FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 237  -  Aprile 2017

Aramis Donell Ayala, l’accusatrice della Florida 

che non vuole chiedere la pena di morte

SOMMARIO:

 

1) Ernesto Olivero è il nuovo Presidente Onorario del Comitato    

2) Il governatore e l'accusatrice si scontrano sulla pena di morte   

3) Nella camera acusticamente isolata dell’Arkansas 4 esecuzioni  

4) Nel braccio della morte del Texas violati i diritti umani   

5) Ohio: accusato di reato capitale si suicida in tribunale     

6) Dopo il suicidio di Seman, in Ohio manette a Lance Hundley    

7) Mary Jane rimane nel limbo 2 anni dopo essere scampata alla morte   

8) Amnesty sugli attacchi alle ONG che fanno soccorso in mare    

9) Appello 'Fermiamo i signori della guerra'      

10) È uscito il rapporto di Amnesty sulla pena di morte nel 2016    

11) Nel 2016 l’Iran ancora al primo posto per esecuzioni pro capite  

12) Quarantamila teste tagliate in Francia dalla ghigliottina   

13) Notiziario: Corea del Nord, Florida, Siria, Texas, Virginia  

1)  ERNESTO OLIVERO È IL NUOVO PRESIDENTE ONORARIO DEL COMITATO

 

Il Comitato Paul Rougeau ha di nuovo un Presidente Onorario che succede alla nostra cara vecchia amica Margherita Hack deceduta oltre tre anni fa: Ernesto Olivero ha accettato la carica onorifica che gli abbiamo offerto. La Hack era dichiaratamente atea, Olivero è religioso, ma tutti e due questi personaggi hanno abbracciato in pieno gli idali di umanità che ispirano il Comitato Pual Rougeau. Ecco la bellissima lettera che ci ha scritto Ernesto Olivero il 5 aprile scorso e una sua biografia.

 

Carissima Maria Grazia, carissimi amici,  

accolgo volentieri la vostra proposta di far parte del Comitato Paul Rougeau come presidente onorario.  Mi responsabilizza ulteriormente nel ricordare che ogni vita è unica ed irripetibile, sempre e comunque.   

Salvarne anche una soltanto vale l’opera di tutta una vita. Una vita salvata diventa un segnale per tutti, un richiamo per i giovani al rispetto della vita. Una vita salvata diventa un simbolo perché tutte le altre terribilmente condannate abbiano l’attenzione che meritano. 

Bisogna continuare a mobilitarci e a smuovere l’opinione pubblica, affinché i giovani degli Stati che ammettono la pena capitale cambino le loro leggi, modifichino i codici legislativi. Bisogna continuare a parlarne, continuare a tenere l’attenzione vigile. Basterà? Bisogna almeno provarci. 

Grazie di cuore   

Ernesto Olivero   Torino, 5 aprile 2017

 

 

Ernesto Olivero è nato nel 1940 a Mercato San Severino (Salerno). Nel 1964 ha fondato a Torino il Sermig, Servizio Missionario Giovani, insieme alla moglie Maria e ad un gruppo di giovani decisi a sconfiggere la fame con opere di giustizia, a promuovere sviluppo, a vivere la solidarietà verso i più poveri.

Negli anni ’80 all’interno del Sermig è nata la Fraternità della Speranza, che conta attualmente un centinaio di aderenti: giovani, coppie di sposi e famiglie, monaci e monache che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri, alla formazione dei giovani.   

Attorno alla Fraternità della Speranza, centinaia di volontari e il movimento internazionale dei Giovani della Pace si ispirano alla spiritualità e al metodo del Sermig.  

Nel 1983 venne assegnato al Sermig in comodato dal Comune di Torino l’ex Arsenale Militare di Piazza Borgo Dora. Olivero, incoraggiato da Giorgio La Pira, sentì che questo doveva essere il primo grande passo di una profezia di pace. Ne iniziò la trasformazione con l’aiuto gratuito di migliaia di giovani, di volontari, di uomini e donne di buona volontà da ogni parte d’Italia. L’11 aprile 1984 fu il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ad inaugurare l’Arsenale della Pace. Le capacità organizzative ed imprenditoriali di Olivero permisero negli anni la ristrutturazione di un’area di 45.000 mq.  

Là dove sono state forgiate buona parte delle armi utilizzate nelle due guerre mondiali, vi è ora un “laboratorio” di convivenza, di dialogo, di formazione dei giovani, di accoglienza dei più disagiati, un monastero metropolitano, aperto 24 ore su 24. Vi trovano rifugio uomini e donne che cercano un aiuto per cambiare vita (in questi trentun anni sono stati realizzati progetti a favore di uomini e donne di 140 nazionalità). E’ luogo d’incontro per migliaia di giovani che da tutta Italia e dall’estero si danno appuntamento per confrontarsi, dialogare e crescere. E’ base di partenza per la solidarietà che raggiunge i cinque continenti. E’ luogo di preghiera e di silenzio, di cultura e di formazione.

Il Sermig esce continuamente dal suo Arsenale per andare incontro ai più poveri, in Rwanda come nel Darfur, in Romania e in Georgia, ma anche in Italia. Per l’impegno senza sosta che dall’Arsenale della Pace si estende al mondo dei sofferenti, nel 1992 Ernesto Olivero ricevette il titolo di “Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” conferito dal Presidente della Repubblica. Nel 1996 il Presidente della Repubblica lo nominò anche “Cavaliere di Gran Croce”. Nel 1999 Ernesto Olivero ha ricevuto dall’Università di Torino la laurea honoris causa in Sociologia. 

Oltre ad aver personalmente seguito molti progetti di sviluppo in diverse parti del mondo, Ernesto Olivero ha personalmente accompagnato le 77 missioni di pace realizzate dal Sermig in Paesi in guerra quali Somalia, Rwanda, ex Iugoslavia, Albania… Numerose sono state in particolare le missioni di pace in Medio Oriente: Libano, Iraq, Palestina, Israele, Giordania… sempre finalizzate alla ricomposizione dei conflitti e al dialogo. 

Come riconoscimento per la scelta di costruire la pace attraverso azioni concrete di solidarietà, Re Hussein di Giordania ha conferito ad Ernesto Olivero la decorazione “Al Kawkab di prima classe”; anche l’organizzazione israeliana “Keren Kayemeth Leisrael” gli ha dedicato la piantagione di 18 alberi sulle colline di Gerusalemme.  

Olivero è candidato al Nobel per la Pace da Madre Teresa di Calcutta, Norberto Bobbio, il Cardinal Martini, il Presidente del Libano e altre personalità. 

2) IL GOVERNATORE E L'ACCUSATRICE SI SCONTRANO SULLA PENA DI MORTE

 

La giovane Aramis Ayala, è la prima persona di razza nera a cui lo stato della Florida ha dato il potere di chiedere la pena di morte. Tuttavia ella ha dichiarato che si asterrà dal farlo, suscitando la reazione del Governatore Rick Scott che le ha tolto la competenza su 23 casi capitali o potenzialmente tali.

 

Aramis Donell Ayala è una giovane procuratrice eletta nello scorso novembre nel Nono Circuito Giudiziario dello stato della Florida. Si tratta della prima persona di razza nera a cui la Florida ha dato il potere di determinare il destino di persone indiziate di aver commesso gravi reati, decidendo se chiedere o no la pena capitale.

A metà marzo la sua netta presa di posizione sulla pena di morte ha suscitato aspre polemiche e l'immediata bellicosa riposta del Governatore della Florida Rick Scott.

"Ho dedicato a questo problema un'ampia, meticolosa ed approfondita considerazione," ha dichiarato Aramis Ayala il 16 marzo. "Ciò che mi è apparso con abbondante chiarezza durante la mia riflessione è che pur avendo io il potere di chiedere sentenze di morte, esercitandolo non faccio l'interesse della comunità né della giustizia.". L'Ayala ha aggiunto che la pena di morte non costituisce un particolare deterrente per il crimine, è fonte di un notevole caos a livello legale, di incertezza e di confusione ed è utilizzata in maniera particolarmente ingiusta nei riguardi delle persone di colore.

Lo stesso giorno Scott ha tolto ad Aramis Ayala il caso del duplice omicida Markeith Loyd, assegnandolo al procuratore Brad King e dichiarando: "l'Ayala ha mostrato che non intende battersi per la giustizia e perciò io uso il mio potere esecutivo per assegnare immediatamente il caso al procuratore Brad King... quelle famiglie hanno bisogno di un accusatore che persegua aggressivamente Markeith Loyd con la piena estensione della legge e che giustizia sia fatta."

Al provvedimento del Governatore Scott, e ad alcune minacce di morte anonime per la Ayala, si sono contrapposte le prese di posizione dei settori più avanzati dell'opinione pubblica floridiana, delle associazioni per i diritti dei Neri...

Ma non è bastato: in aprile Rick Scott ha tolto ad Aramis Ayala altri 22 casi capitali, o potenzialmente tali, in cui lei doveva sostenere l'accusa, assegnandoli a Brad King (1), suscitando ulteriori vivaci proteste (e qualche plauso in ambienti conservatori).

Aramis Ayala ha inoltrato ricorsi contro le decisioni del Governatore Rick Scott alla Corte Suprema della Florida e alla competente Corte federale distrettuale. Gli esperti dicono che lei dovrebbe farcela.

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(1) Brad King, nel processo contro l'omicida Juan Rosario, ha subito mostrato che la fiducia in lui riposta dal Governatore è pienamente meritata. Durante la selezione della giuria in tale processo non ha chiesto soltanto, come di routine, ai potenziali giurati se erano a favore della pena di morte ma anche il loro parere sulla presa di posizione di Aramis Ayala.

3) NELLA CAMERA ACUSTICAMENTE ISOLATA DELL’ARKANSAS 4 ESECUZIONI

 

L’Arkansas ha portato a termine 4 delle 8 esecuzioni programmate nell’arco di 11 giorni, nonostante il verificarsi di crudeli imprevisti.  Una miriade di appelli ha scongiurato, almeno per ora, le altre 4.

 

Delle 8 esecuzioni programmate in Arkansas nel mese di aprile (1) e volute fermamente dal Governatore Asa Hutchinson (2), ne sono state portete a termine 4 nel giro di 8 giorni. Una miriade di appelli ha scongiurato, almeno per il momento, la morte degli altri 4 condannati.

Il 20 aprile è stata somministrata l’iniezione letale a Ledell Lee. Tutto è filato liscio, riportano le cronache. Nessuna dichiarazionme finale. Come ultimo pasto, la Comunione.

Non è andata così per l’esecuzione di Jack Jones, la prima delle due esecuzioni consecutive portate a termine il 24 aprile. Un avvocato ha detto di aver visto il condannato aprire ripetutamente la bocca come se cercasse inutilmente di respirare, quando avrebbe dovuto essere sedato e immobile.

Il personale carcerario ha smentito. La camera della morte, visibile attraverso un vetro, era acusticamente isolata. Un microfono aperto avrebbe potuto dirimere la questione.

Quando Jack Jones, e consecutivamente Marcel Williams sono stati messi a morte, i 20 testimoni hanno sentito solo quello che la Direttrice  del Dipartimento di Correzione,  Wendy Kelley, voleva che sentissero.

Solomon Graves, portavoce del Dipartimento carcerario dell’Arkansas ha dichiarato che è stata seguita la procedura prevista che limita ciò che può essere sentito dalla camera della morte.

La procedura prevede che dopo l’ultima dichiarazione del morituro il microfono venga spento per essere riacceso solo al momento della comunicazione del decesso del condannato. Altri stati, ha detto Graves, applicano una simile procedura.

La seconda esecuzione del giorno 24, quella di Marcel Williams,  è cominciata con un notevole ritardo, causato dalle contestazioni degli avvocati seguite alla vicenda di Jack Jones.

Williams, che pesava 180 chili, probabilmente avrebbe avuto bisogno di ricevere una seconda dose del farmaco che anestetizza, il Midazolam.

Uno degli addetti all’esecuzione è stato visto attraverso il vetro muovere le labbra, come se pronunciasse le parole “non sono sicuro” mentre controllava lo stato di coscienza di Williams 5 minuti dopo l’iniezione di Midazolam.  (La procedura dell’Arkansas  prevede che sia iniettata una seconda dose di Midazolam, se la prima non ha reso  incosciente il condannato).

L’ultima delle quattro esecuzioni portate a termine in Arkansas è stata quella di un altro Williams, il 38-enne Kenneth Williams, che è morto la sera del 27 aprile dopo 13 minuti dall’inizio dell’iniezione letale. L’Associated Press riferisce che 3 minuti dopo la somministrazione del Midazolam egli ha cominciato a tossire, a dimenarsi, ad avere convulsioni, a muoversi a scatti rumorosamante tanto che i testimoni potevano sentirlo anche se il microfono era stato spento. 

In Texas, lo stato che esegue il maggior numero di condanne capitali, non viene mai spento il microfono nella stanza della morte. In tale stato negli anni 80 non c’era un vetro che separasse i testimoni dal condannato. Un pannello di plexiglass venne installato dopo che un farmaco schizzò fuori vena verso i testimoni a dicembre del 1988. Coll’introduzione del microfono venne mantenuta per i testimoni la possibilità di sentire ciò che avveniva.

I testimoni in altri stati stanno molto vicini alla stanza delle esecuzioni tanto da poter sentire attraverso il vetro senza l’ausilio del microfono.

Si ricorda che Kelly Gissendaner cantò “Amazing Grace” nella camera della morte della Georgia  nel 2015 con voce abbastanza alta in modo che i testimoni sentissero. 

Lo Stato dell’Oklahoma lasciò il microfono acceso durante la tristemente famosa esecuzione di Clayton Lockett, che durò oltre 40 minuti (3). Lo Stato ora chiude il microfono dopo l’ultima dichiarazione del condannato.

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(1) V. nn. 235, 236

(2) La fretta nel portare a termine le esecuzioni - in uno stato che non aveva messo a morte nessuno dopo il 2005 - è stata spiegata anche col fatto che il famaco anestetizzante Midozalam a disposizione del Dipartimento di correzione stava per scadere.

(3) Il dramma avvenne il 29 aprile 2014, v. n. 214

4) NEL BRACCIO DELLA MORTE DEL TEXAS VIOLATI I DIRITTI UMANI

 

I condannati a morte del Texas, e di alcuni altri stati USA, sono sottoposti ad un regime durissimo e di estremo isolamento che costituisce una vera e propria tortura e viola i basilari diritti umani.

 

Una relazione pubblicata lo scorso 25 aprile dalla Human Rights Clinic della Facoltà di Legge all’Università del Texas, conclude che nella Polunsky Unit – il braccio della morte texano - si violano gli standard internazionali sui diritti umani e si negano i diritti civili ai condannati tenuti in isolamento.

Nella relazione di 48 pagine, intitolata “Progettato per spezzarti: violazioni dei diritti umani nel braccio della morte del Texas”, si chiede di modificare sia le norme sull’uso dell’isolamento sia le norme sull’accesso alle prestazioni sanitarie.

I condannati a morte texani (attualmente circa 250) trascorrono in media oltre 14 anni in isolamento in attesa dell’esecuzione e questo costituisce una forma di tortura, come sostenuto dalle organizzazioni per i diritti umani.

I quattro condannati ‘giustiziati’ in Texas dall’inizio dell’anno sono rimasti in isolamento per molti anni (uno di loro, James Bigby, vi è rimasto per venticinque anni). 

Il condannato con la permanenza più lunga nel braccio della morte è Raymond Riles: vi si trova da 41 anni. A causa della sua malattia mentale, Riles non è considerato passibile di esecuzione ma potrebbe diventarlo. Viene sottoposto continuamente a test per verificare le sue condizioni mentali. Riles ha già tentato di suicidarsi nel 1985, dando fuoco alla sua cella.

Tra le raccomandazioni fatte nel rapporto della Human Rights Clinic, c’è quella di porre fine all’isolamento detentivo almeno per quei condannati che soffrono di malattia mentale o di disabilità fisica, di promuovere l’assistenza sanitaria, di autorizzare i riti religiosi e di allungare i tempi di ricreazione fuori cella. 

Il Texas ha introdotto nel 1999 l’isolamento detentivo obbligatorio per i condannati a morte. Essi restano rinchiusi per un minimo di 22 ore e fino a 24 ore al giorno in una cella di due metri per tre, arredata solo con un lavandino, un gabinetto e una mensola su cui si trova un sottile materasso. In molte celle c’è anche una finestrella, ma i detenuti possono sbirciare fuori da essa solo stando in piedi sul materasso arrotolato sul letto. Anche le due ore di ricreazione sono trascorse in isolamento e i pasti sono consumati all’interno della cella.

Il rapporto cita: “Ogni condannato a morte in Texas trascorre circa 23 ore al giorno in totale isolamento per tutta la durata della sua detenzione, che, solitamente, dura oltre un decennio. Questo isolamento protratto nel tempo ha moltissimi effetti negativi sulla salute mentale del detenuto, esacerbando le condizioni mentali già in essere e provocando in altri malattie mentali non preesistenti.”

Si legge ancora nel rapporto: “Oltre agli effetti dannosi dell’isolamento, la pratica di fissare e rinviare più volte la data dell’esecuzione significa che molti prigionieri sono sottoposti allo stress psicologico di prepararsi più volte a morire durante la loro detenzione.”

Un altro punto trattato nel rapporto è il mancato accesso alle cure mediche: “I condannati a morte […] devono fare assegnamento sulle guardie per comunicare e per ottenere un appuntamento dal medico. La risposta a queste richieste arriva dopo alcuni giorni, ma possono trascorrere anche settimane senza che una risposta venga fornita e spesso le richieste sono ignorate o dimenticate. […] Per quanto riguarda le cure psicologiche, […] solo i condannati che stavano già ricevendo cure psichiatriche nel passato possono avere incontri regolari con lo psichiatra.” Gli altri ricevono solo qualche prescrizione di psicofarmaci, ma non possono avere un dialogo con uno psicologo. Quindi per questi ultimi le opzioni sono soltanto “prendere medicinali non voluti, oppure rinunciare a qualsiasi cura”.

Il rapporto tratta anche della mancanza di accesso ai riti religiosi. A parte la Bibbia, unico testo religioso disponibile e fornito dai cappellani del carcere, neanche i Cristiani condannati a morte hanno accesso a qualche tipo assistenza spirituale; i riti e i sacramenti sono forniti molto di rado, oltre che a Natale e Pasqua. Il rapporto poi prosegue dicendo: “Per i detenuti di altre fedi religiose, come l’Islam o l’Ebraismo, la situazione è ancora più difficile, perché essi possono contare solo sulle fonti esterne per ricevere materiale religioso. Non hanno alcuna possibilità di praticare la loro fede e spesso vengono trattati con disprezzo quando ne fanno richiesta. Questo ha determinato un ambiente molto duro per quei detenuti che non sono Cristiani, e ha permesso l’instaurarsi di una sistematica discriminazione.” 

“La Inter-American Commission on Human Rights e altre organizzazioni per i diritti umani hanno più volte rilasciato pareri che denunciano le condizioni disumane presenti nella Polunsky Unit,” si legge nella relazione. “In particolare gli organismi internazionali per i diritti umani hanno dichiarato che l’uso prolungato e obbligatorio dell’isolamento detentivo è sproporzionato, illegittimo e non necessario”. (Grazia)

5) OHIO: ACCUSATO DI REATO CAPITALE SI SUICIDA IN TRIBUNALE

 

Robert Seman quasi sicuramante sarebbe stato condananto a morte. Ha preferito suicidarsi gettandosi da quarto piano del tribunale in cui doveve essere giudicato.

 

Il 10 aprile scorso il 48-enne Robert Seman si è gettato dal quarto piano della balconata del tribunale della Contea di Mahoning, in Ohio, subito dopo un’udienza sul suo caso. E’ morto sul colpo sfracellandosi sul pavimento della rotonda sottostante. L’imputato non aveva catene e non indossava un’uniforme carceraria. 

Seman era stato autorizzato ad indossare abiti civili e a non comparire incatenato né in tribunale né davanti al pubblico. Lo scopo di questa decisione era di non influenzare negativamente i giurati.

Seman rischiava la pena di morte. Era accusato di aver ucciso nel marzo 2015 Corinne Grump, di 10 anni, e i suoi nonni, dando fuoco alla loro casa. In precedenza Seman aveva stuprato la ragazzina.

L’accusatrice Dawn Cantalamessa ritiene molto significativo il fatto che Seman abbia scelto di suicidarsi invece di giocare le sue carte al processo. Seman si dichiarava innocente e i suoi avvocati difensori non avevano notato che avesse problemi particolari. Lei invece era ansiosa di battersi

contro di lui al processo perché le prove erano forti e il caso si prestava perfettamente ad ottenere una condanna a morte.

6) DOPO IL SUICIDIO DI SEMAN, IN OHIO MANETTE A LANCE HUNDLEY

 

Un ordine impartito della giudice Maureen Sweeney in Ohio il 13 aprile è da mettersi sicuramente in relazione con il suicidio di Robert Seman avvenuto tre giorni prima.

 

Il 13 aprile la giudice Maureen Sweeney ha ordinato che un imputato passibile di pena capitale debba restare incatenato durante il percorso fino all’aula nel tribunale della Contea di Mahoning e ritorno.   

Il 47-enne Lance Hundley, che dovrà subire un processo per l’omicidio di una donna nel 2015, potrà essere liberato dalle catene nell’aula ma non negli altri locali del tribunale.

Questa decisione non fa esplicito riferimento al suicidio di Robert Seman avvenuto tre giorni prima ma è da mettersi sicuramente in relazione con esso (cfr. articolo precedente). 

Lo sceriffo Jerry Green, i cui uomini prestano servizio all’interno del tribunale, ha approvato la decisione della giudice. “E’ sempre una buona cosa ogni volta che possiamo aumentare la sicurezza e tenere in custodia un detenuto in modo più sicuro”, ha detto.

Nei casi di alto profilo succede spesso che gli avvocati difensori chiedano al giudice che il loro cliente sia autorizzato ad indossare abiti civili e non abbia restrizioni fisiche di fronte ai giurati. 

7) MARY JANE RIMANE NEL LIMBO 2 ANNI DOPO ESSERE SCAMPATA ALLA MORTE

 

La filippina Mary Jane Veloso, condannata a morte in Indonesia per traffico di droga nel 2010, è arrivata ad un passo dalla fucilazione esattamente due anni fa. Le sua possibilità di sopravvivere dipendono in gran parte dall’andamento delle relazioni tra Indonesia e Filippine e dall’esito del tentativo dal presidente filippino Rodrigo Duterte di reintrodurre la pena capitale nel proprio paese.

 

La giovane filippina Mary Jane Veloso è rinchiusa nel braccio della morte dell’Indonesia dal 2010. Accusata di traffico di stupefacenti si salvò in extremis il 22 aprile 2015. Doveva essere fucilata insieme a due australiani, un brasiliano, quattro nigeriani e un indonesiano. All’ultimo però fu riportata in cella, mentre gli altri finirono davanti ad un plotone d’esecuzione.

La Veloso fu salvata dagli appelli provenienti sia da associazioni e da attivisti per i diritti umani sia dalle autorità delle Filippine. Negli appelli si sosteneva che Mary Jane era stata vittima di trafficanti di manodopera contro i quali avrebbe potuto testimoniare se rimaneva in vita (v. nn. 221, 228, 230).  

Tuttavia la sua condanna a morte rimane in essere e non sembra probabile un provvedimento di grazia ad personam nei suoi confronti da parte del Presidente indonesiano Joko Widodo. 

Ultimamente Widodo ha dichiarato che potrebbe prendere in considerazione la possibilità di una moratoria della pena di morte. “Ma devo prima chiedere al mio popolo,” ha avvertito.

Se il nuovo Presidente Rodrigo Duterte riuscirà prima o poi ad indurre il Congresso delle Filippine a ripristinare la pena di morte, la situazione di Mary Jane Veloso peggiorerà. 

In proposito ricordiamo che il Vescovo Ruperto Santos, Presidente della Missione per la cura Pastorale dei Migranti nella Conferenza episcopale filippina, ha affermato l’anno scorso che se la legge sulla pena di morte passasse al Congresso e si cominciasse a giustiziare nelle Filippine

"perderemmo ogni autorità morale per domandare clemenza per i Filippini che sono stati condannati a morte all’estero.”

La legge che prevedere la pena di morte per i trafficanti di droga è stata approvata lo scorso 7 marzo dalla Camera dei Rappresentanti della Filippine ed è stata trasmessa al Senato. Poi un votazione del 2 maggio ha messo in stallo la legge togliendole priorità e rimandandone l’approvazione sine die.

Così due anni dopo essere stata salvata all’ultimo minuto nell’aprile del 2015, Mary Jane Veloso rimane in un limbo e il suo destino dipende sia dalla decisione del Presidente dell’Indonesia Widodo, sia dal Congresso delle Filippine. (Pupa)

8) AMNESTY SUGLI ATTACCHI ALLE ONG CHE FANNO SOCCORSO IN MARE

 

Condividiamo in toto l’indignazione della Sezione Italiana di Amnesty International nei confronti di importanti autorità politiche e altre autorità che, alla ricerca di consensi, hanno pensato bene di attaccare le Organizzazioni Non Governative (Ong) che soccorrono i migranti nel Mediterraneo. Riportiamo uno stralcio dell’impegnativo documento in proposito pubblicato da Amnesty il 2 maggio.  Il documento integrale si può trovare qui: https://www.amnesty.it/italia-insinuazioni-le-ong-fanno-soccorso-mare-amnesty-international-modo-si-perde-la-bussola-morale/

 

"Pur non prendendo parte a operazioni di ricerca e soccorso in mare, Amnesty International Italia ha sentito di dover prendere posizione nei confronti della campagna di denigrazione, fatta di voci, insinuazioni e falsità, portata avanti contro le ong che si dedicano all'assolvimento di un obbligo internazionale che competerebbe agli stati europei, i quali invece si sono progressivamente ritirati dalle attività di soccorso, lasciando soli le ong e la Guardia costiera italiana ad assumersi questa responsabilità" – ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

"Sembra proprio che la morte sia l'unico strumento ritenuto efficace per dissuadere chi si imbarca, spesso sotto la minaccia delle armi, nella traversata del Mediterraneo. ‘Affonderete e vi lasceremo morire’ è il messaggio che l'Europa manda ai migranti e ai rifugiati chiedendo loro di rimanere intrappolati nei campi di prigionia in Libia, per servire da schiavi alle organizzazioni criminali locali. Ancor peggio, etichettare come criminale chi cerca di salvare delle vite, contribuisce a giustificare il cinismo di chi mette la difesa delle frontiere al di sopra della salvaguardia delle vite di migliaia di donne, uomini e bambini. Il tutto mentre l'Italia, incurante delle torture e degli stupri praticati nei centri di detenzione in Libia, invia a questo paese le prime motovedette da pattugliamento".  

In assenza di percorsi sicuri e legali verso l'Europa, negli ultimi anni centinaia di migliaia di migranti e rifugiati hanno attraversato il Mediterraneo in modo illegale e mettendo in pericolo le loro vite.

Invece di creare un sistema ordinato che mettesse a disposizione percorsi sicuri per queste persone e di promuovere il rispetto e la protezione dei diritti umani nei paesi in cui dominano conflitti, persecuzioni e povertà, i leader europei si sono sempre più concentrati sul blocco delle frontiere e sui negoziati con governi che violano i diritti umani, allo scopo di impedire le partenze.

Decine di migliaia di persone sono attualmente intrappolate in Libia e cercano disperatamente il modo per fuggire da quel paese e raggiungere l'Europa. Le agenzie dell'Onu, le organizzazioni non governative (Ong) e i mezzi d'informazione hanno ampiamente documentato le massicce, sistematiche e orribili violazioni dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati che si trovano in Libia. 

Intraprendere un viaggio sempre più pericoloso verso l'Italia rimane l'unico modo per fuggire a tale sofferenza. Lo hanno fatto circa 180.000 migranti e rifugiati nel 2016 e 37.000 finora nel 2017. Lo scorso anno sono morte o scomparse in mare oltre 4500 persone, circa 900 quest'anno. […]

L'anno scorso, nel Mediterraneo centrale, le navi delle Ong hanno soccorso 46.796 persone su un totale di 178.415 arrivi. Nei primi tre mesi dell'anno hanno soccorso 7632 persone su un totale di 23.832 arrivi e il numero è considerevolmente salito ad aprile. Le loro attività sono svolte in collegamento con il Centro di coordinamento per il soccorso marittimo della Guardia costiera, a Roma, e nel rispetto della legge del mare. 

Il motivo per cui ottengono questi grandi risultati è che si sono attivate nella ricerca delle imbarcazioni in avaria giungendo il più vicino possibile alle zone in cui la loro assistenza potrebbe essere necessaria

L'Europa dovrebbe essere orgogliosa di un successo del genere ottenuto dalla sua società civile ed essere riconoscente per il fatto che così tante vite umane siano state salvate da morte certa. 

Al contrario, le Ong in questione sono diventate il bersaglio di insinuazioni - che restano prive di sostanza - da parte di rappresentanti delle istituzioni, esponenti politici e commentatori i quali sostengono che proprio la vicinanza delle loro navi alle acque territoriali libiche e il loro metodo operativo stanno incoraggiando le partenze dalla Libia, dunque alimentando il traffico di esseri umani e, in definitiva, contribuendo all'aumento delle morti in mare. 

Sono stati avanzati sospetti circa contatti diretti tra le Ong e le reti di trafficanti e si è speculato circa l'origine dei fondi con cui finanziano le attività di ricerca e soccorso. 

Il 27 aprile, conversando con giornalisti italiani, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ha sostenuto che alcune Ong potrebbero avere persino l'obiettivo di destabilizzare l'economia italiana traendone in qualche modo vantaggio.  […]

Esponenti politici del Movimento 5 Stelle e della Lega Nord, così come vari editorialisti, hanno iniziato a mettere in discussione il ruolo e i reali obiettivi delle Ong che operano in mare.

Le Ong coinvolte nelle attività di ricerca e soccorso hanno negato vigorosamente tutte le accuse offrendo numerosi elementi di spiegazione sulle loro modalità operative e fonti di finanziamento.    

[…] Nel marzo 2017 Amnesty International ha incontrato la Guardia costiera al Centro di coordinamento di Roma. Nelle settimane precedenti, l'organizzazione per i diritti umani aveva esaminato numerose informazioni presentate durante le audizioni parlamentari, documenti ufficiali, informazioni pubbliche e articoli e servizi dei mezzi d'informazione. 

Alla luce di quanto emerso da queste fonti e sulla base dell'esperienza maturata nello studio e nel monitoraggio delle attività di ricerca di migranti e rifugiati in mare, Amnesty International teme che una campagna di sospetti e insinuazioni circa rapporti criminali con le reti dei trafficanti non basata su alcuna prova stia mettendo a rischio attività di cruciale importanza nel salvataggio di vite in mare da parte di organizzazioni della società civile che si sono attivate volontariamente laddove sarebbe stato compito dei governi destinare risorse e navi per salvare vite umane. 

Inoltre, Amnesty International ritiene che la denigrazione delle Ong che salvano le persone in mare e cercano di assicurare loro l'accesso alla protezione che spetta ai rifugiati possa deteriorare ulteriormente il dibattito sull'asilo e l'immigrazione, legittimando la stigmatizzazione, la ricerca di capri espiatori e la discriminazione e contribuisca in definitiva a favorire violazioni dei diritti umani e violenze contro migranti e rifugiati.  […]

Sostegno e apprezzamento per l'opera delle Ong che salvano vite in mare sono stati espressi, tra gli altri, dal primo ministro italiano Paolo Gentiloni e da Federica Mogherini, Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea nonché vicepresidente della Commissione europea. 

[…] Mentre il dibattito pubblico si concentra intorno alle congetture sul ruolo delle Ong che continuano a salvare vite in mare, i leader europei proseguono a negoziare forme di cooperazione con la Libia per fermare i migranti e i rifugiati. Sono in corso diverse iniziative per mettere la Guardia costiera locale in condizioni di pattugliare le acque territoriali, intercettare in mare i migranti e i rifugiati e riportarli sulla terraferma libica. 

La scorsa settimana il governo italiano ha fornito alla Guardia costiera libica due motovedette da pattugliamento e ha ribadito l'impegno a fornirne 10 entro giugno 2017. Vi è poi stato il vertice di Malta dei ministri della Difesa dell'Unione europea. 

Amnesty International è estremamente preoccupata per l'impatto di tali misure sui diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia. L'organizzazione ha già documentato detenzioni arbitrarie e torture, su scala massiccia e sistematica, di migranti e rifugiati intercettati in mare e riportati sulla terraferma libica. 

Uomini, donne e bambini intervistati da Amnesty International hanno denunciato l'aumento dei maltrattamenti, degli stupri, dello sfruttamento e delle estorsioni nei centri di detenzione della Libia, compresi quelli ufficialmente sotto il controllo del ministero dell'Interno. 

Amnesty International ha anche documentato violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e rifugiati fuori dai centri di detenzione, favorite dall'assenza di legalità e da un diffuso razzismo. L'organizzazione ha infine ricevuto denunce di maltrattamenti di migranti e rifugiati ad opera di funzionari della Guardia costiera libica. 

Di fronte a questa tragica situazione, i governi europei dovrebbero mettere a disposizione percorsi legali e sicuri verso l'Europa alle persone che hanno bisogno di protezione, e concentrare la cooperazione con la Libia sulle misure necessarie per proteggere i diritti umani dei migranti e dei rifugiati nel paese, a partire dalla fine delle detenzioni arbitrarie e della tortura. 

9) APPELLO 'FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA'

 

Pensiamo sia giusto promuovere l'appello lanciato da padre Alex Zanotelli - un nostro lettore - per fermare l'attuale 'guerra mondiale a pezzetti' che provoca centinaia di migliaia di vittime. Guerra da cui abbiamo il privilegio di essere esentati ma dalla quale lucriamo soprattutto con la vendita delle armi. Riportiamo una sintesi dell'appello di padre Zanotelli invitando i lettori a firmare tale appello on-line dopo essersi collegati a : https://www.petizioni24.com/fermiamoisignoridellaguerra

 

Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’, a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria, ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43 (la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.

L’Italia, secondo l’Osservatorio sulle armi, spende quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari - ha risposto la ministra della Difesa R. Pinotti - come ce lo chiede l’America.” [...] La nostra ministra della Difesa ha [...] preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perché non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ ”  Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita. Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. [...] Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente. In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. [...] E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan: una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro. 

Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia, in Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e

altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin-grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).

Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo", per cui l’Italia non vi partecipa. [...]. Quanta ipocrisia da parte del nostro governo! [...]        

Alex Zanotelli    

Napoli, 14 aprile 2017

10) È USCITO IL RAPPORTO DI AMNESTY SULLA PENA DI MORTE NEL 2016

 

È uscito l’11 aprile l’ultimo Rapporto Annuale di Amnesty International sulla Pena di morte nel mondo. Riportiamo alcuni dati salienti sulla pena capitale diffusi da Amnesty in questa occasione invitando i lettori interessati alla versione integrale del Rapporto, che consta di 46 pagine (1), ad accedere al sito della Sezione Italiana di A.I.: https://www.amnesty.it/pena-morte-nel-mondo-rapporto-2016-17/

 

 

La pena di morte nel 2016, fatti e cifre 

 

Dati globali  

 

Nel 2016, almeno 1.032 persone sono state messe a morte in 23 paesi nel mondo. Nel 2015, Amnesty International aveva registrato 1.634 esecuzioni in 25 paesi, un picco storico senza precedenti dal 1989.     La maggioranza delle condanne a morte sono state eseguite in Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan, in questo ordine. La Cina rimane il maggior esecutore al mondo, ma la reale entità dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta perché i dati sono classificati come segreto di stato. Per questo motivo, il dato complessivo 1.032 esecuzioni non tiene in considerazione le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina ogni anno. 

Escludendo la Cina, l’87% di tutte le condanne a morte sono state eseguite soli in 4 paesi: Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. Per la prima volta dal 2006, gli Stati Uniti d’America non sono tra i primi cinque esecutori al mondo, indietreggiando al settimo posto dietro l’Egitto. Negli Stati Uniti d’America sono state messe a morte 20 persone, il numero più basso registrato dal 1991.  Durante il 2016, 23 paesi, circa un paese su otto, hanno eseguito sentenze capitali. Questo numero è diminuito significatamene rispetto a 20 anni fa (40 paesi nel 1997). […]

Nel 2016, due paesi, Benin e Nauru, hanno abolito la pena capitale per tutti i reati. In totale, sono 104 i paesi che l’hanno abolita, la maggioranza dei paesi al mondo. Nel 1997 i paesi completamente abolizionisti erano solo 64.  […]  

Amnesty International ha registrato 3.117 sentenze capitali in 55 paesi nel 2016[…]

Alla fine del 2016, almeno 18.848 persone erano detenute nei bracci della morte in tutto il mondo.  

Nel 2016, sono stati utilizzati i seguenti metodi di esecuzione: decapitazione, fucilazione, impiccagione e iniezione letale. 

Si sono tenute esecuzioni pubbliche in Iran (almeno 33) e in Corea del Nord.  

I rapporti indicano che almeno due persone, minorenni al momento del reato per il quale sono state condannate, sono state messe a morte nel 2016 in Iran.  

In molti paesi dove le persone sono state condannate o messe a morte, il procedimento giudiziario non ha rispettato gli standard internazionali sul giusto processo. Sono stati riportati casi di

confessioni estorte sotto tortura o altri maltrattamenti in diversi paesi, tra cui, Arabia Saudita, Bahrain, Cina, Corea del Nord, Iran e Iraq. 

Analisi regionali 

 

Americhe

 

Per l’ottavo anno consecutivo, gli Stati Uniti d’America sono l’unico paese a eseguire condanne a morte nella regione delle Americhe, con 20 persone messe a morte nel 2016 (8 in meno del 2015). Questo è stato il numero più basso di esecuzioni registrato in un solo anno, dal 1991. Il tasso di esecuzioni nel 2016 è la metà di quello del 2007 e un terzo di quello del 1997.   Cinque stati americani hanno messo a morte nel 2016, rispetto ai sei dell’anno precedente. Il numero di esecuzioni in Georgia è quasi raddoppiato (da 5 a 9), mentre in Texas il dato è quasi dimezzato (da 13 a 7). Questi due stati messi insieme sono responsabili dell’80% delle esecuzioni nel corso del 2016. Alla fine dell’anno, 2.832 persone erano rinchiuse nei bracci della morte degli Stati Uniti d’America. Anche il numero di sentenze capitali negli Stati Uniti d’America è diminuito da 52 nel 2015 a 32 nel 2016 (una diminuzione pari al 38%). Questo è il numero più basso mai registrato dal 1973.  Solo altri tre paesi nella regione, Barbados, Guyana e Trinidad e Tobago, hanno emesso sentenze capitali nel 2016. Due paesi dell’area caraibica, Antigua e Barbuda e Bahamas, hanno commutato le loro ultime sentenze capitali svuotando così i bracci della morte.  

 

Asia e Pacifico  

 

Almeno 130 sentenze capitali sono state eseguite nel 2016 in 11 paesi, diminuendo da almeno 367 in 12 paesi nel 2015. Questo è dovuto principalmente al Pakistan, dove le esecuzioni sono diminuite di 239 (73%). I dati della regione non includono quelli della Cina, dove si ritiene che le esecuzioni siano migliaia. La reale estensione dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta a causa del segreto di stato. […]

Nuovi dati dal Vietnam hanno dimostrato come fosse uno dei maggiori esecutori al mondo. Secondo un rapporto del ministero della Pubblica sicurezza, pubblicato nel febbraio 2017, 429 prigionieri sono stati messi a morte tra il 6 agosto 2013 e il 30 giugno 2016. Nello stesso periodo, solo Cina e Iran hanno eseguito più sentenze capitali.  

Almeno 1.224 condanne a morte sono state comminate in 18 paesi nella regione, un notevole aumento rispetto alle 661 del 2015 (85%). Ciò è collegato al considerevole aumento registrato in Bangladesh, India, Indonesia, Pakistan e Tailandia e alla collaborazione delle autorità tailandesi che per la prima volta hanno fornito ad Amnesty International un dato complessivo di 216 nuove sentenze capitali. Le Maldive e le Filippine hanno compiuto alcuni passi indietro. Le prime verso la ripresa delle esecuzioni dopo più di 6 decadi, le seconde verso la reintroduzione della pena di morte. 

 

Africa Subsahariana  

 

L’uso della pena di morte nell’Africa Subsahariana è stato contrastante. Nonostante siano state poche le esecuzioni registrate, il numero di sentenze capitali è aumentato del 145%. Almeno 22 sentenze capitali sono state eseguite in 5 paesi, rispetto alle 43 in 4 paesi del 2015.  Le condanne a morte sono aumentate da 433 nel 2015 ad almeno 1.086 nel 2016, ciò è da attribuire principalmente all’aumento verificatosi in Nigeria (da 171 a 527) che ha comminato più sentenze capitali di qualsiasi altro paese (esclusa la Cina). […]

 

Europa e Asia Centrale  

 

Per quanto riguarda l’Europa e l’Asia centrale, la Bielorussia ha ripreso le esecuzioni dopo 17 mesi di interruzione. Nell’intera regione, solo Bielorussia e Kazakistan continuano a mantenere la pena capitale nel loro sistema legislativo. 

 

Medio Oriente e Africa del Nord 

 

Il numero di esecuzioni nella regione è diminuito del 28% rispetto all’anno precedente, da 1.196 esecuzioni nel 2015 a 856 nel 2016.  L’Iran da solo totalizza il 66% di tutte le condanne a morte eseguite nella regione. Il numero complessivo di esecuzioni avvenute in Iran, comunque, è diminuito dal 42% rispetto all’anno precedente (da almeno 977 ad almeno 567).  L’Arabia Saudita ha messo a morte almeno 154 persone, mantenendo l’elevato livello raggiunto nel 2015 (158) che è stato il più alto registrato in questo paese dal 1995.  […]

Dati forniti dalla Sezione Italiana di Amnesty ad integrazione del Rapporto:

 

La pena di morte negli Stati Uniti d’America 

 

Al contrario di gran parte dei paesi che fanno ricorso alla pena di morte, dove questa, spesso, viene applicata in segreto e dove risulta molto difficile reperire le informazioni, negli Stati Uniti d’America la trasparenza che caratterizza l’applicazione della pena capitale consente di ricostruire in tempo quasi reale un quadro attendibile della realtà nel paese per quanto concerne i dati sulle esecuzioni. 

 

Giurisdizioni in cui è prevista: 33 (31 Stati e due legislazioni federali) Non è prevista in Alaska, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, New Jersey, New Mexico, New York, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin e nel distretto federale di Columbia. 

 

Condanne a morte eseguite […] dal 1976 all’11/4/2017: 1448 […] Di cui 22 di minorenni all’epoca del reato, 59 di persone affette da disturbo mentale, 148 di “volontari”, 16 di donne, 15 di nativo-americani e 31 di cittadini stranieri o con doppia cittadinanza.    […]

 

Condannati a morte rilasciati dal 1973 perché innocenti: 157 (di cui 26 in Florida, 20 in Illinois, 13 in Texas). […]

 

Metodi di esecuzione applicati dal 1976 a oggi: iniezione letale in 1273 casi; sedia elettrica 158; camera a gas 11; impiccagione 3; fucilazione 3. 

 

Numero di prigionieri in attesa di esecuzione (gennaio 2016): 2.943 (43% bianchi; 42% afro-americani; 13% ispanici; 2% altre minoranze) […] Donne in attesa di esecuzione (gennaio 2016): 55 in 18 Stati e giurisdizione federale […]

 

Condanne a morte emesse nel 2016: 32 (numero più basso dal 1976) 

 

Esecuzioni dal 1976 all’11/4/2017 secondo lo Stato: 

Texas                   542

Oklahoma            112

Virginia                112

Florida                   92

Missouri                 88

Georgia                  69

Alabama                58

Ohio                        53

North Carolina       43

South Carolina       43

Arizona                   37

Louisiana                28

Arkansas                 27

Mississippi              21

Indiana                     20

Delaware                 16

California                 13

Illinois                      12

Nevada                     12

Utah                            7

Tennessee                 6

Maryland                    5

Washington                5 

Idaho                           3

Kentucky                     3

Montana                      3

Nebraska                    3

Pennsylvania              3

South Dakota              3

USA                              3

Oregon                         2

Colorado                      1

Connecticut                 1

New Mexico                 1

Wyoming                      1

 

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(1) Al Rapporto in Inglese, intitolato “Death sentences and executions 2016” si può accedere da:

      https://www.amnesty.org/download/Documents/ACT5057402017ENGLISH.PDF

11) NEL 2016 L’IRAN ANCORA AL PRIMO POSTO PER ESECUZIONI PRO CAPITE

 

L’Iran è il paese che, in relazione alla numerosità della sua popolazione, compie più esecuzioni nel mondo. Le cifre riportate nel Rapporto annuale Iran Human Rights (IHR) mostrano una certa diminuzione delle esecuzioni nel 2016. Tuttavia il direttore di IHR dichiara che non vi sono motivi per ritenere che tale diminuzione venga confermata nel 2017  e nei prossimi anni.

 

Il Rapporto Annuale pubblicato il 3 aprile scorso da Iran Human Rights (IHR) (1) riferisce che nel 2016 sono state ‘giustiziate’ in Iran almeno 530 persone. Questa cifra – sebbene sia la più bassa degli ultimi cinque anni - posiziona comunque l’Iran al primo posto per numero di esecuzioni pro capite. Il direttore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha dichiarato: “Accogliamo favorevolmente qualsiasi riduzione nell’uso della pena di morte. Ma, purtroppo, non ci sono segnali che questo calo nel numero di esecuzioni del 2016 sia dovuto ad un mutato atteggiamento della Repubblica Islamica dell’Iran. Sappiamo che le autorità iraniane hanno già ‘giustiziato’ almeno 140 persone nei primi due mesi del 2017”.

Nel 2016 l’Iran ha continuato a violare gli impegni internazionali, uccidendo almeno 5 minorenni all’epoca del crimine, due dei quali condannati per reati di droga. 33 detenuti sono stati impiccati in

pubblico, davanti a centinaia di persone, tra cui bambini. Le cifre dimostrano inoltre che l’attuale presidente Hassan Rouhani (il cui primo mandato sta per concludersi), nonostante le sue buone relazioni diplomatiche con l’UE, ha lasciato mettere a morte molte più persone rispetto a quanto fatto dal suo predecessore Ahmadinejad durante i due mandati precedenti.

Le organizzazioni umanitarie IHR e ECPM (Ensamble Contre la Peine de Mort) si appellano ai partner europei che dialogano con l’Iran, perché insistano nella richiesta di una moratoria e di importanti riforme del sistema.

Il Rapporto evidenzia in particolare il ruolo svolto dai Tribunali Rivoluzionari che sono responsabili del 64% delle esecuzioni compiute in Iran nel 2016 e di oltre 3200 esecuzioni dal 2010 a oggi. In questi tribunali si sono svolti processi durati meno di un quarto d’ora, si è impedito agli imputati di avere accesso a difensori di fiducia, si sono inflitte sentenze capitali dopo confessioni estorte con la tortura. Essi sono anche responsabili delle repressioni nei confronti dei difensori dei diritti umani. Nel 2016 questi Tribunali hanno condannato i due attivisti Narges Mohammadi e Atena Daemi rispettivamente a 10 e a 7 anni di reclusione per le loro attività abolizioniste.

Mahmood Amiry-Moghaddam ha anche dichiarato: “Una riduzione significativa nell’uso della pena di morte non è possibile fino a quando non ci saranno procedure adeguate. I Tribunali Rivoluzionari che condannano a morte centinaia di persone ogni anno […] devono essere chiusi.”

Raphael Chenuil-Hazan, direttore esecutivo della ECPM, ha aggiunto: “Facciamo appello a tutti gli stati democratici e a tutti i partner europei dell’Iran perché si sforzino in ogni modo al fine di ridurre la pena di morte in Iran, e di includere i diritti umani, in particolare la condizione della pena di morte in Iran, nei loro dialoghi bi- e multi-laterali. Un buon risultato può essere ottenuto soltanto esercitando una pressione costante nei dialoghi con l’Iran”. (Grazia)

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(1) V: https://iranhr.net/media/files/Rapport_iran_2016-GB-280317-BD.pdf

12) QUARANTAMILA TESTE TAGLIATE IN FRANCIA DALLA GHIGLIOTTINA

 

La ghigliottina, considerata un mezzo umano e democratico per uccidere, fu usata in maniera intensissima durante la Rivoluzione Francese ed anche, sia pure moderatamente, nel secolo scorso. La pena di morte fu abolita in Francia nel 1981 e nel 2007 la proibizione della pena capitale è stata inserita nella Costituzione della V Repubblica francese.

 

La Francia inaugurò la ghigliottina, quale sistema umano ed egualitario di infliggere la pena capitale, 225 anni fa.  E la utilizzò per l’ultima volta 40 anni fa: il 10 settembre 1977. 

Almeno 40.000 teste sono cadute in Francia prima che la pena capitale fosse abolita nel 1981.

Nicolas -Jacques Pelletier fu la prima vittima della macchina assassina il 25 aprile 1792. L’ultima decapitazione in Francia fu quella di Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino, eseguita il 10 settembre 1977. 

Durante la Rivoluzione Francese si ritiene sia stato superato il numero di 40.000 decapitazioni.

Dal 1965 fino all’ultima esecuzione nel 1977 sono state effettuate solo 8 esecuzioni.

L’inventore della famosa macchina per le esecuzioni, il dottor Joseph-Ignace Guillotin, nel 1789 si dette da fare perché si eseguisse una decapitazione davanti all’Assemblea Nazionale per dimostrare che la nuova macchina metteva in pratica lo spirito di libertà, uguaglianza e fraternità (1).

Fino ad allora i criminali comuni venivano uccisi con metodi crudeli come l’impiccagione o il rogo, o venivano trucidati sulla ruota mentre i felloni aristocratici avevano il privilegio di una veloce decapitazione. Una buona mancia convinceva il boia ad agire velocemente con un colpo secco.

La ghigliottina fu promossa come strumento che avrebbe decapitato meglio di una spada o di un’ascia.

La scoperta, con l’esecuzione di Djandoubi, che lo strumento non era così perfetto come sosteneva il suo inventore contribuì al suo accantonamento. Un dottore presente testimoniò che Djandoubi rimase reattivo per circa 30 secondi dopo la decapitazione.

Non era la prima volta che si constatava che il condannato rimaneva cosciente per un tempo tragicamente lungo. Henry Languille, ghigliottinato nel 1905, dopo essere stato decapitato rivolse lo sguardo verso un testimone che aveva pronunciato il suo nome. 

L’abolizione della pena capitale fu inserita nella Costituzione della V Repubblica Francese nel 2007. È stata anche proibita l’estradizione di criminali dalla Francia in paesi dove potrebbero essere condannati a morte. (Pupa)

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(1)  V. n. 227

13) NOTIZIARIO

 

Corea del Nord. Rischia la pena di morte chi prende in giro il Presidente. Gli ufficiali e i soldati del Secondo corpo d’armata nord coreano che hanno dileggiato il Presidente sono stati arrestati e rischiano la pena di morte. A metà aprile Radio Free Asia ha affermato: “Le notizie relative a membri del Secondo corpo d’armata che hanno preso in giro Kim Jung-un sono giunte fino all’Ufficio Politico Generale dell’Esercito Popolare e i militari arrestati rischiano di essere severamente puniti”. Secondo l’agenzia UPI, altri militari si sono riferiti a Kim Joung-un come a uno psicolabile. Sembra che Kim Jung-un stia perdendo ascendente tra i Nord-coreani e che sia particolarmente impopolare tra i militari.

 

Florida. Negata a Tommy Zeigler la possibilità di far eseguire avanzati test del DNA. Il 21 aprile la Corte Suprema della Florida ha negato definitivamente a  William "Tommy" Zeigler la possibilità di far eseguire dei test del DNA avanzati, detti touch DNA tests, sulle superfici di oggetti prelevati dalla scena del crimine per il quale egli fu condannato alla pena capitale. (v. n. 230). Ricordiamo che il nostro amico floridiano Dale Recinella sostiene l’innocenza di Zeigler, ora 71-enne, che si trova nel braccio della morte da oltre 40 anni. Tommy Zeigler fu condannato a morte con l’accusa di aver ucciso nel proprio negozio sua moglie, i suoceri e una quarta persona il 24 dicembre 1975. In quell’occasione egli rimase gravemente ferito. Ora potrebbe essere fissata per il condannato una data di esecuzione. (Sul caso di Tommy Zeigler v. nn. citati nel n. 230).

 

Siria. L’ISIS compie 33 esecuzioni nel deserto. Nel deserto di al-Mayadin vicino a Deir ez-Zor, l’ISIS ha giustiziato 33 persone “con armi da taglio”. Lo ha reso noto il 5 aprile un'organizzazione che segue il conflitto. “Lo Stato Islamico (ISIS) ha giustiziato 33 persone di età compresa tra i 18 e i 25 anni nel deserto di al-Mayadin, in un’area ubicata a 8 km a sud-ovest della città di al-Mayadin,” si legge in un comunicato dell'Osservatorio per i Diritti Umani in Siria (SOHR), organizzazione che ha sede nel Regno Unito. Il SOHR precisa che suoi attivisti “sono stati in grado di osservare le esecuzioni e di vedere i corpi”.

 

Texas. Paul Storey forse si salverà. La Corte Criminale d’Appello del Texas ha sospeso con 5 giorni di anticipo l’esecuzione di Paul Storey programmata per il 12 aprile (1).La sospensione è stata ordinata perché l’accusa durante il processo affermò che i genitori della vittima di Storey, Jonas Cherry, volevano per lui la pena di morte e in realtà era così. La madre e il padre di Jonas in febbraio hanno scritto al Governatore Greg Abbott e alla Commissione per le Grazie del Texas di non aver mai voluto la pena di morte per l’uccisore del figlio, bensì l’ergastolo, e di aver detto ciò chiaramente all’accusa. Sven Berger, uno dei giurati che condannarono alla pena capitale Storey, ha dichiarato di essere stato tratto in inganno e che avrebbe sicuramente votato per l’ergastolo se avesse conosciuto la posizione dei genitori della vittima di Paul Storey. La ripetizione della seconda fase del processo capitale contro Paul Storey verrà disposta solo se si dimostrerà che i fatti contestati non erano venuti a conoscenza della difesa prima d’ora.  

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(1)  Sul caso di Paul Storey e sull’eroico impegno della madre in suo favore abbiamo scritto nel n. 235.

 

Virginia. Il Governatore commuta in extremis una condanna a morte. Ivan Teleguz fu condannato a morte nel 2001 in Virginia quale mandante dell’omicidio della propria ex, la 20-enne Stephanie Sipe, madre di un bimbo. L’accusa si giovò anche della testimonianza dell’omicida, Michael Hetrick, che ricevette, in cambio, l’ergastolo invece della pena di morte. Avvicinandosi il 25 aprile, data fissata per l’esecuzione, in favore di Ivan Teleguz si sono mobilitate molte persone convinte della sua innocenza, anche personaggi notoriamente a favore dalla pena di morte. Una petizione a sostegno del condannato ha raggiunto le 113.000 firme. Il Governatore Terry McAuliffe ha pensato bene di togliersi dalle peste con una soluzione di compromesso: negare la grazia ma commutare la condanna di Teleguz in ergastolo. Alle 15 e 30’ del 20 aprile McAuliffe ha dichiarato: “A conclusione di un accurato esame da me fatto, ho deciso di respingere la richiesta di grazia del signor Teleguz. Tuttavia commuto la sua sentenza capitale in ergastolo senza possibilità di liberazione sulla parola.”. “Il signor Teleguz passerà il resto della sua vita in una cella,” ha sentenziato il Governatore. “Comunque dalla mia revisione delle circostanze riguardanti la sua condanna a morte è emerso che la fase di inflizione della pena nel suo processo fu terribilmente viziata e ingiusta.” “Il nostro sistema giudiziario è basato sulla corretteza”, ha concluso Terry McAuliffe

 

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 2 maggio 2017