardie carcerarie in un tentativo di evasione.

Ha combattuto fino all’ultimo contro la sentenza capitale, sostenendo che il suo intento era quello di uccidere il suo rivale Jerry Stavenson, non la figlia Qweshawn o la madre Annette. (Per infliggere la condanna a morte la giuria doveva affermare che l’intenzione di Erik era di uccidere più persone.) L’accusa sostenne invece che l’uso di un fucile col mirino laser era la dimostrazione che Davila volesse fare una strage.

Legato a una barella in una sala verde menta, ha ricevuto l’iniezione letale di pentobarbital inflittagli nel carcere di Huntsville, mentre membri della famiglia Stevenson guardavano attraverso un vetro.

E’ stato dichiarato morto alle 18:31' (Pupa)

 

 

 

3) ALABAMA: UCCISO 83-ENNE CHE INVIÒ AD UN GIUDICE UN PACCO BOMBA

Le autorità dell’Alabama si sono sforzate di giustificare l’esecuzione di Walter Leroy Moody Jr. che uccise un giudice 30 anni fa. La sua vittima non avrebbe voluto per lui la pena di morte.

 

Dopo aver disposto una sospensione di alcune ore - in seguito al ricorso degli avvocati difensori che contestavano tra l'altro la somministrazione dell'iniezione letale ad un anziano con le vene in uno stato deplorevole - il 19 aprile la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato luce verde all'uccisione in Alabama dell'83-enne Walter Leroy Moody Jr.

Si è trattato del condannato più anziano messo a morte negli USA dopo il ripristino della pena di morte negli anni Settanta.

Walter Moody era stato condannato alla pena capitale per aver spedito 30 anni fa un pacco bomba al giudice federale Robert S. Vance uccidendolo e ferendo gravemente sua moglie Helen.

Erano anni di azioni terroristiche nel sud degli Stati Uniti e Moody, per allontanare da sé il sospetto per l’attentato al giudice Vance, aveva spedito altre lettere bomba, cercando di far ricadere i sospetti sul Ku Klux Klan. Aveva ucciso anche un avvocato della Georgia dedito alla lotta per i diritti civili dei neri, Robert Robinson.

Moody, che aveva studiato giurisprudenza, covava rancore nei riguardi del sistema legale perché la Corte federale dell'Undicesimo Circuito si era rifiutata di annullare una condanna che lui aveva ricevuto nel 1972 per il possesso di una bomba, condanna che gli impediva il praticantato in legge.

Il figlio del giudice ucciso, Robert Vance jr. - ora giudice nella Contea di Jefferson e candidato democratico alla presidenza della Corte Suprema dell’Alabama - ha dichiarato che è importante che la gente ricordi il padre per come è vissuto, non solo per la sua uccisione: “Era un grande giudice, un grande avvocato e un grande padre”.

Gli amici della vittima ricordano le battaglie che, sia come uomo di legge che come uomo politico, il giudice ucciso aveva condotto per le libertà civili. Dicono che egli era contrario alla pena di morte e non avrebbe sicuramente voluto l'esecuzione del suo assassino.

Dopo l’esecuzione di Moody il Governatore Kay Ivey ha fatto la seguente dichiarazione:

“Affronto ogni esecuzione dando al condannato, e ai problemi connessi al caso in questione, la massima considerazione che esigono. Il mio fondamentale desiderio è di vedere la giustizia amministrata correttamente.

“Moody è stato accusato di aver ucciso il giudice federale Robert Vance e di aver ferito gravemente la moglie di Vance con una bomba realizzata per uccidere e mutilare. I crimini commessi da Moody erano intenzionali, ben progettati e finalizzati a infliggere il massimo del male. Più di una giuria lo

ha ritenuto colpevole al di sopra di qualsiasi dubbio e la sua condanna è stata rinnovata ad ogni grado di processo.

"Affinché il nostro sistema di governo possa funzionare bene la magistratura deve poter operare lontano da qualsiasi influenza. Scegliendo di uccidere un rispettato giurista, il signor Moody non solo ha commesso un crimine capitale ma ha cercato di bloccare il corso della giustizia. Dopo aver considerato i fatti relativi a questo crimine orrendo e intenzionale, ho autorizzato l’esecuzione della sentenza contro Moody, in linea con le leggi di questo stato per fare giustizia per la vittima e la sua famiglia”.

Anche il Procuratore generale dell'Alabama, Steve Marshall, ha rilasciato una sua dichiarazione dopo la morte di Moody:

“Circa 30 anni fa, il giudice dell’11° circuito giudiziario della Corte d’appello degli Stati Uniti Robert Vance è stato brutalmente ucciso dall’esplosione di una bomba rudimentale inviata al suo indirizzo di Birmingham. Walter Leroy Moody è stato condannato per l’assassinio del giudice Vance sia dalla Corte federale che da quella statale. Benché Moody sia stato condannato in aggiunta anche per l'uccisione di un avvocato della Georgia provocata da un ordigno simile, ha trascorso quasi tre decadi cercando di evitare la giustizia. Questa sera i ricorsi in appello di Moody sono finalmente arrivati ad un giusto epilogo. Giustizia è stata fatta”. (Pupa)

4) L'ABOLIZIONE IN NEW HAMPSHIRE RISCHIA IL VETO GOVERNATORIALE

 

Se il Governatore Chris Sununu desisterà dal suo proposito di porre il veto alla legge abolizionista approvata dai due rami del Parlamento del New Hampshire, il numero degli stati USA con la pena di morte si ridurrà da 31 a 30, su 50.

 

Il Parlamento del New Hampshire, uno stato in cui non si fanno esecuzioni del 1939, ha approvato la legge che abolisce la pena di morte (1). Alla Camera dei Rappresentanti la legge è stata votata il 26 aprile con 223 voti favorevoli e 116 contrari. La legge proveniva dal Senato dove il 16 marzo era stata approvata con 14 voti contro 10.

La nuova legge sostituisce nel codice penale le parole "può essere punito con la morte" con le parole "sarà condannato all'ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola".

La deputata Jeanine Notter si è invano battuta contro l'approvazione della legge citando il caso dell'unico ospite del braccio della morte del New Hampshire, tale Michael Addison, che uccise nel 2006 il poliziotto Michael Briggs. (2)

"Quale messaggio stiamo mandando ai nostri poliziotti? Che cosa pensiamo delle loro vite? Forse che si possa diventare eroi in prigione in quanto omicidi di poliziotti?" si è domandata la Notter.

La maggioranza ha invece fatto leva su argomenti etici e sul costo della pena di morte. "Ritengo che la vendetta costi.” ha detto la deputata Carol McGuire. “Ad un certo punto la giustizia si trasforma in vendetta."

Il Governatore dello stato Chris Sununu in febbraio aveva chiaramente preannunciato il suo veto ad una legge abolizionista: "Sto dalla parte delle vittime del crimine, dei tutori della legge, di coloro che chiedono giustizia, opponendomi all'abolizione della pena di morte. L'abolizione della pena di morte manda un messaggio che va esattamente nella direzione sbagliata, ed io porrò il veto alla legge abolizionista se giungerà sulla mia scrivania. Non c'è alcun dubbio che i crimini più odiosi richiedano la pena di morte."

Da notare: se la legge abolizionista fosse stata approvata al Senato con 16 voti a favore invece di 14, e alla Camera con 245 voti a favore invece di 231, il Governatore non avrebbe potuto opporre il suo veto.

Quanto a noi, aspettando la decisione di Sununu continuiamo a sperare che con l'abolizione in New Hampshire il numero degli stati USA con la pena capitale si riduca da 31 a 30 (su 50).

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(1) Il Senato, votando 12 a 12 la legge abolizionista, aveva vanificato l'abolizione sia nel 2014 che nel 2016.

(2) Siccome la legge abolizionista riguarda quello che succederà da ora in poi, in teoria – ma solo in teoria – Addison potrebbe essere ucciso anche nel caso in cui la legge abolizionista evitasse il veto.

 

 

 

5) IL NEBRASKA AVANZA FATICOSAMENTE VERSO LA PRIMA ESECUZIONE

 

La pena di morte abolita dal Parlamento del Nebraska il 27 maggio 2015 è stata ripristinata mediante referendum l’8 novembre 2016 per la caparbietà del Governatore Pete Ricketts e dei ricchi forcaioli di tale stato, ma incontra grandi resistenze mentre tenta di ricominciare a funzionare.

 

La pena di morte era stata abolita dal Parlamento del Nebraska, e solo la caparbietà del Governatore e dei ricchi forcaioli di tale stato ha permesso che essa fosse ripristinata con un referendum tenutosi nell'infausto election day dell'8 novembre 2016 (1)

Riteniamo interessante ricordare per sommi capi gli avvenimenti riguardanti al pena di morte in Nebraska, che fanno comprendere la fatica che il processo storico di abolizione della pena capitale incontra, tra progressi e regressi.

* 3 dicembre 1997: Robin Williams è l'ultima persona messa a morte sulla sedia elettrica del Nebraska.

* 8 febbraio 2008: la Corte Suprema del Nebraska sentenzia che l'uso della sedia elettrica è 'crudele e inusuale' e perciò viola la Costituzione USA.

* 28 maggio 2009: il governatore David Heineman firma la legge che sostituisce la sedia elettrica all'iniezione letale.

* 24 gennaio 2010: la casa farmaceutica Hospira si rifiuta di fornire il farmaco pentotal impiegato nelle iniezioni letali dallo stato del Nebraska

* 10 febbraio: il governatore Heineman approva un protocollo per l'iniezione letale.

* 7 luglio 2010: è pronta la camera dalla morte per la somministrazione dell'iniezione letale.

* 7 gennaio 2011 ottiene il farmaco pentotal da un fornitore in India.

* 21 gennaio 2011: il dipartimento carcerario annuncia di essere pronto a compiere le esecuzioni mediante iniezione letale.

* 21aprile 2011: la Corte Suprema del Nebraska fissa la data di esecuzione per Carey Dean Moore.

* Aprile 2011: l'Agenzia USA per il farmaco (DEA) fa presente al Dipartimento delle carceri che esso non ha la licenza per l'importazione del farmaco e pertanto esso non può essere utilizzato per le esecuzioni.

* 25 maggio 2011: l'esecuzione di Carey Moore è sospesa mentre la Corte Suprema del Nebraska discute se la provenienza del farmaco letale è dirimente.

* 29 giugno 2011: il Nebraska ottiene dalla DEA la licenza di importare il farmaco per le iniezioni letali.

* 25 ottobre 2011: il Nebraska si rifornisce di nuove dosi di pentotal.

* 11 gennaio 2012: la Corte Suprema del Nebraska emette l'ordine di esecuzione per Michael Ryan.

* 22 febbraio 2012: la Corte Suprema del Nebraska concede a Ryan una sospensione dell'esecuzione sempre per questioni riguardanti la provenienza del farmaco.

* Agosto 2012: scade la prima confezione di pentotal.

* 4 ottobre 2013: l'Attorney General (Ministro della Giustizia) del Nebraska Bruning afferma che il Nebraska si deve dotare di un nuovo protocollo di esecuzione

* Dicembre 2013: scade l'ultima confezione di pentotal e il Nebraska diventa incapace di compiere esecuzioni.

* 18 aprile 2014: la Corte Suprema del Nebraska respinge tutte le richieste della difesa di Ryan di sospendere la di lui esecuzione.

* 25 maggio 2015: Ryan malato di cancro muore prima che il nuovo protocollo sia stato messo a punto e i farmaci letali reperiti.

* 27 maggio 2015: Il Parlamento del Nebraska abolisce la pena di morte con una maggioranza tale da impedire l'apposizione del veto da parte del Governatore Pete Ricketts.

* 8 novembre 2016 (election day): vince un referendum supportato dal Governatore: il 60% dei votanti è favorevole al mantenimento della pena d morte e al metodo dell'iniezione letale.

* 26 gennaio 2017: il Governatore approva un nuovo più flessibile protocollo di esecuzione riattivando il reperimento delle sostanze letali

* 9 novembre 2017 l'Attorney General informa il condannato Jose Sandoval che lo stato è pronto ad usare un protocollo di esecuzione con l'uso di 4 farmaci (diazepam, fentanyl citrato, cisatracurio besilato e clorato di potassio), preannunciando un ordine di esecuzione entro il 2018. Cominciano vivacissime schermaglie legali.

Ora sta alla giudice distrettuale Lori Maret dirimere la più rilevante questione che impedisce la ripresa delle esecuzioni in Nebraska. A lei spetta di decidere se ha senso il ricorso presentato a fine marzo dal Reverendo Stephen Griffith e dal senatore Ernie Chambers, due accesi abolizionisti. Costoro hanno contestato il nuovo protocollo di esecuzione.

"Riteniamo che la questione sia chiarissima", ha obiettato il 25 aprile Ryan Post, assistente dell'Attorney General Doug Peterson. "Per contestare una disposizione bisogna essere parte in causa." Siccome il protocollo di esecuzione non si applica a Griffin e a Chambers, il loro ricorso deve essere respinto, ha argomentato.

Ma David Litterine-Kaufman, un avvocato che rappresenta Griffith e Chambers, contesta l'argomento che solo i condannati a morte possono contestare le violazioni procedurali nell'adozione del protocollo di esecuzione. La procedura del Nebraska richiede che i documenti legali siano a disposizione del pubblico nell'Ufficio del Segretario di Stato quando viene reso noto un protocollo di esecuzione prima che esso possa essere adottato.

"Non occorre dire che i prigionieri del braccio della morte non possono andare nell'Ufficio del Segretario di Stato per consultare tali documenti. Né possono essere presenti ad un'udienza pubblica", ha obiettato Litterine-Kaufman.

Staremo a vedere. Comunque è indubitabile che il Nebraska si stia avvicinando sia pur molto faticosamente alla ripresa delle esecuzioni. Ciò anche perché una eventuale vittoria di Griffith e Chambers costringerebbe soltanto lo stato del Nebraska a rimettere in moto il meccanismo per scegliere e mettere a punto il protocollo di esecuzione.

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(1) V. nn. 222; 22; 22; 225, Notiziario; 232.

6) ORRIBILE SOPRAVVIVENZA NEL BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS

 

In un processo capitale un funzionario carcerario descrive le durissime condizioni di detenzione nel braccio della morte maschile del Texas situato nella Allan B. Polunsky Unit di Livingston.

 

Isidro Delacruz, riconosciuto colpevole dell'uccisione di una bimba di 5 anni, è stato condannato a morte in Texas il 18 aprile.

Quindici giorni prima, nel corso del processo a Delacruz, ha testimoniato Stephen Bryant, direttore di carcere in Texas, che è stato impiegato per 8 anni nel braccio della morte maschile situato nella Allan B. Polunsky Unit di Livingston.

Bryant ha descritto le condizioni di detenzione dei 229 uomini rinchiusi nel braccio della morte del Texas.

I condannati a morte sono confinati in celle singole di 1 metro e 80 per 3 per un minimo di 22 ore al giorno (ci sono diversi livelli di detenzione in relazione alla condotta mantenuta da ciascuno). La ricreazione per un massimo di 2 ore al giorno avviene in un ambiente delle dimensioni di un garage con pareti di cemento.

La giornata tipica di un condannato a morte comincia tra le 3 e le 3 e mezza di notte quando costui riceve la colazione. Questo orario coincide con quello della popolazione carceraria in generale che poi va al lavoro tra le 4 e le 5.

I condannati a morte non vanno al lavoro e rimangono nelle proprie celle.

Ciò a differenza dei condannati all'ergastolo senza possibilità di liberazione che possono lasciare le proprie celle. A ciascuno dei condannati all'ergastolo è assegnato un lavoro, anche se alcuni condannati non possono svolgere tale lavoro per ragioni di salute.

Il pranzo viene servito tra le 9 e le 10 del mattino e la cena comincia ad essere distribuita alle 3:30 del pomeriggio.

Gli ospiti del braccio della morte ogni volta che lasciano la propria cella vengono perquisiti a nudo (devono allargare le natiche), ammanettati e scortati da due guardie.

I condannati a morte non possono guardare la televisione ma soltanto ascoltare la radio.

I condannati a morte non possono ricevere visite a contatto, ma solo attraverso un vetro.

Da notare: alcuni condannati a morte passano più di 20 anni in tali condizioni.

 

 

7) IL BRACCIO DELLA MORTE AMERICANO di Claudio Giusti

 

Claudio Giusti, che in Italia è il maggior conoscitore del fenomeno della pena di morte americana, si è peritato di riassumere in sei righe i principali dati sulla pena capitale negli Stati Uniti. I dati fornitici da Claudio Giusti, che qui riportiamo, sono approssimativi ma assai interessanti.

 

I dati non sono precisi al centesimo.

8.500 condanne a morte dal 1973 su almeno 850.000 murders.

1.500 condannati giustiziati o morti per cause naturali.

2.800 ancora nel braccio.

160 innocenti usciti.

300 graziati per motivi umanitari.

Mancano quasi 4.000 condannati a morte le cui sentenze sono state commutate.

8) CONDANNE A MORTE IN PROCESSI DI 10 MINUTI IN IRAQ

 

L’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e sella Siria) è ormai sconfitto e smembrato, dall’ottobre dello scorso anno non ha più una collocazione territoriale e si limita a fare sporadici attentati qua e là. Ora è il momento della vendetta contro l’ISIS. Terribile è la vendetta contro sospetti appartenenti all’ISIS in Iraq. Riportiamo - in una nostra traduzione (di Pupa) - un articolo del New York Times in merito. L’articolo originale, scritto da Margaret Coker e Falih Hassan e datato 17 aprile, ha il titolo “A 10-Minute Trial, a Death Sentence: Iraqi Justice for ISIS Suspects” (Un processo di 10 minuti, una sentenza di morte: la giustizia irachena per i sospetti appartenenti all’ISIS)

 

La casalinga di 42 anni ha avuto due minuti per difendersi dalle accuse di sostegno allo Stato Islamico.

Amina Hassan, una donna turca in un morbido abaya nero, ha detto al giudice iracheno che lei e la sua famiglia erano entrati illegalmente in Siria e in Iraq e hanno vissuto nel territorio dello Stato Islamico per più di due anni. Ma, ha aggiunto: "Non ho mai preso soldi dallo Stato islamico. Ho portato i miei soldi dalla Turchia. "

L'intero processo è durato 10 minuti prima che il giudice la condannasse a morte per impiccagione.

Un'altra donna turca accusata è entrata in aula. Poi un’altra e un’altra. Entro 2 ore, 14 donne sono state processate e condannate a morte.

La corte irachena ha incessantemente sfornato condanne per terrorismo da quando dopo la vittoria sul campo di battaglia contro lo Stato Islamico l’anno scorso, ha catturato migliaia di combattenti e burocrati e i loro familiari. Le autorità li accusano di aver contribuito a sostenere il feroce governo del gruppo che ha dominato per tre anni quasi un terzo del paese.

Visto che milioni di iracheni lottano per riprendersi dallo spargimento di sangue e dalle distruzioni di quel periodo, il primo ministro Haider al-Abadi ha trovato ampio sostegno nel pubblico per accelerare il ritmo dei procedimenti giudiziari e per punire col massimo rigore della legge, il ché in Iraq significa esecuzione. "Questi criminali dello Stato Islamico hanno commesso crimini contro l'umanità e contro il nostro popolo in Iraq, a Mosul, a Salahuddin e ad Anbar, ovunque", ha detto il generale Yahya Rasool, il portavoce del comando iracheno per le operazioni congiunte. "Per essere fedeli al sangue delle vittime e per essere fedeli al popolo iracheno, i criminali devono ricevere la pena di morte, una punizione che sconforti loro e scoraggi coloro che simpatizzano con loro".

Ma i critici sostengono che i processi frettolosi nelle corti speciali antiterrorismo stanno colpendo indiscriminatamente spettatori dei fatti, parenti e combattenti, e che per lo più producono condanne a morte per vendetta e non per fare giustizia.

L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha avvertito che gli errori nei processi giudiziari portano probabilmente a "errori irreversibili" nella giustizia.

Human Rights Watch ha criticato l'Iraq per essersi basato su una legge eccessivamente generica per ottenere rapidamente la massima punizione per la maggior parte delle persone "che commettono, incitano, pianificano, finanziano o facilitano atti di terrorismo".

Così i tribunali iracheni stanno infliggendo la stessa pena sia all’autore di crimini contro l'umanità che alla moglie di un combattente dello stato islamico che potrebbe aver avuto poca voce in capitolo nelle attività del marito.

“Le circostanze individuali non contano", ha detto Belkis Wille, ricercatore senior per l'Iraq per Human Rights Watch. "Cuochi, operatori sanitari, a tutti viene data la pena di morte”. L’inadeguato limite posto dalla legge alla condanna significa anche che i tribunali non si preoccupano di indagare su alcuni dei peggiori crimini che si ritiene siano stati commessi da membri dello Stato Islamico, come l’induzione in schiavitù, lo stupro o l’uccisione extragiudiziale.

Il Ministero della Giustizia iracheno respinge tali critiche e sostiene l'integrità dei suoi giudici e i suoi standard di giusto processo. "Se ci sono prove, i sospetti vengono processati e se non ci sono prove vengono rilasciati", ha detto Abdul-Sattar al-Birqdar, un giudice portavoce del Ministero della Giustizia.

Il governo non ha rilasciato statistiche sui terroristi suoi detenuti, ma due persone che hanno familiarità con la corte, che non erano autorizzate a parlare con i giornalisti, hanno riferito che circa 13.000 persone sono state detenute con l'accusa di legami con lo Stato Islamico dal 2017, quando è stata fatta la stragrande maggioranza degli arresti.

Secondo Human Rights Watch, a dicembre almeno 20.000 persone accusate di legami con lo Stato Islamico erano trattenute dalle autorità irachene. Il mese scorso, l’Associated Press ha riferito che l'Iraq ha detenuto o imprigionato almeno 19.000 persone dal 2014 per accuse di complicità con lo Stato Islamico o altri reati legati al terrorismo. Molti di questi detenuti sono stati arrestati sul campo di battaglia. Alcuni sono stati arrestati lontano dai combattimenti, sulla base di informazioni raccolte dagli informatori e dagli interrogatori in prigione. Funzionari dell'intelligence irachena affermano che

i detenuti di alto valore accusati di coinvolgimento in specifici attacchi terroristici, sono tenuti separati dalla maggioranza dei prigionieri sospettati di essere stati degli ingranaggi di basso livello nella burocrazia dello Stato Islamico.

Persone che hanno familiarità con la corte hanno riferito che dall'estate del 2017, più di 10.000 casi sono stati deferiti ai tribunali, Ad oggi, sono stati portati a termine circa 2.900 processi, con un tasso di condanne di circa il 98%. Non si sa quanti hanno ricevuto la pena di morte, né quante esecuzioni siano state portate a termine.

Il governo iracheno ha detto che 11 persone sono state messe a morte lunedì per "crimini terroristici", adempiendo "la promessa di uccidere i responsabili dello spargimento di sangue iracheno", ha fatto sapere il Ministero della Giustizia in una dichiarazione.

La maggior parte dei detenuti si è arresa alle forze di sicurezza irachene lo scorso agosto durante le operazioni militari per liberare la città di Tal Afar. La stragrande maggioranza di questi detenuti sono turchi, russi e centroasiatici. Fra loro, tenuti in disparte dalla popolazione carceraria generale, ci sono circa 1.350 donne straniere e 580 bambini

L'Iraq dice che è determinato a processare costoro se le prove li collegano allo Stato Islamico, ma alcuni dei paesi d'origine, compresa l'Arabia Saudita, hanno chiesto l'estradizione di loro cittadini. Altri paesi, come la Gran Bretagna e la Francia, sono riluttanti a riprendersi i loro cittadini, hanno detto funzionari di entrambi i paesi.

In casi rari, individui sono stati rimandati nei loro paesi d'origine, come un gruppo di quattro donne russe e 27 bambini a febbraio, dopo che le autorità irachene hanno concluso che erano stati ingannati nell’entrare nel territorio dello Stato Islamico. La Turchia ha lavorato per rimpatriare i minori i cui genitori li avevano portati nell’ISIS, così come quelli che sono stati trovati innocenti.

In una nazione che per oltre 15 anni è stata un'incubatrice per estremisti islamici ed è stata fatta a pezzi dagli attentati terroristici, gli iracheni sono poco inclini alla clemenza o ad interessarsi delle circostanze attenuanti che in altre nazioni potrebbero essere motivo di clemenza. In particolare, si ritiene che gli stranieri siano stati i più ferventi sostenitori dello Stato Islamico da quando si sono trasferiti per unirsi al medesimo.

…"Quello che mi preoccupa di più in questi processi è che il sistema è fondamentalmente prevenuto contro gli stranieri", ha detto la signora Wille, che ha osservato dozzine di processi terroristici. "La presunzione è che se sei straniero ed eri nel territorio dell'ISIS non è necessario fornire ulteriori prove".

Le 14 donne condannate in un pomeriggio di questo mese, 12 turche e due azere di età compresa tra i 20 e i 44 anni, avevano vissuto a Raqqa, l'ex capitale dell’ISIS in Siria. Quando i raid aerei internazionali si erano intensificati e alcuni dei loro mariti erano stati uccisi, si erano trasferite in Iraq e furono tra coloro che si arresero fuori da Tal Afar.

Emaciate, chiuse in sé stesse e circondate da guardie in borghese, hanno atteso nei corridoi illuminati dalla luce fluorescente del Tribunale Antiterrorismo di Baghdad, che iniziassero i processi. Undici bambini che avevano trascorso gli ultimi otto mesi in detenzione con le loro madri le hanno accompagnate in tribunale.

Quando la signora Hassan è stata chiamata, ha consegnato il suo bambino ad un'altra detenuta. Le altre donne mormoravano e canticchiavano per cercare di calmare il bambino dai capelli ricci. Alcuni sembravano sussurrare preghiere.

L’avvocato difensore d’ufficio Ali Sultan ha detto che non era pronto ad affrontare i processi. Ha detto di non avere accesso alle prove contro le sue clienti perché le informazioni relative alle indagini sul terrorismo sono secretate.

Ha aggiunto che la sua paga - 25 dollari indipendentemente dal fatto che il caso vada in appello - difficilmente incoraggia molti sforzi. Il compenso viene pagato solo dopo che l'appello finale è stato completato o il cliente è stato giustiziato, il che, nonostante la spinta per accelerare i processi, può richiedere mesi se non anni.

Dopo che la signora Hassan è stata condannata dal giudice Ahmed al-Ameri, quest’ultimo l’ha prontamente cancellata dall’elenco delle cause da discutere.

Negar Mohammed dice di essere innocente di tutti i crimini di Stato Islamico, ma il giudice decide diversamente.

Nazli Ismail dice al giudice che suo marito ha spinto la sua famiglia ad andare in Siria. Tre dei suoi figli sono stati uccisi in un attacco aereo. L'unico sopravvissuto è il più giovane, un bambino di 2 anni di nome Yahya, che sta aspettando fuori in corridoio.

Il giudice Ameri chiede: "Sei innocente o colpevole?"

"Sono innocente", risponde la signora Ismail.

Il giudice la condanna a morte.

La signora Ismail accetta il suo destino con un sorriso. "Questo significa che finalmente andrò in paradiso", dice.

La madre e il bambino lasciano il tribunale sotto scorta armata. Non è chiaro che cosa succederà al bambino.

9) IN PAKISTAN RIGETTATE 513 DOMANDE DI GRAZIA IN 5 ANNI (*)

 

Un rapporto diffuso mercoledì 11 aprile ha evidenziato che il Pakistan è uno dei cinque paesi del mondo in cui si compiono più esecuzioni, con 487 esecuzioni negli ultimi 3 anni, mentre il Presidente ha respinto 513 domande di grazia negli ultimi 5 anni.

 

Un rapporto dell’11 aprile intitolato No Mercy: A Report on Clemency for Death Row Prisoners in Pakistan (Nessuna Pietà: Un Rapporto sulla Clemenza per i Prigionieri del Braccio della Morte del Pakistan), è stato diffuso da Justice Project Pakistan.

Tale rapporto afferma che il governo pakistano ha giustiziato circa 500 persone da quando, nel 2014, è stata revocata la moratoria sulla pena di morte.

Anche se il Presidente, ai sensi dell'Articolo 45 della Costituzione del paese, ha la facoltà di concedere la grazia ai condannati a morte, in pratica la grazia è stata costantemente negata dal dicembre 2014 […].

Il Ministero dell'Interno ammette che l'ufficio del Presidente ha respinto 513 domande di grazia di condannati a morte - 444 delle quali in 15 mesi dopo la ripresa delle esecuzioni nel dicembre 2014.

Il Ministero dell'Interno ha anche ammesso che il governo ha in effetti adottato la prassi di respingere sommariamente tutte le domande di grazia.

Il rapporto include uno studio specifico su alcuni prigionieri nel braccio della morte: Abdul Basit, Imdad Ali, Mohammad Iqbal, un delinquente minorenne, e Zulfiqar Ali, un cittadino pakistano detenuto nel braccio della morte in Indonesia. Tali casi illustrano i cronici problemi del sistema penale del Pakistan.

Il rapporto sostiene che, date le carenze dell’iter processuale, le persone nel braccio della morte dovrebbero avere una buona possibilità di ottenere clemenza e addurre nuove prove potenzialmente capaci di discolparle.

Intervenendo durante la presentazione del rapporto, Nusrat Bibi, madre di Abdul Basit un paralitico condannato a morte, la cui richiesta di grazia è in sospeso, è scoppiata in lacrime e ha chiesto al Presidente: "Come puoi impiccare un uomo che non può nemmeno stare in piedi?"

Ha affermato che suo figlio è stato condannato a morte nel 2009 e ha contratto la meningite tubercolare nel carcere centrale di Faisalabad a causa delle pessime condizioni di detenzione.

La Bibi ha dichiarato: "A causa della mancanza di cure appropriate da parte delle autorità carcerarie, le sue condizioni si sono deteriorate e, dopo essere rimasto privo di sensi per una settimana, è stato trasferito al DHQ (Ospedale Distrettuale di Bahawalnagar). Nonostante vi abbia trascorso 13 mesi, è rimasto paralizzato dalla vita in giù".

Una domanda di grazia presentata per Basit nel 2013 era stata respinta nel 2015 senza addurre alcuna motivazione per iscritto.

Al momento del lancio del rapporto erano presenti anche i parenti di altri detenuti nel braccio della morte, che hanno fatto appello alle alte sfere di esaminare le domande di grazia per motivi umanitari. Il commissario della Commissione Nazionale per i Diritti Umani (NCHR), Chaudhry Shafique, ha dichiarato che la procedura per la clemenza del Pakistan è carente e che dovrebbero essere apportati miglioramenti per allinearla agli obblighi costituzionali e internazionali in materia di diritti umani. Ha aggiunto che "il potere di grazia del presidente è fondamentale per garantire giustizia nel sistema di diritto penale del Pakistan".

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(*) Riportiamo, in una nostra traduzione, l’articolo di Asma Kundi comparso sul quotidiano on line pakistano dawn.com il 12 aprile. V. https://www.dawn.com/news/1401046 (Trad. di Pupa)

10) GIÀ 48 ESECUZIONI IN ARABIA SAUDITA NEL 2018

 

Altissimo è il numero delle esecuzioni capitali che avvengono in Arabia Saudita, in seguito a processi iniqui ed anche per reati non di sangue. Molti vengono uccisi per reati di droga ma si registrano anche decapitazioni di rei di apostasia, violenza carnale, incesto, terrorismo o stregoneria.

 

L’Arabia Saudita è il paese in cui si compiono più esecuzioni capitali dopo la Cina e l’Iran. Il 25 aprile Human Rights Watch (HRW) ha denunciato l’esecuzione di 48 persone dall’inizio dell’anno in quel paese, la metà delle quali per reati di droga.

“È già molto grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno neanche commesso un crimine violento”, ha dichiarato Sarah Leah Whitson responsabile di Human Rights Watch per il Medio Oriente, la quale ha aggiunto che vi è la necessità di migliorare notevolmente il sistema giudiziario saudita per assicurare equità nei processi.

Human Rights Watch ha documentato numerosi casi in cui le corti dell’Arabia Saudita hanno condannato a morte in processi ingiusti. Tipico è il caso di tale Waleed al-Saqqar che fu condannato a morte nel dicembre 2014 per aver passato la frontiera saudita con un camioncino provenendo dalla Giordania portando droga. Una fonte conosciuta da HRW ha riferito che l’intero processo a carico di costui durò circa 5 minuti: il giudice domandò a al-Saqqar di confermare la sua identità e di dire se il furgone apparteneva o no a lui e poi emise la sentenza di morte. Waleed al-Saqqar al processo non aveva un avvocato difensore. Ora è detenuto nel carcere di Al-Qarrayat nel nord del paese. Prima che venga decapitato si devono esprimere sul suo caso la Corte d’Appello, la Corte Suprema e la Corte della Monarchia.

Dall’inizio del 2014 l’Arabia Saudita ha compiuto circa 600 esecuzioni, più di 200 delle quali per reati di droga. La grande maggioranza delle rimanenti esecuzioni hanno inteso punire omicidi, ma anche rei di apostasia, violenza carnale, incesto, terrorismo o “stregoneria”.

I trattati internazionali sui diritti umani, tra cui la Carta Araba sui Diritti Umani ratificata dall’Arabia Saudita, richiedono che la pena capitale sia inflitta soltanto per i “più gravi crimini” ed in circostanze eccezionali. Nel 2012 il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie ha affermato che, ove sia applicata, la pena di morte deve essere inflitta solo nei casi di omicidio intenzionale e non per reati di droga.

Il principe saudita Mohammad bin Salman in un’intervista del 5 aprile al settimanale Time ha dichiarato che le autorità saudite hanno intenzione di diminuire il numero delle esecuzioni ma non intendono limitarle ai casi di omicidio.

11) È USCITO IL RAPPORTO ANNUALE DI AMNESTY SULLA PENA DI MORTE

 

E’ uscito all’inizio di aprile l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Pena di Morte nel mondo che consta di 42 pagine ed è intitolato Death Sentences and Executions 2017. La versione italiana del rapporto, che si intitola Condanne a Morte ed Esecuzioni nel 2017, può essere facilmente scaricata da internet: basta cliccare sul seguente link: rapporto sulla pena di morte nel mondo Qui riportiamo, omettendo il titolo e il sommario, il Comunicato diffuso da Amnesty il 12 aprile, che ne evidenza i contenuti salienti.

 

In occasione della pubblicazione del suo rapporto sulla pena di morte nel mondo, Amnesty International ha sottolineato che nel 2017 a far fare grandi passi avanti alla lotta globale per abolire la pena capitale è stata l’Africa subsahariana, dove si è registrato un significativo decremento delle condanne a morte.

Sempre in questa regione la Guinea è diventata il 20° stato abolizionista per tutti i reati, il Kenya ha cancellato l’obbligo di imporre la pena di morte per omicidio e Burkina Faso e Ciad si stanno avviando a introdurre nuove leggi o a modificare quelle in vigore per abrogare la pena capitale.

“I progressi dell’Africa subsahariana rafforzano la posizione della regione come faro di speranza e fanno auspicare che l’abolizione di questa estrema sanzione, crudele, inumana e degradante sia in vista”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Mentre i governi di questa regione continuano a fare passi avanti verso il ripudio, o quanto meno la riduzione dell’uso della pena di morte già nel corso del 2018, l’isolamento degli stati che ancora la mantengono in vigore non potrebbe risultare più profondo”, ha aggiunto Shetty.

“Ora che 20 stati dell’Africa subsahariana hanno abolito la pena di morte per tutti i reati, è davvero il momento che il resto del mondo segua la loro direzione e consegni questa abominevole punizione ai libri di storia”, ha proseguito Shetty.

Nel 2016 Amnesty International aveva registrato esecuzioni in cinque stati della regione, mentre nel 2017 solo in due, Sud Sudan e Somalia. La ripresa delle esecuzioni in Botswana e Sudan, nel 2018, non deve oscurare i positivi passi avanti intrapresi da altri stati.

Il Gambia ha firmato un trattato internazionale che l’impegna a non eseguire condanne a morte in vista dell’abolizione della pena capitale e nel febbraio 2018 il presidente ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni.

 

Progressi significativi anche a livello globale

Gli sviluppi registrati nel 2017 nell’Africa subsahariana sono parte dei progressi a livello globale. Le ricerche di Amnesty International indicano che lo scorso anno c’è stato un significativo decremento nell’uso della pena di morte.

Amnesty International ha registrato almeno 993 esecuzioni in 23 paesi, il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015, il più alto numero dal 1989.

Sono state emesse almeno 2591 condanne a morte in 53 stati, rispetto al numero record di 3117 nel 2016.

Questi dati non comprendono le condanne a morte e le esecuzioni in Cina, che Amnesty International ritiene siano state migliaia, ma i cui numeri sono considerati segreto di stato.

Oltre alla Guinea, nel 2017 la Mongolia si è aggiunta al totale degli stati abolizionisti, il cui numero alla fine dell’anno era salito a 106.

Dopo che il Guatemala ha abrogato la pena di morte per i reati comuni, il numero degli stati che per legge o nella pratica hanno abolito la pena di morte è salito a 142. Solo 23 stati, come nel 2016, hanno continuato a eseguire condanne a morte, in alcuni casi dopo periodi di interruzione.

Passi avanti significativi verso la riduzione dell’uso della pena capitale, ad esempio aumentando la quantità di droga che fa scattare l’obbligo della condanna a morte, sono stati fatti anche in paesi che ne sono fieri sostenitori. In Iran le esecuzioni registrate sono diminuite dell’11 per cento rispetto al 2016 e la percentuale delle esecuzioni per reati connessi alla droga è scesa del 40 per cento.

In Malesia è stata introdotta la discrezionalità della pena nei processi per traffico di droga.

“Il fatto che alcuni stati continuino a ricorrere alla pena di morte per i reati connessi alla droga resta preoccupante. Ma la decisione presa da Iran e Malesia di emendare le leggi sui narcotici mostra che persino nella minoranza di stati che ancora eseguono condanne a morte si sono aperte delle crepe”, ha commentato Shetty.

L’Indonesia, che aveva messo a morte quattro prigionieri per reati connessi alla droga nel 2016 in un maldestro tentativo di stroncare la criminalità legata agli stupefacenti, non ha eseguito alcuna condanna a morte nel 2017 e ha fatto registrare una lieve diminuzione del numero delle nuove condanne.

 

Tendenze preoccupanti

In ogni caso, nel 2017 non sono mancate tendenze preoccupanti circa l’uso della pena di morte.

In contrasto con quanto prevede il diritto internazionale, 15 stati hanno emesso o eseguito condanne a morte per reati connessi alla droga, con un numero record nella regione Medio Oriente-Africa del Nord mentre la regione Asia-Pacifico si conferma quella col maggior numero di stati che usano la pena di morte per quel genere di reati.

Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati connessi alla droga in quattro stati: Arabia Saudita, Cina (va nuovamente sottolineato che in questo paese i dati sulla pena di morte sono un segreto di stato), Iran e Singapore. Il clima di sicurezza che circonda la pena capitale in Malesia e Vietnam ha reso impossibile accertare se siano state eseguite o meno condanne a morte per reati connessi alla droga. Singapore ha impiccato otto prigionieri, tutti per reati connessi alla droga, il doppio rispetto al 2016. Una tendenza del genere è stata osservata in Arabia Saudita, dove le decapitazioni per reati connessi alla droga sono salite dal 16 per cento del totale delle esecuzioni del 2016 al 40 per cento nel 2017.

“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha aggiunto Shetty.

Alcuni governi hanno anche violato una serie di divieti previsti dal diritto internazionale. In Iran sono state eseguite almeno cinque condanne a morte nei confronti di persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni. Nei bracci della morte di questo stato, alla fine del 2017, ve n’erano almeno altri 80.

Persone con disabilità mentale o intellettuale sono state messe a morte o sono rimaste in attesa dell’esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa.

Amnesty International ha anche registrato parecchi casi di persone condannate a morte dopo aver “confessato” reati a seguito di maltrattamenti e torture. È stato il caso di Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq. In questi ultimi due paesi, alcune di queste “confessioni” sono state trasmesse in televisione.

Sebbene il numero dei paesi che hanno eseguito condanne a morte sia rimasto invariato rispetto al 2016, è cambiato l’elenco in quanto Bahrein, Emirati arabi uniti, Giordania e Kuwait hanno ripreso le esecuzioni dopo periodi di interruzione. In Egitto, rispetto al 2016, le condanne a morte sono aumentate del 70 per cento.

 

Guardando al futuro

Di fronte ad almeno 21.919 prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo, non è il momento di abbassare la guardia.

I passi avanti registrati nel 2017 e il loro impatto complessivo si vedranno nei prossimi mesi e anni. Ma la circostanza che alcuni stati abbiano compiuto passi indietro o abbiano minacciato di farlo rende la campagna per l’abolizione della pena di morte più necessaria che mai.

“Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito a mutamenti positivi rispetto all’uso globale della pena di morte, ma occorrono altre misure urgenti per fermare l’orribile pratica dell’omicidio di stato”, ha evidenziato Shetty.

“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza, non la soluzione per fermarla. Siamo consapevoli che mobilitando il sostegno delle persone nel mondo possiamo opporci a questa sanzione crudele e porvi fine ovunque”, ha concluso Shetty.”

12) PAESI ABOLIZIONISTI E MANTENITORI AL 31 DICEMBRE 2017 (1)

 

Più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena di morte per legge o nella pratica. Al 31 dicembre 2017 i paesi erano così suddivisi:

106 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.

7 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra o in circostanze eccezionali.

29 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno stabilito una prassi o hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte.

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica.

56 paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso.

1. ABOLIZIONISTI PER TUTTI I REATI Albania, Andorra, Angola, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaijan, Belgio, Benin, Bhutan, Bolivia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Burundi, Cambogia, Canada, Capo Verde, Cipro, Città del Vaticano, Colombia, Congo (Repubblica del), Costa Rica, Costa d’Avorio, Croazia, Danimarca, Ecuador, Estonia, Filippine, Finlandia, Figi, Francia, Gabon, Georgia, Germania, Gibuti, Grecia, Guinea, Guinea Bissau, Haiti, Honduras, Irlanda, Islanda, Isole Cook, Isole Marshall, Isole Salomone, Italia, Kirghizistan, Kiribati, Liechtenstein, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Macedonia, Madagascar, Malta, Mauritius, Messico, Micronesia, Moldavia, Monaco, Mongolia, Montenegro, Mozambico, Namibia, Nauru, Nepal, Nicaragua, Niue, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Palau, Panama, Paraguay, Polonia, Portogallo, Regno Unito , Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Repubblica Slovacca, Romania, Ruanda, Samoa, San Marino, Sao Tomè e Principe, Senegal, Serbia (incluso il Kosovo), Seychelles, Slovenia, Spagna, Sudafrica, Suriname, Svezia, Svizzera, Timor Est, Togo, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu, Ucraina, Ungheria, Uruguay, Uzbekistan, Vanuatu, Venezuela.

2. ABOLIZIONISTI PER REATI COMUNI Brasile, Cile, El Salvador, Guatemala, Israele, Kazakistan, Perù.

3. ABOLIZIONISTI DE FACTO Algeria, Brunei Darussalam, Burkina Faso, Camerun, Corea del Sud, Eritrea, Federazione Russa **, Ghana, Grenada, Kenya, Laos, Liberia, Malawi, Maldive, Mali, Mauritania, Marocco, Myanmar, Niger, Papua Nuova Guinea, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sri Lanka, Swaziland, Tagikistan, Tanzania, Tonga, Tunisia, Zambia.

** La Federazione Russa ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni nell’agosto del 1996. Tuttavia, condanne a morte sono state eseguite tra il 1996 e il 1999 nella Repubblica Cecena.

4. MANTENITORI Afghanistan*, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita*, Bahamas, Bahrain*, Bangladesh*, Barbados, Belize, Bielorussia*, Botswana, Ciad, Cina*, Comore, Corea del Nord*, Cuba, Dominica, Egitto*, Emirati Arabi Uniti*, Etiopia, Gambia, Giamaica, Giappone*, Giordania*, Guinea Equatoriale, Guyana, India, Indonesia, Iran*, Iraq*, Kuwait*, Lesotho, Libano, Libia, Malesia*, Nigeria, Oman, Palestina (Stato di)*, Pakistan*, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Singapore*, Siria, Somalia*, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Stati Uniti d’America*, Sudan, Sudan del Sud*, Thailandia, Taiwan, Trinidad e Tobago, Uganda, Vietnam*, Yemen*, Zimbabwe.

* Paesi che hanno eseguito condanne a morte nel 2017.

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(1) Estratto dal Rapporto di Amnesty International sulla Pena di morte nel 2017 di cui all’articolo precedente.

13) NOTIZIARIO

 

Alabama. Condannato chiede di essere giustiziato. James Osgood fu condannato a morte nel 2014 in Alabama per aver violentato ed ucciso nel 2010 la 46-enne Tracy Brown Wednesday in complicità con la propria donna, Tonya van Dyke (1). La seconda fase del processo a carico di Osgood (quella in cui si sceglie tra pena di morte ed ergastolo senza possibilità di liberazione) è stata poi annullata e ripetuta quest'anno. Nel corso di tale fase processuale, il 10 aprile James Osgood ha chiesto di ricevere la pena di morte. Osgood ha detto al giudice di essere "un tipo favorevole all'occhio per occhio". "Ritengo fermamente che se non vuoi subirne le conseguenze non devi commettere il crimine. Due anni fa ho fatto veramente un casino. Sono colpevole e merito la morte. Ciò è quello che voglio." Ci sono dei casi negli USA nei quali il condannato a morte chiede di interrompere gli appelli e di essere messo a morte ma si tratta di casi puramente suicidari e mai verificatisi in Alabama.

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(1) Costei è stata condannata all'ergastolo in seguito ad un patteggiamento.

 

Algeria. Condannato a morte per spionaggio a favore di Israele. Il 23 aprile, al termine di un processo per spionaggio, il capo di un'organizzazione che lavorava per i servizi segreti israeliani del Mossad è stato condannato a morte. Si tratta di un libanese con cittadinanza della Liberia. Altri 6 membri dell'organizzazione spionistica hanno ricevuto una condanna a 10 anni di detenzione e una pena pecuniaria pari a 145.000 euro. Le spie erano state scoperte ed arrestate all'inizio del 2016. Il Ministro degli Interni dell'Algeria Noureddine Bedoui ha dichiarato che “lo smascheramento dell’organizzazione di spionaggio internazionale al servizio di Israele è una prova che il Mossad e altre entità straniere stanno cercando di minare la stabilità e la sicurezza del paese." Da notare: pur conservando la pena capitale l'Algeria non ha compiuto esecuzioni dopo i primi anni Novanta.

 

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 maggio 2018