FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

 

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

 

Numero 228 -  Aprile 2016

Mary Jane Veloso il 21 aprile alla festa femminista del Kartini Day

 

 

SOMMARIO:

 

1) Il giudice Stephen Breyer torna ad attaccare la pena di morte                      2) Invecchiare e morire di morte naturale nel braccio del Texas                       3) Avviene nel braccio l'annunciata morte di Max Soffar in Texas                     4) Il regolamento carcerario del Texas viola la costituzione USA?                    5) In Norvegia una lezione di diritti umani per lo stragista Breivik                    6) L'uccisione di un barbone di Los Angeles fu ingiustificata                              7) Agli eredi di Glenn Ford, nero innocente, un modesto indennizzo?                8) Il caso di Cameron Todd Willingham non è chiuso                                           9) Grottesco mercanteggiare sul 'prezzo del sangue' ad Abu Dhabi                  10) Mary Jane Veloso è ancora viva, un anno fa fu data per morta                   11) Iran: Renzi e gli altri politici europei fanno orecchie da mercante              12) È uscito il rapporto di Amnesty International sulla pena di morte               13) Il nuovo Segretario Generale ONU si impegni per i diritti umani                 14) l’America deve riconsiderare le ragioni della pena di morte                       15) Notiziario: Cina, Italia, Nigeria, USA                                                                                     

 

 

1) IL GIUDICE STEPHEN BREYER TORNA AD ATTACCARE LA PENA DI MORTE

 

Il tarlo del dubbio riguardo alla costituzionalità della pena di morte è entrato nella Corte Suprema degli Stati Uniti... potrebbe portare all'abolizione della pena capitale nel paese.

 

Tornando ad attaccare la pena di morte, il giudice progressista Stephen G. Breyer ha scritto - in una opinione di dissenso del 2 maggio - che la maggioranza della Corte Suprema USA ha errato nel respingere una contestazione del sistema della pena di morte della California. Sistema da lui definito inaffidabile, arbitrario, e tormentato da “ritardi incredibilmente prolungati.”

La contestazione era stata avanzata da tale Richard D. Boyer che si era riferito allo stress della sua lunga attesa nel braccio della morte dopo essere stato condannato alla pena capitale nel 1984.

Breyer ha citato un’indagine compiuta nel 2008 da una commissione statale californiana ed ha affermato che il ritardo nel caso di Boyer è il prodotto di un sistema che non funziona.

“Sono più i condannati a morte suicidi di quelli giustiziati” ha scritto Breyer. “Infatti solo una piccola percentuale, che appare scelta a caso, dei condannati a morte è stata giustiziata. Una vasta e crescente maggioranza di essi rimane carcerata, come Boyer, sotto la minaccia dell’esecuzione per periodi di tempo sempre più lunghi.”

Per contro il giudice ultraconservatore Clarence Thomas ha scritto sarcasticamente: “Non mi risulta che ci sia, nella tradizione costituzionale americana o nei precedenti di questa Corte, alcun sostegno alla tesi che un accusato possa disporre di una panoplia di procedure di appello e collaterali e poi possa lamentare che la sua esecuzione venga rimandata.”

Come abbiamo già scritto, il giudice Stephen Breyer ha assunto una posizione nettamente contraria alla pena di morte. Nello scorso giugno con un'opinione di dissenso di ben 46 pagine aveva invitato la Corte a porsi il problema costituzionalità o meno della pena di morte negli USA. “È altamente probabile che la pena di morte violi l’Ottavo emendamento della Costituzione [che vieta le pene crudeli ed inusuali]” aveva scritto, osservando che le esonerazioni di condannati a morte sono frequenti, che vi sono prove che siano stati messi a morte innocenti, che le sentenze capi­tali vengono imposte arbitrariamente e che il sistema della pena di morte è affetto da discriminazioni razziali e influenzato dalla politica (1).

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(1) V. n. 222, “Glossip è andato buca ma ora…”

 

 

2) INVECCHIARE E MORIRE DI MORTE NATURALE NEL BRACCIO DEL TEXAS

 

Trascorrere decine di anni nel braccio della morte costituisce una prolungata tortura. Jack Harry Smith, che ha passato 38 anni nel braccio della morte del Texas, morendovi a 78 anni di età, abbandonato da tutti, è stato seppellito dalle guardie nel cimitero del carcere.

 

Il 9 aprile Jack Harry Smith, detenuto per 38 anni nel braccio della morte in Texas, è deceduto per cause naturali a 78 anni di età nell’infermeria di un carcere di Huntsville, nella quale era stato ricoverato una settimana prima.

Condannato a morte nel 1978 per aver ucciso un commesso di un negozio durante una rapina che fruttò 90 dollari, Jack Smith ha continuato a dichiararsi innocente, affermando di non essere entrato all'interno del negozio e di non essere stato lui a sparare. Non era molto credibile anche perché prima dell’ultimo arresto egli aveva già scontato 17 anni di un ergastolo inflittogli dopo la seconda di due rapine.

Nel 1977 era uscito dal carcere sulla parola ma dopo un anno era stato arrestato di nuovo per il delitto che gli procurò la condanna a morte. Durante il processo capitale, il suo complice, Jerom L. Haminton, per aver salva la vita, aveva testimoniato contro di lui. Contro di lui aveva testimoniato anche il cassiere del negozio.

Nel corso di un'intervista di qualche anno fa all'Associated Press, lamentandosi della lentezza delle procedure d’appello, Smith aveva detto che il sistema voleva farlo morire di vecchiaia sperperando così soldi pubblici per "quella sorta di ospitalità" che gli veniva data.

Jack H. Smith era il più vecchio ospite del braccio della morte del Texas. La sua vita è trascorsa quasi tutta in carcere. Pressoché privo di istruzione (solo 6 anni di scuola) prima di andare in prigione aveva lavorato come fabbro.

Della sua famiglia non si sa nulla, né ha mai ricevuto visite. Neanche per il suo funerale è uscito dall’area carceraria; è stato seppellito dal personale penitenziario nel tristissimo cimitero di Huntsville (1). (Pupa)

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(1) V. foto nel n. 210.

 

 

3) AVVIENE NEL BRACCIO L'ANNUNCIATA MORTE DI MAX SOFFAR IN TEXAS

 

Inutili preghiere: Max Soffar non è stato liberato dal braccio della morte neanche per morire.

 

Dobbiamo dire addio ad un'altro amico del Comitato: alle ore 5 e 24 minuti del 24 aprile è deceduto nell'infermeria della Polunski Unit, Max Soffar di 60 anni (1).

Con fredda precisione, il TDCJ (Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas) ha comunicato l'uscita dal braccio della morte di uno dei suoi più affezionati ospiti: Soffar era nel braccio da ben 35 anni! (2)

Ora si possono mettere il cuore in pace la moglie di Soffar, sua pen pal, e tutti coloro che si sono inutilmente adoperati negli ultimi due anni per ottenere che il detenuto, minato dal cancro, potesse morire in libertà. (3)

Suor Helen Prejean nel 2014 aveva inoltrato al governatore Rick Perry una petizione in tal senso firmata da 100 mila persone.

Come suor Helen, anche noi crediamo che dovesse essere usata pietà verso una persona che tanti anni fa non ne ebbe - se fu veramente colpevole (4) - quando uccise 4 persone e ne ferì un'altra nel corso di una rapina il 14 luglio 1980.

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(1) Max Soffar è stato intervistato ed è stato seguito dal Comitato, v. n. 114. V. anche nn.: 118, Notiziario; 123, Notiziario; 125; 137, Notiziario; 178, Notiziario.

(2) Solo 6 condannati a morte su 245, potevano 'vantare' un'anzianità nel braccio della morte del Texas superiore a quella raggiunta da Soffar.

(3) V. n. 216.

(4) Max Soffar si è sempre proclamato innocente. 

 

4) IL REGOLAMENTO CARCERARIO DEL TEXAS VIOLA LA COSTITUZIONE USA?

 

Il nuovo pervasivo regolamento delle carceri del Texas, colpisce anche gli amici dei detenuti.

 

Il 15 aprile è entrato in vigore il nuovo regolamento riguardante le carceri, redatto dal Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas (TDCJ) (1). Si tratta di una angosciante poderoso testo di 134 pagine (2) 

Tale regolamento affronta in modo pervasivo i vari aspetti di una terribile detenzione e preoccupa, fra l'alto, perché pretende addirittura di vietare ai famigliari, agli amici e ai corrispondenti dei carcerati di creare in Internet siti e account a nome dei detenuti (3).

Questo divieto - affermano le autorità carcerarie - si è reso necessario perché molti reclusi usano in modo scorretto i social media sfruttando la notorietà dei loro crimini, importunando le loro vittime o le famiglie delle vittime e continuando le loro attività criminali.

Come sappiamo, i testi redatti dai detenuti vengono inviati per posta cartacea ai corrispondenti fuori dal carcere e costoro si premurano di pubblicarli in Internet. Sono descrizioni della vita in carcere, poesie e racconti...

Ovviamente, non potendosi punire le persone al di fuori del carcere, le punizioni in caso di infrazione di tali divieti ricadranno sui detenuti.

Il nuovo regolamento però può essere considerato una violazione delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione USA, a cominciare dalla libertà di espressione. Basandosi su ciò i corrispondenti dei detenuti e gli abolizionisti cercheranno di farlo emendare. (Pupa)

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(1) Vi sono ben 108 carceri nel Texas, di cui una molto piccola, la Polunsky Unit, costituisce il braccio della morte.

(2) V. http://www.tdcj.state.tx.us/documents/Offender_Orientation_Handbook_English.pdf

(3) Il Texas non è il solo stato USA a porre divieti del genere, lo fanno anche la South Carolina e il Maine.

 

 

5) IN NORVEGIA UNA LEZIONE DI DIRITTI UMANI PER LO STRAGISTA BREIVIK

 

Il neonazista Breivik uccise 77 persone e ne ferì centinaia ma la Norvegia rispetta tutti i suoi diritti.

 

Una sentenza emessa il 20 aprile della magistratura norvegese ha dato ragione ad Anders Breivik, estremista di destra e stragista, che aveva contestato il trattamento 'inumano e degradante' subito in carcere.

Breivik - che fece centinaia di feriti e uccise in totale 77 persone in due attentati compiuti il 22 luglio del 2011 (1) - è detenuto in un appartamentino di tre ambienti in cui può leggere i giornali, giocare video games, guardare TV e DVD, e fare esercizio fisico. Nonostante ciò la giudice Helen Andenaes Sekulic della corte distrettuale di Oslo ha sentenziato che la Norvegia ha violato l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani per averlo tenuto in isolamento per quasi cinque anni.

La proibizione dei trattamenti inumani e degradanti "costituisce un valore fondamentale di una società democratica", ha scritto la Andenaes Sekulic. "Essa riguarda qualsiasi caso, anche se si tratta di terrorismo ed omicidio". Il governo norvegese si è pure visto condannato a pagare le spese legali sostenute dal detenuto ammontanti a 331.000 corone (circa 35.000 euro).

Breivik nel suo ricorso aveva contestato l'isolamento, nonché le perquisizioni e l'applicazione di manette negli spostamenti da una parte all'altra del carcere.

Sulle emozioni generate in Italia da questo evento, Riccardo Dal Ferro il 21 aprile ha scritto in un brillante articolo intitolato "Breivick ha perso, vincendo" (2):

"Ieri sui social di tutta Italia è scoppiata l’indignazione. La sentenza della Corte norvegese che risarcirà il detenuto Anders Breivik per maltrattamenti e violazione dei diritti umani ha fatto scalpore tra gli opinionisti. Sembra incredibile infatti che l’assassino di settantasette ragazzi innocenti possa vincere una causa per violazione dei diritti umani. “E dei diritti di quei 77 ragazzi?” si legge su Twitter. “Faccio volentieri a meno della civiltà norvegese” scrive un altro su Facebook. Ma come sempre, l’idiozia parla prima della ragione. Ciò che emerge da questa vicenda, dalla quale avremmo così tanto da imparare, è solo una cosa: ha vinto il detenuto Breivik, e in questo modo ha perso l’ideo­logia Breivik. Basterebbe leggere un po’ Cesare Beccaria per capire quanto lontana la legge dovrebbe essere dalle logiche di vendetta. [...] Certo, so che in Italia questo è un concetto difficile da mandare giù, anche se il nostro Paese è quello da cui è nato, perlomeno in forma filosofica. Ciò che è accaduto deve far riflettere perché si tratta della vittoria della civiltà sulla barbarie: la civiltà giuridica che schiaccia con raffinatezza e charme la barbarie ideologica propugnata da Breivik che, in un ultimo gesto di disperato simbolismo, tende il saluto nazista al cielo di fronte al silenzio indifferente dell’aula. Questa sentenza rimarca di nuovo la forza indiscriminata del diritto razionale e lo fa con la pacatezza di un riconoscimento: persino al detenuto odiato Breivik, che è un uomo e non un diavolo (“Diritti umani a uno che non è un umano?” si legge su Twitter), viene riconosciuto ciò che lui stesso ha tolto alle vittime di quella strage [...]

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(1) Egli fu condannato alla massima pena prevista dal codice della Norvegia - 21 anni di detenzione - per aver ucciso 8 persone in un attentato dinamitardo davanti ad un palazzo governativo di Oslo, ferendone moltissime, e aver poi freddato a colpi di arma da fuoco 69 persone, molte delle quali minorenni, che partecipavano ad un campo estivo del partito laburista nell'isola di Utøya.

(2) V. http://www.labottegadelbarbieri.org/author/dalferro-ric/

 

 

6) L'UCCISIONE DI UN BARBONE DI LOS ANGELES FU INGIUSTIFICATA

 

L'aumentata attenzione dei media per le numerose uccisioni ingiustificate compiute delle polizie negli Stati Uniti forse comincia ad avere qualche effetto positivo.

 

La notte del 5 maggio 2015 due poliziotti del quartiere di Venice di Los Angeles, Clifford Proctor e Jonathan Kawahara, rispondono ad una richiesta di intervento: un barbone importuna gli avventori di un ristorante.

L'uomo è di colore, senza fissa dimora, si chiama Brendon Glenn e ha 29 anni. Dopo essersi allon­tanato dal ristorante, Glenn comincia ad aggredire verbalmente i padroni di un bar. Spintonato via da un buttafuori, reagisce.

I due agenti decidono di arrestarlo. Glenn risponde con turpiloquio ai poliziotti che lo atterrano. All'improvviso l'agente Proctor, anche lui di colore, gli spara due colpi di pistola nella schiena e lo uccide.

Proctor ha affermato di aver sparato perché il braccio di Glenn si avvicinava pericolosamente alla pistola del collega. A smentire la sua versione, però, è la telecamera di un ristorante che ha ripreso la scena mostrando Glenn immobilizzato ventre a terra.

La Commissione della Polizia, il 12 aprile scorso, dopo 11 mesi dai fatti, ha affermato che il comportamento dell'agente Clifford Proctor è stato un comportamento ingiustificato.

Ora gli attivisti contro le discriminazioni razziali chiedono per i due poliziotti un processo e la sospensione della paga.

Tali richieste non hanno molte probabilità di essere accolte dato che la magistratura della Contea di Los Angeles negli ultimi 15 anni non ha posto sotto accusa nessun pubblico ufficiale per aver sparato in servizio.

A Los Angeles le continue aggressioni da parte della polizia verso le minoranze (36 con armi da fuoco l'anno scorso, di cui 31 finite con la morte degli aggrediti) hanno mosso gruppi di attivisti e la stampa progressista a richiedere indagini più approfondite e una maggiore giustizia con la punizione dei colpevoli. (Pupa)

 

 

7) AGLI EREDI DI GLENN FORD, NERO INNOCENTE, UN MODESTO INDENNIZZO ?

 

La vita del nero Glenn Ford, calpestata dallo stato della Louisiana, forse sarà valutata 330.000 $      

 

Glenn Ford, un nero imprigionato in Louisiana per 30 anni - di cui 26 passati nel braccio della morte - per un omicidio che non aveva commesso, è stato messo in libertà l’11 marzo 2014 (1).

Il poveretto, malato di cancro, ha potuto passare solo un anno in libertà prima di morire il 29 giugno 2015.

Lo stato della Louisiana finché è vissuto gli ha negato un modesto indennizzo di 330.000 dollari perché non era stata dichiarata la sua "effettiva innocenza" (in Louisiana e in altri stati USA dopo essere stati esonerati da un delitto occorre provare la propria innocenza per ricevere un indennizzo).

Lo scorso anno, "Marty" Stroud III, pubblico accusatore nel processo contro Glenn Ford, dopo aver appreso i risultati di un'investigazione del 2013 sull'omicidio che era stato attribuito a costui, ha con­fessato pubblicamente, attraverso lo Shevreport Times, di essere stato arrogante, temerario, narcisista e pieno di sé il durante il processo contro Ford; di non essere stato interessato alla giustizia ma soltanto a vincere il processo.

Dunque Ford è morto ma vi sono speranze che la sua famiglia possa ancora beneficiare di qualche forma di giustizia. Il The News Star infatti scrive:

“Il deputato Cedric Glover nel suo secondo mandato parlamentare ha dichiarato alla stampa che è stata commessa una grande ingiustizia ed intende far approvare una legge che consenta l’indennizzo postumo di Glenn Ford con i 330.000 dollari previsti”.

Se la legge di Glover sarà approvata, la famiglia Ford potrà godere almeno di un modestissimo segno di compassione e di giustizia. (Pupa)

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(1) V. n. 213

 

 

8) IL CASO DI CAMERON TODD WILLINGHAM NON È CHIUSO

 

Due associazioni no profit continuano a lavorare sul caso di Cameron Todd Willingham che fu accusato ingiustamente di ave ucciso le sue 3 figliolette e messo a morte in Texas nel 2004.

 

Cameron Todd Willinghan fu accusato ingiustamente di aver dato fuoco alla propria abitazione di Corsicana in Texas allo scopo di uccidere le sue tre figliolette.

I tentativi di far piena luce sulla sua innocenza non sono finiti dopo la sua esecuzione avvenuta il 17 febbraio 2004 (1). Ciò nonostante il fatto che le autorità dello stato - a cominciare dall'ex governa­tore Rick Perry e dall'attuale governatore Greg Abbott - abbiano ostacolato ogni tentativo ufficiale di riabilitarlo (2).

Ora - come ci ricorda un editoriale del 16 aprile del San Antonio Express-News (3) - per merito del The Marshall Project e dell'Innocence Project, è emerso non solo che l'incendio si sviluppò in maniera del tutto indipendente da Willingham ma che l'accusatore John H. Jackson manipolò un informatore carcerario, tale Johnny E. Webb, in modo che questi testimoniasse il falso contro di lui.

Conseguenze negative da quanto emerge ora potrebbero esserci per lo stesso Jackson che l'Ordine degli Avvocati del Texas ha messo sotto inchiesta un anno fa e che potrebbe essere espulso dall'Ordine.

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(1) Cameron Todd Willingham fu seguito dal nostro amico Fabrizio De Rosso che andò a trovarlo poco prima della sua esecuzione e scrisse un bellissimo diario del proprio viaggio in Texas (v. n. 115).

(2) V. nn. 189, 191; n. 221, Notiziario.

(3) V. http://www.mysanantonio.com/opinion/editorials/article/Willingham-case-begs-for-justice-7251599.php

 

 

9) GROTTESCO MERCANTEGGIARE SUL 'PREZZO DEL SANGUE' AD ABU DHABI

 

L'indennizzo previsto nella legge islamica per i parenti della vittima di un omicidio può diventare un business. Negli Emirati Arabi Uniti occorre trovare il modo di regolamentare la questione.

 

In vari paesi di religione islamica, la famiglia di un condannato a morte può riscattare la vita del proprio congiunto pagando alla famiglia della vittima di un omicidio una somma chiamata 'prezzo del sangue'. Negli Emirati Arabi Uniti il prezzo del sangue è fissato in 200.000 dirham, pari a circa 47.000 euro (1).

“Quando una persona ha commesso un omicidio ed è condannata a morte, viene convocata la fami­glia della vittima e le vengono fatte tre domande: Volete perdonare? Volete accettare 200.000 dirham come prezzo del perdono? Insistete per l’esecuzione?”, ha chiarito un giudice del Dipartimento di Giustizia ad Abu Dhabi a fine aprile.

Accade però che le famiglie delle vittime chiedano somme assai superiori a quella stabilita, anche 10 volte tanto. Ciò non viene considerato illegale pur se esula della giurisdizione delle corti, nelle quali è tassativo accordarsi sulla base dei 200.000 dirham.

L'avvocato Rashed Al Hajri ha dichiarato che non è ammissibile che vengano chieste enormi somme di denaro asserendo che ciò è un segno di lutto e di rispetto per la persona uccisa. "Non si può attri­buire un prezzo ad un individuo e usare la sua vita per fare un affare, ottenendo quanto più denaro sia possibile. Anche se è comprensibile che si tenga conto del fatto che una vittima abbia lasciato dei figli piccoli e che si calcoli quanto costi il loro mantenimento", ha dichiarato costui.    

L’avvocatessa Huda Al Falamarzy ha proposto che siano le corti ad ospitare transazioni del genere.

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(1)  Tale somma equivarrebbe al costo di 100 cammelli.

 

 

10) MARY JANE VELOSO È ANCORA VIVA, UN ANNO FA FU DATA PER MORTA

 

Condannata a morte per importazione di droga in Indonesia, la domestica filippina Mary Jane Veloso un anno fa scampò miracolosamente all'esecuzione ma è ancora in pericolo.

 

La vita della domestica filippina Mary Jane Veloso, accusata di traffico di droga, fu salva inaspettatamente il 22 aprile 2015, giorno in cui l'Indonesia fucilò 8 persone accusate di reati di droga, tra cui 7 stranieri, ignorando una imponente mobilitazione internazionale in loro favore (1).

Tanta fu l'incredulità per la salvezza della Veloso che alcuni giornali filippini scrissero erroneamente in prima pagina che anche lei era stata giustiziata.

Si ritiene che Mary Jane Veloso, povera domestica madre di due figli piccoli, si salvò perché le Filippine, oltre a esercitare tutte le possibili pressioni sull'Indonesia, arrestarono due persone, Maria Kristina Sergio e Julius Lacanilao, accusandole di essere responsabili di un traffico di manodopera all'interno del quale era stata 'esportata' in Indonesia la Veloso.

Secondo un trattato internazionale che lega le Filippine e l'Indonesia, vi è l'obbligo di consentire le testimonianze di cittadini di uno dei due stati in processi che si celebrano nell'altro stato. Quindi Mary Jane Veloso dovrebbe andare nelle Filippine per testimoniare nel processo a carico della Sergio e di Julius Lacanilao.

Immediatamente prima che la Veloso fosse messa a morte l'anno scorso, la Sergio si consegnò alla polizia di Manila e il presidente delle Filippine, Benigno Aquino, chiese di salvare la connazionale perché potesse testimoniare contro di lei. 

Le organizzazioni non governative che si adoperano in favore della Veloso premono perché le due persone arrestate nelle Filippine vengano condannate. Solo se avverrà così - e al più presto - la domestica condannata a morte in Indonesia avrà salva la vita.

La situazione è tutt'altro che chiara e stabile. Le autorità indonesiane avvertono che le esecuzioni nel paese possono riprendere da un momento all'altro e il Procuratore generale ha dichiarato nel gen­naio scorso che l'Indonesia è pronta a giustiziare la Veloso.

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(1) V. n. 221

 

 

11) IRAN: RENZI E GLI ALTRI POLITICI EUROPEI FANNO ORECCHIE DA MERCANTE

 

È ingiusto e miope anteporre gli affari economici al perseguimento dei diritti umani fondamentali.

 

L’11 aprile, nell’imminenza della visita di Matteo Renzi a Teheran, Amnesty International Italia ha fatto sapere di aver chiesto al nostro capo di governo di manifestare alle autorità dell'Iran preoccupa­zione per l'incessante uso della pena di morte nel paese.

Non avendo avuto alcun riscontro circa eventuali colloqui in tema di diritti umani nel corso della recente visita del presidente iraniano Rouhani a Roma (1), Amnesty ha chiesto a Renzi di cogliere l'occasione per farsi promotore di un miglioramento della situazione dei diritti umani in Iran, nel contesto delle relazioni bilaterali tra i due paesi.

Non ci risulta che tali richieste abbiano avuto qualche seguito e men che meno qualche effetto. Anzi durante la visita di Renzi le esecuzioni in Iran hanno raggiunto un picco.

Il 13 aprile, contemporaneamente alla visita di Renzi e alla vigilia della visita a Teheran di Federica Mogherini - Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri – sono stati impiccati ben 8 detenuti nel carcere di Karaj. A queste esecuzioni vanno aggiunte un’esecuzione portata a termine giorno 11 a Tabriz e la messa in isolamento in preparazione dell’esecuzione di 5 detenuti ad Isfahan.

Shole Pakravan, madre di Reyhaneh Jabbari, la giovane donna impiccata il 25 ottobre del 2014 per aver ucciso un agente segreto che intendeva violentarla (2), ha scritto una veemente articolata lettera aperta la vigilia della visita a Teheran di Matteo Renzi: “Non capisco perché egli si metta in viaggio per l’Iran. Può darsi che cerchi soldi, commercio, petrolio…”

Non ci risulta che l’iniziativa della signora Shole Pakravan abbia avuto qualche riscontro.

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(1) V. n. 226, Notiziario, n. 225, Notiziario

(2) V. ampio articolo nel n. 217

 

 

12) È USCITO IL RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SULLA PENA DI MORTE

 

Il 6 aprile è uscito il nuovo Rapporto di Amnesty International sulle Condanne a morte e le esecuzioni con i dati aggiornati alla fine del 2015. L'impegnativo documento di 70 pagine è disponibile sia in inglese (1) che in italiano (2). Riportiamo l'ottima sintesi del Rapporto che è stata pubblicata nella newsletter del Coordinamento pena di morte di Amnesty International Italia, invitando chi vuole acce­dere al documento in questione ad utilizzare link riportati in calce.

 

"Il 2015 è stato l’anno con più esecuzioni nell’ultimo quarto di secolo. Tre i paesi in cima alla lista: Iran, Pakistan e Arabia Saudita. Eppure, grazie a quattro abolizioni, per la prima volta nella storia, la maggior parte dei paesi del mondo risulta abolizionista per tutti i reati. È quanto emerge dal nuovo Rapporto sull’uso della pena di morte diffuso da Amnesty International che fa un bilancio di quanto accaduto lo scorso anno. 

Nel 2015 sono stati messi a morte almeno 1.634 prigionieri, oltre il doppio rispetto all’anno precedente e il più alto numero registrato da Amnesty International dal 1989. Il dato del 2015 non comprende la Cina, paese dove si ritiene che le esecuzioni siano state migliaia e che tuttavia tratta le informazioni sulla pena di morte come segreto di stato. Tre paesi sono responsabili dell’89 per cento di tutte le esecuzioni registrate da Amnesty International: Iran, Pakistan e Arabia Saudita. 

L’Iran ha messo a morte almeno 977 prigionieri, rispetto ai 743 del 2014, la maggior parte dei quali per reati di droga. L’Iran resta uno degli ultimi paesi al mondo a mettere a morte minorenni al mo­mento del reato: almeno quattro nel 2015. Il Pakistan ha proseguito nella scia di omicidi di stato iniziata nel dicembre 2014 con la fine della moratoria sulle esecuzioni di civili. Nel 2015 sono stati impiccati oltre 320 prigionieri, tra cui cinque minorenni al momento del reato, il maggior numero mai registrato da Amnesty International. 

In Arabia Saudita le esecuzioni sono aumentate del 76 per cento rispetto al 2014, con almeno 158 prigionieri messi a morte.  Il numero dei paesi in cui sono state eseguite condanne a morte è salito a 25, rispetto ai 22 del 2014 e almeno sei paesi che non avevano eseguito condanne a morte nell’anno precedente lo hanno fatto nel 2015: tra questi vi è il Ciad, dove le esecuzioni sono riprese dopo oltre un decennio.

Nonostante i passi indietro del 2015, il mondo continua a marciare in direzione dell’abolizione della pena di morte. Quattro paesi, Figi, Madagascar, Repubblica del Congo e Suriname, hanno abolito la pena di morte per tutti i reati mentre in Mongolia è stato adottato un nuovo codice penale abolizionista che entrerà in vigore nel corso del 2016.

Per la prima volta la maggioranza dei paesi del mondo, 102, è completamente abolizionista. In totale, sono 140 quelli che non ricorrono più alla pena di morte per legge o nella pratica. 

“Il 2015 è stato un anno di estremi.  Abbiamo assistito a sviluppi inquietanti ma anche a passi avanti che ci hanno dato speranza,” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. "

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(1)   http://www.amnesty.org/en/documents/act50/3487/2016/en/     ( >   English  e  Download PDF )

(2)   http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/pdf/rapportopenadimorte2015.pdf

 

 

13) IL NUOVO SEGRETARIO GENERALE ONU SI IMPEGNI PER I DIRITTI UMANI

 

A fine anno ci sarà l'avvicendamento del Segretario Generale della Nazioni Unite, un’autorità che ha un rilevante potere riguardo al rispetto dei diritti umani nel mondo.

 

L'attuale Segretario Generale della Nazioni Unite, il sudcoreano Ban Ki-moon, è arrivato alla fine del secondo quinquennio di permanenza in carica (1). Avendo deciso di non concorrere per una terza elezione lascerà il suo incarico ad un successore a fine anno.

Il Segretario Generale ONU è eletto con i voti dei 193 rappresentanti degli stati membri nell'Assemblea Generale. I candidati vengono però proposti Assemblea Generale dal Consiglio di Sicurezza, composto di 15 membri di cui i 5 membri permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) hanno diritto di veto.

Amnesty International, Human Rights Watch e altre 4 importanti organizzazioni per i diritti umani hanno indirizzato ai candidati alla successione (ve ne sono finora 8, potrebbero aggiungersene altri, tra cui, forse, Angela Merkel) e agli stati elettori, una serie di richieste.

Tra queste richieste vi è una politica nei riguardi dei rifugiati e dei migranti che sia basata "su una sostenuta cooperazione internazionale con equa distribuzione delle responsabilità per il reinsediamento delle persone in arrivo".

Al nuovo capo dell'ONU si richiede di utilizzare la Carta delle Nazioni Unite per prevenire e por termine alle atrocità di massa a cominciare dai deliberati attacchi alle popolazioni civili.

Ai candidati viene inoltre chiesto l'impegno di lavorare: per ottenere l'abolizione universale della pena di morte nell'arco del proprio mandato, per assicurare i diritti delle minoranze e i diritti di 'ge­nere', per il perseguimento degli autori di crimini ricadenti della giurisdizione internazionale.

Il nuovo Segretario Generale dovrà scoraggiare l'opposizione del veto da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza nel perseguire i paesi autori di atrocità, come è avvenuto nel 2014 con la richiesta di deferire la Siria alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, richiesta bloccata del veto della Russia e della Cina.

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(1)  Il suo predecessore fu Kofi Annan, proveniente dal Ghana, che rimase in carica dal gennaio 1992 al dicembre 2006.

 

 

14) L’AMERICA DEVE RICONSIDERARE LE RAGIONI DELLA PENA DI MORTE

 

Fernando riflette sulla pena di morte e parla del prossimo referendum abolizionista in California

 

San Quentin, 18 aprile 2016

L’America deve riconsiderare le ragioni e gli scopi della pena di morte. Questo paese deve domandarsi quali benefici la pena di morte arrechi alla giustizia. Non è di certo un deterrente! Le esecuzioni non dovrebbero servire per ottenere vantaggi economici o politici. Le condanne a morte, e gli appelli che ne derivano, producono considerevoli entrate per gli avvocati, ma questa non deve essere una ragione per continuare a spedire le persone nel braccio della morte.

Dobbiamo cambiare la cultura che ritiene che le punizioni durissime siano in grado di correggere tutti i mali della società. Il crimine violento è sempre esistito. Giustiziare le persone non ha mai fermato o ridotto il crimine violento. Le condanne a morte sono soprattutto un prodotto dell’ideologia “duri con la criminalità” degli anni ’70. Neppure tale ideologia riuscì a fermare i crimini violenti.

In California ci si sta rendendo conto che le cose devono cambiare. Il cambiamento delle regole, e in particolare l’abolizione della pena di morte, ha da sempre incontrato l'opposizione delle lobby forcaiole. Ma si vede una luce alla fine del tunnel. Adesso ci sono sempre più persone che pensano al costo e alle conseguenze della pena di morte. Moltissime persone stanno rendendosi conto che il sistema è marcio. Ci sono state meno condanne a morte negli ultimi tempi in California.   

Il prossimo novembre la popolazione californiana voterà in un referendum per l'abolizione della pena capitale.

Non è possibile fare previsioni su ciò che accadrà. La mentalità della gente cambia lentamente, ma i cambiamenti possono essere stimolati dalle nuove leggi. Se si abolirà la pena di morte in California, ci vorrà un po' di tempo, ma poi le persone accetteranno il cambiamento e continueranno a vivere la propria vita esattamente come prima.

Fernando Eros caro

 

 

 

15) NOTIZIARIO

 

Cina. Pena capitale per spionaggio. La dirigenza cinese sembra essere sempre più ossessionata dalla possibilità che la sicurezza del paese e la propria sicurezza sia compromessa dalla spionaggio. Sotto la presidenza di Wo Weihan è stata addirittura istituita una 'giornata nazionale antispionaggio' con grande partecipazione popolare: la cittadinanza è invitata attraverso i media, e perfino i fumetti, a denunciare le spie. Il 19 aprile il governo di Pechino ha fatto sapere che è stata pronunciata la condanna a morte dell'informatico 41-enne Huang Yu che lavorava a Chengdu nel sudovest della Cina come specialista di crittografia. Egli avrebbe venduto tra il 2002 e il 2011 materiale segreto includente codici per la crittografia militare ricavandone l'equivalente di 700.000 dollari. Lo spionaggio è reato capitale non solo in Cina ma anche in alti paesi che hanno una forte componente militare, come gli Stati Uniti d'America. Dopo il caso dei coniugi Rosenberg dei primi anni cinquanta, negli USA non si è più parlato di pena capitale per spionaggio. In Cina invece vi sono state recenti esecuzioni per spionaggio: il 28 novembre 2008 fu ucciso con un colpo di fucile alla testa Wo Weihan che aveva passato segreti a Taiwan. Oltre lui, fu messo a morte un suo parente.

 

Cina. Un tombarolo è stato condannato a morte. Il 14 aprile è stato condannato a morte in Mongolia Interna tale Yao Yuzhong capo di una banda di scavatori abusivi di tombe.  Tre membri della banda hanno ricevuto una condanna a vita e altri 22 condanne alla detenzione di varia entità. La condanna a morte è stata inflitta con una sospensione di 2 anni. Dal momento che la pratica degli scavi abusivi e del commercio di reperti ha una enorme diffusione in Cina, dobbiamo ritenere che Yao Yuzhong sia stato particolarmente sfortunato. Tuttavia, se Yao Yuzhong si comporterà bene nei prossimi due anni e si dimostrerà pentito, la sua sentenza capitale potrebbe essere commutata.

 

Italia. Giuseppe Uva morì in custodia 8 anni fa, nessun responsabile? Il 15 aprile Amnesty International Italia ha espresso profonda insoddisfazione per la sentenza di assoluzione relativa al caso di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 nel reparto psichiatrico dell'Ospedale di Circolo di Varese dopo esservi arrivato dalla caserma dei carabinieri di Via Saffi dove aveva trascorso la notte. "Si tratta di una brutta pagina di storia giudiziaria - ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia - che richiama ancora una volta la necessità e l’urgenza di prevedere strumenti più adeguati di prevenzione e punizione delle morti in custodia".

 

Nigeria. Amnesty chiede i rilascio della ragazze rapite due anni fa da Boko haram. Il 14 aprile, secondo anniversario del rapimento delle oltre 270 alunne di Chibok (v. n. 214, Notiziario, n. 217), Amnesty International ha chiesto che tutte le persone rapite da Boko haram siano rilasciate e tutti coloro le cui vite sono state devastate dal gruppo armato ricevano sostegno e giustizia. "La sofferenza di genitori che non vedono le loro figlie da due anni è inimmaginabile" - ha dichiarato M. K. Ibrahim, direttore di Amnesty International Nigeria. "Oltre alle alunne di Chibok, oggi ricordiamo tutti coloro che sono stati rapiti, uccisi e sfollati. Due anni dopo, le ragazze di Chibok sono diventate il simbolo di tutti i civili la cui vita è stata devastata da Boko haram" - ha aggiunto Ibrahim. La sorte di 219 delle 276 alunne rapite da una scuola di Chibok resta sconosciuta, così come quella di migliaia di donne, bambine, ragazzi e bambini rapiti da Boko haram. "Il governo di Muhammadu Buhari deve fare tutto ciò che è possibile, nel rispetto della legge, per porre fine all'agonia dei genitori delle alunne di Chibok e di tutte le altre vittime di rapimento. Deve fare più di quanto fatto finora per riportare a casa le ragazze, garantire la protezione dei civili nel nord-est del paese e assicurare l'accesso all'istruzione delle bambine e dei bambini di quella regione" - ha proseguito Ibrahim. In favore delle ragazze di Chibok si è impegnata anche la giovane pakistana Malala Yousafzai, Premio Nobel per la Pace (v. n. 217).

 

USA. Le armi presenti ovunque uccidono anche per gioco. A Milwaukee nel Wisconsin il 26 aprile un bimbo di due anni ha preso una pistola che era spuntata da sotto il sedile del guidatore e ha sparato attraverso il sedile alla madre 26-enne, Patrice Price. La donna ha fatto in tempo ad accostare e a fermare l'auto prima di morire. Nei sette giorni precedenti le cronache avevano riportato, fra l'altro, che un bambino di 3 anni in Georgia, un bambino di 3 anni in Louisiana, uno di 2 anni in Missouri, una bambina di 2 anni in Indiana si erano uccisi con armi da fuoco. Nel mentre una bambina di 4 anni aveva sparato ad familiare, ferendolo, in Texas. Altri 'incidenti' con armi da fuoco sono avvenuti tra minorenni più grandi in California e in Texas.

USA. Furman è vivo e in libertà. Ha 73 anni e i capelli grigi William Henry Furman, ex detenuto il cui cognome intitola una delle più famose sentenze riguardo alla pena di morte emesse dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Nel 1972 con la sentenza Furman v. Georgia, tale corte dichiarò la pena di morte contraria alla Costituzione USA per come veniva applicata. Lui e più di altri 500 condannati a morte scamparono l'esecuzione. William Furman è tornato in libertà nel mese di marzo (uscito di prigione nel 1984, vi era rientrato nel 2006 accusato di furto all'interno di un edificio). Povero, è assistito dall'Esercito della Salvezza. E' convito che anche la pena di morte attuale (emendata e riap­plicata dal 1977 in poi) sia contraria alla costituzione USA.

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 3 maggio 2016