FOGLIO DI COLLEGAMENTO INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 205 - Aprile 2013

Ultima sigaretta in Kuwait

SOMMARIO:

 

 

1) Convocazione dell’Assemblea ordinaria dei soci per il 2/6/2013

2) Amnesty: prosegue il cammino abolizionista, con ondeggiamenti

3) Si arena la legge abolizionista in Delaware

4) In Maryland un referendum per abolire la legge abolizionista?

5) Voglia di esecuzioni in Florida

6) Il valore delle armi prevale sul valore della vita

7) Giappone: aumenta il ritmo delle esecuzioni

8) Fermo in Guatemala il processo contro l’ex dittatore Montt

9) La grazia a Joseph Romano, giusta e intelligente?

10) Guantanamo, una macchia indelebile

11) Troppo comoda la guerra con i droni?

12) Che casino ! di Claudio Giusti

13) Fernando ci scrive

14) Notiziario: Georgia, Kuwait, Usa

1) CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA ORDINARIA DEI SOCI PER IL 2/6/2013

 

L'Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau è convocata per domenica 2 giugno 2013 alle ore 10:00. L'Assemblea si terrà in Firenze presso l’abitazione di Loredana Giannini, Via Francesco Crispi, 14. L’assemblea è aperta anche a simpatizzanti non soci senza diritto di voto, che abbiano preannunciato la loro partecipazione. L’ordine del giorno è il seguente:

1. Relazioni sulle attività svolte dal Comitato Paul Rougeau dopo l’Assemblea del 27 maggio 2012;

2. situazione iscritti al Comitato Paul Rougeau, gestione dei soci;

3. illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2012;

4. ratifica di eventuali dimissioni dal Consiglio direttivo; elezione di membri del Consiglio direttivo.

Breve sospensione dei lavori dell’Assemblea per consentire una riunione del nuovo Consiglio direttivo con il rinnovo delle cariche sociali.

5. Prosieguo dell’impegno anche finanziario del Comitato Paul Rougeau a sostegno di Larry Swearingen e di Gerald Marshall condannati a morte in Texas;

6. discussione delle strategie abolizioniste;

7. discussione, programmazione e approvazione del prosieguo delle attività in corso; proposte di nuove attività da parte dei soci, programmazione ed approvazione delle stesse;

8. raccolta fondi e allargamento della base associativa;

9. ricerca di adesioni ideali di personalità al Comitato Paul Rougeau;

10. varie ed eventuali.

Firmato: Giuseppe Lodoli, Presidente del Comitato Paul Rougeau

AVVERTENZE: Nel tardo pomeriggio di sabato 1 giugno si terrà una riunione informale preparatoria dell’Assemblea sempre in via Crispi, 14. La fine dei lavori di domenica 2 è prevista per le ore 16 circa. Il luogo dell'Assemblea è raggiungibile dalla Stazione di Santa Maria Novella anche a piedi in 20’. Percorso: Stazione, Via Nazionale, P.zza Indipendenza, Via S. Caterina d’Alessandria. Arrivati all’incrocio col Viale S. Lavagnini lo si attraversa al semaforo e si prosegue lungo Via A. Poliziano che si percorre interamente, fino a sboccare in Viale Milton, in corrispondenza di un ponte sul Mugnone. Si attraversa il ponte e si giunge in Via XX Settembre; si gira a sn costeggiando il Mugnone fino ad incrociare, sulla ds, Via Crispi. Si gira dunque a ds e si percorre Via Crispi fino al n. 14. Per chi preferisce l’autobus, dalla stazione le linee utili sono: 4 (direzione Poggetto, scendere in Via dello Statuto, parallela alla vicina Via Crispi ); 13 (dir. Piazzale Michelangelo, scendere in Via XX Settembre); 28 (dir. Sesto), scendere in Via dello Statuto. Tutti questi autobus si prendono alla fermata che si trova, uscendo della stazione, dal lato sinistro (lato della farmacia della stazione). Pernottamento: Coloro che vogliono pernottare a Firenze ci devono informare quanto prima della propria venuta in maniera da riservare le camere necessarie. Per una migliore organizzazione, preghiamo i partecipanti di avvertirci in ogni caso della propria venuta anche se non intendono pernottare a Firenze. Per tutte le informazioni organizzative e per prenotare il pernottamento a Firenze contattate subito Loredana Giannini: tel. 055 485059

2) AMNESTY: PROSEGUE IL CAMMINO ABOLIZIONISTA, CON ONDEGGIAMENTI

L’ampio Rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel 2012 è uscito il 9 aprile

Come preannunciato, i dati di Amnesty International sulla pena di morte relativi al 2012 sono stati pubblicati il 9 aprile.

Il rapporto di Amnesty su “l’uso giudiziario della pena di morte nel periodo che va da gennaio a dicembre 2012” è di oltre 60 pagine (1). Amnesty International assicura che “i dati relativi all’uso della pena di morte” sono stati registrati “basandosi sulle migliori informazioni disponibili. Come negli anni precedenti, le informazioni sono state raccolte da diverse fonti, inclusi dati ufficiali, informazioni provenienti dagli stessi condannati a morte nonché dai loro familiari e rappresentanti legali, rapporti di altre organizzazioni della società civile e i resoconti dei mezzi di informazione.”

Per il comunicato stampa che annuncia la pubblicazione dei dati sulla pena di morte, Amnesty ha scelto un titolo che – ancora una volta - afferma la tendenza abolizionista in atto: “Nonostante alcune battute d’arresto, un mondo libero dalla pena di morte si avvicina.”

Gli ultimi dati di Amnesty, quanto meno, non smentiscono la tendenza abolizionista. Tuttavia il confronto tra dati effettuato di anno in anno non permette di avere una sicura percezione della tendenza abolizionista, tendenza che appare invece con chiarezza nell’arco dei lustri e dei decenni.

Amnesty parla di almeno 682 esecuzioni (Cina eslusa) e di almeno 1.722 condanne a morte emesse nel 2012, numeri non più alti di quelli dell’anno precedente (rispetto al 2011 vi sarebbero 2 esecuzioni in più, ma 201 condanne in meno). Alla fine del 2012 erano almeno 23.386 le persone rinchiuse nei bracci della morte in tutto il mondo (il corrispondente dato per il 2011 era di almeno 18.750 condannati a morte).

Come sempre, la difficoltà di reperire informazioni, soprattutto per il segreto che diversi importanti paesi mantengono sulla pena di morte, sminuisce la significatività dei precedenti dati.

Amnesty ha appreso di 21 paesi che hanno portato a termine esecuzioni nel 2012 (dei 58 paesi mantenitori della pena capitale (2) sulla totalità dei paesi che sono poco meno di 200).

Amnesty nota che il numero di 21 paesi è lo stesso dell’anno precedente (3) ma è sicuramente più basso di quello che si registrava dieci anni fa (nel 2003 i paesi con esecuzioni furono 28).

I cinque paesi che hanno compiuto di gran lunga il maggior numero di esecuzioni nel 2012 (il 99% del totale) sono: la Cina (migliaia di esecuzioni), l’Iran (almeno 314), l’Iraq (almeno 129), l’Arabia Saudita (almeno 79) e gli USA (43), cui segue lo Yemen (con almeno 28 esecuzioni).

Gli unici due paesi particolarmente avanzati (facenti parte del G8) che mantengono la pena capitale sono gli USA e il Giappone.

Tra gli aspetti decisamente negativi, Amnesty include la riprese delle esecuzioni in paesi che da anni non ne facevano: l’India ha compiuto un’esecuzione nel 2012 (non ne faceva dal 2004), così il Pakistan (che non ne faceva dal 2008). Il piccolo paese africano del Gambia si è distinto con ben 9 esecuzioni dopo una moratoria di 27 anni.

Il comportamento di quest’ultimo paese - che era considerato ormai abolizionista di fatto - è particolarmente grave. Nell’agosto scorso il presidente gambiano Yahya Jammeh all’improvviso decise di autorizzare decine di esecuzioni: solo le immediate forti pressioni internazionali hanno fermato lo sterminio appena avviato (v. n. 199, “Furia di esecuzioni in Gambia…”).

Si aggrava la situazione in Iran (dove le esecuzioni nell’anno sono state probabilmente 600) e in Iraq (che ha compiuto nel 2012 almeno 129 esecuzioni per lo più di “sospetti terroristi”). In questi due paesi che praticano estesamente la tortura, le garanzie processuali per gli accusati di reati capitali sono minime o inesistenti.

Ad Amnesty risulta che almeno due persone sono state messe a morte in Yemen per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Amnesty International ha di nuovo espresso la sua preoccupazione per i minorenni al momento del reato ancora rinchiusi nei bracci della morte in Arabia Saudita, Iran, Nigeria, Pakistan e Yemen.

Per Amnesty è particolarmente grave che la pena di morte venga largamente comminata per delitti non di sangue (come il traffico di droga e i reati economici) ed anche per apostasia, blasfemia, stregoneria, sodomia, adulterio…

Tra le notizie decisamente positive riguardanti il 2012, vi sono l’assenza di esecuzioni in Vietnam e a Singapore (molto frequenti nella città-stato asiatica fino a pochi anni fa), la piena partecipazione della Mongolia al Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici, come premessa dell’abolizione (v. n. 195), l’abolizione della pena di morte per tutti i reati in Lettonia, e l’abolizione della pena di morte nello stato americano del Connecticut (v. n. 197). Inoltre il Ghana è intenzionato ad introdurre nella nuova costituzione la proibizione della pena capitale.

Come abbiamo ampiamente scritto a suo tempo, il 20 dicembre 2012, in sessione plenaria, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con un numero record di voti a favore la quarta Risoluzione per una moratoria universale sulle esecuzioni (V. n. 202).

Pur invitando il lettore a riferirsi al rapporto completo, riportiamo qui sotto una sintesi dei dati relativi al 2012 compilata da Amnesty, avvertendo che la schematicità della sintesi può portare ad un’errata valutazione di determinati aspetti del fenomeno pena di morte (4).

- Almeno 682 persone sono state messe a morte in 21 paesi. Nel 2011 erano state 680 sempre in 21 paesi.

- La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Cina, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Usa e Yemen.

- La Cina ha messo a morte più persone che il resto del mondo messo insieme. La reale estensione dell’uso della pena capitale in Cina è sconosciuta poiché i dati sono considerati segreto di stato. Il dato delle 682 esecuzioni non include le migliaia di esecuzione che si ritiene siano avvenute in Cina.

- In Iraq è stato riscontrato un allarmante incremento delle esecuzioni, 129, che sono quasi raddoppiate rispetto allo scorso anno, 68.

- Durante il 2012, soltanto 21 paesi, circa uno su dieci, hanno eseguito condanne a morte [*]. Un quarto in meno rispetto a una decade fa (erano 28 nel 2003).

- 140 paesi nel mondo sono abolizionisti per legge o nella pratica.

- Il 20 dicembre, 111 stati membri delle Nazioni Unite hanno votato a favore della quarta risoluzione per una moratoria sulle esecuzioni.

- Commutazioni e grazie sono state registrate in 27 paesi, un numero inferiore ai 33 del 2011.

- Almeno 1.722 condanne a morte sono state emesse in 58 paesi [**], in diminuzione dal 2011 in cui erano state 1.923 in 63 paesi.

- Alla fine del 2012, almeno 23.286 persone erano rinchiuse nei bracci della morte in tutto il mondo.

- Nel 2012 alcuni paesi hanno ripreso le esecuzioni tra cui: Gambia (le prime in quasi 30 anni), Pakistan (le prime dopo quattro anni) e India (le prime da più di otto anni).

- In violazione della legge internazionale, almeno due persone sono state messe a morte in Yemen per reati commessi quando avevano meno di 18 anni.

- Maltrattamenti e torture con lo scopo di estorcere “confessioni” sono avvenute in Afghanistan, Arabia Saudita, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Iran, Iraq e Taiwan.

- Esecuzioni in pubblico sono avvenute in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia.

- Le persone continuano a essere condannate a morte per reati che non sono considerati come “i reati più gravi” e che non provocano vittime quali “adulterio” e “sodomia” in Iran, “blasfemia” in Pakistan, reati finanziari in Cina e stupro in Arabia Saudita.

* PAESI CON ESECUZIONI NEL 2012, (il segno + significa che il dato è approssimato per difetto):

Afghanistan (14 esecuzioni), Arabia Saudita (79+), Autorità Palestinese (6, da Hamas, amministrazione de facto a Gaza), Bangladesh (1), Bielorussia (3+), Botswana (2), Cina, Corea del Nord (6+), Emirati Arabi Uniti (1), Gambia (9), Giappone (7), India (1), Iran (314+), Iraq (129+), Pakistan (1), Somalia (6+; 5+ dal Governo federale di transizione e 1 nel Puntland), Stati Uniti d’America (43), Sudan del Sud (5+), Sudan (19+), Taiwan (6), Yemen (28+).

** PAESI CON CONDANNE A MORTE NEL 2012: Afghanistan, Algeria (153+), Arabia Saudita (10+), Autorità Palestinese (6+: 5+ da Hamas, amministrazione de facto a Gaza; 1 Autorità Palestinese in Cisgiordania), Bahrain (1), Bangladesh (45+), Barbados (2), Botswana (5), Ciad (2), Cina,Corea del Nord,Corea del Sud (2), Egitto (91+), Emirati Arabi Uniti (21+), Gambia (5+), Giappone (3), Giordania (16+), Ghana (27), Guinea (2+), Guinea Equatoriale (1), Guyana (5), India (78+), Indonesia (12+), Iran (79+), Iraq (81+), Kenya (21+), Kuwait (9+), Laos (+), Libano (9+), Liberia (4+), Libia (5+), Maldive (2+), Malesia (60+), Mali (10+), Mauritania (6+), Mongolia (+), Marocco/Sahara Occidentale (7+), Myanmar (17+), Nigeria (56), Pakistan (242), Qatar (1+), Repubblica Democratica del Congo (11+), Singapore (2+), Somalia (76+: 51+ dal Governo di transizione federale; 7+ nel Puntland; 18+ nel Somaliland), Sri Lanka (7+), Stati Uniti d’America (77), Sudan del Sud, Sudan (199+), Swaziland (1), Taiwan (7), Tanzania (3), Thailandia (106+), Trinidad e Tobago (5+), Tunisia (9), Vietnam (86+), Yemen (7+), Zambia (7+), Zimbabwe (11+).

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(1) Scarica il rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2012 (673.79 KB)

(2) Secondo il computo di Amnesty a fine 2012, 97 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato; 8 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali, quali quelli commessi in tempo di guerra; 35 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni oppure hanno assunto un impegno a livello internazionale a non eseguire condanne a morte. In totale 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. 58 paesi mantengono in vigore la pena capitale.

(3) Lievi discordanze con i dati da noi citati per il 2011 nel n. 196 sono dovute al continuo aggiornamento dei rapporti di Amnesty, che prosegue anche dopo la prima pubblicazione dei medesimi.

(4) V. anche http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=uk8rmzb7I5Y!

3) SI ARENA LA LEGGE ABOLIZIONISTA IN DELAWARE

Gli abolizionisti nutrivano qualche speranza nella riuscita del tentativo abolizionista in Delaware

Il 30 aprile il Comitato Giustizia della Camera dei Rappresentati del Delaware ha rinviato sine die l’approvazione della proposta di legge abolizionista che il 26 marzo era passata di stretta misura (11 voti contro 10) al Senato (v. n. 204). Dopo un’audizione con appassionate testimonianze pro e contro la proposta di legge, i proponenti hanno dovuto riconoscere la mancanza dei voti sufficienti per l’approvazione della legge alla Camera. Ciò anche se era stata cassata la parte che prevedeva la commutazione delle 17 condanne a morte pendenti nello stato. Speriamo che se ne riparli tra un anno, con esito favorevole.

4) IN MARYLAND UN REFERENDUM PER ABOLIRE LA LEGGE ABOLIZIONISTA?

Il rischio di un referendum abrogativo della legge abolizionista appena approvata in Maryland aumenta. Se i promotori riusciranno a raccogliere le firme per indirlo, si terrà a novembre del 2014

La legge che abolisce la pena di morte in Maryland, diventerà operativa con la firma del governatore Martin O’Malley, annunciata per il 2 maggio. Dopo di ciò il Governatore dovrà decidere la sorte dei 5 condannati cui non si applica la nuova legge (v. n. 204).

Ci auguriamo che O’Malley decida per il meglio e che la questione della pena di morte non divenga di nuovo un argomento per tutti i cittadini del Maryland. Infatti a costoro potrebbe toccare di votare in un referendum abrogativo della legge abolizionista a novembre del 2014. Il gruppo mdpetitions.com (v. https://mdpetitions.com/ ) sembra intenzionato ad adoperarsi per raccogliere le firme necessarie per indire tale referendum: 55.736 firme entro la fine di giugno, un terzo delle quali da presentare entro il 31 maggio p. v. Il gruppo utilizza Internet per le su iniziative referendarie aiutando i volenterosi a compilare per bene i moduli con le firme, in modo da ridurre il numero delle firme annullate nel corso dei conteggi da parte dell’Ufficio Elettorale del Maryland.

5) VOGLIA DI ESECUZIONI IN FLORIDA

In Florida è stata promossa e rapidamente approvata una legge che ha lo scopo di accelerare le esecuzioni capitali. La nuova legge aumenta la probabilità dimettere a morte innocenti.

Stavamo già seguendo da lontano, sorpresi e attoniti, il profilarsi in Florida dell’approvazione di una legge ‘per una giustizia sollecita’ che prevede un uso sempre più intenso e ingiusto della pena di morte, quando, a fine aprile, ci è arrivato dalla capitale Tallahassee un messaggio del nostro amico Dale Recinella: “Si profila una stagione di assassini in Florida. Mentre il resto del paese si allontana dalla pena di morte, la Florida corre a testa bassa nella direzione opposta.”

Negli ultimi 40 anni in Florida (stato che ha un gran numero di condannati a morte inferiore solo a quello della California) si è sempre parlato di pena di morte. Nel 1998 e fino al 2011 divenne governatore della Florida il repubblicano Jeb Bush - fratello di George W. – dichiaratamente a favore della pena capitale. In quegli anni si temeva un forte incremento delle esecuzioni. L’incremento fu modesto anche se la popolazione del braccio della morte continuava a crescere. Le preoccupazioni degli abolizionisti si rivolsero allora verso altri stati che compivano dieci volte più esecuzioni della Florida: Texas, Virginia, Oklahoma…

A Jeb Bush seguì il governatore Charlie Christ dal 2007 al 2011, anche lui repubblicano e favorevole alla pena di morte, ma non ci fu un particolare aumento delle esecuzioni in Florida.

Il temuto aumento diventa ora assai probabile.

Nelle ultime settimane infatti, la Camera dei Rappresentanti e il Senato della Florida hanno approvato una legge intesa ad accelerare le esecuzioni, tagliando sia i tempi che le possibilità di appello per i condannati alla pena capitale. La proposta di legge - sponsorizzata dal deputato repubblicano Matt Gaetz e dal senatore repubblicano Joe Negron - è stata agevolmente approvata prima dalla Camera dei Rappresentanti (il 25 aprile con 84 voti contro 34) e poi dal Senato (il 29 aprile con 28 voti contro 10). Ed ora l’attuale governatore Rick Scott (repubblicano e conservatore, tanto per cambiare) si appresta a firmarla rendendola operante.

L’approvazione della nuova legge è stata agevolata da eventi con una forte carica emotiva accaduti di recente, abilmente enfatizzati dai fautori della pena di morte. Tra questi vi è un’esecuzione portata a termine nel penitenziario di Raiford il 4 aprile.

Quel giorno è stato messo a morte il 59-enne Larry Mann, che nel 1980 rapì e massacrò Elisa Nelson, una bambina di 10 anni.

Il fratello di Elisa, Jeff Nelson, che all’epoca dei fatti aveva 12 anni, è stato testimone dell’esecuzione. In tale occasione egli ha letto una lunga dichiarazione in cui si stigmatizza il sistema della pena di morte vigente in Florida. Riportiamo l’inizio del discorso di Nelson:

“In primo luogo vogliamo ringraziare tutti gli amici, la famiglia e anche gli estranei che ci hanno offerto i loro pensieri, le preghiere, il sostegno per oltre 32 anni. Vogliamo anche ringraziare l’Ufficio dello sceriffo della Contea di Pinellas, il Dipartimento per l’Esecuzione della Legge della Florida, l’Ufficio della Pubblica Accusa, per il loro instancabile perseguimento della giustizia per Elisa, così come il Servizio per la Vittime del crimine che ci ha informato passo passo dei progressi che il caso faceva nel sistema giudiziario. E infine vogliamo ringraziare il governatore Rick Scott per aver avuto il coraggio di osservare le leggi della Florida anche quando esse richiedono scelte difficili.”

“Tuttavia appare chiaramente che c’è qualcosa di intrinsecamente marcio in un sistema che impiega oltre 32 anni per recare giustizia ad un pedofilo reo confesso del rapimento e dell’uccisione di una bambina di 10 anni. Elisa è rimasta nella nostra vita soltanto per 3.800 giorni mentre il pedofilo e i suoi avvocati hanno impiegato 12.000 giorni (oltre 3 volte la sua vita) per prendere in giro il nostro sistema legale.” (1)

La legge approvata si chiama “Atto per una giustizia sollecita” ed ha lo scopo dichiarato di aumentare le esecuzioni ‘semplificando’ il processo capitale. La legge diminuisce fortemente i tempi concessi per presentare gli appelli a livello statale, rende più difficile per i condannati cambiare gli avvocati difensori e diminuisce i motivi che consentono ai condannati di presentare appelli. Gli ordini di esecuzione dovranno essere firmati dal Governatore entro 30 giorni dalla revisione delle sentenza da parte della Corte Suprema della Florida e le sentenze dovranno essere eseguite entro i successivi 180 giorni.

Sono state rigettate proposte migliorative del sistema attuale, anche una clausola che richiedeva una maggioranza minima di 10 a 2 nei casi in cui la giuria raccomanda al giudice una sentenza di morte. Infatti in Florida per raccomandare una sentenza capitale basta la maggioranza di 7 contro 5 (in Alabama ci vuole una maggioranza di almeno 10 contro 2, in tutti gli altri 31 stati con la pena di morte occorre l’unanimità).

Tutto ciò in uno stato in cui, a fronte di 75 esecuzioni a partire dal 1973 vi sono state ben 24 esonerazioni di condannati a morte riconosciuti innocenti. Gli abolizionisti floridiani hanno obiettato che con il nuovo sistema di giustizia ‘sollecita’ gli innocenti salvati sarebbero stati sicuramente molti di meno.

Obiettivamente, da qualunque punto di vista si consideri la questione, non si può affermare l’assoluta necessità della nuova legge dal momento che in Florida il tempo medio trascorso tra la condanna a morte e l’esecuzione è di 13 anni, vicino alla media nazionale (2).

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(1) Jeff Nelson ha recriminato anche sul fatto che nel 1981 la giuria propose la pena di morte per Larry Mann a maggioranza (9 voti contro 3) e non all’unanimità.

(2) Anche se tra i 404 ospiti del braccio della morte ce ne sono 155 che vi sono entrati da più di 20 anni e 10 da più di 35 anni.

6) IL VALORE DELLE ARMI PREVALE SUL VALORE DELLA VITA

La potente lobby delle armi statunitense ha vanificato almeno per ora il tentativo del presidente Barack Obama di introdurre norme che limitassero la libera vendita di armi personali ai privati.

Il 14 dicembre scorso il mondo inorridì quando si seppe che 20 bambini e 6 adulti erano stati uccisi a fucilate da un folle in una scuola elementare di Newtown nel Cunnecticut. Sull’onda delle emozioni suscitate da questo terribile episodio, il presidente Barack Obama, insieme al suo vice, Joseph Biden Jr., propose l’introduzione di norme che limitassero la libera vendita delle armi ai privati.

Una delle norme più importanti proposte era quella di introdurre dei controlli sui precedenti in capo ai potenziali acquirenti di armi. Al momento negli USA le armi personali possono essere comprate liberamente anche nei grandi magazzini, o via Internet da privati, e si è scoperto che spesso venditori e compratori sono dei criminali.

Quando la proposta della nuova normativa sulle armi è arrivata al Senato degli Stati Uniti, 45 senatori (di cui 41 Repubblicani) hanno ritenuto che la carneficina della scuola, come pure le 270 persone che vengono uccise mediamente ogni giorno in America con armi da fuoco, non costituivano un problema che richiedesse un intervento correttivo. Essi, inchinandosi alla prepotente avidità di profitto delle lobby delle armi, hanno votato contro la proposta di legge, vanificandola.

Barack Obama aveva viaggiato in 13 stati cercando di pubblicizzare l’approvazione delle norme restrittive sulla vendita delle armi e aveva infine trasportato a Washington, a bordo dell’aereo presidenziale, 12 familiari dei bambini uccisi a Newtown, perché, durante 3 giorni di permanenza in Senato, si improvvisassero tastimonial e potessero convincere i senatori incerti.

Il gesto del presidente è stato criticato dai fanatici delle armi. Barack Obama è stato accusato di fare del sensazionalismo, di sfruttare per motivi politici il dolore dei genitori dei bambini uccisi. Il suo commento a queste assurde accuse è stato: “…Ma c’è qualcuno che pensa sul serio che il loro tormento dovesse rimanere fuori dal dibattito, che non avessero il diritto di parlare?” Argomentazione più che valida, se si pensa che, invece, i fabbricanti di armi, nello stesso periodo hanno invaso i media di pubblicità pro-armi, mirata soprattutto ai giovani. In ogni caso, a nulla è servito l’impegno di Obama di fronte all’avidità di denaro.

L’amaro e irato commento del Presidente subito dopo la votazione è stato: “'Pochi minuti fa una minoranza del Senato, distorcendo le regole, è riuscita a bloccare un accordo di compromesso di senso comune sull'estensione dei controlli, condivisa dal 90% degli americani''. Ma ha anche aggiunto: “Il giorno dopo Newtown assieme a tutto il Paese prendemmo l'impegno che nulla poteva rimanere così com’è. E quelle parole, quella sfida valgono ancora”'.

I familiari dei bimbi uccisi hanno gridato “Vergogna!” ai senatori. Un papà ha aggiunto: “Torniamo a casa delusi ma non sconfitti. Determinati a capovolgere quello che è successo oggi. Andremo avanti. Il mio cuore oggi è spezzato, ma non il mio spirito.” (Grazia)

7) GIAPPONE: AUMENTA IL RITMO DELLE ESECUZIONI

In Giappone, unico paese del G8 oltre agli Stati Uniti ad avere la pena capitale, si assiste ad un forte aumento delle esecuzioni, che deludono le aspettative nutrite dagli abolizionisti fino a 2 anni fa.

Sono già 5 le esecuzioni in Giappone sotto l’attuale governo del Partito Liberal Democratico presieduto da Shinzo Abe.

Il 26 aprile gli ex gangster Yoshihide Miyagi, di 56 anni, e Katsuji Hamasaki, di 64 anni, sono stati impiccati a Tokyo. Ciò è accaduto a due mesi dalle precedenti tre impiccagioni.

“Questa agghiacciante notizia rinforza i nostri timori che il nuovo governo stia accelerando il ritmo delle esecuzioni in modo allarmante” ha dichiarato immediatamente Catherine Baber di Amnesty International. “Con già 5 esecuzioni in questo anno, è chiaro che il governo non ha intenzione di dar retta alle richieste internazionali di cominciare un genuino dibattito aperto al pubblico sulla pena di morte, ed anche sulla sua abolizione.”

Il Partito Liberal Democratico, andato ancora una volta al governo nel dicembre scorso, dimostra una particolare propensione per la pena di morte.

Nell’ottobre del 2012 Il Gruppo di Lavoro del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, nell’ambito della revisione della situazione dei diritti umani in Giappone, esortò il paese asiatico alla moratoria della pena di morte. Ma un governo del Partito Liberal Democratico insediatosi subito dopo rigettò l’invito alla moratoria, affermando che ogni nazione ha facoltà di decidere in totale autonomia se mantenere o abolire la pena di morte e precisando che il Giappone non intende aprire un dibattito nazionale in merito.

Amnesty sottolinea il pessimo comportamento avuto dal Primo Ministro Shinzo Abe anche nel suo precedente mandato che durò dal settembre del 2006 al settembre del 2007: furono compiute in quel periodo 10 esecuzioni.

Negli ultimi anni vi sono stati diversi ministri della giustizia giapponesi che si sono rifiutati di firmare ordini di esecuzione. All’inizio del 2012 dopo quasi due anni senza esecuzioni si cominciava a parlare di ‘moratoria’ in Giappone. Non solo tra gli intellettuali ma anche tra i politici giapponesi c’era chi non aveva paura di dichiararsi abolizionista. Purtroppo nel marzo di quell’anno la ‘moratoria di fatto’ durata 20 mesi fu interrotta da tre esecuzioni (1).

Al momento, vi sono 134 condannati rinchiusi nei bracci della morte giapponesi, il numero più alto mai registrato da oltre 50 anni. (2)

In Giappone ai condannati a morte sono negate alcune informazioni e garanzie che vengono riconosciute in quasi tutti gli altri paesi che hanno la pena capitale. I detenuti giapponesi apprendono della loro esecuzione poche ore prima che avvenga o addirittura all’ultimo minuto, mentre i familiari ricevono la notizia a cose fatte. Per i condannati è sempre difficile comunicare col mondo esterno al carcere, collaborare con i propri avvocati e ottenere quindi una buona difesa legale.

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(1) V. n. 196

(2) Sulla pena di morte in Giappone negli ultimi anni, v. ad es. nn. 142, Notiziario; 145, Notiziario; 182; 196; 199, Notiziario; 200.

 

 

8) FERMO IN GUATEMALA IL PROCESSO CONTRO L’EX DITTATORE MONTT

Le forze conservatrici del Guatemala sono riuscite a fermare, almeno per ora, il processo contro il sanguinario ex dittatore Efrain Rios Montt, accusato del genocidio nei riguardi degli Indos e dei guerriglieri di sinistra commesso nei primi anni Ottanta nel periodo più buio della dittatura militare..

Il processo contro il generale Montt andava avanti con testimoni che descrivevano le violenze contro gli indigeni Maya: le donne Maya, i bambini e i vecchi venivano violentati, smembrati, bruciati e seppelliti in fosse comuni dai militari… (v. n. 203, Notiziario, n. 204)

Ma giovedì 18 aprile il corrispondente del Los Angeles Times da Città del Guatemala, Daniel Hernandez, dava la seguente notizia: “La litania di fatti terribili ricordati nel processo per genocidio dell’ex presidente del Guatemala generale Efrain Rios Montt era stata implacabile. Il procedimento era stato accolto con grande soddisfazione dai gruppi per i diritti umani come un’importante resa dei conti con il passato, una delle rare messe sotto accusa nel proprio paese di un ex dittatore militare dell’America latina per crimini di guerra. “Ma [oggi…] il caso ha subìto uno sconvolgimento potenzialmente devastante.”

Era successo che la difesa di Efrain Montt, fino ad allora praticamente allo sbaraglio nell’ambito del processo, aveva chiesto alla giudice Carol Patricia Flores, di una diversa corte, di annullare il procedimento conto Montt per una questione tecnica: l’omissione di una notifica alla medesima Flores. E la richiesta era stata accolta dalla Flores!

Il giorno dopo la presidente del processo Montt, giudice Yasmin Barrios, indignata, ha dichiarato in una sala gremita da diplomatici stranieri, attivisti per i diritti umani e sopravvissuti del genocidio: “Nessun pubblico ufficiale, civile o militare, è obbligato ad eseguire ordini manifestamente illegali, perche costituirebbe un crimine.”

Sta di fatto che l’audizione dei testimoni è stata interrotta.

La giudice Barrios e la pubblica accusa si sono appellati, conto la decisione della giudice Flores, alla Corte Costituzionale del Guatemala. Ma vi è il rischio che il procedimento contro Montt, dopo una interruzione, venga annullato – anche per motivi politici - e in seguito, nella migliore delle ipotesi, debba ricominciare da zero.

Dopo tutto sono stati messi in pericolo dal processo anche i precari equilibri su cui si basa l’attuale debole democrazia guatemalteca. Un ex militare aveva testimoniato per video conferenza da un luogo sconosciuto che il generale Otto Perez Molina, l’attuale presidente del Guatemala, nel 1982 ordinò direttamente le esecuzioni di abitanti di villaggi toccati dalla guerra civile.

Naturalmente Molina ha smentito le accuse ma la testimonianza ha creato scalpore e aperto una tenue speranza che possano essere perseguiti numerosi militari assassini oltre a Montt e al “suo” capo dei servizi segreti militari, Jose Mauricio Rodriguez Sanchez, gli unici finiti fino ad ora in giudizio.

Il 16 aprile erano apparsi inserti sui giornali del Guatemala pagati da gruppi di veterani, di conservatori e da settori della chiesa cattolica (1) che affermavano che “il genocidio non c’è mai stato” e che l’iniziativa giudiziaria metteva in pericolo gli accordi di pace del 1996 e il paese intero. Mark Speck, un analista di crisi internazionali, prevede che: “gli attacchi contro gli accusatori di Montt – inclusa la Procuratrice Generale Claudia Paz y Paz – così come contro i gruppi per i diritti umani e i loro sostenitori molto probabilmente aumenteranno”.

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(1) Peraltro l’arcivescovo cattolico Juan Gerardi, che denunciò con forza il genocidio, fu perseguitato e dopo essere divenuto Presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, fu assassinato nel 1998.

9) LA GRAZIA A JOSEPH ROMANO, GIUSTA E INTELLIGENTE?

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso una grazia assai discutibile.

Cinque secoli dopo Machiavelli, dopo due guerre mondiali, la coscienza dell’umanità ha raggiunto la consapevolezza che i diritti umani, e le leggi morali in genere, costituiscono lo sfondo dell’agire umano. Ad essi de­vono ispirarsi e sottomettersi anche i poteri dello stato: legislativo, giudiziario, esecutivo. Per tutti gli esseri umani e in tutti i paesi del mondo.

Purtroppo però avviene spesso che i poteri dello stato debordino dal loro ambito, arrivando a violare i diritti umani che ne rappresentano la legittimazione. Quando ciò avviene nei paesi evoluti, si avanzano intricate giustificazioni sottintendendo uno ‘stato di necessità’ che giustificherebbe la violazione dei diritti di alcuni individui a beneficio di altri (di solito i molti che costituiscono la cittadinanza di uno stato).

Nell’ambito delle massicce violazioni dei diritti umani compiute nel corso della ‘guerra al terrore’ scatenata dall’amministrazione Bush dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e proseguita dall’amministrazione di Barack Obama, tipica è la pratica dell’extrordinary rendition (1).

Come Italiani dobbiamo essere orgogliosi del fatto che la pratica dell’extraordinary rendition sia stata sanzionata in un solo paese, il nostro, in cui si verificò nel 2003 il rapimento dell’imam Abu Omar da parte di agenti Usa con l’appoggio del Sismi (2). Con le ultime sentenze del 12 febbraio scorso, per il sequestro di Abu Omar risultavano condannati a pene detentive 5 italiani e 26 statunitensi (v. n. 204).

Però il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano il 5 aprile ha concesso la grazia ad uno dei condannati americani, il colonnello Joseph Romano III, annullando la sua condanna a 5 anni di reclusione e alle pene accessorie, condanna divenuta definitiva il 19 settembre 2012. Al tempo del sequestro di Abu Omar, Romano prestava servizio nella base di Aviano, dove ricevette l'imam che passò poi alla base Nato di Ramstein in Germania. Da qui Abu Omar arrivò infine in Egitto dove venne imprigionato a lungo in incommunicado e verosimilmente torturato.

La grazia è stata concessa da Napolitano dopo aver acquisito “le osservazioni contrarie del Procuratore generale di Milano e il parere non ostativo del Ministro della Giustizia. A fondamento della concessione della grazia, il Capo dello Stato ha, in primo luogo, tenuto conto del fatto che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, subito dopo la sua elezione, ha posto fine a un approccio alle sfide della sicurezza nazionale, legato ad un preciso e tragico momento storico e concretatosi in pratiche ritenute dall’Italia e dalla Unione Europea non compatibili con i principi fondamentali di uno Stato di diritto.”

Il comunicato del Quirinale precisa che: “In definitiva, con il provvedimento di grazia, il Presidente della Repubblica nel rispetto delle pronunce della Autorità giudiziaria ha inteso dare soluzione a una vicenda considerata dagli Stati Uniti senza precedenti per l’aspetto della condanna di un militare statunitense della NATO per fatti commessi sul territorio italiano, ritenuti legittimi in base ai provvedimenti adottati dopo gli attentati alle Torri Gemelle di New York dall'allora Presidente e dal Congresso americani. L’esercizio del potere di clemenza ha così ovviato a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione in funzione dei comuni obiettivi di promozione della democrazia e di tutela della sicurezza.”

L’ex procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, titolare dell’inchiesta Abu Omar, tre giorni dopo la concessione della grazia ha sentito il dovere di criticare, educatamente ma chiaramente, la mossa di Napolitano. Spataro ha espresso perplessità sui motivi addotti per concedere la grazia al colonnello Romano. Il procuratore si è detto colpito dal fatto che il Presidente abbia tanto approfondito il caso di Romano (come si evince dal lungo e sofisticato comunicato del 5 aprile) ma ha sostanzialmente bocciato le motivazioni addotte per concedere la grazia, a cominciare dal presunto cambiamento dell’amministrazione americana che non violerebbe più i diritti umani, come avveniva al tempo di Bush nell’immediatezza dei fatti dell’11 settembre 2001. A questo proposito Spataro ha ricordato gli omicidi mirati con i droni e il carcere di Guantanamo.

Il potere di concedere la grazia degli odierni capi di stato, retaggio del potere assoluto dei monarchi del passato, che va al di là dei tre poteri dello stato, oggi ha una sola valida giustificazione morale nella ‘compassione’. Compassione per il reo che le leggi hanno caricato di un peso enorme nonostante il suo ravvedimento. Nel caso di Romano però, non si può parlare di compassione, infatti lui è libero e tranquillo all’estero fin dall’epoca dei fatti. Né di ravvedimento: negli Stati Uniti è considerano perfettamente accettabile, anzi commendevole, il comportamento di Romano e degli altri.

Ci auguriamo che alla grazia concessa a Joseph Romano III, Napolitano non voglia far seguire alla chetichella provvedimenti di ‘clemenza’ nei riguardi di altri americani (o italiani) coinvolti nell’affare Abu Omar.

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(1) ‘Sospetti terroristi’ vengono rapiti in tutto il mondo e trasferiti in paesi terzi dove possono essere ‘interrogati’ ed imprigionati in incommunicado a tempo indeterminato.

(2) Sismi = Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare, il servizio segreto militare italiano di allora.

10) GUANTANAMO, UNA MACCHIA INDELEBILE

Il carcere di Guantanamo è un disonore per chi lo ha creato nel 2002 e per chi lo conserva oggi.

Si è trattato di un evento celebrativo che aveva lo scopo esplicito di giustificare e ripulire la memoria dell’operato di George W. Bush (macchiatasi indelebilmente soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001).

I cinque presidenti americani ancora in vita (per lo più apparivano invalidi o molto invecchiati) si sono riuniti il 25 aprile in Texas per inaugurare, in modo conviviale e gioioso, la Biblioteca e il Museo presidenziale George W. Bush. I cinque hanno ricordato allegramente le rispettive grandi imprese. Barack Obama ha sentito il dovere di definire l’incontro un “giorno speciale per la democrazia”, nel quale veniva celebrata ‘l’eredità morale’ lasciata dal predecessore George W. Bush.

Nell’isola di Cuba, però, c’è un altro lascito del predecessore di Obama, che non si può certo considerare come un’allegra testimonianza di democrazia: è il complesso carcerario presidiato dai Marines a Guantanamo. Il New York Times ha ricordato che in questo carcere, fatto allestire precipitosamente da Bush dopo l’attentato dell’11 settembre 2001, sono ancora oggi rinchiusi 166 uomini, alcuni dei quali presenti dai tempi dell’apertura della prigione. In grande maggioranza questi prigionieri sono detenuti senza accuse e una buona parte di essi è ritenuta innocente.

L’edificazione della struttura detentiva di Guantanamo ha costituito l’inqualificabile inizio di varie forme di violazione dei diritti umani da parte dell’Amministrazione americana, come le detenzioni illegali in terre straniere, gli interrogatori sotto tortura, le detenzioni in incommunicado.

Il fallimento di Obama, che aveva promesso di chiudere questa prigione, nonché il sostanziale fallimento dei Tribunali militari istituiti dall’Amministrazione Bush per giudicare i sospetti terroristi, tendono a rendere perpetuo il terribile limbo di Guantanamo.

Un recente sciopero della fame che è durato per oltre tre mesi ha visto i militari che gestiscono il carcere nutrire forzatamente i prigionieri, tenendoli legati ad una sedia con un tubo infilato nello stomaco.

Alla popolazione americana la chiusura di Guantanamo interessa sempre meno: dai sondaggi si rileva che gli Americani si sono abituati all’idea di avere delle persone relegate senza motivo in un carcere, si stanno dimenticando dell’esistenza di questi miseri esseri umani, che non fanno più notizia sui giornali.

E così, un carcere che non avrebbe mai dovuto essere aperto rischia di diventare una struttura permanente, anzi, il Pentagono sta considerando proprio in questi giorni di stanziare 200 milioni di dollari da investire in questa struttura. (Grazia)

11) TROPPO COMODA LA GUERRA CON I DRONI?

Riportiamo un breve estratto dalla lunga impegnativa presentazione curata da Mark Mazzetti del New York Times del libro “The Way of the Knife: The C.I.A., a Secret Army, and a War at the Ends of the Earth,” pubblicato dalla Penguin Press, uscito in aprile. Nel libro si spiega come la pratica dell’extraordinary rendition sia stata man mano sostituita degli ‘omicidi mirati’ con i droni.

“In un caldo giorno di giugno del 2004, il Pashtun si stava riposando in un piccolo complesso edilizio fatto di fango nel Waziristan del Sud. Parlava col telefono satellitare con uno dei tanti giornalisti che spesso gli chiedevano di raccontare come aveva combattuto e umiliato l’esercito pakistano nelle montagne all’ovest del paese. Domandò ad uno dei suoi compagni che cosa mai fosse lo strano uccello metallico che volteggiava su di loro.

Meno di 24 ore dopo, un missile cadde sul complesso, tagliando la gamba sinistra di Muhammad ed uccidendo oltre a lui anche diverse altre persone inclusi due ragazzi di 10 e 16 anni. Un portavoce militare del Pakistan fu pronto a riconoscere la responsabilità dell’attacco, dicendo che forze pakistane avevano fatto fuoco sul complesso.

Si trattava di una bugia.

Muhammad e i sui seguaci erano stai uccisi dalla CIA, la prima volta che essa aveva dislocato in Pakistan un drone Predator per portare a termine ‘omicidi mirati’.”

“Dopo di ciò la CIA ha condotto centinaia di attacchi con i droni in Pakistan che hanno ucciso migliaia di persone, Pakistani ed Arabi, militanti e civili. Anche se non fu il primo paese in cui gli Stati Uniti usarono i droni, qui sorse un laboratorio per le operazioni di ‘omicidio mirato’ che sono diventati il nuovo modo di combattere degli Americani, sbiadendo la differenza tra soldato e spia e cortocircuitando i normali meccanismi con i quali gli Stati Uniti come nazione facevano guerra.”

“Brennan, che cominciò la sua carriera alla CIA e nei passati quattro anni ha diretto l’escalation di attacchi con i droni dal suo ufficio alla Casa Bianca, ha detto di sperare che la CIA torni al suo ruolo tradizionale di intelligence e di analisi delle informazioni. Ma con una generazione di membri della CIA ora pienamente impegnati nella nuova missione, si tratta di uno sforzo che può necessitare anni.

Oggi, perfino alcuni degli uomini che erano presenti al momento della creazione del progetto degli omicidi con i droni, ritengono che la CIA avrebbe da tempo dovuto abbandonare il programma degli ‘omicidi mirati’.”

“Ross Newland - che era un ufficiale di grado elevato al quartier generale della CIA a Langley in Virginia nel momento in cui fu data all’Agenzia la facoltà di uccidere gli operativi di al-Qaeda - ritiene che per le CIA è diventata troppo comoda la pratica degli omicidi mirati controllati a distanza e che i droni hanno ridotto la CIA a svolgere il ruolo del cattivo in paesi come il Pakistan.”

(dal New York Times del 6 aprile 2013)

12) CHE CASINO! di Claudio Giusti

Ogni stato americano ha un suo particolare sistema giudiziario.
Due, tre, quattro e anche cinque livelli di corti criminali.
Residui del passato e strani inglobamenti di corti inferiori.
50 bordelli.

Più le corti federali.
Un casino pazzesco.
Volevo scrivere qualcosa al riguardo, ma temo che sia impossibile.

 

 

13) FERNANDO CI SCRIVE

Riceviamo dal nostro corrispondente dal braccio della morte della California, Fernando Eros Caro

San Quentin, 4 aprile 2013

Carissimi,

mi ha fatto tanto piacere ricevere la vostra lettera, mi è arrivata oggi pomeriggio! […]

Domenica scorsa era Pasqua. Il sabato prima, alla sera, hanno trasmesso alla televisione il film “I dieci comandamenti”. E sì, l’ho guardato tutto!! E’ durato quasi 5 ore, con gli intermezzi della pubblicità! Ma mi piace davvero quel film!! Ci sono tantissimi attori famosi. Che sono quasi tutti morti ormai!

Appartengo ad un’altra generazione. Gli attori che ho visto sabato sera erano giovani all’epoca del film. Adesso i pochi sopravvissuti sono molto vecchi. Gli attori dei film moderni sono tutti giovani ma hanno bisogno dell’aiuto dei computer per recitare bene!

Mi ricordo quando fu messo sul mercato il registratore a nastro a 8 tracce. Tutti volevano averne uno. Adesso tutti hanno un cellulare che fa tutto, tranne forse il caffè. Le persone vengono incantate facilmente dalle novità del mercato e a volte sono manipolate.

Mi sembra proprio di essere fuori moda! Perché non c’è nulla di sbagliato nel progresso!

Grazie ancora per il vostro sostegno.

Fernando

14) NOTIZIARIO

Georgia. Annullata la sospensione dell’esecuzione di Warren Hill. Il 19 febbraio, arrivato a mezz’ora dall’iniezione letale, il 53-enne Warren Lee Hill ha saputo che la sua esecuzione era stata sospesa. La sospensione era stata decisa a maggioranza sia dalla Corte d’Appello federale dell’Undicesimo Circuito che dalla Corte d’Appello della Georgia (v. n. 203, Notiziario). Gli avvocati hanno cercato di risparmiare la vita di Warren Hill a motivo del suo indubbio ritardo mentale. Ma purtroppo la condizione di ritardato mentale, che esonera dalla pena di morte, viene accertata negli Stati Uniti in maniera approssimativa e variabile nei diversi stati. Sta di fatto che con un dispositivo pubblicato il 22 aprile la stessa Corte d’Appello dell’Undicesimo Circuito ha annullato a maggioranza la sospensione del’esecuzione di Hill. Ora per lui può essere fissata la data di esecuzione in qualsiasi momento.

Kuwait. Ripresa delle esecuzioni dopo 6 anni. Tre stranieri condannati a morte per omicidio sono stai impiccati contemporaneamente, in pieno giorno, a Kuwait City il 1 aprile. Bendati, hanno potuto fumare un’ultima sigaretta (v. foto in prima pagina, http://www.dailymail.co.uk/news/article-2302330/Kuwait-executions-A-final-cigarette-flight-stairs-justice-done.html). Uomini incappucciati hanno fatto salire i condannati in una triplice struttura metallica eretta nella Prigione centrale. Stretto un cappio ai loro colli, sono stati lasciati cadere simultaneamente nella morte. Giornalisti erano presenti all’evento ma non è stato rispettato l’annuncio che l’esecuzione sarebbe stata trasmessa in diretta TV. Le tre esecuzioni, le prime dal maggio 2007, sono state deplorate dall’Unione Europea e da Amnesty International. Altre 5 esecuzioni annunciate per i giorni seguenti dal quotidiano locale Al Jareeda, non si sono verificate. Vi sono 49 condannati a morte in Kuwait.

Usa. Ogni anno procedimenti penali per centinaia di migliaia di studenti. Negli Usa centinaia di migliaia di studenti vengono arrestati o ricevono una citazione penale a scuola ogni anno. Una gran parte di essi vanno davanti al giudice per reati relativamente leggeri come zuffe o disturbo delle lezioni, con i Neri, gli Ispanici e i disabili in testa. Il giudice texano Don Coffey definisce il sistema controproducente pur dovendo metterlo in atto. Il 2 aprile la National Rifle Association, ricordando la strage compiuta il 14 dicembre in una scuola di Newtown in Connecticut, ha reso noto un “Piano per la sicurezza nelle scuole”, di 225 pagine, in cui si raccomanda di mettere poliziotti armati o altri tipi di guardie armate in tutte le scuole. La Casa Bianca ha proposto soltanto un aumento del numero di poliziotti nelle scuole. V. www.nytimes.com/2013/04/12/education/with-police-in-schools-more-children-in-court.html?pagewanted=all ; b.3cdn.net/advancement/df16da132af1903e5b_zlm6bkclv.pdf

 

Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 30 aprile 2013